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Last updateLun, 02 Apr 2018 11pm

Italia

Terrorizzati dall’Isis e invasi dalla Cina

TORQUATO CARDILLI - Spesso il cittadino si sente ripetere dal politico di turno che l’Italia è una grande nazione, che è il terzo finanziatore del bilancio dell’UE, il quinto contributore netto dell’ONU, il secondo paese manifatturiero in Europa, che la spina dorsale della sua economia è la piccola e media industria, che abbiamo il più vasto patrimonio culturale al mondo, che siamo un paese a vocazione turistica, che siamo in ripresa economica e via di questo passo nonostante le autorità facciano di tutto per non combattere la disoccupazione, non proteggere la micro impresa, non vedere e non stroncare le storture, gli abusi, le violazioni, la devastazione dell’ambiente, il ladrocinio dell’economia, la frode, l’evasione fiscale, la corruzione.
Al termine degli elogi e dell’autoesaltazione, ripetuti in ogni circostanza, come fa il premier ragazzotto a prescindere dall’occasione di politica interna o internazionale, c’è sempre la pillola amara di qualche sacrificio in più, di qualche balzello mascherato, di qualche riduzione degli spazi di libertà o di compressione dei diritti primari. Mai che spieghino al cittadino cosa c’è dietro l’angolo e questo non perché non lo sappiano, ma semplicemente perché non lo vogliono dire, timorosi che il popolo conoscendo la verità li mandi definitivamente a quel paese.
Certo esistono nemici veri e nemici occulti, potenziali e reali, visibili e mimetizzati ed in momenti di crisi, è molto più facile additare all’odio il nemico che si vede, anche se solo potenziale, rispetto a quello occulto che invece è subdolamente attivo.
Come paese inserito in un incastro di alleanze e vincolato da patti non sempre felici (ONU, NATO, UE, UNESCO, FAO, OMS, OMC, OCSE, ICAO, OMC, AIEA, Consiglio d’Europa, Convenzioni multilaterali e Trattati bilaterali, ecc.) dobbiamo muoverci con molta cautela e con dignità (o almeno mantenendo quella poca che ci è rimasta) rispettando la parola d’onore a partire da quella data ai nostri concittadini e scolpita nella Costituzione.
In questi giorni di esasperazione per le esplosioni di atti devastanti di terrorismo dell’ISIS in Europa e non solo, ci si sente tutti colpiti, minacciati e in dovere di reagire con delle contromisure adeguate. Ma, per quanto sforzo si faccia, non si riesce a comprendere come i maggiori paesi che hanno la responsabilità nella gestione della pace e della sicurezza nel mondo, cioè i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e che ci hanno ridotto in queste condizioni, sappiano solo rispondere con la guerra. Per meglio dire quattro di essi sono per la guerra senza subordinate politiche (USA, Russia, Francia, Gran Bretagna) ed il quinto (la Cina), non parla, restando appollaiata come un condor sulla rupe in attesa di piombare sulla preda.
Se vivessimo ancora come duemila anni indietro con gli strumenti di allora e con lo spirito degli antichi romani che concepivano la fine della guerra, cioè dello strumento di estensione del proprio dominio, solo con la “debellatio” totale del nemico, allora potremmo dire che la guerra sarebbe una misura adeguata.
Chi non ricorda il significato del famoso monito “Carthago delenda est” (Cartagine deve essere distrutta) pronunciato nel 157 a.C. da Catone il censore di fronte al Senato romano e che diede l’avvio alla terza e definitiva guerra punica? Catone era convinto che non fosse possibile, né conveniente per Roma venire a patti con il secolare nemico e, secondo la leggenda, ne persuase i senatori, tirando fuori dalla tunica una manciata di fichi arrivati da Cartagine per dimostrare che se il fico, frutto come noto facilmente deperibile, poteva resistere ad un viaggio via mare da Cartagine, voleva dire che quella città tanto pericolosa era troppo vicina a Roma e doveva essere distrutta.
Non si trattava di una pura tattica negoziale per ottenere un trattato con condizioni più favorevoli, ma di una strategia politica di lungo respiro conclusa da Scipione che, dopo aver espugnato Cartagine, lasciò che i suoi legionari la saccheggiassero e ne massacrassero tutti gli abitanti e poi, dopo averla incendiata, la rase al suolo senza che restasse pietra su pietra, facendo cospargere il terreno di sale per evitare che potesse essere nuovamente coltivato e reso abitabile.
Dunque abbiamo noi la stessa “endurance” dei romani che ingaggiarono con i cartaginesi una guerra durata oltre 120 anni?
No, la risposta è ovvia. Non abbiamo lo stesso carattere perché non crediamo più in nulla, abbiamo perso il senso di nazione, viviamo alla giornata e non ci curiamo di quello che potrà succedere alla prossima generazione tanto è vero che l’abbiamo già caricata di debiti e le consegniamo  un ambiente devastato ed inquinato (a dispetto delle cicliche conferenze passerella sul clima!) ancora prima che venga alla luce, avendone persino consumato la pensione ed il welfare per la nostra sussistenza.
E allora? Analizzata la situazione e valutati i pericoli imminenti e futuri non basta spostare in avanti la data dello scontro finale, sperando di farla franca per ora. Bisogna adottare adesso le contromisure più adeguate che, come dimostrano le fallimentari decisioni assunte negli ultimi 30 anni, almeno a far data dalla caduta del muro di Berlino, non possono essere esclusivamente rappresentate dallo strumento militare che ha finito per scavare un abisso di odio tra noi e loro, profondo come la fossa delle Marianne. Bombardare oggi, senza avere la soluzione politica che duri per i decenni a venire è un’operazione dai costi certi e dai benefici del tutto inesistenti. Al contrario bisognerebbe stendere un cordone politico-sanitario non per rinserrarcisi dentro, ma per impedire agli altri di approfittare a nostro danno delle regole della democrazia, della nostra economia, del nostro stile di vita, della nostra cultura, della nostra tecnologia. Come?
Il magistrato Falcone aveva chiaro che per battere la mafia c’era una sola via, quella di inaridire i mille canali di rifornimento del denaro, confiscandone tutti i beni, senza pietà. Non è stato seguito ed i risultati si sono visti. Lo stesso vale per il terrorismo: senza denaro e senza armi non può più fare del male neppure ad una mosca. Dunque è necessario obbligare tutti i paesi contrari al terrorismo a condividere i nostri valori, ad adoperarsi sul terreno per il contenimento del regno del terrore e a recidere qualsiasi rapporto, anche puramente umanitario, con esso. In difetto di ciò i paesi democratici dovranno interrompere immediatamente ogni rapporto di qualsiasi natura, economico, commerciale, energetico, finanziario, industriale pur se questo dovesse significare dolorose rinunce.
Quando Stati Uniti e Russia hanno ingaggiato il braccio di ferro sull’Ucraina e sulla Crimea il presidente americano aveva rassicurato l’Europa che in caso di mancanza di forniture di gas russo sarebbe stata l’America a soddisfare i bisogni europei. Se le cose stano effettivamente così, con una solidarietà salda come una roccia, non ci sarà da avere preoccupazioni che invece diventeranno gigantesche se ciascuno ponesse eccezioni e facesse prevalere il salvataggio dei propri alleati che violano costantemente i diritti umani e sostengono il terrore, per continuare a fare affari di nascosto.
Sulla politica dei cinque grandi ho fatto cenno alla posizione ambigua, quasi sonnacchiosa, della Cina il cui disegno a lungo termine non è meno pericoloso di quello a breve del terrore islamico.
La Cina sa che non ha nulla da temere dal terrorismo per l’enorme, incolmabile, sproporzione delle forze in campo, per le differenze linguistico-somatiche, per l’impossibilità di mimetizzazione in quella società, per l’assenza di regole democratiche che da sola costituisce lo spauracchio di ogni velleitarismo destabilizzante. Al contrario, con l’impercettibilità di una marea montante e inesorabile da anni persegue il disegno di supremazia economica invadendo il nostro mercato con prodotti a basso costo che hanno già mandato in rovina migliaia di aziende ed acquistando consistenti quote del debito pubblico e del patrimonio industriale occidentale.
Tutti sanno quello che è successo a Prato dove sono arsi vivi in un capannone, come topi in trappola, una trentina di operai cinesi rinchiusivi come schiavi, in condizioni di lavoro forzato giorno e notte senza rispetto delle più basilari norme contro lo sfruttamento del lavoro, dell’igiene, dell’assistenza sociale, della fiscalità. In quella città hanno creato un polo industriale di quasi 5.000 piccole imprese a denominazione sociale individuale, aperte e chiuse in pochi mesi per sfuggire ad ogni tipo di controllo, per evadere il fisco e i contributi sul lavoro, con l’acquiescenza dei grandi produttori che danno commesse e nell’indifferenza delle autorità che non vigilano sull’osservanza della legge e non prevengono i danni alla piccola e media industria manifatturiera nazionale.
Ogni operatore economico sa che il “dumping” è una procedura di vendita all’estero di un bene o di un servizio  ad un prezzo inferiore a quello del mercato e addirittura inferiore a quello di produzione nel luogo di origine. La Cina, con un’ industria solo nominalmente privata, ma di fatto statale, dopata dalle sovvenzioni pubbliche, dai bassissimi costi dell'energia, dallo  sfruttamento della manodopera, anche minorile senza tutele sindacali, è incurante della sovrapproduzione, e permette ai suoi marchi, di operare in una concorrenza sfrenata e sleale nei confronti dei produttori europei. Può vendere all’estero a prezzi notevolmente inferiori obbligando alla chiusura le aziende concorrenti che non possono tagliare sui costi del lavoro, della fiscalità, dei contributi, del sistema previdenziale.
Tra un anno (dicembre 2016) i paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio potrebbero riconoscere alla Cina il cosiddetto stato di economia di mercato e ciò potrebbe segnare l’inizio della fine del nostro sistema produttivo, nonostante che la Cina non sia assolutamente in possesso dei requisiti previsti dal diritto internazionale e da quello comunitario. Riconoscere alla Cina lo stesso status di economia di mercato dell'Unione Europea, Usa, Giappone, Russia, India, Australia, Canada significa cancellare la politica dei dazi anti-dumping, consentiti ai paesi importatori di semilavorati o di prodotti industriali cinesi per garantire un’efficace difesa commerciale contro la concorrenza sleale.
C’è il forte pericolo che a causa dell’inerzia o della complicità di molti governi europei (il nostro premier solitamente garrulo tace), nel giro di pochissimi mesi, migliaia di imprese (nei settori dell’acciaio, legno, ceramica, alluminio, carta, vetro, componenti per auto, chimica, tecnologie ambientali) possano scomparire, con la perdita in tutta l’Europa tra 1,7 a 3,5 milioni di posti di lavoro di cui almeno 400/600 mila in Italia, come pubblicato dall’istituto di ricerca internazionale Economic Policy Institute.
Dicembre 2016 è una data vicinissima e il tempo a disposizione per bloccare questa scelleratezza è poco; quando arriverà non servirà più a nulla gridare “al fuoco” perché la casa sarà già bruciata.
Le prossime settimane si presentano cruciali non solo per la lotta al terrorismo, ma anche perché la Commissione Europea sta per presentare una proposta favorevole alla Cina che metterebbe tutti di fronte al fatto compiuto, senza trasparenza con le altre istituzioni, senza una valutazione d’impatto, mossa esclusivamente da ragioni politiche iperliberiste che hanno già distrutto l’economia reale in molte parti della UE e che soddisfano solo le esigenze di un capitalismo finanziario senza radici, senza identità culturale e morale, capace soltanto di delocalizzare dove il costo della produzione e quello del lavoro sono più vantaggiosi per la proprietà e meno remunerativi per il lavoratore.
L'Europa rischia di cedere perché nessuno ha il coraggio di contrastare questo disegno della Cina che detiene una parte consistente del debito pubblico e degli asset industriali occidentali.
Nel Parlamento europeo c'è una maggioranza contraria a questo provvedimento, ma il Commissario al Commercio Malmstrom sarebbe molto sensibile al potere delle lobby pro Cina, così come il governo italiano che ha paura delle ritorsioni di Pechino, diventato negli ultimi anni un grande investitore per miliardi di euro in Telecom, Fiat-Chrysler, Eni, Enel, Prysmian, Cdp Reti, Ansaldo Energia, Gruppo Ferretti, Fiorucci, Miss Sixty, Cerruti, Benelli, ecc.
Possono il Presidente del Consiglio, il Ministro degli Esteri, il Ministro dello Sviluppo economico illustrare quale sarà la posizione dell’Italia sulla questione, prima che questo ciclone si abbatta sull'economia italiana ed europea?.

