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CGIE: ANDARSENE IMPRECANDO

GIAN LUIGI FERRETTI - Spero che Eugenio Marino, nella prossima edizione del tuo libro di successo "Andarsene cantando", mi citi come uno che le canta chiare.
In teoria l'attuale CGIE sarebbe in vigore fino ad almeno settembre. Però ieri il Segretario generale ha salutato i membri del CdP dicendo che non ci sarà più alcuna riunione, tantomeno l'ultima Assemblea generale che avevo richiesto, ricevendo peraltro un ben scarso appoggio da parte dei colleghi.
Se questo CGIE è finito, secondo l'interpretazione di Carozza, allora io, reduce da un'operazione e in attesa per un'altra (rimozione di un tumore nel cuore), posso vantarmi di essere sopravvisuto alla decimazione di tanti, troppi, colleghi passati da essere Italiani nel Mondo a Italiani nell'Altro mondo.
E' finita così con recriminazioni ed imprecazioni per il brutto pasticcio della composizione del prossimo CGIE, che passerà dagli attuali 65 Consiglieri eletti a 43.
Quando il Sottosegretario Giro ha presentato la lista definitiva, Carozza ed i cavalieri della tavola rotonda del CdP sono saltati sulle sedie come se solo ora si fossero che perdono il loro Consigliere Lussemburgo, Colombia/Equador, Messico e  Danimarca/Svezia/Norvegia. Gli USA perdono 3 dei loro attuali 5 Consiglieri, il Canada ne ha 1 invece di 4, l'Australia 1 invece di 4, il Venezuela 1 invece di 3,  Sud Africa, Cile e Uruguay 1 ciascuno invece di 2, il Regno Unito 2 invece di 3, il Brasile 3 invece di 4, la Francia 4 invece di 7. Anche l'Argentina perde un Consigliere. Però ci guadagnano la Germania, che passa da 5 a 7 e la Svizzera, che passa da 5 a 6. Solo 17  fra tutti i Paesi del mondo avranno dunque una rappresentanza del CGIE. Nessun Consigliere in Asia, nessuno in Africa (a parte il Sud Africa). Non c'è più il rappresentante del Nord Africa nè quello di Israele.
Ci siete o ci fate?  Ho chiesto. Il povero Giro non ha fatto che applicare la formula matematica chiaramente indicata dalla legge: dividere il numero dei connazionali residenti in ogni Paese per 43 (il totale dei Consiglieri) e ottenere quozienti pieni e resi; assegnare 1 Consigliere per ogni quoziente pieno e per i resti maggiori.
Semplice, non ci voleva un genio della matematica per questa semplice operazione; l'avrebbe potuta fare chiunque, persino Neri.
E dunque?
Adesso vi spiego, facciamo un passo indietro. A metà aprile dell'anno scorso giunge al CdP del CGIE una richiesta di parere per una proposta di drastica riduzione dei Comites, che viene ritenuta irricevibile. Carozza ha addirittura un sussulto di orgoglio ed esprime con sincerità la sua valutazione di italiano all’estero: “Siamo ancora ad un  grave attacco frontale verso gli italiani all'estero, da parte di questo Governo, che ci ricorda quelli peggiori che ha portato avanti l'ultimo  Governo Berlusconi”.
Dopo il parere fortemente negativo del CGIE, c'è tutta una fase di parlottamenti fra eletti all'estero del PD, i funzionari della Farnesina e lo stesso Carozza e si arriva al ritiro della prima proposta e all'invio di una nuova.  Ed è in questa che è chiaramente indicata la formula matematica per la composizione del nuovo CGIE, che si ottiene "ripartendo i membri ...tra i Paesi in cui sono presenti le maggiori collettività italiane, in proprorzione al numero dei cittadini italiani residenti al 31 dicembre dell'anno precedente, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti". Più chiaro di così!
