Mar12122017

Last updateGio, 30 Nov 2017 1pm

Così la banda del Sì ha abbindolato gli italiani che votano all’estero

RADIOGRAFIA DI UN RISULTATO SOSPETTO (La Verità del 7/12)
GIANNI MAROCCO (Ex Ambasciatore in Paraguay) - I voti della circoscrizione estero, bramati dal presidente Renzi, non gli sono bastati. È stata una fortuna, perché «attualmente, per gli italiani all’estero, non sono garantite né la segretezza, né la libertà di voto». È contro la legge 459 del 2001, sulla quale il costituzionalista Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No, puntava il dito.
Una valanga di schede: un milione e 600.000. «Per vincere sarà decisiva un’affluenza dall’estero di circa il 30%», diceva Renzi, sbagliando. Il voto degli italiani all’estero (oltre 4 milioni) confluisce in una circoscrizione che vale circa il 7,7% degli aventi diritto al voto. Gli occhi sono stati dunque puntati su Castel- nuovo di Porto, perché lì, nel- l’hangar della Protezione Civile (una sorta di girone dantesco, colmo di sospetti, accuse e recriminazioni) pareva giocarsi una partita più importante del referendum. Nella circoscrizione estero vige il voto per corrispondenza come modalità ordinaria di voto. È previsto dalla legge Tremaglia, dal nome del «ragazzo di Salò» che si batté a lungo, con dedizione, per il voto degli italiani all’estero. Esso si concretizzò dalle elezioni politiche del 2006.
La legge Tremaglia si applica anche ai referendum nazionali. Nel corso degli anni, tale legge ha suscitato controversie e opinioni contrarie, anche perché le norme sulla cittadinanza italiana, secondo lo ius sanguinis, sono assai ampie verso i discendenti di nostri emigrati. Queste norme avevano già stimolato la corsa al passaporto italiano, specie in Sudamerica, tutt’altro che esaurita. Altre controversie riguardano i presunti brogli organizzati dai patronati dei sindacati italiani con sede all’estero. L’indimenticabile Mirko Tremaglia poi era rimasto sordo a chi gli ricordava che le legioni di nuovi italiani tali solo di passaporto, a partire dagli anni ‘80, e soprattutto in America Latina, nulla sapevano dell’Italia, ben poco erano interessati alle sorti del nostro Paese, essendo bisnipoti e trisnipoti di connazionali, spesso nati prima dell’unificazione. Questi avrebbero prevalentemente votato in ragione di categorie e opzioni di politica locale, e con l’«aiuto organizzativo» di forze locali, quasi sempre di sinistra.
Poco dopo le elezioni politiche del 2013, alcuni servizi televisivi avevano documentato varie irregolarità. Il ministero degli Affari Esteri aveva dunque inviato una lettera al vertice del governo, sottolineando che il sistema di voto degli italiani all’estero era «totalmente inadeguato, se non contrario ai principi costituzionali, che sanciscono che il voto sia personale, segreto e libero», mentre esso è soggetto a «furti, compravendite, sostituzioni del votante». Eppure nulla è cambiato.
Per Renzi la partita si giocava in buona parte all’estero. Perciò, a fine settembre, aveva spedito Maria Elena Boschi in America Latina, il serbatoio maggiore, per cercare di sensibilizzare i connazionali, almeno legalmente tali, in Argentina, Brasile e Uruguay (oltre un milione).
Forse in Italia dire No, in un momento di crisi di credibilità della politica tradizionale, è più istintivo che dire Sì. Forse invece all’estero in buona fede si è creduto alle assicurazioni di Renzi (ciò vale per chi ha potuto leggerle in italiano) o dei suoi referenti locali. Forse la maggioranza non ci ha capito nulla e ha seguito indicazioni interessate. Forse...

comments