Mar06182019

Last updateMar, 16 Apr 2019 12pm

New Orleans: scuse pubbliche agli italo-americani dopo 118 anni

Vincenzo Arcobelli, Consigliere CGIE, ci informa dagli Stati Uniti che il Sindaco di New Orleans, assieme all'intera amministrazione della città, ha presentato ufficialmente le scuse alla comunità italo-americana per il linciaggio di 11 italiani di origine siciliana 118 anni fa quando un altro Sindaco di New Orleans scatenò l'opinione pubblica dichiarando che gli italiani eramo "gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi. Dobbiamo dare a questa gente una lezione che dovranno ricordare per sempre".
Vale la pena di ricordare la storia.
Durante la metà del diciannovesimo secolo, i contadini siciliani cominciarono a lasciare le campagne italiane alla ricerca di opportunità e ricchezza. L’immigrazione fu favorita in parte perché la riunificazione dell’Italia portò al loro impoverimento; il nuovo governo italiano impose ai contadini una tale quantità di tasse che ai più poveri non rimase che partire o morire di fame.
Alla fine del diciannovesimo secolo, erano oltre 4 milioni gli italiani emigrati negli Stati Uniti e una buona parte di questi si stabilì a New Orleans, per le possibilità che la città offriva di lavorare nel fiorente settore dello zucchero e del cotone.
I siciliani diventarono rapidamente un decimo della popolazione di New Orleans, e il quartiere francese divenne noto anche come “Piccola Palermo”. Nel 1890, gli italiani possedevano o controllavano più di 3.000 ditte di commercio all’ingrosso e al dettaglio nella città.
Ma il successo di questo industrioso gruppo di immigrati minacciava l’autorità dell’establishment tradizionale e i ricchi commercianti americani li vedevano come una minaccia per i loro affari. A quel tempo, i giornali speculavano su questa xenofobia gonfiando qualsiasi episodio che coinvolgesse italiani e criminalità. E, in effetti, la criminalità organizzata esisteva, e le due principali famiglie che si contendevano il controllo degli affari erano i Provenzano e i Matranga.
Le tensioni razziali a New Orleans raggiunsero il culmine quando David C. Hennessy, capo della polizia di New Orleans, venne assassinato.
Nella piovosa notte del 15 ottobre 1890, David Hennessy e il capitano William O’Connor lasciarono la stazione centrale di polizia. Hennessy girò a Basin Street, dirigendosi verso la casa che divideva con la madre vedova. O’Connor invece camminava nella direzione opposta verso 273 Girod Street, nella periferia di New Orleans. Il capitano andava raramente a casa da solo e negli ultimi tre anni si faceva accompagnare da guardie del corpo. Tuttavia, in quella fatidica notte, andò da solo. 
Mentre Hennessy si avvicinava alla porta di casa, un gruppo di uomini apparve improvvisamente dall’oscurità e aprì il fuoco contro il capo della polizia. Uno dei proiettili gli trapassò il fegato e si fermò nel petto; un altro frantumò la sua gamba destra. Hennessy rispose al fuoco ma era già ferito a morte. O’Connor udì i colpi di pistola e corse in direzione di Hennessy. Trovò Hennessy a terra, in fin di vita, e gli chiese chi era stato. Rispose “The Dagoes”, un termine spregiativo e razzista che veniva usato nei confronti degli immigrati italiani. Fu portato subito al Charity Hospital e morì nel giro di poche ore.
Il funerale di Hennessy fu un grande evento e in migliaia si raccolsero ad onorare il capo della polizia caduto.
