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Last updateSab, 22 Set 2018 11am

Italia

Natale di terrore

Non è un caso che l’attentato di Berlino sia avvenuto proprio a pochi giorni da Natale
LUCIA ABBALLE - Nell’attentato al mercatino di Natale di Berlino si riverberano gli errori e le frustrazioni di un’Europa sempre più incapace di fronteggiare la strategia votata all’odio perseguita dalla maggiore minaccia terroristica per l’Occidente dall’11 settembre in poi. L’offensiva posta in essere dall’Isis ha colpito al cuore dell’Europa, nella Germania divenuta perno attorno al quale ruota la difesa dei valori occidentali. E non è un caso che questo attentato sia avvenuto proprio a pochi giorni da Natale, la festa cristiana che nel simbolo della croce identifica un popolo ed i suoi valori e che la furia omicida del terrorismo islamico, nel nome di Allah, mira a distruggere. Sono questi i casi in cui l’Europa, divenuta oramai una mera sovrastruttura burocratica, funge da moltiplicatore della crisi e, a volte, da capro espiatorio. Tuttavia nella caccia alle streghe, i valori e le tradizioni occidentali continuano a macchiarsi del sangue di innocenti vittime e offrono materiale prezioso per ulteriori mirati attentati terroristici. Gli uomini del Califfato agiscono con una strategia ben precisa, seguendo ordini e seminando terrore. Li anima l’odio per il cristianesimo e per i diritti dell’uomo.
Il fatto che l’Italia e soprattutto la città del Vaticano sino ad oggi siano state risparmiate dalla crudele mattanza del terrorismo è indicatore di una strategia ben precisa; sebbene infatti la propaganda del Califfato inciti i lupi solitari ad attaccare indiscriminatamente chiunque e dovunque, esistono elementi che fanno ipotizzare una regia nella scelta dei bersagli: le indagini più recenti, infatti, rivelano che l’Italia rappresenti una delle principali rotte di ingresso per gli emissari di Al-Baghdadi abituati a muoversi lungo quel percorso balcanico che dalla Turchia arriva alla Grecia, per poi approdare lungo le coste della Penisola. Anche il tunisino ricercato in queste ore e sospettato di essere l’autore della strage di Berlino era sbarcato in Italia nel 2011, ancora minorenne, ed era stato portato a Lampedusa dove aveva partecipato all'incendio del centro di accoglienza. Arrestato, era stato trasferito a Catania e poi a Palermo. Dopo aver scontato la pena di quattro anni di reclusione all'Ucciardone, aveva ricevuto un provvedimento di espulsione ma la Tunisia lo aveva rifiutato. Così, nel 2015 di lui si erano perse le tracce e si era spostato in Germania dove avrebbe compiuto lunedì scorso il folle gesto.
La posizione strategica dell’Italia nell’area del Mediterraneo, quindi, consentirebbe il transito di flussi di denaro destinato ad esponenti jihadisti dell’Europa centrale coinvolti nelle stragi. L’Italia sarebbe troppo importante per la rete logistica dell’organizzazione fondamentalista da non correre il rischio di scatenare la reazione. Si tratta soltanto di uno scenario, ancora privo di riscontri, ma che può fornire un barlume di spiegazione sulla moratoria che finora ci ha risparmiato.
Tra gli obiettivi del terrorismo c’è quello di indurre gli Stati membri ad isolare l’Islam europeo, a diffidare degli immigrati fino ad emarginarli, in modo che sia più facile radicalizzarli per i predicatori del male. È una trappola in cui non dobbiamo cadere soprattutto perché immigrazione e terrorismo sono due fenomeni diversi. Certo, la politica dell’accoglienza fine a sé stessa alla lunga è insostenibile: fare entrare in Italia centinaia di stranieri al giorno senza sapere bene cosa farne crea soltanto confusione ed esasperazione. Pertanto ben venga l’accoglienza volta a salvare vite umane, ad impedire l’arricchimento ai danni dello Stato, a ripristinare un clima di fiducia e solidarietà tra Paesi, ma per la realizzazione di ciò è necessario l’intervento dell’Unione europea. Non sarà facile, ma l’Italia ha il dovere di richiamare i vertici europei ad un atto di responsabilità ed esortarli all’azione. L’Italia deve farlo per tutti quei giovani di una generazione che studia, lavora e fa ricerca e che ha avuto la sola colpa di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Deve farlo per la futura generazione che abiterà quell’Europa dei popoli e dei valori che il terrorismo islamico ha intenzione di distruggere. Deve farlo non chiudendosi in casa ma continuando a vivere il Natale nella sua dimensione spirituale e familiare, delle chiese e dei mercatini; senza negare le tradizioni e l’identità. Imparando a convivere con le proprie paure sino a vincerle.

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Per fortuna i sondaggi continuano a sbagliare

GIAN LUIGI FERRETTI - Per fortuna sondaggisti e commentatori hanno sbagliato di nuovo. Per fortuna? Fortuna di chi? Mia, per esempio. Puntando sulla Brexit e su Trump ho vinto una discreta sommetta.
Adesso sto cercando un bookmaker che accetti scommesse sull’esito del nostro Referendum. Non su chi vincerà, troppo scontato. Voglio invece puntare sull’entità della vittoria del NO perché non credo assolutamente che la differenza fra le due posizioni sia di pochi punti e credo che l’esito finale sarà da 60 a 40 a 70 a 30.
Sondaggisti e commentatori sbagliano alla grande perché non vivono fra la gente normale. Forse si limitano a gironzolare attorno ai Palazzi invece di andare al bar, sugli autobus affollati,  nei luoghi di lavoro.
Ma in fondo perché dovrebbero preoccuparsi dell’opinione popolare gli intelligentoni radical-chic? Tanto loro sono una razza superiore. Se in Gran Bretagna vince la Brexit, gridano che le elezioni vanno rifatte. Se vince Trump scendono in piazza a manifestare contro la maggioranza che lo ha votato. L’avete sentita Hillary quando finalmente si è degnata di presentarsi in pubblico dopo la sconfitta? Ha detto sì ai suoi supporter: “Dobbiamo accettare questo risultato e dobbiamo dare la possibilità a Trump di governare”. Ma si è affrettata a precisare: “Voi rappresentate il meglio dell'America”, quindi gli altri sarebbero il peggio. Ecco l’arroganza e la puzza sotto il naso di chi è convinto che chi vota in modo diverso sia un baluba populista di razza inferiore.
Cosa c’entra tutto questo con il Referendum? C’entra perché del quesito, dei paragrafi e commi degli articoli in realtà non frega niente quasi a nessuno.
Non serve a nulla riempire formulari con domande e risposte, bisogna “respirare” gli umori della gente e la gente –giusto o sbagliato che sia - oggi vuole punire Renzi.
Ci sono momenti in cui un personaggio è talmente in sintonia con il suo popolo che gli viene perdonato tutto.  Trump lo ha capito e durante un comizio in Iowa ebbe a dire: "Potrei stare in mezzo alla Fifth Avenue e sparare a qualcuno e non perderei neanche un voto".
Per contro un personaggio che ha deluso e quindi ha perso il rispetto verrà avversato  qualunque meraviglia possa inventarsi. Figuriamoci se commette l’errore madornale ed irreparabile di manifestare che il suo avvenire politico dipende dall’esito della votazione.
A parte la schiera, sempre più sottile, dei suoi “innamorati” che voterebbero SI anche all’amputazione obbligatoria di una gamba, tutti gli altri innalzano il muro del NO, soprattutto molti italiani nel mondo - li frequento da parecchi decenni e quindi li conosco bene - che l’amputazione la subirebbero davvero con l’eliminazione di tutti i senatori eletti all’estero.
Come con le ciliegie, una sorpresa tira l’altra e, dopo il Referendum, sarà la volta delle Presidenziali in Austria e poi in Francia.
Sì, il mondo sta cambiando e sondaggisti e commentatori non se ne accorgono. Per fortuna.

