Rapporto Migrantes 2013: Contributo di Stefano Pelaggi

Il Vice Direttore de L'ITALIANO ha scritto: "La comunità italiana in Crimea"

“Tutta la strada da Kerch al Kazakistan è irrigata di lacrime e di sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno né tombe, né croci” (Giulia Giacchetti Boico)

Sin dal XVI secolo un ristretto numero di italiani si trasferirono in Russia, presso le corti di Mosca e Pietroburgo. Solo intorno al 1875 si può riscontrare l'inizio di un vero e proprio fenomeno migratorio, prima di questi anni gli avventurieri, i mercanti e gli artisti che arrivano in Russia sono gli epigoni degli italiani di ventura e della emigrazione d'élite di stampo levantino. La comunità italiana di Mosca e Pietroburgo di fine Ottocento, analogamente a quanto avveniva nelle città del Vicino Oriente e dell'Asia Minore, non costituiva un corpo separato dalla società russa.

Il coefficiente di integrazione era molto alto, i matrimoni misti frequenti e addirittura ci furono numerosi casi di conversione all'ortodossia russa. Il console generale d'Italia a Odessa nei suoi bollettini identifica la comunità italiana in Russia come la più ricca tra quelle straniere. I flussi migratori provenienti dalla Penisola iniziano secoli prima, con i tanti artisti che offrono i loro servizi allo Zar e con gli intellettuali che lavorano come insegnanti presso le famiglie dei nobili. Ma l'emigrazione italiana nella regione è soprattutto una storia di fatica e privazioni. Le ferrovie russe furono costruite anche con manodopera italiana, prevalentemente da piemontesi e friulani, così come le grandi infrastrutture di fine Ottocento, dal primo ponte in cemento armato sulla Volga alle gallerie di Suram e Aleksandropol sulla linea Tiflis-Erevan. Le memorie del futuro diplomatico Guido Relli, confinato in un porto del Mare d'Azov allo scoppio della Guerra mondiale, ci consegnano un interessante quadro del movimento migratorio italiano nell'attuale Ucraina. Il sociologo russo Novikov testimonia come fino al 1861 le indicazioni stradali a Odessa sono anche in lingua italiana. Una folta comunità di genovesi si insedia a Marjupol nel 1820 mentre si hanno le prime notizie di un consolato del Regno di Sardegna a Odessa sin dal 1817. Nei successivi venti anni fu istituita una fitta rete di consolati da Fedosia, Berdjansk a Taganrog sino ad Ismail. Già dalla fine del XVIII secolo il porto di Odessa era una delle principali mete commerciali per le navi italiane e la comunità italiana arrivò a contare fino a 10.000 persone, grazie all'indotto mercantile. Con la crisi del grano del 1860 e la supremazia commerciale delle imbarcazioni a vapore britanniche su quelle a vele, le dimensioni della comunità italiana nell'odierna Ucraina si ridussero notevolmente. Alcun anni dopo il termine della Guerra di Crimea il fiorente periodo della comunità italiana in Russia termina. Molti emigranti tornarono in Italia mentre altri si spostarono da Odessa verso le miniere di carbone di Taganrog o verso città industriali in espansione come Marjupol, Berdjansk e Kerch. Nel l870 giunge a Kerch un nuovo flusso dall'Italia, gli emigranti sono attirati dal miraggio di terre fertili e dall'importanza del porto della città che collega il Mar Nero con il Mare d'Azov. Le fonti riferiscono di circa duemila persone provenienti perlopiù dalle provincie pugliesi di Bisceglie, Trani, Bari e Molfetta, ma molti sono anche veneti e friulani. A questa ondata migratoria si aggiungeranno, negli anni successivi, i parenti e conoscenti dalla Puglia a cui vanno sommati gli emigranti italiani già presenti nell'area sin dal XVIII secolo. Con questi fenomeno migratorio, unitamente a tutti coloro che si spostarono da Odessa, dalle regioni occidentali, gli italiani arrivano a costituire il 2% della popolazione della provincia di Kerch.

