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Last updateSab, 17 Giu 2017 4pm

Ho bisogno di aiuto

GIAN LUIGI FERRETTI - Non è mia intenzione fare polemiche, ma confesso che ho davvero bisogno di aiuto per capire perché evidentemente – sarà l’età – sto perdendo colpi e non sono aggiornato circa la “grande attenzione del governo nei confronti degli italiani all’estero” propagandata dai deputati Garavini e Tacconi (PD) in un  comunicato del 2 novembre al termine di loro incontri con le comunità italiane in Svizzera assieme al capogruppo PD Rosato.
Chi sono io per mettere in dubbio l’autorevole proclama di due parlamentari della Repubblica? Come posso permettermi di non credere ciecamente?
Ecco perché chiedo aiuto ai lettori. Ho bisogno che  qualcuno mi spieghi il senso dell’affermazione dell’on. Garavini: “Rispetto ad una fase in cui gli italiani nel mondo erano spariti dal radar delle politiche di Governo ed erano stati declassati a cittadini di serie B, oggi possiamo vantare risultati concreti grazie alla nuova attenzione che ci dedica il nostro Governo. Il fatto stesso che la Legge di stabilità in arrivo preveda la conferma dell'esonero dell'IMU per quei pensionati che percepiscono una pensione straniera è un primo risultato importante, nient’affatto scontato. Ma il successo più grande per noi italiani all'estero, frutto dell'azione di Governo, è  quello di potere finalmente tornare a sentirci fieri di essere italiani, grazie alla credibilità riacquistata dal nostro Paese a livello internazionale."
Non posso credere che tanta gioia, tanto entusiasmo, tanto orgoglio siano sprecati per la non cancellazione dell’esonero IMU per gli emigrati che percepiscono una pensione estera. Un po’ pochino, no?
Dice l’on. Garavini che gli italiani nel mondo erano spariti dal radar delle politiche di governo? Io mi preoccupo per il fatto che sono entrati nel mirino del governo Renzi, che li sta bombardando di tagli su tagli.
Nella Legge di Stabilità per esempio vengono ridotti al lumicino i finanziamenti agli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero: Com.It.Es., Intercomites e CGIE, così che sarà praticamente impossibile lo svolgimento dei loro compiti e l’effettuazione delle riunioni previste dalla legge.
Ma forse questo per la Garavini è proprio uno dei “risultati concreti grazie alla nuova attenzione che ci dedica il nostro Governo”. Senza ombra di dubbio lo è per la sua spalla, quel Tacconi che ha depositato una proposta di legge per l’abolizione del CGIE.
Altri “risultati concreti grazie alla nuova attenzione che ci dedica il nostro Governo” sono la riduzione oltre la soglia di criticità dei contributi all’insegnamento della lingua e della cultura italiane all’estero, la riduzione a mera elemosina dell’assistenza indiretta per le rimanenti fasce più deboli delle comunità e così via (ne parleremo nei dettagli in una prossima occasione).
Contenta la Garavini? Allora è contento anche Tacconi che, da buona spalla, le fa eco: “Abbiamo parlato degli importanti risultati ottenuti in questi mesi di Governo del PD, per il Paese e per gli italiani all’estero, così come delle tante altre riforme in cantiere per il futuro”.
Adesso i tagli li chiamano riforme? – si chiedono gli italiani nel mondo – mentre si toccano di fronte alla minaccia di “tante altre riforme per il futuro”.
Mentre io sono qui, perplesso e smarrito, in attesa del vostro aiuto per cercare di capire perchè il duo Garavoni ovvero Tacchini continui a cantare a squarciagola: "Tutto va ben, Madama la Marchesa".

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La passione del MAIE ad Amburgo

Il Prof. Giuseppe Scigliano, storico leader della comunità italiana del nord Germania, recentemente rieletto Presidente del Comites di Hannover, ha scritto su Facebook:
“Oggi sono stato ad Amburgo ed ho partecipato ad un incontro con la collettività organizzato dal movimento MAIE.

L'incontro è stato costruttivo e la sala era piena di persone interessate ed attente. 