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Niente paura, l’Italia è al sicuro da attacchi terroristici

ALBERTO BRUNO - I nostri servizi segreti sono riusciti a decrittare un messaggio, inviato dall’ISIS ai suoi militanti, nel quale si invita a puntare su altri paesi perché “fare un attentato in Italia è troppo difficile”. Ecco da dove deriva la sicurezza mostrata dal nostro Ministro dell’interno che qualche giorno fa ha ricevuto dai servizi un rapporto riservatissimo con il resoconto di successivi fallimenti in serie per impossibilità operativa dei vari tentativi di attentato terroristico.
Secondo la ricostruzione di questo rapporto due terroristi dell’ISIS sarebbero arrivati in aereo a Napoli per eseguire la missione del “castigo” contro gli infedeli, come appresso dettagliato:
Domenica, 1 novembre ore 14.47
Arrivano all’aeroporto internazionale di Capodichino, provenienti dalla Turchia; passano indenni il controllo dei passaporti, anzi il poliziotto addetto al varco dei cittadini non UE, di carnagione nera, gli fa l’occhiolino, il che fa ritenere ai terroristi di essere in un ambiente favorevole con una buona rete di complicità. Tuttavia non escono dall’aeroporto se non dopo otto ore, perse in attesa della consegna delle valigie che non sono apparse sul nastro trasportatore.
La società di gestione dell’aeroporto non si assume alcuna  responsabilità della perdita dei bagagli che scarica sulla compagnia aerea il cui sportello è stato però già chiuso subito dopo l’atterraggio dell’aereo. L’impiegato dell’aeroporto addetto al deposito bagagli consiglia ai terroristi di provare a ripassare il giorno dopo: “chissà, con un po’ di fortuna…”
Ore 22,50
Usciti dal terminal i terroristi non trovano più il complice che doveva consegnare loro l’esplosivo. Decidono di prendere un taxi per farsi portare in albergo. Il tassista li osserva dallo specchietto retrovisore e, avendo capito che sono stranieri, li porta a passeggio per tutta la città by night per 3 ore e mezza. Dal momento che i due non parlano, né si lamentano per questi giri a vuoto, neanche dopo che il tassametro raggiunge i 700 Euro, il tassista confabula con qualcuno via radio e decide di fare il colpo gobbo: arrivato alla rotonda di Villaricca, si ferma e fa salire un complice che fingeva di essere una persona investita bisognosa di cure. Tassista e complice derubano i viaggiatori dopo averli ricoperti di mazzate e li abbandonano esanimi al Rione 167.
Lunedì, 2 novembre ore 4.30
Al risveglio, dopo la mazziata, ambedue i terroristi che prudentemente avvertiti sulla mariuolaggine italica avevano messo i passaporti e alcune banconote da 100 dollari nei calzini, riescono a raggiungere l’albergo sito in zona piazza della Borsa.
Ore 9,00
Dopo un breve riposo e una lavata i due non fidandosi più del taxi decidono di prendere a noleggio un’auto presso la Hertz di piazza Municipio. Quindi si avviano in direzione aeroporto per incontrarvi il complice che doveva consegnare l’esplosivo, ma giusto prima di arrivare a piazza Mazzini, rimangono bloccati da una manifestazione di studenti uniti alle tute bianche anti-global e ai disoccupati napoletani che non li lasciano passare.
Ore 12,30
Arrivano finalmente in piazza Garibaldi, e lì decidono di cambiare dei soldi per muoversi più liberamente. Mentre consultano il tavellone dei cambi esposto vengono avvicinati da un trafficante dai modi gentili che si offre di fare un cambio vantaggioso. I due accettano : i loro dollari vengono cambiati in biglietti da 100  e da 50 Euro falsi.
Ore 15.45
I terroristi arrivano all’aeroporto di Capodichino dove incontrano il complice che, dopo un solenne cazziatone per il ritardo di 24 ore, consegna loro i biglietti di viaggio per Milano e la borsa di esplosivo necessaria a far esplodere l’aereo che devono prendere, sulla verticale del Duomo.
I due innescano la bomba e si avviano ai controlli di sicurezza decisi a farla scoppiare tramite telefonino se il metal detector ne rivela la presenza. Passano indenni il controllo di sicurezza perché la macchina metal detector non funziona, ma al gate c’è un intoppo: i piloti Alitalia hanno proclamato uno sciopero improvviso di 4 ore perché chiedono la riqualificazione salariale e la riduzione dell’orario di lavoro.
Ore 22
Sembra che possa iniziare l’imbarco, ma le hostess di terra dell’Alitalia chiedono la pinza obliteratrice per annullare le carte di imbarco e i biglietti come richiesto dalla circolare di sicurezza del Ministero dell’Interno. Le pinze non si trovano e le hostess non consentono l’imbarco.
L’altoparlante annuncia che in alternativa i passeggeri con il solo bagaglio a mano possono fare il cambio di carta di imbarco e prendere il volo della Ryan Air, le cui hostess non fanno storie, con destinazione Alghero  e poi Milano, che però porta 6 ore di ritardo.
I passeggeri vengono accampati alla meglio nelle sale d’attesa, alcuni giocano a carte, altri intonano canti popolari, altri litigano per occupare le poche sedie vuote, altri ancora gridano slogan contro il governo, contro i piloti e le hostess, inneggiano alla rivolta e minacciano gli stewards!
Arrivano la polizia e i carabinieri in assetto anti sommossa che cominciano a dare manganellate a destra e a manca, contro tutti, accanendosi in particolar modo sui due terroristi che sono gli unici a non partecipare alla gazzarra.
Dopo una mezz’oretta di parapiglia gli animi si calmano e ciascuno si medica e si pulisce alla meglio.
Ore 23
I due terroristi tumefatti e acciaccati, si avvicinano al banco della Ryan Air per cambiare i biglietti per l’aereo diretto a Alghero-Milano, con l’intenzione di farlo esplodere in volo. Il responsabile della Ryan Air che gli da i nuovi biglietti tace completamente sul fatto che nel frattempo il volo è stato cancellato e riprogrammato per il giorno dopo alla stessa ora.
Ore 23,30
Ignari di questo inganno, sapendo di dover partire dopo alcune ore discutono che forse converrebbe fare subito l’operazione dell’attentato direttamente nella hall d’attesa ancora piena di viaggiatori. Hanno quasi preso la decisione in questo senso quando suonano le sirene dei pompieri che intervengono per una sospetta fuga di gas. Questo fatto li convince a desistere perché l’esplosione della bomba sarebbe stata fatta passare dai media come fatto accidentale della fuga di gas togliendo all’ISIS ogni scopo propagandistico. Quindi pensano che sia più opportuno manifestare questa opera di carità verso la città risparmiando quanti stanno a terra in attesa del gran botto in volo che significherebbe la morte certa di tutti i passeggeri. Affamati si dirigono al ristorante che sta per abbassare la saracinesca. Il cameriere comunica che la cucina è già chiusa e che possono prendere solo gli avanzi freddi. A gesti e con frasi incerte ordinano ciascuno una pizza e una frittata con le cipolle, che dall’aspetto verdastro dovevano stare là da un paio di giorni. Mentre fanno per pagare il conto si accorgono che la borsa con l’esplosivo che avevano appoggiato sulla sedia al tavolo è scomparsa. Allora decidono di non restituire con il vassoio i coltelli usati per la pizza, con i quali pensano di minacciare il pilota dell’aereo da far precipitare e schiantare sul Duomo.
Martedì 3 novembre, ore 3,55
Quando manca poco alla supposta chiamata di imbarco i due vengono colti da dolori lancinanti causati dalla frittata e dalla pizza avariata. Si contorcono dal dolore e i sorveglianti chiamano l’autoambulanza che li porta all’Ospedale Cardarelli. Al pronto soccorso non c’è nessun medico di guardia e dopo aver aspettato alcune ore nel corridoio vengono sottoposti a visita. Ma il referto è infausto: non si tratta di salmonellosi, come originariamente ipotizzato, ma di sospetto colera. Quindi vengono di corsa trasferiti nel reparto di isolamento. Nell’ascensore l’infermiere fa cadere a terra i fogli delle cartelle cliniche e li raccoglie mischiandoli ad altre cartelle di altri pazienti.
Ore 9
Arriva il primario, che dopo un’altra ora abbondante esamina le cartelle scambiate dagli infermieri a cui fa un solenne cazziatone perché i due ricoverati non debbono stare nel reparto di isolamento, ma avviati subito in sala operatoria. Quindi uno viene spedito al reparto di chirurgia e l’altro nel reparto di terapia intensiva cardiologia. Al primo viene asportato il rene destro assolutamente sano, mentre al secondo viene impiantato un pacemaker di fabbricazione cinese, acquistato sul mercato  nero dal direttore amministrativo che fa la cresta sugli acquisti, rivelatosi ben presto difettoso.
15 novembre, domenica, ore 15
Dopo tre domeniche dalla loro partenza per la missione e 14 giorni di tribolazione i 2 poveracci escono dall’ospedale. Non hanno più la macchina che avevano lasciato all’aeroporto  e cercano di tornare in taxi in albergo. A causa di un’interruzione stradale per una voragine il tassista è costretto a fare un giro che li porta nei pressi dello stadio San Paolo dal quale escono migliaia di tifosi incazzati neri perché il Napoli ha perso in casa col neopromosso Frosinone terz’ultimo in classifica per 3-1, con due rigori assegnati nei minuti di recupero. Una banda di ultrà della “Masseria Cardone”, blocca tutte le macchine e costringe i passeggeri a proseguire a piedi. I due poveracci che non sanno rispondere a chi li chiama in dialetto napoletano sono scambiati per tifosi del Frosinone e vengono inseguiti. Raggiunti subiscono una caterva di legnate e rimangono a terra tramortiti. Come se non bastasse, il capo degli ultrà, tale “Peppino o Ricchione”, consuma l’ultimo sfregio e abusa sessualmente di loro.
Ore 18
Finalmente gli ultrà se ne vanno e i due terroristi decidono di ubriacarsi per la prima volta nella loro vita come estremo sacrificio, per non sentire il dolore delle percosse e si infilano in una bettola della zona portuale dove gli rifilano del vino adulterato con metanolo. Ancora dolori lancinanti e nuovo ricovero d’urgenza al Cardarelli con l’unica autoambulanza che trasportava già due feriti degli scontri allo Stadio. In ospedale dall’analisi del sangue dei terroristi malconci viene riscontrata la sieropositività all’HIV con immediato isolamento e terapia intensiva.
24 novembre, martedì
I due malcapitati firmano la liberatoria per l’ospedale per ottenere di essere rilasciati e con gli ultimi soldi in tasca riescono a pagare un contrabbandiere che con una zattera li porta in Libia in stato molto malridotto, orbi per l’etanolo e debilitati dall’infezione.
Prima di salpare lanciano un SMS ai loro mandanti, intercettato dalla polizia postale, giurando che non avrebbero più osato fare un attentato in Italia, dove è impossibile operare.
Il Ministro dell’interno subito informato convoca una conferenza stampa per dichiarare che l’Italia è al sicuro.