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Renzi, gli amici, i ministri e i loro “compagni” di merenda

GERARDO PETTA - Ormai siamo al paradosso, il nostro premier e suoi ministri pensano solo ai loro interessi personali.
Renzi, dopo l’ultimo episodio del compagno della Ministro Guidi, ha confermato di essere  un personaggio a cui non interessano le problematiche  reali che i cittadini italiani devono affrontare quotidianamente, ma i desideri delle   lobby finanziarie italiane ed estere, capeggiate da gruppi di affaristi senza scrupoli, che esercitano pressioni sul sistema bancario e finanziario per influenzare le scelte del governo a favore degli amici e dei compagni  dei ministri.
D’altra parte è stato sempre così, chi ha i soldi decide e comanda. Solo che ultimamente si è superato ogni limite di favoritismi che sta mettendo in pericolo la nostra democrazia.
In effetti Renzi, ogni tanto, fa vedere che alza la voce, ma al di fuori dei confini italiani non conta niente, non è assolutamente uno “statista” che in Europa prendono in considerazione.
Tutto questo è stato possibile grazie anche all’inconsistenza delle forze  di opposizione  che, divise da profonde e interne guerre intestine, hanno permesso a Renzi di impadronirsi dell’Italia, senza il consenso popolare.
Oggi, il nostro “abusivo” premier, ha perso molti consensi iniziali che l’avevano osannato   come il  nuovo “deus ex machina” che avrebbe risolto  tutti i nostri problemi.
A dir la verità, i problemi li ha risolti, ma quelli personali di suo padre e del padre del suo braccio destro, la ministro Boschi e ora anche del compagno dell’altra  ministro Guidi.
Con Renzi la situazione economica italiana non è per niente  migliorata, i  giovani  sono costretti ad emigrare per trovare un posto di lavoro, mentre Renzi sta sistemando tutti i suoi amici nei posti nevralgici dell’amministrazione Italia.
Ma Renzi continua ad  autoelogiarsi  dei suoi inesistenti, ottimi risultati raggiunti in politica estera, sul problema dell’immigrazione, sulla falsa  ripresa economica, sulla buona scuola, sulla sicurezza interna ed altro, ma questa è solo becera propaganda alla sua persona e al suo Partito (anti) Democratico.
Nel nostro bel paese non funziona più niente, basta guardare la rete stradale delle città con buche dappertutto, ma soprattutto ci si sente insicuri  in casa propria.
La piccola criminalità ha preso il sopravvento, la fanno da padroni perché, mentre le forze dell’ordine fanno il loro lavoro arrestandoli, la giustizia italiana li rimette in libertà per assurdi cavilli, in attesa di processo.  E così fanno perdere le loro tracce, continuando a delinquere.
Ma Renzi dove vive?
La realtà, però, è che l’Italia è allo sbando!
Infine  è  nauseante  quando in televisione vediamo il suo esercito  di “pappagalli” parlamentari che   lo esaltano e si compiacciono   per i fittizi   risultati raggiunti dall’attuale governo.
Non ci resta, per il nostro bene, che andare il più presto possibile al voto, è l’unica via d’uscita, per liberarci di ministri affaristi, difesi dal  premier  Renzi e affidarci alle urne  per cercare di  ritornare  una Nazione  vincente  e  rispettata  in Europa.
Aspettare il  termine naturale del 2018  per tornare a votare  è un suicidio politico, economico e sociale per l’Italia.

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Le elezioni USA viste da New York: Non so se voterò