Si è parlato di temi cari agli italiani residenti all'estero tra cui i servizi consolari, la cittadinanza italiana, i patronati e tanto altro ancora.
 Personalmente sono stato ben lieto di aver preso parte a tale evento che mi ha dato la possibilità di conoscere i dirigenti di questo movimento che mi sembra radicato sul territorio e per questo vicino ai bisogni degli italiani che risiedono all'estero”.
Hanno portato il loro saluto il Console generale di Hannover, Flavio Rodilosso, il padrone di casa, don Pierluigi Vignola, l’on. Ricardo Merlo, fondatore e presidente del MAIE, l’on. Mario Borghese (MAIE), Commissione affari sociali della Camera ed il sen. Vittorio Pessina, responsabile di Forza Italia per gli italiani all’estero.
I relatori del convegno, moderato da Gian Luigi Ferretti (coordinatore europeo del MAIE) sono stati Giuseppe Scigliano (presidente del locale Comites), don Pierluigi Vignola (Fondazione Migrantes e direttore della Missione Cattolica Italiana in Amburgo), Francesco Bonsignore (patronato Epas) ed Anna Mastrogiacomo (coordinatrice del MAIE Germania).
Al termine si è sviluppato un interessantissimo dibattito con domande ai parlamentari da parte del pubblico.
Ferretti e gli onorevoli Merlo e Borghese sono venuti da Roma, il sen. Pessina da Milano, Anna Mastrogiacomo da Stoccarda, Pietro Capelli, che ha portato il saluto del Comites di San Gallo, dalla Svizzera, l’ambasciatore Fabio Massimo Cantarelli da Parma. Lo hanno fatto a spese loro, come sempre, per passione e spirito di servizio, per analizzare e discutere i problemi degli italiani in Germania, non certo per speculazione elettorale dato che oltretutto non è in vista nessun tipo di elezione. E poi sia l’on. Merlo che l’on. Borghese i loro voti – e tanti – li prendono in Sud America, non certo in Europa.
Passione quella dei relatori e degli ospiti, ma passione anche quella delle tante “persone interessate ed attente” (per dirla con Scigliano) che hanno gremito la sala ed hanno apprezzato l’impostazione di una serata in cui non si è parlato di politica partitica, ma – lo ha scritto il presidente del Comites – “si è parlato di temi cari agli italiani residenti all'estero tra cui i servizi consolari, la cittadinanza italiana, i patronati e tanto altro ancora”.
Ancora una volta si è constatato come eventi come questo siano estremamente utili per informare le comunità italiane all’estero ed ascoltare i loro desiderata, insomma per cucire una rete virtuosa fra Italia e italiani all'estero. Il MAIE Europa ha annunciato di volere proseguire su questa strada e prossimamente pubblicherà un calendario di eventi simili in una serie di città europee.

Foto del tavolo dei relatori:
Francesco Bonsignore – don Pierluigi Vignola – Gian Luigi Ferretti – Anna Mastrogiacomo – Giuseppe Scigliano

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No ai tagli, sì a chi taglia

Il solito paradosso degli eletti all’estero del PD
GIAN LUIGI FERRETTI - E' tempo di legge di stabilità e, come è ormai tradizione, i deputati del PD eletti all’estero hanno stilato un comunicato per cominciare a mettere le mani avanti lamentando che verranno ancora una volta saccheggiati i capitoli del MAECI relativi agli italiani all’estero. In particolare diminuiranno le risorse da destinare alla promozione della lingua e cultura. Ci sarà un’ ulteriore restrizione dei fondi per la rappresentanza, già ridotti all'osso. Per non parlare della contrazione della rete dei servizi all'estero a seguito della diminuzione di strutture e di personale, per di più combinata con l'aumento delle tariffe consolari. I firmatari chiedono inoltre l’esenzione dall’IMU e dalla TASI delle case possedute da tutti i cittadini italiani all’estero nonché il giusto riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia per chi lavora in paesi dell'UE e soprattutto in quelli extra UE.
Per dovere (Farina, Fedi, Garavina e Porta sono stati funzionari di patronato prima di entrare in Parlamento) si sentono in obbligo di chiedere che non ci sia “dell'ulteriore penalizzazione dei Patronati”.
