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Italia

IL PREZZO DEL TRADIMENTO

TORQUATO CARDILLI - Nonostante lo stravolgimento della nostra Costituzione, fatta approvare a tappe forzate con la costante umiliazione del buon senso e del diritto da parte del Governo, l’Italia ancora non è diventata la repubblica delle banane ed ogni atto di rilevanza internazionale deve passare obbligatoriamente per l’approvazione espressa delle Camere.
In attesa che il Governo le informi adeguatamente, coinvolgendo l’opinione pubblica nonché le istituzioni regionali maggiormente interessate, a chi avesse intenzione di documentarsi sul trattato che cede il mare territoriale italiano alla Francia, ne consigliamo l'attenta lettura del testo, già pubblicato per conto del Quai d’Orsay sul sito del servizio idrografico e oceanografico della marina francese (Shom). Non c’è nulla di segreto in un atto che l’Assemblea Nazionale di Parigi ha ratificato di corsa, mentre nessuna procedura è iniziata a Roma e i nostri parlamentari sono stati tenuti completamente all’oscuro del fatto che Gentiloni abbia seminato i suoi zecchini d’oro nel campo dei miracoli della Normandia.
Sia detto tra parentesi, c’è anche una ennesima questione di stile a riprova del pressapochismo e del decadimento del bon ton come è accaduto per le statue velate del museo capitolino! Mentre il testo francese è redatto su carta tipo pergamena con i bordi rosso fiamma, quello italiano, che solitamente viene stampato sulla stessa carta con bordi blu, è invece dattiloscritto su ordinari fogli A4 da copisteria.
Al di là dei richiami preambolari un po' meschini sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 e sulla Convenzione bilaterale sulle Bocche di Bonifacio del 1986, il prezzo del trattato è custodito nell'articolo 4.
Qui si parla specificatamente di sfruttamento di risorse di gas e idrocarburi, con una formulazione che non lascia adito a dubbi sulla reale portata dell’accordo: “Se un giacimento di risorse naturali si estende su entrambi i lati della linea di delimitazione della piattaforma continentale e se le risorse situate su un lato di questa linea possono essere sfruttate da impianti situati sull’altro lato, le parti cercano di accordarsi sulle modalità di valorizzazione di tale giacimento nel modo più efficace possibile”.
Ma v’è di più. Il comma 2 dello stesso articolo chiarisce che “nel caso in cui le risorse naturali di un giacimento situato su entrambi i lati della linea di separazione delle piattaforme continentali fossero già in corso di sfruttamento, le Parti si concerteranno per determinare le modalità di sfruttamento delle suddette risorse, previa consultazione degli eventuali titolari di autorizzazioni di sfruttamento”. Avete capito? Non parlo del testo zoppicante in italiano, ma del suo significato che non sta in piedi rispetto alla realtà.
Le parti firmano un accordo sulla delimitazione dei confini marittimi, prevedono lo sfruttamento congiunto delle risorse da idrocarburi e dicono di non sapere se le stesse operazioni di sfruttamento siano già in corso da parte di società che hanno già ottenuto le licenze. Vi pare possibile? O è una bugia colossale?
E' impossibile non collegare questo accordo, firmato a marzo 2015, al permesso allora già operativo di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi a sud di Marsiglia, a poche miglia marine dal confine con l’Italia, concesso dalla Francia alla società norvegese Tgs Nopec, la stessa società che aveva chiesto al nostro Ministero dell’Ambiente di poter effettuare indagini sismiche nel mar di Sardegna con la tecnica dell’air gun proprio per individuare giacimenti di idrocarburi e che aveva ottenuto la concessione di 20.000 chilometri quadrati compresi tra le Baleari e le coste nord-occidentali dell’isola. Detto per inciso la  tecnica dell’air gun era considerata alla stregua di un reato ambientale nella prima bozza del ddl sugli ecoreati, ma poi è stata “depenalizzata” nel testo approvato alla Camera a seguito della solita ammucchiata bipartisan, sempre unita quando si tratta di proteggere affari loschi, che ha allargato la maggioranza del PD, NCD e Scelta Civica a Alleanza popolare e Forza Italia.
Parimenti i nostri negoziatori sapevano benissimo che fosse interessata alle prospezioni anche un’altra società, la Schlumberger Italiana, a cui il Ministero delle Infrastrutture aveva rilasciato un nulla osta con prescrizioni un mese dopo l’insediamento del Ministro Del Rio al posto del predecessore Lupi.
Che in fondo si tratti di una scelta politica dettata da interessi economici lo ammette lo stesso sottosegretario Dalla Vedova nella lettera pubblicata. Dopo aver steso una bella cortina fumogena sulla”crescente proiezione di entrambi i paesi sulle porzioni di mare” afferma che l’accordo, dotato della virtù di colmare “un significativo vuoto giuridico, non disciplina solo i confini marittimi, ma modifica altresì le modalità di sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine”.
Come se tutto questo non bastasse Dalla Vedova continua precisando che ai relativi negoziati hanno partecipato i ministeri dell' Ambiente, della Difesa, dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti, delle Politiche agricole, dei Beni Culturali. Dunque tutte queste Amministrazioni sapevano cosa facevano ed è difficile immaginare che ad esempio il Presidente e l'Amministratore delegato dell’Eni (Marcegaglia e Descalzi) o le raffinerie Erg di Garrone o Saras di Moratti ecc. ignorassero i contenuti e le conseguenze del trattato.
Ma la perla finale della lettera di Dalla Vedova è costituita dal seguente passaggio: ”sono al momento in corso ulteriori approfondimenti da parte delle amministrazioni competenti al termine dei quali sarà effettuata una valutazione globale sull’accordo del 2015, anche ai fini dell’eventuale avvio della procedura di ratifica parlamentare”.
Avete letto bene. L’azzeccagarbugli che ha scritto questa lettera non solo ipotizza ora, solo ora, una valutazione approfondita delle conseguenze dell’accordo, cui evidentemente i negoziatori italiani non avevano pensato prima della firma, ma definisce “eventuale” l’avvio delle procedure di ratifica che per la Costituzione sono obbligatorie.
Se i nostri deputati e senatori hanno ancora un briciolo di orgoglio nazionale, di cui tanto parla a sproposito il primo ministro, dovrebbero tuonare in parlamento contro un governo che ha firmato un'intesa di questa portata senza un mandato a negoziarla e rifiutare la ratifica dell’accordo.
Quanto ai cittadini va loro ricordato che mancano meno di due mesi al referendum, chiesto dalle Regioni e concesso dalla Corte Costituzionale, sul divieto di trivellazione nei mari italiani, fissato dal Consiglio dei Ministri per il 17 aprile su cui ancora non si è espresso il Capo dello Stato. Se non provvederà il Parlamento a sanare la situazione potrebbero loro stessi impedire lo scempio del nostro mare.

