Il ddl Antisemitismo divide il Pd: riformisti per il sì, Boldrini guida il fronte del no. Schlein tentata dall’astensione
Sulla posizione da tenere sul ddl Antisemitismo, che si prepara ad approdare in Aula alla Camera nelle prossime settimane, è buio pesto nel Pd. Il disegno di legge, alla riapertura dei lavori dopo la pausa estiva, è al centro dei lavori della prima commissione a Montecitorio, dopo la spaccatura già consumatasi al Senato con la defezione dei riformisti. E questa volta le posizioni all’interno del gruppo rischiano addirittura di essere tre (con l’incognita del voto della segretaria): se l’area riformista continua a spingere per il sì, in contrapposizione al fronte contrario che vede in prima linea l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, dalle parti di Schlein comincia a farsi strada l’ipotesi di confermare la linea dell’astensione, alla luce anche dei risultati dell’ultradestra in Germania.
A gettare discordia tra i dem è sempre il richiamo alla contestata definizione di antisemitismo fornita dell’Ihra e adottata dal provvedimento: il pericolo, denunciano i più critici, è che la lotta alle discriminazioni finisca per incidere sulla libertà di critica verso Israele e il governo di Netanyahu.
Intanto domani, 9 settembre, in commissione Affari costituzionali si voteranno gli emendamenti. Non è previsto il mandato al relatore: l’iter, dunque, non si chiuderà ancora e servirà un ulteriore passaggio prima che il testo sia pronto per l’Aula. E proprio domani la conferenza dei capigruppo dovrebbe dare qualche indicazione in più sui tempi, andrà al voto «verso ottobre» scommettono. «Non ci sono stati passi avanti», sottolinea a Open chi segue il dossier, «al momento le posizioni nel gruppo sono ancora molto ampie». Nessuna riunione, infatti, è stata ancora convocata, «ma ci dovrà essere in ogni caso prima del passaggio in Aula» per fare chiarezza, sottolineano, pena la riedizione della spaccatura andata in scena a Palazzo Madama, che questa volta rischia persino di essere più articolata e dunque plateale.
Dopo il voto al Senato nuove divisioni tra i dem
A sei mesi dal voto di Palazzo Madama, infatti, la faglia nei dem non accenna a ricomporsi. Al Senato, infatti, la linea ufficiale del Pd era stata l’astensione, ma sei senatori dell’area riformista avevano rotto le righe votando a favore insieme al centrodestra. Alla Camera la pattuglia del sì resta in piedi, con Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle e Virginio Merola tra i nomi accreditati per il sì.
Il ragionamento da quelle parti non è mai cambiato: dopo le modifiche introdotte al Senato, dal ddl sono spariti sia i nuovi divieti sulle manifestazioni sia le nuove fattispecie penali, e il provvedimento viene considerato ormai essenzialmente programmatico. Fassino, che a Open aveva già messo in chiaro il suo voto a favore ad aprile, sul Foglio è tornato ad auspicare «un’ampia convergenza» anche alla Camera.
Dall’altro lato c’è invece chi considera insufficiente il lavoro fatto a Palazzo Madama. Il nodo rimane il richiamo alla definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance e ai suoi indicatori, che secondo i critici rischiano di allargare eccessivamente il perimetro dell’antisemitismo fino a incidere sulla libertà di espressione, di stampa e di ricerca.
Gli emendamenti e i distinguo nel campo largo
Non a caso è proprio su questo punto che si concentra il pacchetto di emendamenti presentato dal Pd insieme alle altre opposizioni. Una proposta firmata dai dem punta a riscrivere l’articolo 1 facendo riferimento alla raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2022 e allargando il contrasto anche alle altre forme di odio e discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa.
Un altro emendamento, sottoscritto insieme a M5s e Avs, propone invece di sostituire il richiamo all’Ihra con la Jerusalem Declaration on Antisemitism del 2021. C’è poi un’altra proposta unitaria che vuole mettere nero su bianco che «non è considerato antisemitismo l’espressione della libera critica alle azioni politiche del Governo dello Stato di Israele». È su questo terreno che nelle prossime ore si tenterà di aprire un nuovo confronto con la maggioranza, spiegano.