 

Una florida comunità di mercanti, marinai e imprenditori

La comunità italiana in Crimea è quindi composta da numerosi flussi molto diversi tra loro: una piccola parte degli emigranti a Mosca e Pietroburgo, molti provenienti da Odessa e dalle città industriali dell'Est. In maggioranza sono mercanti e marinai e una delle attività principali è il cabotaggio della navi nelle acque basse antistanti il porto e nei fiumi affluenti. Vengono avviate numerose ditte commerciali dedite perlopiù al commercio del grano e del carbone del bacino del Donec verso l'Italia. Molti emigranti presero la cittadinanza russa per poter continuare ad esercitare la professione di cabotatori, allora riservata esclusivamente alle navi battenti bandiera russa. I matrimoni misti erano molto frequenti tra i commercianti, mentre risultano praticamente inesistenti tra i marinai e gli agricoltori. La comunità italiana a Kerch diventò numerosa, ma nonostante vari tentativi in città non fu mai attivato un consolato. La relazione del console italiano ad Odessa Salvatore Castiglia del 5 Luglio 1884 descrive accuratamente la composizione sociale e le tante problematiche degli italiani di Kerch. Il console stigmatizza il comportamento degli emigranti  «[...] che l'unica ragione del lucro spinse ad espatriare, appartenenti alle ultime classi della gente del mare, senza coltura e con un concetto ben indefinito dei loro doveri di cittadini, non ebbero e non hanno che un solo scopo: far denari e partirsene» (Castiglia al Ministro, n.1065 del 5.7.1884, ASMAE, Serie III, Agenzia Consolare Odessa). Le considerazioni di Castiglia sono probabilmente ispirate da un senso di estraneità dell'allora corpo diplomatico italiano nei confronti della emigrazione e dei suoi problemi ma il Console riconosce la necessità di istituire un ufficio nelle città di Kerch: «Da quanto ho avuto l'onore di esporle può esserci formato un concetto di ciò che è sotto il rapporto nazionale e morale la nostra colonia di Kerch: ne furono causa la natia ignoranza degli elementi marinareschi e la mancanza dell'azione viva, vigilante, conservatrice di un ufficiale consolare di carriera. Si sopprima il Regio Vice-Consolato di Berdiansk e lo si eregga in Kerch» (Castiglia al Ministro, n.1065). La nomina di Saverio Calvigioni del 1884 a regio-viceconsole a Kerch durò appena qualche mese anche perché in città «non esistevano personalità capaci di reggere il viceconsolato, e pur avendo ottenuto la disponibilità del vice console inglese Henry Hunt a difendere gli interessi dei cittadini italiani, con la revoca del modesto rimborso di 30 rubli si rimetteva in forse la stessa sede» (S. Gallon, “Breve storia della comunità italiana di Kerch”, in G. Vignoli, a cura di, Gli Italiani di Crimea, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 2012, p. 36). L'epidemia di colera del 1892 causò un ulteriore rallentamento degli scambi commerciali e sancì il definitivo tramonto  della comunità italiana sul Mar Nero. Nei successivi decenni le occupazioni degli italiani in Crimea si limiteranno al lavoro nei campi e al cabotaggio nella acque di Kerch. La florida e attiva comunità italiana si ridusse di numero e le opportunità economiche per gli emigranti diminuirono drasticamente. Dalla corrispondenza diplomatica, raccolta da Gallon nel suo lavoro sugli archivi della Farnesina, si evince come gli italiani in Crimea soffrirono particolarmente la mancanza di una rappresentanza consolare e di un crescente disinteressamento dalla madrepatria. Nel 1904 è istituita un’agenzia consolare a Kerch e il francese Teofilo Castillon e il suo successore Simmelides si fecero carico della reggenza sino al 1915, quando Giovanni Bruno, di origine pugliese, ne assunse la carica. Di questi anni negli archivi della Farnesina ci sono pochissimi documenti riguardanti la comunità italiana di Kerch. Le testimonianze indirette e i resoconti dei viaggiatori nell'area tracciano un quadro sconfortante del primo ventennio del XXI secolo per la comunità e un sostanziale abbandono degli italiani di Crimea alla propria sorte da parte dell'Italia. Un atteggiamento che prefigura i drammatici eventi del XX Secolo.

