Dom08202017

Last updateMer, 09 Ago 2017 10am

Marine Le Pen non ce l'ha fatta, ce la fara' nel 2022

ANGELO PARATICO - Marine Le Pen non ce l'ha fatta. La paura del cambiamento è stata più forte della speranza di offrire un futuro migliore alla Francia e ai propri figli. 
Questa è una tendenza comune in un continente dove nascono sempre più figli agli immigrati e meno agli indigeni, i quali vengono governati da uomini e donne senza figli. Come ha fatto notare Giulio Meotti: Angela Merkel, Mark Rutte, Emmanuel Macron, Stefan Löfven, Xavier Bettel, Nicola Sturgeon e altri sono tutti leader senza progenie. Questa non è cosa da poco, infatti il filosofo tedesco Rüdiger Safranski scrive: "Per coloro che non hanno progenie, il pensare alle generazioni future ha poco senso. Pertanto si comportano come se loro fossero l'ultimo anello di una catena.”
 
Marine Le Pen ha commesso degli errori nella sua campagna? Certo, come tutti, ma quelli che vengono detti errori avrebbero spostato il risultato finale di uno o due punti al massimo. Il suo problema maggiore è stato il fatto che non ha potuto creare unaggregazione con la destra, grazie al imperdonabile pronunciamento di François Fillon, subito dopo la prima tornata elettorale.
Il prossimo appuntamento politico sarà lelezione del parlamento, in giugno e a tal fine, passata leuforia del momento, sarà lesame delle carte del Macronleak - che Wikileak aveva valutato autentiche e non parzialmente false, come astutamente hanno fatto trapelare le autorità francesi - a creare onde nello stagno. 
Sono stati i russi, i cinesi o gli esquimesi a diffonderle? E chissenefrega? Ciò che conta è se sono genuine oppure no, e se contengono rivelazioni compromettenti oppure solo pettegolezzi.
Emmanuel Macron, che Strauss-Khan aveva definito “un ragazzo simpatico ma maldestro” resta un enigma per la gran parte dei francesi, anche se ormai sanno che ha una fissazione per le donne anziane. Nel suo libro intitolato Revolution racconta che la persona che più ha formato la sua personalità fu sua nonna, alla quale pensa ogni giorno. 
Ora c'è Brigitte con la quale iniziò una relazione quando lui aveva 15 anni e lei 39. I francesi vedono molto romanticismo nella loro storia, non pedofilia, perché l'età minima per far sesso in Francia è di 15 anni. I pettegolezzi dicono che Macron abbia una relazione anche con un uomo che lavora alla televisione francese ma, nessun problema, questa sarà una una nuova variante del amour a trois dei francesi…
Studente brillantissimo in tutte le scuole giuste di Francia, sicuro di se e delle proprie opinioni, Emmanuel Macron è cresciuto senza amici e amiche, ha però coltivato con cura le sue amicizie con personaggi influenti, soprattutto uomini politici come Hollande, che lo ha tenuto sotto alla propria ala — divenne ministro dell'economia nel governo Valls II - come un figlio ed è chiaro che avendo visto la caduta del proprio partito l'attuale presidente decise di aprire la finestra dell'Eliseo e di lasciar volare il proprio aquilotto, per poi attendere il suo ritorno, trasformato in aquila reale.
 
