Sab08182018

Last updateGio, 09 Ago 2018 10am

Italiani nel Mondo

Intervista al Sen. Claudio Micheloni: Perché dobbiamo votare NO

Lei è uno dei pochi parlamentari del PD ad aver sottoscritto un documento per il NO al Referendum Costituzionale. Ce ne spiega i motivi ?
In sintesi, i motivi principali sono tre: l'effetto concreto di questa riforma sarà la riduzione della sovranità popolare, la compressione dell'autonomia del Parlamento e una inaudita concentrazione di potere nelle mani di pochi individui; in secondo luogo, gli obiettivi dichiarati della riforma, vale a dire semplificazione dei processi decisionali e riduzione dei costi della politica, non saranno conseguiti se non in misura molto marginale, ai limiti dell'irrilevanza, e pagando un prezzo molto elevato. Inoltre, gli italiani all'estero saranno penalizzati fino a un punto tale da configurare una cittadinanza di serie B.
Per tutti questi motivi ho ritenuto non solo di sottoscrivere quel documento ma di motivare puntualmente, in tutte le occasioni possibili, le ragioni della mia contrarietà a questa riforma: ritengo che ciò corrisponda a un dovere di trasparenza che riguarda tutti, ma forse ancor più i parlamentari eletti all'estero, che sono stati scelti direttamente dai cittadini.

Perché la riforma è negativa per gli italiani all’estero e come mai, se è così, lei è l’unico ad essersi schierato per il No? C’è chi dice che si è voluto tutelare la possibilità di rielezione …
La questione è semplice: se vince il Sì il Senato non sarà abolito, la rappresentanza degli italiani all'estero invece sì. Poiché al Senato sono state assegnate dalla riforma competenze tutt'altro che marginali, quali ad esempio le modifiche costituzionali e la legislazione europea, il fatto che gli eletti all'estero rimangano alla Camera, non toglie che il voto degli italiani all'estero valga meno di quello degli italiani in Italia. Anzi, vale due volte meno se consideriamo la nuova legge elettorale: gli italiani all'estero non potranno decidere chi governa - poiché il loro voto non sarà conteggiato ai fini dell'assegnazione del premio di maggioranza e non sarà possibile prendere parte al ballottaggio - e non saranno rappresentati nella cosiddetta Camera delle Autonomie.
Infine, sulle motivazioni degli altri sono certo che i diretti interessati sappiano illustrarle meglio di me; quanto ad eventuali interessi personali all'origine delle mie scelte, preferirei non adeguarmi a questo livello di discussione, ma non voglio sottrarmi alla domanda. Mettiamola così: trovo curiosa l'idea secondo la quale chi si schiera contro una proposta sostenuta dal Governo, dal vertice del PD, dalla Confindustria, da JP Morgan, dalla quasi totalità degli organi di informazione stia tutelando se stesso, ma non c'è limite alla fantasia.
Mi permetto solo di suggerire a questi grandi strateghi di riflettere su una nota frase di Jung: "Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi".

L’emigrazione italiana, contrariamente a quanto avvenuto per tre decenni (dall’80 agli anni 2000) ha ripreso a crescere in modo consistente. Da questo punto di vista, la questione della rappresentanza dei circa 5 milioni di italiani emigrati è una questione settoriale o non piuttosto una questione nazionale?
E' certamente una questione nazionale, e per certi aspetti anche di più, se pensiamo alle ultime inquietanti notizie provenienti dalla Gran Bretagna. Siamo passati dalla retorica sulla "fuga dei cervelli" alla retorica sulle "nuove mobilità", salvo scoprire che ogni anno diverse decine di migliaia di giovani partono per cercare lavoro, per costruirsi una vita autonoma e magari una famiglia, cose che ormai in Italia appaiono a molti come un'utopia. Fanno di tutto, dal cameriere alla guardia giurata, non solo ricerca scientifica o web design, e sono tutti dotati di cervello, come del resto i nostri genitori e i nostri nonni.
Quindi sarebbe intelligente smettere di prenderli in giro e cominciare davvero a cogliere le opportunità enormi che l'insieme di queste esperienze rappresentano per l'Italia, per la crescita della nostra economia, garantendo concretamente quei diritti di cittadinanza che rischiano di essere svuotati fino alla dissipazione di un legame, una identità che è invece fortissima.