 

Dalla Rivoluzione d’Ottobre

La Rivoluzione d'Ottobre e i successivi avvenimenti peggiorarono notevolmente le condizione della comunità. «La storia di questa piccola comunità viene ad intersecarsi con la complessa tragedia del comunismo e svolge un suo ruolo nei variegati rapporti politici e diplomatici fra Italia fascista e Unione Sovietica. Gli italiani di Crimea, loro malgrado, vengono a costituire un tassello del sanguinoso mosaico comunista, recitano una parte nel dramma dei popoli perseguitati e sterminati dalla follia criminale del comunismo» (G. Vignoli, Gli italiani dimenticati. Minoranza italiane in Europa, Milano, A. Giuffrè Editore, 2000, p. 305). Chi può lascia la penisola di Crimea per tornare in Italia, ma le condizioni economiche di molti emigranti sono disastrose e ben pochi dispongono delle risorse per affrontare il viaggio. Nel 1918 due incrociatori italiani imbarcarono a Sebastopoli duecento connazionali, nell'unica azione efficace del governo italiano mentre nei mesi immediatamente precedenti alcuni gruppi riuscirono a tornare in Italia in maniera autonoma. Inizia un periodo buio per l'intera comunità, «complessivamente furono circa 1000 gli italiani che, tra il 1919 e il 1951, subirono una qualche forma di repressione latu sensu: fucilazione, internamento in un campo di concentramento, deportazione, confino, espulsione, privazione dei diritti civili» (AA.VV., “L'emigrazione italiana in URSS. Storia di una repressione”, in E. Dundovich – F. Gori – E. Guercetti, a cura di, Gulag. Storia e memoria, Milano, Feltrinelli, 2004,). Alcuni di questi facevano parte della cosiddetta emigrazione politica composta da tutti i comunisti italiani che avevano scelto di partecipare direttamente alla costruzione dello stato sovietico e altri erano gli epigoni della emigrazione di inizio Ottocento, impegnati perlopiù come musicisti o artisti di circo. Ma la stragrande maggioranza delle vittime della repressione sovietica furono gli emigranti, gli italiani della diaspora che, come illustrato, erano ora concentrati principalmente nella penisola di Crimea. Nei primi anni Venti inizia la sovietizzazione della Crimea e delle comunità straniere residenti, ad ognuna delle 16 comunità ancora presenti sul territorio ucraino viene assegnato un kolchoz, quello italiano appena fuori Kerch viene chiamato “Sacco e Vanzetti” in onore degli anarchici giustiziati negli Stati Uniti.  Alcuni degli italiani erano piccoli proprietari terrieri e opposero resistenza. La collettivizzazione delle terre con le relative requisizioni ed epurazioni spinse molti membri della comunità a lasciare la Crimea. Ma solo i più abbienti furono in grado di partire e molti italiani erano stati duramente colpiti dalla crisi economica dopo la rivoluzione sovietica. La repressione creò un flusso di profughi diretti verso la Penisola che aumentò in maniera sostanziale nel 1921 e riversò in Italia circa 3000 persone. Un censimento dell'ambasciata italiana in Russia del 1922 riporta 650 residenti italiani a Kerch e 65 a Taganrog. Sia le memorie degli attivisti politici comunisti che la corrispondenza consolare con l'Italia descrivono la comunità di Kerch composta da almeno 2000 persone, probabilmente il dato ufficiale risente di tutti gli italiani che negli anni avevano acquisito la cittadinanza russa per operare come cabotatori. Nel 1923 con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Italia e URSS viene riaperto l'ufficio consolare di Novorossijsk, chiuso da più di un anno. Intorno al 1924 il Partito Comunista Italiano assunse in maniera decisa un’autorità morale sulla comunità di Kerch e iniziò un’attività politica tra gli emigranti. Quasi tutti i volontari del Partito Comunista Italiano che si recano in Unione Sovietica vengono dirottati a Kerch per svolgere propaganda antifascista e avviare una politica di sovietizzazione della comunità. Gli inviati italiani allontanarono il parroco e si impadronirono della scuola locale e di tutte le attività comunitarie. L'ex deputato comunista Anselmo Marabini si occupò direttamente della gestione della comunità italiana e Paolo Robotti, esponente del Partito Comunista Italiano e cognato di Palmiro Togliatti visitò più volte la città di Kerch. Nel 1932 il sacerdote italiano fu allontanato e negli anni seguenti molti  italiani furono arrestati, torturati o mandati al confino in Siberia. Le memorie di Giuliano Pajetta, fratello di Giancarlo futuro leader del PCI, si soffermano sul suo periodo trascorso a Kerch dal 1932 al 1934 e descrivono proprio il momento dell'allontanamento forzato del sacerdote. Sin dal 1930 Padre Emmanuele Maschur rilasciava certificati di matrimonio e di battesimo per provvedere alla registrazione degli stessi in Italia, fornendo così la documentazione per poter richiedere la cittadinanza italiana. Anche nelle