Eppure Carozza, nel messaggio mail ai membri del CdP con la quale chiede il parere urgentissimo per l'allegata proposta, si lancia in lodi sperticate: la decisione per lui sarebbe “un segnale importante” nonché “sensata e ragionata”. Quasi tutti i miei colleghi si fidano pigramente e danno parere positivo probabilmente senza neppure leggere di cosa si tratti. Io do subito parere duramente negativo e chiedo a Sorriso e Pinna di fare altrettanto. Quando ancora mancano il parere di 4 membri (fra i quali Pinna), Carozza si affretta ad inviare un parere favorevole formulato con toni trionfalistici come se si trattasse di una grande conquista.
Io gli scrivo pubblicamente che evidentemente, dopo il suo sussulto d'orgoglio con critiche al Governo, il suo partito lo ha richiamato all’ordine perchè non capisco altrimenti il suo appiattimento collaboratico su questa proposta oscena.
E Carozza mi riempie di insulti e contumelie, anche lui pubblicamente e, siccome gliene avanzano, ne scarica una dose anche su mia sorella.
Dopo il parere positivo del CGIE, gli eletti all'estero della maggioranza (Pd & C.) votano A FAVORE di questa formula matematica che diventa così legge dello Stato.
E arriviamo ai giorni nostri. Il CGIE, che ha dato parere entusiasticamente positivo, fa finta di cadere dal pero e si lamenta. Gli eletti all'estero del PD, che hanno votato a favore, cercano di far credere che non c'erano e se c'erano dormivano.
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Potete leggere:
LA RICHIESTA DI PARERE
LA COMPOSIZIONE DEL CGIE IN BASE ALLA FORMULA MATEMATICA

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Sen. Malan: Taiwan è un esempio positivo

Il saluto del Sen. Lucio Malan, Presidente del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan in occasione  del Dinner per il Capodanno lunare a Roma il 24 febbraio 2015
Caro Ambasciatore Kao, cari amici taiwanesi, cari colleghi parlamentari e amici tutti:
ricambiamo a lei, ai suoi collaboratori, al suo Paese e al suo Popolo, i migliori auguri di prosperità e di serenità nel nuovo Anno lunare dedicato alla Capra!
Questo piacevole incontro del quale, caro Ambasciatore, la ringraziamo, avviene all'inizio di un Anno che tutti noi auspichiamo possa rappresentare  - come atteso da tanto tempo -  una svolta nei rapporti economici e commerciali tra i nostri due Paesi.
Infatti, dopo l'approvazione unanime dell'Aula del Senato, alla fine del 2014, la Camera dei Deputati si appresta, nelle prossime settimane, a votare il Disegno di Legge  - presentato dai Ministri degli Esteri e dell'Economia e Finanze -  sulla esenzione della Doppia Tassazione con Taiwan.
Quando in Parlamento, 5 anni orsono, iniziammo ad occuparci di questa materia solo due paesi europei avevano già introdotta tale esenzione nella loro legislazione;  oggi i paesi sono diventati 13 e tutti hanno registrato grandi benefici nell'incremento dell'interscambio e degli investimenti.
E' quello che anche noi perseguiamo, a favore del mondo del lavoro e delle imprese italiane. E di questo si discuterà nella prossima V sessione del  Foro italo-taiwanese di cooperazione economica  che dovrà riunirsi quest'anno a Taipei e del quale attendiamo la data della riunione dal nostro Ministero dello Sviluppo Economico.
Non voglio dimenticare la dimensione culturale delle nostre relazioni bilaterali: un campo importante e con ricadute molto positive nella formazione dei giovani che, grazie ai 30 Accordi tra università italiane e taiwanesi, sono i protagonisti di un reciproco scambio che darà in avvenire i suoi frutti.
Ricordo che,  lo scorso Anno, solo dalla Università Bocconi di Milano erano 50 gli studenti a Taipei e il loro entusiasmo per Taiwan è la migliore prova di quante e quali opportunità, anzitutto di apprendimento, di formazione e di crescita, essa offre alle nuove generazioni.