Al di là dell’aspetto che riguarda l’emigrazione italiana, quali sono secondo lei le insufficienze e i rischi di questa riforma?
Sugli obiettivi dichiarati è difficile non essere d'accordo. Tuttavia, il contenuto reale della riforma suscita un forte timore per la qualità della democrazia italiana a venire.
Per accelerare le decisioni del Parlamento senza pregiudicarne la qualità sarebbe sufficiente riformare i regolamenti di Camera e Senato, provvedere a una riduzione del numero dei parlamentari molto più ampia di quella proposta, ma bilanciata tra le due Camere, in modo tale che il lavoro delle Commissioni possa svolgersi in maniera efficace.
Insieme ad altri senatori e deputati, generosamente qualificati come "gufi", abbiamo avanzato proposte concrete in questa direzione, garantendo, a proposito della riduzione dei costi, risultati molto più consistenti e sicuri di quelli previsti dal progetto del Governo.
Pochi sanno, infatti, che le indennità dei senatori coprono solo il 20% dell'attuale bilancio del Senato: dunque prima spendevamo 100 per ottenere 80, domani spenderemo 80 per ottenere 20.
La Camera continuerà ad avere ben 630 deputati, pagati esattamente come oggi (cioè troppo), e le commissioni continueranno ad essere sovraffollate, dunque prive di un reale potere di indirizzo e controllo dell'operato del Governo. Un centinaio di consiglieri regionali frequenteranno la Capitale: non voteranno la fiducia, però si occuperanno di questioni rilevantissime, dovendo rispondere a logiche di partito e di territorio in una posizione di oggettiva subalternità al Governo. Queste ed altre ragioni di merito mi hanno indotto ad esprimere una opposizione chiara e ferma a un progetto di riforma costituzionale che non funzionerà, anche perché non è affatto simile agli altri ordinamenti diffusi in Europa dei quali si parla a sproposito, come ad esempio il Bundesrat, che segue una logica coerentemente federalista, o il sistema francese, che non a caso prevede il presidenzialismo. Siamo di fronte a una riforma a dir poco approssimativa, evidentemente viziata da un intento propagandistico e da un calcolo di convenienza politica a breve termine, talmente breve che potrebbe rivelarsi già scaduto.
Dal mio punto di vista la nuova legge elettorale non è la questione dirimente, ma costituisce un'aggravante, perché provvede a introdurre in un progetto già squilibrato un premierato di fatto, senza contrappesi adeguati, e con ogni probabilità spalancherà la strada ad un genere di  presidenzialismo ancora sconosciuto nelle democrazie occidentali.
Vale la pena di ricordare che il tanto vituperato bicameralismo paritario è certamente raro, ma vivo e vegeto proprio negli USA, oltre che in Svizzera e Australia. Il premio di maggioranza nelle elezioni politiche nazionali, invece, è una creatura quasi esclusivamente italiana, a parte Malta, Messico e Corea del Sud, ma questo lo ricordano in pochi.
La Costituzione italiana non è intoccabile, ma rimane pur sempre l'esito storico della Guerra di Liberazione, e il frutto del lavoro della migliore classe dirigente che il nostro Paese abbia mai avuto. Sarebbe bene tenerlo presente, così come credo sarebbe utile rispondere a una domanda: davvero pensiamo che le inefficienze del nostro sistema politico dipendano dall'assetto costituzionale, lo stesso con cui il Paese si è sollevato dalle macerie del dopoguerra fino a diventare una delle grandi potenze industriali del pianeta? O non dipendono forse da una classe politica che da qualche decennio ama discutere di regole piuttosto che assumersi fino in fondo la responsabilità di governare e cambiare l'Italia?