Ora sorge spontanea la solita domanda: Se il governo farà orecchie da mercante e tirerà diritto sulla strada dei tagli agli italiani all’estero, i nostri che faranno? Voteranno contro la legge di stabilità? O almeno si asterranno?
Domanda retorica invero. Tanto che la risposta è già nell’ultimo paragrafo del comunicato, laddove si esorcizzano le “consuete fughe propagandistiche e le acrobazie antagonistiche di chi, dopo l’iniziale sostegno al Governo, dall’oggi al domani ha deciso di vestire i panni dell’oppositore”.
Ce l’hanno col MAIE che all’inizio, quando Renzi formò il governo, non essendo un partito ideologico, gli diede credito in attesa di vedere come avrebbe operato. Quando però fu chiaro a tutti che questo governo stava procedendo in una direzione opposta a quanto auspicato degli italiani all’estero, il MAIE dichiarò la sua opposizione. Come fa un gruppo politico non ideolicizzato.
Insomma con il comunicato i cinque eletti del PD più Tacconi se la cantano e se la suonano da soli e la traduzione è: questo governo continuerà con i suoi tagli selvaggi alle risorse per gli italiani all’estero, ma noi voteremo a favore perché siamo o non siamo soldatini di partito?
In fondo l’abbiamo imparato alle medie che “il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare”.
Ma allora perché prendersela preventivamente con gli uomini liberi del MAIE, che voteranno contro i tagli e non potranno non segnalare la doppia morale di chi predica bene e razzola male?
Si sa, è una vecchia tattica quella di gridare alla provocazione per chi è dialetticamente con le spalle al muro. Ne ho la riconferma leggendo una nota dell’On. Fedi - arrivata mentre scrivo - in risposta alle osservazioni di Mariano Gazzola (MAIE) contrarie all’introduzione dello ius soli Le critiche di chi non la pensa come lui sono archiviate in automatico sotto la voce “piccole provocazioni propagandistiche”.
Certo Fedi ricorda di avere “sempre dato atto al MAIE, quando insieme facevamo opposizione al Governo Berlusconi, di un atteggiamento e comportamento corretto ed utile a far avanzare la causa degli italiani all’estero”.
Ma quando lo stesso atteggiamento e comportamento il MAIE lo attua in opposizione al governo Renzi, diventa tout court “così distante dall’immigrazione in Italia e dai suoi bisogni e richieste”.
Per calcare la mano poi il deputato del PD si inventa che il MAIE “si è alleato con Forza Italia e Lega Nord” tralasciando il piccolo dettaglio del gruppo parlamentare proprio alla Camera assieme a Verdini.
E’ dura da comprendere, per chi ha ubbidito prima alle direttive del patronato ed ora a quelle del partito, la libera scelta dei liberi parlamentari del MAIE che, pur non dando la fiducia al peggior governo per gli italiani all’estero, votano di volta in volta a favore di leggi e provvedimenti che ritengono giusti. Per esempio votano a favore delle riforme.
E dunque ognuno si assuma le proprie responsabilità. Presto vedremo chi sarà a favore e chi contro i tagli. Ma facciamo una preghiera con tutto il cuore agli onorevoli Fedi, Farina, Garavini, La Marca, Porta più Tacconi: per favore questa volta non offendano la loro e la nostra intelligenza con gridolini di gioia per l’approvazione di qualche loro (inutile) ordine del giorno, anche perché ormai non ci casca più nessuno.
Lasciatemi finire con un’ultima osservazione. Nella sua replica a Gazzola, l’on. Fedi scrive: “Per quale ragione allora insistere in aula su emendamenti che già in partenza si sapeva che sarebbero stati travolti sotto uno tsunami di voti contrari? Semplicemente per trasformare l’obiettivo della cittadinanza in uno strumento di propaganda politica, alle spalle dei tanti che ci credono e l’attendono. Ebbene, noi non siamo fatti così. Gazzola ne prenda atto”.
