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MATTEO SI RALLEGRA

TORQUATO CARDILLI - Chissà se, venerdì scorso, quando il mondo politico italiano era ancora imballato sulla scheda bianca, l'inventore dell'anagramma del nome del nuovo presidente della repubblica ha svelato la sua trovata, come un oracolo, al premier ed allo stesso nuovo inquilino del Quirinale, in quel momento designato solo in pectore.
Certo è che la pensata di "Matteo si rallegra" come anagramma di "Sergio Mattarella" è forte e dimostra ancora una volta come nella vita il caso si diverta a incastrare i meriti o i demeriti delle persone perfettamente con il loro destino.
Se il Matteo nazionale si è rallegrato per aver superato indenne questa prova, che avrebbe potuto creargli seri problemi in casa e fuori, sono molti quelli che invece hanno dovuto riconoscere di avere sbagliato strategia o fare buon viso a cattivo gioco e rassegnarsi perché difficilmente ci potrà essere un'altra occasione.
E sì, perché in politica i rospi da mandare giù non sono solo le ambizioni personali frustrate, ma anche gli errori di valutazione, di scelta, di alleanza, di tempi. Renzi non aveva fatto mistero che avrebbe fatto un nome secco solo alla vigilia della quarta votazione, e questo non per alimentare la suspence, ma perché non era riuscito a fare accettare la propria scelta a Berlusconi così come questo non era riuscito a far promuovere il suo favorito. I due veti incrociati (uno contro Prodi, gradito alla sinistra e al M5S e l’altro contro Amato, gradito a Napolitano ed agli ex socialisti sparsi tra FI e NcD) si erano elisi a vicenda.
Berlusconi, in fondo, al netto dei declamati requisiti richiesti di imparzialità, di arbitro super partes, di competenza politica ecc., chiedeva il nome di una persona che non gli avesse mai fatto ombra politicamente, che non danneggiasse il suo impero economico e che non fosse ostile alla sua riabilitazione sul piano giudiziario. A Berlusconi del partito, del centro-destra, del paese, del popolo sprofondato nella crisi non interessava granché. Aveva ed ha un solo assillo: quello di difendere il peculio e di mettersi addosso i panni di padre della nuova costituzione, ripuliti dopo l’onta della condanna.
Renzi da parte sua temeva che la ferita subita ad opera dei 29 ribelli del suo partito che gli avevano negato il voto sulla legge elettorale potesse riaprirsi e di fronte ad un Berlusconi speranzoso di una ricompensa per il successo che gli aveva garantito, ha giocato come un professionista del poker. Ha gettato nel cestino tutti i nomi dei pretendenti PD e ha puntato tutte le fiches sul nome secco, senza rose, di Mattarella, uomo storico del suo stesso partito di origine, la Democrazia Cristiana. A tutti ha detto prendere o lasciare e che non ci sarebbe stato un altro candidato.
Pur dando per scontato che il M5S sarebbe rimasto fuori dalla mischia, temeva non tanto per l’insuccesso finale quanto per l’immagine di stratega che ne sarebbe uscita appannata dall’azione dei guastatori del suo partito blanditi o aizzati da Grillo che all'ultimo minuto aveva chiesto pubblicamente a tutti i parlamentari PD di aprire una spiraglio di intesa con lo scopo di rilanciare una candidatura di Prodi. E forse un eventuale cambio di cavallo da parte del M5S con il nome di Prodi al posto di Imposimato avrebbe sparigliato il gioco in modo irreversibile.
Per questo il nervosismo dello staff renziano, celato sotto un’apparente tranquillità,  era al calor bianco. Occorreva partire con i voti in tasca contati prima della “chiama” della quarta votazione con la certezza di superare agevolmente la soglia di 505; era necessario mandare un ukase durissimo a Alfano, ministro dell’interno in bilico di licenziamento se solo avesse provato a votare ancora scheda bianca, come aveva promesso a Berlusconi 24 ore prima, ed attuare la strategia della firma della scheda elettorale da parte di ogni elettore dei vari cespugli a rischio di violazione della segretezza del voto. Insomma una vecchia tecnica di palazzo, per “costringere” non solo i 450 grandi elettori PD, ma anche quelli che a parole avevano detto si, a votare come voleva lui e a farsi identificare attraverso un codice ben distinguibile.
Ben otto le opzioni possibili, identificate dalla senatrice del M5S Taverna e subito pubblicate sul blog, i cui numeri corrispondono ai vari gruppi di votanti: 1) Mattarella; 2) Sergio Mattarella; 3) Mattarella Sergio; 4) Mattarella S.; 5) S. Mattarella; 6) On. Sergio Mattarella; 7) Mattarella On. Sergio; 8) Prof. Mattarella.
Non si sa fino a quanto inconsapevolmente, ma certo in modo plateale e stupido, si sia resa partecipe di questa procedura la Presidente della Camera Boldrini. Chiunque abbia assistito alla spoglio avrà notato, come abbia dato lettura per esteso del nome sulla scheda, compresa la punteggiatura, come si fa alla prima elementare.
Sono già piovute le critiche, ma non è accettabile la giustificazione della invocata fedeltà notarile, perché altrimenti avrebbe dovuto essere data lettura anche del contenuto delle schede nulle, che sono state dichiarate tali per un contenuto presunto indecente o offensivo. Se nel caso delle nulle, il parlamento si è dovuto fidare della dichiarazione “nulla” pronunciata dalla Presidente, parimenti avrebbe dovuto fidarsi se fosse stato letto solo il cognome Mattarella senza prefissi, suffissi, punteggiatura e aggettivi e nessuno avrebbe potuto avere alcunché da ridire.
Mettiamo subito in chiaro che Mattarella è una persona rispettabilissima, migliore dei vari pretendenti Prodi compreso, un signore siciliano che non ha la rudezza né la spregiudicatezza dell’irruento fiorentino che l’ha scelto, ricco di dottrina e di saggezza come si conviene ad un giudice costituzionale, ma il successo dei 665 voti ottenuti è stato il risultato di questa operazione di tipo militare.
Comunque finita la lettura delle carte di identità dei votanti è cominciata la resa dei conti all’interno di quelle formazioni politiche piene di anguille.
Le schede bianche sono state 105. Questo vuol dire che 37 elettori dichiarati per il non voto a favore di Mattarella, anziché mettere nell’urna la scheda bianca intonsa, sotto il catafalco hanno preferito firmarla per il proprio riconoscimento. Chi sono? Quei politici mediocri in attesa di un favore, di uno strapuntino, di uno sguardo benevolo, pulcini al seguito di Alfano (che si è fatto soffiare sotto il naso la Shalabayeva e dice che “gli altri fanno ridere i polli”). Insomma sono quelli per i quali più che l’onor poté la poltrona.
Fedeli alla loro linea politica ed al loro candidato, designato dalla rete, sono rimasti i parlamentari del M5S, i cui 127 voti non sono stati né ricattabili, né comprabili, come quelli, numericamente inferiori, della Lega e di Fratelli d’Italia. Anche se la propaganda considera il voto del M5S come un’occasione persa c’è chi pensa al contrario che esso abbia scongiurato l’elezione di un personaggio indecente, abbia costretto Renzi a rifiutare la proposta berlusconiana e abbia mandato definitivamente in soffitta i vari Amato, Bersani, Grasso, Castagnetti, Chiamparino, Fassino, Finocchiaro, Pinotti, e Veltroni, quello che diceva in inglese maccheronico “I Know my chicken”, e che è finito cotto alla cacciatora.

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