memorie di Dante Corneli, Il redivivo tiburtino. Un operaio nei lager di Stalin ci sono molti riferimenti agli italiani di Crimea ed in particolare al ruolo svolto dal PCI a Kerch per sottrarre la comunità al controllo all'influenza del Regio Console di Odessa. Le richiesta di rimpatrio fatte al consolato di Odessa furono numerosissime e si trovavano a combattere non solo la burocrazia dello stato sovietico, ma anche l'opposizione delle organizzazioni comuniste italiane in Crimea che accusavano di fascistizzazione gli uffici diplomatici italiani. I rimpatri non furono molti ed in alcuni casi le famiglie furono divise per sempre in attesa dello svincolo dalla cittadinanza sovietica di uno dei due coniugi, come nel caso di Maria Maffione citato da Vignoli in Gli italiani di Crimea. Gli eventi del conflitto mondiale ebbero delle ripercussioni molto gravi sulla ormai sparuta comunità italiana di Kerch. La storiografia recente ha individuato i due meccanismi attraverso i quali operò il Terrore sovietico sino alla morte di Stalin: «la creazione aprioristica di categorie di nemici che permettevano un controllo di tipo preventivo sulle azioni che quei potenziali avversari avrebbero potuto compiere […] e l'altalenante periodicità con cui la repressione veniva attivata sempre in coincidenza di momenti cruciali in cui per ragioni interne o per cause legate al mutare del sistema internazionale, il regime percepiva minacciata la propria sicurezza» (L'emigrazione italiana in URSS. Storia di una repressione, op.cit.). Già nel periodo dal 1933 al 1937 alcuni membri della comunità furono arrestati o deportati, come Saverio Parenti o i quattro fratelli della nonna di Giulia Boico: due di questi saranno fucilati, un altro scomparve nel gulag siberiani mentre l'ultimo tornò a Kerch per poi essere di nuovo deportato con il resto degli italiani nel 1942. La testimonianza di Leonida Rizzolato, nipote di friulani giunti in Crimea alla fine dell'Ottocento per sfuggire alla miseria, racconta la storia della sorella Jolanda: arrestata nel 1938 con l'accusa di essere una spia fascista verrà fucilata, senza processo né indagine dopo una sentenza di una trojka. Jolanda Rizzolato ha ottenuto la riabilitazione postuma nel 1989, ma nelle parole di Leonida: «la nostra famiglia fu sempre perseguitata, poiché fummo cittadini italiani. Spesso fummo minacciati la mamma fu interrogata tante volta dall'NVDK» ( G. Giacchetti Boico – G. Vignoli, La tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea, Stampa privata, Kerch, p.47). Sempre di quegli anni il processo a Angelo Cassanelli, Paolo Zingarelli, Luigi Montagna e Marco Simone. Tutti avevano lavorato insieme agli inizi degli anni Trenta nel kolchoz “Sacco e Vanzetti” e l'accusa era di aver creato una complessa organizzazione spionistica il cui scopo era quello di fare atti di sabotaggio nelle fabbriche, creare gruppi di sabotatori, raccogliere informazioni sulla flotta del Mar Nero e di agevolare il rientro degli emigrati in Italia. Le accuse erano costruite sulle dichiarazioni di un altro italiano, che nel frattempo era deceduto, ed erano così deboli e fantasiose che «le falsità erano talmente eclatanti che persino il giudice istruttore Komanov, che conduceva l’inchiesta, non poté fare a meno, quando chiuse il caso, di notare quegli errori grossolani annotando in margine al fascicolo in cui questi interrogatori sono contenuti» (L'emigrazione italiana in URSS. Storia di una repressione, op. cit.). Tutti furono condannati a lunghe pene detentive nei gulag e morirono tra 1940 e il 1941 nei campi di prigionia sovietici. Ma restano casi isolati e sporadici, inquadrati nel Grande Terrore staliniano rivolto principalmente all'opposizione interna mentre fino a questo momento la comunità italiana era stata individuata come una categoria pericolosa ed era stata oggetto di una sistematica operazione di controllo e monitoraggio senza particolari atti di violenza. Quindi si passa al secondo meccanismo della repressione delineato nel volume curato dalla Dundovich. Già dal 1941 venne istituita una squadra della milizia popolare composta da ragazzi dai quindici anni in su, proveniente da famiglie tedesche e italiane. Furono destinati ad azioni impossibili presso il lago Sivash contro i carri tedeschi, equipaggiati con materiale scarso e scadente e pochissimi fecero ritorno a Kerch. La penisola di Crimea viene occupata dai nazisti nel settembre del 1941, e nei primissimi giorni del 1942 viene liberata dall'Armata Rossa con un'azione che costò la vita a tantissimi soldati russi. La Crimea sarà poi rioccupata dai nazisti nel maggio del 1942, ma i pochi mesi della presenza sovietica nella penisola saranno fatali per la comunità italiana. Tutte le minoranze nazionali presenti sul territorio vengono deportate perché dichiarate popolazioni fasciste.