Sicuramente Gazzola ne prenderà atto, io vorrei che l’on. Fedi prendesse atto di quante volte l’On. Tremaglia ha “insistito in aula su emendamenti che già in partenza si sapeva che sarebbero stati travolti sotto uno tsunami di voti contrari” prima di riuscire nell’impresa di vincere la battaglia per il voto all’estero.

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Ignazio Marino e Orfini ovvero: e io finirò, anzi rimango

TORQUATO CARDILLI - Novanta anni fa, quando a Roma c’era un altro duce, fu lanciata la canzone in romanesco “na gita a li castelli”, resa poi popolare da tanti personaggi dello spettacolo come Petrolini, Anna Magnani, Claudio Villa, Lando Fiorini, Gabriella Ferri ecc.
Diceva così:
Lo vedi, ecco Marino, la sagra c'è dell'uva,
fontane che danno vino, quant'abbondanza c'è.
Da varie settimane è finita la vendemmia e il nostro Marino, Sindaco di Roma, deve averne profittato troppo per essersi mantenuto ondeggiante, barcollante, nella danza di un passo avanti e uno indietro, di mosse finte e di contro finte. Nell’intervallo dalla data dell’annuncio delle dimissioni, prensili e retrattili come la lingua del camaleonte, a quella del ritiro effettivo delle stesse, si è assistito ad una pantomima senza fine, riassumibile, per la cattiva ironia del destino, nell’anagramma del nome dei due personaggi politici coinvolti sul palcoscenico della finta trattativa: Orfini e Ignazio Marino = e io finirò, anzi rimango.
Dopo l’infuriare dello scandalo del funerale Casamonica, delle cene, degli scontrini, del viaggio a Filadelfia, della sconfessione del papa, il tutto, se vogliamo, meno grave del superscandalo di Roma mafia capitale, Marino ha annunciato per televisione le dimissioni l’8 ottobre, ha firmato la lettera il 12 e si è preso appunto una pausa di riflessione di 20 giorni concessi dalla legge. Il termine scadrebbe il 1 novembre, giorno di tutti i santi, ma poiché è domenica il fato ha previsto un altro scherzo, per dare soddisfazione a chi lo vorrebbe vivo e a chi lo vorrebbe morto, facendo coincidere il termine fatidico con il giorno dei morti. A questo punto Marino, che crede alla jella, ha bruciato tutti sul tempo, ha ritirato le dimissioni e lanciato il guanto di sfida a Renzi, ordinando di alzare il  sipario per svelare a tutti il gran finale dello spettacolo della vergogna.
Cosa farà ora il sindaco? Chiederà la convocazione del Consiglio comunale e rinnoverà la sfida aperta al suo partito. Se fosse sfiduciato non solo dai 19 consiglieri del PD, ma anche da almeno altri 6 consiglieri di opposizione, sarà costretto ad ammainare bandiera. Prima di farlo, c’è da giurarlo conoscendo il personaggio, si difenderà su tutta la linea svelando che è stato vittima di una congiura ordita dal capo del suo partito che ha finito per schierarsi dalla stessa parte dei poteri occulti, dei poteri corrotti, che lui dice di aver combattuto, secretando la relazione prefettizia su mafia capitale con i nomi di oltre 100 personaggi politici e amministrativi della Roma che conta (ricordate la confessione di Buzzi di non parlare del “Cara” di Mineo per non far cadere il Governo?).
Potrà reggere il PD a tale sconquasso nel votare insieme alle opposizioni la sfiducia al suo Sindaco? Gli strateghi del Nazareno, da veri apprendisti stregoni, per piaggeria verso il loro capo hanno sbagliato tutte le mosse e continueranno su questa china arrivando persino ad indurre i propri consiglieri alle dimissioni collegiali in massa. Già perché non bastano le dimissioni isolate e alla spicciolata di qualche consigliere, dato che la legge elettorale prescrive per ogni uscita l’immediato subentro del primo dei non eletti nella stessa lista. Ma è qui che si faranno lancinanti i mal di pancia perché le dimissioni dei 19, quand’anche fossero ottenute, dovrebbero sommarsi a quelle di altri 6 consiglieri di opposizione. E’ immaginabile che i consiglieri di un Comune come Roma, che si è distinto per corruzione, per affarismo, per assegnazione di prebende, incarichi, posti ecc., siano pronti a staccarsi dalla sedia per un salto mortale senza paracadute, senza aver prima ottenuto un’assicurazione sul proprio futuro? E con quale faccia il PD oserà chiedere o a negoziare sotto banco le dimissioni di altri 6 esponenti dell’opposizione? Come si vede in tutta questa storia a nessuno dei principali attori in questione importa un fico secco di Roma e della qualità della vita dei romani.