Su diversi altri temi concreti vi sono spazi di sviluppo per i nostri rapporti e non mancherà, in Parlamento, la nostra attenzione e il nostro impegno.
Vorrei concludere sottolineando un aspetto che caratterizza il suo Paese e il suo Popolo, suscitando la nostra ammirazione.
Mi riferisco agli innumerevoli interventi umanitari, di assistenza e di cooperazione, che in  tutte le occasioni di gravi emergenze causate, in tante parti del Mondo, da tragici eventi bellici - come il dramma dei profughi nel vicino Oriente -  e da funeste calamità naturali, ha visto Taiwan prontamente intervenire con straordinaria generosità ed esemplare efficacia.
Così è stato anche in Italia, negli scorsi anni, in Abruzzo e in Emilia, e non lo dimentichiamo.
Questa vostra sensibilità  - che si unisce alle tipiche caratteristiche di apertura, simpatia e disponibilità del popolo taiwanese -  contribuisce a rafforzare i nostri legami di amicizia fondati sulla condivisione dei comuni valori, che ci uniscono, di libertà, di dignità umana e di giustizia sociale, nel quadro della democrazia parlamentare.
Valori dei quali Taiwan è un esempio di successo nell'area dell'Asia-Pacifico.
Grazie e ancora e tanti auguri a tutti!

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“Oratio in Michelonem Prima in Senatu Habita”

MARIA IACUZIO (lista ItalUk di Londra) replica nuovamente al Sen. Di Biagio (Per l'Italia) che ha dichiarato che il rinvio delle elezioni dei Comites "è una decisione di buon senso" e che "si darà la possibilità di partecipare alla competizione elettorale anche a chi per i tempi, oltremodo, ristretti non aveva completato tutti gli adempimenti"
“A chi, in mala fede, ha voluto leggere questa mia posizione, - affermava il Senatore Aldo Di Biagio -  come se seguissi sempre a prescindere il collega Micheloni, evidenzio che non è così”, mi dispiace Senatore Di Biagio, ma lei è diventato, in tempi recenti, un clone politico del Senatore Micheloni. Quindi scriverò a lei per comunicare con Micheloni, essendo che lui con creature umane non parla più.
Siamo arrivati alla data del 19 novembre, quella originariamente prevista per la chiusura delle sottoscrizioni al voto e la percentuale d’iscritti si aggira intorno al 4%. Percentuale poco al di sotto e simile a quella dell’affluenza al voto degli italiani all’estero in UE alle ultime elezioni europee, poco più del 5%. Anzi per essere più precisi in  Belgio fu del 4,7; in Germania del 4,8 e nel Regno Unito del 5% , giusto per citare alcuni paesi in Europa con maggior popolazione d’Italiani.
Da lei non ci fu nessun comunicato o espressioni del tipo: è stata una farsa, un pasticcio, una toppa, un’umiliazione, in mano a ‘rais’ dell’emigrazione, violazione dei diritti, ecc.. . Tutta’altro, lei serenamnente e in maniera linda dichiarava: “... abbiamo bisogno di quel pragmatismo che gli Italiani all’estero hanno sempre dimostrato... rivolgo a Voi il mio umile appello al voto, alla partecipazione e al pragmatismo... bisogna dare forma a questa importante partecipazione democratica”.
Non è che nelle europee del 2014 ci si aspettasse di più, in termini d’affluenza al voto, visto il 7% delle precedenti elezioni del 2009.
Al contrario sulle elezioni Comites, ha dichiarato d’astenersi dal partecipare a questo teatrino e ha invitato,  tutti noi all’estero, a fare altrettanto - praticamente disertare il voto. Non ha mai invitato noi ad iscriversi nel nuovo registro degli elettori, mai!