AUGUSTO SORRISO - Fino a qualche settimana fa la campagna elettorale USA poco mi interessava e tantomeno mi entusiasmava, deciso come ero, vista la pochezza dei due candidati , a non andare a votare. Ancora fino ad oggi questa e' la mia propensione  che poi rispecchia il sentimento comune visto che il 60% degli americani ritiene non qualificati i due contendenti.Le ultime vicende elettorali e i media (senza distinzione alcuna) mi hanno cosi' disgustato  per la loro partigianeria e per le bufale che quotidianamente rifilano agli italiani che mi vedo necessitato ad andare controcorrente e a dire la verità' o perlomeno quella che e' a mio parere  la verità' e  la mia personale visione. Tutti i media si lamentano dello scadimento dei dibattiti su vicende personali anche di poco gusto. Bene , anzi male. Ma chi trascina il dibattito su questi livelli se non le rivelazioni di importanti giornali.Provocano il danno ed attribuiscono lo scadimento a Trump.Devo dire che il miliardario in questi mesi aveva evitato personalismi sulla vita privata della Clinton.Per contro la signora sulla richiesta dei misteri delle mail cancellate , problema  che riguarda la sicurezza nazionale, rispondeva con l'accusa sulle tasse di Trump.Il problema e' che Trump, nonostante il suo temperamento, era diventato troppo forte e sul piano politico non si riusciva a smontarlo . Lo scadimento sul personale e su temi che non asseriscono alla politica, non si possono addebitare a Trump. Mi sembra di riveder Berlusconi ed i suoi avversari. Non potendolo attaccare sul piano politico era più' semplice parlare delle sue tasse e delle sue vicende personali (a volte anche poco decorose).Ma veniamo a Trump. L'ipocrisia per quanto riguarda le sue disgraziate affermazioni sule donne regna sovrana. Chi (uomini o donne) non ha trasceso in privato nelle discussioni sull'altro sesso? Ben pochi! Ma quando si tratta degli altri tutti siamo giudici! L'ultima a poter dire una parola su questo argomento dovrebbe poi essere la signora Clinton che ci dice che Trump anche per queste sue affermazioni sessiste non sarebbe idoneo alla Presidenza. Cosa diceva la stessa del marito? Dice di Clinton l' inviata RAI ":Accusato da più' donne" , Clinton non e' "accusato", ma e' stato condannato a risarcimenti milionari e radiato dall'ordine degli avvocati. Da buona moglie Illary lo difendeva attribuendo alle poco di buono che attentavano alla purezza di Bill tutte le colpe.Ai puritani di oggi poi ricorderei che il più' amato dei Presidenti, Kennedy, non era poi tanto restio a comportamenti poco consoni alla Presidenza.Ma attenzione le cose  che dice Trump (da privato) i due mitici Presidenti le facevano alla Casa Bianca. Pur ritenendo inaccettabili queste frasi credo che le capacita' che distinguono un politico debbano essere altre e Kennedy e Clinton ne sono la dimostrazione. Parliamo poi delle tasse di Trump. Che io sappia non credo abbia pendenze col  non tenero fisco americano se non la presentazione in ritardo (consentita dalla legge) dei redditi 2015. La corrispondente della RAI  dice che Trump ha eluso le tasse se cosi' fosse sarebbe quantomeno indagato. Più' semplicemente Trump ha fatto quello che qualsiasi cittadino contribuente fa: ha usufruito degli sgravi che la legge gli consente.Questi sgravi gli hanno consentito di non pagare tasse per due anni, ma per tutti gli altri ha pagato centinaia di milioni ogni anno. Sfido chiunque a comportarsi diversamente.Diverso e' il discorso sul piano politico. A parer mio si presenta come candidato con idee a volte inaccettabili e discutibili altre confuse e poco chiare e giuste sul piano interno  con poca o nessuna esperienza sul piano internazionale con  proposte di  soluzioni oscillanti e contraddittorie..Non meglio pero' si può' dire della tanto osannata Clinton . Sul piano interno(dopo 20 anni di esperienza politica) si pone come innovatrice avendo lei condiviso scelte disgraziate di Obama che ora dice di voler correggere (vedi il fiasco OBAMACARE sulla sanità). Che dire delle divisioni razziali.  e delle condizioni dei diseredati. Quali sono state le proposte in questi anni di presidenza Obama e quali le soluzioni proposte e portate avanti dalla Clinton.Zero! Non parliamo della politica estera. E' stata per quattro anni Segretario di Stato, Se oggi abbiamo crisi in Siria ed in Libia la Clinton ha grossissime responsabilità' Con il " brillante" Sarkozy ed il "mitico" Napolitano e' stata l'artefice della destabilizzazione della Libia.Quanta ragione aveva il deriso e criticato Berlusconi per i suoi rapporti con Gheddafi e per la sua riluttanza ad intervenire militarmente. La Clinton con le sovvenzioni e l'invio di armi ai ribelli Siriani (ISIS in testa) ha provocato il disastro siriano e tutto quello che ne e' conseguito.Per non parlare dell'attentato all'Ambasciata in Libia portando sulla sua coscienza la morte del suo Ambasciatore.Ultima chicca di una donna bugiarda e spregiudicata  la vicenda delle mail cancellate che ad un cittadino normale sarebbe costata la galera,Una cosa dice giusta Trump : sovvenzioniamo i ribelli siriani che combattono un regime tirannico, ma chi ci garantisce che il rimedio sia migliore della malattia. Il rimedio in ogni caso e' costato mezzo milione di morti milioni di profughi ed il potenziamento dell'ISIS.Con le conseguenze per l'Europa che conosciamo.Chi sono e cosa vogliono questi ribelli? Sono meglio di Hassad? Boh! Condannare la Russia per quello che fa in Europa ed in Medio Oriente e privilegiare il rapporto con il regime dispotico dell'Arabia Saudita e' una doppiezza inaccettabile.Si dice e' " realpolitik", ma questa non può' essere a senso unico.Quindi per tornare alle mie riflessioni poco c'e' da appassionarsi. Certamente non voterei mai per la Clinton. Con Trump non so cosa ci aspetta con la Clinton il disastro interno ed internazionale e' assicurato.Una cosa pero' e' vera. Un Presidente come la Clinton anche se provoca mille guerre ci darebbe il favore dei media e quindi dell'opinione pubblica europea. Trump anche se si dimostrasse capace (tutto da vedere) sarebbe sempre il simbolo di una America invadente ed interessata.Obama ne e' l'esempio. ha destabilizzato mezzo mondo , ma rimane un idolo intoccabile. Oggi un canale pro-Clinton, la NBC, ha riportato un sondaggio su come voterebbero gli Small Business Owners (piccoli imprenditori): 51% Trump 25 Clinton 19 indecisi. Si dice (in modo quasi dispregiativo) questa sia la "pancia" dell'America. Chissà  perché  se si vota Berlusconi o Grillo o Salvini e' la "pancia" se si vota Clinton o una sinistra qualsiasi e' il cervello" Deformazioni di media venduti sempre agli stessi: i potenti veri. Una cosa c'e' da dire su questo strano e spesso impresentabile animale  che e' Trump: e' solo contro tutti: contro i democratici, contro le televisioni , contro i giornali, contro il mondo dello spettacolo contro i poteri forti persino contro i repubblicani,eppure ancora oggi tiene testa a tutti ed ha se non il mio voto la mia simpatia.
Non e' Berlusconi e' invece ,con le dovute differenze più' simile a Grillo. E' l'antisistema che fa paura ai politici di mestiere. Se arriva forse non sarà' un buon Presidente (tutto da dimostrare), ma promette di liberaci dai politici faccendieri di Washington. Obama nel 2008 si presento' contro la Clinton come il ripulitore dei potentati che essa rappresentava, purtroppo si e' adeguato troppo presto al sistema di potere ed ora la difende come nessun Presidente uscente ha mai fatto nei confronti di un candidato del suo partito. Lo scadimento più' avvilente e' che la campagna elettorale dei democratici, Obama in testa, non e' per la Clinton ed i suoi programmi, ma contro Trump le sue gaffes e i suoi difetti privati. Segno di debolezza se questo Trump e' cosi' ben poca cosa  come tutti ci vogliono far ingoiare. Lei ha i soldi (una montagna) di tutti i potentati e dovrà' in qualche modo ringraziarli . Lui ha solo speso i suoi (tanti) soldi e' fara' di testa sua e spero si affidi ad uno staff  che abbia i requisiti che gli mancano (e sono tanti). questo attiene alla sua intelligenza (ma questa non gli fa difetto).
Ci sono ancora tre settimane rimango  molto scettico sul mio andare a votare , ma chissà' forse la "pancia" avrà più' forza del "cervello".