Sebbene Hennessy non fosse stato in grado di identificare i suoi assalitori e O’Connor fosse arrivato dopo che erano fuggiti, le parole che Hennessy aveva sussurrato ad O’Connor dissero al sindaco Joseph Shakespeare tutto ciò che aveva bisogno di sapere. In una riunione del consiglio comunale, Shakspeare esternò delle dichiarazioni che rivelavano apertamente il suo odio razziale, legittimando quindi il clima xenofobo. Il sindaco disse che gli italiani erano “Gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi. Dobbiamo dare a questa gente una lezione che dovranno ricordare per sempre“.
Ma l’assassinio non fu del tutto inaspettato: il capo della polizia aveva dei legami con la famiglia Provenzano; ad esempio, era comproprietario insieme a Joseph Provenzano di un locale di New Orleans dalla dubbia reputazione. I rapporti tra Hennessy e la famiglia Provenzano, quasi sempre taciuti dalle fonti americane, aiutano a ipotizzare il vero movente dell’uccisione del capo della polizia, i cui mandanti erano probabilmente i Matranga, e gettano delle ombre sull’integrità morale di Hennessy.
I giornali condannarono rapidamente l’omicidio del capo della polizia come una “dichiarazione di guerra”, definendolo un “omicidio italiano”. Il sindaco ordinò delle retate esclusivamente nei quartieri abitati da immigrati italiani. Oltre duecentocinquanta italiani vennero trascinati in custodia e sottoposti a metodi illegali di interrogatorio che vedevano l’uso di violenze fisiche e verbali. Diciannove vennero arrestati di cui undici accusati di aver avuto un ruolo diretto nell’assassinio.
Nei quattro mesi successivi, la stampa diede una grande credibilità alla teoria secondo cui questi uomini appartenevano a una società segreta di italiani nota come mafia. La parola mafia iniziò a comparire sui giornali di tutta la nazione, rafforzando lo stereotipo degli italiani associati al crimine organizzato.
Seguì un processo che fu controverso, anche per i disperati tentativi da parte degli inquirenti di creare prove false delle colpevolezza degli imputati. Alla fine, la giuria, che probabilmente venne corrotta dalla malavita, giudicò 8 di essi non colpevoli.
Il verdetto di non colpevolezza nei confronti di 8 degli 11 italiani non venne accolto favorevolmente. Per una città che era stata indotta a credere che questi uomini fossero davvero colpevoli, fu uno shock tremendo. Il giorno dopo, fu pubblicato su un quotidiano locale un invito ad agire.
Dalle 3.000 alle 20.000 persone (le stime variano molto a seconda della fonte) si radunarono dirigendosi verso la prigione. Sentendo i passi martellanti e le grida della folla, il capitano Lemuel Davis, direttore della prigione, preparò i suoi uomini. La cosa interessante fu che la maggior parte dei partecipanti erano persone benestanti, appartenenti al ceto alto della città.
Un gruppo armato si staccò dalla folla e si diresse verso l’ingresso principale della prigione chiedendo che venisse fatto entrare. Le guardia negarono l’ingresso e il gruppo cominciò allora a martellare il cancello d’entrata con asce, palanchini e picconi. Le guardie dissero ai prigionieri italiani di nascondersi, ma la folla li trovò presto. Quelli che furono immediatamente avvistati vennero crivellati di proiettili.
La folla rabbiosa trascinò quindi diversi uomini dalla prigione e li trasportò per le strade, dove furono impiccati ai lampioni. Altri uomini furono impiccati alla grande quercia, dove poi vennero usati come bersaglio.
Il caso non solo favorì gli stereotipi degli italiani = gangster introducendo il termine “Mafia” al pubblico americano, ma costrinse l’Italia a tagliare le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti scatenando persino le voci di una guerra.