Se Marino, in base a negoziati sotterranei riuscisse a racimolare una striminzita maggioranza che lo mantenesse al Campidoglio, il PD continuerà nell’operazione di logoramento psicologico, politico, minandone la credibilità fino a farlo crollare con la bocciatura del bilancio. Questa tattica aprirebbe immediatamente la strada al formale commissariamento del Comune ed alle nuove elezioni, mentre il governo manterrebbe il vantaggio di poter scegliere e stabilire la data della chiamata alle urne.
Anche in questo secondo scenario però non si terranno in alcun conto la sensibilità, gli affanni dei cittadini romani, le esigenze della città sottoposta allo stress del giubileo, problemi dei quali palazzo Chigi sembra infischiarsene allegramente. Insomma a dispetto della retorica sempre utilizzata dalla classe politica, alla cittadinanza romana sarà negato, proprio dal partito di maggioranza che esprime il premier e il segretario politico, di assistere nell’aula intitolata a Giulio Cesare al vero esercizio democratico dello scontro di due opposte visioni e concezioni di governo dei problemi del paese.
Come un pugile costretto all’angolo e minacciato di ricevere il colpo del ko, Marino ha fatto ricorso all’ultima risorsa, cioè l’energia della disperazione, utilizzando il populismo e l’astuzia. Ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori in una dimostrazione di forza ai piedi della statua di Marco Aurelio incassandone il sostegno da sbattere in faccia ad Orfini, considerato alla stregua di un traditore, quale messo sicario del suo nemico.
Al suo padrone ha mandato a dire che non potrà ripetere con il Campidoglio il blitzkrieg di febbraio 2014 per la conquista in 48 ore di Palazzo Chigi contro l’inconsistente Letta e che la battaglia che lo tiene impantanato già da due mesi sarà dura, stressante sul piano psicologico e dei nervi, micidiale sul piano politico come una partita a scacchi giocata su un campo minato dove in ciascuna casella si può nascondere una bomba mortale.
Non avendo più nulla da perdere Marino gioca a tenere un bel po’ di persone con il fiato sospeso, fino ad arrivare al coup de theatre di fronte all’aula consiliare e vuotare il sacco dei rancori, della vendetta, svelando sgambetti e trappole per ottenerne almeno l’onore delle armi con il riconoscimento per quello che ha fatto per la città, per l’avvio dell’operazione pulizia, per spiegare alla cittadinanza i reali motivi della crisi e del dissidio con la direzione del suo partito. A questo fine, non fidandosi di Orfini, con una conversione a U, ha ritirato le dimissioni, come aveva promesso alla folla dei suoi sostenitori, e ha scaricato il peso della responsabilità politica sulla segreteria del PD.
Secondo i rumors che escono dal Campidoglio il gruppo del PD si mostra spaccato già ora prima della sfida finale. Orfini, non solo in quanto presidente del partito, ma soprattutto come Commissario per Roma, ha convocato tutti i consiglieri per sondarne la disponibilità ad assecondare il disegno della segreteria, pena la esclusione dalla candidatura alle prossime elezioni. Risultato: ha raccolto per ora non più di 12 adesioni spontanee, mentre gli altri attendono un chiarimento da parte del Premier, segretario di partito, non essendo disponibili a firmare in bianco un documento di dimissioni analogo a quello che dovrebbero contestualmente firmare i consiglieri della destra.
Comunque finisca questa partita resta assodato che Renzi ed il suo emissario, calpestano le regole democratiche, stracciano la costituzione e le leggi  creando il pericoloso precedente in base al quale i consiglieri si debbono dimettere in blocco per cacciare un Sindaco eletto dal popolo, non più di gradimento del premier.