Non esistono dubbi sul fatto che Macron abbia una visione delle realtà molto elitaria e certe sue battute di spirito di dubbio gusto lo provano. Ecco una piccola scelta qui sotto, anche se pensiamo che una attenta lettura dei Macroleaks farà scoprire certe sue perle memorabili. 
Alcune di queste sue gaffe sarebbero condivisibili a destra, ma considerando che molti dei suoi voti vengono da sinistra, grazie al suo essere anti-Le Pen, si ha una fotografia dello stato confusionale in cui versa la partitica transalpina.
“Spesso, la vita di un imprenditore è molto più dura di quella di un salariato, non dimentichiamocelo. Può perdere tutto, lui, e ha meno garanzie”.
“In questa società c'è una maggioranza di donne. Molte di loro sono, per la maggior parte, incolte”.
“I salariati francesi sono pagati troppo”. 
“I salariati devono poter lavorare di più, senza essere pagati di più, se i sindacati maggioritari sono d'accordo”.
“Il Front National è, a parità di condizioni, una specie di Syriza alla francese, di estrema destra”.
“Sono per una società senza statuti”.
“La disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti”.
“Considerata la situazione economica, non pagare più le ore supplementari è una necessità”. 
“35 ore di lavoro per un giovane, non è abbastanza”.
“Tutti coloro che — nel Partito Socialista — si oppongono alla legge 308” contenente articoli reazionari tra cui quello sul lavoro di domenica, di notte, o la privatizzazione della donazione del sangue “sono focolai infestati da fannulloni “. 
La protezione sociale con lui, basata sul salario è finita. Macron propone un transfert  di 450 miliardi dei contributi sociali del salario lordo pagato dal capitale su quello dello Stato, pagato dalle tasse.
Eccovi servito il socialista, e poi dicevano che Marine Le Pen è di destra. Lavoratori francesi, vi hanno rifregato ancora!
Resterà da vedere se riuscirà a tener testa ad Angela Merkel, una figura materna, di un anno più giovane della moglie e che certamente cercherà di tirarlo dalla propria parte contro i paesi del sud, dove regnano lindisciplina fiscale e la povertà.
 
Noi italiani abbiamo poco da consolarci, perché stiamo soccombendo all'invasione di un vero e proprio esercito sulle coste sicule. Una nuova ondata di 6.000 persone e sbarcata durante il week-end. 
Anche noi italiani, dunque, come i francesi, siamo tutti dei passeggeri paganti che danzano sulla tolda della nave dei folli, con Jean-Claude Juncker al timone, pure lui senza figli, senza nipoti e senza hobby, a parte lalcool.
 
 
comments

Au Peuple Français

ANGELO PARATICO - I cari cugini francesi, fra due giorni andranno a votare per eleggere il prossimo presidente. Questa non sarà una votazione come tutte le altre, sarà una votazione decisiva per l’Europa intera.
La Gran Bretagna, la Spagna e il Portogallo sono sempre stati paesi proiettati sulle loro colonie, americane e orientali. L’Italia e la Germania sono paesi giovani, un pot-pourri di stati e staterelli, che s’aggregano e si disgregano.
La Francia, invece, è una grande nazione dai tempi della caduta di Roma e una entità omogenea a partire dal tempo di Charles Martel (646-741) che respinse l’invasione del califfato musulmano, diretta a soggiogare il nostro continente. Inoltre, la cultura francese del XVI e XVII secolo è la linfa viva e rigogliosa che attraversa la nostra moderna Europa.
La scelta è ormai limitata a due candidati: Emanuel Macron, un candidato fotogenico, indefinibile e indefinito, proteico, che non ha mai chiaramente espresso idee originali e che non ha mai parlato al cuore della gente comune. Vuole la continuità e si erge a difensore delle leggi, contro l’assalto della destra. Stiano ben attenti i francesi perché Voltaire scriveva: “Les tyrans ont toujours quelque ombre de vertu. Ils soutiennent les lois avant de les abattre”.
Non si è mai ben capito perché Macron abbia abbandonato il partito che lo aveva portato a diventare ministro, per fondarne uno nuovo. Calcolo elettorale? Crediamo di sì, giacché egli esprime idee in assoluta continuità con la linea del Presidente Hollande, il quale aveva dichiarato prima della sua elezione: “Il mio reale avversario non ha nome, non ha volto, non ha partito. Non verrà mai eletto, eppure governa – l’avversario è il mondo della finanza”.
Durante il dibattito televisivo del 3 maggio Macron si è scagliato con incredibile livore contro Marine Le Pen, ma i media asserviti al mondo della finanza del quale parlava Hollande, lo hanno dichiarato vincitore.
Come un bambino offeso, Macron ha dato mandato ai suoi legali di querelare Marine Le Pen perché lei ha accennato a un suo conto nei paradisi fiscali.
Che mossa puerile! Un vero uomo di Stato si sarebbe rivolto ai propri elettori non ai magistrati, dichiarando che quella è una falsità, se davvero è una falsità, oppure che esiste ma è vuoto, come dicono i Gesuiti, riferendosi all’Inferno...
Tutto sommato, da uno che ha lavorato per 3 anni alla Banca Rothschild che cosa vi aspettate? Se il conto non lo ha aperto lui, sicuramente lo ha fatto aprire ad altri, altrimenti che faceva tutto il giorno presso quella banca d’affari, giocava a battaglia navale con i propri colleghi, come il ragionier Filini?
Credo che in pochi si rendano conto che invece di un presidente, i francesi stiano eleggendo un imperatore, o un tiranno a tempo limitato…
L’attuale repubblica francese era stata plasmata da Charles De Gaulle, il quale si attribuì poteri quasi assoluti, che nessun altro presidente, democraticamente eletto possiede, neppure il presidente degli Stati Uniti. Il presidente francese può prendere tutte le decisioni che vuole, in barba al parlamento e ai partiti politici. Il presidente dà il mandato al primo ministro, è il comandante supremo delle forze armate e decide senza l’obbligo di consultazione o approvazione un gran numero di cariche pubbliche, senza che il Parlamento abbia la possibilità di rimuoverlo o porre il veto. In casi di emergenza gli vengono conferito poteri dittatoriali, che prevedono l’uso delle armi nucleari. Un presidente francese usa il primo ministro come una sorta di mandante e assistente, seguendo direttamente la politica estera e la difesa. François Mitterrand, definì i suoi poteri come un “colpo di Stato permanente”.