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LA SOCIETÀ DEI MAGNACCIONI E LA MOGLIE DI CESARE

TORQUATO CARDILLI - Mezzo secolo fa, o giù di lì, una canzone di successo nella musica popolare “la società dei magnaccioni”, interpretata da Gabriella Ferri, descriveva il costume e l’atteggiamento di sguaiatezza della gioventù romana, pronta a mangiare e bere a sbafo in una società definita “zozza”.
Ma quelli erano tempi di boom economico e la gente non ancora avvezza alle rinunce, non faceva caso alle ruberie che sarebbero diventate sempre più consistenti da parte di una classe politica sempre meno meritevole di considerazione.
Come se il ciclone di “mani pulite” degli anni novanta non avesse aperto gli occhi sulla corruttela dilagante, la casta ha continuato imperterrita a fare i propri comodi, escogitando ogni giorno nuove furbizie, trucchi e spregiudicatezza per nascondere gli sprechi, le appropriazioni e le spoliazioni del pubblico denaro.
Si può dimenticare la vicenda dell’ex sindaco di Anagni Fiorito? Questo personaggio, ex lanciatore di monetine nel 1993 contro Craxi, ancor prima della ascesa politica a livello regionale aveva già subito una condanna dalla Corte dei Conti a risarcire 3.000 euro alle casse del Comune utilizzati impropriamente per uso personale. Bazzecole, rispetto a quello che verrà dopo. Infatti proprio per la mancata selezione della classe politica sulla base dell’etica pubblica fu consentito a Fiorito di diventare consigliere provinciale e poi nel 2005 consigliere regionale con il più alto numero di preferenze di tutto il Lazio. E la cupidigia non gli evitò il carcere con l’accusa di appropriazione di 1 milione e 400 mila euro di fondi pubblici.
Tutt’oggi ascoltare il notiziario quotidiano degli arresti e degli avvisi di garanzia è come sentire il bollettino meteorologico d’inverno che annuncia bufera, vento e tempesta. Di fatti ogni giorno c’è una notizia di scoperchiamento di pentole putrescenti.
Questa legislatura si è aperta con l’incredibile successo politico del M5S, con la mancata vittoria del PD che ha avuto bisogno della respirazione bocca a bocca con Forza Italia e con le sue frange di fuoriusciti per governare prima con Letta e poi con Renzi. Allora tutto il mondo politico, e la stampa prezzolata al seguito, si crogiolavano nella critica al M5S sulla questione degli scontrini di spesa, senza evidenziare che lì si trattava non di appropriazione di denaro pubblico, ma di contestazione interna per la mancata rinuncia ad un beneficio a cui tutti i parlamentari del movimento si erano liberamente impegnati prima delle elezioni.
Ma la legge del contrappasso è feroce e chi di scontrino ferisce di scontrino perisce.
Fa sinceramente pena lo spettacolo del sindaco Marino svillaneggiato dal suo partito e da quanti pur avendo goduto politicamente delle sue fortune gli hanno voltato vigliaccamente le spalle passando "dal servo encomio al codardo oltraggio" unendosi come plebe forcaiola ai nemici che ne chiedevano l’esilio politico.
Senza indulgere in compassione per le cose buone fatte o accanirsi in animosità per il suo modo di fare, quanto meno imprudente, ambiguo, stolto basta dire che il Sindaco Marino avrebbe dovuto dimettersi quando gli hanno arrestato mezza giunta e che il Governo avrebbe dovuto consentire nei termini più brevi nuove elezioni. Perché? Per il semplice motivo che chi occupa alte posizioni nello Stato e nella cosa pubblica non deve essere oggetto di alcun pettegolezzo, né destinatario di accuse che non riesce a smontare immediatamente, riassumibile nel noto motto, utilizzato tante volte anche da politici ipocriti, che la moglie di Cesare è al di sopra di ogni sospetto.
Mi sia consentito un breve excursus per illustrare il significato di questa espressione.
Giulio Cesare fu uomo colto, elegante, ambizioso, eloquente al punto da rivaleggiare con Cicerone con indubbie capacità di stratega, formidabile condottiero e trascinatore delle proprie truppe, abile nel condividere le sofferenze e lo stesso rancio dei legionari, e se la battaglia volgeva al peggio, capace di fare allontanare tutti i cavalli, compreso il suo, perché nessuno fosse colto dalla tentazione della fuga. Fu anche un “tombeur de femmes” con una vita sessuale ambivalente da far invidia a vari politici e prelati dei giorni nostri, tanto da meritarsi l'appellativo di "marito di tutte le donne e moglie di tutti gli uomini". Stando alle cronache del tempo, in gioventù fu l'amante di Nicomede re di Bitinia e in età più matura della regina Eunoe di Mauritania e della regina Cleopatra d'Egitto. Questo personaggio di luci e ombre aveva anche una predilezione per il denaro tanto che secondo Svetonio avrebbe sottratto al Campidoglio tremila libbre d'oro sostituendole con altrettante di bronzo dorato, ma sull’onore pubblico non era disposto a compromessi e sulla questione del presunto tradimento della moglie Pompea mostrò tutta la sua statura di statista.
Il Sindaco Marino avrebbe fatto bene ad apprendere come si difende il proprio onore dalla storia raccontata da Plutarco. Durante le sacre celebrazioni in onore della dea Bona, a cui potevano partecipare soltanto le donne, Publio Clodio, innamorato di Pompea, che non disdegnava le sue attenzioni, anche se non ci furono mai prove dell'adulterio, si introdusse furtivamente nella casa di Cesare, con la complicità di una schiava, nascosto sotto abiti femminili, come suonatrice di cetra.
L’intruso, scoperto da un'altra inserviente, fu fatto arrestare e trascinato in Tribunale. Cesare informato dell'incidente mentre era al Foro ripudiò all'istante la moglie, sulla base di due testimoni dell’avvenuta violazione della sua dimora.
Nel successivo giudizio che vide sul banco degli accusati Pompea per adulterio e Clodio per empietà sacrilega, Cesare chiamato quale testimone e parte offesa, tenendo soprattutto all'apparenza e a difendere la sua reputazione disse di non conoscere Clodio senza aggiungere alcun elemento di critica verso la moglie. L'accusa fece leva sul fatto dell'avvenuto divorzio tra Cesare e Pompea per cercare di far ammettere a Cesare l'esistenza della tresca d'amore, o quanto meno la sua riprovazione, ma lui si limitò ad aggiungere che Pompea in quanto "moglie di Cesare era al di sopra di ogni sospetto" lasciando di stucco i giudici. Pompea fu assolta, pare anche grazie alla corruzione dei giudici, ritenuta cosa normale per quei tempi, mentre Clodio fu condannato solo per sacrilegio.
E' a causa di quella frase che ancora oggi si chiede a chi riveste cariche pubbliche di essere come la moglie di Cesare dato che nell’esercizio di un mandato pubblico il codice deontologico di sanzione per i comportamenti inopportuni anche se non penalmente rilevanti deve venire prima del rispetto della legge.
In cosa ha sbagliato Marino? Comportandosi come il lupo che perde il pelo (un analogo incidente di rimborsi per spese di rappresentanza gli capitò nel 2002 con l’ospedale di Pittsburgh in Virginia che non esitò a troncare di netto ogni rapporto) non ha avuto il minimo concetto di onore, di dignità, di rispetto per la città e per la Repubblica infilandosi in un ginepraio di scuse meschine, di bugie infantili e di comportamenti equivoci che non sono più tollerati dall'opinione pubblica.
Marino si vanta di aver denunciato “mafia capitale”, ma le intercettazioni di Carminati e Buzzi che si confidano la capacità di “mangiarsi Roma in tre anni con Marino Sindaco” dimostrano il contrario dato che si era circondato di uomini collegati alla cosca malavitosa. E’ stata la magistratura, terminato il lavoro iniziato sotto la sindacatura Alemanno e durato tre anni, a scoperchiare il verminaio e a fare la retata di ben 57 persone compresi i vari pezzi grossi dell’amministrazione come Coratti, Odevaine, Ozzimo, Buzzi e compagni. Sono venuti così alla luce gli affari loschi delle cooperative con compromissione di uomini di governo, dei rom, degli immigrati, dei vigili felloni, dei dirigenti del Comune corrotti, delle Società partecipate con assunzioni facili e dipendenti lavativi.
Se Marino ancor prima dello squarcio di questo velo di omertà sulle malefatte dei dirigenti più in vista del partito romano e delle giunte sua e del predecessore avesse rinunciato pubblicamente a stare un giorno in più alla guida di un Comune compromesso, avrebbe avuto la strada spianata per le nuove elezioni.
E invece nulla. Per pusillanimità ha accettato impassibile gli sberleffi pubblici di Renzi, il lavoro demolitore di Orfini e la paralisi di giunta con assessori che si dimettevano uno dopo l'altro.
Quando poi è scoppiato l'affare dei funerali di Casamonica, avrebbe dovuto rientrare immediatamente a Roma, come fa un vero comandante che nel momento più acuto della tempesta riassume il comando della nave affidata temporaneamente al nostromo. Marino si è comportato invece come un impiegatuccio di terzo ordine, insensibile al richiamo del dovere di Stato. Ha persistito in questo atteggiamento di disinteresse accettando supinamente il commissariamento del prefetto Gabrielli anziché protestare di persona con il capo del governo, che è anche capo del suo partito, che gli ha imposto lo sfregio di assessori come Causi e Esposito, uno peggiore dell'altro, il primo per aver già condiviso responsabilità amministrative in un Comune inquinato sotto il Sindaco Veltroni, il secondo perché assolutamente inadatto ad occuparsi dei trasporti in particolare a Roma.
Come se tutto questo non bastasse Marino ha accreditato pubblicamente la versione di doversi recare a Filadelfia perché invitatovi dal Papa, con un seguito esagerato di 4 persone. Smentito ha ridimensionato la questione ad invito del sindaco della città, ma la sconfessione pubblica fattagli dal Papa è stata troppo bruciante per poter essere dimenticata.
Di qui una sequela di altri errori imperdonabili. Come nel gioco degli scacchi o di biliardo in cui ad ogni piccolo errore ne segue inevitabilmente uno più grande fino alla sconfitta, Marino ha inanellato una serie di bugie pellegrine negando che il costo della trasferta fosse stato posto a carico del Comune e giustificando la questione delle spese di rappresentanza con personalità italiane e straniere con la fantasiosa scusa della ritardata compilazione della nota spese attraverso la ricognizione dell’agenda personale.
Possibile che Marino non abbia considerato che con la sua condotta rischiava di mettersi alla berlina da solo facendosi smentire non solo dall'oste della trattoria dove cenava con la moglie, ma anche dalla Comunità di Sant'Egidio e dall'ambasciatore del Vietnam, incappando nel reato di falso? Come si fa a firmare una dichiarazione di aver pranzato con un Ambasciatore straniero quando non è vero? A meno che non si voglia credere al complotto di una segretaria infame che l'abbia appositamente tradito scrivendo una cosa per un'altra per addossargli la responsabilità del reato e lo abbia ipnotizzato all'atto della firma della dichiarazione.
In tutta questa orribile commedia degli inganni, oltre a Marino, chi porta la maggiore responsabilità è il partito democratico che come aveva lucidamente descritto Barca non è più il continuatore della politica morale e popolare di Berlinguer, ma una nuova incarnazione della peggiore democrazia cristiana, del rampantismo craxiano, della collusione sempre più spinta con la malavita e la criminalità. Cosa ha fatto in tanti anni di potere e di sottopotere? E' diventato un mutante con i geni del peggio degli altri partiti che avrebbe dovuto combattere e ha tradito tutti i principi e gli obiettivi della sinistra. Ha cercato di evitare le elezioni nel timore di perderle e purtroppo per i suoi decrescenti sostenitori le perderà la primavera prossima che segnerà la liberazione dei romani.
Ipocrisia suprema quella di rinfacciare a Marino di aver dilapidato 20.000 euro di soldi dei cittadini in spese mangerecce private, mentre non dice nulla sui 150.000 euro spesi da Renzi per volare a New York per assistere alla partita di tennis Vinci-Pennetta, che non aveva alcunché di istituzionale e nulla sulla megalomania del leasing per decine di milioni di euro dell’aereo speciale presidenziale a spese dei cittadini, del tutto inutile e spropositato rispetto all’esigenza di austerità dei conti del paese a cui sono state costrette per troppi anni le famiglie italiane.