Se ne deduce che per lei il 4% è una violazione dei diritti democratici, il 5% invece, è un’importante atto di democrazia.
Alla luce di queste riflessioni onestamente mi sono addormentata e ho fatto un sogno, o meglio un incubo, che le voglio raccontare:
Nocciolo di tutta questa questione non erano i Comites, ma  il nuovo Registro degli elettori. Sistema che  sta facendo i suoi primi passi, una riforma epocale per la circoscrizione estero, che porterà ad un voto vero, lontano dai grandissimi deficit del precedente sistema. Una nuova anagrafe elettorale, dove non voteranno più i moti,  che rompe completamente i vecchi equilibri, e che al contrario di me a voi non fa dormire. Affogare questa iniziativa è il vostro reale obiettivo. Il Senato non ci sarà più, con la riforma Renzi, e per voi sarà molto difficile passare alla Camera dei Deputati, anche con queste regole. I Comites? Solo uno strumento, per creare confusione e colpire così indirettamente la nuova anagrafe elettorale.
Ad un certo punto, nel dolce del cammin di questo sogno, mi è apparso Cicerone, che mi ha sussurrato: ‘Oratio in Michelonem Prima in Senatu Habita‘
E tutto a questo punto diventava per meta già reale. Prima il rinvio delle elezioni, cosa di per se molto grave da un punto di vista etico oggettivo, poi il pezzo forte: eliminare i Comites, e con questi indirettamente la nuova anagrafe elettorale.
L’eliminazione dei Comites, dovrà avvenire  tramite gli stessi italiani all’estero vostri fans o rancorosi perchè hanno fallito con le liste, o semplicemente creduloni, “Tu quoque Brute fili mi!” avrebbe esclamato Cesare. Quindi l’apertura dei termini per la presentazione di nuove liste, anche dove già ci sono. Altri italiani all’estero, per puro senso di giustizia, presenteranno a raffica ricorsi al TAR, in un vero girone dantesco. La magistratura farà il suo corso e viste le palesi violazione delle più elementari regole, butterà via l’acqua sporca con tutto il bambino, annullerà tutto con fine perpetua dei Comites e della nostra piccola democrazia come italiani all’estero. Ridiscutere tutto sulla rappresentanza ed eliminare la doppia opzione legata alla vicenda dei Comites verrà da se - l’etica oggettiva a pezzi, ma che importa. Bravi avrebbe detto Macchiavelli, giacchè ogni fine giustifica i mezzi.
Mi sono quindi desta, naturalmente perplessa, trattasi pur sempre di un sogno, brutto che sia sempre un sogno.  Dopo aver bevuto una bella limonata acida, buttato giù un un boccone amaro. Nel frigo c’era solo cicoria lessa. Riflettendo poi tra me e me consideravo che il sogno era tutto in lingua italiana, perchè quando sogno in inglese, non succedono queste cose. Cosa ci vuoi fare, povera me italiana all’estero indomita sognatrice indipendente!

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Bugie ed economia

TORQUATO CARDILLI - Alcuni mesi fa la bella, ma modesta, ministra Boschi, credendo di citare chissà quale luminare dell’etica politica repubblicana, ha ripetuto in Parlamento una frase attribuita al suo conterraneo Fanfani, secondo cui le bugie in politica non convengono.
Serviva questa dotta citazione per scoprire l’acqua calda, quello cioè che ciascun genitore ripete ai propri  figli fin dalla più tenera infanzia. In politica, come in ogni altra attività, è risaputo che le bugie hanno le gambe corte: dopo un certo periodo di tempo viene fuori la verità. In economia le gambe delle bugie sono cortissime perché la gente non è stupida e sa far di conto quando si tratta del proprio portafoglio.