Ora veniamo a Marine Le Pen.
Come candidato alla presidenza in questo momento sembra più adatta per gestire la difficile situazione attraversata dall’Europa.
Cominciamo con il dire che qui lei si sta giocando tutto, a differenza di Macron. Crediamo, infatti, che in caso di sconfitta si ritirerà dalla carriera politica alla quale ha sacrificato la propria vita personale, i tre figli e i due mariti.
Nei suoi confronti è in atto da tempo un vero e proprio linciaggio morale, il tutto dovuto alle gaffes del padre, con il quale ha da anni rotto i rapporti. Questo equivale a ritenere la Regina Elisabetta II non in grado di governare per via delle libere parole espresse negli anni da suo marito, il principe Filippo.
Una campagna denigratoria particolarmente virulenta è in atto in questi giorni, con i morti viventi della BBC che titolano: “What makes Marine Le Pen far right?” Ovvero cosa la rende di estrema destra? La loro risposta è il fatto che supporta la Brexit e che dall’età di 12 anni segue il padre…
Il New York Times titola invece: “Marine Le Pen’s Verbal ‘Violence’ in French Debate Shocks Observers” ovvero gli osservatori sarebbero rimasti turbati dalla sua violenza verbale: certo una donna dovrebbe costantemente sorridere e mandar baci anche verso chi la prende a schiaffi. No?
Anche Bernard-Henri Lévy, un filosofo di sinistra, ha fatto notare a denti stretti che Marine Le Pen è riuscita a trasformare il FN, in un partito moderno dandogli “un volto umano” ed eliminando ogni forma di razzismo. Il giornalista Michèle Cotta ha fatto notare che nei suoi confronti è in atto un tiro al piccione, per via del suo cognome, anche se a differenza del padre non parla mai di Seconda Guerra Mondiale e di colonialismo.
Per quanto riguarda le minacce di Marine Le Pen di portare l’Europa fuori dall’euro, i suoi elettori potranno dormire sonni tranquilli: il processo verrà attivato solo dopo un referendum, come ha spesso dichiarato e dunque se la volontà del popolo francese sarà di mantenere la moneta unica, lei seguirà la volontà del popolo, non le proprie convinzioni.
Invitiamo dunque gli amati cugini francesi a votare per Marine Le Pen. È lei la scelta meno rischiosa e più rivoluzionaria, con lei al comando la Francia ritornerà a essere una dinamo di libertà, di fratellanza e di uguaglianza nel rispetto delle proprie leggi millenarie.
Vive la France, Vive la République!