 

La deportazione degli italiani

La situazione degli italiani è più grave di quella delle altre comunità, in quanto alleati dei tedeschi vengono accusati di collaborazionismo con i nazisti. La deportazione degli italiani avvenne in tre distinte fasi: la prima del 28 e 29 gennaio 1942 fu la più consistente mentre nelle altre due dell'8 gennaio del 1943 e del 24 giugno 1944 riguardarono i membri della comunità che erano riusciti a nascondersi durante la fase iniziale. Le poche famiglie deportate nella terza fase non furono inviate in Kazakistan ma in Siberia. Dalla testimonianza di Igor Tarabocchia emerge che gli italiani venivano mandati in esilio anche se erano sotto le armi, non appena qualcuno si accorgeva della origine etnica. Alcuni erano discendenti di italiani di terza o quarta generazione e addirittura ignoravano la loro origine etnica. Il giornalista Dario Fertilio ricostruisce la storia di Zinaida Botto e la sorpresa nello scoprire la sua origine etnica in un dialogo tra la ragazza e il suo fidanzato. «-Mi accusano di essere un'italiana. E gli italiani lo sai sono amici di Mussolini. […] -Chi è amico di Mussolini? E che cosa c'entri tu con gli italiani? Tu sei russa. Hai un nome russo, parli russo. -Certo che sono russa. Cioè sono cittadina sovietica. E anche mia sorella. Soltanto che i nomi vengono da mio padre» (D. Fertilio, La morte rossa. Storie di italiani vittime del comunismo, Venezia, Marsilio, 2004, p. 157). Le famiglie miste furono deportate e la sola origine italiana di uno dei genitori, anche se fuori dal nucleo familiare come nel caso di Zinaida, era sufficiente per essere etichettati come nemici della patria. Gli italiani furono caricati in carri bestiame e portati con un lunghissimo viaggio che durò due mesi in Kazakistan. La ricostruzione di quei giorni, avvenuta grazie ad alcune interviste ai testimoni diretti è tragica. Ad ogni famiglia furono concessi pochi minuti, in alcuni casi appena un'ora per radunare gli effetti personali e qualche indumento. Nella notte del 29 gennaio i membri della comunità furono rastrellati casa per casa e trasportati a Kamysh-Burun, un sobborgo di Kerch. All'alba del giorno seguente i 500 italiani furono caricati su un piroscafo con destinazione Novorossijsk, dopo aver passato una notte all'aperto durante il freddo inverno caucasico furono trasportati a Baku e da lì su un'altra nave fino a Krasnovodsk. Dopo aver attraversato il Mar Nero e il Mar Caspio il convoglio proseguì attraverso la steppa sino a Atbasar in Kazakistan, in un viaggio che durò 36 giorni per alcuni mentre per altri si protrasse sino ad Akmolinsk. I convogli erano attrezzati con delle rudimentali stufe, ma mancava sempre il combustibile che doveva essere reperito, di volta in volta, durante le brevi e occasionali soste. Anche il vitto era scarso e poco nutriente: nelle memorie di Bartolomeo Evangelista «una magra sbobba e 200 grammi di pane ci venivano dati qualche volta alle stazioni dove si fermava il convoglio, se il capotreno riusciva ad organizzare la distribuzione del vitto altrimenti non mangiavamo» (La tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea, op. cit.). Sempre Evangelista racconta come della sua famiglia composta da 11 persone solo 5 sopravvissero al duro viaggio, mentre nelle famiglia Simone e De Martino sopravvissero 2 persone da un nucleo composto rispettivamente da 7 e 5 persone. La testimonianza di Speranza Giacchetti Denissova descrive in maniera tragica i tanti morti italiani durante il viaggio: «Nei primi giorni fummo così stretti che non fu possibile sdraiarsi o sgranchire i membri, fu difficile anche muoversi e respirarsi. Poi fu stato più spazioso, ma per la causa orribile: i soldati buttarono fuori i cadaveri