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Lavitola arrestato per la bomba a Ranucci, il gip: «Perché ha organizzato l’attentato». Tra i due «nessun accordo» – Il video

L’attentato a Sigfrido Ranucci è «stato commissionato da Valter Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti» dell’arrestato «in ambito politico». Lo ha stabilito il gip di Roma nell’ordinanza con cui ha disposto il carcere per il 60enne imprenditore napoletano gestore del Cefalù Bistrot di Roma, peraltro amico personale di Ranucci, ritenuto il mandante dell’azione dinamitarda del 16 ottobre scorso a Pomezia, vicino Roma. «Se infatti lo scopo era quello di favorire l’ascesa politica del giornalista Ranucci ed evidentemente assicurarsi per sé un ruolo di primo piano nel nuovo scenario politico ipotizzato – si legge nell’ordinanza -, è indubbio che nella ideazione dell’indagato, agli occhi della vittima e dell’opinione pubblica l’evento delittuoso doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in effettivo pericolo l’incolumità del giornalista». Smentita l’ipotesi di un presunto accordo con Ranucci. Per il giudice infatti «più volte Valter Lavitola ha commentato l’attentato dicendo che se era stato lui il mandante allora voleva dire che era d’accordo anche Ranucci, quando allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola».

Il presunto accordo con Ranucci

«Le risultanze acquisite – scrive il Gip nell’ordinanza – inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione, da un lato, della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro del profondo legame tra i due instauratosi tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di stupore e incredulità appena appresa la notizia dell’incriminazione dell’amico». È «certo, – aggiunge il giudice – perché emerso in plurime intercettazioni, che Lavitola abbia continuato a manipolare la persona offesa e ad alimentare in lui il convincimento che la tesi seguita dagli inquirenti sia assolutamente inverosimile, essendo convinto che finché avrà il sostegno della vittima del reato, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata».

Si cerca Gomez Tavares: «Latitante in Africa»

Per quell’azione sono già in carcere dal 30 giugno quattro persone legate alla malavita campana, che secondo gli inquirenti sarebbero gli esecutori materiali dell’attentato. I quattro sarebbero stati reclutati da Clelio Gomez Tavares, considerato vicinissimo a Lavitola e attualmente in Camerun. Era stato proprio Lavitola, poche settimane fa, a dire: «Alla fine di questa storia sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere. Una cosa certa è che rovinerà la vita a me e spero che non la rovini a Sigfrido».

L’inchiesta: contestato anche il metodo mafioso

Lavitola era indagato insieme al cittadino camerunense e ad altre quattro persone: Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Una quinta persona è indagata a piede libero. Lavitola è accusato di essere il mandante dell’attentato. La misura cautelare è stata emessa dal gip di Roma nell’ambito dell’indagine della Procura – coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi – in cui si contesta anche il metodo mafioso. L’arresto è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo.

Gli arresti

L’inchiesta, avviata dal pm Carlo Villani, passato a dirigere la procura di Velletri, seguita ora dal pm della Dda Edoardo De Santis, ha già portato a fine giugno all’esecuzione di quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti esecutori materiali dell’attentato. E accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento. Aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso.

Il ruolo da intermediario di Clelio Gomes Tavares

Il gip di Roma ha emesso un mandato di arresto, contestualmente alla misura cautelare per Valter Lavitola, anche nei confronti del cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares. Accusato dai pm di Roma di avere partecipato al progetto all’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. L’uomo è attualmente latitante e si troverebbe in Africa. Secondo l’accusa, Gomes sarebbe stato l’intermediario tra Lavitola e la banda – composta da quattro persone – che materialmente ha compiuto l’azione dinamitarda il 16 ottobre dello scorso anno.

Cosa c’è nele carte dell’inchiesta

Secondo gli inquirenti, i ruoli dei due indagati si sono articolati «in compiti di pianificazione e coordinamento operativo». Nel dettaglio, Lavitola avrebbe «concepito il disegno delittuoso, dando mandato a Gomes di individuare i soggetti in grado di reperire l’esplosivo e di compiere l’attentato dimostrativo davanti alla villa del giornalista». Inoltre, lo stesso Lavitola «avrebbe partecipato personalmente, insieme a Gomes, a un primo sopralluogo esplorativo sul luogo del delitto in data 15 settembre 2025».

Gomes, che risulta «in fase di rintraccio», secondo le indagini avrebbe avuto il ruolo di «raccordo operativo per conto di Lavitola». Dunque «avrebbe reclutato e istruito gli esecutori materiali campani e, oltre ad aver preso parte al sopralluogo del 15 settembre, avrebbe coordinato e partecipato a una seconda ricognizione sul litorale laziale il 10 ottobre 2025, mettendo a disposizione del commando l’autovettura del suocero».

Le misure cautelari

Secondo il Gip le misure restrittive si fondano su un impianto accusatorio solido e concorde. Le risultanze derivano dall’analisi incrociata dei tabulati telefonici e telematici delle celle presenti nell’area dell’attentato, dal tracciamento dei veicoli coinvolti nelle fasi preparatorie e dall’esame forense dei telefoni cellulari in uso agli indagati, che hanno smentito i tentativi di precostituirsi degli alibi difensivi.

L’arresto a Monteverde

Un video del Giornale pubblica i momenti dell’arresto di Lavitola a Monteverde.

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