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Governi inetti e bombaroli

TORQUATO CARDILLI - Quattro mesi fa scrivevo che gli assassini dell’ISIS non potevano essere considerati alla stregua di rivoltosi rivoluzionari con l’ambizione di dare, dopo l’eliminazione dei Raìs arabi Saddam Hussein e Gheddafi e del principe nero Bin Laden, un nuovo leader e un nuovo futuro ai diseredati del Medio Oriente. Gli atti di terrorismo che avevano colpito Tunisi, Beirut, Cairo, Sharm el Sheikh, Nairobi, Parigi e Bamako avrebbero potuto ripetersi in modo spettacolare a Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee e della Nato[1].
E’ fuor di dubbio che si tratta di fanatici, di esaltati pronti a morire per una causa disonorevole uccidendo alla cieca degli innocenti, ma la carneficina dell’aeroporto di Zaventem e della metropolitana, nel cuore della capitale belga, non è altro che il conto presentato all’Occidente per gli errori politici compiuti negli ultimi trenta anni e sicuramente in modo molto più atroce negli ultimi quindici.
Il disastro dell’autobus che trasportava gli studenti dell’Erasmus in Spagna è stato la metafora dell’atteggiamento dei nostri governi, inetti quando non collusi per interessi economici immondi, solo propensi a tutto pur di mantenere il potere. Da una parte un autista che si addormenta e conduce alla morte tante giovani vite nel fiore degli anni e delle speranze, dall’altra tanti capi di Stato e di Governo europei, dormienti da anni, tutti solo chiacchiere e distintivo, che ripetono lo stanco rito di continui vertici inconcludenti, con la prosopopea di fasulli annunci risolutori, seguiti da codazzi di corrispondenti che non sanno discostarsi dai luoghi comuni per fare un commento serio, mentre centinaia di loro concittadini cadono senza nessuna colpa, falciati dall’odio degli assassini.
Forse che le immagini di una Bruxelles impietrita, terrorizzata non sono le stesse che abbiamo visto tante volte dopo i disastri di Madrid, di Londra, di Parigi, dopo l’eccidio alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo o dopo la carneficina al Bataclan?
Dappertutto in Europa cerimonie di commemorazione e di ipocrita partecipazione, minuti di silenzio in ogni assemblea, anche di condominio, vessilli abbrunati, candele e silenzio di tromba, capi di Governo che si tengono per mano e che mettono un fiore sul selciato insanguinato, lutto nazionale, un profluvio di banalità dichiarate ai quattro venti dalle massime autorità dello Stato. E poi?
Perché tutti questi anni e mesi sono passati senza concrete contromisure? Perché questi governanti, portatori di un meschino interesse di campanile, inetti ed inadatti a far parte di un’Europa comune, non sono mai andati oltre il coro tragico di sdegno per l’orrore e di vuota rivendicazione di superiorità intellettuale e culturale?
E’ opinione comune, anche per i terroristi, che i Servizi di sicurezza europei si siano dimostrati da un bel pezzo inefficaci ed impotenti.
Che fine hanno fatto il superamento dell’infantile gelosia delle varie polizie nazionali, la standardizzazione delle procedure di sicurezza, l’osmosi delle informazioni tra Servizi di intelligence, il registro unico dei passeggeri aerei, l’istituzione di una banca dati (impronte digitali, precedenti ecc.) anti terroristica europea, provvedimenti deliberati addirittura nel 2001?
E’ da allora che l'Europa dice di combattere il terrorismo. Lo ha fatto poco e male. Ha compresso all’interno le libertà dei suoi cittadini rendendo loro difficile la vita quotidiana ed ha utilizzato all’esterno lo strumento più inappropriato e controproducente: le bombe. Dopo l'attentato alle torri gemelle di New York, l’Europa è entrata nella spirale di guerra innescata dagli Stati Uniti prima contro Saddam Hussein, poi contro Bin Laden e i Talebani in Afghanistan, seminando morte e distruzione ovunque, con centinaia di migliaia di vittime civili, ipocritamente definite danni collaterali di un’operazione volta al ristabilimento della pace e della sicurezza. Sicurezza di chi? Capita l’ipocrisia di non chiamarla guerra, ma operazione di polizia?
Dal 2008 l’Europa è sprofondata in una crisi economica spaventosa, originata anche questa da oltre Atlantico, che ha ridotto sul lastrico milioni di famiglie. Dal 2011, perdurando la crisi, dopo aver abbattuto Gheddafi e fomentato una ribellione anti Assad in Siria è stata sottoposta ad una pressione di profughi e immigrati economici senza precedenti, conseguenza dei suoi errori politici e motivo acceleratore di un terrorismo cieco che ha fatto oltre 500 vittime civili più qualche migliaio di feriti e mutilati, senza che nessun leader europeo abbia progettato un piano serio per debellare questa pestilenza.
Sui confini europei si è riversato un flusso ininterrotto di uomini, donne e bambini, imponente certo, ma gestibile se fosse stata fatta una seria lotta ai trafficanti di disperati, se fosse stata applicata l’equità nella suddivisione degli oneri, se fosse stata adottata una concreta misura di imposizione del rispetto della legge, se si fosse scelta la via dell’affidamento dei lavori socialmente utili in cambio della sussistenza invece di far ingrassare i profittatori dell’emergenza e tenere migliaia di immigrati nell’ozio.
Chi non ricorda, al di là dei richiami retorici di Sarkozy e della Le Pen, la gravità delle parole di Hollande subito dopo il Bataclan "noi siamo in guerra?". Come in guerra? Contro chi? Con quale strategia? Con quali strumenti? Andando a bombardare a casaccio in Siria e in Iraq?
Questi governanti, che con l’intento di salvare le apparenze hanno solo fatto ingrossare i portafogli delle fabbriche di armi e bombe, si sono resi conto che si tratta di una guerra asimmetrica e non convenzionale, in cui sono saltati tutti gli schemi del passato? Da una parte fanatici assetati di sangue, fautori di morte e dall’altra l’Occidente cultore della vita, del benessere, degli agi, dell’accaparramento economico. Tornano in mente gli errori strategici della I guerra mondiale in cui migliaia di soldati venivano mandati inutilmente a morire contro i reticolati da uno Stato maggiore formato alla scuola del secolo precedente, o della II guerra mondiale tipo Linea Maginot, ritenuta invalicabile e invece abilmente scavalcata dai paracadutisti tedeschi.
A Bruxelles, nel giro di pochi mesi dopo le stragi di Parigi, l’organizzazione terroristica ha invece dato prova di una capacità di offesa di gran lunga superiore alle pompose affermazioni ed alle deboli misure adottate per prevenirla, ha dimostrato di avere una struttura solida e ben radicata nel territorio che gli fornisce supporto e protezione, diretta da un Quartier Generale all'estero che dispone di ingenti risorse finanziarie e tecnologiche.
Allora proviamo a fare luce e mettere in ordine i due pilastri essenziali della questione: luoghi e mezzi.
