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Last updateSab, 22 Set 2018 11am

Alla Guareschi

Contrordine compagni! La frase contenuta nel comunicato degli eletti all'estero del PD "I compagni devono appoggiare i tagli dei Consolati della compagna ministri Mogherini in modo assolato" contiene un errore di stampa e pertanto va letta "I compagni devono appoggiare i tagli dei Consolati della compagna ministri Mogherini in modo assoluto"

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La Ministro Mogherini (PD) chiude i consolati. A quando le proteste?

GIAN LUIGI FERRETTI - Ho aspettato qualche giorno. Vedrai che reagiranno, mi dicevo. Ma ormai ho capito che gli amici del PD non si sognano neppure di protestare per la firma della Ministro Mogherini (PD) in calce al decreto che stabilisce la più grande ecatombe di rappresentanze diplomatico-consolari della Storia d'Italia. Firma che si può vedere nell'immagine.
Vengono chiuse d'un colpo le Ambasciate di: Reykjavik - Tegucigalpa - Rapp perm presso l'UNESCO a Parigi - Noukchott, ma sopratutto Santo Domingo. I numerosissimi italiani residenti in quel Paese dovranno rivolgersi probabilmente ad Ambasciata e Consolato di Caracas. Una follia! Andate a guardare la cartina del mondo.
Vengono chiusi gli uffici consolari di: Tolosa -  Alessandria - Scutari - Spalato - Mons - Sion - Neuchatel - Wettingen - Timisoara - Newark - Amsterdam - Tripoli - Bassora - San Gallo - Montevideo - Chambery - Digione - Grenoble - Innsbruck - Manchester - Norimberga - Saarbrucken.
Vengono chiusi gli Istituti italiani di cultura e loro sezioni distaccate di: Lussemburgo - Salonicco - Wolfsburg - Francoforte sul Meno - Vancouver - Ankara - Grenoble - Innsbruck.
Forse la scusa sarà che il decreto in realtà era stato predisposto dalla sua predecessecicre. Non sarebbe un buon argomento dacchè se uno non condivide non firma, punto e basta.
Da inguaribile ingenuo mi sarei aspettato da parte di quelli del PD un atteggiamento simile a quello adottato da noi allora del centrodestra quando il Sottosegretario Mantica si permise di fare ciò che ora fa la Mogherini. Io cancellaio 30 anni di amicizia con lui e noi tutti fummo in prima fila a contrastarlo vilentemente, financo girandogli le spalle e andandocene quando prendeva la parola al Cgie.
E dunque? Due pesi e due misure? Doppia morale?
Oppure dobbiamo aspettarci una forte reazione che sia ben di più dell' "amarezza e la forte preoccupazione" di cui ha scritto un parlamentare del PD eletto all'estero? Forse il ritardo è dovuto alla necessità di radunare le truppe?
Fateci sapere se possiamo contare su di voi. Su di noi sapete già che si può contare, QUALUNQUE SIA IL COLORE POLITICO DI CHI TAGLIA.
Intanto i parlamentari del MAIE, che all'inizio avevano dato credito al nuovo governo, hanno annunciato di ritirare la fiducia anche "per le decisioni su rete Consolare e Istituti di Cultura appena adottate dal neoministro degli Esteri Mogherini"

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Dal “de bello italico” ai soliti peccati

TORQUATO CARDILLI - Il testo della riforma elettorale, concordato segretamente da Renzi con due amiconi, tipo il gatto e la volpe, di cui uno pregiudicato e l’altro indagato, soprannominato “Italicum” è già stato bocciato sonoramente da tutti i maggiori costituzionalisti come un orribile fritto misto. Ciò nonostante il primo ministro ha inteso lanciare la sua sfida epocale al sistema politico italiano pretendendone l’approvazione in questa settimana alla Camera dei Deputati. I vari distinguo, i negoziati sotto banco ed il voto della nuova legge la faranno passare alla storia come il “de bello italico” perché sarà uno scontro mortale tra opposte fazioni di chi vuole la soppressione del Senato (di fronte alla voragine delle spese inutili dalle regioni alle provincie, il risparmio sarà relativo) e chi vuole salvare la poltrona.

Renzi conta soprattutto su due elementi, diventati suoi abituali slogan politici, la fortuna e la rapidità, qualità che erano il paradigma delle vittorie di Cesare, dalla conquista della Gallia in avanti. Ma quando, alle Idi di marzo, il testo approderà al Senato, luogo già teatro di sventura, si vedrà se si compirà l’ironia della vendetta della storia.

