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Ignazio Marino e Orfini ovvero: e io finirò, anzi rimango

TORQUATO CARDILLI - Novanta anni fa, quando a Roma c’era un altro duce, fu lanciata la canzone in romanesco “na gita a li castelli”, resa poi popolare da tanti personaggi dello spettacolo come Petrolini, Anna Magnani, Claudio Villa, Lando Fiorini, Gabriella Ferri ecc.
Diceva così:
Lo vedi, ecco Marino, la sagra c'è dell'uva,
fontane che danno vino, quant'abbondanza c'è.
Da varie settimane è finita la vendemmia e il nostro Marino, Sindaco di Roma, deve averne profittato troppo per essersi mantenuto ondeggiante, barcollante, nella danza di un passo avanti e uno indietro, di mosse finte e di contro finte. Nell’intervallo dalla data dell’annuncio delle dimissioni, prensili e retrattili come la lingua del camaleonte, a quella del ritiro effettivo delle stesse, si è assistito ad una pantomima senza fine, riassumibile, per la cattiva ironia del destino, nell’anagramma del nome dei due personaggi politici coinvolti sul palcoscenico della finta trattativa: Orfini e Ignazio Marino = e io finirò, anzi rimango.
Dopo l’infuriare dello scandalo del funerale Casamonica, delle cene, degli scontrini, del viaggio a Filadelfia, della sconfessione del papa, il tutto, se vogliamo, meno grave del superscandalo di Roma mafia capitale, Marino ha annunciato per televisione le dimissioni l’8 ottobre, ha firmato la lettera il 12 e si è preso appunto una pausa di riflessione di 20 giorni concessi dalla legge. Il termine scadrebbe il 1 novembre, giorno di tutti i santi, ma poiché è domenica il fato ha previsto un altro scherzo, per dare soddisfazione a chi lo vorrebbe vivo e a chi lo vorrebbe morto, facendo coincidere il termine fatidico con il giorno dei morti. A questo punto Marino, che crede alla jella, ha bruciato tutti sul tempo, ha ritirato le dimissioni e lanciato il guanto di sfida a Renzi, ordinando di alzare il  sipario per svelare a tutti il gran finale dello spettacolo della vergogna.
Cosa farà ora il sindaco? Chiederà la convocazione del Consiglio comunale e rinnoverà la sfida aperta al suo partito. Se fosse sfiduciato non solo dai 19 consiglieri del PD, ma anche da almeno altri 6 consiglieri di opposizione, sarà costretto ad ammainare bandiera. Prima di farlo, c’è da giurarlo conoscendo il personaggio, si difenderà su tutta la linea svelando che è stato vittima di una congiura ordita dal capo del suo partito che ha finito per schierarsi dalla stessa parte dei poteri occulti, dei poteri corrotti, che lui dice di aver combattuto, secretando la relazione prefettizia su mafia capitale con i nomi di oltre 100 personaggi politici e amministrativi della Roma che conta (ricordate la confessione di Buzzi di non parlare del “Cara” di Mineo per non far cadere il Governo?).
Potrà reggere il PD a tale sconquasso nel votare insieme alle opposizioni la sfiducia al suo Sindaco? Gli strateghi del Nazareno, da veri apprendisti stregoni, per piaggeria verso il loro capo hanno sbagliato tutte le mosse e continueranno su questa china arrivando persino ad indurre i propri consiglieri alle dimissioni collegiali in massa. Già perché non bastano le dimissioni isolate e alla spicciolata di qualche consigliere, dato che la legge elettorale prescrive per ogni uscita l’immediato subentro del primo dei non eletti nella stessa lista. Ma è qui che si faranno lancinanti i mal di pancia perché le dimissioni dei 19, quand’anche fossero ottenute, dovrebbero sommarsi a quelle di altri 6 consiglieri di opposizione. E’ immaginabile che i consiglieri di un Comune come Roma, che si è distinto per corruzione, per affarismo, per assegnazione di prebende, incarichi, posti ecc., siano pronti a staccarsi dalla sedia per un salto mortale senza paracadute, senza aver prima ottenuto un’assicurazione sul proprio futuro? E con quale faccia il PD oserà chiedere o a negoziare sotto banco le dimissioni di altri 6 esponenti dell’opposizione? Come si vede in tutta questa storia a nessuno dei principali attori in questione importa un fico secco di Roma e della qualità della vita dei romani.