Tornando alla nostra emigrazione, negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo e a volte drastico taglio degli interventi, dalla scuola alla formazione, alla riduzione della rete consolare, ecc. che non ha pari con altri settori di spesa. Come mai i successivi governi non hanno colto il potenziale di questo pezzo di Italia fuori dai confini ? E perché la compagine eletta all’estero non ha saputo contrastarla ?
Anzitutto siamo di fronte a un problema complessivo di cultura politica. Per cogliere quel potenziale occorre una visione nazionale, un progetto per il Paese: non si può dire che la classe dirigente italiana degli ultimi decenni (non solo la politica) abbia brillato da questo punto di vista. Poi, dato che attraversiamo una lunga transizione, resa ancora più problematica dalla crisi del progetto europeo, servono la volontà e la capacità di aggredire i nodi strutturali dell'arretratezza italiana: tra questi, non ultimo il problema di una classe burocratica che ha consolidato il proprio status nel passato e riesce oggi, salvo poche eccezioni, a difenderlo a scapito dei diritti e degli interessi dei cittadini.
In questo quadro, l'azione dei parlamentari eletti all'estero è stata certamente insufficiente, specie se consideriamo le necessità e le aspettative. Non è mio costume millantare risultati epocali, ma penso sia giusto ricordare ad esempio che l'anno scorso i senatori eletti all'estero sono riusciti a recuperare 5 milioni di euro, molti dei quali indirizzati ai corsi di lingua e cultura italiana, e così bene o male è accaduto negli anni precedenti, anche grazie alla sensibilità manifestata da alcuni esponenti del Governo e della maggioranza parlamentare. Cifre insufficienti, senza le quali però avremmo assistito a una perdita di servizi ancora più grave.
A mio avviso,  il terreno sul quale l'azione degli eletti all'estero è stata davvero carente in questi anni (e mi assumo per intero la mia parte di responsabilità) è quello della capacità di incidere sul dibattito nazionale valorizzando il potenziale di cui stiamo parlando, così come quello della volontà di difendere le ragioni degli italiani all'estero anche quando ciò significa entrare in conflitto con attori influenti, quali la burocrazia ministeriale o alcune espressioni del mondo sindacale. Da questo punto di vista, pur confermando la mia insoddisfazione per lo stato dell'arte, devo aggiungere che ho la coscienza a posto.
Di certo serve un salto di qualità, sia nell'azione dei parlamentari che nell'ambito della rappresentanza in generale. Non a caso, coloro che puntano a comprimere i servizi pur di mantenere i privilegi, agiscono per delegittimare la rappresentanza e svuotarne la funzione: lo abbiamo visto con i Comites. Perciò è essenziale che chi si assume l'onere e l'onore di rappresentare gli italiani all'estero lo faccia con la schiena diritta e lo sguardo vigile.

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I soprammobili della Garavini

Cari italiani in Italia e nel mondo,
siete chiamati a votare per una riforma della Costituzione che trasformerà il Senato della Repubblica in una vetrina di soprammobili. Se passerà, il Parlamento sarà formato da 630 deputati e da  100 soprammobili.
Lo afferma un fanatico sostenitore del NO? Macchè, lo dice un parlamentare dell'Ufficio di Presidenza alla Camera. L'On. Laura Garavini ha scritto su Facebook: "La Camera sarà l'aula che conta e decide. I rappresentanti degli italiani all'estero devono stare tra quelli che decidono o tra i soprammobili?"
Più chiari di così...
Quindi il nucleo fondamentaledella Riforma della trimurti Napolitano-Renzi-Boschi consiste nel trasformare un'Aula parlamentare in un'inutile vetrina di soprammobili. Soprammobili con lauto stipendio, privilegi e immunità.
Alla faccia del caciocavallo, direbbe Totò.

