CronacaUltim'ora

Spese militari, Meloni si rimangia l’impegno Nato al 5%: «Obiettivo irrealistico, ora priorità alla crisi energetica»

A meno di un anno dalla firma del patto Nato per aumentare le spese per la difesa fino al 5% del Pil, il centrodestra di Giorgia Meloni si rimangia la promessa. Con tanti saluti all'(ex) alleato Donald Trump. La richiesta di rivedere quell’obiettivo ambizioso – anzi, «irrealistico» – è scritta nero su bianco nella mozione di maggioranza depositata in vista del dibattito di oggi pomeriggio sulla crisi energetica. Che il centrodestra incorporasse nella risoluzione la richiesta all’Ue di consentire deroghe al Patto di Stabilità per gli aiuti a famiglie e imprese contro il caro energia era scontato – dopo che Giorgia Meloni ha formalizzato la richiesta in una lettera a Ursula von der Leyen. Ma che la coalizione di governo ne approfittasse pure per rimettere in discussione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari è una vera sorpresa. E rischia di aprire un nuovo fronte di tensione tra Italia e Stati Uniti.

La spinta a rivedere l’obiettivo Nato del 5%

Nella mozione depositata al Senato, il centrodestra chiede, anzi impegna il “proprio” governo a «mantenere un impegno realistico e credibile in ambito NATO, confermando il raggiungimento del 2 per cento del PIL per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali». In un altro passaggio il linguaggio è ancora più duro, ricordando che l’Italia di Meloni ha scelto la strada di «una visione pragmatica che rifiuta obiettivi irrealistici al 5 per cento ma rafforza la componente di infrastrutture critiche e sicurezza energetica». Tradotto: cambiato il quadro internazionale politico ed economico, vanno riviste le priorità d’investimento. Ma quanto è disposta a spendere dunque ora la coalizione di governo per la difesa? La nuova strategia emerge in filigrana tra le righe del testo benedetto da tutti i partiti di maggioranza – cofirmatari sono Lucio Malan, Adriano Paroli e Simona Petrucci (FdI), Massimiliano Romeo e Massimo Garavaglia (Lega), Stefania Craxi (Forza Italia) e Michaela Biancofiore (Noi Moderati).

Così il centrodestra rifa i calcoli su energia e difesa

La mozione del centrodestra ricorda fiera come l’Italia si sia allineata nel 2025 al precedente obiettivo Nato del 2% del Pil in spese militari, pari a circa 45 miliardi di euro l’anno. Quanto al nuovo target del 5%, si ricorda come nel testo come esso si componga in realtà di due elementi: il 3,5% del Pil in “hard defence” (spese militari in senso stretto), più un ulteriore 1,5% di investimenti complementari «per resilienza e tecnologie dual use finalizzate a proteggere le infrastrutture critiche, difendere le reti, garantire la preparazione e la resilienza civile, innovare e rafforzare la base industriale della difesa». La tesi del centrodestra è che a fronte de quadro economico critico «un impegno di tale portata non può essere affrontato con improvvisazione, né sulla base di logiche emergenziali, potendo, al contrario, tale obiettivo diventare un’opportunità per modernizzare le infrastrutture critiche del Paese, per rafforzare il settore industriale, per investire in tecnologie, con ricadute civili importanti». Benissimo, insomma, attivare spese complementari per «infrastrutture, diversificazione, rinnovabili e nuove tecnologie», che costituiscono «la vera “prima linea” di protezione dei cittadini e delle imprese dai ricatti geopolitici», azzarda la risoluzione. Quel restante 1,5% (oltre al 2 già raggiunto) in spese militari invece può aspettare. L’obiettivo di spesa complessiva può dunque essere realisticamente rivisto, almeno per ora, al 3,5% del Pil. L’impegno preso l’anno scorso al vertice Nato dell’Aja, d’altra parte, è tarato sul 2035.

Nato e Ue, tutti gli impegni da rinegoziare

Di fatto dunque il centrodestra sembra voler rinegoziare in un colpo solo sia gli impegni di spesa presi in sede Nato che quelli fiscali e d’investimento Ue. La mozione infatti sprona il governo a «proseguire l’azione in sede europea per una maggiore flessibilità del patto di stabilità e crescita, con esclusione o deroga per gli investimenti in sicurezza energetica, transizione e infrastrutture critiche, al fine di sostenere crescita inclusiva e sostenibile senza ricorrere ad austerità procicliche». Di fatto lo spazio fiscale che Roma vuole aprirsi per aiutare famiglie e imprese contro il caro energia verrebbe utilizzato anche per concorrere ai nuovi obiettivi Nato, per la parte di spese complementari in reti, infrastrutture e dintorni. La stessa Meloni d’altronde nella lettera a von der Leyen aveva già ricordato come la sicurezza dell’Europa «non si misura soltanto nella capacità militare», ma anche «nella possibilità per le imprese di continuare a produrre, per le famiglie di sostenere i costi energetici, per gli Stati di garantire stabilità economica e sociale». A quadratura del cerchio, la mozione impegna il governo pure a «valorizzare pienamente, nell’ambito dei negoziati su Readiness 2030 (nome aggiornato del piano Rearm Europe, ndr) e della bussola strategica europea, il nesso tra capacità difensive nazionali e sovranità energetica, promuovendo l’inclusione delle spese per infrastrutture energetiche e transizione nel computo delle capacità di investimento, e sostenendo un’Europa capace di influenzare lo scenario internazionale attraverso una vera autonomia strategica». Chi lo spiegherà a Donald Trump?

L’articolo Spese militari, Meloni si rimangia l’impegno Nato al 5%: «Obiettivo irrealistico, ora priorità alla crisi energetica» proviene da Open.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *