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L'EMIGRAZIONE ITALIANA IN RUSSIA

STEFANO PELAGGI - 1. L'élite levantina a Mosca e Pietroburgo e i primi coloni
Sin dal XVI Secolo un ristretto numero di italiani si trasferirono in Russia, presso le corti di Mosca e Pietroburgo. Anche ai tempi di Pietro il Grande o di Ivan il Terribile si registrano numerose presenze di italiani in Russia, non solo gli architetti che lavorano alla costruzione del Cremlino e di altri prestigiosi edifici ma anche i marangoni, gli abili carpentieri veneziani. Solo intorno al 1875 si può riscontrare l'inizio di un vero e proprio fenomeno migratorio, prima di questi anni gli avventurieri, i mercanti e gli artisti che arrivano in Russia sono gli epigoni degli italiani di ventura e della emigrazione d'élite di stampo levantino. La comunità italiana di Mosca e Pietroburgo di fine Ottocento, analogamente a quanto avveniva nelle città del Vicino Oriente e dell'Asia Minore, non costituiva un corpo separato dalla società russa. Il coefficiente di integrazione era molto alto, i matrimoni misti frequenti e addirittura ci furono numerosi casi di conversione all'ortodossia russa. La penetrazione nel tessuto sociale era dovuta a molti fattori, le loro professione dal diplomatico, al commerciante sino all'artista li mettevano in costante contatto con gli strati più ricchi della società locale. Il console generale d'Italia a Odessa nei suoi bollettini identifica la comunità italiana in Russia come la più ricca tra quelle straniere. I flussi migratori provenienti dalla penisola iniziano secoli prima, con i tanti artisti che offrono i loro servizi allo Zar e con gli intellettuali che lavorano come insegnanti presso le famiglie dei nobili.  Ma l'emigrazione italiana in Russia non è esclusivamente legata ai mercanti veneziani e genovesi ma è soprattutto una storia di fatica e privazioni. Molti emigranti, alla fine dell'Ottocento, partono dalle provincie  di Caserta, Napoli e Palermo per cercare fortuna in Russia, incoraggiati da agenti di emigrazione spesso collusi con la malavita locale. Dopo aver passato il confine illegalmente scoprono all'arrivo a Mosca di essere stati truffati e finiscono per suonare l'organetto e organizzare teatrini ambulanti. Non sono disponibili dati statistici sul flusso illegale di migranti ma sia la letteratura dell'epoca che molti documenti di archivio riportano numerosi casi di italiani coinvolti in guai giudiziari. Le ferrovie russe furono costruite anche con manodopera italiana, prevalentemente da piemontesi e friulani, così come le grandi infrastrutture di fine Ottocento, dal primo ponte in cemento armato sulla Volga alle gallerie di Suram e Aleksandropol sulla linea Tiflis-Erevan. Le memorie del futuro diplomatico Guido Relli, confinato in un porto del Mare d'Azov allo scoppio della guerra mondiale, ci consegnano un interessante quadro del movimento migratorio italiano nell'attuale Ucraina. Relli entrerà in contatto con la folta comunità di coloni genovesi, ormai russificati, che parlavano un dialetto ormai scomparso da secoli in Liguria. Il sociologo russo Novikov testimonia come fino al 1861 le indicazioni stradali a Odessa sono anche in lingua italiana. Napoletani, livornesi e genovesi rappresentano il venti per cento della popolazione a fine Settecento ad Odessa e la lingua comunemente usata per gli scambi commerciali è proprio l'italiano. Una folta comunità di genovesi si insedia a Mariupol' nel 1820 mentre si hanno le prime notizie di un consolato del Regno di Sardegna a Odessa sin dal 1817. Nei successivi venti anni fu istituita una fitta rete di consolati da Fedosia, Berdjansk a Taganrog sino ad Ismail. Già dalla fine del XVIII secolo il porto di Odessa era una delle principali mete commerciali per le navi italiane e la comunità italiana arrivò a contare fino a 10000 persone, grazie all'indotto mercantile. La memorie di Salvatore Castiglia, Regio Console Generale ad Odessa dal 1865 al 1891 forniscono un esauriente ritratto della comunità italiana in loco. Fu costruito un teatro dell'Opera italiana e istituita la Società Italiana di Beneficenza di Odessa e gli italiani si dedicavano a molte professioni: marinai, carpentieri, minatori e agricoltori ma anche maestri di musica, scultori e decoratori.