Appunto. Dopo l’ubriacatura Berlusconi, gli italiani meno sprovveduti hanno cominciato a riflettere sulle conseguenze per le loro famiglie degli errori di calcolo e di politica economica fatti dal governo attraverso gli infallibili conti della serva, puntualmente confortati da un Istituto o un Ente di prestigio che ha sistematicamente sconfessato in peggio le previsioni del governo. Sono almeno cinque anni che accade, ma tanto la stampa generalista, quanto la televisione si guardano bene dal sottolinearlo. Per loro è sufficiente far annunciare nei vari TG, dall’oca giuliva di turno, che l’asta dei BOT, CCT BTP ha avuto successo, che tutti i titoli di debito sono stati sottoscritti, che lo spread si è mantenuto stabile. Mai nessuno che annunci quanto in termini di euro costi ciascuna asta e dove lo Stato prenda i soldi per restituire i capitali e pagare gli interessi.
Come i governi che lo hanno preceduto, anche quello di Renzi è stato sistemato per le feste per le bugie sull’economia del paese, sparse al vento e in qualche caso rafforzate pure dallo sberleffo insultante, come ha fatto il premier a Bruxelles quando ha detto che l’Italia si è arricchita durante la crisi.
In questo inizio di 2015 due fonti prestigiose gli hanno tirato addosso un secchio di acqua gelata; altro che stupide docce promozionali di solidarietà per i malati di Sla, mandandogli di traverso il pranzo.
Cosa è successo?
Il FMI esaminando i rischi sull’economia mondiale derivanti dalle tensioni sui mercati finanziari internazionali per il peggioramento della situazione politica in Grecia e in Ukraina, per l’aggravamento della crisi in Russia a seguito del dimezzamento delle entrate petrolifere e per le sanzioni occidentali, nonché per l'indebolimento della capacità di spesa e di acquisto di beni da parte dei paesi produttori di petrolio, ha valutato le prospettive all’intera area dell’Euro. Per tutti i risultati sono modesti, ma per noi negative tanto da essere relegati agli ultimi posti in graduatoria, appena sopra la Grecia e Cipro, come del resto confermato al meeting di Davos, che ha infranto i sogni di crescita renziani riportandoci con i piedi per terra.
I corifei del premier hanno subito intonato la cantilena che quelli espressi dal FMI e a Davos sono giudizi di supergufi.
Bene, facciamo finta che sia così e fidiamoci allora di una fonte imparziale, quella di Via Nazionale. Secondo il bollettino sulle prospettive per il 2015 della Banca d’Italia, le stime fatte a luglio scorso di crescita del PIL dell’1,3%. vanno drasticamente ridotte ad un modesto +0,4%, ben al di sotto della media europea e molto lontano dalle previsioni di crescita della Spagna del +2% o degli Stati Uniti del +3% o della Cina del +7%.
E tutto questo in una situazione congiunturale favorevole per la caduta del costo del greggio, del gas e dell’energia, per l’indebolimento dell’euro del 20% rispetto al dollaro e del 30% rispetto al franco svizzero, per la nuova politica della BCE di tassi più bassi in assoluto sul credito.
A palazzo Koch si manifesta un ampio ventaglio di incertezza in relazione alla difficoltà di ben ponderare la ripresa della spesa per investimenti pubblici e si fa notare che il debito pubblico a fine 2014 è arrivato al 132% del Pil, con un aumento di quattro punti percentuali rispetto all'anno precedente. Se mai dovesse verificarsi una crescita dell’economia italiana del 1,2% questa vi potrà essere solo nel 2016.
E’ la solita storia. Più si va avanti negli anni e più si tira la cinghia, mentre l’orizzonte felice viene spostato più in là come il miraggio dell’acqua nel deserto, sempre a portata di mano e sempre irraggiungibile. Quelli che all’inizio della crisi (sono trascorsi già 7 anni) erano giovani in erba, fanno in tempo a invecchiare, se non muoiono nel frattempo, prima di arrivare alla  terra promessa di un miglior standard di vita, di una maggiore perequazione economica e sociale.