comments

Voto all'estero, legge da difendere

Condividiamo storia e valori. Meglio loro degli immigrati. (Libero, 7/12)
ANDREA TREMAGLIA (Capogruppo Fdl al Comune di Bergamo) - Non sono d'accordo con l'abolizione del voto degli italiani all'estero, storica battaglia di mio nonno Mirko. Spiego la mia posizione con quattro argomenti principali. Primo! La modalità di voto. Sì, è senz'altro da rivedere. Il voto postale porta più facilmente di altri a brogli e sospetti, ed è frutto di un compromesso sbagliato. Oggi si può parlare di voto elettronico, ma si aprono altre questioni. Forse la scelta di maggior garanzia sono i seggi elettorali in consolati e ambasciate: per qualcuno potrebbe essere logisticamente scomodo, ma aiuterebbe ad avere maggiori garanzie. È una questione da affrontare urgentemente. Secondo argomento. Parlo della questione del «non sanno nulla di quello che succede in Italia». Mi ricorda l'opinione di certi radicai chic che dicono che chi non vota come loro è ignorante. Gran parte degli elettori esteri oggi sono in Europa, molto vicini a casa, ragazzi che per studio o per lavoro lasciano l'Italia, senza rompere i legami. Le liste parlamentari estere sono diventate l'appendice dei partiti nazionali, ma mio nonno invece sognava liste elettorali esclusive per l'estero che rappresentassero in Italia le questioni estere. E implementare i rapporti con l'Italia dei milioni di imprenditori, politici, artisti, di origine italiana, porterebbe un indotto culturale ed economico incredibile per la nostra nazione.
Terzo argomento. Questione tasse. Dire che gli italiani all'estero non devono votare perché non pagano le tasse in Italia significa introdurre un principio molto pericoloso. Togliamo il diritto di voto ai nullatenenti? Diamo un diritto di voto superiore a chi ha dichiarazioni dei redditi più alte? Permettiamo di votare anche ad aziende e banche perché producono reddito? Alla rovescia: diamo il diritto di voto a tutti gli stranieri che pagano le tasse? Se gli italiani all'estero non possono votare perché non pagano le tasse in Italia, allora le «risorse» boldriniane possono votare appena iniziano a pagare le tasse? Sostenere il voto degli italiani all'estero significa sostenere che essere italiani non è solo una condizione economica, ma soprattutto culturale e identitaria.
Quarto argomento. Essere cittadini italiani. Oggi il mondo, circa il principio della cittadinanza, è diviso in due. Quelli dello ius soli (basta nascere in Italia per essere italiani) e quelli dello ius sanguinis (per essere cittadini bisogna avere origini italiane). Basta vedere chi sono gli sponsor dello ius soli per comprenderne i rischi: dire che gli italiani all'estero non possono votare perché non risiedono in Italia significherebbe segnare un gol clamoroso a favore dello ius soli.