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TRADIMENTO

TORQUATO CARDILLI - Le relazioni italo-francesi sono state costellate in epoche in cui la democrazia era solo un concetto di sistema di governo confinato nei libri di storia all’antica Grecia, da cessioni territoriali dall’una e dall’altra parte, sempre attuate per rispondere a ambizioni personali dei governanti del tempo, senza il coinvolgimento attivo dell’opinione pubblica delle popolazioni interessate.
Furono scambi di territori, motivati da interessi militari e geopolitici o, più terra terra, da puro desiderio di dominio per orgoglio personale, decisi a tavolino dai monarchi e dai loro plenipotenziari (vedi box).
Purtroppo in questi giorni del XXI secolo sta per ripetersi uno scambio di sovranità statuale che fa aleggiare sulla testa di Renzi l’onta incancellabile di un atto che rassomiglia al tradimento della patria e del popolo italiano.
Cosa è accaduto in realtà, mentre il popolo italiano ignaro ha continuato ad assistere alla pantomima politica sull’adozione da parte di omosessuali ed alle diatribe da cortile di parlamentari che saltano da un gruppo all’altro in cambio di posti e prebende?
In occasione del vertice bilaterale franco italiano, tenuto a Parigi il 24 febbraio dell'anno scorso, il nostro primo ministro, digiuno non solo dei rudimenti essenziali delle procedure del cerimoniale di Stato e della buona educazione, ma anche delle basi di norme costituzionali e dei fondamentali del diritto internazionale, si è comportato come un piccolo borghese ammesso nella reggia del padrone. Ha firmato a scatola chiusa, all’Eliseo, con il presidente francese Hollande un'intesa sulla modifica dei confini marittimi tra i due paesi, mascherata dalla necessità di organizzazione del traffico marittimo nel canale di Corsica.
Per la verità il negoziato bilaterale era iniziato su richiesta francese sin dal 2006, all’epoca del governo Prodi che aveva messo la questione a dormire; poi il dossier era stato riesumato da Parigi all’epoca del governo Monti, nel 2012, ma fu messo nuovamente in sonno.
A quei furbacchioni del Quai d’Orsay non è apparso vero, qualche anno dopo, che a Palazzo Chigi ci fosse un pivellino ed allora hanno fatto riemergere dalle acque tirreniche la bozza di accordo per sottoporgliela.
Et voilà: cosa fatta. Per la Francia è stato un giochetto incassare quell’intesa, messa in un angolo dai governi italiani precedenti, che dilata le sue acque territoriali da 12 a quasi 40 miglia. Essa prevede infatti la cessione dall’Italia di parecchie decine di miglia quadrate di mare sardo e ligure molto pescose, ricche di una pregiata qualità di gambero rosso da € 100 al kilo, sul quale vive una larga fetta della marineria da pesca di quelle regioni italiane.
Quindi i due ministri degli esteri (il nostro Gentiloni, che dà sempre l’impressione di passare di là per caso, e quel volpone di Fabius, già primo ministro di Francia, conoscitore fin nei minimi dettagli del dossier franco-italiano) hanno proceduto in gran segreto un mese dopo a marzo 2015, a Caen, alla formalizzazione dell’accordo vero e proprio con tanto di timbri e ceralacca.
Quello di Caen non è stato un trattato routinario tra stati alleati, è un atto che riscrive i confini nazionali a favore della Francia in 41 punti nella zona di mare delle Bocche di Bonifacio in cambio di una fetta di mare sterile in prossimità dell’isola d’Elba.
La cosa che ingigantisce la gravità della cessione è che il tutto sia avvenuto senza che fosse attivato un esame preventivo a livello politico di governo, di commissioni parlamentari, senza un sereno dibattito pubblico sulla sua utilità in Camera e Senato né sugli organi di informazione, senza consultazione delle regioni interessate e senza la valutazione dell’impatto negativo sulle economie familiari dei pescatori della zona.
E il mistero sarebbe continuato se i francesi non avessero commesso l’imprudenza di fermare sotto la minaccia dei mitra delle loro motovedette guardacoste due pescherecci italiani che appunto pescavano in quelle acque. Solo attraverso questo incidente, che avrebbe potuto avere gravi conseguenze, la cosa è venuta alla luce.
Ma qui siamo all’ennesimo pasticcio all’italiana, tipo trattato di Uccialli del 1889, interpretato in un modo a Roma e in modo del tutto differente ad Addis Abeba, che ci portò dritti alla disfatta di Adua.
Perché pasticcio? Per il semplice motivo che il trattato prevede che non vengano pregiudicate le tradizioni di pesca degli italiani e dei francesi in quelle acque. E allora che senso aveva modificare i confini se non c’erano riflessi economici sulle usanze e tradizioni di pesca? I francesi forti della ratifica del trattato da parte dell’Assemblea Nazionale, ne hanno fatto scattare l’applicazione pur sapendo che si tratta di un accordo allo stato giuridicamente inesistente visto che non è stato ancora ratificato con legge dal nostro parlamento e che non si è proceduto allo scambio di ratifiche.
Del blocco a Nizza del peschereccio italiano Mina il 13 gennaio si è interessato il M5S con un’interrogazione parlamentare senza che nessun organo di informazione o talk show politico ne facesse oggetto di approfondimento e di indagine.
Il Sottosegretario agli Esteri ha tentato di rispondere in modo fumoso (Vedi lettera di Della Vedova), e pur accennando alle scuse francesi per l’accaduto ha evidenziato l’approssimazione e la mancanza di fermezza del nostro esecutivo di fronte ad un inqualificabile sopruso.
Sanno Renzi e Gentiloni che il trattato internazionale è una fonte principale del diritto internazionale subordinata alle norme che ne disciplinano l’attuazione?
Sanno che la firma del trattato non è altro che uno strumento di autenticazione notarile di un testo, cioè una fotografia, che non si può cambiare se non attraverso un nuovo negoziato, di un impegno sulla carta ma non effettivo che non ha alcun valore vincolante per gli Stati fino ad avvenuto scambio degli strumenti di ratifica?
Sanno che la Costituzione italiana all’art. 87, comma 8 dispone che la ratifica spetta al Capo dello Stato, previa legge di autorizzazione del Parlamento secondo quanto previsto obbligatoriamente dall’art.80 della stessa Carta quando si tratta di materie di particolare rilevanza come i trattati di natura politica, riguardanti le variazioni del territorio nazionale?
Sanno che la firma del Presidente della Repubblica non è considerata valida se non è controfirmata dal Ministro proponente, che ne assume la responsabilità come da articolo 89 della Costituzione?
Sanno infine che la Francia ha ratificato il trattato da un pezzo mentre non è all’ordine del giorno delle Camere la legge italiana di ratifica?
Con la sua firma Renzi si è assunto la responsabilità personale e politica di fronte alla nazione di averne compromesso e danneggiato palesemente gli interessi mutandone i confini, in violazione del giuramento prestato all’atto dell’assunzione dell’incarico di primo ministro.
Ancora una volta il nostro primo ministro si è comportato con spregiudicatezza e con incoscienza nelle relazioni internazionali, già messe a dura prova dai continui attacchi all’Europa e dal contenzioso aperto con l’Egitto di al Sissi, come un bullo di provincia che spernacchia i suoi concittadini mentre in realtà becca ceffoni da tutti appena mette il naso fuori dai confini.
Glielo ha ricordato in un’altra interrogazione parlamentare, ignorata dai grandi media, il deputato sardo Pili che ha qualificato l’atto come “un vero e proprio furto di Stato ordito con spregiudicatezza da un Presidente del Consiglio e da un Governo che hanno agito furtivamente e in silenzio, cercando di nascondere il misfatto.
A questo punto sul piano politico è del tutto irrilevante che l’accordo non sia stato ancora ratificato, mentre dal punto di vista sostanziale l’Italia non può subire senza un’adeguata reazione l’affronto francese di aver impedito con la minaccia delle armi l’attività di pesca.
Inoltre l’aver sottoscritto un atto che viola i principi di sovranità territoriale è un fatto inaudito e il silenzio della classe politica sconfina nella complicità vigliacca che andrebbe stanata in una vera e propria mozione di sfiducia per gravi violazioni costituzionali.
 
Quadro delle cessioni territoriali tra Francia e Italia
 - Dopo la guerra di successione spagnola, Vittorio Amedeo II di Savoia con i trattati di Londra del 1718 e dell’Aja del 1720 ottenne che la Sardegna fosse aggregata al Principato di Piemonte con i ducati di Asti, Aosta, Monferrato, Vercelli e Saluzzo.
- Nel 1768, con il trattato di Versailles, la Repubblica di Genova, in pagamento di un debito di 2 milioni di lire genovesi contratto con il re Luigi XV, cedette la Corsica alla Francia, che vi mandò subito le sue truppe. L’isola fu allora annessa al patrimonio personale del re di Francia. Un anno dopo tale trattato nacque ad Ajaccio, da famiglia borghese di origini toscane, Napoleone Bonaparte.
- Nel 1815 il Congresso di Vienna nel restaurare l’ordine europeo dopo il ciclone napoleonico, stabilì che Nizza fosse sottratta alla Francia ed assegnata al Regno di Piemonte.
- Nel 1859, dopo quasi mezzo secolo, con l’armistizio di Villafranca, l’Austria sconfitta cedette alla Francia la Lombardia che fu girata al Regno di Piemonte.
- Nel 1860, con il trattato di Torino, a seguito degli accordi di Plombières, il Regno di Piemonte cedeva alla Francia la Savoia e Nizza, patria di Garibaldi. Il Piemonte tuttavia trattenne il controllo sulle città di Briga e Tenda che pure facevano parte dell’intesa, inducendo Napoleone III a rinunciarvi con la scusa che si trattava di territori di caccia di proprietà del re sabaudo.
- Nel 1866 con l’armistizio di Cormons, l’Austria cedette alla Francia, che girò la proprietà al neo costituito Regno d’Italia, il Veneto, Mantova e il Friuli.
- Nel 1935 con il trattato Mussolini-Laval, la Francia cedette all’Italia la fascia di Aouzu del Ciad settentrionale che fu annessa alla Libia sotto dominio italiano e la fascia di Rahayta della Somalia francese che fu annessa all’Eritrea, colonia italiana.
- Nel 1947, con il trattato di pace di Parigi, l’Italia sconfitta nella II guerra mondiale cedette alla Francia, come riparazione dell’aggressione del 1940, le città di Briga e Tenda. Poiché la Costituzione francese imponeva che non vi fossero acquisizioni territoriali senza il consenso delle popolazioni interessate, fu indetto un referendum tra i cittadini effettivamente residenti. Ma questo si svolse sotto occupazione militare francese il 12 ottobre 1947, e il risultato segnò un’adesione quasi unanime alla Francia vittoriosa.

Lettera del Sottosegretario Della Vedova (CLICCA)