dei nostri connazionali, dai bimbi ai vecchi, morti del fame e delle malattie» (La tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea, op. cit., p.43). Anche alcuni degli antifascisti italiani giunti a Kerch negli anni Venti furono deportati in Kazakistan, le memorie di Natale De Martino citano Maria Spartak, di cui il De Martino ricorda le solenni celebrazioni al suo arrivo in città. I testimoni raccontano come più della metà degli italiani morì durante il trasferimento o nei primi mesi di soggiorno nel campo di prigionia. Da lì i prigionieri furono mandati perlopiù a Karaganda e in altri campi limitrofi, le condizioni dei primi anni di permanenza nei centri di detenzione furono terribili. La popolazione femminile restò a lavorare nei  kolchoz del Kazakistan, mentre molti degli uomini vennero trasferiti negli Urali al lavorare nel complesso metallurgico di Chelyabinsk. Le altre due deportazioni, quella dell'8 gennaio del 1943 e del 24 giugno 1944 avvennero in base alla risoluzione n. 2409s del Comitato di difesa statale del 14 ottobre 1942, che stabiliva che le persone appartenenti alle nazionalità degli stati belligeranti contro l’URSS fossero mobilitate forzatamente nelle colonie di lavoro dell’NKDV. I prigionieri veniva continuamente spostati all'interno della regione a secondo delle esigenze di manodopera e i rapporti con le guardie e i sorveglianti erano improntati alla massima rigidità. Bartolomeo Evangelista ricorda come le guardie si rivolgevano ai deportati chiamandoli “nemici della Patria”. Le condizioni di lavoro erano durissime e il trattamento riservato agli italiani era terribile. Dalla testimonianza di Paola Evangelista: «quando arrivammo nel Kazakistan ci dissero: vi hanno mandato qui perché moriate tutti! Sul nostro documento d'identità c'era scritto “deportato speciale”» (La tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea, op. cit., p. 44). Il comportamento dei detenuti era costantemente monitorato e le delazioni e i conflitti interni tra i deportati aggravavano ulteriormente la situazione. Sergio De Martino nelle sue memorie, parzialmente pubblicate nel volume di Lehener e Bigazzi ( F. Bigazzi, G. Lehener, La tragedia dei comunisti italiani. Le vittime del PCI in Unione Sovietica, Milano, Mondadori , 2006), ricorda come sia stato denunciato da due prigionieri tedeschi per aver affermato che gli aerei prodotti in Germania fossero di ottima qualità. De Martino fu condannato a dieci anni di gulag e alla privazione dei diritti. La vita nel kolchoz era durissima: Emilia Petringa racconta come i rappresentanti dei campi di lavoro sceglievano le famiglie preferendo quelle con poche persone a carico e di buona costituzione, analogamente a quanto avveniva in un mercato di schiavi qualche secolo prima. Nella testimonianza della Petringa raccolta da Larissa Giacchetti vengono descritte le condizioni degli italiani nei kolchoz: «Il pavimento era di terra, là non abbbiamo visto pavimenti di legno. Si dormiva sulla stuffa o sul pavimento tra la paglia, la paglia ce n'era quanto vuoi. E noi dormivamo tra la paglia tutti insieme. Poi abitavamo in una semlanka. Lavoravamo nel kolchoz. E non ci davano neanche da mangiare. Niente. Ci siamo salvati perché abbiamo preso del cibo da casa.» (Gli Italiani di Crimea, op. cit., p. 98). Le condizioni di vita per i detenuti politici erano molto più difficili. Nadia Simone, nipote di Marco Simone, emigrato in Crimea nel 1899 e divenuto attivista comunista e animatore del kolchoz “Sacco e Vanzetti”, racconta le testimonianze indirette raccolte dai suoi compagni di prigionia dopo la condanna per tradimento: «mancanza di cibo, freddo, congelamenti, pestaggi e umiliazioni» (Gli Italiani di Crimea, op. cit., p.114).