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Chi sono gli assassini

TORQUATO CARDILLI - Captagon, parola sconosciuta alle masse, è il nome di un’anfetamina che costituisce la benzina del motore cerebrale degli assassini di oggi che trucidano senza pietà, bestemmiando in nome di Dio.
Dalla pillola blu che esalta la virilità sono passati alla meno costosa, ma molto più nefasta, pillola bianca che cancella la paura, la stanchezza, la fame e il dolore, il nuovo elisir che conferisce una sensazione di onnipotenza, esaltando e moltiplicando l’aggressività e la ferocia propria dell’animale.
Gli esecutori di tutte le stragi che hanno insanguinato in questi ultimi anni varie città nel mondo sono imbottiti di questa sostanza, molto diffusa in Medio Oriente con laboratori di produzione in quella parte di Siria sotto il controllo dell’ISIS, così come fecero i loro progenitori del XIII secolo.
La parola assassino usata in Occidente fin dal 1300, e citata da Dante nell’inferno (XIX, 50) ”… io stava come ’l frate che confessa lo perfido assessin, …” non è di origine latina o greca perché in queste lingue per indicare l’omicida violento esiste il vocabolo sicarius, o androdaiktos e l’equivalente del verbo assassinare è occidere, trucidare, necare o apokteino. Dunque da dove viene l’espressione assassino?
Chi abbia letto il Milione di Marco Polo ricorderà il personaggio indicato come il Vecchio della montagna (Hasan- i-Sabah), capo carismatico della setta eretica degli "ismailiti" composta da fanatici sanguinari che nel 1109 s'impadronì della fortezza di Alamut (nel nord dell’attuale Iran, tra Teheran e il mar Caspio), da cui estese il controllo non solo sulla Persia, ma anche sulla Siria.
Secondo le fonti storiche arabo-persiane e persino cinesi, il gruppo dei suoi seguaci veniva indicato col termine di "hashishiyyah" cioè gente dedita al consumo dell’hashish e i singoli membri erano chiamati hashishin, da cui il vocabolo entrato nelle lingue europee. Le stesse fonti asiatiche, riprese da Marco Polo, testimoniano il potere assoluto esercitato da Hasan, manipolatore delle menti dei suoi seguaci, scelti per fedeltà e coraggio, sottomessi attraverso l’indottrinamento e l’addestramento fisico, indotti fanaticamente all’omicidio politico in azioni violente, singole o di gruppo, attraverso l’inebriamento da stupefacente per entrare nel paradiso ricco di divertimenti e piaceri infiniti con sesso e cibo a volontà, tra fiumi di latte e miele. In questo luogo fantastico si poteva entrare solo attraverso il compimento della missione omicida-suicida, specialmente contro altri musulmani scismatici o infedeli. Gli assassini dovevano impressionare il popolo e perciò erano obbligati ad operare scopertamente in modo spettacolare, in luoghi frequentati (mercati e moschee) preferibilmente di venerdì, giorno sacro dell’Islam (quale tragica, singolare analogia con i fatti di Parigi!).
Celebre fu il tentativo fallito di assassinio di Saladino, Sultano d’Egitto e Siria, che aveva cinto di assedio Aleppo nel 1176 durante la terza crociata. Gli assalitori furono uccisi sul posto dalle guardie e la serenità con cui affrontarono la morte rivelò quanto potente fosse l’allucinogeno che avevano assunto (anche qui l’analogia è impressionante con il fallito attentato dinamitardo allo Stade de France ove era presente Hollande!).
Furono i mongoli di Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan ad espugnare e radere al suolo la fortezza di Alamut, ritenuta fino ad allora imprendibile, ed a massacrarne tutti gli abitanti. Dopo una sporadica resistenza, anche gli altri castelli-fortezze della setta caddero e degli “assassini” non si sentì più parlare in Medio Oriente per secoli.
Ma l’uso dello stupefacente somministrato per stordire, quanto più possibile, coloro che sono destinati alla morte è rimasto vivo negli ambienti militari. Forse che nelle trincee della prima guerra mondiale non erano distribuite anfetamine per far vincere la paura e poter mandare i soldati all’inutile assalto di reticolati incontro a morte certa? E quando non erano più disponibili gli stupefacenti veniva raddoppiata la razione di cognac o di grappa, così come nel XVI secolo facevano i pirati con il rum prima di ogni arrembaggio. La stessa cosa si è ripetuta durante la seconda guerra mondiale per non parlare delle guerre di Corea e del Vietnam in cui tutti i soldati o quasi facevano uso di droga.
Da una decina di giorni, in ogni occasione di cerimonia o incontro pubblico dentro e fuori di Francia, si sentono risuonare, in segno di solidarietà con le vittime della carneficina al Bataplan di Parigi, le note della Marsigliese, canto rivoluzionario contro la tirannia, emblema e simbolo della rivoluzione francese, dello spirito laico e repubblicano, dei valori universali di libertà, uguaglianza e fratellanza.
Eppure fu proprio quella rivoluzione ad essere passata attraverso la fase del Terrore, che costituì un regime piuttosto che un movimento politico clandestino. Prova che un popolo intero può essere influenzato da un sentimento sociale diffuso, tenuto sempre vivo da un gruppo di uomini che lo sfrutta per manovrare la nazione. La storia è stata sempre stracolma di casi di tirannicidi, regicidi o di detronizzazioni violente di governanti, dagli imperatori romani raramente morti di vecchiaia, ai Califfi arabi, ai dogi come Marin Faliero, ai re come Carlo I Stuart, alle ripetute defenestrazioni di Praga ecc., ma il Terrore anziché esaurirsi nel ghigliottinamento del re, della regina e della nobiltà, tracimò nel rimodellamento dello spirito nazionale francese.
Per ironia della sorte, che mostra tutta la sua perfidia in questi giorni, durante il secondo impero di Napoleone III la Marsigliese fu ritenuta una canzone inappropriata come inno nazionale e fu sostituita da un’aria composta dalla madre dell’imperatore, Ortensia de Beauharnais, chiamata “partant pour la Syrie”.
Quelle dei militanti assassini dell’ISIS di oggi non possono essere considerate azioni di banditismo volto all’arricchimento o all’accaparramento di un bene, né manifestazioni di una rivoluzione popolare destinata a dare un nuovo leader e un nuovo futuro ai diseredati, ma costituiscono un fenomeno che per la sua forza propagandistica a livello mondiale, grazie all’enorme supporto mediatico, soprattutto per la facilità di reclutamento proprio in seno all’Europa attraverso la rete, potrebbe incidere per anni incutendo terrore sul modo di vivere occidentale anche se fosse sgominato.
Negli ultimi tempi l’ISIS ha colpito a Tunisi, Beirut, Cairo, Sharm el Sheikh, Nairobi, Parigi e Bamako e poco ci è mancato che non portasse a compimento un’altra azione spettacolare a Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee e della Nato. Sono morte quasi 500 persone della società civile senza nessun ruolo o responsabilità nelle forze armate, nell’intelligence, nella politica, nella magistratura. Dunque lo scopo era quello di incutere terrore a 360 gradi. Perché?
Questo secolo è iniziato con una esplosione a livello mondiale di terrorismo di matrice fondamentalista, sedicente islamica, ma nessuno si è posto il perchè. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York e al Pentagono a Washington, gli Stati Uniti, incapaci di una strategia politica che vada al di là della mera opposizione alla Russia, hanno risposto con la guerra in Afghanistan con l’obiettivo di distruggere le basi di al-Qaida e uccidere Bin Laden. Non contenti, hanno prima bombardato a casaccio il Sudan e poi hanno deciso, sotto la guida di Bush jr., succube degli ambienti più reazionari e delle lobby petrolifere, ossessionato dall’idea di un successo militare superiore a quello del padre contro Saddam Hussein, l’invasione dell’Iraq additato al mondo, con foto farlocche e fialette innocue esibite in Consiglio di Sicurezza, come il più pericoloso motore di al-Qaida e arsenale di armi di distruzione di massa batteriologiche e chimiche che non sono state mai trovate.
Le due guerre costosissime in termini di vite umane, di distruzioni, di fondi sprecati (anche noi ne abbiamo sopportato il pesante fardello) sono servite a instaurare due governi fantoccio pro America, ma non a portare all'eliminazione di al-Qaida e del terrorismo internazionale. Anzi, la strategia della pura forza bruta statunitense non ha fatto altro che aumentare la popolarità dei Talebani e trasformare L’Iraq, paese fino ad allora estraneo al terrorismo, in un vero e proprio focolaio di organizzazioni terroristiche, approfondire i conflitti interreligiosi tra musulmani (sciiti contro sunniti e viceversa), coagulare tutti i risentimenti antioccidentali. Lo stesso ex premier britannico Blair ha riconosciuto ora che  la guerra in Iraq fu un tragico errore e che se Saddam Hussein non fosse stato abbattuto oggi l’ISIS non esisterebbe.
Non contenti di questi errori marchiani, gli Stati Uniti hanno persistito imperterriti in scelte politico-militari sbagliate, contando soprattutto sul fiancheggiamento di Francia e Gran Bretagna, con interventi militari in altri paesi come Libia e Siria senza porsi il problema del perché e del dopo.
In Libia hanno fatto di tutto per detronizzare Gheddafi fino a consentire la distruzione di intere città e la disarticolazione del paese, poi, ucciso il dittatore, quando la Clinton, attuale aspirante alla Casa Bianca era Segretario di Stato, hanno cercato di fare il doppio gioco. Illudendosi di poter manipolare i gruppi politici e le tribù che volevano spartirsi lo spazio politico e le ricchezze del paese perseguendo la proiezione gheddafiana nel Sahel, ricco di petrolio, gas, oro e soprattutto uranio, hanno praticato la solita politica del governo fantoccio affidato al generale Haftar, incuranti del sentimento popolare, con ciò provocando l’assalto all’ambasciata americana che è costato la vita all’ambasciatore Stevens, trucidato insieme agli agenti segreti che operavano sotto copertura diplomatica.
E’ credibile che con tutto il loro sofisticato apparato di spionaggio, che ha messo sotto controllo addirittura i telefoni della Merkel e di Hollande, non siano stati capaci né di intercettare i rivoltosi, né di prefigurare una soluzione che non fosse l’appoggio al solito generale americanizzato catapultato da Washington a Tobruk in opposizione all’altro governo creatosi spontaneamente a Tripoli?
In Siria, commettendo la stessa scelta scellerata fatta 30 anni prima in Afghanistan di armare i Mujahidin contro gli invasori sovietici, nella guerra di resistenza dal 1979 al 1989, costata 2 milioni di morti e 5 milioni di profughi, hanno sostenuto, finanziato e incoraggiato la resistenza siriana contro Assad ponendo le basi per la nascita dell’ISIS, senza ipotizzare che cosa sarebbe accaduto dopo, e senza prevedere le reazioni della Russia che da tempo immemore ha una base navale militare a Latakia, nelle acque siriane, o della Turchia che è membro della Nato.
Pur di distruggere il regime siriano di Assad e di bloccare le ambizioni dell’Iran, suo alleato politico-religioso, gli hanno messo contro una rivoluzione sunnita (appoggiata da Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Turchia) ed hanno chiuso gli occhi davanti alla efferata piega barbarica delle azioni militari dei combattenti dell’ISIS. Accortisi del tragico errore di valutazione, con la acquiescenza degli alleati anglo-francesi, hanno spinto sull’acceleratore per fare la pace con l’Iran sciita, a cui avevano già regalato una specie di protettorato sull’Iraq, perché partecipasse al contenimento del califfato islamico, senza rendersi conto che avrebbero innescato la rivitalizzazione degli Hezbollah del Libano.
Molto ridicolmente il nostro ministro degli esteri Gentiloni dice di rifiutare di chiamare Stato Islamico l’ISIS (sigla inglese di Islamic State of Iraq and Syria) preferendogli la denominazione araba di Daish, senza sapere che questo è l’acronimo appunto in arabo di Stato Islamico di Iraq e Siria (Dàulat Islamìyah Iraq Sham).
L’ISIS si è reso autonomo da al-Qaida nel 2013 sotto l’autorità di Abu Bakr al Baghdadi, già prigioniero degli americani in Iraq nel campo Bucca e poi diventato loro collaborazionista tanto da essere ritratto in una foto circolante sul web nientemeno che con il Senatore McCain. Il suo obiettivo dichiarato è quello di cancellare ogni traccia del colonialismo occidentale a partire dai confini artificiali tracciati nell’area dall’accordo segreto Sykes-Picot del 1916 e tornare al Califfato sopprimendo gli islamici scismatici.
All’ISIS che controlla un territorio a macchia di leopardo da Aleppo (Nord della Siria) fino a Dyala (Est dell’Iraq) in cui vivono 6 milioni di persone, hanno aderito più di 80.000 combattenti con alcune migliaia di volontari provenienti oltreché da vari paesi arabi anche dall’Europa e dalla Cecenia. L’ISIS ha sostituito in tutte le attività l’amministrazione preesistente (dalla sanità ai servizi idroelettrici) e grazie ad una raffinata tecnica di uso dello strumento informatico e cinematografico è riuscito ad imporsi all’attenzione del mondo. Il suo patrimonio in miliardi di dollari (accumulati con la confisca di tutti i depositi e riserve nelle banche irachene e siriane depredate nei territori conquistati, con il riciclaggio, con i proventi dal business della vendita dei tesori archeologici, con le donazioni da oltre confine, con la decima imposta ai cittadini) può contare sull’introito giornaliero di vari milioni di dollari grazie al contrabbando di petrolio. La Turchia, il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita (tutti alleati degli americani)  sono i principali artefici del successo dell’ISIS grazie anche alla complicità dei loro conglomerati affaristico-finanziari.
La CIA e gli altri servizi alleati pur sapendo che l’ISIS aveva inglobato gran parte dell’esercito iracheno sbandato, fedele a Saddam Hussein, con relativi arsenali forniti dagli americani e gran parte di quello siriano messo su come Esercito Libero anti Assad, hanno segnalato la cosa ai rispettivi governi perché intervenissero? Perché non è stato bloccato il mercato clandestino di armi e munizioni con pagamenti in contanti o attraverso le banche degli Emirati, del Kuwait e del Qatar?
A dispetto delle roboanti dichiarazioni di Obama, di Hollande e di Cameron per mesi è andato avanti  il trasporto via mare di centinaia di containers di armi e munizioni fino ai porti di Bengasi o di Misurata, per poi essere trasferiti con aerei arabi senza insegne negli aeroporti al confine siro-turco allestiti appositamente dai servizi di Ankara per le operazioni di scarico e successivo smistamento via camion verso i territori controllati dell’ISIS e per mesi intere colonne di autobotti hanno fatto la spola tra Mosul e la Turchia. Tutte operazioni complesse, che hanno avuto bisogno di una struttura logistica, per consentire all’ISIS di condurre una guerra di movimento e di eludere l’intercettazione dell’aviazione siriana.
E’ credibile che tutta questa attività possa essere sfuggita al controllo dei servizi segreti occidentali o non è piuttosto la prova della benevolenza soprattutto americana, verso gli alleati del Golfo, nel chiudere gli occhi di fronte agli acquisti di sofisticati mezzi di comunicazione, di centinaia di fuoristrada 4x4 per la movimentazione di migliaia di combattenti, di armi leggere e pesanti, di veicoli blindati o addirittura di carri armati i cui filmati hanno fatto il giro del mondo?
Tutti ricordano la decisione del 1991 adottata dagli USA, dall’UE e dalla NATO di bloccare ogni conto corrente e i beni dell’Iraq per punirlo dopo l’occupazione del Kuwait. Un’uguale decisione avrebbe dovuto essere assunta subito dopo le testimonianze delle drammatiche atrocità dell’ISIS, mettendo un filtro strettissimo su ogni movimento di capitali tra banche occidentali o di Emirati del Golfo ed interrompendo qualsiasi traffico commerciale con quei paesi.
Insomma, in poche parole, è impensabile che la Casa Bianca, il Pentagono, la CIA, lo spionaggio inglese e francese non si siano accorti che lo Stato Islamico, in termini organizzativi era passato dal piccolo cabotaggio alla guerra totale per il controllo territoriale e per la destabilizzazione dell’Occidente con l’arma letale del terrorismo.
La domanda a cui bisognerebbe rispondere è questa: siamo in grado di mantenere la tensione morale per decenni, come fecero i romani con le guerre puniche, per liberarci di questo flagello? Siamo pronti a rinunciare a molte agiatezze e comodità dei nostri giorni pur di estirpare questo cancro? A questa domanda non si può dare la semplicistica, ma terribile, risposta del bombardamento permanente. Se non cambierà l’approccio con cui interfacciarsi con il mondo estraneo ai nostri valori socio-culturali, alla nostra tradizione giuridica, all’illuminismo e al riformismo che hanno garantito il nostro sviluppo, esso potrà risorgere dalle ceneri come l’araba fenice, anche a distanza di secoli come è stato appunto per gli hashishiyyah, e tornare a terrorizzare intere popolazioni con atti clamorosi di violenza indiscriminata premeditata (uccisioni, sabotaggi, stragi, sequestri, attentati dinamitardi, attacchi batteriologici, chimici, agenti inquinanti, virus ecc.).