comments

Eugenio Marino parla a nuora perché suocera intenda

Chiede chiarezza alzando un polverone – se la canta e se la suona – si fa domande e si dà risposte
GIAN LUIGI FERRETTI - Conosco Eugenio Marino, lo conosco da anni. Pur da posizioni politiche molto diverse, da sempre lo ammiro per la sua cultura, approvo il suo sincero attaccamento agli italiani nel mondo ed apprezzo il suo senso dell’umorismo.
Per questo sono rimasto allibito quando ho letto una sua intervista a 9 Colonne. Anzi, più che un’intervista,  mi è sembrata uno sfogo a testa bassa , con toni financo rabbiosi.
Non è da lui, ho subito pensato. Mai visto un Eugenio Marino così rozzamente integralista da affermare che il PD sarebbe la sola forza in grado di rappresentare gli italiani all’estero. L’unica! E basta. Davvero mi è sembrato uno a cui fossero saltati i nervi. Come spiegare altrimenti la sua  manifesta ossessione nei confronti del MAIE, alla quale  dedica – secondo i calcoli di ItaliaChiamaItalia – ben 3.700 delle 5.000 battute dell’ intervista ovvero oltre 600 delle 850 parole pronunciate?
Poi ho riletto e credo di avere trovato la chiave partendo da questi indizi:
1.    L’intervista è pubblicata da 9 Colonne, l’house organ che Eugenio Marino utilizza quando vuole rivolgersi ai parlamentari del PD eletti all’estero col metodo “dire a nuora perché suocera intenda”;
2.    Le 1.300 battute ovvero le 150 parole non dedicate alla MAIEfobia, sono per il Congresso del PD.
Ecco, si avvicina il Congresso e c’è la necessità di tenere buoni gli scalpitanti parlamentari che si sentono usati e poco valorizzati dal partito. La goccia che ha rischiato di fare traboccare il vaso è stata la notizia che l’On. Ricardo Merlo è stato ad un passo dall’essere nominato Sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo e non lo è diventato solo perché, intelligentemente, ha rifiutato.
Da questo angolo visuale si capisce meglio. Tutto pur di evitare un #eugeniostaisereno di lettiana memoria.
Come si capisce la sua insistenza a pretendere che Merlo dichiari pubblicamente chi gli ha proposto la carica governativa, esattamente dove e altrettanto esattamente quando. Lo fa per tranquillizzare i suoi, ben sapendo – da politico navigato – che queste cose vengono trattate in maniera riservata e non certo davanti ad un notaio; conta quindi sul fatto che Merlo non si lascerà certamente coinvolgere nella spirale perversa di affermazioni seguite da smentite, poi seguite da nuovi dettagli, seguiti da smentite…..
Ci sarebbe anche un’altra chiave di lettura, alternativa o complementare a quella suesposta.
Il ministro del PD, Giuliano Poletti, ha usato parole contro i giovani italiani all’estero così obiettivamente schifose che non possono non avere creato grande imbarazzo in Marino e nei suoi parlamentari. Ma la “banda del comunicato” – quella che ci informa di quante volte l’onorevole tale ha fatto pipì ieri o con chi abbia preso il caffè il senatore talaltro – è stata zitta non avendo il coraggio di dire quello che (spero) pensa di questo figuro. Non sapendo come uscire da una situazione che definire imbarazzata è poco, Eugenio Marino è ricorso al noto metodo polverone, sempre ben funzionante fin dai tempi del PCI quando, se l’URSS schiacciava la libertà degli stati-coloni con i carri armati, si spostava l’attenzione sui “fascisti”.  I “fascisti” in questo caso sono quelli del MAIE e Marino si esibisce in tutta una serie di domande del tipo: il MAIE ha votato sì o ha votato no al referendum? Quando sa benissimo che Merlo ha votato sì mente io, ad esempio, ho votato no. . Un po’ come il PD a Buenos Aires o il Sen. Micheloni che hanno votato No mentre Renzi ha votato Sì.
E’ chiaro che fa finta, per espediente dialettico, di non capire che il MAIE è un movimento non ideologico con anime diverse tenute insieme da una medesima visione di valorizzazione e difesa degli italiani nel mondo. Difesa anche dai partiti romanocentrici come il suo che pretendono anche da deputati e senatori eletti all’estero ubbidienza pronta, cieca ed assoluta.
Per riportare il discorso fuori dal polverone, sarebbe cosa giusta e santa se i parlamentari del PD eletti all’estero informassero i loro elettori, specialmente quelli giovani, se voteranno a favore della mozione di sfiducia a Poletti oppure – come sempre – piegheranno schiena e coscienza agli ordini di partito.
E, a proposito di referendum, un mio amico malizioso insinua che il polverone serva anche a distogliere l’attenzione dal flebile, ai limiti dell’inesistente, impegno dello stesso Marino a favore del Sì ufficiale
Già, come ha votato davvero Eugenio nel segreto dell’urna? Avrà mica fatto le corna a Renzi? Chissà, il voto è segreto. Ci limitiamo a pubblicare una sua foto all’uscita del seggio.