2. Gli italiani in Crimea
Con la crisi del grano del 1860 e la supremazia commerciale delle imbarcazioni a vapore britanniche su quelle a vele, le dimensioni della comunità italiana nell'odierna Ucraina si ridussero notevolmente. Alcun anni dopo il termine della Guerra di Crimea il fiorente periodo della comunità italiana in Russia termina. Molti emigranti tornarono in Italia mentre altri si spostarono da Odessa verso le miniere di carbone di Taganrog o verso città industriali in espansione come Marjupol, Berdjansk e Kerch. Nel l870 giunge a Kerch un nuovo flusso migratorio  dall'Italia, gli emigranti sono attirati dal miraggio di terre fertili e dall'importanza del porto della città che collega il Mar Nero con il Mare d'Azov. Le fonti riferiscono di circa duemila persone provenienti perlopiù dalle provincie pugliesi di Bisceglie, Trani, Bari e Molfetta. A questa ondata migratoria si aggiungeranno negli anni successivi i parenti e conoscenti dalla Puglia a cui vanno sommati gli emigranti italiani già presenti nell'area sin dal XVIII secolo. Con questi fenomeno migratorio, sommato a tutti i discendenti italiani che si spostarono da Odessa e dalle regioni occidentali, la comunità italiana arriva a costituire il 2% della popolazione della provincia di Kerch. La comunità di Kerch è in gran parte composta da mercanti e marinai e una delle attività principali è il cabotaggio della navi nelle acque bassi antistanti il porto e nei fiumi affluenti. Molti emigranti presero la cittadinanza russa per poter continuare ad esercitare la professione di cabotatori, allora riservata esclusivamente alle navi battenti bandiera russa. La comunità italiana a Kerch diventò numerosa, ma nonostante vari tentativi in città non fu mai attivato un consolato. La nomina di Saverio Calvigioni del 1884 a regio-viceconsole a Kerch durò appena qualche mese e nel 1887 un decreto ministeriale soppresse il vice-consolato per affidare la comunità italiana al rappresentante inglese. L'epidemia di colera del 1892 causò un ulteriore rallentamento degli scambi commerciali e sancì il definitivo tramonto  della comunità italiana sul Mar Nero. Nei successivi decenni le occupazioni degli italiani in Crimea si limiteranno a piccole attività commerciali, il lavoro nei campi e il cabotaggio nella acque di Kerch. La florida e attiva comunità italiana si ridusse di numero e le opportunità economiche per gli emigranti calanarono drasticamente. Dalla corrispondenza diplomatica si evince come gli italiani in Crimea soffrirono particolarmente la mancanza di una rappresentanza consolare, ma nessuno all'interno della comunità fu in grado di assumere l'incarico di Regio Agente. Nel 1904 è istituita un agenzia consolare a Kerch e il francese Teofilo Castillon e il suo successore Simmelides si fecero carico della reggenza sino al 1915, quando Giovanni Bruno, di origine pugliese, ne assunse la carica. Di questi anni negli archivi della Farnesina ci sono pochissimi documenti riguardanti la comunità italiana di Kerch. Le testimonianze indirette dei discendenti italiani tracciano un quadro negativo del primo ventennio del XXI Secolo per la comunità e un disinteresse sempre maggiore dell'Italia per le sorti degli italiani di Crimea prefigurando i drammatici eventi del XX Secolo.