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Finalmente l’accordo per la doppia nazionalità fra Italia e Paraguay

ELISABETTA DEAVI - Non molti sanno in Italia che la popolazione del Paraguay è per più del 30% di origine italiana. Ci sono molti paraguaiani che, per lo ius sanguinis, avrebbero diritto alla cittadinanza italiana, ma finora hanno esitato per non perdere quella del Paraguay.
Erano 18 anni che i due Paesi discutevano e finalmente ora sono addivenuti ad un accordo grazie alla prima visita, da 25 anni a questa parte, di un Ministro degli Esteri italiano ad Asuncion.
Enzo Moavero Milanesi ed il ministro degli esteri paraguaiano, Luis Alberto Castiglioni, lui stesso di origine italiana, hanno firmato finalmente l’accordo per la doppia nazionalità.
Fu il Presidente del Paraguay, Mario Abdo Benitez, a discuterne con il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, in occasione della sua visita a Roma nel novembre scorso.
Ora saranno i rispettivi parlamenti a provvedere alla ratifica dell’accordo.

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UGL Italiani nel Mondo parte

E’ partita la campagna di adesione all’associazione UGL Italiani nel Mondo che si rivolge esclusivamente ai cittadini italiani residenti fuori d’Italia.
L’associazione  - come recita lo statuto - ha lo scopo primario del mantenimento dell’identità nazionale degli italiani nel mondo e della rivendicazione e la difesa dei diritti fondamentali dei connazionali espatriati, con l’intento di fornire loro tutta l’assistenza necessaria anche attraverso l’individuazione di servizi a loro supporto.
Per gli iscritti è prevista tutta una serie di vantaggi: assicurazione sanitaria, sconti  su viaggi e tutta una serie di facilitazioni.
Maggiori informazioni sul sito uglitalianinelmondo.com

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LUCERNA, LA COMUNITÀ ITALIANA SI SENTE TRADITA

IPPAZIO CALABRESE (Consigliere esecutivo Com.It.Es Circoscrizione Zurigo) - La vendita della Casa d’Italia di Lucerna ha causato, giustamente, forti dissapori fra la comunità italiana della Svizzera centrale e il Governo di Roma. Infatti, una società immobiliare con sede nel cantone ha rilevato l’edificio. D’altra parte, non è la prima volta che la cessione di un bene immobiliare da parte dello Stato italiano susciti polemiche. Nel 2015 era stata contestata, a Locarno, l’asta per la locale Casa d’Italia. Le autorità cittadine, che avrebbero voluto rilevare lo stabile, avevano chiesto a Roma, senza ottenere risposta, di sospendere la procedura e intavolare trattative private, ma poi erano state messe di fronte al fatto compiuto.
Per comprare l’immobile di Lucerna, rilevato da Roma nel 1939 e utilizzato anche come sede consolare, la Comunità della Svizzera centrale (Lucerna, Obvaldo, Nidvaldo e Uri) ha costituito la «Società Cooperativa Casa d’Italia». Il prezzo di vendita era stato fissato a 3,39 milioni di franchi. Dopo vari scambi epistolari con il Consolato di Zurigo, con l’Ambasciatore a Berna e con il Ministero degli Esteri, alla «Cooperativa» fu suggerito per iscritto di presentare un’offerta alla Farnesina che sarebbe stata valutata. E così il 26 settembre dell’anno scorso fu presentata un’offerta di 3.390.001 franchi, ma lo Stato italiano non l’ha nemmeno presa in considerazione. L’offerta era stata accompagnata da una raccomandata al Consolato e alla Farnesina, contenente la garanzia finanziaria da parte della Banca dello Stato del Canton Lucerna e da una lettera nella quale veniva descritto il progetto d’uso dello stabile, che sarebbe dovuto diventare un punto d’incontro per promuovere la cultura italiana. A quest’ultima missiva, stando alla Comunità, non hanno risposto né il Console, né l’Ambasciatore né la Farnesina. Il 7 dicembre, infine, è arrivata la doccia fredda: su un quotidiano è apparsa la notizia che la Casa d’Italia era stata venduta alla società «Poli Immobilien» di Meggen per 3,75 milioni di franchi. La Comunità non ha partecipato all’asta, in quanto sperava che la sua offerta venisse presa in considerazione, come suggeritole dal Ministero degli Esteri. Invece, nonostante i molteplici incontri, a vari livelli, e le raccomandazioni fatte dai parlamentari eletti all’estero, dai Comites, dal presidente delle ACLI e dallo stesso sindaco di Lucerna, affinché la casa fosse venduta alla «Cooperativa», il governo italiano ha fatto orecchie da mercante .
Alla fine, la Farnesina dalla vendita dell’immobile demaniale ha incassato solo 360 mila franchi in più, partendo dal prezzo base dell’asta, ma ha cancellato improvvisamente 80 anni di storia di emigrazione italiana. Per questo gli italiani di Lucerna si sentono beffati dal proprio Governo e in particolar modo dal Capo Missione a Berna e dal Console di Zurigo che non hanno dedicato le giuste attenzioni al caso. Si sarebbe potuto portare a casa un grande risultato, nell’interesse degli italiani che vivono oltre confine, invece sembrerebbe che abbiano remato contro. La Comunità ricorda, inoltre, di aver contributo all’acquisto dell’immobile nel 1939 con 62 mila franchi e di averne spesi in seguito quasi 370 mila fra interessi e lavori di ristrutturazione. Ora la Casa d’Italia è passata nelle mani di un nuovo proprietario , ma la Comunità ha lanciato un appello a chi fosse interessato ad aiutarla a trovare uno stabile, per creare un nuovo punto di incontro e di aggregazione, dove vivere gli eventi italiani, insieme alle loro feste nazionali. In questo modo non dovrebbero ringraziare nessuno della sfera istituzionale e politica che si sono dimostrati non idonei a difendere gli interessi degli italiani a nord delle Alpi. Rimane, a questo punto, il rammarico per non essere riusciti a bloccare la vendita dell’immobile che rappresentava il simbolo delle origini culturali, linguistiche e storiche dell’emigrazione italiana nella Svizzera centrale.