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Boschi e Renzi, lo schiaffo argentino: "Pressioni, telefonate e menzogne"

(da Libero del 7/10/2016)
Uno schiaffo argentino a Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Dopo la visita della ministra delle Riforme in Sud America, per fare campagna a favore del Sì al referendum, arriva la doccia gelata di Alfredo Llana, segretario del Pd di Buenos Aires, intervistato dal Fatto quotidiano: "Questa è una riforma che vuole rispondere con cambiamenti istituzionali a un bisogno politico. È una riforma che porta con sé l'indebolimento del Parlamento e della voce delle minoranze quindi la riduzione dell'importanza della volontà popolare". Per questo il Pd argentino farà campagna attiva per il No, con dibattiti e incontri tra la gente.
"La Boschi", attacca Llama, "è venuta qui a fare campagna elettorale. Ha avuto un sacco di incontri, mi piacerebbe sapere da dove sono venuti i fondi per il suo viaggio". Il segretario argentino denuncia manovre poco chiare da Roma sul Pd di Buenos Aires: "Hanno fatto di tutto per boicottare e dividere attraverso menzogne, false promesse e l'invenzione di dirigenti che si sono scoperti democratici da un giorno all'altro". "Da Roma hanno telefonato facendo pressioni giorno e notte - continua Llama -. Le associazioni, le forze politiche, i patronati, le scuole e anche i funzionari sono stati pregati, con insistenza, di portare gente all'evento. Ma questo governo raccoglie quel poco che ha seminato, dimenticando gli italiani all'estero e rivolgendosi a loro soltanto quando c'è da votare".

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Elena Cinquegrana nominata Coordinatrice MAIE Heilbronn

Anna Mastrogiacomo, Coordinatrice del MAIE Europa, ha nominato Coordinatrice di Heilbronn Elena Cinquegrana, nata a Napoli e trasferitasi nel 2001 in Germania per scelta d’amore.Con il suo compagno ha realizzato una bellissima famiglia con tre bambine meravigliose, Federica, Ludovica e Valentina che vivono una doppia cultura, quella tedesca, luogo in cui sono nate e vivono e quella italiana, anzi napoletana. Ha conseguito il Diploma Magistrale e Maturitá professionale di assistente presso le comunitá infantili e poi la qualifica di operatore di telemarketing.
In Germania ha continuato la sua intensa attività lavorative e politica iniziata a Napoli. Attualmente collabora e sostiene “ Eden, Wedding und event partner” insieme alle amiche Antonietta Napolitano e Rosaria Langella.
Elena Cinquegrana è una persona solare e attiva che porta avanti i valori della famiglia e dell’italianità con mente aperta ma ferma sui principi. Creativa,  dinamica, disponibile, attenta e riflessiva ma anche positiva e propositiva…insomma sembra fatta proprio per appartenere alla grande famiglia del MAIE!

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FILEF per il NO al Referendum

La Filef, la storica organizzazione dell'emigrazione italiana di sinistra ha emanato il seguente comunicato:

La Riforma Costituzionale proposta dal Governo, che è sottoposta a Referendum confermativo, incide fortemente – e negativamente – sulla rappresentanza parlamentare dei cittadini italiani all’estero. Nel rispetto degli orientamenti delle singole organizzazioni e dei singoli aderenti alle organizzazioni della rete Filef in Italia e nel mondo, la Filef nazionale, sulla base di un’analisi approfondita del testo della riforma costituzionale proposta dal Governo e approvata dal Parlamento, di cui forniamo più oltre i link di riferimento, ritiene di dover invitare i propri associati a impegnarsi nella campagna referendaria per consentire l’espressione di un voto consapevole da parte del maggior numero di elettori sia in Italia che all’estero e di sostenere il NO alla proposta di riforma.

Le ragioni a sostegno del NO sono molteplici.

Per quanto riguarda gli italiani all’estero, la prima cosa da rilevare è che con questa riforma la rappresentanza parlamentare dei circa 5 milioni di italiani nel mondo viene drasticamente decurtata del 33%, cancellando i 6 seggi oggi previsti al Senato. Come sostiene il costituzionalista Felice Besostri, è paradossale che nel nuovo Senato – non elettivo – sono stati dati 2 Senatori alla Val d’Aosta con 126.806 abitanti o 4 alla Regione Trentino Alto Adige con 1.029.475 abitanti su 100 (membri del nuovo Senato), che ne avevano rispettivamente 1 e 7 su 315 (membri dell’attuale Senato), cioè raddoppiano il loro peso percentuale e si sono tolti i 6 senatori della circoscrizione estero rappresentativi di milioni e milioni di cittadini italiani residenti fuori dall’Italia. Nella logica sbagliata dei falsi riformatori poteva essere conservata una quota di Senatori esteri eletti dai Comites o altre nuove forma di rappresentanza. La combinazione di legge elettorale e revisione costituzionale rende gli italiani all’estero di serie C.”