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SUL PROPRIO ONORE

TORQUATO CARDILLI - Già in altre occasioni è stato trattato il tema dell’onore, ma in tempi in cui chi meno ne ha più se ne vanta è bene tornare sull’argomento.
L’onore è una dignità personale, strettamente correlata alla professione, alla funzione nella società, all’età, alla formazione culturale ecc., derivante dalla altrui considerazione. E’ questa valutazione o riconoscimento esterno che conferisce valore morale e merito degni di stima e di rispetto che però possono scemare o scomparire del tutto in caso di colpa, di macchia, di onta per un’azione moralmente indegna secondo il cosiddetto senso comune, tanto che pensatori e scrittori, antichi e moderni, non hanno esitato a dire che “l’onore è come l’anima, non ritorna da dove se n’è andata”(Publilio Siro), oppure che “ la gloria la si deve acquistare, l'onore invece basta non perderlo”(Schopenhauer), oppure che “l'onore lo si può solo perdere” (Cechov).
In epoca medioevale il concetto di onore era connesso all’esistenza di qualità guida come il coraggio, la moralità, la lealtà, l'onestà.
L'onore di un uomo, quello di sua moglie, o quello della sua famiglia e dei parenti, anche se defunti, costituivano una questione importante in ogni sfaccettatura e l’uomo d’onore restava sempre in guardia contro insulti, effettivi o solo sospettati, che avrebbero menomato la sua rispettabilità.
Dunque la parola "onore" è sempre stata utilizzata per descrivere la caratteristica di uomini e donne con un alto senso morale ispirato a quelle qualità guida, o in grado di raggiungere le più alte vette del successo senza mai perdere la fiducia della società. In questo senso anche un uomo analfabeta che avesse in sé vivo il sentimento di onore e di fedeltà, poteva sopravanzare un accademico narcisista pronto ad ogni cortigianeria pur di farsi avanti nella società o un generale vigliacco privo di dirittura morale perché come dice Chamfort la stima vale più della celebrità, la considerazione più della fama, l'onore più della gloria.
Dall’onore è nato l’aggettivo onorevole per indicare chi è degno d'onore, di rispetto, di stima.
Nella letteratura del XVI secolo si trova l’utilizzazione di questo epiteto nel famoso discorso politico di Antonio sulle spoglie di Cesare nella tragedia di Shakespeare (atto 3, scena 2): “… Il nobile Bruto ha detto che Cesare era un ambizioso: se lo è stato si tratta di una grave colpa e gravemente Cesare ne ha pagato il fio. ...Bruto dice che Cesare fu ambizioso; e Bruto è un uomo onorevole … tutti avete visto come Cesare per tre volte abbia rifiutato la corona: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore...”
In Italia l’aggettivo è stato sostantivato e trasformato in un titolo attribuito ai membri del parlamento che l’hanno interpretato, al di là del suo significato, come il diritto a godere di una dignità superiore a quella dei cittadini, con la quale rinchiudersi in una torre d’avorio castale che ha finito per accrescere nella coscienza popolare il senso di distacco e di scollamento tra classe politica e paese reale. Questa usanza iniziò nel 1848 nella Camera subalpina quando venne letta una lettera del deputato Tola che cominciava con "Onorevoli deputati", anziché con la formula preesistente “Signori Deputati”. Da allora l’uso è diventato prassi e con la prassi ne è stato svilito ed inflazionato il significato.
La Costituzione della repubblica italiana impone l’onore come una divisa d’ordinanza a chi abbia una pubblica responsabilità. La formulazione dell’art. 54, comma secondo, è chiarissima e non può essere soggetta a interpretazioni di comodo (i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche sono tenuti al rispetto del dovere di adempierle con disciplina ed onore).
Da qualche settimana un programma televisivo serale “un giorno in Pretura”, seguito a tarda notte da milioni di telespettatori come se fosse un “grande fratello pubblico”, mette a nudo come certi “onorevoli” che giuravano sul proprio onore di non aver mai pagato una donna, fossero invece dediti alle gozzoviglie e all’utilizzazione sfrenata del meretricio come strumento di appagamento di istinti devianti.
Ma l’argomento che più di altri in questo fine di anno ha tenuto banco è stato quello dello spolpamento sistematico delle risorse finanziarie di quattro banche da parte dei propri dirigenti e amministratori, conclusosi con la perdita totale di centinaia di milioni di euro da parte di decine di migliaia di piccoli risparmiatori. Dei quattro istituti quello che ha fatto più scalpore è stato la Banca Etruria, non tanto per la magnitudine del buco, quanto per la notorietà di chi, anziché fare la parte del gatto ha fatto quella del topo nel formaggio.
In un documento ufficiale redatto secondo i dettami dell’Organo di Vigilanza, distribuito all'assemblea dei soci di banca Etruria dell'aprile 2013, e pubblicato su internet si legge che “da 130 anni l'azienda pone in primo piano i principi di integrità, fiducia e lealtà nei confronti dei colleghi e dei clienti … la nostra mission è la parte costituente del codice etico. ... Meritocrazia.... competenza...professionalità ... eticità...si sposano con una sana e prudente gestione del rischio come richiede la vigente normativa”. Roba da rassicurare qualsiasi piccolo risparmiatore. E invece se fossero state illustrate le caratteristiche dei titoli subordinati, fatti sottoscrivere con forme di pressione inaccettabili nei confronti di anziani e pensionati, finanziariamente illetterati, sarebbe stato chiaro che si trattava di scommesse dall’altissimo rischio di perdita e dal basso guadagno in condizioni di gran lunga peggiori di quelle di un “gratta e vinci” sistema che deve restituire in vincite il 72% delle giocate, mentre le subordinate della banca Etruria avevano il 63% di probabilità di perdita del capitale, date le condizioni finanziarie disastrate della Banca.
Tra i nomi dei papaveri dirigenziali si trova anche quello di Pier Luigi Boschi, dal 2009 al 2014 Consigliere del CdA a 40.000 euro l'anno + 6.000 euro quali gettoni di presenza e altri 2.400 euro quale indennità del comitato di controllo e che a meno di 90 giorni dalla nomina della figlia a ministro della Repubblica, diventa vice presidente della stessa Banca con un aumento secco stipendiale di 100.000 euro l'anno.
Boschi, con un passato politico tutto democristiano, non ha avuto alcuna notorietà fino ad oggi a livello nazionale, ma era molto noto a livello locale, con incarichi in decine di consigli di amministrazione di aziende agricole, associazioni, cooperative. Titolare dell’azienda agricola e tenuta "il Palagio", è stato Presidente della Confcooperativa Arezzo dal 2004 al 2010 e anche dirigente alla Coldiretti di Arezzo, in un crescendo di posizioni fino alla sua estromissione dall’Istituto finanziario in forza del commissariamento da parte di Bankitalia dell’11 febbraio 2015. Boschi è stato anche membro del comitato esecutivo di Etruria, luogo in cui passavano tutte le decisioni di rilievo, tanto è vero che il Governatore della Banca d’Italia 5 mesi prima del commissariamento gli aveva inflitto ben 4 multe da 36 mila euro ciascuna, (per un totale di 144 mila euro, cioè un intero stipendio annuo) per le quattro maggiori irregolarità contestate: violazioni delle regole sulla “governance”, violazione delle norme sui controlli interni, carenze nella gestione e nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni all’organismo di vigilanza.
Il quarto comandamento del decalogo dato da Dio a Mosè (onora il padre e la madre), tramandato fino ai nostri giorni, non ammette interpretazioni. E’ un comandamento che obbliga tutti indistintamente verso due specifiche persone degne del nostro rispetto a prescindere dalle loro qualità intrinseche e dalla loro rettitudine. Per questo la cattolica credente Maria Elena Boschi, ministra della Repubblica, ha manifestato pubblicamente l’amore verso il padre con una mozione degli affetti sui sacrifici fatti in gioventù dal genitore per assicurarsi un futuro e consentire alla figlia di arrivare, prima nella famiglia, al coronamento degli studi con la laurea.
Ma il contesto di un’aula parlamentare non era il più appropriato a una lezione di catechismo infantile.
La ministra era chiamata a chiarire se era a conoscenza del dissesto finanziario e amministrativo dell’azienda del padre, che aveva portato la Banca d’Italia prima a infliggere sanzioni e poi al commissariamento e che l’azione del Governo avrebbe improvvisamente ridotto in povertà migliaia di cittadini che avevano incautamente affidato i loro risparmi a un gruppo dirigente, suo padre compreso, che li aveva invece sperperati in prestiti agli amici ecc.
La Boschi, con abilità di avvocato, ha spostato l’attenzione e la discussione dall’aspetto etico comportamentale suo nei confronti del Governo che decideva le sorti dell’Istituto del padre, in quello affettivo sentimentale nei confronti del genitore. Quindi ha usato i toni della figlia che difende l’onestà del padre piuttosto che quelli del ministro che parla di una banca spolpata dai manager e commissariata dal governo, cercandone e sancendone le responsabilità.
Anziché dire a chiare lettere di non aver partecipato al consiglio dei ministri che ha approvato l’azzeramento delle azioni e obbligazioni dei piccoli risparmiatori e che quindi non c’era il conflitto di interessi, elemento portante della mozione di sfiducia dell’opposizione, si è limitata a dire di essere orgogliosa di fare parte di un governo che esprime il semplice concetto del “chi sbaglia paga”. Ma non ha specificato che il decreto del governo del 22 novembre 2015, detto popolarmente “salva banche” era in realtà un “salva banchieri” perché rendeva impossibile per legge (articolo 35, comma 3) qualsiasi rivalsa diretta da parte dei risparmiatori truffati contro i dirigenti dell’Istituto e che suo padre era in una botte di ferro costruitagli dal governo.
Quindi il messaggio amplificato dai media compiacenti nelle teste degli italiani è stato il contrario della realtà perché quel comma sancisce che chi ha sbagliato non pagherà. E a questo punto anche dando per buona la versione di palazzo Chigi di non partecipazione della Boschi al voto in consiglio dei ministri sul decreto (ma a questo punto non si capisce perché il verbale della riunione sia stato segretato), è stato accertato che invece la Boschi fosse presente alla riunioni preparatorie con la stesura del comma “pro-padre” sotto gli occhi ben visibile.
Tutti sanno che la mozione di sfiducia è stata respinta, ma ai più è sfuggita una circostanza affatto onorevole, mai accaduta prima, e cioè che la Boschi abbia votato no alla mozione che voleva destituirla come inesorabilmente scritto sul tabellone luminoso e immortalato in rete. Prova questa di disonorevole inesistenza di savoir faire istituzionale: fino ad ora nessun politico aveva mai votato apertamente per la propria assoluzione, anzi proprio per evitare il conflitto di interessi c’è stata la prassi di voto dell’accusato a favore dello stato di accusa!.
Se Francesco I re di Francia scrivendo alla madre Luisa di Savoia, dopo la terribile disfatta di Pavia del 1525 si espresse con "Tutto è perduto fuorché l'onore", della ministra Boschi dopo la performance parlamentare che l'ha illusa di aver salvato la faccia, si potrebbe dire in modo del tutto opposto "nulla è perduto, fuorché l'onore", confermando quanto ebbe a sentenziare Lawrence d’Arabia, dopo aver scoperto il tradimento delle intese in base all’accordo politico segreto Sykes-Picot, secondo cui “l'onore ha un senso persino fra i ladri, ma non ne ha nessuno nella politica.”
E concludiamo questa carrellata sull’onore di chi sta ai piani alti della società e che dovrebbe dare l’esempio, citando il comportamento degli augusti genitori del ragazzotto di Rignano. Secondo la legge sulla trasparenza patrimoniale dei ministri e dei loro familiari, alla Presidenza del Consiglio sono state depositate il 6 agosto 2015 due dichiarazioni sui patrimoni e le cariche societarie possedute nel 2014, che si aprono con l’impegnativa attestazione del firmatario che “Sul proprio onore afferma che la dichiarazione corrisponde al vero”.
Sotto il primo documento, dopo la dichiarazione “non sono intervenute nel 2014 variazioni”, c’è la firma di “Tiziano Renzi” e sul secondo, dopo l’affermazione di “avere cambiato auto, prendendone una usata” c’è quella di “Laura Bovoli”, cioè il babbo e la mamma di Renzi.
Quindi per chi è addetto al controllo significa che tutto è rimasto come nell’anno precedente 2013, quando papà Tiziano aveva dichiarato di non possedere nulla se non una società personale che aveva il suo nome e mamma Laura aveva elencato le 3 proprietà immobiliari di Rignano sull’Arno, e dichiarato di avere l’8% delle azioni di Eventi6, società posseduta con le figlie, e di averne la presidenza. Null’altro di variato nel 2014.
Ma siccome il diavolo fa le pentole e non i coperchi ecco che si scopre l’inghippo. Entrambi hanno dimenticato di elencare tra i beni l’ultima acquisizione familiare, cioè la società Party srl, risalente al 12 novembre 2014 (cioè a 9 mesi prima della dichiarazione giurata). Di questa nuova società, specializzata in consulenza immobiliare, papà Renzi detiene il 40% del capitale e mamma Renzi è amministratore unico, mentre il 20% è detenuto dalla Creazione Focardi e il 40% dalla Nikila Invest, che qualche mese dopo avrebbe fatto un vero affare comprando il teatro comunale di Firenze da trasformare in grande resort.
Chi se la sarebbe mai aspettata una simile sbadataggine sull’onore e una tale matassa di interessi?

