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Eugenio Marino parla a nuora perché suocera intenda

Chiede chiarezza alzando un polverone – se la canta e se la suona – si fa domande e si dà risposte
GIAN LUIGI FERRETTI - Conosco Eugenio Marino, lo conosco da anni. Pur da posizioni politiche molto diverse, da sempre lo ammiro per la sua cultura, approvo il suo sincero attaccamento agli italiani nel mondo ed apprezzo il suo senso dell’umorismo.
Per questo sono rimasto allibito quando ho letto una sua intervista a 9 Colonne. Anzi, più che un’intervista,  mi è sembrata uno sfogo a testa bassa , con toni financo rabbiosi.
Non è da lui, ho subito pensato. Mai visto un Eugenio Marino così rozzamente integralista da affermare che il PD sarebbe la sola forza in grado di rappresentare gli italiani all’estero. L’unica! E basta. Davvero mi è sembrato uno a cui fossero saltati i nervi. Come spiegare altrimenti la sua  manifesta ossessione nei confronti del MAIE, alla quale  dedica – secondo i calcoli di ItaliaChiamaItalia – ben 3.700 delle 5.000 battute dell’ intervista ovvero oltre 600 delle 850 parole pronunciate?
Poi ho riletto e credo di avere trovato la chiave partendo da questi indizi:
1.    L’intervista è pubblicata da 9 Colonne, l’house organ che Eugenio Marino utilizza quando vuole rivolgersi ai parlamentari del PD eletti all’estero col metodo “dire a nuora perché suocera intenda”;
2.    Le 1.300 battute ovvero le 150 parole non dedicate alla MAIEfobia, sono per il Congresso del PD.
Ecco, si avvicina il Congresso e c’è la necessità di tenere buoni gli scalpitanti parlamentari che si sentono usati e poco valorizzati dal partito. La goccia che ha rischiato di fare traboccare il vaso è stata la notizia che l’On. Ricardo Merlo è stato ad un passo dall’essere nominato Sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo e non lo è diventato solo perché, intelligentemente, ha rifiutato.
Da questo angolo visuale si capisce meglio. Tutto pur di evitare un #eugeniostaisereno di lettiana memoria.
Come si capisce la sua insistenza a pretendere che Merlo dichiari pubblicamente chi gli ha proposto la carica governativa, esattamente dove e altrettanto esattamente quando. Lo fa per tranquillizzare i suoi, ben sapendo – da politico navigato – che queste cose vengono trattate in maniera riservata e non certo davanti ad un notaio; conta quindi sul fatto che Merlo non si lascerà certamente coinvolgere nella spirale perversa di affermazioni seguite da smentite, poi seguite da nuovi dettagli, seguiti da smentite…..
Ci sarebbe anche un’altra chiave di lettura, alternativa o complementare a quella suesposta.
Il ministro del PD, Giuliano Poletti, ha usato parole contro i giovani italiani all’estero così obiettivamente schifose che non possono non avere creato grande imbarazzo in Marino e nei suoi parlamentari. Ma la “banda del comunicato” – quella che ci informa di quante volte l’onorevole tale ha fatto pipì ieri o con chi abbia preso il caffè il senatore talaltro – è stata zitta non avendo il coraggio di dire quello che (spero) pensa di questo figuro. Non sapendo come uscire da una situazione che definire imbarazzata è poco, Eugenio Marino è ricorso al noto metodo polverone, sempre ben funzionante fin dai tempi del PCI quando, se l’URSS schiacciava la libertà degli stati-coloni con i carri armati, si spostava l’attenzione sui “fascisti”.  I “fascisti” in questo caso sono quelli del MAIE e Marino si esibisce in tutta una serie di domande del tipo: il MAIE ha votato sì o ha votato no al referendum? Quando sa benissimo che Merlo ha votato sì mente io, ad esempio, ho votato no. . Un po’ come il PD a Buenos Aires o il Sen. Micheloni che hanno votato No mentre Renzi ha votato Sì.
E’ chiaro che fa finta, per espediente dialettico, di non capire che il MAIE è un movimento non ideologico con anime diverse tenute insieme da una medesima visione di valorizzazione e difesa degli italiani nel mondo. Difesa anche dai partiti romanocentrici come il suo che pretendono anche da deputati e senatori eletti all’estero ubbidienza pronta, cieca ed assoluta.
Per riportare il discorso fuori dal polverone, sarebbe cosa giusta e santa se i parlamentari del PD eletti all’estero informassero i loro elettori, specialmente quelli giovani, se voteranno a favore della mozione di sfiducia a Poletti oppure – come sempre – piegheranno schiena e coscienza agli ordini di partito.
E, a proposito di referendum, un mio amico malizioso insinua che il polverone serva anche a distogliere l’attenzione dal flebile, ai limiti dell’inesistente, impegno dello stesso Marino a favore del Sì ufficiale
Già, come ha votato davvero Eugenio nel segreto dell’urna? Avrà mica fatto le corna a Renzi? Chissà, il voto è segreto. Ci limitiamo a pubblicare una sua foto all’uscita del seggio.