La cosa è ancora più grave considerando che i cittadini italiani all’estero crescono al ritmo di circa 150.000 all’anno (secondo l’AIRE), ma molto più probabilmente di 250/300.000 all’anno (poiché, come sappiamo, molti nuovi emigrati non comunicano i loro trasferimenti fintanto che non hanno trovato una collocazione lavorativa stabile, talvolta a distanza di diversi anni).

Aggiungiamo anche che la nuova legge elettorale denominata Italicum, non prevede la partecipazione degli italiani all’estero al secondo turno di ballottaggio, nel caso non scatti, al primo turno, il quorum che consenta l’attribuzione del premio di maggioranza, risultando quindi non determinanti nell’ attribuzione di una consistente quota di seggi.

Tutto ciò mostra la grave disattenzione verso l’emigrazione italiana e gli italiani all’estero, che secondo la nostra Costituzione, sono titolari degli stessi diritti civili dei residenti in patria.

Ma la riforma è così mal strutturata che non raggiunge nessuno degli obiettivi che, secondo il Governo, l’avrebbero motivata; vediamo quelli principali:

Supera il bicameralismo?

NO, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato. Molti sostengono, a ragione, che se questo fosse stato l’obiettivo, sarebbe stato semplice raggiungerlo con la semplice cancellazione del Senato.

Produce semplificazione?

NO, moltiplica fino a dieci i procedimenti legislativi e incrementa la confusione. Molti costituzionalisti sostengono che la semplificazione poteva essere raggiunta con la semplice modifica dei regolamenti parlamentari.

Diminuisce i costi della politica?

NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera? Oppure, come altri sostengono, perché non ridurre semplicemente, a tutti i parlamentari e senatori, le attuali indennità ? Una riduzione del 10% di tutte le indennità avrebbe comportato un risparmio maggiore della riduzione di 215 senatori.

Amplia la partecipazione diretta da parte dei cittadini?

NO, triplica da 50.000 a 150.000 le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare. Inoltre il nuovo Senato ridotto a 100 componenti non sarà eletto, ma nominato. Il collegamento della riforma con la nuova legge elettorale denominata “Italicum”, determina infine una riduzione grave della rappresentanza, poiché una minoranza (anche del 20% dei votanti, neanche degli elettori) può acquisire la maggioranza assoluta alla Camera, mettendo in minoranza (di seggi) l’80% dei votanti. La “sproporzione”, ovvero l’inversione del principio di rappresentanza tendenzialmente proporzionale risulterebbe addirittura drammatica e inquietante.

È una riforma chiara e comprensibile?

NO, è scritta in modo da non essere compresa. Su questo rimandiamo alla difficile lettura del testo di riforma; o, se si vuole comprendere più rapidamente la questione, a vedere questo breve video prodotto dall’ANPI: Come è stato riscritto l’Art. 70

È una riforma innovativa?

NO, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari. Anche perché le indennità dei residui senatori vanno a carico delle regioni e delle città metropolitane. Che allo stesso tempo si trovano depotenziate perché molte decisioni su materie regionali e locali tornano in mano al Governo. In questo senso, la riforma abolisce gran parte degli elementi di federalismo introdotte dalle precedenti modifiche.

A cosa serve dunque questa riforma ?

Serve essenzialmente a rendere il potere esecutivo meno vincolato possibile alle decisioni del Parlamento, introducendo in modo surrettizio una sorte di premierato che tuttavia, contrariamente a molti altri esempi di repubblica presidenziale, non si avvale dei necessari equilibri interni tra i vari poteri dello stato. (Mentre, allo stesso tempo, l’Italicum, serve ad eleggere un Parlamento il meno rappresentativo possibile della volontà popolare).