Perché il Belgio? Perché è il paese che ospita la capitale simbolica dell’Unione, sede del parlamento europeo, della Commissione, del Quartiere Generale della Nato, che per dimensioni geografiche consente a chiunque di attraversarlo liberamente in lungo e in largo in appena due ore con una semplice utilitaria e incastrato tra Francia e Germania permette ai terroristi di spostarsi da una nazione all’altra senza alcun controllo e di mimetizzarsi facilmente. Perché nel quartiere Molenbeek? Perché rappresenta una città nella città, un buco nero con la più alta concentrazione jihadista in Europa, con una popolazione di circa 80.000 abitanti di cui quasi il 40% di origine magrebina e musulmana, un buon 25% emarginati e disoccupati, brodo di cultura della radicalizzazione, centro di irradiazione del fanatismo wahhabita.
A dispetto delle frasi da farsa del tipo “non ci faremo intimidire” oppure “il nostro coraggio è superiore alla loro viltà” oppure “non abdichiamo ai nostri valori” si può dire che in questo scontro l’Europa è già stata sconfitta. Deliberatamente o inconsciamente i nostri governanti non si sono posta la domanda di quali risorse disponga il terrorismo e da chi esso sia finanziato e sostenuto.
E qui si apre il capitolo più difficile e gravido di responsabilità politiche dei governi occidentali.
Perché si è fatto finta di ignorare che a Washington si riteneva che la nascita dello Stato islamico fosse un male minore pur di eliminare dalla scena il presidente siriano Assad e porre un argine all’espansionismo sciita iraniano, con grande soddisfazione di Israele che ha visto nella disgregazione dell’Iraq e della Siria la possibilità dello smembramento di tutta l’area mesopotamica in uno stato curdo, uno sunnita, uno sciita e il continuo dissanguamento di chi favoriva (Iran) o combatteva (Arabia Saudita) gli sciiti nello Yemen?
Perché non si è considerato che tutto questo indebolimento statuale arabo era funzionale alla sicurezza di Israele, che nella tragedia non ha mosso un dito, né un alito di voce, sentendosi garantita per il possesso del Golan siriano e per l’isolamento dell’autorità palestinese e di quella di Gaza con l’acquiescenza dell’Egitto?
Perché tutti i Servizi di intelligence occidentali e arabi dalla CIA (Stati Uniti) al Mossad (Israele), dalla DGSM (Francia) al MI5 (Inghilterra), dall’AISE (Italia) al BND (Germania), dal CNI (Spagna) al MIT (Turchia), e ai vari servizi dei Mukhabarat della penisola arabica e dell’Egitto non hanno fatto nulla per impedire la crescita dell’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi, già prigioniero degli americani a Camp Bucca in Iraq e, una volta liberato, entrato in affari con il senatore Mac Cain? Perché non denunciare il silenzio e l’inazione dei Servizi segreti che hanno permesso per quattro anni allo Stato Islamico di comprare nel mercato clandestino sofisticati mezzi di comunicazione, centinaia di fuoristrada jeep e toyota 4x4, assieme alla logistica necessaria per una guerra di movimento dalla Siria alla Libia di un esercito di 80.000 militanti e soprattutto armi pesanti corredate da ingenti quantità di munizioni con pagamenti in contanti attraverso le banche del Qatar e della Turchia che amministravano e movimentavano centinaia di milioni di dollari donati da teste di legno delle monarchie dei paesi del Golfo?
Perché la Francia aveva considerato il primo migliaio di francesi arruolati nelle file dell’ISIS in funzione anti Assad come “combattenti  per la liberta”? Perché i governi europei (compreso il nostro che ha pagato il riscatto, negato da Gentiloni, di una decina di milioni di dollari ai ribelli siriani per la liberazione delle due volontarie rapite Ramelli e Marzullo) hanno agito nascostamente pur di far cadere il governo del presidente, Bashar al-Assad, senza avere un piano politico per il dopo?
In realtà in Siria i Servizi segreti occidentali hanno ripetuto lo stesso errore commesso dalla CIA in Libia, in cui fu trucidato l’ambasciatore americano Stevens, che credeva di poter manipolare i capi delle varie Qabile che riacquistavano autonomia e potere dopo l’uccisione di Gheddafi.
Perché è stato permesso alla Turchia, pilastro della Nato in quello scacchiere di avere un confine colabrodo con la Siria e acquistare di contrabbando milioni di tonnellate di petrolio a prezzi stracciati dall’ISIS fino a quando è intervenuta bruscamente la Russia a stroncare questi traffici?
Fino a che punto il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, convinti di poter manovrare una forza militare sunnita capace di abbattere il regime siriano di Bashar al-Assad, sono responsabili delle atrocità dell’ISIS? Perché la CIA non ha fatto quello che avrebbe potuto, pur sapendo che l’ISIS era diventato sempre più incontrollabile e che aveva emarginato il libero esercito siriano ribellatosi a Assad?
E quale il ruolo dell’Egitto di al Sissi che ha imbrigliato violentemente il partito confessionale del deposto presidente al Morsi ed allo stesso tempo fornito garanzie a Israele contro Hamas e al generale Haftar a Tobruk contro i tripolini?
La risposta a tutte queste domande è che lo Stato Islamico senza l’acquiescenza dei Servizi segreti occidentali ed arabi, senza l’appoggio politico degli Stati Uniti  e, soprattutto, senza i petrodollari dell’Arabia Saudita, del  Qatar ed altri Emirati, non sarebbe mai nato.
Per capirlo basta citare due esempi.
Dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990, in 48 ore gli USA e i paesi della NATO decisero di bloccare ovunque tutti i conti correnti dell’Iraq e sequestrane tutti i beni all’estero e partecipazioni azionarie.
Perché un’identica decisione non è stata adottata subito dopo le drammatiche decapitazioni eseguite dall’ISIS, o subito dopo i primi attentati nelle città europee stanando i finanziatori, impedendo qualsiasi movimento di capitali, imponendo dure sanzioni a chiunque fornisse qualsiasi tipo di supporto all’ISIS fino ad arrivare alla sospensione di rapporti economici, commerciali, diplomatici?
E ancora. Nel 2000 il presidente peruviano Fujimori stava per vendere alle FARC colombiane quattro ferri vecchi lanciamissili di fabbricazione sovietica armati con missili anti-aerei di prima generazione. La CIA in poco tempo organizzò una spettacolare operazione lampo per arrestare lo stesso presidente Fujmori, come aveva fatto con il presidente di Panama Noriega, già a loro libro-paga fin dai primi anni settanta e poi arrestato, deportato negli USA e condannato a 40 anni di prigione.
Dunque è impossibile credere che la Casa Bianca, il Pentagono e la CIA, nonché tutti i Servizi segreti e i governi occidentali non si fossero accorti che lo Stato Islamico, aveva fatto, grazie al loro “laissez faire” il salto qualitativo per passare da piccole azioni di disturbo al terrorismo estremo ed alla guerra totale.

