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Last updateSab, 22 Set 2018 11am

Cittadinanza agli stranieri...ma i connazionali all'estero?

GIULIO TERZI  (Ex ministro degli esteri) - E’ sempre più di attualità il dibattito sulla cittadinanza da riconoscere ai figli di stranieri residenti in Italia senza alcun titolo legale. Il tema non solo è “sensibile”, ma richiama a un confronto ben più ampio nei confronti non soltanto degli immigrati stranieri in Italia ma anche e soprattutto nei confronti dei nostri connazionali che sono emigrati all'estero. Si tratta infatti di valutare il rapporto tra il cosiddetto "Jus soli" (diritto di cittadinanza se si è nati sul territorio nazionale) e lo "jus sanguinis" (diritto di cittadinanza solo se si è nati da genitori che già avevano la cittadinanza italiana)
1) "JUS SOLI". La proposta del Governo di modificare il principio dello "jus sanguinis" e di applicare solamente lo "jus soli", riconoscendo quindi la nostra cittadinanza a tutti i minori stranieri nati in Italia anche da cittadini stranieri senza cittadinanza italiana, amplia considerevolmente la sfera dei “beneficiari” rispetto alla normativa attuale. La proposta non inserisce nella legislazione un principio nuovo, bensì l'ampliamento di un principio - lo "Jus soli" - che di fatto esiste già nella nostra legge, che recita: "Lo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data". Un aspetto fondamentale, questo, per comprendere come nell'ordinamento italiano non esistano "diritti negati" per gli immigrati nel nostro Paese a condizione che l'immigrazione avvenga legalmente o sia opportunamente legalizzata. Lo scopo dell'innovazione anticipata dal Governo sarebbe invece di assicurare il riconoscimento “automatico” della cittadinanza a minori nati in Italia anche da immigrati sprovvisti di un titolo legale di residenza. Alcuni credono ideologicamente che un’ulteriore virata verso lo "Jus soli" costituisca di per sé un progresso in materia di cittadinanza anche per Stati come l'Italia, nazione non certo bisognosa di sollecitare massicci flussi in entrata per "popolare" il proprio territorio com’è avvenuto in USA e Australia, mentre in Paesi come il nostro è probabile che una rapida modifica della composizione sociale - incoraggiata da misure come quelle ipotizzate dal Governo - rimetterebbe pericolosamente in discussione equilibri economici, identitari, culturali e di convivenza civile maturati nel corso della lunga e complessa formazione dello Stato Unitario, determinando inoltre una crepa nel "principio di legalità'" in materia migratoria. Per contro, chi tar gli stranieri ha realmente diritto alla cittadinanza, per aver rigorosamente sempre rispettato le nostre Leggi, essersi inserito, avere un lavoro stabile e pagare le relative tasse, etc, la attende per anni ed anni a causa di folli ritardi burocratici: legittimo il dibattito democratico su un tema così importante, ma perché allora non pensiamo prima allo snellimento di pratiche e procedure, così da garantire che tutte le opportunità già offerte dalla Legge siano applicate correttamente e tempestivamente, anziché continuare produrre situazioni giuridiche nuove e spesso insostenibili, in una realtà socialmente sempre più esplosiva e radicalizzata, dove il Governo apre Centri di accoglienza e lascia proliferare campi illegali, ignorando la legittima necessità di sicurezza di interi quartieri ad enorme rischio, sempre senza informare e coinvolgere prima la popolazione residente…?