Per il condottiero romano coraggio, responsabilità, fortuna e rapidità, già dimostrati al Rubicone, erano temi fissi di riferimento ideologico. Parole d’ordine vincolanti per i suoi legionari che, sovvertendo il pronostico, che li dava per sconfitti per l’evidente disparità delle forze in campo, vinsero a Fàrsalo nella guerra civile contro Pompeo. Stessa strategia nella successiva guerra del Ponto contro Farnace, riassunta nel messaggio inviato da Cesare a Roma: “veni, vidi, vici”.

Ma tra gli ottimati del Senato serpeggiava un certo malcontento non solo perché Cesare ne indeboliva l’autorità con i suoi folgoranti successi, ma anche perché restavano contrari all'estensione della cittadinanza romana fuori dell’Italia e all’espansione della cultura ellenistica, mentre erano favorevoli al potere finanziario delle grandi famiglie.

Il primo ministro Renzi sembra per il momento aver dimenticato anche un altro insegnamento di Cesare, quello dell’onore.

Tutti sanno quanto accadde a Pompea Silla sua seconda moglie, protagonista di un clamoroso scandalo. Cesare era appena stato eletto Pontefice Massimo e Pretore, alla stessa età del nostro più giovane Presidente del Consiglio. In virtù di tali cariche la sua casa doveva ospitare i riti solenni in onore della Dea Bona, officiati da sole donne ed ai quali era vietata la presenza di uomini. Clodio, presunto amante di Pompea, con la complicità di una sua ancella si confuse tra le musicanti per intrufolarsi nella casa travestito da donna. Scoperto da Cotta, madre di Cesare, se la diede a gambe levate. Il giorno dopo, pur senza telefonini, internet o twitter, tutta Roma era a conoscenza del fatto commentato con sarcasmo dalla suburra al Campidoglio. Conseguenza: Cesare ripudiò Pompea, ma nel relativo processo, con meraviglia dei giudici, si rifiutò di deporre contro Clodio, dichiarandosi convinto dell'innocenza della moglie. Allora i giudici gli chiesero perché mai avesse deciso il divorzio. Cesare, conscio che solo l’onore può consentire l’iscrizione nella storia, rispose con la frase divenuta poi famosa: "La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto".

Perché raccontare questo aneddoto tra storia e leggenda? Semplicemente per ricordare al prode Matteo Renzi il senso dell’onore molto stimato al di là dei nostri confini e che è stato inutile, se non controproducente, mandare alla Camera la Ministra Boschi a dichiarare, nel question time, che non è intenzione del Governo chiedere le dimissioni dei Ministri e dei Sottosegretari indagati dato che la costituzione prevede la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Insomma costringere la neo Ministra ad imitare, come una replicante, la Biancofiore o la Carfagna o una delle tante deputate berlusconiane che difendono il proprio boss non ha fatto una bella impressione. Anzi! E’ così in men che non si dica il PD, il partito della presunta superiorità morale del neo segretario Renzi, che aveva sparato a palle incatenate contro gli atti sconvenienti dei componenti del precedente Governo letta (il Ministro delle pari opportunità Idem per un’irregolarità amministrativa, il Ministro dell’interno Alfano, che però si è tenuto vicino, per l’affare Shalabayeva, la Ministra Cancellieri per la telefonata a Li Gresti, la Ministra De Girolamo per le pressioni sulla ASL) ha consumato lo strappo con quelli che sono i principi non negoziabili dell’onore richiamati dall’art. 54 della costituzione.

Le dimissioni intervenute del Sottosegretario Gentile per il fermo delle rotative del giornale di Calabria non hanno certo sanato la situazione sulla quale il Colle ha mancato di vigilare all’atto delle nomine. E chi sono gli indagati? Il Ministro alle infrastrutture Lupi e il vice Ministro all’interno Bubbico per abuso d’ufficio, la Sottosegretaria alla cultura Barracciu per peculato aggravato, i Sottosegretari De Filippo (salute) e de Caro (infrastrutture) per rimborsi facili.

Forse sarà anche per questo che improvvisamente l’Unione Europea ha fatto svaporare il credito di fiducia che aveva dato a Renzi appena due settimane fa, quando si era insediato a Palazzo Chigi con l’intenzione di ripulire l’Italia.