Se Marino, in base a negoziati sotterranei riuscisse a racimolare una striminzita maggioranza che lo mantenesse al Campidoglio, il PD continuerà nell’operazione di logoramento psicologico, politico, minandone la credibilità fino a farlo crollare con la bocciatura del bilancio. Questa tattica aprirebbe immediatamente la strada al formale commissariamento del Comune ed alle nuove elezioni, mentre il governo manterrebbe il vantaggio di poter scegliere e stabilire la data della chiamata alle urne.
Anche in questo secondo scenario però non si terranno in alcun conto la sensibilità, gli affanni dei cittadini romani, le esigenze della città sottoposta allo stress del giubileo, problemi dei quali palazzo Chigi sembra infischiarsene allegramente. Insomma a dispetto della retorica sempre utilizzata dalla classe politica, alla cittadinanza romana sarà negato, proprio dal partito di maggioranza che esprime il premier e il segretario politico, di assistere nell’aula intitolata a Giulio Cesare al vero esercizio democratico dello scontro di due opposte visioni e concezioni di governo dei problemi del paese.
Come un pugile costretto all’angolo e minacciato di ricevere il colpo del ko, Marino ha fatto ricorso all’ultima risorsa, cioè l’energia della disperazione, utilizzando il populismo e l’astuzia. Ha chiamato a raccolta i suoi sostenitori in una dimostrazione di forza ai piedi della statua di Marco Aurelio incassandone il sostegno da sbattere in faccia ad Orfini, considerato alla stregua di un traditore, quale messo sicario del suo nemico.
Al suo padrone ha mandato a dire che non potrà ripetere con il Campidoglio il blitzkrieg di febbraio 2014 per la conquista in 48 ore di Palazzo Chigi contro l’inconsistente Letta e che la battaglia che lo tiene impantanato già da due mesi sarà dura, stressante sul piano psicologico e dei nervi, micidiale sul piano politico come una partita a scacchi giocata su un campo minato dove in ciascuna casella si può nascondere una bomba mortale.
Non avendo più nulla da perdere Marino gioca a tenere un bel po’ di persone con il fiato sospeso, fino ad arrivare al coup de theatre di fronte all’aula consiliare e vuotare il sacco dei rancori, della vendetta, svelando sgambetti e trappole per ottenerne almeno l’onore delle armi con il riconoscimento per quello che ha fatto per la città, per l’avvio dell’operazione pulizia, per spiegare alla cittadinanza i reali motivi della crisi e del dissidio con la direzione del suo partito. A questo fine, non fidandosi di Orfini, con una conversione a U, ha ritirato le dimissioni, come aveva promesso alla folla dei suoi sostenitori, e ha scaricato il peso della responsabilità politica sulla segreteria del PD.
Secondo i rumors che escono dal Campidoglio il gruppo del PD si mostra spaccato già ora prima della sfida finale. Orfini, non solo in quanto presidente del partito, ma soprattutto come Commissario per Roma, ha convocato tutti i consiglieri per sondarne la disponibilità ad assecondare il disegno della segreteria, pena la esclusione dalla candidatura alle prossime elezioni. Risultato: ha raccolto per ora non più di 12 adesioni spontanee, mentre gli altri attendono un chiarimento da parte del Premier, segretario di partito, non essendo disponibili a firmare in bianco un documento di dimissioni analogo a quello che dovrebbero contestualmente firmare i consiglieri della destra.
Comunque finisca questa partita resta assodato che Renzi ed il suo emissario, calpestano le regole democratiche, stracciano la costituzione e le leggi  creando il pericoloso precedente in base al quale i consiglieri si debbono dimettere in blocco per cacciare un Sindaco eletto dal popolo, non più di gradimento del premier.
Al momento il movimento politico che sta veramente alla finestra, in attesa degli eventi, è il M5S che giudica l’eventuale ammutinamento dei consiglieri del PD una vera farsa, mentre la loro mozione di sfiducia è l’unica già depositata in assemblea e il regolamento ne prescrive  la discussione e votazione obbligatoria in un periodo compreso tra dieci e trenta giorni.
…Lo vedi, ecco Marino, la sagra c'è dell'uva,
fontane che danno vino, quant'abbondanza c'è...
e io finirò, anzi rimango

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