Una volta acquisita la maggioranza assoluta alla Camera (attraverso le norme previste dall’Italicum, che per l’appunto riguarda solo l’elezione della Camera, mentre il nuovo Senato non vota la fiducia al Governo), un premier eletto, magari al ballottaggio, partendo anche da una percentuale relativamente irrisoria di consensi (mettiamo il 20%), può ritrovarsi con una maggioranza parlamentare assoluta con la quale, a questo punto, può determinare l’elezione del Presidente della Repubblica, l’elezione dei membri della Corte Costituzionale, insomma degli altri organi di garanzia costituzionale. La Repubblica resterebbe solo formalmente parlamentare, mentre in realtà, tutti i poteri si concentrerebbero nelle mani del presidente del consiglio. Come si domanda Felice Besostri, ma se questo era l’obiettivo, perché non proporre una modifica della forma di governo e proporre una seria repubblica presidenziale?

La questione è che porre sul tappeto una riforma di questo genere avrebbe implicato una discussione ben più ampia e profonda; la proposta di trasformazione della natura della Repubblica, da Parlamentare a Presidenziale, avrebbe dovuto necessariamente contemplare un sistema di pesi e contrappesi tra i vari poteri istituzionali, come sono presenti in tutte le maggiori e più collaudate repubbliche presidenziali.

Certamente, una riforma di questo genere avrebbe dovuto puntare fin dall’inizio ad una maggioranza ben più ampia di quella semplice, con cui è passata in Parlamento l’attuale proposta, coinvolgendo le opposizioni e lasciando discutere i parlamentari. E difficilmente, imbarcarsi in questo percorso sarebbe stato credibile per un Parlamento – quello attuale – eletto con una legge – il Porcellum – che è stato giudicato incostituzionale dalla Corte Costituzionale.

Si è scelta quindi la classica scorciatoia, i cui limiti sono ampiamente evidenti sia sotto il profilo del metodo che del merito, anche sotto una pressione internazionale e nazionale, non soltanto di altri paesi (vedi il recente sostegno americano e tedesco), ma anche di istituzioni private (grandi banche e istituti finanziari, ecc.) che hanno visto nella riforma un’occasione di rafforzamento della cosiddetta “governance”, cioè del potere esecutivo, a discapito dei processi di decisione democratica parlamentari.

La recente espressione dell’Ambasciatore USA a favore della riforma, secondo il quale, se essa non viene approvata, vi sarebbero una riduzione degli investimenti esteri nel nostro paese, è, da questo punto di vista, molto emblematica e istruttiva.

E’ tuttavia molto strano che paesi che sono rigorosissimi quanto al rispetto delle proprie costituzioni e dell’equilibrio dei loro poteri interni, come USA e Germania, siano così bendisposti a favorire il contrario in Italia.

Non ci sarà anche una questione di “sovranità” tra le pieghe di questa riforma e dell’Italicum ?

Il Presidente Mattarella, riferendosi all’intervento dell’Ambasciatore americano Phillips, ha giustamente ricordato che la sovranità è – ancora – degli elettori italiani. Non si può che auspicare che essi la esercitino al meglio per l’oggi e per il domani, votando NO al Referendum di autunno.

 

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Ambasciata di Santo Domingo, la vittoria ha un solo padre