Al momento il movimento politico che sta veramente alla finestra, in attesa degli eventi, è il M5S che giudica l’eventuale ammutinamento dei consiglieri del PD una vera farsa, mentre la loro mozione di sfiducia è l’unica già depositata in assemblea e il regolamento ne prescrive  la discussione e votazione obbligatoria in un periodo compreso tra dieci e trenta giorni.
…Lo vedi, ecco Marino, la sagra c'è dell'uva,
fontane che danno vino, quant'abbondanza c'è...
e io finirò, anzi rimango

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La settimana dell’agonia prima della ricorrenza dei morti

TORQUATO CARDILLI - Ho la sensazione che la stella di Renzi abbia imboccato la parte discendente della parabola non solo in Italia, ma sanche in Europa e nel ristretto club del G7 e delle super potenze.
Nel vecchio continente prevale su tutto e su tutti il triangolo Merkel-Hollande-Cameron a cui la Mogherini tenta di aggrapparsi come la coda dell’aquilone in posizione subordinata, coreografica, senza alcun effetto né per l’Italia che le ha fatto assegnare il ruolo di alto rappresentante per la politica estera europea, né per le decisioni che le vengono comunicate come già prese.
Nel quadrilatero dei paesi che contano nel mondo, soprattutto per la forza militare, economica, industriale, demografica, di prodotto interno lordo, di ricerca e innovazione tecnologica Giappone-Cina- Russia-USA, Renzi non può nemmeno affacciarsi.
In entrambi gli scenari il nostro primo ministro viene snobbato nonostante il suo affannarsi a pagare dazio in modo ubbidiente e senza pudore, nell’accettare tutte le richieste di partecipazione agli sforzi militari provenienti da Washington o dalla Nato, che poi è la stessa cosa, in Afghanistan e in Iraq oppure nell’accogliere tutti i profughi salvati in Mediterraneo dalle navi degli alleati che potrebbero benissimo portarseli a casa loro.
Ha provato a lanciare il ballon d’essai ventilando l’ipotesi di avere un ruolo guida nella stabilizzazione della Libia e si è visto con quale durezza gli sia stata chiusa la porta in faccia. Il successore di Leon, quale rappresentante dell’ONU nel difficile negoziato del ginepraio libico, è un tedesco. Di coordinamento militare sotto egida italiana, adombrato dalla ministra Pinotti, non se ne parla nemmeno. Ha tentato di giocare la carta della lusinga al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban ki-moon prodigandosi in servile piaggeria a New York, a Roma e a Milano, ma non è riuscito ad ottenere nessuna assicurazione di vedere soddisfatta l’aspirazione di entrare in Consiglio di Sicurezza.
Già un anno fa era apparso palese (vedi “bullismo da quattro soldi” del 29.10.2014) come fosse tenuto fuori della porta delle riunioni che contano, cioè dalle consultazioni politico strategiche che hanno riflessi sulla pace nel mondo come la questione iraniana, la questione ucraina, il Medio Oriente.
Quando si ha la credibilità, questa qualità fa premio sulla reale forza del paese. Ce lo insegnò un secolo e mezzo fa Cavour che con una modesta partecipazione alla guerra di Crimea riuscì a ottenere di partecipare alla Conferenza di pace di Parigi per porre in discussione la questione italiana. Ma il nostro premier, in perfetta sintonia con quelli che l’hanno preceduto, fatica a comprendere che la credibilità non si costruisce con le sparate a salve, con gli atteggiamenti da smargiasso, con le battute da bulletto del bar sport. Quelle servono solo a ricevere pesci in faccia come è accaduto nella vicenda dei marò italiani sotto processo in India e non salvati nemmeno dal Tribunale internazionale del mare di Amburgo.
Anche quest’anno ha provato a contestare e rintuzzare in modo maldestro le critiche della Commissione europea per la scelta di togliere la tassa sulla prima casa, anziché abbassare le tasse sul lavoro, dettata da una mancanza di visione complessiva del cammino da percorrere per estrarre il paese e l’economia italiana dalla crisi e dalla stagnazione.