2) NOSTRI CONNAZIONALI ALL'ESTERO: DISCRIMINATI E PENALIZZATI. La proposta sullo "Jus soli" aggrava però l'inaccettabile “strabismo” degli ultimi Governi nel dedicare tutti i loro sforzi alla condizione economica e giuridica degli stranieri in Italia senza però riservare alcun paragonabile impegno alla condizione dei nostri connazionali all'estero, in materia di riconoscimento della cittadinanza, come anche di rappresentanza politica è associativa. Per molti cittadini di origine italiana residenti all'estero il riconoscimento della cittadinanza italiana in base alle norme vigenti costituisce sempre più un diritto negato. Senza che il Parlamento abbia sancito alcuna modifica legislativa, i provvedimenti adottati dal Governo agiscono in modo surrettizio per accrescere oneri finanziari, tempi di trattazione, assistenza ed erogazione di servizi consolari che sono indispensabili per le pratiche di cittadinanza. Ad esempio, nella Legge n° 89 del giugno 2014 è stata inserita una norma (c.d. "emendamento Tonini") che stabilisce una tariffa consolare ben 300 euro a carico del cittadino richiedente, fino a prima inesistente, per l'avvio di ogni singola pratica di cittadinanza. La motivazione addotta dai proponenti era quella di dotare il Ministero degli Esteri di maggiori risorse finanziarie che - attraverso l'assunzione di nuovo personale a contatto e di strumenti informatici più moderni - migliorassero l'efficienza del servizio nel settore della cittadinanza. L'effetto è stato esattamente il contrario: da un lato la nuova tariffa scoraggia fortemente i numerosi nostri connazionali che sono in difficoltà economiche all’estero, dall'altro - con una beffa burocratica tutta italiana - le tariffe sinora percepite dai Consolati sono acquisite dal Ministero delle Finanze anziché dalla Farnesina, e non esiste neppure un provvedimento regolamentare che renda automatico il trasferimento delle somme dal MEF al MAE. Inoltre, l'erogazione dei Servizi Consolari sta subendo crescenti limitazioni a causa della continua soppressione di Uffici Consolari soprattutto – paradossalmente - nei Paesi a maggior presenza di emigrazione italiana, soppressioni contro le quali mi ero fermamente battuto nel mio incarico da Ministro degli Esteri. La "destrutturazione" della rete Diplomatico-Consolare risponde a una precisa scelta dell'Amministrazione: quella di effettuare riduzioni di spesa eliminando non pochi Uffici della rete Estera per poter mantenere inalterata la percentuale degli impiegati di ruolo assai costosi, rispetto agli impiegati locali – sempre di cittadinanza italiana - a contratto, meno costosi, in quanto non vi sono da pagare indennità di trasferta... Tale scelta, imposta dalla CGIL che dispone alla Farnesina della maggior forza contrattuale e ci tiene a garantire le elevate indennità percepite all'estero dai propri iscritti, era stata modificata dalla Commissione MAE per la Spending Review nella sua relazione del 2012, ripresa poi anche nell'Atto del Senato n. 3-00746 del 20/2/2014, ma i Governi Letta e Renzi sono invece tornati a privilegiare "risparmi" basati sulla riduzione dei servizi per i nostri connazionali all'estero, anzichè riequilibrare - come fanno tutti gli altri Paesi UE - la presenza del proprio personale all'estero, sostituendo quello di ruolo in trasferta con quello locale a contratto, assai meno oneroso per il bilancio bello Stato. Questa situazione penalizza di fatto il riconoscimento della cittadinanza italiana per chi ne ha diritto. Una ricognizione effettuata nelle sedi consolari del Nord e Sud America ha rivelato tre aspetti preoccupanti:
- mancanza di trasparenza da parte degli Uffici Consolari circa il numero di pratiche in trattazione e i tempi occorrenti per concluderle;
- attese per accedere agli sportelli, gli appuntamenti vengono fissati ad anni di distanza;
- attese inaccettabili, anche dell'ordine di mesi, per i titolari di passaporto italiano che necessitano di rinnovi.