Il punto cruciale è che gli interessi sul debito pubblico ammazzano il Paese a danno dello stato sociale. I miliardi che lo Stato destina al pagamento degli interessi da dove vengono se non dalla sottrazione dei servizi primari ai cittadini, dalle pensioni, dalla sanità, dagli ammortizzatori sociali, dall’istruzione, dalle risorse per le PMI e per la ricerca? Se gli interessi aumentano di volume (non fatevi fuorviare dai ripetitivi annunci delle percentuali in diminuzione), una quota sempre maggiore di spesa pubblica dovrà essere dedicata ogni anno al loro pagamento. Essi sono prossimi a raggiungere un livello impensabile: dai 78 miliardi pagati dallo Stato per finanziare il proprio debito nel 2011 si è passati agli 89 nel 2012 per salire ai 95 nel 2013 e per arrivare a quota 99,9 nel 2015.
Pur in presenza di un avanzo primario (cioè spese inferiori alle entrate dalla fiscalità generale) il carico degli interessi distrugge il risparmio, annienta gli investimenti, impedisce la creazione di posti di lavoro e cancella ogni anno i sacrifici imposti dalle varie finanziarie e dai nuovi balzelli sempre in aumento.
Basti riflettere che negli ultimi 20 anni l’Italia ha pagato in interessi più di 1.500 miliardi di euro, cioè pressappoco la globalità del suo debito, facendo la figura di chi è preso alla gola dallo strozzino usuraio. E i vari governi che si sono succeduti alla guida del paese che cosa hanno detto? Uno dopo l’altro che avrebbero risanato il paese facendo pagare il conto ai cittadini. Una bugia mostruosa, non perché i cittadini non abbiano pagato, ma perché loro non hanno risanato un bel nulla.
Centrale in questo quadro è il tema del mercato del lavoro con una disoccupazione mai vista prima d’ora al 13% e quella giovanile al 44%. Nel primo semestre dell’anno scorso in Italia hanno abbassato la saracinesca per fallimento ben 8.100 aziende (+10% rispetto all’anno precedente) alla media di 63 ogni giorno, più di due imprese ogni ora.
Infine anche la Corte dei conti ha detto la sua circa gli investimenti nella sanità. La relazione sulla gestione finanziaria appena resa nota sostiene che il riassorbimento di parte del deficit è stato ottenuto solo con tagli lineari sulle principali voci di spesa (farmaceutica e personale) a danno dell’efficienza e che ulteriori tagli potrebbero rendere problematico il mantenimento dell'attuale assetto dei livelli essenziali di assistenza, soprattutto nel meridione, dove il divario, rispetto al resto del paese, negli investimenti sanitari per l'ammodernamento del patrimonio tecnologico e infrastrutturale è più accentuato.
E’ così ministra Boschi con le bugie in economia?

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Cittadinanza agli stranieri...ma i connazionali all'estero?