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Tasse, tasse, sempre tasse

Se si continua di questo passo pagheremo anche per l’aria che respiriamo 
TORQUATO CARDILLI - Uno dei mantra continui, ripetuti fino alla noia da parte del primo ministro e dei suoi corifei nelle varie trasmissioni televisive, nei comunicati stampa, negli editoriali di direttori TV amici e negli articoli di giornalisti compiacenti è che questo Governo abbassa le tasse.
Ad un esame superficiale potrebbe sembrare che effettivamente il bonus degli 80 euro (per la verità concesso solo alla fascia di reddito medio e non ai poveri) costituisca una diminuzione delle tasse, così come la ventilata abolizione della tassa sulla prima casa che si risolverà in un consistente, ingiustificato ed iniquo vantaggio per il possidente di una villa, in un modesto vantaggio per chi abbia una modesta abitazione ed in nulla, proprio in nessun vantaggio, per chi abita in affitto e che forse sarebbe l’unico a dover essere aiutato in quanto non proprietario di beni immobili.
Invece le cose stanno diversamente da come vengono illustrate e i grandi mezzi di informazione si guardano bene dal chiarire le magagne nascoste e gli aumenti surrettizi imposti a beni e servizi di largo consumo.
Prendiamo ad esempio la benzina. Il costo del petrolio da un picco di 143 dollari a barile è precipitato negli ultimi due anni a 47 dollari attuali. Chi non conosce i meccanismi delle componenti del prezzo della benzina  non comprende come mai la discesa del prezzo alla pompa non sia stato così sensibile. Basta considerare che il 36% del prezzo è costituito dalle accise, cioè tasse di scopo misteriose (come vedremo), il 22% dall’IVA (tassa che incide anche sulle accise, cioè tasse sulle tasse), il 3% va ai gestori degli impianti, il 9% ai petrolieri, il 7% è il costo di raffinazione e solo il 23% è il costo del prodotto greggio. Poiché il costo complessivo dell’uso dell’automobile incide sulle tasche del cittadino per quasi un terzo delle spese annue (ammortamento, assicurazione, manutenzione, bollo, benzina ecc.) un governo che avesse avuto veramente l’obiettivo di rimettere in moto l’economia del paese avrebbe ridotto le accise (vedi box ) che incidono per mezzo euro a litro.
Se ci spostiamo all’esame delle bollette elettriche, già sovraccariche di costi ed oneri aggiuntivi rispetto al prezzo dell’energia, ci accorgiamo che non solo non c’è stata diminuzione, ma che sono state incrementate di nascosto del 3,4%.
E’ bene sapere che il costo totale della bolletta si compone per il 45,78% dal prezzo effettivo dell’elettricità; per il 17,58% dal costo dei servizi di rete; per il 23,34% da oneri generali e per il 13,40% da imposte. Poiché un buon 50% di energia elettrica è prodotta da combustione di idrocarburi sarebbe stato lecito aspettarsi una diminuzione delle bollette di almeno il 10%. E invece niente.
Renzi rivendica di fronte alle autorità europee l’autonomia impositiva e l’assoluta libertà di scelta dei beni su cui far gravare l’imposizione fiscale. Se tenesse veramente a questa indipendenza fiscale senza dover rispondere e dipendere dalle lobby dei produttori avrebbe fatto molto meglio a ridurre la tassazione sull’elettricità che riguarda non solo i proprietari di abitazioni ma equamente tutti i cittadini (seppure in modo proporzionale rispetto al tenore di vita) nonché tutto il settore produttivo industriale e artigianale la cui competitività è proprio frenata dal costo dell’energia.
Se poi avesse voluto veramente realizzare la svolta modernista sbandierata a chiacchiere, avrebbe imposto al distributore un abbattimento degli oneri generali dovuti ad una pessima organizzazione del sistema, ad un’antiquata modalità di fatturazione e di riscossione delle bollette ed a una ridondanza di dirigenti (o presunti tali) cui vengono elargiti bonus e premi di produttività anche se non sono protagonisti dell’introduzione di innovazione di rilievo o di miglioramento dell’efficienza.
Come noto, il 27% circa dell’elettricità consumata viene autoprodotta da quanti abbiano installato i pannelli fotovoltaici ed altre apparecchiature di produzione di energia rinnovabile.
Fino all’anno scorso sul consumo di energia autoprodotta liberamente non bisognava pagare alcuna tassa. Il Governo Renzi, nel silenzio generale, con l’acquiescenza dei parlamentari che non sanno quello che fanno, e che sono solo abituati ad obbedire agli ordini di scuderia per non sgretolare il collante che li tiene attaccati alla poltrona, ha imposto un’ulteriore tassa a favore del distributore e a danno proprio di quelli che tendono a rendere il paese meno dipendente dagli idrocarburi e dalle importazioni di energia dall’estero.
Chi abbia un impianto fotovoltaico produce energia grazie al sole, che è gratuito e di tutti, per il proprio uso e consumo. Può darsi che l’utilizzazione sia inferiore alla quantità prodotta ed allora ecco che l’energia elettrica eccedentaria, proprio perché non utilizzata dal proprietario dell’impianto, viene ceduta alla rete di distribuzione e rimborsata dal GSE attraverso lo scambio sul posto.
Ma lo stato ha ora cambiato le regole allo scopo di incassare più soldi che servono a mantenere i privilegi e gli sprechi di chi dice di agire per conto del popolo.
L’articolo 24 della legge n. 116 dell’11 agosto 2014, in violazione dello statuto del contribuente perché prevede un’applicazione retroattiva al 1 gennaio 2014, impone a qualsiasi utente produttore di energia elettrica di pagare gli oneri tariffari generali non solo per l’energia prelevata dalla rete, ma anche per quella autoprodotta con il proprio impianto e consumata. Cioè, mentre prima di questa legge gli oneri generali gravavano solo sull’energia acquistata, oggi incombono su tutta l’energia prodotta, anche se non consumata e ceduta alla rete che la rivende a prezzo pieno caricandovi sopra nuovamente gli stessi oneri per la seconda volta.
Gli oneri generali di sistema sono calcolati in base a questa tabella a scaglioni:
da 1 kwh fino a 1800 kwh il costo unitario è di € 0,037712 per kwh;
da 1801 kwh fino a 2640 kwh il costo unitario è di € 0,056142 per kwh;
oltre i 2641 kwh il costo unitario è di € 0,080962 per kwh.
Facciamo un esempio pratico riferito a un normale impianto fotovoltaico di utenza domestica da 3 Kw con una produzione annua di circa 2.000 Kwh, per dimostrare come oggi con la nuova legge si imponga un sovraccarico di costo annuo individuale di circa 140 euro.
Poniamo che l’impianto produca 1.866 kwh all’anno e che il consumo familiare sia di un po’ più del doppio e cioè di 4.059 kwh con un prelievo dalla rete di 2.193 kwh (consumo totale 4.059 - quantità prodotta di 1.866 = quantità comprata dalla rete 2.193 kwh).
Prima della legge in questione, l’utente pagava gli oneri solo sull’energia prelevata dalla rete e consumata cioè solo su 2.193 kwh, secondo la seguente tabella:
per i primi 1.800 kwh x € 0,037712 a kwh = € 67,89
per i successivi 393 kwh x €0,056142  a kwh = € 22,07 per un totale di € 89,96.
Oggi l’utente paga gli oneri generali di sistema non solo sull’energia prelevata dalla rete, ma anche su quella auto prodotta e consumata, cioè su tutti i 4.059 kwh come da calcolo che segue:
per i primi 1.800 Kwh x € 0,037712 a kwh = € 67,89
per i successivi 839 kwh x € 0,056142 a kwh = € 47,10
per gli ulteriori 1.419 kwh x € 0,080962 a kwh = € 114,89 per un totale di € 229,88.
L’aggravio di spesa per ogni famiglia è quindi di € 139,92 all’anno (cioè € 229,88 – € 89,96 già pagati con il vecchio sistema = €139,92 in più).
Poiché i nostri politici non vogliono fare una seria spending review, non vogliono rinunciare agli sprechi ed agli assurdi, anacronistici, immeritati privilegi, distribuiti a cascata anche a migliaia di famuli parassiti, si attaccano a tutto e tra poco metteranno la tassa anche sull’aria che respiriamo anche se è già intossicata dallo smog e dall’inquinamento.