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Voto all'estero, legge da difendere

Condividiamo storia e valori. Meglio loro degli immigrati. (Libero, 7/12)
ANDREA TREMAGLIA (Capogruppo Fdl al Comune di Bergamo) - Non sono d'accordo con l'abolizione del voto degli italiani all'estero, storica battaglia di mio nonno Mirko. Spiego la mia posizione con quattro argomenti principali. Primo! La modalità di voto. Sì, è senz'altro da rivedere. Il voto postale porta più facilmente di altri a brogli e sospetti, ed è frutto di un compromesso sbagliato. Oggi si può parlare di voto elettronico, ma si aprono altre questioni. Forse la scelta di maggior garanzia sono i seggi elettorali in consolati e ambasciate: per qualcuno potrebbe essere logisticamente scomodo, ma aiuterebbe ad avere maggiori garanzie. È una questione da affrontare urgentemente. Secondo argomento. Parlo della questione del «non sanno nulla di quello che succede in Italia». Mi ricorda l'opinione di certi radicai chic che dicono che chi non vota come loro è ignorante. Gran parte degli elettori esteri oggi sono in Europa, molto vicini a casa, ragazzi che per studio o per lavoro lasciano l'Italia, senza rompere i legami. Le liste parlamentari estere sono diventate l'appendice dei partiti nazionali, ma mio nonno invece sognava liste elettorali esclusive per l'estero che rappresentassero in Italia le questioni estere. E implementare i rapporti con l'Italia dei milioni di imprenditori, politici, artisti, di origine italiana, porterebbe un indotto culturale ed economico incredibile per la nostra nazione.
Terzo argomento. Questione tasse. Dire che gli italiani all'estero non devono votare perché non pagano le tasse in Italia significa introdurre un principio molto pericoloso. Togliamo il diritto di voto ai nullatenenti? Diamo un diritto di voto superiore a chi ha dichiarazioni dei redditi più alte? Permettiamo di votare anche ad aziende e banche perché producono reddito? Alla rovescia: diamo il diritto di voto a tutti gli stranieri che pagano le tasse? Se gli italiani all'estero non possono votare perché non pagano le tasse in Italia, allora le «risorse» boldriniane possono votare appena iniziano a pagare le tasse? Sostenere il voto degli italiani all'estero significa sostenere che essere italiani non è solo una condizione economica, ma soprattutto culturale e identitaria.
Quarto argomento. Essere cittadini italiani. Oggi il mondo, circa il principio della cittadinanza, è diviso in due. Quelli dello ius soli (basta nascere in Italia per essere italiani) e quelli dello ius sanguinis (per essere cittadini bisogna avere origini italiane). Basta vedere chi sono gli sponsor dello ius soli per comprenderne i rischi: dire che gli italiani all'estero non possono votare perché non risiedono in Italia significherebbe segnare un gol clamoroso a favore dello ius soli.