comments

Così la banda del Sì ha abbindolato gli italiani che votano all’estero

RADIOGRAFIA DI UN RISULTATO SOSPETTO (La Verità del 7/12)
GIANNI MAROCCO (Ex Ambasciatore in Paraguay) - I voti della circoscrizione estero, bramati dal presidente Renzi, non gli sono bastati. È stata una fortuna, perché «attualmente, per gli italiani all’estero, non sono garantite né la segretezza, né la libertà di voto». È contro la legge 459 del 2001, sulla quale il costituzionalista Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No, puntava il dito.
Una valanga di schede: un milione e 600.000. «Per vincere sarà decisiva un’affluenza dall’estero di circa il 30%», diceva Renzi, sbagliando. Il voto degli italiani all’estero (oltre 4 milioni) confluisce in una circoscrizione che vale circa il 7,7% degli aventi diritto al voto. Gli occhi sono stati dunque puntati su Castel- nuovo di Porto, perché lì, nel- l’hangar della Protezione Civile (una sorta di girone dantesco, colmo di sospetti, accuse e recriminazioni) pareva giocarsi una partita più importante del referendum. Nella circoscrizione estero vige il voto per corrispondenza come modalità ordinaria di voto. È previsto dalla legge Tremaglia, dal nome del «ragazzo di Salò» che si batté a lungo, con dedizione, per il voto degli italiani all’estero. Esso si concretizzò dalle elezioni politiche del 2006.
La legge Tremaglia si applica anche ai referendum nazionali. Nel corso degli anni, tale legge ha suscitato controversie e opinioni contrarie, anche perché le norme sulla cittadinanza italiana, secondo lo ius sanguinis, sono assai ampie verso i discendenti di nostri emigrati. Queste norme avevano già stimolato la corsa al passaporto italiano, specie in Sudamerica, tutt’altro che esaurita. Altre controversie riguardano i presunti brogli organizzati dai patronati dei sindacati italiani con sede all’estero. L’indimenticabile Mirko Tremaglia poi era rimasto sordo a chi gli ricordava che le legioni di nuovi italiani tali solo di passaporto, a partire dagli anni ‘80, e soprattutto in America Latina, nulla sapevano dell’Italia, ben poco erano interessati alle sorti del nostro Paese, essendo bisnipoti e trisnipoti di connazionali, spesso nati prima dell’unificazione. Questi avrebbero prevalentemente votato in ragione di categorie e opzioni di politica locale, e con l’«aiuto organizzativo» di forze locali, quasi sempre di sinistra.
Poco dopo le elezioni politiche del 2013, alcuni servizi televisivi avevano documentato varie irregolarità. Il ministero degli Affari Esteri aveva dunque inviato una lettera al vertice del governo, sottolineando che il sistema di voto degli italiani all’estero era «totalmente inadeguato, se non contrario ai principi costituzionali, che sanciscono che il voto sia personale, segreto e libero», mentre esso è soggetto a «furti, compravendite, sostituzioni del votante». Eppure nulla è cambiato.
Per Renzi la partita si giocava in buona parte all’estero. Perciò, a fine settembre, aveva spedito Maria Elena Boschi in America Latina, il serbatoio maggiore, per cercare di sensibilizzare i connazionali, almeno legalmente tali, in Argentina, Brasile e Uruguay (oltre un milione).
Forse in Italia dire No, in un momento di crisi di credibilità della politica tradizionale, è più istintivo che dire Sì. Forse invece all’estero in buona fede si è creduto alle assicurazioni di Renzi (ciò vale per chi ha potuto leggerle in italiano) o dei suoi referenti locali. Forse la maggioranza non ci ha capito nulla e ha seguito indicazioni interessate. Forse...

comments