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IL TIRANNO D’EGITTO

TORQUATO CARDILLI - Fa male, molto male, il constatare con amarezza di aver avuto ragione con molto anticipo su un giudizio, che ora tutti danno per scontato, solo perché un giovane intellettuale italiano, un ricercatore universitario di ventotto anni dottorando a Cambridge, è rimasto vittima della brutalità assassina di un servizio di sicurezza, addetto a infliggere le più indicibili torture.
Sto parlando di Giulio Regeni, che dal Cairo scriveva sotto pseudonimo per il Manifesto perché temeva per la sua incolumità, assassinato per opera degli apparati egiziani con licenza di uccidere, incaricati della repressione brutale di ogni forma di dissenso.
Regeni non è un turista rapito, né un soldato caduto per il paese, ma un martire della libertà negata ai lavoratori egiziani.
Sin dall'agosto 2013, appena un mese dopo l'avvenuta deposizione del legittimo presidente egiziano al Morsi, avevamo messo in guardia il governo italiano sulla ferocia del nuovo tiranno del Cairo che aveva assunto il potere il 3 luglio 2013.[1]
Per volere del generale Abdel Fatah al Sissi, che aspira a occupare il ruolo di assoluta egemonia sull’intera Africa Settentrionale, garantendo la sicurezza di Israele contro la deriva islamista e contro il governo di Gaza, ogni macchia all'onore va insabbiata anche con le scuse più meschine. L’importante è che il dissenso non abbia voce.
Alla stessa stregua degli imperatori romani che scaricavano sui cristiani perseguitati ogni crimine, così al Sissi accredita la versione che il terrorismo che insanguina qui e là la terra egiziana sia opera della fratellanza musulmana, e non dell'Isis, e impone che l'opposizione laica liberale sia zittita, che alle manifestazioni si risponda con le pallottole, che i giornalisti e gli attivisti che denunciano i soprusi siano sistematicamente arrestati senza mandato di un giudice, imprigionati e torturati e che la loro identità sia nascosta e il fatto negato.
Come accaduto in tante altre occasioni, anche al Sissi è stato una creatura degli USA, sempre pronti a parlare a vanvera di esportazione della democrazia e di diritti umani (i madornali errori dell’Iraq, Afghanistan, Libia, Siria stanno a dimostrarlo) salvo dimenticarsene quando sono in gioco i loro interessi economici, geopolitici o strategici. In Egitto la rivolta popolare di cinque anni fa aveva deposto Mubarak e aperto la strada con regolari elezioni alla presidenza di Mohammed al Morsi. Ma questo, con i suoi programmi anticorruzione, non piaceva agli americani che in sostanza controllano e sovvenzionano l’esercito egiziano. Così prima hanno mandato avanti il generale Tantawi e poi hanno dato tutto il sostegno al generale al Sissi che, in aperta violazione della costituzione e del diritto, ha fatto incarcerare e condannare il presidente al Morsi.
Anche l'Italia ha fatto finta di non vedere l'esistenza di questo stato di polizia; ha taciuto sulle ripetute violazioni dei diritti umani e ha appoggiato il nuovo dittatore nella convinzione fasulla che stroncasse l'instabilità e il terrorismo islamico. Questa convinzione granitica si è infranta quando è stato profanato il corpo di un suo cittadino, martoriato in modo brutale e selvaggio.
Matteo Renzi è stato tra i più forti sostenitori di al Sissi, che ha dichiarato i “fratelli musulmani” che avevano ottenuto la maggioranza assoluta in libere elezioni parlamentari, un’organizzazione terroristica, ha fatto condannare i suoi leader alla pena capitale, ha fatto arrestare gli stessi laici anti Mubarak che avevano invocato una svolta democratica, ha militarizzato l’Università e i Centri di cultura, ha messo a libro paga migliaia di informatori promettendo all’Occidente, in cambio del sostegno al suo regime, una guerra al terrorismo islamico che non sta dando i risultati sperati.
Per Amnesty International sono migliaia gli attivisti arrestati e uccisi tra il 2014 e il 2015, centinaia le persone sparite nel nulla, quelle torturate, le donne molestate o stuprate in pubblico o nelle segrete delle prigioni di fronte ai mariti, ai padri, ai fratelli.
Come se nulla fosse, Renzi ha accolto nel 2014 a Roma al Sissi in cerca di legittimazione internazionale, salutandolo come colui che avrebbe aiutato l'Occidente a sconfiggere “il terrorismo e il radicalismo grazie alle scuole e all'educazione” e, nonostante l’assassinio al Cairo in pieno giorno dell’attivista socialista Shaima al Sabbagh da parte della polizia, ha ripagato il Rais nel marzo del 2015 con la visita al forum di Sharm el Sheikh, unico primo ministro europeo, andando ben oltre le formule di cortesia e dichiarando alla tivù araba al Jazira, che “al Sissi era un grande leader”.
Il corpo del giovane Regeni, orribilmente martoriato (tumefazioni sul viso, segni di bruciature di sigarette, tagli da lama in varie parti del corpo, unghie strappate, sette costole spezzate, segni di tortura da scosse elettriche ai genitali, falangi schiacciate, rottura della vertebra cervicale) come confermato dall’autopsia fatta in Italia, è stato ritrovato seminudo sul ciglio dell’autostrada tra Cairo e Alessandria nove giorni dopo la sua scomparsa avvenuta il 25 gennaio, nonostante che il nostro Ambasciatore in Egitto avesse allertato il Ministro dell’interno egiziano a sole dodici ore di distanza dalla mancanza di notizie. La prima versione data dalle autorità egiziane è stata quella di un incidente stradale, poi di una rapina finita male per opera di balordi, quindi che Regeni fosse caduto in una trappola da parte di islamisti. Tutte fandonie planetarie, smentite non solo dalla ricognizione sul cadavere, ma dalle tracce delle celle telefoniche e dalla testimonianza di coraggiosi egiziani che hanno assistito al suo sequestro da parte di agenti in borghese.
Tutti i nostri organi di informazione non hanno fatto altro che sottolineare che il Ministro degli Esteri Gentiloni, con quell’atteggiamento imbambolato di chi sembra appena uscito da una fumeria, ha chiesto con fermezza la massima chiarezza e la piena collaborazione delle autorità egiziane per l’individuazione dei responsabili dell’omicidio.
Bum! Al Cairo stanno tremando per la paura soprattutto dopo che il Ministro dell’interno Alfano, quello per intenderci che ubbidiva all’ordine dell’ambasciatore del Kazakistan sul rapimento della Shalabayeva, che ha sempre mantenuto un profilo di omertoso silenzio sulla macelleria di Bolzaneto, e sulla morte per percosse durante il fermo di polizia di cittadini come Cucchi, Aldovrandi, Ferulli e tanti altri ha dichiarato che al Sissi collaborerà e che i buoni rapporti con l'Egitto sono un fluidificante per aiutare nella ricerca della verità. Eduardo De Filippo lo avrebbe subito spernacchiato.
Il governo ha spedito al Cairo un team di investigatori (Carabinieri, Ros, Sco, Polizia, agenti segreti, Interpol) cui per altro le autorità egiziane, a dispetto dei proclami, non hanno offerto quella necessaria collaborazione spontanea ed effettiva per l’individuazione dei colpevoli dell’omicidio, anzi ne hanno rallentato e depistato in ogni modo l’attività.
In questi due anni suonati di governo Renzi, il popolo italiano è stato bombardato, ad ogni piè sospinto, dalle parole “orgoglio nazionale” utilizzate dal premier in ogni occasione dove si trattava di appropriarsi senza pagare dazio di un qualunque successo: dall’Expò (?) al record mondiale del nuotatore Paltrinieri, dall’Oscar a Sorrentino alla finale tennistica di New York tutta italiana Pennetta-Vinci, dalla nomina di Fabiola Gianotti a nuova Direttrice del Cern di Ginevra all’astronauta Samantha Cristoforetti alla scoperta dei ricercatori italiani delle onde gravitazionali da parte dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Pisa ecc. Ma se di tutto questo orgoglio nazionale nelle vene di Renzi ne esistesse una sola goccia che non sia pura chiacchiera propagandistica, l’assassinio di Regeni dovrebbe farla venire fuori. Dire come ha fatto Renzi “vogliamo, anzi esigiamo, la verità, tutta la verità” non è altro che il solito bla bla, già ascoltato in questi quattro anni nella vicenda dei marò.
Anche le pietre delle piramidi e la sfinge di Giza sanno che la verità sull’efferato delitto del povero Regeni è scritta nel comportamento degli sgherri del dittatore al Sissi che l’hanno torturato con meticolosa lentezza per giorni e giorni nel vano tentativo di strappargli informazioni sugli oppositori al regime.
Dunque se il Governo ha un minimo di orgoglio nazionale per questa offesa ad una politica di amicizia, dopo l’affronto ai nostri inquirenti in Egitto depistati nelle indagini con bugie risibili e con il finto arresto di due responsabili, dovrebbe congelare le relazioni diplomatiche fino a quando i veri responsabili non siano puniti. Se non lo fa, dimostra ancora una volta che un dittatore qualsiasi può prenderci per i fondelli. Ed è inutile fare il discorso del richiamo alla “real politik”paventando conseguenze economiche per i nostri contratti petroliferi e per le nostre esportazioni. Se dovesse prevalere questa visione politico-mercantilistica la smetta una buona volta di parlare di orgoglio nazionale o di diritti umani, e dichiari apertamente che in nome del profitto anche i principi più nobili diventano negoziabili fino a scomparire sotto la sabbia del deserto.

[1] “Pinochet tra le Piramidi” pubblicato on line il 18 agosto 2013 e nell’edizione cartacea il 27 agosto 2013.