GIULIO TERZI  (Ex ministro degli esteri) - E’ sempre più di attualità il dibattito sulla cittadinanza da riconoscere ai figli di stranieri residenti in Italia senza alcun titolo legale. Il tema non solo è “sensibile”, ma richiama a un confronto ben più ampio nei confronti non soltanto degli immigrati stranieri in Italia ma anche e soprattutto nei confronti dei nostri connazionali che sono emigrati all'estero. Si tratta infatti di valutare il rapporto tra il cosiddetto "Jus soli" (diritto di cittadinanza se si è nati sul territorio nazionale) e lo "jus sanguinis" (diritto di cittadinanza solo se si è nati da genitori che già avevano la cittadinanza italiana)
1) "JUS SOLI". La proposta del Governo di modificare il principio dello "jus sanguinis" e di applicare solamente lo "jus soli", riconoscendo quindi la nostra cittadinanza a tutti i minori stranieri nati in Italia anche da cittadini stranieri senza cittadinanza italiana, amplia considerevolmente la sfera dei “beneficiari” rispetto alla normativa attuale. La proposta non inserisce nella legislazione un principio nuovo, bensì l'ampliamento di un principio - lo "Jus soli" - che di fatto esiste già nella nostra legge, che recita: "Lo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data". Un aspetto fondamentale, questo, per comprendere come nell'ordinamento italiano non esistano "diritti negati" per gli immigrati nel nostro Paese a condizione che l'immigrazione avvenga legalmente o sia opportunamente legalizzata. Lo scopo dell'innovazione anticipata dal Governo sarebbe invece di assicurare il riconoscimento “automatico” della cittadinanza a minori nati in Italia anche da immigrati sprovvisti di un titolo legale di residenza. Alcuni credono ideologicamente che un’ulteriore virata verso lo "Jus soli" costituisca di per sé un progresso in materia di cittadinanza anche per Stati come l'Italia, nazione non certo bisognosa di sollecitare massicci flussi in entrata per "popolare" il proprio territorio com’è avvenuto in USA e Australia, mentre in Paesi come il nostro è probabile che una rapida modifica della composizione sociale - incoraggiata da misure come quelle ipotizzate dal Governo - rimetterebbe pericolosamente in discussione equilibri economici, identitari, culturali e di convivenza civile maturati nel corso della lunga e complessa formazione dello Stato Unitario, determinando inoltre una crepa nel "principio di legalità'" in materia migratoria. Per contro, chi tar gli stranieri ha realmente diritto alla cittadinanza, per aver rigorosamente sempre rispettato le nostre Leggi, essersi inserito, avere un lavoro stabile e pagare le relative tasse, etc, la attende per anni ed anni a causa di folli ritardi burocratici: legittimo il dibattito democratico su un tema così importante, ma perché allora non pensiamo prima allo snellimento di pratiche e procedure, così da garantire che tutte le opportunità già offerte dalla Legge siano applicate correttamente e tempestivamente, anziché continuare produrre situazioni giuridiche nuove e spesso insostenibili, in una realtà socialmente sempre più esplosiva e radicalizzata, dove il Governo apre Centri di accoglienza e lascia proliferare campi illegali, ignorando la legittima necessità di sicurezza di interi quartieri ad enorme rischio, sempre senza informare e coinvolgere prima la popolazione residente…?
2) NOSTRI CONNAZIONALI ALL'ESTERO: DISCRIMINATI E PENALIZZATI. La proposta sullo "Jus soli" aggrava però l'inaccettabile “strabismo” degli ultimi Governi nel dedicare tutti i loro sforzi alla condizione economica e giuridica degli stranieri in Italia senza però riservare alcun paragonabile impegno alla condizione dei nostri connazionali all'estero, in materia di riconoscimento della cittadinanza, come anche di rappresentanza politica è associativa. Per molti cittadini di origine italiana residenti all'estero il riconoscimento della cittadinanza italiana in base alle norme vigenti costituisce sempre più un diritto negato. Senza che il Parlamento abbia sancito alcuna modifica legislativa, i provvedimenti adottati dal Governo agiscono in modo surrettizio per accrescere oneri finanziari, tempi di trattazione, assistenza ed erogazione di servizi consolari che sono indispensabili per le pratiche di cittadinanza. Ad esempio, nella Legge n° 89 del giugno 2014 è stata inserita una norma (c.d. "emendamento Tonini") che stabilisce una tariffa