QUADRO DELLE ACCISE (TASSE DI SCOPO) IMPOSTE SULLA BENZINA IN 80 ANNI E MAI TOLTE
lire 1,90 per la guerra di Etiopia del 1935
lire 14 per la crisi di Suez del 1956
lire 10 per il disastro del Vajont del 1963
lire 10 per l’alluvione di Firenze del 1966
lire 99 per il terremoto del Friuli del 1976
lire 75 per il terremoto dell’Irpinia del 1980
lire 205 per la missione militare di pace in Libano del 1983
lire 22 per la missione militare di pace in Bosnia del 1996
euro 0,020 per il rinnovo del contratto dei ferrotranvieri del 2004
euro 0,005 per l’acquisto di autobus ecologici del 2005
euro 0,005 per il terremoto dell’Aquila del 2009
euro 0,007 per finanziamenti alla cultura del 2010
euro 0,040 per far fronte agli immigrati a causa della crisi libica del 2011
euro 0,005 per l’alluvione in Liguria e Toscana del 2011
euro 0,082 per il decreto “salva Italia 2011
euro 0,020 per il terremoto in Emilia del 2012
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LA GUERRA AL NEMICO COMUNE

LUCIA ABBALLE - Nel discorso al Parlamento francese riunito nella storica sede di Versailles, evocatrice di antiche grandezze ma anche di brucianti sconfitte, François Hollande ha dichiarato guerra allo Stato islamico. Lo ha fatto invocando le clausole dei trattati Ue che prescrivono ai Pesi membri di garantire piena solidarietà e cooperazione alla nazione sotto attacco. Ha chiesto che si costituisca una coalizione sovranazionale contro l’Isis. Tra i destinatari dell’invito alla guerra, dunque, c’è anche l’Italia che da subito ha manifestato grande solidarietà soprattutto nelle parole del Presidente del Consiglio, abituato a sentirsi vicino alle vittime nei momenti di grande dolore e ad esprimere sincero cordoglio ai familiari di queste. Dopotutto, la commozione e la commemorazione fanno parte di una narrativa politica che, alla vicinanza verbale, sovrappone una distanza fattuale carica di richiami alla prudenza e alla razionalità.
Di certo il pacifismo resta una nobile opzione morale ma quando sul palcoscenico internazionale c’è chi, come l’Isis, dichiara guerra all’Occidente e chi, come Hollande, chiede aiuto ai grandi del mondo, la risposta non può tradursi semplicemente in un “sentirsi vicino alla Francia”, perché essere accanto ai cugini d’oltralpe comporta l’assunzione di precise responsabilità e l’agire di concerto con il resto dell’Unione e con la comunità internazionale. Rispetto a tale scenario, il Governo italiano non sembra essere preparato e, al riguardo, ha invocato l’intervento di Usa e Russia come condizione necessaria per una sua eventuale azione nella guerra contro il nemico comune.
Onestamente il discorso di Renzi, per quanto giustificato dal timore di un attacco islamico, non appare proponibile alle coscienze della gente sconvolta dalla paura, scioccata dalle proporzioni delle migrazioni, privata di quelle libertà fondamentali costituzionalmente garantite in nome della sicurezza, costretta a cambiare il proprio stile di vita in nome di un magma indistinto di relativismo culturale, nel quale anche esporre un crocifisso può diventare offensivo. Persino rinviare il Giubileo, che pure dovrebbe essere l’apoteosi dell’universalismo cattolico, appare per un attimo la cosa giusta da fare. La paura spinge al conformismo e, quindi, ad accettare passivamente che certe cose accadano, nella convinzione di essere risparmiati da futuri attentati.
Mi sarei aspettata una reazione diversa soprattutto perché, già dal giorno dopo gli attentati di Parigi, si ha avuto la certezza che, qualunque sarà l’esito della battaglia culturale instaurata nei confronti dell’estremismo islamico, l’Europa ed il mondo intero non saranno più come prima. La guerra al terrorismo rappresenta la possibilità per l’Europa di definire sé stessa: a seconda di come risponderanno le maggiori cancellerie, potremo vedere la dissoluzione dell’idea di Europa o, al contrario, il suo rilancio sul piano culturale e politico.
L’Italia deve reagire se non vuole lasciarsi sovrastare da recriminazioni e insulti sollevati tra i diversi schieramenti politici solo in chiave interna, fornendo uno spettacolo di provincialismo e cinismo che inquina una questione serissima. Prima di ogni decisione, occorre raggiungere una maggiore coesione non solo fra gli Stati europei ma anche all’interno di ciascuno di essi, chiamati a realizzare il giusto bilanciamento tra i vari diritti in gioco, le libertà fondamentali dell’uomo da una parte, e il bisogno di sicurezza dall’altra. Lavarsene le mani e restare a guardare vuol dire cedere importanti tasselli di sovranità nazionale alle logiche del terrorismo e, quindi, perdere la guerra culturale scatenata in Occidente dall’offensiva islamista, a partire dall’11 settembre 2001.