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Conflitto di interessi e tutela del risparmio

TORQUATO CARDILLI - Boschi: sostantivo maschile plurale per indicare un insieme di alberi, ma in senso figurato anche un mucchio di frasche sul quale i bachi preparano il bozzolo, cioè un groviglio, un intrico disordinato. Appunto quello rappresentato dai “Boschi” umani coinvolti nell'affare della Banca Etruria.
Cerchiamo di dipanare il groviglio per quanto possibile, incominciando dal conflitto di interessi per finire con l’incostituzionalità della legge sul “bail in” votata nel parlamento europeo e poi in quello italiano da tutti i partiti di governo e di finta opposizione, compresi quelli che ora si strappano le vesti come la Lega e Forza Italia, eccetto il M5S.
Sin dall'antichità il conflitto di interessi è stato considerato come il principale fattore inquinante del corretto rapporto tra Stato e cittadino e come la culla di un possibile esito corruttivo. Esso si verifica quando un soggetto, titolare di un’alta responsabilità, abbia degli interessi personali, di qualsiasi natura, non solo monetari o di carriera, ma anche di carattere affettivo, in conflitto con l’imparzialità richiesta dalla legge per l’espletamento delle funzioni connesse alla carica.
Il verificarsi del conflitto di interessi non costituisce di per sé una prova che siano state commesse scorrettezze, ma può dar luogo ad un'indebita agevolazione di interessi particolari nel caso in cui l'interessato non ne faccia autodenuncia esplicita, lasciando che esso finisca per influenzare il risultato di una decisione. In altre parole, dall’esistenza del conflitto di interesse non denunciato discende una condotta impropria soprattutto quando l’autorità al centro della vicenda compie atti, o lascia che altri compiano atti, che costituiscono un vantaggio per qualcuno a danno di qualcun altro. Il che significherebbe la negazione dell'imparzialità dell'amministrazione della cosa pubblica che deve essere rivolta unicamente al bene collettivo.
Tanto per sottolineare come il conflitto di interessi non sia cosa da poco conto, né solo di questi tempi, basta ricordare che oltre due mila anni fa, la legge Giulia, varata dal Senato romano nel 218 a. C., in piena seconda guerra punica contro Annibale, proibiva ai senatori ed ai loro figli di possedere navi che trasportassero più di 300 anfore, dato che l'attività del trasporto marittimo di derrate alimentari, totalmente in mano al patriziato, era l'attività economica più redditizia. Teniamo sempre a mente questo alto senso dello Stato proprio perché il conflitto di interessi è un concetto ostico per la mentalità italiana soprattutto in chi riveste posizioni di rilievo nella politica e nella società.
Il problema del conflitto di interessi, tutt’ora non risolto, ha assunto una notorietà nazionale da quando Berlusconi, nel 1994, padrone di un impero economico e mediatico senza concorrenza, è entrato in politica per difenderlo meglio con qualsiasi mezzo. Da allora politici di destra e di sinistra hanno tutti agito sempre allo stesso modo. Gli interessi personali, di qualsiasi natura, sono stati celati e tenuti protetti.
I più dotti costituzionalisti si sono sgolati invano nel ripetere che l'art. 54, comma secondo, della Costituzione obbliga i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche al rispetto del dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge secondo la formula “giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione”.
Nella vicenda della Banca Etruria, che vede coinvolti Maria Elena Boschi, Ministro per i rapporti con il parlamento e factotum delle riforme costituzionali, suo padre Pier Luigi Boschi, già multato dalla Banca d’Italia per condotta scorretta e poi fatto vice presidente della Banca, e suo fratello Emanuele Boschi, già dirigente della stessa per 7 anni in qualità di capo settore crediti e investimenti si evidenzia un reiterato conflitto di interesse molto grande.
Come noto, la Banca Etruria, nel 2012 e nel 2013, è stata oggetto di approfondite ispezioni della Banca d'Italia che ha finito per sanzionarne tutto il Consiglio di Amministrazione, compreso Pier Luigi Boschi cui era stata inflitta una multa personale di 140.000 euro, per carenze organizzative, omesse o inesatte segnalazioni sulla vigilanza, violazione della governance, mancati controlli del credito.
A febbraio 2013 Maria Elena Boschi, figlia di cotanto padre ex esponente della DC del paese, per due volte candidato senza successo alla carica di sindaco di Laterina (Arezzo), è eletta alla Camera dei Deputati per il PD e si dimette dal CdA di Publiacqua di cui era parte dal 2009. Con l'avvento di Renzi alla guida del Governo nel 2014, diventa Ministro della Repubblica e, ma guarda un po’ la fortuna, in meno di 90 giorni il padre Pier Luigi Boschi (cioè lo stesso personaggio multato dalla Banca d’Italia) diventa vice presidente della Banca Etruria, come se la sanzione ricevuta per condotta irregolare fosse una medaglia al merito. Coincidenza? Non è finita qui. Il Presidente della Banca Etruria, che di lì a poco tempo sarà commissariata per le irregolarità amministrative, Lorenzo Rosi, appena esautorato diventa socio con la sua società Nikila Invest della Società Party srl di proprietà nientemeno che del papà del premier Tiziano Renzi, con amministratore delegato la mamma del premier Laura Bovoli. Coincidenza? E sia.
Il governo vara il decreto che trasforma le banche popolari in Spa e ora dopo il disastro si viene a sapere che la Ministra Boschi era non solo correntista, come il padre e il fratello, ma anche azionista della Banca Etruria. Coincidenza? Qualcuno ora dovrà accertare se l’acquisto di azioni sia antecedente o successivo alla decisione del Governo sulle Banche popolari e se ci possa essere stato nell’operazione un vantaggio personale.
I paggi di Renzi, capitanati da quello più anziano, il Ministro del Tesoro Padoan che intervenendo alla Leopolda ha dato dello sciacallo a chi poneva domande, hanno tenuto subito a ridicolizzare qualsiasi critica sostenendo che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli e che la Ministra Boschi fosse assente dal Consiglio dei Ministri quando sono state prese le decisioni riguardanti le Banche popolari, la banca Etruria, la banca Marche, quella di Ferrara e quella di Chieti e l’azzeramento dei depositi in obbligazioni subordinate. Per la verità a nessuno è venuto in mente di addossare alla Ministra Boschi il comportamento scorretto, e perciò sanzionato, del padre, semmai si potrebbe ipotizzare il contrario e cioè che la circostanza di avere la figlia ministro possa aver contribuito a far arrivare il padre alla vice presidenza della Banca.
Che la ministra Boschi fosse assente durante le famose delibere del Consiglio dei Ministri è del tutto irrilevante. Questa è stata per anni la stessa scusa utilizzata da Berlusconi che da presidente del Consiglio prima fissava l’ordine del giorno dei lavori includendovi gli argomenti che gli facevano comodo e poi usciva dalla sala quando la discussione arrivava al punto che coinvolgeva i suoi interessi personali. D’altra parte i provvedimenti sulle banche popolari erano noti alla Ministra Boschi che, come tutti gli altri Ministri, aveva ricevuto la documentazione di supporto prima della seduta, né è ipotizzabile che l’argomento non sia stato ampiamente esaminato in famiglia.
La Ministra Boschi ha fatto pubblicamente una difesa sentimentale dell’onore paterno ribadendo più di una volta che si tratta di una persona per bene. Può una persona per bene non essere stata al corrente che la sua Banca vendeva prodotti tossici? Può una persona per bene dopo aver subito una solenne sanzione della Banca d’Italia, continuare ad operare come se nulla fosse con l’aggravante del ruolo di Vice Presidente dell’Istituto? Su tutto questo la Ministra Boschi ha comprensibilmente taciuto, ma dopo la mozione degli affetti ha anche omesso di dire che i suoi doveri di Stato passano prima e sopra a qualsiasi sentimento.
Il conflitto di interessi del Ministro Boschi è un problema politico enorme, dal quale un esponente di primissimo piano del governo del cambiamento non può sfuggire.
Non si tratta qui di strumentalizzare l’accaduto, per dare ragione o torto per pregiudizio politico, come si sono affrettati a sostenere i difensori d’ufficio, ma di ribadire che chi tiene al proprio onore deve saper affrontare le conseguenze della propria condotta.
In fondo altri Ministri (De Girolamo, Idem, Lupi) sono stati costretti alle dimissioni per molto meno, così come la Sottosegretaria Biancofiore alla quale furono tolte le deleghe per una dichiarazione avventata.
Il PD intero ha subissato di critiche lo scrittore Saviano, attaccato e insultato come se avesse commesso il reato di lesa maestà. Ma fare quadrato, chi con virulenza, chi con distinguo, è anche segno di debolezza perché Saviano si era limitato a mettere in chiaro che il rifiuto della Ministra Boschi di dare spiegazioni sulla decisione del governo di salvare la banca di suo padre con un’operazione veloce e ambigua, restando al suo posto nonostante il pesante coinvolgimento della sua famiglia in questa gravissima vicenda, che avrà probabilmente sviluppi giudiziari, equivaleva a confermare che dopo due anni di governo Renzi, partito sull’onda della rottamazione e del rinnovamento, nulla è cambiato. Il silenzio non è la soluzione del problema, bensì la dimostrazione di un comportamento autoritario di chi si sente al sicuro per assenza di alternative.
Nei vari dibattiti che si sono susseguiti in radio e in televisione sul salvataggio o meno dei 10.000 risparmiatori ai quali sono stati fatti sparire, da un giorno all’altro, 800 milioni di euro con le famose obbligazioni subordinate ha finito per prevalere il concetto che questi stessi investitori avendo accettato il rischio connesso agli interessi maggiori a quelli di mercato non potevano che auto compiangersi e che in caso di fallimento sono chiamati a rimetterci proprio gli azionisti e i detentori di obbligazioni derivate in omaggio alla legge del cosiddetto “bail in”. Oltre al danno la beffa, mentre invece dovrebbe essere gridato ai quattro venti che questa legge è per l’Italia incostituzionale.
La Costituzione all’art. 47 è di una precisione adamantina che non lascia spazio ad interpretazioni di sorta: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.” E come viene tutelato il risparmio in tutte le sue forme di migliaia di pensionati che hanno messo da parte i sacrifici di una vita se di colpo tutti i loro averi vengono azzerati? E come è stato disciplinato, coordinato e controllato l’esercizio del credito da parte di banca d’Italia e di Consob che non hanno visto quale sotterraneo condizionamento veniva fraudolentemente collegato all’erogazione del mutuo a favore dell’acquisto di obbligazioni derivate? Come è stato possibile che una Banca, dopo essere stata sottoposta a ripetute verifiche della Banca d’Italia, possa aver accumulato un buco di vari miliardi? Come è possibile che i vertici operativi ed amministrativi della Banca commissariata non fossero al corrente che i propri funzionari  sconsigliassero i risparmiatori allarmati di disinvestire, garantendo fino alla fine sulla sicurezza dei titoli?
Padoan ha detto che il Governo è al lavoro per trovare una soluzione in favore dei piccoli risparmiatori beffati, attraverso un fondo di solidarietà e di risarcimento caso per caso. Ma questa soluzione, che comunque non basterebbe per tutti, difficilmente potrebbe essere accettata dall’Europa che vieta gli aiuti di Stato e che obbliga appunto all’applicazione del “bail in”. Tanto varrebbe che si dicesse chiaro e tondo a Bruxelles che la nostra Costituzione, che viene prima di qualsiasi altro trattato internazionale, vieta questa norma che rappresenta la negazione del principio di tutela del risparmio, soprattutto del piccolo  risparmio.