A rafforzare le perplessità dell’ala contraria è arrivata anche la mobilitazione fuori dal Parlamento, dall’Anpi alle organizzazioni dei giornalisti, che contestano il rischio di un’applicazione della definizione Ihra capace di restringere lo spazio della critica. «La posizione della Fnsi potrebbe aprire la discussione anche in commissione», ragiona qualcuno: «Non si tratta necessariamente di essere contrari a una legge contro l’antisemitismo, ma di capire se si possa intervenire nel merito per evitare problemi sulla libertà di stampa».
Una spaccatura, quella tra i dem, che si inserisce peraltro in un campo largo già diviso. Se M5s e Avs restano schierati sul no, con Alleanza Verdi e Sinistra che ha aderito anche al presidio di domani davanti a Montecitorio, Italia Viva a Palazzo Madama aveva votato a favore insieme ai riformisti dem.
L’ombra dell’AfD e il dilemma di Schlein
Al Nazareno, spiegano a Open, nelle ultime ore è entrato nei ragionamenti anche quanto accaduto in Germania, con circa il 44% raccolto dall’AfD in Sassonia. Un risultato che mette sul tavolo del centrosinistra il problema dell’avanzata delle destre radicali europee e della crescita di pulsioni antisemite, è il ragionamento.
«Siamo in un momento in cui queste destre estreme, che dell’antisemitismo sono tra le principali portatrici, stanno volando», si interrogano dalle parti della segretaria. «Che questa sia la legge giusta o meno è un altro discorso, ma essere proprio contrari, in questa fase, a un intervento su queste tematiche può diventare complicato». A maggior ragione se il no finisse per affiancare il Pd, almeno nel voto finale, anche a forze collocate alla sua destra. «Significa votare con Vannacci», mettono in guardia.
È uno degli argomenti che riporta in campo l’astensione. Tant’è che, tecnicismi alla mano, il passaggio da Palazzo Madama a Montecitorio cambia le carte. Al Senato, infatti, gli astenuti concorrono al computo dei presenti e quindi l’astensione pesa ai fini dell’approvazione sostanzialmente come un voto contrario; alla Camera, invece, non vengono conteggiati nella maggioranza. Confermare la stessa parola d’ordine significherebbe dunque assumere una posizione più neutra, e dunque più morbida in questa fase.
Boldrini: «È un regalo della destra a Netanyahu»
Una posizione che non convince Laura Boldrini, che è in prima fila nel fronte del no e sulla legge non ha dubbi. «L’antisemitismo è una piaga pericolosissima e con l’ultradestra che si sta facendo strada bisogna stare sempre più allerta. Ma questo provvedimento non è sull’antisemitismo: è un regalo che la destra italiana fa a Benjamin Netanyahu e al suo governo prima di andare alle elezioni», attacca Boldrini. Il punto, ancora una volta, è l’utilizzo della definizione Ihra: «Il rischio è una censura della libertà di pensiero, dell’informazione, della libertà accademica e del dibattito pubblico», spiega a Open.
Per l’ex presidente della Camera però l’alternativa esiste: «Se abbiamo una specifica preoccupazione per l’antisemitismo, allora si adotti la Jerusalem Declaration. Io voterei a favore». E respinge l’idea che un voto contrario possa essere interpretato come sottovalutazione del fenomeno: «Abbiamo già norme contro le discriminazioni su base religiosa e la legge Mancino. Se vogliamo intervenire specificamente sull’antisemitismo, facciamolo senza equiparare la critica al governo israeliano all’antisemitismo».
Il presidio e la conta tra i dem
L’ex presidente della Camera domani ha già annunciato la sua presenza al presidio organizzato davanti a Montecitorio contro il ddl, prima di tornare in commissione per il voto sugli emendamenti. «Ci sarò, anche se sarà un passaggio molto breve perché in commissione Affari costituzionali a quell’ora si votano gli emendamenti». Al presidio contro il ddl sono attesi diversi parlamentari del Pd. Potrebbero fare capolino Arturo Scotto, Valentina Ghio e Sara Ferrari, tutti deputati dem per altro già coinvolti in missioni e iniziative parlamentari sulla Palestina. Alla manifestazione, dove ci sarà anche l’Anpi, hanno già annunciato il proprio sostegno anche i Giovani democratici di Roma.
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