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STIAMO STUPENDO IL MONDO!…

TORQUATO CARDILLI - Uno dei film più commoventi di Charlot è stato senza dubbio “the kid” (il monello), intriso di riferimenti autobiografici relativi alla sua povera infanzia londinese. Trattandosi di un film muto del 1921, il messaggio è affidato all’espressività delle immagini. Charlot vi impersona un povero vetraio che raccoglie un neonato abbandonato. Il bambino cresce nella miseria e divenuto grandicello anziché giocare coi coetanei al cerchio, cerca di aiutare il padre nell’attività di vetraio ambulante, violando la legge e il buon senso. Precedendolo nelle vie di New York tira sassi alle finestre e scappa. Di lì a poco Charlot passa per la stessa via munito di carrello con i vetri di ricambio sicché viene chiamato dai proprietari danneggiati dal monello a sostituire le vetrate rotte. Questa attività truffaldina viene interrotta quando la sassata rompe i vetri della casa di un poliziotto.
A cosa vi fa pensare questa trama se non alla pantomima dell’IMU agricola? Il premier Renzi intervenendo all’assemblea della Coldiretti di Milano la settimana scorsa  ha detto, da buon vetraio, che la tassa sarà abolita dal 1 gennaio 2016. Ma chi l’ha messa quella tassa per rastrellare un gettito extra di 350 milioni utile a coprire parzialmente il buco degli 80 euro? Chi ha firmato quel decreto legge, scritto con i piedi, solo per fare cassa e colpire nel mucchio, stabilendo un cervellotico criterio della definizione di comune montano che da diritto all’esenzione? Il provvedimento è stato convertito definitivamente in legge dalla Camera con 272 voti favorevoli. Il cittadino si è domandato da quale parte politica siano venuti i sì che hanno approvato questa misura giugulatoria?
Che l’ Italia fosse un paese non in salute, era risaputo, stretto nella morsa tra il Fiscal Compact e il Patto di stabilità in un disperato arrancare in salita sempre con la lingua fuori alla ricerca di risorse economiche; ma anziché tagliare gli sprechi e i privilegi, Renzi preferisce tagliare i servizi con gli arzigogoli di una burocrazia ottusa che fa di tutto per rendere la vita difficile al cittadino anche con tasse inique come l’IMU agricola, da cui sono stati esentati 1.498 comuni, definiti montani, su 8.047 comuni totali. Il decreto della tassa contiene due perle di stupidità ed arroganza che meritano di essere stigmatizzate: 1) in barba allo statuto del contribuente ed alla logica comune è stata fissata la retroattività della norma perché a novembre 2014, ad anno praticamente ormai concluso, si è ordinato ai cittadini di versare un’imposta sui terreni senza rateizzazione (acconto e saldo) per tutto il 2014; 2) il parametro della classificazione montana non considera né il criterio altimetrico in base all’altezza sul livello del mare, né la reale redditività delle colture, prestando il fianco a interminabili controversie con casi che hanno del paradossale. Ad esempio il comune di Gesualdo (AV), posto a 670 metri di altitudine non è considerato montano, mentre lo sono i comuni sardi di Domusnovas e Tratalias (CA) che vengono esentati dal tributo anche se, rispettivamente, a 30 e, addirittura, zero metri sul livello del mare. Viceversa quello di Monte Argentario (GR), località balneare a 5 metri sul livello del mare, è considerato per il nome un comune montano, ma l’etimologia non rende giustizia a Montefiascone (VT) e Montemiletto (AV) situati a 600 metri di altitudine. Al contrario è considerato montano Piedimonte Matese (CE), malgrado si intuisca chiaramente che si tratta di un paese collocato ai piedi di una montagna. C’è poi il caso dei Castelli Romani. I comuni di San Cesareo (312 metri) e Colonna (343 metri) sono considerati montani, mentre quelli con un’altitudine doppia come Rocca di Papa (680 metri) e, soprattutto, Rocca Priora (768 metri) che è anche sede della comunità montana, risultano parzialmente montani come il comune di Roma.
Saremmo felici di vedere il nostro Paese ripartire davvero, come ripete in modo petulante ogni politico del PD che appare in TV, ma è desolante constatare che mentre il resto del mondo cresce a ritmi molto più consistenti, gli italiani sono obbligati ad assistere all’esultanza governativa per alcuni possibili decimali in più di crescita. Il governo se ne arroga il merito, ma non considera che essi sono generati soprattutto da fattori congiunturali esterni quali: la buona stagione turistica (deviazione verso l’Italia per timore del terrorismo dei flussi vacanzieri che fino a qualche anno fa inondavano il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, la Turchia), dall’afa estiva (lievitazione dei consumi elettrici), dal dimezzamento del costo del petrolio, dal rafforzamento del dollaro, dalla iniezione continua di centinaia di miliardi nel circuito economico da parte della BCE con la cosiddetta manovra del QE.
Le previsioni ottimistiche di Palazzo Chigi sono tutte soggette ad un punto interrogativo circa la effettiva conferma in relazione alla titubanza degli organismi come l’OCSE, che ridimensionano l’aumento del PIL del 2016. Ma ciò che preoccupa è la prossima legge di stabilità che sembra impostata su numeri ballerini, sparati a casaccio, come i 17 miliardi di margine sul deficit, poi ridimensionati dallo stesso DEF che parla ora di meno di 13 miliardi di possibile allentamento sul disavanzo.
Ci sono purtroppo ancora migliaia di aziende in difficoltà che aspettano di essere pagate dalla P.A. nonostante la promessa da marinaio lanciata dal premier l’anno scorso con notevole faccia tosta in TV che i pagamenti erano “in itinere” e sarebbero stati onorati entro il 21 settembre del 2014. Ad oggi sono ancora 70 i miliardi di euro dovuti dallo Stato ai privati.
All’inizio di settembre Renzi ha annunciato la decisione del governo di abolire le tasse IMU e TASI dal prossimo anno, invitando gli italiani ad annotare sul calendario la data del 16 dicembre come data del funerale delle tasse sulla prima casa. Per ora, però, l'unico funerale già celebrato è quello della sua proposta da parte dell’Unione Europea che ci tiene al guinzaglio e guarda con molta diffidenza il possibile rallentamento della marcia verso il pareggio di bilancio determinato non già da spese  per investimenti, ma da misure populiste e infelici come questa, fatte in deficit.
L’UE non si fida più di Renzi. Insiste che bisogna ridurre sì le tasse, ma sul lavoro e non sulla proprietà, cosa questa che finirebbe per premiare i grandi possessori mentre sarebbe minimale per milioni di proprietari di abitazioni modeste e del tutto nulla per chi vive in affitto. La Commissione europea ritorna quindi ad insistere sul tema della maggiorazione o quanto meno del mantenimento della tassazione sui consumi e sulla proprietà della casa come l'unica via per aumentare le entrate senza effetti collaterali negativi sulla crescita economica.
E gli italiani hanno già capito che l’eventuale abolizione della tassa sulla prima casa, sarà comunque compensata dall’aumento di altre imposte a livello locale. Del resto il suggerimento dell’UE è accompagnato non da mera propaganda, ma da un'analisi del distorto sistema fiscale che impone tasse relativamente alte sulle compravendite immobiliari e modeste sulla proprietà.
Che il richiamo abbia colpito il bersaglio è confermato dalla reazione stizzita dello stesso Renzi secondo cui sta a lui decidere dove e come mettere le tasse e non a Bruxelles. Affermazione orgogliosa, che assomiglia troppo a quelle che faceva Varufakis, la cui presenza a dispetto del “ce lo siamo tolto” aleggia come il fantasma di Banquo su Macbeth, e che l’UE non gli perdonerà.
Vogliamo ora fare un bilancio dei primi 19 mesi di governo Renzi secondo quanto certifica l’Istat e non i gazzettieri di palazzo Chigi?
Bisogna tenersi forte nella lettura di questo elenco. Aumento del debito pubblico e della spesa pubblica; aumento della disoccupazione giovanile; aumento dei fallimenti e delle delocalizzazioni; legge pro-trivelle e pro-inceneritori; riforma della Scuola imposta a suon di diktat i cui effetti sono difficili da valutare; Jobs Act e abolizione ormai totale dell'art.18; privatizzazioni di asset pubblici; taglio mostruoso di almeno 8 miliardi alla Sanità pubblica, senza incidere sugli sprechi; nessun taglio ai costi e agli stipendi della politica; nessuna legge sul conflitto d'interessi; finta abolizione delle province; finta abolizione delle auto blu; nuova legge elettorale”italicum” che peggiora gli effetti distorsivi e antidemocratici del “porcellum” dichiarato incostituzionale; demolizione di metà della Costituzione con abolizione dell'elettività del Senato; nuova legge bavaglio anti-intercettazioni; depenalizzazione dei reati fiscali; depenalizzazione del voto di scambio; depenalizzazione  ulteriore del falso in bilancio; proposta di abolizione dell'ergastolo e del 41bis per i mafiosi.
E dopo tutto questo il nostro premier viaggiatore, dimenticando le figuracce mondiali della chiusura di Pompei, del Colosseo, della sporcizia di Roma, dell’inagibilità della metropolitana della capitale, osa pavoneggiarsi all’ONU dichiarando che “stiamo stupendo il mondo!...”.

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Il TTIP ovvero Ti Tengo In Pugno