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IGNORANZA E POTERE

TORQUATO CARDILLI - Quasi 50 milioni di italiani hanno difficoltà abbastanza gravi non solo di lettura ma anche di comprensione di un testo o di un annuncio.
Nei primi anni della ricostruzione del paese, dopo il disastro della seconda guerra mondiale, il 60% della popolazione italiana era privo di licenza elementare e del restante 40% solo una piccolissima parte, non più del 10%, otteneva la licenza media, mentre uno striminzito 1% arrivava agli studi superiori ed alla laurea.
Guardando oggi a come eravamo è chiaro che l’Italia repubblicana ha fatto nei primi decenni di vita un salto straordinario per uscire dalla fascia dei paesi sottosviluppati e agganciare il treno di quelli più sviluppati industrialmente, tecnologicamente, economicamente e culturalmente.
In quegli anni, il servizio militare obbligatorio, seppur inutile sul piano tecnico della difesa, si rivelò uno strumento validissimo per mescolare la popolazione giovanile attivando un processo di osmosi tra coetanei, non solo di usi e costumi ma soprattutto della linguistica di base, a prescindere dal grado di istruzione.
Negli anni ’60 gli italiani avevano imparato a parlare l’italiano, anche grazie alla televisione che aveva accelerato il processo di unificazione del paese intorno ad una stessa lingua parlata, ma era rimasto problematico il loro rapporto con la lingua scritta e con la lettura. Gli indici di diffusione dei libri e dei giornali sono sempre stati ad un livello di molto inferiore a quello europeo: da un rapporto medio di 1 a 2 nei paesi nordici si scendeva in Italia ad un rapporto di 1 a 12 cioè una copia di giornale o di libro letta ogni 12 abitanti. Ed oggi lo stesso gap si misura nell’accesso a internet, alla banda larga, alla fibra ecc. obbiettivi sistematicamente promessi dal governo di turno, ma di fatto lontani dalla realizzazione.
Con la diffusione delle reti televisive commerciali, fondate sull’uso ossessivo della pubblicità, si determinò un imbastardimento del linguaggio fatto di neologismi, di slogan e di parole straniere e la televisione pubblica ha finito per trasformarsi da grande agenzia formativa in strumento di propaganda commerciale e di veicolo di rassicuranti versioni di comodo funzionali al potere.
Secondo il noto linguista Tullio De Mauro ancor oggi il 70% della popolazione italiana è al di sotto dei cosiddetti livelli minimi di comprensione di un testo scritto di media difficoltà. Se poi si tratta di un testo dalle caratteristiche linguistico-lessicali un po’ più complesse, che richiedono non solo una buona conoscenza della lingua, ma anche una buona capacità di orientamento in materie non abituali, la percentuale degli inefficienti arriva addirittura all’80%. Se infine si considera un testo parlato (come può essere un notiziario radio televisivo, letto spesso senza enfasi come se lo stesso mezzobusto non capisca quello che dice) l’85% degli ascoltatori non afferra il significato complessivo della maggioranza delle parole utilizzate, né riesce a memorizzarne il senso.
Ciò significa che quasi 50 milioni di italiani (compresi i bambini) su 60 milioni di abitanti hanno difficoltà abbastanza gravi non solo di lettura ma anche di comprensione di un testo o di un annuncio. Provate a chiedere a bruciapelo ad un conoscente se abbia capito perfettamente ciò che è stato appena annunciato in un notiziario TV in materia di politica estera, di crisi economica, di crac finanziari, di funzionalità delle istituzioni, di chiarezza delle leggi ed otterrete una risposta negativa. Ecco perché il governo e la sua maggioranza possono permettersi ogni nefandezza senza che il cittadino ne comprenda la magnitudine, ne sia correttamente informato e ne conosca i più oscuri e vergognosi dettagli.
Secondo i risultati di alcune indagini comparative, dopo il termine degli studi se non si continua a dare una certa continuità all’attività intellettuale, si verificano fenomeni di regressione verso livelli più bassi di comprensione integrale di un testo, di utilizzazione di un lessico sempre più circoscritto e di incapacità ad afferrare velocemente elementari operazioni aritmetiche. Questo fenomeno, che l’ex presidente Cossiga chiamava analfabetismo di ritorno, si registra  anche a livelli molto alti nella scala sociale (politici, dirigenti, laureati) ritenuti in grado di mantenere alte competenze.
Un diplomato italiano della scuola media superiore ha più o meno lo stesso livello di competenza di un allievo di 14 anni, che abbia appena conseguito il diploma di scuola media, come se il quinquennio di studi superiori (assolutamente carente sul piano della formazione pratica) non abbia inciso profondamente e ciò determina il bassissimo livello di quelli che entrano all’università. In paesi evoluti come la Corea, il Giappone, la Finlandia, l’Olanda, dove i diplomati di scuola media superiore hanno livelli di competenza linguistica, matematica, di comprensione, di calcolo ben superiori a quelli dei nostri laureati, i livelli di regressione sono pari alla metà di quelli italiani.
La nostra classe politica, imprenditoriale amministrativa e dirigenziale ha ignorato per troppo tempo, e continua a farlo, questi problemi che condizionano la produzione, la vita sociale, la vita politica, la partecipazione alla cosa pubblica, che non è vissuta come cosa propria comune della nazione e delle generazioni future, ma è vista come qualcosa da eludere o sopportata con un’indifferenza vigliacca oppure interpretata come un’opportunità di affari a breve, leciti ed illeciti, con il minimo sforzo.
I fenomeni della stagnazione economica, della recessione, della crisi generalizzata, dei crolli di borsa e dello spread, non sono dovuti al fato o all’influenza delle stelle, ma trovano origine in macroscopici errori di corretta previsione, in errate scelte di politica economica, monetaria e di sviluppo. Così combinati vengono accresciuti nella loro dimensione nazionale dai bassi livelli di effettiva capacità di alfabetizzazione culturale dei dirigenti e del mondo del lavoro che si rivelano in notevole ritardo nello sviluppo e nell’utilizzo di nuove tecnologie, nella capacità di previsione degli eventi, nella corretta interpretazione dei segnali che manda il mercato globale.
Tutto ciò finisce inequivocabilmente per diventare un analfabetismo istituzionale, comodo per chi è al potere, che ha buon gioco nell’illudere ripetutamente con slogan, propaganda e frasi ad effetto su una realtà virtuale, lontana dai veri bisogni della gente.
Ciò finisce per spingere il popolo verso un atteggiamento di disaffezione verso la politica allontanandolo dall’esercizio del diritto di voto, con la compiacenza degli organi di informazione che di solito elogiano chi è sul ponte di comando anche se trasmette alla ciurma frasi rassicuranti mentre la nave sta per colare a picco.

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Boccadutri colpisce ancora

il lupo perde il pelo ma non il vizio 
ALBERTO BRUNO - Nella società umana comunicare significa “trasmettere” un’idea, un sentimento, una notizia. Il modo più comune è quello attraverso il supporto linguistico a condizione di parlare chiaro, in modo diretto, non contorto o involuto come un dialetto conosciuto da pochi o in modo oscuro come un cifrario noto solo a chi ne possiede la chiave.
E la chiarezza del linguaggio è maggiormente imposta quando si affronta qualcosa che abbia a che fare con la matematica, regina dei numeri, legata in modo indissolubile alla linearità ed alla precisione del ragionamento.
Chi ignora la grammatica e la sintassi difficilmente può ergersi a spiegare logicamente qualunque sequenza di numeri, soprattutto quando  si si tratta dei soldi dei cittadini.
Un certo Boccadutri, palermitano, descritto da wikipedia come laureato in giurisprudenza (sic!), ex tesoriere di Rifondazione Comunista e poi ex tesoriere di Sel, che dopo l’elezione a deputato nel 2013 ha abbandonato il partito di Vendola per intrupparsi al seguito di Migliore nel blocco del PD renziano, ha mostrato un iperattivismo sul tema del finanziamento pubblico ai partiti.
Da dirigente di partito che non ha mai sudato come un operaio, ha sempre sostenuto che il finanziamento pubblico fosse un elemento di democrazia, senza mai ammettere che il finanziamento è invece il metodo per mantenere un esercito di parassiti nullafacenti che non arrecano nessun giovamento alla società.
In cosa si è distinto questo personaggio che nel pieno della sua attività parlamentare, parlando del 2 per mille nella dichiarazione dei redditi a favore della politica si è espresso in un italiano così forbito:” i cittadini hanno uscito il loro portafoglio ed hanno dato i soldi ai partiti" (vedi in proposito QUI)?
Quando il governo di Jo condor Letta, conscio della pericolosità per la tenuta del quadro di maggioranza della martellante campagna del M5S sull’abolizione dei finanziamenti ai partiti, ottenne l’approvazione della legge sulla loro progressiva riduzione, con soppressione totale nel 2017, Buccadutri votò contro. Le mammelle della vacca Stato dovevano restare a disposizione della voracità dei politici.
Con incredibile faccia tosta non ha mancato però di chiedere severità nei confronti di tutti i cittadini. Subito dopo, con la motivazione di voler combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio, si è fatto promotore di una proposta di legge sulla riduzione del contante e per la contestuale diffusione di metodi di pagamento elettronici, chiedendo altresì al Governo di farsi promotore presso le Istituzioni Europee dell’abolizione delle banconote da 500 euro, facendo fare un balzo sulla sedia al ragionier Spinelli abituato a confezionare buste da 5.000 euro alla volta.
Cosa disponeva la legge sulla riduzione del finanziamento dei partiti? Che il finanziamento ridotto sarebbe stato concesso solo dopo la verifica e l’approvazione delle spese da parte dell’apposita commissione di controllo. Ma a fine giugno il magistrato preposto a questo computo avvertì i presidenti delle Camere che i controlli di migliaia e migliaia di ricevute non erano stati eseguiti per mancanza di personale e che quindi secondo la legge non si poteva procedere al finanziamento ai partiti.
Ma ecco che Boccadutri, con una respirazione bocca a bocca nei confronti dei tesorieri si trasforma in deus ex machina. Le idrovore di fondi pubblici dei partiti, dissipatori di risorse per mantenere i loro apparati inutili, possono continuare a girare e a macinare. Coerente con la sua natura di maneggione di denari presenta una legge truffa che autorizza i Presidenti delle Camere a disporre pagamenti anche senza controlli di legittimità. Si tratta di 10 milioni di rimborsi elettorali per la Camera e di 6 milioni per il Senato. A nulla è valsa la robusta contrarietà isolata del M5S. La legge è stata prontamente approvata da tutti i partiti, di governo e di finta opposizione, e cioè PD+NCD+UDC+PA+FI+LEGA+SC+FdI+Misto. Tutti uniti nella sottrazione di risorse pubbliche. Visto come vanno le cose non c’è da meravigliarsi più di tanto: il popolo è abituato a questi calci sui denti da parte di chi vive di politica senza calli alle mani, senza sudore, senza fatica.
Ma non è tutto.
La legge di stabilità del premier Renzi, che ha troppe cambiali da pagare, ha fatto fare al ministro Padoan una piroetta di 180 gradi. L’unico ministro tecnico, che non dovrebbe obbedire a calcoli di convenienza politica, ma mantenersi nel solco della legalità e della giustizia ha fatto una figuraccia da peracottaro. Smentendo quanto lui stesso aveva dichiarato in Parlamento circa la necessità di abbassare il limite di utilizzo del contante per una migliore lotta all’evasione, è stato costretto a dire esattamente il contrario ed a sostenere che non c’erano prove che un innalzamento della soglia avrebbe favorito il riciclaggio e l’evasione fiscale.
Contraddicendo palesemente quanto aveva sostenuto il povero Boccadutri, Padoan ha difeso la misura di innalzamento della soglia del contante da 999 euro a 3000 euro e si è fatto garante che questa avrebbe costituito un potente incentivo  alla ripresa della spesa turistica nel nostro paese.
Ma dove vive Padoan? Non è stato capo economista dell’OCSE? Non ha girato il mondo? Non sa che all’estero si paga tutto con carta di credito? Non sa che in America se ti azzardi a tirare fuori in un esercizio commerciale una banconota da 100 dollari vieni guardato male come un narcotrafficante?
Ma l’inesauribile Boccadutri così sonoramente smentito dal Ministro del Tesoro non demorde e ne sforna subito un’altra.
Per combattere l’evasione, cioè quel male che si vince meglio se si eleva il limite del contante a 3.000 euro, presenta un emendamento per conto del suo partito alla stessa legge di stabilità secondo cui deve scomparire il limite minimo di importo per l’uso del mezzo di pagamento elettronico e si impone una sanzione per l’esercente che rifiutasse di adeguarsi alla norma.
Dunque, senza alcuna dimostrazione matematica, senza alcun modello sperimentale di supporto, senza un’approfondita indagine svolta con i tecnici della materia, in modo schizofrenico per la logica dell’italiano medio, da una parte si rende obbligatorio per l’esercente accettare il pagamento con moneta elettronica anche per un caffè o per l’acquisto di un quotidiano, e dall’altra si consente a chiunque di poter spendere in un colpo 3.000 euro in contanti!
E tutto questo mentre 150.000 risparmiatori, per lo più anziani o pensionati, vedono sparire nel nulla i gruzzoli frutto di una vita di economie e di sacrifici, vittime di raggiro o di circonvenzione o di pressione indebita da parte di banche come la Cassa di Ferrara, la Cassa di Chieti, la Banca Etruria e la Banca Marche che hanno fatto volatilizzare quasi 4 miliardi di euro.
Vedrete che di riffa o di raffa sarà ancora una volta il borsellino di ogni italiano a dover ripianare il buco alla faccia di Boccadutri e compagni del PD.