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Voto all'estero: bisogna interessare i giovani

GIAN LUIGI FERRETTI (L'Italiano 6/12) - Per tentare di fare un'analisi pacata e ragionata del voto all'estero partiamo dai dati.
Gli elettori in Italia sono andati a votare in massa (68,48% di affluenza) ed hanno espresso un 59,55% per il NO ed un 40,05% per il SI.
All'estero, in assoluta controtendenza, ha votato solo il 30,75% degli elettori, che hanno espresso un 64,7% per il SI ed un 35,30% per il NO.
Non credo a brogli organizzati e sistemativi e non credo neppure che i connazionali all'estero siano un specie di marziani del tutto diversi da chi vive in patria. E allora quale può essere la spiegazione?
Credo che la risposta vada cercata in altri dati, quelli forniti da tutti gli istituti di analisi arrivano alla conclusione che dal 68 (ad esempio Piepoli per la RAI) al 81% (per esempio Quorum per SKY) degli elettori dai 18 ai 35 anni hanno votato NO.
Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, gli italiani residenti all'estero e iscritti all'AIRE (quindi elettori) i giovani (18-34 anni) sono solo il 22,5% del totale. Sarebbero molti di più se si iscrivessero all'AIRE, lo sappiamo tutti.
Per di più basta guardare le foto delle varie manifestazioni per il SI o il NO fra le nostre comunità per avere un riscontro visivo del fatto che sono gli anziani ad essersi interessati alla vicenda referendaria mentre la maggior parte dei giovani non se n'è curata.
Per chi ha a cuore gli italiani nel mondo ed il voto all'estero, deve suonare un campanello d'allarme. C'è la necessità assoluta di interessare i giovani oppure si andrà incontro ad un declino che porterà inevitabilmente alla fine del sistema di rappresentanza. Per consunzione e non, come finora si è temuto, per interventi esterni di "nemici".
Archiviati i risultati di questo referendum, non appena i tifosi avranno finito di soffiare nelle loro trombette, partiti e associazioni dovranno porsi seriamente il problema e cercare soluzioni.

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Così la banda del Sì ha abbindolato gli italiani che votano all’estero