Vista la piega delle compromissioni con il vecchio apparato berlusconiano, la presenza di un bel 10% di indagati nel Governo, i cedimenti sul settore della giustizia (a fianco di un ministro ragioniere sono stati messi due pezzi di artiglieria del PdL Costa e Ferri) delle infrastrutture (Lupi), della pubblica amministrazione, vera palla al piede del paese (affidata alla Madìa), dei Beni culturali (Franceschini) che continuano a crollare, della soppressione del ministero per gli affari europei, del downgrading del ministero degli Esteri affidato alla Mogherini (che non può certo stare allo stesso livello di un Kerry, Fabius, Lavrov, Hague ecc.) e la mancanza di progressi sul piano delle riforme strutturali, Bruxelles ha emesso un verdetto molto impietoso nei nostri confronti.

Dopo aver scrutinato 17 paesi ci ha relegato tra gli ultimi in compagnia di  Slovenia e Croazia appioppandoci la qualifica di paese altamente inadempiente ancora gravato da "uno squilibrio eccessivo". Siamo stati superati persino da Malta che insieme a Lussemburgo e Danimarca hanno conseguito il voto di “no imbalance”, ma il giudizio negativo nei nostri confronti per il persistente troppo elevato debito pubblico, per la carenza di competitività, per la protratta assenza di crescita, tenuto conto del peso italiano nell’UE è molto più grave di quello riferito ai due tristi compagni. Ovviamente si tratta di mali antichi, non addossabili a Renzi (cosa ha fatto in dieci mesi Letta?). Però con l'affare indagati al Governo il sindaco d’Italia ha buttato alle ortiche non solo il credito di fiducia che gli era stato regalato, ma anche quel periodo di tempo di attesa (all’insegna del lasciamolo lavorare) che si concede a tutti dopo la nomina. Ora non c'è più tempo.

Secondo il Commissario UE Olli Rehn gli eccessivi squilibri macro economici, segni di un chiaro e insufficiente aggiustamento dei nostri mali strutturali (debito del 133% del Pil nel 2013 e del 133,7% nel 2014, disoccupazione al 13% in crescita al ritmo di  480 mila posti nel solo 2013) rendono imperativa una risposta immediata di interventi correttivi per un periodo prolungato insieme ad una crescita economica sostenuta.

Come spiegato più volte, in base al Fiscal Compact, l'Italia è tenuta a sgobbare per 20 anni per riportarsi nell’alveo dei limiti europei fissati nel 60% di squilibrio tra debito e Pil e per questo dovrà ridurre ogni anno di un ventesimo la quota eccedente il 60%, che equivale a circa 50 miliardi all’anno.

Solo l’anno scorso ed a prezzo di sacrifici dolorosi sopportati dal popolo, mentre la classe politica, i palazzi del potere, le varie caste e la dirigenza del paese hanno continuato la vita allegra, siamo usciti dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo e siamo entrati nella categoria dei sorvegliati speciali, come se avessimo un braccialetto elettronico da galeotti in libertà vigilata. Se evadiamo ci faranno pagare tutto.

Sarà Renzi capace, facendo ricorso alla sua audacia e celerità, come aveva fatto intendere nel suo discorso programmatico, di sovvertire i pronostici di quanti ci considerano già un paese irrimediabilmente fallito? Sarà all'altezza di rinegoziare con una Farnesina sgangherata (vedi vicenda dei Marò) la nostra posizione in Europa? Sarà capace di farci uscire subito dal buco nero dell'Afghanistan mentre già rullano i tamburi di guerra in Ukraina? Sarà capace di stoppare una buona volta la folle spesa di decine di miliardi per gli F35? Saprà rinnovare la dirigenza dei boiardi di Stato che ci hanno ridotto in queste condizioni?

Dai primi passi nella scelta della squadra di Governo e della priorità legislativa assegnata solo alla legge elettorale, mentre il paese affoga, crediamo di no. Il de bello italico ne sarà la prova.

 

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Come votano i parlamentari eletti all'estero