 

La “libertà” dopo la guerra

Alla fine della guerra la situazione non mutò radicalmente, i deportati iniziarono ad essere rilasciati dai campi di lavoro nel 1947 ma furono oggetto di persecuzioni e discriminazioni per vari anni. Angelina Cassinelli ricorda che: «il presidente del kolchoz diceva che se volevamo pane dovevamo andare da Mussolini» (Gli Italiani di Crimea, op., cit., p.43). Molti rimasero in Kazakistan, altri a Chelyabinsk e solo pochissimi riuscirono a tornare a Kerch negli anni immediatamente successivi al rilascio dai gulag. Alcuni degli italiani sopravvissuti sono tornati nei primi anni Cinquanta e durante gli anni Sessanta nella penisola di Crimea, solo per scoprire di aver perso tutti i loro beni e la possibilità di rientrare nelle loro case. Per alcuni anni fu proibito agli italiani di tornare a Kerch, e solo dopo la morte di Stalin fu consentito loro di fare ritorno in Crimea. Parte della comunità si trasferì nelle immediate vicinanze della loro città natale, come la famiglia Dell'Olio che si stabilì a Kuban, nella riva opposta allo stretto di Kerch. Il regime di sorveglianza ufficiale fu abolito ufficialmente nel 1959, fino a quella data tutti gli italiani erano “spezposelenzi”, deportati speciali sorvegliati dall'NVDK. Anche dopo quella data non tutti riuscirono ad ottenere il permesso per muoversi all'interno dell'Unione Sovietica e spesso non era semplice reperire le risorse necessarie ad un trasferimento. Per questa ragione i discendenti italiani sono tutto sparsi per tutta la regione. Tutte le testimonianze rese nei volumi pubblicati sono piene di riferimenti alla reticenza di molte persone che hanno vissuto il dramma della deportazione e del campo di lavoro, non solo per la difficoltà di ricordare un periodo cosi tragico, ma anche per un senso di autodifesa. Il clima di diffidenza e sospetto che ha accompagnato molti protagonisti della vicenda ha, infatti, segnato profondamente il rapporto con il proprio vissuto personale.

Con la dissoluzione dell'impero sovietico le speranze della comunità italiana in Crimea si riaccesero,  ma l'azione delle istituzioni italiane non è stata efficace. Dal 1992 al 1997 l'Ambasciata d'Italia in Ucraina ha ricevuto 47 domande di ottenimento della cittadinanza italiana, ma solo 2 di queste hanno ricevuto un riscontro positivo. Ben pochi membri della comunità italiana in Crimea dispongono di una documentazione adeguata, tutti i loro averi insieme ai passaporti furono confiscati al momento della deportazione. In seguito al ritorno a Kerch molti degli italiani hanno celato la loro origine etnica, ottenendo la russificazione del nome. Ma all'interno della comunità le famiglie hanno continuato a incontrarsi e hanno tramandato la lingua italiana ai figli e ai nipoti. I tragici eventi descritti hanno instillato nei sopravvissuti alla deportazione un timore di essere riconosciuti come italiani, ancora nei primi anni del Duemila molti testimoni diretti non acconsentivano a parlare della propria esperienza per paura di eventuali ritorsioni da un stato che non esisteva più. Le procedure e le norme per l'ottenimento della cittadinanza dovrebbero essere parzialmente modificate alla luce delle vicissitudini della comunità italiana in Crimea, analogamente a quanto avvenuti per gli italiani di Istria e Dalmazia. Tutti gli altri gruppi etnici vittime delle persecuzioni sovietiche in Ucraina hanno ottenuto qualche sorta di riconoscimento o attenzione da parte della propria nazione di origine. I tartari, i tedeschi, i greci, i bulgari e gli armeni sono stati riconosciuti dallo stato ucraino come minoranze deportate, su pressione dei singoli stati, mentre ad oggi gli italiani non hanno ancora ricevuto la qualifica di popolazione deportata. La Germania ha poi permesso il rientro in patria dei tedeschi del Volga e delle sue altre minoranze in Russia e lo stesso ha fatto la Grecia con i greci del Mar Nero, anche se entrambe le comunità erano ben radicate e integrate visto che il loro insediamento in Ucraina risaliva a molti secoli prima.