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GOLPE FIORENTINO IN SALSA NAPOLETANA

TORQUATO CARDILLI - Il golpe bianco che si sta svolgendo in Italia dal 2013, si concluderà tra otto-nove mesi con "la madre di tutte le battaglie". Con questa espressione infelice, mutuata dal linguaggio truculento e iettatorio di Saddam Hussein, Renzi ha indicato il referendum costituzionale, che mira, al di là della mera approvazione della nuova carta fondamentale, ad ottenere un plebiscito personale che in definitiva potrebbe risultare per gli Italiani più nefasto di quanto sia stato per i greci quello imposto da Tsipras.
Quando arriverà quel momento ed il popolo italiano dovesse essere schiacciato dal nuovo Tribuno, a nulla servirà dire di averlo previsto senza averlo impedito.
Viviamo in un mondo affogato nella disinformazione di massa e nella capillare manipolazione delle coscienze. Quindi non stupisce affatto che tutte le attenzioni vengano concentrate per settimane su fatti di minore importanza, come quelli di Quarto, mentre le notizie di rilievo, che aiuterebbero i cittadini a capire come muoversi nell’economia, nella crisi delle banche, nel recupero dei denari persi, nella protezione dei diritti democratici vengano deliberatamente nascoste evitando di svelare le macroscopiche responsabilità del Governo, Quirinale, Tesoro, Banca d’Italia, Consob e compagnia cantante.
E' già partita la campagna di propaganda degli slogan di guerra che, come sempre, sono ingannevoli e contando sulla credulità del popolo tendono ad illuderlo facendogli scambiare lucciole per lanterne.
Sul web c'è uno spot del PD, diventato ormai un partito di destra anomalo a targhe alterne, sul voto favorevole al referendum costituzionale dal tono comico che recita così: Italia più semplice, meno costi, più potere ai cittadini.
Niente di più falso. Dopo aver imbrogliato con le buone e con le cattive il Parlamento si tenta di turlupinare ancora la buona fede popolare.
Per dimostrare quanto perfida e disperata sia la politica renziana è necessario ripercorrere brevemente tutte le tappe del golpe bianco iniziato nel febbraio 2013, cioè all'indomani delle elezioni che, per la prima volta in 67 anni di repubblica, avevano totalmente ridisegnato la mappa politica nazionale.
Il garante della Costituzione, l’innominabile per antonomasia secondo i diktat della zarina di Montecitorio, negò strenuamente di riconoscere l'evidenza e cioè che il popolo italiano aveva voltato le spalle ai partiti storici e ai politici di professione, disertando le urne e dando al M5S la maggioranza dei voti validi espressi in Italia per la Camera. Quindi si adoperò come un castoro nella costruzione di dighe e argini, e come una seppia nel seminare cortine nerastre per annebbiare la vista di quanti vedevano possibile un cambiamento veramente a portata di mano.
Prima conferì l'incarico di formare il governo al segretario del PD il povero Bersani, che fece la figura del pagliaccio, imponendogli una condizione capestro: nessuna intesa nascosta o palese con il M5S. Tentativo chiaramente votato all'insuccesso costato due mesi persi. Quindi l’innominabile burattinaio chiamò Letta nipote , vice segretario del PD, cui impartì le stesse istruzioni facendogli suggerire dallo zio “cardinale di Arcore”di trovare una sponda in Alfano e poi addirittura in Berlusconi, che invece, stando alle promesse elettorali avrebbe dovuto essere smacchiato per l’eternità. Jo Condor Letta ubbidì e malgrado la fiducia esplicita di Berlusconi non combinò gran che. Alle sue spalle prese corpo a tenaglia la manovra golpista con la nomina di una finta commissione dei saggi (?) per la revisione della Costituzione, che avrebbe costituito la tela di fondo su cui rifinire la riforma pencolante verso una riduzione dei margini di libertà popolare e dei diritti democratici.
Dopo quasi un anno di melina, la congiura, rimasta nascosta fino all’ultimo dal tweet, traditore come il bacio di Giuda, "Enrico stai sereno", venne allo scoperto.
Il ragazzotto fiorentino, che in questi due anni di governo ha litigato con tutti, dentro e fuori d’Italia, rivelandosi non un uomo di Stato, ma poco più che un bulletto di periferia o al massimo un’imitazione comica di un caudillo sudamericano, ignorante di protocollo e diritto internazionale, si fece avanti in modo smargiasso. Lui, che si era meritato lo sprezzante giudizio di “miserabile” dalla Finocchiaro per la polemica sul carrello spinto all’Ikea dalla guardia del corpo, in poche settimane espugnò il fortino del Nazareno e poi quello di Palazzo Chigi, nonostante che avesse proclamato formalmente e pubblicamente che non avrebbe mai occupato quel posto senza passare prima per il voto popolare.
Il golpe bianco era realizzato: scavalcando la volontà e la sensibilità popolare; anziché ridare la parola ai cittadini l’Innominato varava un esecutivo senza personalità del calibro di una Bonino o di un Gratteri, ma con un’accozzaglia di incompetenze (Alfano, Boschi, Galletti, Giannini, Lorenzin, Lupi, Madia, Martina, Mogherini, Orlando, Pinotti, Poletti, ecc.) secondo l’antica logica della fedeltà personale al leader e non del merito o della conoscenza della materia o dell’esperienza politica.
Perfettamente in linea con la sua natura infida, rinnegando le promesse elettorali e il programma su cui erano stati chiesti i voti, Renzi siglava con il condannato Berlusconi, espulso dal parlamento, il patto del Nazareno, mai illustrato all'opinione pubblica, né alle Camere i cui componenti, mettendo il naso al vento, hanno ondeggiato paurosamente: ben 323 di loro su un totale di 945 hanno cambiato partito e schieramento pur di non andare nuovamente alle urne. Come dire che un terzo della classe politica che siede in Parlamento è totalmente inaffidabile perché ha tradito il patto fatto con gli elettori.
Il fuoco di artificio delle promesse del premier sull'aumento del Pil, sul lavoro, sull'economia, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul ruolo internazionale del paese nascondeva il vero obbiettivo: la conquista del potere incontrastato. E lo ha fatto attraverso due strumenti: la nuova legge elettorale "italicum" che è quasi peggiore del "porcellum" e la riforma di mezza Costituzione. Testi scritti con il contributo intellettuale, si fa per dire, del plurinquisito Verdini ed affidati alla madrina Boschi che non si è avveduta, benché toscana, dello scricchiolante impianto lessicale-sintattico.
Qualcuno avrebbe potuto ricordare al nostro che i padri costituenti scelsero un gruppo di italianisti per ripulire il testo frutto del compromesso tra le varie componenti politiche di matrice cattolica, liberale e socialcomunista. E invece con inusitata arroganza lui (o lei) ha voluto mantenere un testo blindato ed impermeabile a qualsiasi miglioramento.
Torcendo le orecchie alla maggioranza, sempre minacciata di non ricandidatura, incurante dei rilievi della Corte Costituzionale che ha dichiarato il premio di maggioranza incostituzionale, ha fatto approvare a tappe forzate, violando prassi e consuetudini parlamentari, una nuova legge elettorale valida solo per la Camera a decorrere dal 1 luglio 2016 con il chiaro obiettivo di sopprimere l'elettività del Senato ed andare a nuove elezioni subito dopo aver vinto la guerra sulla riforma costituzionale.
Il nuovo sistema elettorale, a prescindere dalla partecipazione al voto degli italiani, darà la vittoria e tutto il potere ad un solo partito, abolirà mediazioni e coalizioni, soffocherà opposizione e minoranze, insomma sarà la negazione delle fondamenta della democrazia.
Nel 1953 De Gasperi conscio della necessità di un governo saldo e solido per la ricostruzione del paese aveva ideato un premio di maggioranza che sarebbe scattato solo se il partito vincente avesse ottenuto la maggioranza assoluta del 50%+1 dei voti. Il mondo della sinistra alzò barricate infiammando gli animi contro questo supposto rigurgito di autoritarismo, bollando la legge elettorale con l’epiteto irriguardoso di “legge truffa”e alle elezioni il premio non scattò perché la Democrazia Cristiana non ottenne la maggioranza assoluta, ma si fermò al 48% dei voti. [1]
Ora la stessa sinistra ha invece approvato la deriva autoritaria. E' sufficiente che il partito vincente ottenga il 40% dei voti per ottenere il 54% dei seggi (340 deputati su 630) con ciò replicando l'incostituzionalità del porcellum. Ma questa ipotesi è abbastanza inverosimile.
Se nessun partito otterrà il 40% andrebbero al secondo turno solo i due partiti maggiormente votati ed il risultato sarebbe valido, anche se al ballottaggio votasse per esempio solo il 10% del corpo elettorale, per accaparrarsi 340 seggi, mentre 278 andrebbero spartiti proporzionalmente tra tutti i partecipanti alle elezioni e 12 seggi continuerebbero ad essere attribuiti alla ridotta “Bastiani” della circoscrizione estero (cioè agli amici della parrocchietta) con elezione diretta con le preferenze e senza ballottaggio.