Ogni sua dichiarazione o annuncio è fatto per cercare di guadagnare voti, illudendo la popolazione incline a credere a chi fa le promesse più mirabolanti con la faccina innocente. Ma Renzi non sta lavorando per un'Italia più giusta, da mettere al riparo della corruzione dilagante, non ha chiamato la “Fulgida” in due anni di potere per la pulizia a fondo della classe politica. Il suo governo si è distinto per una caparbia volontà di continuazione della politica berlusconiana contro i magistrati, a favore della depenalizzazione dei reati, contro la stampa cui vuole mettere il bavaglio, a favore degli evasori fiscali con l’elevazione della soglia all’uso del contante, nell’infliggere alla democrazia italiana torsioni pericolose, nello stravolgere la costituzione, infischiandosene della Corte Costituzionale  e delle sue indicazioni sulle regole da seguire per la legge elettorale, insomma tutto per rendere lo Stato più debole. Voleva cacciare i politici dalla Rai ma lui vi è sempre presente e per ottenerne i favori, dopo che aveva tolto dal bilancio all’epoca Gubitosi 150 milioni, ha fatto ora la bella pensata del canone RAI in bolletta elettrica. Roba da principianti allo sbaraglio, da pasticcioni che non agiscono sulla base di analisi, di studi, di modelli, di simulazioni verificate, di valutazione della casistica infinita. Sarebbe bastato obbligare ciascuno ad indicare in ogni dichiarazione dei redditi il numero dell’abbonamento TV con multa in caso di omissione ed il gioco sarebbe stato fatto. Troppo semplice!
Il Capo del Governo si dimentica dell’alluvione di Benevento e dei problemi allarmanti dei cittadini, ma pretende un nuovo super aereo, l’elicottero sempre a disposizione, i viaggi del tutto inutili a spese del cittadino per andare a sciare o ad assistere ad un incontro di tennis e preferisce eclissarsi quando infuria il dibattito politico sulle sorti di Roma Capitale e del suo Sindaco.
Comunque la si giri la questione romana, dopo quasi un anno che la magistratura ha scoperchiato i guasti di mafia capitale e ad un mese dal giubileo è diventata paradossale. Il Sindaco Marino si è comportato, né più né meno, con lo stesso malcostume della classe politica per troppi anni osannata e votata. Un ego ipertrofico, un’esaltazione da poema epico delle proprie gesta, con la prosopopea di chi per primo ha rimesso le cose a posto senza essersi mai accorto che nelle questioni più delicate e remunerative non toccava palla e che al Comune di Roma tutto era già preordinato. Perché da perfetto incosciente ha accettato in campagna elettorale le sovvenzioni di Buzzi (che, detto per inciso, ha sovvenzionato anche le cene di Renzi da 1000 euro a coperto), fidandosi delle assicurazioni della Prefettura sull’assenza della criminalità mafiosa a Roma? Perché ha accettato tutte le imposizioni del partito che lo ha circondato di personaggi ambigui che sono finiti in cella o inquisiti?
Possibile che lui, che ha partecipato alle primarie per guidare il partito, non fosse al corrente del marciume raggiunto dal PD romano che aveva via via espulso uomini di cultura, personaggi di assoluto valore per far posto a trafficanti di mestiere, solo attenti all’immagine pubblica, ma privi di competenza nelle materie loro affidate?
Possibile che l’impietosa radiografia fatta da Barca e poi anche dal ministro Madia sulla presenza nel PD romano, diventato losco crocevia di clientele, di un elevato livello di mafiosità e criminalità, non lo abbia sfiorato, né indotto ad un pesante repulisti o addirittura a sfidare con le dimissioni anticipate la stessa direzione del partito che ha coperto tutto salvo poi scaricarlo per il conto salato al ristorante?
Sulla testa di Marino il PD ha già brandito la spada di Damocle delle dimissioni obbligatorie per un problema di scontrini, ma tiene ben nascosto quello ben più grave di mega ricevute di spesa, di entità superiore di quasi 100 volte, risalenti al periodo in cui Renzi era presidente della provincia e poi Sindaco di Firenze.