Altrettanto carente appare l'azione di Governo in tema di Rappresentanza politica e associativa dei nostri connazionali all’estero. Dopo un lungo ritardo nello stabilire nuove procedure e date per le elezioni dei “Comites”, le organizzazioni di rappresentanza degli interessi dei nostri connazionali all’estero, la consultazione è stata fissata al 19 Dicembre 2014. Nessuna innovazione è stata apportata dal Governo, nonostante fosse stata promessa, e il voto continuerà a essere espresso per corrispondenza senza alcuna possibilità di voto telematico, ipotesi che era stata accertata fin dallo scorso anno con previsione di considerevoli risparmi e di forte incentivo a votare. Averla accantonata significa comprimere considerevolmente la partecipazione al voto per i Comites, che in diverse circoscrizioni consolari non supera il 5-10% degli aventi diritto. LA MIA DOMANDA IN DEFINITIVA E’: purchè si preservi il principio di legalità, bene dibattere dei diritti degli immigrati, dal momento che l’Italia è stata nel secolo scorso uno dei paesi più attivi in termini di emigrazione, ed abbiamo a più riprese criticato il trattamento ricevuto dai nostri nonni e padri in paesi stranieri…MA DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO CHI SI OCCUPA? Perché il Governo non dedica analoga attenzione nella difesa dei diritti di chi è di discendenza italiana, e la nostra cittadinanza c’è l’ha, o la vuole mantenere/recuperare…?

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Il brutto pasticcio delle elezioni dei Comites che probabilmente non si terranno più

GIAN LUIGI FERRETTI - Il governo ha deciso, come provvedimento urgente, di rinviare le elezioni dei Comites ad aprile dell’anno prossimo perché risultano attualmente iscritti nelle liste elettorali consolari poco più di 60 mila elettori, circa il 2% dei votanti.
Stupisce lo stupore di chi pare accorgersi oggi del pasticcio combinato da incompetenti (nella migliore delle ipotesi).
Lo sapevano anche i sassi che fare votare solo chi si iscrive avrebbe abbassato di molto la percentuale dei votanti, ma ci sarebbe stato un modo per contenerla a limiti accettabili. Ma nessuno degli incompetenti naturalmente ci ha pensato.
Se si fosse almeno dimezzato il numero di firme per la presentazione delle liste:
a) Sarebbero state presentate più liste aumentando la competizione e quindi la partecipazione. In molti posti c’è un’unica lista. E quante non sono riuscite a tagliare il traguardo per la mancanza di 5-10 firme;
b) Sarebbero state presentate liste anche nelle 20 circoscrizioni ora completamente sguarnite, dove naturalmente nessuno andrà a votare.
Non so ora cosa abbiano in mente di preciso gli incompetenti (sempre nella migliore delle ipotesi) ma dubito molto che ci saranno queste elezioni dei Comites il 17 aprile del 2014. Chi ha orecchie per ascoltare ed occhi per vedere si è accorto che Renzi vuole andare alle elezioni politiche nella primavera dell’anno prossimo. Basterebbe considerare tutte le tasse ed i balzelli approvati ed in via di approvazione che entreranno in vigore nel 2016 per capire come stanno le cose: intanto si vota e poi chi ha avuto ha avuto…
Se si voterà per le politiche sicuramente non si voterà per i Comites. A meno che agli incompetenti (sempre nella migliore delle ipotesi) non venga in mente di accorpare le elezioni dei Comites alle elezioni politiche sommando pasticcio a pasticcio, ma non credo che arriverebbero a tanto. Vivaddio, c'è un limite anche all'incompetenza.

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Imbroglio democratico

Irregolarità sulla raccolta delle firme per la presentazione delle liste per le elezioni dei Comites e porcate varie
ALBERTO BRUNO - Da più parti è stata sollevata con stupore la denuncia delle irregolarità sulla raccolta delle firme per la presentazione delle liste per le elezioni dei Comites, sempre rimandate da vari Governi senza che fosse studiata la migliore soluzione attuativa, ed ora accelerate con regole a dir poco cretine.
Stando ad un'interrogazione parlamentare ci sarebbero stati spiacevoli episodi di fogli in bianco non  numerati, di code per l'autenticazione delle firme, di disorganizzazione varia tutta a vantaggio dei patronati sul posto e della loro lista unica.