RADIOGRAFIA DI UN RISULTATO SOSPETTO (La Verità del 7/12)
GIANNI MAROCCO (Ex Ambasciatore in Paraguay) - I voti della circoscrizione estero, bramati dal presidente Renzi, non gli sono bastati. È stata una fortuna, perché «attualmente, per gli italiani all’estero, non sono garantite né la segretezza, né la libertà di voto». È contro la legge 459 del 2001, sulla quale il costituzionalista Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No, puntava il dito.
Una valanga di schede: un milione e 600.000. «Per vincere sarà decisiva un’affluenza dall’estero di circa il 30%», diceva Renzi, sbagliando. Il voto degli italiani all’estero (oltre 4 milioni) confluisce in una circoscrizione che vale circa il 7,7% degli aventi diritto al voto. Gli occhi sono stati dunque puntati su Castel- nuovo di Porto, perché lì, nel- l’hangar della Protezione Civile (una sorta di girone dantesco, colmo di sospetti, accuse e recriminazioni) pareva giocarsi una partita più importante del referendum. Nella circoscrizione estero vige il voto per corrispondenza come modalità ordinaria di voto. È previsto dalla legge Tremaglia, dal nome del «ragazzo di Salò» che si batté a lungo, con dedizione, per il voto degli italiani all’estero. Esso si concretizzò dalle elezioni politiche del 2006.
La legge Tremaglia si applica anche ai referendum nazionali. Nel corso degli anni, tale legge ha suscitato controversie e opinioni contrarie, anche perché le norme sulla cittadinanza italiana, secondo lo ius sanguinis, sono assai ampie verso i discendenti di nostri emigrati. Queste norme avevano già stimolato la corsa al passaporto italiano, specie in Sudamerica, tutt’altro che esaurita. Altre controversie riguardano i presunti brogli organizzati dai patronati dei sindacati italiani con sede all’estero. L’indimenticabile Mirko Tremaglia poi era rimasto sordo a chi gli ricordava che le legioni di nuovi italiani tali solo di passaporto, a partire dagli anni ‘80, e soprattutto in America Latina, nulla sapevano dell’Italia, ben poco erano interessati alle sorti del nostro Paese, essendo bisnipoti e trisnipoti di connazionali, spesso nati prima dell’unificazione. Questi avrebbero prevalentemente votato in ragione di categorie e opzioni di politica locale, e con l’«aiuto organizzativo» di forze locali, quasi sempre di sinistra.
Poco dopo le elezioni politiche del 2013, alcuni servizi televisivi avevano documentato varie irregolarità. Il ministero degli Affari Esteri aveva dunque inviato una lettera al vertice del governo, sottolineando che il sistema di voto degli italiani all’estero era «totalmente inadeguato, se non contrario ai principi costituzionali, che sanciscono che il voto sia personale, segreto e libero», mentre esso è soggetto a «furti, compravendite, sostituzioni del votante». Eppure nulla è cambiato.
Per Renzi la partita si giocava in buona parte all’estero. Perciò, a fine settembre, aveva spedito Maria Elena Boschi in America Latina, il serbatoio maggiore, per cercare di sensibilizzare i connazionali, almeno legalmente tali, in Argentina, Brasile e Uruguay (oltre un milione).
Forse in Italia dire No, in un momento di crisi di credibilità della politica tradizionale, è più istintivo che dire Sì. Forse invece all’estero in buona fede si è creduto alle assicurazioni di Renzi (ciò vale per chi ha potuto leggerle in italiano) o dei suoi referenti locali. Forse la maggioranza non ci ha capito nulla e ha seguito indicazioni interessate. Forse...

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Voto all'estero: ma che 40%!

Non credete a quello che vi raccontano, la realtà è diversa
GIAN LUIGI FERRETTI - Oggi c'è chi si è affrettato a dare i numeri. 40 % sarebbe stata la partecipazione degli elettori italiani all'estero secondo alcuni media. Notizia subito ripresa e fatta circolare in termini trionfalistici nel fronte del Si e polemici nel fronte del No.
Se l'Unità sparava il titolo "Voto all'estero: boom affluenza al 40%", Salvini si affrettava a fasciarsi la testa per paura di rompersela e
parlava di "voti inventati o comprati in giro per il mondo". La Meloni gli faceva subito eco.
Intanto il 40% non sarebbe un boom, alle elezioni politiche del 2006 aveva votato il 42,07% degli aventi dfiritto, a quelle del 2008 il 41,66 e a quelle del 2013 il 32%. C'è da tenere conto che questa volta votavano in più anche gli elettori TEMPORANEAMENTE all’estero.
No, di per sè un'affluenza del 40% non sarebbe indicativa dei risultati.
Ma, da notizie che stanno uscendo dalla Farnesia finora in via ufficiosa, si sta delineando una percentuale ben inferiore al 40%. Se si hanno numeri di tutto rispetto in Paesi europei come la Svizzera ed il Regno Unito, pare che la più grande comunità del mondo, quella in Argentina, abbia la partecipazione più bassa da quando esiste il voto all'estero, si dice addirittura attorno al 25%. Ancora più bassa che in occasione del referendum sulle trivelle. Perchè? Credo che la colpa sia da dare alla visita della Ministro Boschi con tutte le polemiche che sono seguite. Ma rimandiamo l'analisi ai prossimi giorni.
Quindi, se la matematica non è un'opinione, a questo punto sarebbe più rispondente al vero parlare di un'affluenza attorno al 30% che al proclamato 40%.
Ed è ben difficile che il voto all'estero possa fare la differenza.

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