TORQUATO CARDILLI - Nella tragedia Medea di Seneca c’è una locuzione famosa, successivamente ripresa da Cicerone, “cui prodest?” che sta a significare che bisogna ricercare chi ha interesse in qualunque affare, anche se non delittuoso, per scoprire chi ne sia il promotore. Questa verità porta a domandarci quali interessi si nascondano dietro una legge o un decreto che non sia apertamente e manifestamente in favore del popolo, nell’accezione più ampia del termine, anche in termini se non economici di valori democratici universali. Conseguentemente la consapevolezza che ogni azione politica può essere portatrice e nascondere istanze e interessi particolari ci deve servire per guidarci nell’azione di analisi politica.
Cominciamo con l’applicare questa formuletta alle relazioni internazionali.
Il perimetro entro cui può muoversi la nostra politica estera è molto limitato per non dire angusto. Ci sono alcuni punti fermi che ne segnano il confine in modo invalicabile, come hanno bene imparato alcuni politici del passato (Fanfani, Moro, Craxi, Andreotti, D’Alema) o grandi manager dell’industria (Mattei, Gardini, Ferruzzi) fissato non da delibere parlamentari autonome o da scelte popolari attraverso il referendum, ma direttamente da poteri economici multinazionali, geopolitici di ordine mondiale stabiliti oltre Atlantico, con un potere di convincimento che va ben oltre quanto si possa immaginare.
Tutti i dossier più scottanti hanno dovuto subire lo stesso percorso di condotta forzata in modo proporzionale all’interesse degli USA sia in ambito politico di zone di influenza, sia sul piano militare regionale o mondiale, sia come politica economica, finanziaria, di controllo degli armamenti delle materie prime, o semplicemente delle risorse alimentari.
Partiamo dall’insensata guerra in Afghanistan. La posizione americana illustrata a tutti gli inquilini di palazzo Chigi degli ultimi dieci anni e ripetuta in modo brusco anche a Renzi è che  guai a noi se ci permettiamo di sganciarci da quella fornace-inghiotti risorse, buco nero dello sperpero delle tasse degli italiani. La prova? E’ bastato che Obama smentendo se stesso e il suo premio Nobel per la pace dichiarasse che il ritiro non avverrà più nel 2016 che il fedele valletto di Rignano, nonostante i proclami della campagna elettorale del 2013 e le reiterate affermazioni in Parlamento, prendesse subito l’impegno di restare a Kabul oltre il 2016.
Cui prodest?
Che sia una guerra persa lo sanno anche le pietre: in oltre dieci anni nessuno degli obiettivi che venivano indicati come presupposti di giustificazione è stato raggiunto. I Talebani sono sempre forti nel controllo del territorio e della società, il governo fantoccio imposto dagli americani a Kabul non si è dimostrato all’altezza della situazione, il terrorismo internazionale non è stato indebolito, ma semmai è aumentato, così come il contrabbando di armi e droga, grazie alla fallimentare, oserei dire demenziale, politica messa in atto in tutto lo scacchiere mediorientale compreso il triangolo della morte Siria-Iraq-Iran, come dimostra l’ennesimo eccidio di Parigi.
Quanto alla Libia, l’averci obbligato alla guerra contro Gheddafi è stato un altro clamoroso insuccesso della politica anglo-franco-americana che ha portato, dopo l’uccisione dell’ambasciatore americano a Bengasi, alla più completa disgregazione del paese, alla nascita di due governi contrapposti e al moltiplicarsi di bande di ribelli più o meno affiliati al Califfato. A noi che abbiamo dovuto subire per tutti questi anni l’invasione da Sud di centinaia di migliaia di africani è stato praticamente detto di cavarcela da soli, senza poter contare su nessuna forma concreta di solidarietà. Avremmo avuto bisogno di compartecipazione agli sforzi per la redistribuzione degli immigrati e dei profughi ed invece ci siamo accontentati che le marine francese, spagnola, svedese, olandese e di altri paesi extra mediterranei raccogliessero i profughi-naufraghi e anziché portarseli a casa (le loro navi militari sono territorio loro o no?) li scaricassero nei nostri porti, a tutto vantaggio della criminalità organizzata e delle sovvenzioni per la gestione dei centri raccolta.
Cui prodest?
Sul contrasto con Mosca per l'Ucraina e sull’obbligatorietà delle sanzioni alla Russia che costano all’Italia alcuni miliardi di euro in termini agricoli, industriali, turistici, proprio nel momento in cui avremmo più bisogno di sostegno all’economia, siamo vincolati in modo ferreo, ma ci è vietato di prendere parte a qualsiasi forma di negoziato internazionale. Né la presenza a qualche pranzo formale o a qualche foto ufficiale della Mogherini può essere ascritta a successo della politica estera italiana.
Sulla lotta contro l’Isis in Siria e in Iraq il nostro contributo militare è modesto ma ci viene richiesto di mantenerlo senza accampare pretese di compensi politici o di partecipazione a tavoli di negoziato a cui possono sedere solo Germania, Francia e Gran Bretagna. Anzi dopo il massacro di Parigi il nostro governo vorrà fare la mosca cocchiera nel dichiararsi pronto ad ogni partecipazione in prove di forza.
Sulla questione dei marò sembra ormai calato il sipario del disinteresse alla richiesta di sostegno politico, accompagnato da qualche frase di commiserazione, mentre l’ambizione italiana alla candidatura per uno dei posti a rotazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ci viene agitata di fronte come un’esca (irraggiungibile) purché si assecondino i disegni politici americani.
Cui prodest?
Di fronte a questo scenario c’è forse da meravigliarsi se prima o poi il nostro governo cederà anche di fronte al trattato TTIP, volgarmente detto “ti tengo in pugno”?
Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo commerciale di libero scambio, in fase finale di negoziato iniziato nel 2013, che gli Stati Uniti intendono imporre all’Europa, con validità obbligatoria per tutti i paesi aderenti all’UE. L’obiettivo dichiarato è quello di integrare i due mercati continentali di oltre 700 milioni di consumatori, riducendo i dazi doganali e rimuovendo tutte le differenze nei regolamenti tecnici, norme, procedure, standard che sono applicati a tutti i servizi e prodotti, soprattutto alimentari. Questa deregolamentazione porterà in pratica all’abolizione dei controlli, ad un abbassamento degli standard produttivi e dei livelli qualitativi in diversi settori, compreso quello agricolo con ulteriore perdita della sovranità politica, commerciale, alimentare del nostro paese, a favore di una massificazione produttiva, tipica degli Stati Uniti. Le aziende americane entrerebbero in diretta concorrenza nella gestione di beni comuni, acqua compresa, e nella commercializzazione di prodotti di largo consumo a tutto vantaggio delle colture OGM delle loro multinazionali mettendo in pericolo il principio della precauzione per la tutela della salute dei cittadini. E il consumatore italiano finirà per portare in tavola il pollo al cloro e altre aberrazioni alimentari mentre la piccola e media impresa, che costituisce l’ossatura economica della nazione, sarà fortemente penalizzata.
Ma non basta.
L’America ha preteso l’inclusione nel trattato della clausola detta ISDS (Investor-State Dispute Settlement) che consente alla società straniera che si ritenesse danneggiata dai regolamenti in vigore nel paese di fargli causa, non secondo la legge del luogo in ossequio alla Costituzione ed alla competenza territoriale. Gli Stati europei potrebbero vedere impugnate le proprie leggi nazionali, emanate per la protezione dell’interesse pubblico (dalla salute all'ambiente) e messi in stato di accusa in un processo a porte chiuse, senza controllo pubblico e dall’esito inappellabile presso le cosiddette Corti di arbitrato commerciale (una sorta di tribunali internazionali privati e opachi) in cui le leggi e la politica nazionale non avranno alcun potere di intervento. La sentenza del giudice, che prescinde da qualsiasi valutazione sull’impatto sociale-ambientale dell'azione dell’investitore che promuove il giudizio, dovrà dare risposta ad un’unica domanda: lo Stato ha leso i profitti o le aspettative di profitto dell'investitore? Il contesto non conta, e non vale neppure il fatto che il parlamento abbia varato quella legge contestata per difendere l'ambiente, la salute o il lavoro.
Cui prodest?
La maggior parte dei processi si svolgerebbe presso il Centro internazionale per il regolamento delle controversie sugli investimenti (ICSID), istituzione fondata 50 anni fa, del Gruppo della Banca mondiale, con sede a Washington e in misura minore davanti alla Commissione delle Nazioni Unite per il diritto commerciale internazionale (UNCITRAL), nata anch’essa nel 1966 e cooperante con la World Trade Organization.
Oltre al danno c’è in agguato anche una beffa. Il Tribunale è composto da tre membri, scelti di volta in volta da una lista ristretta di avvocati privati di famosi studi internazionali. Ciascuna delle due parti in causa nomina il proprio difensore (con un onorario sui 700 dollari l’ora), e i due nominati concordano sulla scelta del terzo componente con funzioni di presidente del collegio. Data la ristrettezza numerica dei mandarini di questa casta può capitare che chi svolga il ruolo di difensore in un processo possa rivestire il ruolo di giudice in un altro processo, anche in udienze che procedono parallelamente, con un macroscopico e palese conflitto di interesse.
Cui prodest?
In Germania, dove esiste un’opinione pubblica più sensibile ed informata, un’imponente manifestazione di 200 mila cittadini  è scesa in piazza a Berlino per dire no al TTIP con l’autorevole sostegno del presidente del parlamento federale che ha dichiarato di escludere categoricamente “che il Bundestag ratifichi un contratto commerciale tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti non avendo mai partecipato ai negoziati e non avendo nemmeno potuto prendere in considerazione opzioni alternative''. E il ministro dell'Economia gli ha fatto eco dichiarando che ''l'accesso limitato alle informazioni imposto da parte statunitense è inaccettabile, sia per il governo che per il Parlamento''.
In Belgio è stata indetta una manifestazione di contadini, lavoratori, studenti, semplici cittadini per il 19 dicembre volta alla sensibilizzazione delle coscienze per un’Europa più sociale, più ecologica, più democratica, contro le politiche di austerità e il TTIP definito iugulatorio.
Il Governo italiano, anziché battersi come un leone nel proteggere il made in Italy, e protestare perché non gli sarebbe concessa alcuna possibilità di fare obiezioni soprattutto sull’alterazione delle regole a favore delle imprese americane che minerebbe alle fondamenta la sovranità nazionale, continua a mantenere il silenzio sulla questione tanto è vero che nessuno dei partiti di maggioranza, o dei grandi mezzi di informazione compiacenti ne ha fatto oggetto di dibattito, di analisi approfondita, di spiegazione all’opinione pubblica.
I documenti del negoziato conosciuti solo da un gruppo di burocrati restano segreti, mentre gli stati membri dell’UE saranno interpellati solo per la ratifica che non avverrà per approvazione popolare, ma attraverso la firma dei capi di governo.  Su questa inconcepibile segretezza Renzi non ha nulla da dire. Ma non è stato proprio lui, agli inizi del suo mandato, ad aver platealmente protestato contro Bruxelles su una lettera riservata dicendo che avrebbe trasformato la UE in una casa di vetro nella quale non ci sarebbero stati più segreti per nessuno?
Le istituzioni italiane ignorano la questione. La Boldrini a giugno scorso aveva incontrato la commissaria UE delegata alla trattativa Malstrom auspicando un'intesa per rendere più trasparente il trattato e a non "trattare al ribasso su salute e ambiente". Parole vuote, mentre dal presidente del Senato Grasso, in via di imbalsamazione, non è  uscito un alito di voce. Se ne deduce che il governo ratificherà ad occhi chiusi il TTIP.
Cui prodest?
Non abbiamo finito di ascoltare i vantati successi dell’Expo dedicato a nutrire il pianeta che una nuova mazzata incombe sull’olio extravergine di oliva italiano. Dopo l'emergenza della xylella che ha messo in ginocchio la produzione pugliese, con l’eradicazione di centinaia di piante secolari, adesso dall'Europa arriva il colpo finale per il settore.
La Commissione europea intende concedere alla Tunisia il permesso di esportazione verso l'Europa, senza dazi, 70 mila tonnellate di olio in 2 anni, una quantità che corrisponde al 20% della produzione italiana. L'olio tunisino, come noto, è prodotto a un costo notevolmente inferiore rispetto all'olio italiano e questa imprevista concorrenza rischia di compromettere l'agricoltura italiana che, ancora una volta, viene usata come merce di scambio per la politica internazionale. Come è possibile che il prezzo di un aiuto umanitario dell'Unione europea verso la Tunisia venga fatto pagare dalle regioni più povere d'Europa (oltre al Sud Italia, anche Grecia, Portogallo, Spagna) che sopportano già difficoltà economiche strutturali proprie? Cui prodest che l'agricoltura sia ancora una volta usata come merce di scambio per le politiche di sostegno e di cooperazione verso i Paesi terzi? Lo stesso accadde con il Marocco per le arance, e con il sud est asiatico per il riso addossandone il conto agli agricoltori del Sud Europa con l’acquiescenza del nostro governo.
Perché adesso questa ulteriore apertura dopo che l’Europa nel 2011 ha stanziato un programma di macro assistenza finanziaria di 800 milioni di euro, e quest'anno ha già erogato 100 milioni di euro come prima tranche di un prestito complessivo di 300 milioni?
Alcuni sospetti nascono dagli interessi economici dell'attuale primo ministro tunisino, Habib Essid che è uno dei maggiori produttori di olio del paese e che dal 2004 al 2010 è stato persino direttore esecutivo del Consiglio oleicolo internazionale. Con questa politica suicida di importazione senza dazi si vuole aiutare il popolo tunisino o gli affari dei suoi governanti a spese dei nostri piccoli produttori? Cui prodest?

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LA MACCHINA TEDESCA INGOLFATA

LUCIA ABBALLE - È forte la tentazione di vedere nello scandalo della Volkswagen la nemesi storica di un Paese che fino ad oggi, nei suoi numerosi sussulti di orgoglio e dignità, aveva innalzato idealmente un nuovo muro di Berlino capace esclusivamente di creare una distanza culturale tra la Germania ed il resto del mondo. I continui richiami al rispetto degli accordi europei, corredati di esempi teutonici di efficacia ed affidabilità, hanno reso l’Europa sempre più piccola in confronto alla grandezza tedesca rispetto alla quale gli Stati membri, in primis l’Italia, hanno spesso manifestato un inevitabile senso di inferiorità. Viene quasi da rallegrarsi dinnanzi al frantumarsi del mito della perfezione tedesca e alla metamorfosi di una Germania sempre meno teutonica e sempre più “mediterranea”. È la fine di un mito, è la caduta di un altro muro di Berlino.  
Le distanze tra la Germania ed il resto del mondo iniziano ad assottigliarsi alla luce di nuovi dettagli che emergono dall’inchiesta sullo scandalo della Volkswagen: truccare deliberatamente il software di rilevamento delle emissioni per superare i controlli delle Autorità ambientali ci dice qualcosa di più del semplice errore; si tratta di immoralità. La Volkswagen è stata disonesta perché era consapevole di truffare e di arrecare danno alla salute non solo degli acquirenti delle automobili ma di tutti i cittadini. Pare, infatti, che le emissioni nocive dei motori diesel fossero superiori anche quaranta volte il limite fissato dalle autorità americane. Tuttavia, il fine non giustifica i mezzi se per fare più profitti e battere la concorrenza sul mercato automobilistico fosse necessario frodare i consumatori e le leggi degli altri Paesi. Ad ogni modo, prima di qualunque giudizio, bisognerà mettere insieme tutti i tasselli di uno scandalo che ha portato i produttori tedeschi ad eludere il controllo delle autorità americane e a sottovalutare l’enorme rischio finanziario della Germania e dell’intera industria automobilistica che coinvolge anche l’Italia.
Leggere questo scandalo come “un pareggiamento dei conti” ed esserne in qualche modo contenti rischia di diventare un comodo alibi per giustificare le proprie inadempienze con la conseguenza di indebolire ulteriormente un organismo, come l’Unione europea, che sta dimostrando di essere unita solo nelle malefatte. Da questo scandalo l’Europa può ripartire per superare le distanze politiche tra gli Stati e creare un contenitore di idee e soluzioni in cui il rispetto delle regole non è a senso unico ma vale per tutti, dove non c’è chi dà lezioni e si assurge a simbolo morale del vecchio continente. La Germania rimane un grande Paese ma deve fare un passo indietro e recuperare lo spirito costruttivo e affidabile che le ha permesso di risorgere dalle ceneri. Oggi, sotto “il cielo stellato” la morale di Kant non brilla più nello spirito tedesco.

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