Perché ci si meraviglia tanto? Non era bastato in occasione delle elezioni politiche lo sconcio dello spoglio negli hangar di Castelnuovo di Porto delle schede votate all'estero, effettuato da personale raccogliticcio privo di istruzioni precise e per nulla interessato al rispetto delle procedure del controllo dei tagliandi?
Forse che non è bastato che le Procure d'Italia fossero state investite della responsabilità di indagare su quanto accaduto nella vidimazione delle firme nella regione Piemonte che ha evidenziato come l'elezione alla presidenza del leghista Cota poggiasse su veri falsi o nella regione Lombardia che ha inguaiato il presidente Formigoni eletto con il PdL ed ora nel NCD o nella regione Lazio sia all'epoca del Governatore Storace  sia della Polverini entrambi del PdL?
Forse che a livello centrale nazionale c'è maggiore onestà? Forse che non viene in continuazione sfregiata l'esemplare correttezza che si presume debba essere la carta di identità di chi siede in parlamento?
Non mi riferisco ai frequenti cambi di casacca, ormai diventati un'abitudine a seconda di come spiri il vento che orienta la banderuola dei propri bassi interessi, che in un anno e mezzo di legislatura ha marcato il tradimento dell'elettorato da parte di 78 senatori e di 76 deputati. Intendo qui parlare dell'ultima fino a ieri, ma certo non ultima in futuro, dimostrazione di violazione dei più elementari principi di correttezza in spregio al codice penale ed alla buona fede popolare.
Il Presidente del Consiglio è intervenuto in Senato per illustrare la manovra economica in vista dell'imminente Consiglio Europeo. Discorso di 37 minuti, scialbo, veramente vuoto di contenuti, fatto di soliti annunci e richiami alla svolta, all'ammodernamento del paese, senza che fossero toccati i temi più immediati per la vita di milioni di persone. Insomma una riedizione tipo conferenza stampa senza diapositive fatta per pubblicità piuttosto che per cogliere dal dibattito quegli spunti correttivi per un’incisiva azione di governo. Insolenza finale: in violazione delle regole della democrazia, il premier non ha replicato alle obiezioni mosse dall'emiciclo e se ne è andato lasciando di stucco i senatori non abituati a questo atteggiamento strafottente. Ma qui la storia si è fatta davvero molto grave scivolando dal piano del bon ton in quello della correttezza e del rispetto del codice.
Alla presidenza del Senato è pervenuta una risoluzione con in calce i nomi dattiloscritti e le firme dei capi gruppo di maggioranza (Luigi Zanda del PD, Maurizio Sacconi del NCD, Karl Zeller della SVP, Lucio Romano di PI e Gianluca Susta di SC) che diceva testualmente "il Senato, udite le comunicazioni del presidente del Consiglio, relative alla riunione dei capi di Stato e di governo del 23 e 24 ottobre a Bruxelles, le approva".
Il fatto assurdo, ampiamente accertato, è che il documento si è rivelato apocrifo: le firme non erano quelle dei senatori sopra nominati, ma risultavano essere state apposte da un'unica stessa mano, senza nemmeno l'accortezza del cambio di biro. A nulla sono valse le proteste della Lega e del M5S. La presidente di turno Lanzillotta, vecchia marpiona della politica sopravvissuta ai vari cambi di governo, per quanto in imbarazzo, ha dato per autentiche le firme fino a prova contraria dato che gli interessati non avevano contestato le firme stesse. All'esplicito invito  rivolto ai cinque capi gruppo di dire si o no sulla veridicità della firma ha fatto riscontro un muro di silenzio. Tutti sapevano in Senato che il PD e gli altri gruppi avevano organizzato un documento con firme false.
Né ha prodotto un qualche effetto l'accusa di aver toccato con questo documento il fondo dell’imbroglio democratico (taroccamento dei regolamenti parlamentari, delle riforme date sempre per fatte mentre restano nel limbo degli annunci,  dei conti della finanziaria, ecc.).