ALBERTO BRUNO - La Camera dei Deputati ha approvato il 12 marzo (365 voti favorevoli, cioè una maggioranza di soli 49 voti) la nuova legge elettorale cosiddetta Italicum, che ora passa all’esame del Senato, dove non avrà vita facile.
Si tratta di un mostro incostituzionale di cui non sembrano troppo preoccuparsi né il Primo Ministro Renzi, né i partiti di Governo, né i Deputati che l'hanno votato, né, si presume, il Colle, sempre pronto a fare moniti e richiami se le cose non collimano con il suo pensiero.
A prescindere dal fatto che questa nuova legge non elimina le incompatibilità con quella vigente per le elezioni dei Deputati all'estero, sicché i due mondi continueranno ad essere governati da leggi diverse, va subito detto che non modifica nemmeno la legge elettorale per il Senato. Il motivo ufficiale addotto dalla maggioranza è che il Senato sarà abolito con la riforma costituzionale che dovrebbe essere avviata quanto prima, ma il risultato pratico per ora è questo: se nel frattempo per il crollo della maggioranza si dovesse andare a votare, le due Camere saranno elette con leggi diverse restando il Senato disciplinato dal sistema proporzionale puro, (senza premio di maggioranza) e con il voto di preferenza.
Con l’Italicum l’Italia sarà divisa in 120 piccole circoscrizioni (individuate dal Ministero dell’Interno), nelle quali non sarà possibile l’esercizio del voto di preferenza, perché l’elettore si troverà di fronte a liste bloccate, composte da tre a sei candidati, che conquisteranno il seggio secondo l’ordine di lista.
Sono previsti tre tipi di sbarramento: del 4,5% se la lista è coalizzata, dell’8% se la lista corre da sola e del 12% per le coalizioni.
C’è anche il premio di maggioranza del 15% (già presente nella legge porcellum e bocciato dalla Corte Costituzionale) che consente a chi vince di portarsi a casa 340 seggi su 630.
Il premio sarà concesso al partito o alla coalizione che superi al meglio al primo turno il 37% dei voti. Se nessun partito o coalizione dovesse arrivare al 37%, andranno al secondo turno di ballottaggio, per aggiudicarsi il premio di maggioranza, i primi due partiti o coalizioni.
Il vincitore del ballottaggio, qualunque sia stato il risultato del primo turno, otterrà il 53% dei seggi, mentre il restante 47% sarà attribuito proporzionalmente alle altre forze politiche che hanno superato lo sbarramento, secondo i voti riportati al primo turno.
In linea teorica, ragionando sulla base dei risultati delle elezioni del 2013, si potrebbe avere una casistica di vere  e proprie assurdità come ad esempio:
 Potrebbero partecipare al ballottaggio due partiti che riportino al primo turno rispettivamente il 25% e il 24,5% dei voti con uno scarto minimo e quindi dotati di una forza di consenso popolare quasi identica, mentre resterebbe fuori chi avesse riportato il 24,4%.
 Potrebbe capitare che il secondo classificato al primo turno ottenga invece al secondo turno il premio di maggioranza e vedersi assegnati molti più Deputati di quanti ne meriti la sua forza politica, mentre il partito che al primo turno, seppur di poco aveva prevalso si vedrà relegato ad un ruolo marginale.
 Non è detto che il secondo turno faccia registrare grandi percentuali di affluenza al voto, per cui potrebbe anche darsi che a decidere le sorti del premio di maggioranza siano poche centinaia di migliaia di voti rispetto ai milioni del primo turno.
 Il partito che al primo turno ottenesse ad esempio il 24% e che al ballottaggio riportasse solo il 49,5% vedrebbe la sua forza politica e la sua rappresentanza parlamentare inchiodata comunque al 24%, come se gli ulteriori consensi del secondo turno (pur avendolo portato a superare il raddoppio) non avessero valore.
 Al contrario il partito che avesse riportato al primo turno il 24,5% ed al ballottaggio arrivasse al 50,5% avrebbe il vantaggio immeritato di un premio di maggioranza assurdo pur avendo ottenuto gli ulteriori consensi in misura quasi analoga a quella riportata dal partito perdente dell’esempio D (classico esempio dei due pesi e due misure).
 Alla faccia del principio della declamata restituzione al cittadino del potere di eleggere il proprio rappresentante è previsto che lo stesso candidato possa presentarsi in otto collegi diversi. Questo imbroglio della fede pubblica, presente solo in Italia, nega il principio della territorialità dell’eletto ed equivale a certificare che in sette collegi l’elettore vota per il candidato A, ma si ritroverà ad avere eletto il candidato B o C ecc.
 Per l’attribuzione dei seggi in base ai resti non si andrebbe a pescare da una lista del proporzionale (come era con la legge detta Mattarellum), ma attraverso un algoritmo arzigogolato potrebbe essere favorito il candidato della lista meno votata.
La democrazia, per essere piena, deve poggiare sulla libera scelta del proprio candidato da parte dell’elettore. Se questa condizione non si verifica, come nella legge appena approvata, si può ben dire che si tratta di una democrazia handicappata da paraolimpiade.
Per cercare di sanare almeno parzialmente questa stortura La Russa (FdI) aveva presentato un emendamento contrario alle liste bloccate e favorevole alla espressione delle preferenze. Questo emendamento è stato bocciato per 20 voti: 297 a 277. Ciò significa che sarebbero bastati 11 voti in più a sostegno dell’emendamento per mandare in minoranza la proposta governativa e dopo tanti anni di porcellum restituire al cittadino la potestà di scelta. Purtroppo così non è stato.
Sarebbe interessante a questo punto conoscere come abbiano votato i 12 Deputati della circoscrizione estero che, come noto, sono stati eletti con l’espressione della preferenza: 5 del PD (Farina, Fedi, Garavini, La Marca, Porta) 4 del MAIE ((Borghese, Bueno, Merlo) , 1 del Misto (Tacconi) 2 di PI (Caruso, Nissoli) e 1 di FI (Picchi). Il voto segreto non ha consentito di sciogliere il dubbio, ma gli interessati farebbero bene a far sapere quale sia stata la loro scelta su questo punto di una legge palesemente illogica.
 