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NO al Referendum di Renzi il Vendifrottole

Da Zurigo intervento nel dibattito sul Referendum
GERARDO PETTA - Non se ne può più di questo governo  Renzi che prima dice una cosa e poi si rimangia tutto,  cambiando idea secondo  quello che  fa più comodo a lui o ai poteri forti che lo sostengono. Ormai l’Italia è diventata   una marionetta  nelle mani  di gente che non ci mette la faccia e specula sul popolo, e sullo scenario internazionale non veniamo  più ascoltati da  nessuno: contiamo come il due di coppe, quando la briscola è a denari.
La Riforma Costituzionale partorita da  Renzi, insieme alla figlia del banchiere Boschi e all’ex comunista Napolitano, è un pastrocchio che non semplifica il funzionamento della macchina dello Stato, bensì  ne riduce addirittura  la sovranità popolare. E questo non lo dice solo l’opposizione, ma anche una buona parte della sinistra… tutti a parte il PD! È una riforma che non serve proprio a niente e mette a rischio quel poco di buono che ci è rimasto!
La data del referendum non è stata ancora fissata e questo la dice lunga sull’opportunismo dell’attuale governo; il prossimo 04 ottobre la Consulta deciderà se approvare o bocciare "l’Italicum", la nuova legge elettorale,  in particolar modo su alcuni punti come l’incostituzionalità del premio di maggioranza o la mancanza di una soglia minima per il ballottaggio.
Siamo nel caos  totale, non si capisce  cosa succederà o come si andrà avanti in Italia; la disoccupazione e  le tasse  non stanno diminuendo, i giovani e intere famiglie sono costretti ad andare all’estero, mentre gli immigrati ci stanno invadendo,  ma il governo Renzi  parla di segnali positivi. Il premier si sta dimostrando solo un "raccontaballe" ed è inviso a molti esponenti della sua stessa maggioranza, che purtroppo alla fine non hanno il coraggio di mandarlo a casa, perché perderebbero la poltrona di parlamentare. Ed è  proprio grazie a questo dettaglio  che Renzi continua a restare in sella al suo governo,  insieme ai suoi amici che ha piazzato nei posti nevralgici della macchina amministrativa  dello Stato. Non  per ultimo alla Rai, dove ha completato il puzzle dei suoi uomini,  in modo che non lo si potrà  criticare in nessun modo.
Mi  sembra quasi di vivere  a Cuba dove i Castro, a parte  la  riapertura  dell’Ambasciata Americana all’Avana, non hanno  cambiato niente, continuando ad  arrestare e imprigionare i dissidenti. Forse tra poco sarà così anche in Italia, in quanto Renzi, grazie ai nuovi responsabili dei Tg, ha fatto rimuovere i giornalisti scomodi, ma in futuro, chi lo sa?, potrebbe anche condannare chi si permettesse di criticare il suo operato di "vendifrottole". Con il nuovo sistema elettorale dell’Italicum chi vince otterrà  il premio di maggioranza con cui potrà governare senza intoppi per 5 anni e cambiare tutte le leggi che desidera. Il premier diventerebbe quasi una specie di dittatore. Infatti il nuovo Parlamento sarebbe formato da soggetti per  2/3 non eletti dal popolo, bensì  nominati dai partiti con i capolista bloccati. Quindi l’Italicum alla fine non è tanto diverso dal precedente sistema elettorale  il "Porcellum",  dichiarato tra l’altro  incostituzionale.
 Pertanto si è perso  tempo, per non cambiare nulla!
Inoltre  i tanti pubblicizzati  risparmi con il nuovo Senato non retribuito, formato da consiglieri regionali e sindaci, sono ridicoli. In pratica si aggirano su scarsi 50 milioni di Euro, ma poi comunque questi nuovi senatori hanno diritto a un rimborso spesa per recarsi a Roma e   bisogna infine  continuare a pagare il fitto di Palazzo Madama, con tutti i suoi dipendenti, dove l’usciere seguirà a percepire circa Euro 10'000 al mese.
E allora non prendiamoci in giro! Era meglio lasciare tutto come prima o eliminare, se si voleva veramente risparmiare,  del tutto il Senato.
Il bicameralismo in questo modo  non viene davvero superato, come dice il governo, bensì reso più confuso creando di sicuro conflitti di competenza tra Stato e Regioni e tra Camera e nuovo Senato.
Perciò, senza parlare di colore politico di appartenenza, considero questa Riforma Costituzionale non idonea a un paese come l’Italia. La Costituzione rappresenta  le fondamenta su cui  poggia una nazione ed è necessario che alla sua compilazione o alle sue  modifiche partecipino tutte le forze politiche e non come è successo nell’attuale Riforma solo le forze di maggioranza. Altrimenti dobbiamo parlare, come ho accennato precedentemente, di riforma alla cubana o alla bulgara.
L’Italia merita di più  e non l’attuale, pessima Riforma che   permetterà  solo, al furbetto di turno, di poter governare in modo assoluto, senza possibilità di essere messo in discussione dall’opposizione.
Allora votiamo NO, NO e di nuovo NO per correggere, modificare  e integrare tutti insieme questa Riforma Costituzionale che dovrà rappresentare il nostro futuro e soprattutto migliorare la macchina amministrativa dello Stato italiano.