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La Germania caccia gli italiani: "Se poveri via dal nostro Paese"

La lettera ai cittadini comunitari che vivono a Berlino: «A rischio espulsione chi non dispone di mezzi di sussistenza»
LUCA FAZZO (Il Giornale - Sab, 22/09/2018) - Nella Germania di Angela Merkel, paladina in Europa dell'accoglienza e dell'integrazione, girano circolari di ben altro tono. E i destinatari non sono i profughi delle guerre africane ma cittadini italiani, ovvero europei. Nelle lettere ufficiali recapitate nelle scorse settimane si ricorda che i cittadini comunitari «hanno libertà di soggiorno nel territorio federale se dispongono di a protezione sanitaria e di mezzi di sussistenza sufficienti». I destinatari, essendone sfortunatamente privi, sono pregati di trovarsi in fretta un lavoro, oppure fare le valigie e tornare in Italia. Tempo, quindici giorni. Altrimenti si procederà all'abschiebung.
L'ondata di circolari minatorie sta mettendo a rumore il mondo degli italiani di stanza in Rft: soprattutto i più giovani, la generazione attirata dal mito della piena occupazione e del sistema di welfare della locomotiva d'Europa. Un ampio servizio di Cosmo, la trasmissione in italiano di Radio Colonia, pochi giorni fa ha dato conto dell'inquietudine che serpeggia all'interno della comunità tricolore, intervistando i rappresentanti dei patronati sindacali alle prese con la nuova emergenza, sulla cui legittimità vengono avanzate robuste perplessità: perché se da un lato l'iniziativa è basata su una legge tedesca dell'anno scorso, dall'altro sembra muoversi in piena rotta di collisione con le convenzioni dell'Unione europea. Esiste, e i commenti sul sito di Cosmo ne danno ampiamente conto, anche l'altra faccia del problema: l'abuso che del sistema assistenziale tedesco verrebbe fatto da numerosi nostri connazionali, e che viene severamente criticato da altri italiani: «Finalmente tutti a casa, c'è gente che lavora in nero e prende aiuti dallo Stato». Ma l'iniziativa - assunta dai Centri per l'impiego e dagli Uffici stranieri in diversi lander, ma verosimilmente ben conosciuta anche dal governo federale - non si limita a annunciare il diniego dei sussidi ma parla esplicitamente di espulsione coatta, in barba al principio di libera circolazione dei cittadini europei. Ed è questo a suscitare l'incredulità e le proteste di chi ha ricevuto la lettera.
La radio ha raccolto testimonianze di giovani italiane che hanno ricevuto l'ultimatum nonostante avessero appena partorito o fossero in stato di avanzata gravidanza: «Mi hanno comunicato che avevo quindici giorni di tempo, visto che non potevo provvedere a me stessa, per trovare un lavoro: altrimenti mi avrebbero rimpatriato e mi avrebbero pure pagato il viaggio a me e alle bambine se non potevo permettermelo».
Secondo Cosmo, «le minacce di espatrio non risparmiano nessuno» hanno la maggiore frequenza nel Nord Reno-Westfalia, ma coinvolgono praticamente tutti i lander. «La cosa grave è che il caso non viene analizzato singolarmente, tutti ricevono queste lettere e non c'è scampo» dichiara alla radio Luciana Martena, responsabile di un patronato di Dusseldorf.
La legge del 2017 ha alzato da tre mesi a cinque anni la permanenza in Germania per accedere ai sussidi, ma che questo potrebbe tradursi in espulsioni di massa non se lo aspettava nessuno. E poi, scrive l'italiano Ennio commentando il servizio, «gli arabi mantenuti dallo Stato che fanno figli per avere il kindergeld non li cacciano?»

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