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Non ci si metta anche il CGIE a paragonare i nostri emigrati con i clandestini africani ed asiatici

GIAN LUIGI FERRETTI - Ho letto con un po’ di amarezza e tanta delusione un comunicato del Segretario generale del CGIE, quello che dovrebbe essere il massimo organismo di valorizzazione e tutela degli emigrati italiani.
Ma come? Tre personaggi, due dei quali addirittura da Marcinelle, insultano i milioni di nostri emigrati e Michele Schiavone accorre a difenderli da chi li critica per questo vergognoso atteggiamento?
Siamo alle solite: quando uno del PD si trova di fronte al bivio fra gli autentici interessi degli italiani nel mondo e quelli del partito, automaticamente prende la seconda strada. Mi dispiace particolarmente per la stima, e anche l’affetto, che provo per Michele. Ma, a quanto pare, l’ordine di scuderia è di tirare acqua al mulino dell’accoglienza.
L’8 di agosto le tre cariche principali della Repubblica Italiana intanto si sono guardate bene dal citare la Giornata del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo, istituita con legge dello Stato 16 anni fa. E già questo la dice lunga. Ma, non contenti, si sono lanciati a paragonare le vicende dei connazionali emigrati in Belgio e quelle degli africani e asiatici in arrivo sulle nostre coste.
Ma lo sanno Mattarella, Grasso e Boldrini che i nostri giovani andavano in Belgio perché il governo di quel paese richiese manodopera all’Italia? Dopo lunghe trattative, il 20 giugno del 1946 fu firmato un accordo bilaterale che prevedeva l’invio di 2.000 lavoratori italiani ogni settimana, destinati alle miniere. Noi, in cambio, avremmo ricevuto una fornitura di combustibile fossile.  Insomma la nostra emigrazione è stata programmata e richiesta.
Chi era interessato, rispondeva ad un bando dell’Ufficio di Collocamento e quindi veniva chiamato ad una prima visita medica. Poi partiva in treno, il viaggio poteva durare anche 52 ore. All’arrivo subiva un’altra visita medica, molto più accurata e veniva alloggiato in baracche dove fino a poco tempo prima erano stati detenuti i soldati tedeschi catturati. Altro che hotel trasformati in centri d’accoglienza, persino il Cara di Mineo sarebbe stato preferibile.
Integrazione, corsi di formazione? Ma quando mai! I neo minatori venivano sprofondati nell’inferno della miniera senza alcuna preparazione e, se qualcuno non reggendo il trauma o terrorizzato dalla caustrofobia, si rifiutava di scendere di nuovo, veniva sbattuto in galera per rescissione di contratto e poi espulso. Per lui non c’era la possibilità di ricorso con l’assistenza di un avvocato gentilmente pagato dallo Stato ospitante.
Fa davvero male che anche il capo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero si accodi alla banda di ignoranti (nel senso che ignorano), di superficiali o di speculatori interessati al business dell’”accoglienza” che continuano a recitare il copione “Quando gli emigrati eravamo noi”.
Sia perché i nostri emigrati erano come quelli di cui ho parlato finora. E sia perché anche oggi centinaia di migliaia di italiani, in gran parte giovani, stanno emigrando. Quando arrivano alle frontiere, devono esibire un documento valido e, una volta arrivati, nessuno gli regala “poket money”.
Sarebbe molto più utile fare chiarezza, ad esempio, fra
a)    immigrati regolari, che lavorano e pagano le tasse, e possono essere una risorsa per l’Italia;
b)    profughi che scappano da situazioni di guerra e comunque di pericolo, che vanno accolti ed integrati;
c)    immigrati irregolari che arrivano senza documenti da Paesi come la Nigeria quando addirittura non dal Pakistan, lontanissimo da noi.
Senza tirare in ballo gli emigrati italiani che sono andati, con regolare passaporto e pagandosi il biglietto, a lavorare in zone spesso disabitate perché richiesti, poiché siamo ad agosto mi viene in mente che, seguendo i percorsi mentali, dei “paragonatori”, si potrebbe dire che coloro che arrivano con i gommoni sono come i turisti italiani che stanno arrivando sulle coste di tutto il mondo in questo periodo.
Siamo seri, via.

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