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La solita piroetta buffonesca

TORQUATO CARDILLI - Non sono bastati gli inciampi, le giravolte, le bugie, i falsi annunci, le gaffes, le manifestazioni di abuso di potere, l'umiliazione del parlamento, la torsione delle regole, lo stravolgimento della Costituzione. Non è bastata la promessa non mantenuta di pagamento dei debiti dello Stato entro settembre 2014 o quella sulla legge sul conflitto di interessi, o la violazione del principio di fedeltà allo Stato, punita dal codice penale [1] nella vicenda del trattato con la Francia[2]. C’è voluta anche la prova regina della dimensione buffonesca del premier in una trasmissione televisiva della domenica pomeriggio, seguita dalla pletora di poveretti rimbambiti dallo stile Mediaset, per riempire il vaso dell’indignazione del popolo italiano.
Per annunciare quale sia la direzione di politica estera dell’Italia il premier, anziché andare in Parlamento, dove sarebbe stato crocifisso dalle opposizioni per l’inadeguatezza mostrata dall’intero Governo e dai Servizi di spionaggio e controspionaggio nell’affrontare la grave crisi siriana, quella dei profughi, quella libica e degli italiani sequestrati, sia dal punto di vista diplomatico che da quello militare o semplicemente migratorio, ha preferito una poltrona senza contraddittorio dalla quale poteva dire quello che voleva. Non un gesto di pietà per gli italiani morti ammazzati, ma solo frivoli atteggiamenti da guitto. Il tutto nel giorno del triste anniversario dell’uccisione del funzionario dei nostri Servizi, Calipari, mandato in missione in Iraq per liberare una giornalista italiana sequestrata, e fulminato 11 anni fa dalla raffica di mitra di un soldato americano.
In un’atmosfera eccessivamente informale alla Fonzie, (è arrivato a scambiarsi un bacio equivoco e a darsi amorevolmente del tu con la conduttrice e poi a trasformarsi in presentatore di una cantante), Renzi ha dimenticato che la coscienza della nazione italiana è rimasta profondamente scossa dall’assassinio di Regeni al Cairo, dalla ingiusta detenzione da 4 anni di due marò in India, e dalla triste vicenda degli ostaggi in Libia di cui solo due sono riusciti a liberarsi. Renzi ha offeso quanti hanno vissuto la drammaticità di quegli eventi, la sensibilità dei parenti delle vittime, le sofferenze patite dai sopravvissuti.
Dopo una invereconda litania sui presunti successi vantati dal suo Governo, che invece è nudo e impreparato ad affrontare problemi complessi, ecco l’ennesima piroetta all’italiana sul tema, troppo spesso evocato a vanvera dai suoi colleghi di gabinetto e dall’alleato americano, di un eventuale intervento militare dell’Italia.
Affermando che mandare 5.000 uomini in armi in Libia non è un video gioco (pratica per lui congeniale come da partita alla play station con Orfini finita in rete) Renzi ha chiarito che “la missione militare italiana in Libia non è all’ordine del giorno perché la prima cosa da fare è che ci sia un governo che sia solido, anzi strasolido, e abbia la possibilità di richiedere un intervento della comunità internazionale e non ci faccia rifare gli errori del passato. Con cinquemila uomini a fare l’invasione della Libia l’Italia, con me presidente, non ci va”.
Decisione giusta e prudente, che non si può non condividere, ma che è in totale contraddizione, una vera capriola, con quanto da lui stesso proclamato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York lo scorso settembre e poi ripetuto al presidente americano Obama: l’Italia rivendicava il suo ruolo di primo attore nel Mediterraneo e il diritto di guidare una coalizione internazionale in Libia. Al che la Ministra della difesa Pinotti, in più di un’occasione, aveva dichiarato che l’Italia era pronta all’intervento con 5.000 uomini, mentre, da par suo, il Ministro degli esteri Gentiloni aveva fatto sapere alla nostra opinione pubblica che l’Italia doveva evitare che la Libia precipitasse nel caos. Ma come? Dopo tutto quello che è stato fatto dagli europei e dagli americani cinque anni fa nel disarticolarne le strutture, nello smantellarne l’organizzazione statale, nel disgregarne il tessuto sociale, l’industria, il commercio ecc. Gentiloni parla ancora di evitare il precipizio? Ma dove è stato fino ad ora? E dove sono stati i suoi consiglieri?
Dal Pentagono, attraverso la dichiarazione del ministro della difesa Ashton Carter secondo cui “l’Italia si è offerta di prendere la guida dell’intervento in Libia e noi l’appoggeremo con forza”era arrivato nel modo più esplicito, qualche settimana fa, l’invito all’Italia a mettersi l’elmetto in testa.
Ma i nostri annunci non erano altro che il solito bluff all’italiana, platealmente chiamato dall’ambasciatore americano a Roma Phillips che, ripetendo la posizione del suo ministro, ha fatto alla stampa una dichiarazione dal seguente tenore: visto che l’Italia ha chiesto di poter guidare la spedizione in Libia noi l’appoggiamo e la invitiamo a schierare sul campo i 5000 soldati di cui si è parlato.
Il contrordine compagni ha risuonato nell’aula del Senato, nonostante l’interventismo del solito Napolitano (quello, per intenderci, che appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria) dove Gentiloni ha negato, come fatto in passato, che sia stato pagato un riscatto per i sequestrati in Libia, aggiungendo che la vicenda ha ancora tanti punti oscuri e che l’Italia non si farà trascinare in un’avventura senza che ci sia una richiesta esplicita di intervento da parte del governo libico.
Ancora non si sa se questa dichiarazione italiana di attendere un esplicito invito ad intervenire da parte di un governo di unità nazionale libico sia un suggerimento dei nostri vertici militari, che sanno che non sarà una passeggiata, oppure se sia una deviazione in corner del nostro premier per sottrarsi ad un impegno rivendicato, ma una cosa è certa: un governo libico democratico di unità nazionale non ci sarà mai. Chi conosce le tradizioni, la storia, la mentalità tribale e settaria della Libia sa che, fino a quando una delle fazioni in campo non riuscirà a prevalere per forza sua, o per sostegno di forze straniere, sulle altre componenti della galassia politico-militare libica, annichilendole (debellatio) e mettendo a tacere la logica dei poteri tribali, delle cosche mafiose, degli integralismi religiosi, non ci potrà essere alcuna stabilità. E a corroborare questa interpretazione basta la dichiarazione del ministro degli esteri del governo di Tripoli, in antitesi a quello di Bengasi, che ha rifiutato esplicitamente la presenza sul suo territorio di soldati stranieri, tanto meno italiani, ancora visti, per gli effetti della quarantennale propaganda ipernazionalista gheddafiana, come il simbolo dell’oppressione coloniale.
Sono passate solo poche ore dalla performance televisiva di Renzi ed ecco che a Venezia si è svolto il vertice bilaterale italo-francese. Nell'incontro a due con Hollande un’altra piroetta. Renzi ha detto che il tempo stringe e che occorre decidere per la Libia prima che sia troppo tardi, anche perché gli americani hanno già stilato una lista di 40 obiettivi strategici, economici e militari da bombardare con i loro droni e missili.
In Mediterraneo, a far compagnia alla fregata egiziana missilistica “Tahya Misr” (Viva l’Egitto), ceduta di recente dai francesi insieme a 24 cacciabombardieri Rafale ed equipaggiata di siluri, cannoni e di un sistema missilistico antiaereo e antimissilistico, si avvicina la portaerei nucleare francese Charles De Gaulle. Sembra che Francia e Italia, i due paesi di recente visitati dal dittatore al Sissi[3], si preparino con l’Egitto, sotto copertura radar USA, alla spallata in Libia. L’offensiva sarebbe stata concordata per fine aprile-maggio mandando in soffitta ogni velleità di far luce sull’assassinio di Regeni e sul riscatto dell’onore, così brutalmente umiliato dalle bugie, dai depistaggi, dalle prese in giro della magistratura e dalla polizia egiziana.
Il piano studiato a tavolino ha già visto, da alcune settimane, la dislocazione sul terreno di parà e di unità speciali francesi, soprattutto tra Bengasi e Tobruk, nel territorio sotto il controllo del generale libico filoamericano Haftar, stretto alleato degli egiziani. Per questo anche il nostro Presidente del Consiglio ha firmato alla chetichella, senza discuterne o informarne il Parlamento, con l’ammiccamento del compiacente Copasir, un ordine esecutivo segretato che spedisce in Libia parecchie decine di agenti speciali sotto copertura, con compiti di preparazione sul terreno delle attività del piano di guerra, agli ordini di un Capo dei Servizi che è stato sempre al calduccio in posti di potere, senza aver mai respirato la polvere della trincea o averne patito i disagi.
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[1] art. 264 del codice penale: “Chiunque, incaricato dal Governo italiano di trattare all’estero affari di Stato, si rende infedele al mandato, è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all’interesse nazionale, con la reclusione fino a cinque anni”.
[2]  Vedi articoli “Tradimento” del 19.2.2016 e “Il prezzo del tradimento” del 21.2.2016
[3]  Vedi articolo “Il tiranno d’Egitto” del 14.2.2016