GIAN LUIGI FERRETTI -  Guardo la foto di Ricky Filosa che, stese a terra bandiere e messi cartelli davanti ai cancelli dell’Ambasciata, grida la sua protesta per la chiusura della rappresentanza diplomatica italiana a Santo Domingo già un mese dopo l’annuncio. Ci sono foto che colpiscono e si ricordano, che diventano un simbolo, come quella del giovane solo davanti ai carri armati in Piazza Tien a Mein, per intenderci. 
Così il Coordinatore del MAIE in Centro America e Caraibi, come un cavaliere medioevale o un lonesome cow boy partì da solo per la battaglia riuscendo man mano a coinvolgere sempre più connazionali. Ma ora che finalmente è vinta, improvvisamente si vede superare da parlamentari sgomitanti. 
Che ci volete fare? E’ la famosa storia dei mille padri di ogni vittoria. Ma dove erano tutti questi autocertificati salvatori della patria quando Ricky Filosa faticosamente riusciva ad interessare anche i tanti che dapprima erano convinti che l’Italia alla fine li avrebbe abbandonati a se stessi? Quando in Repubblica Dominicana lanciava una raccolta di firme a Boca Chica, a Juan Dolio e in Capitale grazie a Michele Cerchiara, Federico Floris e Flavio d'Alessandro? Quando Flavio Bellinato e Armando Tavano denunciavano i gravi disagi dei connazionali dovuti alla chiusura dell’ambasciata? Quando Filosa a Roma faceva presentare interrogazioni ai parlamentari del MAIE?
Questa lotta dura, alcuni mesi dopo, riuscì a risvegliare la Casa d’Italia che da quel momento profuse tutto il suo impegno. Dove erano tutti questi paladini a posteriori quando l’On. Ricardo Merlo fu l’unico parlamentare eletto all’estero ad andare a Santo Domingo, l’unico a metterci la faccia? Eppure lui è eletto a furore di popolo in America Meridionale e non con i voti della Repubblica Dominicana. Ma, quando un rappresentante autentico degli italiani all’estero crede davvero nella sua missione, si mette a disposizione senza stare a pensare alle proprie convenienze personali. Merlo incontrò l’incaricato d’affari e il Console generale onorario confrontandosi con loro sulle difficoltà per i connazionali dovute all’assenza di un’Ambasciata. Poi, una volta ritornato a Roma, cominciò a muoversi all’interno dei Palazzi, come un politico di razza sa fare, per sbloccare la situazione, mentre sul territorio la squadra del MAIE, senza mai mollare, continuava a farsi sentire sui media locali e su quelli italiani con interventi, interviste, comunicati stampa…
Guardo la foto di Ricky Filosa che quel giorno riesce a radunare faticosamente il primo gruppetto di manifestanti davanti all’Ambasciata e poi rileggo le dichiarazioni di questi giorni dell’On. Caruso, del Sen. Di Biagio e soprattutto delle onorevolesse La Marca e Nissoli e del Sen. Turano, parlamentari eletti – loro sì – nella ripartizione elettorale di cui fa parte la Repubblica Dominicana. Nessuno di costoro ha mai mosso un dito per aiutare il MAIE nella sacrosanta battaglia. Mai si sono presi la briga di prendere un aereo per recarsi a Santo Domingo pur avendo diritto a viaggiare gratis all’interno della ripartizione in cui sono stati eletti, a differenza dell’On. Merlo che il biglietto ha dovuto pagarselo di tasca propria. Se ne sono fregati. Forse hanno pensato che fosse una battaglia persa o forse hanno avuto paura di essere presi a pesci in faccia sull’isola quali corresponsabili, visto che il governo che aveva chiuso la sede diplomatica è sempre stato da loro appoggiato in Parlamento. 
Poi, due anni e passa dopo, quando sono cominciati i primi sentori che il governo si stava arrendendo e la riapertura era vicina, si è accesa la lampadina dell’interessamento. Pronti, via! E’ iniziata la corsa al tesoro per accaparrarsi un posto in prima fila per la festa della vittoria. 
Persino il rappresentante in Nord e Centro America di un’associazione un tempo gloriosa, che aveva fino ad allora brillato per la sua assenza, si precipitò a fare scena e inutile paserella. 
Mentre sto scrivendo mi giunge la notizia che la onorevola Angela Rosaria Fucsia Nissoli si è vantata con l’Ambasciatrice della Repubblica Dominicana Peggy Cabral di essere stata l’artefice della riapertura ed ha annunciato che andrà a Santo Domingo nei prossimi mesi “para dar seguimento a dicho proceso”. Sì, vada pure adesso a cose fatte, vedrà che bella accoglienza; il pesce è pronto… e lì ai Caraibi è molto buono. 
Mio caro Ricky, capisco la tua irritazione, ma non temere: gli italiani in quella zona del mondo sanno bene chi si è impegnato in prima persona e chi non ha fatto una mazza, ma ora si impegna a inviare comunicati a raffica. Quello di Caruso è particolarmente ridicolo, quello di Di Biagio parla della vittoria della “comunità” piuttosto che fare nome (Ricky), cognome (Filosa) e organizzazione (MAIE). Nissoli, La Marca e Turano possono dire e scrivere quello che vogliono, ma non riusciranno a fare dimenticare il loro assoluto disinteresse dimostrato finora nei confronti degli elettori. 
A te, Ricky, dedico la massima del Mahatma Gandhi, che ben ti si attaglia: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”.
Complimenti per la vittoria a te, a Merlo, al MAIE.