consolare ben 300 euro a carico del cittadino richiedente, fino a prima inesistente, per l'avvio di ogni singola pratica di cittadinanza. La motivazione addotta dai proponenti era quella di dotare il Ministero degli Esteri di maggiori risorse finanziarie che - attraverso l'assunzione di nuovo personale a contatto e di strumenti informatici più moderni - migliorassero l'efficienza del servizio nel settore della cittadinanza. L'effetto è stato esattamente il contrario: da un lato la nuova tariffa scoraggia fortemente i numerosi nostri connazionali che sono in difficoltà economiche all’estero, dall'altro - con una beffa burocratica tutta italiana - le tariffe sinora percepite dai Consolati sono acquisite dal Ministero delle Finanze anziché dalla Farnesina, e non esiste neppure un provvedimento regolamentare che renda automatico il trasferimento delle somme dal MEF al MAE. Inoltre, l'erogazione dei Servizi Consolari sta subendo crescenti limitazioni a causa della continua soppressione di Uffici Consolari soprattutto – paradossalmente - nei Paesi a maggior presenza di emigrazione italiana, soppressioni contro le quali mi ero fermamente battuto nel mio incarico da Ministro degli Esteri. La "destrutturazione" della rete Diplomatico-Consolare risponde a una precisa scelta dell'Amministrazione: quella di effettuare riduzioni di spesa eliminando non pochi Uffici della rete Estera per poter mantenere inalterata la percentuale degli impiegati di ruolo assai costosi, rispetto agli impiegati locali – sempre di cittadinanza italiana - a contratto, meno costosi, in quanto non vi sono da pagare indennità di trasferta... Tale scelta, imposta dalla CGIL che dispone alla Farnesina della maggior forza contrattuale e ci tiene a garantire le elevate indennità percepite all'estero dai propri iscritti, era stata modificata dalla Commissione MAE per la Spending Review nella sua relazione del 2012, ripresa poi anche nell'Atto del Senato n. 3-00746 del 20/2/2014, ma i Governi Letta e Renzi sono invece tornati a privilegiare "risparmi" basati sulla riduzione dei servizi per i nostri connazionali all'estero, anzichè riequilibrare - come fanno tutti gli altri Paesi UE - la presenza del proprio personale all'estero, sostituendo quello di ruolo in trasferta con quello locale a contratto, assai meno oneroso per il bilancio bello Stato. Questa situazione penalizza di fatto il riconoscimento della cittadinanza italiana per chi ne ha diritto. Una ricognizione effettuata nelle sedi consolari del Nord e Sud America ha rivelato tre aspetti preoccupanti:
- mancanza di trasparenza da parte degli Uffici Consolari circa il numero di pratiche in trattazione e i tempi occorrenti per concluderle;
- attese per accedere agli sportelli, gli appuntamenti vengono fissati ad anni di distanza;
- attese inaccettabili, anche dell'ordine di mesi, per i titolari di passaporto italiano che necessitano di rinnovi.
Altrettanto carente appare l'azione di Governo in tema di Rappresentanza politica e associativa dei nostri connazionali all’estero. Dopo un lungo ritardo nello stabilire nuove procedure e date per le elezioni dei “Comites”, le organizzazioni di rappresentanza degli interessi dei nostri connazionali all’estero, la consultazione è stata fissata al 19 Dicembre 2014. Nessuna innovazione è stata apportata dal Governo, nonostante fosse stata promessa, e il voto continuerà a essere espresso per corrispondenza senza alcuna possibilità di voto telematico, ipotesi che era stata accertata fin dallo scorso anno con previsione di considerevoli risparmi e di forte incentivo a votare. Averla accantonata significa comprimere considerevolmente la partecipazione al voto per i Comites, che in diverse circoscrizioni consolari non supera il 5-10% degli aventi diritto. LA MIA DOMANDA IN DEFINITIVA E’: purchè si preservi il principio di legalità, bene dibattere dei diritti degli immigrati, dal momento che l’Italia è stata nel secolo scorso uno dei paesi più attivi in termini di emigrazione, ed abbiamo a più riprese criticato il trattamento ricevuto dai nostri nonni e padri in paesi stranieri…MA DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO CHI SI OCCUPA? Perché il Governo non dedica analoga attenzione nella difesa dei diritti di chi è di discendenza italiana, e la nostra cittadinanza c’è l’ha, o la vuole mantenere/recuperare…?

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