La prode Lanzillotta ha indetto la votazione sul documento farlocco al solo scopo di blindare il governo sulla manovra all'esame della Commissione europea.
La figuraccia di aver raccolto in questo modo una maggioranza di misura di 152 voti ha certamente travalicato le Alpi ed ora la parola passa alla Magistratura (falso in atto pubblico, truffa ad organo costituzionale) dato che la stampa si è già divertita a pubblicare la foto di questo foglietto insieme a quella di un'altra mozione sullo slittamento del pareggio di bilancio di qualche giorno prima con gli stessi firmatari i cui autografi sono totalmente diversi.
Dunque ci stupiamo ancora se all'estero i politicanti si comportano allo stesso modo per il rinnovo dei Comites sopravvissuti, dopo la falcidia di quelli di antica data di Spagna, Francia, Grecia, Danimarca ecc?
E' inutile girarla in tondo. I massimi responsabili di quanto accade su tutto quanto ha attinenza con i 4 milioni di italiani nel mondo sono i 18 parlamentari eletti all'estero, sempre pronti e vigili a difendere la poltrona e i propri privilegi, ma restii a metterli a repentaglio per difendere i diritti degli italiani nel mondo. Sono stati mandati a Roma per fare che?

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Bullismo da quattro soldi

TORQUATO CARDILLI - Durante lo scorso ventennio, quando alla guida del governo italiano c'era Berlusconi, la stampa internazionale prendeva in giro il nostro paese con articoli salaci per aver votato una persona "unfit to govern" raffigurata in vignette al vetriolo che ne mettevano in risalto gli aspetti istrionici da guitto di periferia.
Nel periodo Monti e in quello successivo di Letta l'aspetto esteriore del ruolo di premier è rientrato nei ranghi della normalità pur lasciando spazio in Italia all'ironia di Crozza che ridicolizzava la posa ingessata del senatore a vita o l'infantile riferimento a Jo Condor di Letta nipote.
Con Renzi, purtroppo, siamo tornati oltre che sul palcoscenico del varietà degli imitatori sempre attivo, anche sulla scena internazionale come un paese guidato da un premier con l'atteggiamento da bullo di periferia che le spara grosse e che infila gaffes una dietro l'altra (vedi "La politica estera in bollicine” del 23 maggio).
Purtroppo il ragazzotto da Rignano sull'Arno agisce d'impulso e cade nelle trappole della satira e della dialettica tra Stati da cui un politico navigato starebbe alla larga.
L'Economist aveva pubblicato, tempo fa, una copertina dedicata alla barchetta Europa in procinto di affondare con la Merkel e Hollande nelle vesti di nocchieri, mentre dietro di loro il guardiamarina Renzi teneva in mano un gelato e il timoniere Draghi cercava di svuotare l'acqua di bordo. Nessuno ha reagito, tranne il nostro Premier. Qualche giorno dopo, volendo rovesciare l’ironia sugli inglesi, ha fatto entrare nel cortile di palazzo Chigi il carrettino del gelataio suo amico che gli ha offerto un cono con cui si è fatto immortalare dai cameramen presenti. Figura da gelataio!
Non contento è andato a New York per intervenire alla 69ma assemblea generale delle Nazioni Unite ed affrontando il tema del conflitto arabo-israeliano ha sottolineato la necessità di una pace tra "palestiniani e israeliani". Sarebbe il caso che il suo consigliere diplomatico gli ricordi che gli abitanti della Palestina si chiamano palestinesi. Poi distillando pillole di saggezza sull'Isis ha detto che quando è stato a Irbil (Iraq) ha visto che lì era in corso un genocidio. Frase troppo forte non pronunciata nemmeno dal presidente iracheno.
Sarebbe certo per tutti molto più appagante poter parlare del nostro premier come di una persona elegante, prudente, garbata nei modi, rispettosa delle regole, coerente e far così felici tanti abituali laudatores tra cui le vestali osannanti come le varie Moretti, Bonafè, Picierno, Serracchiani, Boschi, Madia, de Micheli ecc.