Roma ha bisogno di un bagno di umiltà e di verità. Bisogna dire ai cittadini, che fino ad ora non sono andati al di là del mugugno perché ciascuno si è ritagliata la sua nicchia di malaffare o di micro privilegio o di abuso, che la festa è finita. Che bisogna far rinascere Roma dalle macerie di una classe politica inetta e in malafede, tagliando con la scure i rami secchi da gettare nel fuoco. Che bisogna fare tutti un sacrificio proporzionato alla propria funzione pubblica, ai propri averi ed alla propria classe sociale, politici in testa, amministratori pubblici, industriali, palazzinari, costruttori, titolari di licenze, professionisti, dirigenti, lavoratori, pensionati, disoccupati.
Sono almeno dieci anni che la città è stata sistematicamente depredata da amministratori incapaci, quando non collusi, nel tollerare un generale laissez faire, nell’applicare maldestramente il principio del liberalismo economico, drogato da corruzione e malaffare, come motore della prosperità solo per alcuni a danno di tutti.
Va ricordato che fin dal 2010 il commissario per la gestione del debito del Comune Varazzani aveva denunciato che Roma aveva accumulato un passivo totale di 22 miliardi e mezzo di euro, di cui quasi 7 legati al cosiddetto “debito finanziario quota interessi a finire”, cioè gli interessi passivi generati da mutui, linee di credito, strumenti derivati e prestiti flessibili, sottoscritti da emeriti imbecilli che nel Campidoglio si erano dilettati, come apprendisti stregoni, a giocare con la finanza creativa a partire dall’attuale assessore Causi, ora messo lì in giunta da Renzi dopo lo scandalo di mafia capitale, senza considerare che fu proprio lui come assessore nel 2003, quando era sindaco Veltroni, a lanciare un’emissione di un miliardo e mezzo di euro ad un tasso del 5,37 % e rimborso a 30 anni, nel 2033. E questo non fu che il primo passo sulla via di scommesse assurde sui derivati, caricati sulle spalle di chi doveva ancora nascere.
Con le finanze di una città alla sfascio, dissestate anche dal salasso di 350 milioni concessi come salario accessorio ai dipendenti del Comune sotto la giunta Alemanno dal 2008 al 2013, che cosa hanno immaginato i nuovi amministratori? Di tartassare i cittadini romani con multe per violazione delle regole del traffico senza essersi minimamente preoccupati di offrire alla cittadinanza un servizio di trasporto pubblico adeguato, un traffico scorrevole, corsie effettivamente preferenziali ecc.
Il Comune di Roma che fino all’anno scorso bruciava 100 mila euro al giorno, non ha assolutamente risolto il problema del buco nero delle società municipalizzate, gonfiate da assunzioni clientelari, che secondo i calcoli di Mediobanca hanno insostenibili bilanci in rosso (1,6 miliardi l’ATAC e 1,3 miliardi l’AMA) con servizi di trasporto pubblico scarsi, inefficienti e antiquati, ed una raccolta dei rifiuti, praticamente da livello di terzo mondo, nonostante il salasso per le tasche dei cittadini.
Dunque anziché promuovere un dibattito politico sulla pesante eredità lasciata dalla giunta Alemanno e sull’inadeguatezza della attuale Amministrazione del Campidoglio, il PD ha preferito la congiura di palazzo in perfetto stile alla “Enrico stai sereno”, condotta in modo dilettantesco. Si può dimenticare che il PD romano è stato commissariato nientemeno che dal presidente del partito, un politico “romano de Roma”, di antica scuola dalemiana e pertanto profondo conoscitore delle magagne palesi e dei sotterfugi nascosti del PD romano?
Il giorno dei morti, a conclusione della settimana dell’agonia per il sindaco di Roma che non intende risparmiare sorprese alla città ed al partito democratico, tuttora intento a cospargere di grasso la corda della propria impiccagione, vedremo se la parabola discendente dell’esperienza politica renziana avrà accentuato il suo corso.
Il 2 novembre, tra un crisantemo e un “de profundis” l’enigma sarà definitivamente sciolto, e al PD non resterà che raccogliere i cocci della sua pessima politica

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