Ma la sequela degli orrori non finisce qui. Il paese sarebbe diviso in 100 collegi ognuno dei quali, ad eccezione del Molise, potrà eleggere da 3 a 9 deputati in relazione agli abitanti. Ogni partito dovrà presentare una lista composta da 3 a 9 candidati, dietro un capolista bloccato, cioè non soggetto a preferenza, che verrà automaticamente eletto se il partito ottiene il quorum necessario, mentre due sole preferenze sono esprimibili purché nel rispetto della diversità di genere.
Ma l'espressione delle preferenze è un puro trucco che nasconde la profonda lesione del principio democratico dato che i capi lista non sono eletti, ma nominati dal capo partito o dall’oligarchia degli organi dirigenti di ciascuna formazione politica. In più c’è l'aggravante che lo stesso capolista può guidare il suo partito in ben 10 collegi (pluricandidature) e quindi poi optare per un solo collegio lasciando il posto negli altri nove collegi ad altrettanti colleghi messi lì apposta, cioè nominati anch’essi dall’alto.
Ma dov’è che si nasconde lo sfregio alla democrazia? Nel fatto che una minoranza farà da asso piglia tutto. Supponiamo che due partiti ottengano al primo turno su per giù la stessa forza del 25% ciascuno. Chi vince al secondo turno, fosse anche con la partecipazione del solo 10% degli elettori, prenderà tutto: maggioranza dei deputati, governo, e organi costituzionali. Quindi viene completamente sovvertito e rinnegato il principio democratico costituzionale dell’art. 3 sull’eguaglianza dei cittadini e dell’art. 48 sul voto uguale dato che il voto di 25 persone su 100 o di 10 su 100 pesa quanto quello di 54 persone su 100.
Un mostro che offende la logica, la democrazia ed il diritto.
E veniamo alla riforma della Costituzione che segnò nel 1948 il punto più alto del processo di crescita civile e democratica del paese. Anche Berlusconi provò a cambiarla in senso autoritario, ma il popolo gli disse di no. Ora a distanza di pochi anni la storia sembra ripetersi in peggio con l’aspetto paradossale che ciò che allora appariva bianco ai parlamentari di sinistra oggi appare nero e viceversa.
La maggioranza che ha approvato il progetto Boschi, in quell’occasione si mobilitò ferocemente con in testa l’ex capo dello stato Scalfaro e l’attuale presidente Mattarella  in appoggio al NO, mentre oggi l’ex capo dello Stato Napolitano e l’attuale presidente, che non ha alzato nemmeno un sopracciglio, sono per il SI.
Con quale coerenza oggi approva un disegno di legge costituzionale addirittura peggiore del progetto berlusconiano al quale si era opposta, almeno apparentemente, con grande convinzione e impegno? Domanda del tutto retorica visto che questa classe politica di maggioranza ha già dato ampie prove di incoerenza, di opportunismo, di pusillanimità, di miopia, disposta a barattare la vera Costituzione con un aborto costituzionale, aggravato dall’Italicum, pur di salvare la poltrona.
E terminiamo con la menzogna dello slogan del PD di cui si è fatto cenno all’inizio.
1) Italia più semplice = falso.
Non è vero che ci sarà la fine del bicameralismo. Si introdurrà un bicameralismo confusionario e imperfetto per cui il Senato (composto secondo modalità che dovranno essere fissate in una ulteriore legge) non sarà più espressione diretta della volontà dei cittadini. Esso verrà privato della potestà di dare la fiducia al governo, ma conserverà la funzione legislativa intera in materia di riforma costituzionale, di trattati internazionali, di enti locali ecc. Il ginepraio procedurale potrà contare su ben 12 sistemi diversi di approvazione di leggi mentre la Camera potrà non tenere conto dei rilievi del Senato.
Poiché nelle intenzioni il Senato dovrebbe essere espressione delle realtà regionali ci sono due aspetti che fanno a pugni con l’organicità dello Stato e con l’autonomia regionale: la sua composizione sarà soggetta a continue variazioni in quanto i Senatori decadranno insieme ai Consigli regionali che li avranno nominati, mentre lo Stato avrà il potere di decidere su temi fondamentali di rilevanza territoriale come l’ambiente.
Infine il Senato diventerà un corpo legislativo di serie B nelle funzioni (non conterà più nulla nell’elezione del Presidente della Repubblica e del CSM, pur con il contentino di poter nominare due giudici della Corte costituzionale) e di serie A nelle guarentigie (i Consiglieri regionali e i Sindaci distintisi come il ceto politico più corrotto d’Italia avranno la piena immunità parlamentare riservata ai Deputati).
2) Meno costi = falso (o almeno sarà una modesta  economia).
Il bilancio del Senato è di 540 milioni di euro. I Senatori scendono da 315 a 100 e non avranno più lo stipendio ma godranno di tutti i rimborsi per spese di vitto, alloggio, trasporto, telefono ed altri fringe benefit mentre resteranno inalterati tutti i costi dei servizi di gestione del palazzo (40milioni), del personale e di quiescenza (324 milioni); inoltre ai Senatori verranno corrisposti gli stipendi già percepiti come Consiglieri regionali e come Sindaci. Cioè i Senatori saranno sempre a carico del cittadino, con una grave lesione del rapporto tra stipendio e quantità di tempo dedicato al governo locale; Sindaci e consiglieri regionali continueranno a percepire lo stesso stipendio dagli enti locali, ma il tempo che potranno dedicare al governo locale sarà sensibilmente ridotto a vantaggio delle trasferte a Roma.
3) Più potere ai cittadini = falso.
Premesso che con il sistema di voto più sopra illustrato ai cittadini, la cui voce conterà sempre meno, verrà sottratto per sempre il voto uguale e la possibilità di scegliere il proprio parlamentare, ci sono alcune norme specificatamente vessatorie verso il popolo. Verrà reso più difficile l’esercizio democratico di partecipazione diretta alla funzione legislativa: il numero delle firme per una proposta di legge di iniziativa popolare viene triplicato da 50.000 a 150.000.
Di fronte a tante aberrazioni aspramente criticate da tanti giuristi e pensatori, il popolo non potrà fare finta di nulla e disertare le urne: se vorrà difendere la libertà conquistata a caro prezzo e scolpita nella Carta costituzionale dai padri costituenti dovrà rifiutarne lo scempio.

[1] Rimando volentieri per i dettagli ai miei articoli dell’anno scorso su questa testata “La sineddoche costituzionale” del 14 marzo 2015 e “Ormai la frittata è fatta” del 5 maggio 2015.

 

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Gli argentini amano l’Italia ma l’Italia se ne frega?

TULLIO ZEMBO - Mi sento un privilegiato per avere avuto l'opportunità di assistere ai vari passaggi (Congresso, Casa Rosada, Palazzo San Marin) dell'insediamento del Presidente della Nazione eletto. Davanti a me avevo il figlio di un emigrato italiano che assumeva alla massima carica dello Stato argentino e provavo tutto l'orgoglio che può provare un italiano che da molti anni vive in questo Paese. Mi venivano alla mente tutti gli scritti, tutti i discorsi sull'Argentina come prolungamento oltreoceano dell'Italia, sull'influenza della cultura italiana, sulla popolazione in gran parte di origine italiana. Però dovevo rendermi conto di come in Italia evidentemente l'Argentina sia percepita come un Paese molto lontano in tutti i sensi, non solo geograficamente, un Paese come tanti, come il Myanmar o la Namibia. Assieme a me e a Matias, il fotografo de L’ITALIANO, c'erano giornalisti da tutto il mondo, sapete quanti di loro erano venuti dall'Italia? Nessuno.
E così La Nacion si accorge della differenza fra i giornali italiani e quelli del resto del mondo: "En tanto, los diarios italianos dieron cuenta de la asunción, aunque, a diferencia de los otros medios, el despliegue de la noticia fue menor".
D'altronde l'Italia era rappresentata da un ministro di seconda fila, tanto poco importante che, per l'appunto, non un solo giornalista lo ha seguito. Il povero Martina ha fatto diligentemente quel poco che poteva grazie all'assistenza, come sempre impeccabile, dell'Ambasciata. Sia ben chiaro che non è una critica al governo attuale perchè temo che qualsiasi governo italiano si sarebbe comportato allo stesso modo, questione di mentalità quando non di incapacità.
Oltre a me, che rappresento un quotidiano in lingua italiana sì, ma pur sempre argentino, c'era un giornalista del "Fatto quotidiano" che vive qui. E basta.
Grazie a Dio a questa disattenzione della politica, e quindi delle istituzioni, e dei media fa da contraltare l'attenzione del mondo economico. Cristiano Rattazzi, presidente de Fiat Chrysler Argentina, proprio all'indomani della vittoria di Macri ha annunciato un investimento di 650 milioni di dollari nella fabbrica di Cordoba per produrre un nuovo modello d'auto.
Vedrete che alla fine prevarranno i forti legami che, malgrado tutto, uniscono Italia e Argentina. Il sangue non è acqua e nelle vene del presidente Macri scorre sangue italiano.

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