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Welcome back, Italians!

ANGELO PARATICO - Gli Australiani hanno una canzone nel loro cuore, che tutti conoscono:  “I still call Australia home” scritta da Peter Allen nel 1980. E’ la storia nostalgica di un australiano che gira per il mondo ma che si consola pensando che, mal che vada, avrà sempre una casa in Australia dove potrà ritornare. Ebbene per molti dei nostri emigrati anche questo sta diventando un sogno!
Nel 2014 il governo Renzi - dopo la concessione degli 80 euro - ha passato una legge con la quale viene stabilito che tutti gli emigrati italiani debbano pagare l'IMU sulla loro prima casa, come se questa fosse la II casa, equiparandola a un’abitazione di villeggiatura. Viene però concessa discrezione ai comuni di applicare o meno questa odiosa tassa. Verona, la città dove mia moglie possiede una casa e dove abitiamo quando rientriamo da Hong Kong,  la applica, come la gran parte delle città italiane, tutte a corto di soldi. Questa è una chiara ingiustizia! Se un residente all’estero possiede una seconda casa in Italia, allora è normale applicarvi l’IMU ma è ingiusto applicarla sulla prima. Come si può andare a chiedere soldi pure a chi è costretto a vivere lontano dal proprio Paese per guadagnarsi il pane?
Questa legge viene applicata anche ai pensionati che si trasferiscono all’estero, in luoghi dove la vita è meno costosa, per vivere un po’ più dignitosamente. Costoro risparmiano sul costo della vita ma si ritroveranno la stangata IMU per l’appartamentino che si sono lasciati dietro in Italia. E credo che molti di loro non lo hanno ancora scoperto, forse non allertati dal proprio commercialista e, dunque, dovranno pagare pure gli arretrati, con gli interessi e la multa. Welcome back, Italians!

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Si riapre l'Ambasciata di Santo Domingo: grande vittoria del MAIE

Scrive Gerardo Petta su Facebook: "Un grande risultato del Maie ottenuto con caparbietà e intelligenza nell'interesse della comunità italiana all'estero. Far riaprire um'ambasciata, dopo che il governo l'aveva chiusa, è come riconoscere di aver fatto un grave errore. Bravi, bravi, bravi!!!".
E Ricky Filosa, afferma: "Una battaglia che per ItaliachiamaItalia e per il MAIE - Movimento Associativo Italiani all'Estero di Centro America e Caraibi è iniziata due anni fa. Insieme a tanti amici, ci abbiamo messo cuore e sudore. Lavoro e passione. Ora il Cdm ci mette il suo ok: l'Ambasciata d'Italia a Santo Domingo riaprirà. Manca ancora una data, ma ormai la notizia è davvero ufficiale. Continueremo a mantenere alta l'attenzione sul caso fino a quando la data non verrà comunicata e le porte dell'ambasciate non saranno riaperte. E' proprio vero: la goccia, quando batte instancabile, scava sempre la pietra".
C'è euforia insomma, nella consapevolezza che il traguardo è a vista perchè, a questo punto, ben difficilmente il Governo potrà rimangiarsi quanto contenuto nel Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 134 in data 04 Ottobre 2016: "Su proposta del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Paolo Gentiloni, il Consiglio dei ministri ha approvato l’istituzione di tre Ambasciate d’Italia: a Niamey (Niger), Santo Domingo (Repubblica Dominicana) e Conakry (Repubblica di Guinea)".

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Il MAIE festeggia l’Italia a Dublino

Il Coordinatore del MAIE Irlanda, Daniele Meneghelli festeggia il successo della Nazionale italiana con gli amici del MAIE di Dublino nella splendida cornice del “The Brage” in Charlemont.

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