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«Nessuno dovrebbe morire per aver difeso i diritti umani»: la lettera di 112 premi Nobel all’Iran per chiedere il rilascio di Narges Mohammadi

Un appello globale, firmato da 112 Premi Nobel, chiede il rilascio «pieno e incondizionato» dell’attivista per i diritti umani Narges Mohammadi, detenuta in Iran e attualmente ricoverata in gravi condizioni all’ospedale di Teheran. I medici hanno riscontrato «perdita di peso significativa», «pressione sanguigna instabile» e seri «problemi cardiaci». Per mesi, alla dissidente iraniana sono state negate cure mediche adeguate durante la detenzione. E il ricovero ospedaliero, pur rappresentando un passo importante, non annulla «l’ingiustizia della detenzione», si legge nell’appello. «Nessuno dovrebbe morire per aver difeso i diritti umani», dice Jody Williams, attivista statunitense e fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo, insignita del Premio Nobel per la pace nel 1997. 

Cosa chiedono i firmatari?

I firmatari, 26 Nobel per la chimica, 12 per l’economia, 5 per la letteratura, 29 per la medicina, 11 premi Nobel per la pace e 29 per la fisica, oltre agli autori Annie Ernaux e J.M. Coetzee, ricordano che l’accesso alle cure mediche rappresenta «un diritto fondamentale riconosciuto dagli standard internazionali» sui diritti umani e che la legislazione iraniana stessa prevede il «rilascio per motivi sanitari» nei casi di grave rischio per la salute. La richiesta è chiara: «Liberazione immediata e incondizionata, cancellazione di tutte le accuse legate al suo attivismo pacifico e garanzia di accesso continuo alle cure mediche necessarie».

Gli arresti, il malore e il trasferimento a Teheran

Mohammadi ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti delle donne, della libertà e delle libertà civili in Iran. E per questo ha pagato un prezzo altissimo: è stata arrestata 13 volte e condannata complessivamente a oltre 30 anni di carcere e 154 frustate. L’ultimo arresto risale al dicembre 2025, quando fu fermata durante un periodo di congedo dal carcere di Evin per motivi di salute. Nei mesi successivi è stata trasferita dalla prigione di Mashhad a quella di Zanjian, nel nord-ovest dell’Iran. Una misura definita «irregolare» dal marito Taghi Rahmani, che in un’intervista a marzo con Open ha anche denunciato le violenze subite dalla moglie in carcere. Una settimana fa è stata ricoverata dopo aver perso conoscenza due volte nel giro di poche ore. Madre dei gemelli Kiana e Ali, la Premio Nobel vive da anni lontana dai figli. Gli stessi ragazzi, presidenti della Fondazione Narges Mohammadi, che avevano raccontato sempre a Open di non sentire la madre «dallo scorso dicembre» e di «non poterla abbracciare da circa dieci anni».

La situazione in Iran

Ma la storia di Narges Mohammadi non riguarda solo lei. I Premi Nobel denunciano anche il contesto più ampio della repressione in Iran, aggravato dalle tensioni regionali e da un clima interno sempre più restrittivo. Le carceri iraniane sono piene di dissidenti politici, oppositori e attivisti incarcerati ingiustamente o torturati dal regime. Nel 2025 l’Iran ha eseguito almeno 1.639 impiccagioni: il numero più alto registrato dagli anni Ottanta. Quegli stessi prigionieri politici per cui Mohammadi ha sempre chiesto libertà e giustizia. 

L’articolo «Nessuno dovrebbe morire per aver difeso i diritti umani»: la lettera di 112 premi Nobel all’Iran per chiedere il rilascio di Narges Mohammadi proviene da Open.

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