Purtroppo non lo si può fare perché ogni giorno che passa Renzi non fa altro che picconare la sua credibilità internazionale.
In Parlamento alcuni giorni fa si è permesso di deridere grossolanamente la Commissione Europea riferendosi, con un'ironia becera da bar sport, ai rilievi sulla legge di stabilità per negare che ci fosse una qualche ombra di incomprensione a livello politico ed accusando la stampa di gonfiare in una bolla il minimo insignificante spiffero "di un portavoce, del segretario del sottosegretario della Commissione" ecc.
Invece il ministro Padoan aveva già ricevuto il 15 ottobre per posta elettronica una lettera di rilievi alla manovra finanziaria ritenuta non coerente con gli obiettivi del Patto di stabilità, non chiara sull'aggiustamento strutturale del bilancio e dubbiosa su come il governo possa assicurare il rispetto dei paletti economici.
Questa lettera, firmata dal Vice Presidente Jyrki Katainen (ex premier finlandese, attuale responsabile Ue per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività quindi supervisore di tutti i principali portafogli economici), recava a caratteri cubitali la dicitura "Strictly Confidential" stando a significare la necessità di mantenersi nella tradizione di riservatezza, tanto nei rilievi quanto nelle risposte, per non alimentare malintesi ed equivoci nell’opinione pubblica, già troppo critica verso l’Europa in questo momento di grave crisi economica.
Nel merito si rilevava che il governo italiano ha “pianificato una deviazione significativa dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di medio termine (Mto, medium-term budgetary objective) per il 2015 e che rispetto alla stabilità del 2014, rinvia il raggiungimento degli obiettivi al 2017 rimandando di conseguenza al futuro la riduzione del rapporto Deficit/Pil e infrangendo così gli impegni richiesti dalla clausola preventiva del Patto di stabilità". E continua sullo stesso tono che il budget italiano per quanto riguarda il deficit strutturale prevede una correzione "solo" dello 0,1% del Pil mentre l'obiettivo di pareggio di bilancio strutturale passa dal 2016 al 2017, slittando così di due anni complessivamente sugli impegni iniziali del 2015. Per queste ragioni, la lettera di Katainen chiede chiarimenti da far pervenire entro il 24 ottobre all’apertura del vertice europeo, augurandosi di continuare un "dialogo costruttivo". Dunque un avviso che non è ancora una concreta bocciatura. Nulla di drammatico che avrebbe potuto ricevere una risposta con elementi di fatto non considerati dalla Commissione.
E invece che cosa ti combina l'Italia?  Mette in rete tale lettera. Diffondendola urbi et orbi scatena l'ira di Barroso che in pubblica conferenza stampa accusa l'Italia di inaffidabilità perché uscita dai binari della correttezza istituzionale di riservatezza sugli atti preliminari dell'esame di merito della Commissione sulle leggi di bilancio degli Stati membri.
A questo punto si sarebbe potuto gettare acqua sul fuoco e spegnere queste incomprensioni che sono anche caratteriali. Invece Renzi, cade di nuovo nella trappola e si comporta da piromane. Non solo da padrone di casa arriva all’ultimo minuto al vertice sotto la sua presidenza, ma reagisce alla Masaniello, d’impulso, come un giocatore di poker principiante.  Rilancia la sfida all’Europa. Riferendosi alla differenza contabile di 2 miliardi di euro la sua strafottenza non ha limiti e improvvisa “due miliardi? Se vogliono li mettiamo domani mattina”, come se avessimo un bancomat pronto, mentre il suo Governo non è stato capace di trovare 46 milioni per i danni dell’alluvione in Sardegna, non ha ancora preso un impegno fermo per i 100 milioni di danni dell’alluvione in Liguria e per far quadrare quello che non può quadrare si aggrappa al rinvio del pagamento delle pensioni di 10 giorni, per risparmiare 6 milioni di euro in un anno a danno degli aventi diritto.