3. La deportazione e lo sterminio della comunità italiana di Kerch
La rivoluzione d'Ottobre e i successivi avvenimenti peggiorarono notevolmente le condizione della comunità. Nel 1918 due incrociatori italiani imbarcarono a Sebastopoli duecento connazionali mentre nei mesi immediatamente precedenti diversi gruppi riuscirono a tornare in Italia in maniera autonoma.  Nei primi anni Venti inizia la sovietizzazione della Crimea e delle comunità straniere residenti, viene aperto un colcos italiano appena fuori Kerch, chiamato Sacco e Vanzetti in onore degli anarchici giustiziati negli Stati Uniti. La collettivizzazione delle terre con le relative requisizioni ed epurazioni spinsero molti italiani a lasciare la Crimea. Ma solo i più abbienti furono in grado di partire e molti membri della comunità erano stati duramente colpiti dalla crisi economica dopo la rivoluzione sovietica. La repressione sovietica creò un flusso di profughi diretti verso la penisola che aumentò in maniera sostanziale nel 1921 e riversò in Italia circa 3000 persone. Un censimento dell'ambasciata italiana in Russia del 1922 riporta 650 residenti italiani a Kerch e 65 a Taganrog. Nel 1923 con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Italia e URSS viene riaperto l'ufficio consolare di Novorossijsk, chiuso da più di un anno. Intorno al 1924 il Partito Comunista Italiano assunse una autorità morale sulla comunità di Kerch e iniziò una attività politica tra gli emigranti. Gli inviati italiani allontanarono il parroco e si impadronirono della scuola locale e di tutte le attività comunitarie. Il professor Vignoli, che ha portato alla luce la drammatica storia degli italiani di Crimea, in un libro scritto insieme a Giulia Giacchetti Boico, ha ricostruito l'azione dei comunisti italiani attraverso le testimonianze orali dei protagonisti diretti. L'ex deputato comunista Anselmo Marabini si occupò direttamente della gestione della comunità italiana e Paolo Robotti, esponente del Partito Comunista Italiano e cognato di Palmiro Togliatti visitò più volte la città di Kerch. Nel 1932 il sacerdote italiano fu allontanato e negli anni seguenti molti  italiani furono arrestati, torturati o mandati al confino in Siberia. Le memorie di Giuliano Pajetta, fratello di Giancarlo futuro leader del PCI, si soffermano sul suo periodo trascorso a Kerch dal 1932 al 1934 e descrivono proprio il momento dell'allontanamento forzato del sacerdote. Gli eventi del conflitto mondiale ebbero delle ripercussioni molto gravi sulla ormai sparuta comunità italiana di Kerch. Dopo la liberazione nel maggio del 1944 da parte dell'Armata Rossa della penisola di Crimea e del Caucaso, occupato nel 1941 dalle truppe tedesche, tutte le minoranze nazionali presenti sul territorio vengono deportate perché dichiarate popolazioni fasciste. La deportazione degli italiani avvenne in tre distinte fasi: la prima nel 28  e 29 Gennaio 1942 fu la più consistente mentre nelle altre due dell'8 Gennaio del 1943 e del 24 Giugno 1944 riguardarono i membri della comunità che erano riusciti a nascondersi durante la fase iniziale. Alcuni erano discendenti di italiani di terza o quarta generazione e addirittura ignoravano la loro origine. Il giornalista Dario Fertilio  racconta la storia di Zina e la sorpresa nello scoprire la sua origine etnica. Le famiglie miste furono deportate e anche solamente l'origine italiana di uno dei genitori era sufficiente per essere etichettati come nemici della patria. Gli italiani rimasti a Kerch furono caricati in carri bestiame dopo un preavviso di appena poche ore e portati con un lunghissimo viaggio che durò due mesi in Kazakistan. La deportazione avvenne via mare e via terra, dopo aver attraversato il Mar Nero e il Mar Caspio  il convoglio proseguì attraverso la steppa sino a Atbasar in Kazakistan. Da lì i prigionieri furono mandati perlopiù a Karaganda e in altri campi limitrofi, le condizioni del viaggio e dei primi anni di permanenza nei centri di detenzione furono terribili. I testimoni raccontano come più della metà degli italiani morì durante il trasferimento o nei primi mesi di soggiorno nel campo di prigionia. Le vittime della repressione sovietica di cittadinanza italiana tra il 1919 e il 1951 sono stimate intorno alle 1000 unità. Ad oggi la comunità italiana di Kerch conta poco più di 300 persone, ma molti discendenti sono ancora in Kazakistan o in Uzbekistan. Mentre i Tartari, i Tedeschi, i Greci, i Bulgari e gli Armeni sono stati riconosciuti dallo stato ucraino come minoranze deportate ad oggi gli Italiani non hanno ancora ricevuto la qualifica di popolazione deportata. Le convulse evoluzioni geopolitiche della regione influiranno sul futuro della piccola ma coesa comunità italiana in Crimea, Mosca ha già dichiarata di voler garantire le minoranze presenti sul territorio estendendo le garanzie che Kiev aveva finora negato agli emigranti italiani.
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