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E veniamo al Senato destinato alla soppressione, secondo il programma politico di Renzi.
Ancora non sappiamo la piega che prenderà la discussione sulla nuova legge elettorale, né quella della riforma della Costituzione secondo cui i Senatori dovrebbero votare per la loro estinzione. Atteniamoci ai voti espressi su altri provvedimenti.
E’ di questi giorni la battaglia dello sciopero della fame e della sete di Giorgio Pagano che si batte con coraggio per la difesa della lingua italiana.
Quante volte i Senatori eletti all’estero hanno recitato geremiadi e battuto su questo tasto, per difendere l’insegnamento dell’italiano nelle scuole oltre confine, per garantire una cultura ai figli dei nostri connazionali emigrati, per non disperdere quel patrimonio di sapere nazionale? Infinite volte. Risultato? Zero. Eppure i 6 Senatori eletti all’estero : 3 del PD (Giacobbe, Micheloni, Turano) 1 delle Autonomie/MAIE (Zin), 1 del Misto (Longo) e 1 del PI (Di Biagio) non sono stati capaci di fare fronte comune nel contrastare spese contrarie al buon senso. A più riprese non hanno esitato a votare compatti in favore del rinnovo della nostra missione militare in Afghanistan. Sono più di dieci anni che il popolo italiano paga 500 milioni di euro all’anno, per partecipare ad una guerra inutile e persa in partenza, dalla quale si ritirano persino gli americani dopo averci rimesso le vite di migliaia di soldati. Con solo un decimo di quanto abbiamo speso inutilmente avremmo potuto garantire le cure mediche e l’insegnamento dell’italiano a 100 mila nostri bambini sparsi per il mondo.

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Consultazioni: Solo il MAIE parla di italiani nel mondo

Anche in questa occasione, le consultazioni al Quirinale, se non fosse stato per il MAIE nessuno avrebbe parlato di italiani nel mondo.
Qualcuno obietterà "A che serve parlarne?". La facile risposta è che sicuramente a nulla serve non parlarne.
Per qualche minuto del loro prezioso tempo il Presidente della Repubblica ed i suoi alti, importanti funzionari sono stati messi davanti alla realtà che - come ha detto testualmente l'On. Franco Bruno - "il corpo elettorale italiano è formato anche dalla eccezionale risorsa di lavoratori, imprenditori, pensionati, giovani che sono italiani ma vivono all'estero".
Hanno dovuto riflettere sul fatto che - è sempre Bruno che parla - "abbiamo riscoperto questa realtà unica al mondo, con le sue potenzialità, l'abbiamo iscritta nella Costituzione, ma è tempo di attribuire alla nostra vasta comunità all'estero gli strumenti per concorrere veramente all'azione di governo, alla coesione sociale e al rilancio economico e competitivo dell'Italia nel Mondo".
Nasce un nuovo governo? Ebbene Bruno avverte come "per noi diventa  fondamentale un programma serio ed  efficace di politica per gli italiani all'estero che cominci con l'evitare le chiusure e i declassamenti dei Consolati nelle Regioni del mondo dove la nostra collettivitá è presente".
Nessun altro ha speso mezza parola per gli italiani all'estero. Non Forza Italia che probabilmente continua ad ignorarne l'esistenza. Pare che Verdini non riesca a capacitarsi: "Sto bischero di Pihhi o hi l'ha mandato alla Hamera se noi a Firenze non s'è neppure messo in lista?".
Non i grillini dell'On. Tacconi, che neppure si sono presentati.
Non i montiani o post montiani o pre casiniani (Di Biagio, Caruso e Nissoli).
Quelli del PD? Non si pretendeva che ne parlassero addirittura al Capo dello Stato, ma non ne hanno neppure parlato nella direzione del partito.

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