 

La comunità italiana oggi

Oggi la comunità italiana di Kerch conta poco più di 300 persone, ma molti discendenti sono ancora in Kazakistan o in Uzbekistan. Gli italiani in Kazakistan residenti perlopiù nella città di Karaganda, continuarono a riunirsi sino a qualche anno fa, ma con la morte degli ultimi sopravvissuti il legame dei discendenti con l'Italia si è definitivamente rotto. Nel 2010, grazie al lavoro di ricerca dell'avvocato Vittorio Giorgi, c'è stato il primo contatto tra i sopravvissuti alla deportazione di Crimea residenti in Uzbekistan e le autorità diplomatiche italiane. L'unico monumento alla memoria delle vittime italiane in Unione Sovietica si trova a San Pietroburgo nel cimitero memoriale di Levashovo: esso è dedicato agli antifascisti italiani uccisi dal comunismo. La lapide di granito recita così: «Alla memoria delle vittime italiane del Gulag. Milano e San Pietroburgo ricordano i mille italiani antifascisti emigrati nella speranza di un mondo migliore, membri della comunità italiana in Crimea che furono perseguitati in Unione Sovietica, privati della libertà, deportati o fucilati negli anni dello stalinismo». Ma la comunità italiana in Crimea era preesistente all'emigrazione “politica” degli anni Venti e solo una piccola parte delle vittime della deportazione erano riconducibili ai volontari antifascisti. Anche nella commemorazione della tragedia subita gli italiani di Crimea sembrano essere dimenticati dalle istituzioni italiane. L'unica comunità italiana che ha mantenuto un buon grado di coesione interna è quella che si è ricostituita a Kerch, grazie soprattutto all'impegno di un ristretto gruppo di persone.

In particolare l'azione continua e costante del professore Giulio Vignoli e di Giulia Giacchetti Boico negli ultimi due decenni hanno rotto la breccia nel muro di silenzio che era stato creato intorno al dramma degli italiani in Crimea. Giulia Giacchetti Boico, nipote di deportati, è il presidente dell'Associazione Italiana C.E.R.K.I.O. (Comunità degli Emigrati in Regione di Krimea - Italiani di Origine), instancabile animatrice di tante iniziative dedicate alla propria comunità, ha dedicato gran parte della sua vita all'associazione e alla raccolta di materiale sulla storia degli italiani in Crimea. La comunità si è organizzata notevolmente negli anni, nonostante la carenza di fondi adeguati. La chiesa di Kerch, costruita dai nostri connazionali nella prima metà dell'Ottocento e stata riaperta al culto nel 1994 e la comunità la sta restaurando a proprie spese. I corsi di lingua italiana e le celebrazioni comunitarie delle principali festività civili e religiose vengono ospitate nei locali dell'Associazione. L'impegno del professor Vignoli ha trascinato molte altre persone e negli anni tutto questo lavoro ha finalmente creato una solida rete di sostenitori. Gli sforzi di tante persone che si sono appassionate alla comunità italiana in Crimea stanno producendo dei risultati concreti: la riapertura del Comitato della Dante Alighieri di Kerch; l’istituzione di borse di studio per i giovani discendenti italiani presso l'Università per Stranieri di Perugia; diverse iniziative culturali e di scambi tra giovani organizzate da Massimo Mariotti, delegato del Comitato Tricolore del Veneto; l'azione dei Lions di Napoli, del Club Camaldoli e dei Lions dell'Italia centrale che ha sostenuto economicamente il soggiorno studio di molti ragazzi in Italia, la diffusione del documentario di Tito Altomare sino alla continua azione di sensibilizzazione con conferenze, mostre e dibattiti dell'Associazione Regionale dei Pugliesi di Milano e dell'Associazione L'Uomo Libero.

Le iniziative editoriali, i convegni e le manifestazioni, oltre ad attirare l'attenzione sulla storia degli italiani di Crimea, sono riuscite a riconnettere i deportati italiani e i loro discendenti. Dalla pubblicazione del primo volume tantissimi figli e nipoti hanno contattato gli autori e le associazioni degli italiani di Crimea per condividere i racconti dei loro familiari, incontrare parenti dispersi e ricostruire una mappa dei tanti italiani ancora dispersi nel territorio russo. Anche a livello istituzionale dopo la prima interrogazione parlamentare in Italia sul tema, che risale al 1998, ci sono state altre iniziative con interventi alla Camera e al Senato rispettivamente nel 2009 e 2010. La presenza del Console Generale della Repubblica Italiana in Ucraina – Matteo Cristofaro – alla celebrazione per la Giornata della memoria delle vittime italiane delle persecuzioni e della deportazione forzata del 27 gennaio 2013 a Kerch, fa ben sperare in un rinnovato e proficuo rapporto di collaborazione tra i discendenti italiani in Crimea e le istituzioni italiane, segnato dall'arrivo, nel 2012, del nuovo ambasciatore a Kiev – Fabrizio Romano – che ha voluto dare un segnale di apertura e di collaborazione attiva con le associazioni dei deportati.
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