Poi rincara la dose, manco fosse un nuovo Woodrow Wilson fautore della diplomazia aperta, che tuttavia non rinnegava la quiet diplomacy ritenuta fondamentale per il successo del negoziato,  con la sparata:  “in questo palazzo è finito il tempo delle lettere segrete. D'ora in poi vigerà la regola della chiarezza e della trasparenza sui rapporti con Bruxelles. Pubblicheremo anche le spese dell'Europa e sarà divertente”. Peccato che in Italia si rifiuti di svelare un segreto inviolabile, il Patto del Nazareno, che ha a che fare con la forma di governo, con la legge elettorale, con la riforma della costituzione, con le nomine negli enti pubblici e nei posti chiave della amministrazione civile e militare dello Stato, nelle partecipate, nelle banche  eccetera. Vuole realmente abbattere il muro delle cose riservate? Allora inizi con il pubblicare il patto del Nazareno in tutte le sue clausole di potere di governo e di sottogoverno, di favori e di protezioni pubbliche e personali. Solo allora potrà essere creduto.

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Comites, disastro annunciato

ALDO ZENONI - Tutti in piedi per una standing ovation! Ci sono riusciti a distruggere i Comites con la loro stupida pretesa di raffazzonare le elezioni all’improvviso, di corsa e con regole cretine.
Le prime notizie che mi arrivano a spizzichi e bocconi stanno delineando il quadro di un disastro di proporzioni bibliche almeno in Europa dove vive la metà degli italiani all’estero.
La Spagna non avrà un Comites: nessuna lista a Madrid, nessuna lista a Barcellona. Metà della Francia non avrà Comites: nessuna lista a Lilla, nessuna lista a Nizza.
La Danimarca non avrà un Comites, la Grecia non avrà un Comites. E così via.
E nella maggioranza dei posti è stata presentata una sola lista spesso la “lista del patronato”. Qualche miracolo è riuscito a farlo il MAIE in località come San Gallo, Stoccarda, Principato di Monaco, Berlino, Zurigo E FI in posti come Londra e Berlino.
Regole cretine, dicevo. Se chi le ha stilate aveva come obiettivo la fine degli organi di rappresentanza, ha raggiunto l’obiettivo. Se invece era in buona fede, delle due l’una: o era un fesso o era un marziano. Perché solo un marziano può ignorare che anche in Italia le firme dei presentatori sono un grosso problema. Andatelo a chiederlo a Cota, che per irregolarità nella raccolta delle firme, è decaduto da Presidente della Regione Piemonte. Andatelo a chiedere a Formigoni sotto processo. Andatrelo a chiedere a Storace con il suo Laziogate.
Malgrado in Italia le firme possano essere autenticate anche da consiglieri regionali, provinciali,comunali e circoscrizionali, spesso per arrivarci vengono fatti imbrogli o comunque ci si arriva col fiatone.
Se è difficilissimo in Italia, figuriamoci all’estero. 100 firme in posti piccoli e 200 in quelli grandi, davanti ad un funzionario del Consolato con esibizione di documento, sono traguardi al limite dell’impossibile.
Per capire meglio i termini dell’idiozia, si pensi che per presentare un partito non rappresentato in Parlamento alle elezioni politiche in tutta Europa l’anno scorso sono bastate 125 firme. Tante quante servono per un Comites piccolo piccolo.
Fra la mancanza di liste e liste uniche, non voterà quasi nessuno. Anche perché uno dovrebbe proprio ardere del desiderio di votare per sottoporsi alla procedura che prevede si vada a fare una fotocopia di un documento per poi allegarla ad un modulo da scaricare da internet e compilare.
Insomma la "soluzione finale" che non era riuscita ad un sottosegretario soprannominato Attila, sta riuscendo benissimo ai “buonintenzionati”.

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