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La faccia nascosta di Hillary

ANGELO PARATICO - La stampa di tutto il mondo aveva anticipato alcuni passi del libro di Dolly Kyle - una signora che è stata confidente, amica, amante di William Jefferson (Bill) Clinton - intitolato ‘Hillary. The Other Woman.’ L’ho ricevuto ieri, fresco di stampa e mi sono buttato a leggerlo.
La dedica è per ‘tutti coloro che hanno sofferto abusi sessuali e violenza carnale’. L’autrice sa bene di cosa parla, essendo stata violentata nel 1964 da un amico di Bill, a 16 anni. L’introduzione è di David P. Shippers, che fu pubblico ministero nel comitato parlamentare per l’impeachment di Bill Clinton. Questa è la sua chiusa: “La potenzialità del ‘vota per uno e prendi due’ è ciò che rende questo libro un testo che va assolutamente letto da ogni cittadino che intenda votare a novembre e che tenga al risultato finale. Né i Clinton né il vasto golfo dei loro sostenitori apprezzeranno quanto leggeranno qui; sicuramente monteranno la loro solita campagna di menzogne, mezze verità e attacchi personali nei confronti dell’autrice, Dolly Kyle. Facciano pure. Non c’è dubbio nella mia mente che ogni affermazione riportata in questo libro è assolutamente veritiera e precisa.”
L’immagine di Hillary che emerge da quest’opera ricorda un po’ Cesare Borgia visto dal Machiavelli, ma in versione femminile: una donna spietata, bugiarda, miscredente, vendicativa, determinata. Eppure pensiamo che, fin quando i suoi interessi personali collimeranno con gli interessi degli Stati Uniti, pur abusando e calpestando le leggi, farà crescere la nazione americana e, una volta morta, potrà sedere nel Walhalla a fianco di Giulio Cesare, Gengis Khan e Adolf Hitler. Bill, suo marito, come Pier Soderini, verrà respinto all’entrata, al grido: “Ch’inferno anima sciocca? Va’ su nel limbo fra gli altri bambini.”
Dolly e Bill si conobbero quando lui aveva 14 anni e lei 12: fu un ‘colpo di fulmine’ come dice l’autrice in italiano, essendo italiana per parte di madre. Lei era una ragazzina di buona famiglia, studiosissima, pianista di valore e Bill, affascinato, cominciò a chiamarla ‘pretty girl’ bella bambina. Oggi è una bella signora bionda dagli occhi azzurri, scrittrice e avvocato di successo e molto impegnata nel sociale, offrendo assistenza legale gratuita ai poveri.
Dolly Kyle in tutti questi anni non è stata solo una partner di Bill, ma lo ha amato d’un amore materno e, nonostante tutto, lo ama ancora, pur ritenendolo un pervertito sessuale, traumatizzato dalle sue esperienze infantili e bisognoso di assistenza psichiatrica. È cosa nota e accettata che chi subisce abusi durante l’infanzia diventa spesso a sua volta uno che abusa gli altri, qualora non vengono sciolti tutti quei nodi che si porta nella propria mente inconscia. Non si tratta di una biografia, né di un testo scandalistico bensì di un memorandum politico e di un concentrato d’odio rivolto verso una donna: Hillary Rodham Clinton, vista come la personificazione del demonio e descritta, dopo che Bill gliela presentò fuori da un aeroporto, come fisicamente rivoltante, malvestita, maleodorante e coperta di peluria, anche se da quel giorno lontano, dobbiamo ammetterlo, si è data da fare con cerette, sarti e profumi.  Già alla fine degli anni ottanta Bill ammise in sua presenza di aver fatto sesso con circa duemila ragazze, spesso minorenni e senza preservativo e, un fatto che l’autrice non conosceva, in qualche caso ricorrendo allo stupro. A Hillary della protezione in gomma sul pene del marito importa poco, perché fecero sesso solo per dovere al fine di generare Chelsea e presentare all’elettorato una immagine di normale famiglia americana.
I giovani ignorano molti dei nomi e dei casi che videro coinvolto Bill e solo chi ha una certa età, come chi scrive, ricordano vecchie storie che stranamente oggi non vengono più rivangate: come il caso di Juanita Broaddrick, che nel 1978 fu ripetutamente violentata dal giovane governatore dell’Arkansas, Bill Clinton. I Clinton hanno usato egregiamente i media perché oggi la maggior parte delle persone ricordano solo Monica Lewinsky, ma Gennifer Flowers, Paula Corbin Jones, Marla Crider, Linda Tripp, Kathleen Willey, Sally Miller Perdue, Elisabeth Ward Gracen, Bobbie Ann Williams, Lencola Sullivan, Beth Coulson e tante altre sono state completamente dimenticate. Le vittime innominate furono certamente molte di più, soprattutto fra le giovani studentesse che ebbero Bill Clinton come docente di Legge presso l’Università dell’Arkansas. Quando scoppiavano le grane, Bill si ritirava con l’atteggiamento di quel cacciatore che si difese dicendo: “Ho dovuto farlo, l’anatra ha sparato per prima” e poi lasciava a Hillary il lavoro sporco di pulire e spegnere la luce.
Kyle e Bill si sono visti e sentiti per decenni, sino a quando Bill vinse le elezioni presidenziali nel 1992. Il nomignolo che i due davano a Hillary era ‘la Guardiana’ perché il suo compito fu sempre quello di sistemare i guai che suo marito combinava usando la parte del corpo che va dalla cintola in giù: lei s’occupava di rimettere i cocci insieme, negando le asserzioni delle vittime, pagandole, minacciandole, ridicolizzandole e se questo non bastava, scatenando contro di loro una vera e proprio campagna denigratoria. Usava abitualmente dei detective privati che aveva assunto, non per aver prove della conclamata infedeltà di Bill, ma per contenere e neutralizzare le sue vittime.
Hillary viene descritta come una bugiarda patologica e seriale che crede alle proprie storie a tal punto che potrebbe passare un test alla macchina della verità. Epiche certe sue menzogne, come quella di essere stata fatta oggetto di tiro dai cecchini una volta atterrata in Bosnia, una storia che raccontò varie volte condita in molte salse, fin quando fu dimostrato che era una sua fantasia, come lo erano tutte le balle che raccontò sulla vicenda di Bengazi o il fatto che il padre la chiamò Hillary in onore del conquistatore dell’Everest: smise di dirlo solo quando le mostrarono che lei era nata sei anni prima di quell’epica ascesa. Ama ripetere di aver sempre avuto a cuore il tema femminile nel proprio paese, quando in realtà ha sempre avuto a cuore la soppressione degli abusi fatti dal marito sulle donne.
Scrive l’autrice: “È ironico che Hillary possa intimidire e minacciare le vittime del marito ma è incapace di gestire una vera guerra, perché non è una donna adulta e matura con il carattere e la moralità sufficiente per prendere delle importanti decisioni basate su giudizi oggettivi. Questa mancanza non è accettabile per un comandante in capo delle forze armate con un dito sul grilletto atomico...Non possiede una base morale ma possiede solo interesse personale e una forte sete di potere. Questo è l’incubo ricorrente di Hillary derivante dalla propria incapacità di affrontare gli abusi di suo padre durante la propria infanzia...deve mentire anche quando non ce n’è bisogno, come risposta automatica. Non si sente mai ‘buona abbastanza’ per gli standard del suo defunto genitore, quindi continuerà a mentire, a costruire balle, riscrivere la storia, vista attraverso le spesse lenti delle sue deficienze. Continuerà ad attaccare ogni donna, o uomo che avrà la forza di contrastarla. Hillary ha incontrato la sua perfetta metà in Bill Clinton, un uomo emotivamente e psicologicamente guasto.”
Che effetto avrà questo libro sull’elettorato, ci chiediamo? Nessuno, zero. Perché i Clinton non la quereleranno. L’autrice possiede lettere, foto anche nastri registrati e dunque la sua posizione è inattaccabile. I media dopo aver accennato alla storia delle sue duemila donne, la ignoreranno, oppure vi faranno degli accenni obliqui mettendo in dubbio la sua credibilità e dicendo che è una che sta dalla parte di Donald Trump. Ecco, Trump.  Dopo la vergognosa uscita di scena di un uomo perbene come Bernie Sanders, Hillary è invulnerabile, e il suo motto potrebbe essere simile a quello adottato da Cesare Borgia: “Aut Hillary, aut nihil".

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FIDARSI E’ BENE, MA…

TORQUATO CARDILLI - E’ passata una settimana da quando Renzi ha dato a vedere di aver preso cappello perché è stato reso di pubblico dominio il fatto che gli americani avevano intercettato nel 2011 le conversazioni di Berlusconi. Non per la persona in sé, i cui colloqui telefonici non andavano al di là di qualche barzelletta, o favore alle sue aziende, o appuntamento per una “cena elegante” con seguito di bunga bunga, o qualche intesa con i suoi avvocati per abbreviare i tempi di prescrizione ecc., ma perché si trattava pur sempre del Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia, paese alleato che, per oltre mezzo secolo, ha costituito la base per eccellenza della Nato, la prima linea contro l’URSS e il patto di Varsavia, paese talmente fedele da rimandare subito liberi a casa i militari responsabili della tragedia del Cermis e da indurre i suoi Presidenti a graziare gli spioni condannati per sequestro di persona.
Figuriamoci se gli americani, che hanno sempre spiano i russi, che sono stati scoperti a riservare lo stesso trattamento al primo ministro giapponese Abe, al presidente francese Hollande e alla cancelliera Merkel, non avessero ascoltato, come un gioco da ragazzi, anche le conversazioni di Berlusconi, descritto dall’incaricato d’affari a Roma, in un dispaccio diretto a Washington e reso pubblico dalla gola profonda di wiki leaks, come persona assonnata, che non dorme abbastanza di notte, che non segue una conversazione per più di 5 minuti.
La richiesta di chiarimenti da parte del Ministro degli Esteri Gentiloni all’ambasciatore americano a Roma Phillips (di origini italiane) lascia il tempo che trova, poco più di una sceneggiata, buona solo per qualche velina da telegiornale, così come l’intervento della ministra Boschi che, durante il question time alla Camera, ha definito inaccettabili le intercettazioni subite da Berlusconi. Qualcuno ha azzardato che la ministra avesse scippato la funzione al Sottosegretario delegato alla sicurezza, ma forse a palazzo Chigi si è ragionato che Minniti, veterano in quel posto, ricoperto anche in precedenti governi, avendo in passato negato lo spionaggio americano, non sarebbe stato abbastanza credibile.
Ingenui o in malafede? Il nostro Presidente del Consiglio e i suoi ministri, insieme agli apparati di sicurezza che gli gravitano attorno, si mostrano sorpresi e indignati! Nessuno che si sia mai avveduto di nulla!
Renzi ha dovuto esibire uno scatto d’ira per nascondere tutta la sua vergogna e l’umiliazione, non solo per le intercettazioni di Berlusconi, ma anche per quelle di Monti, Letta e per le sue di cui sono già pieni gli archivi informatici della NSA.  Quasi quasi verrebbe voglia di sostenerlo nella decisione di affidare la sicurezza informatica a persona di sua esclusiva fiducia.
Porsi la domanda se i nostri Servizi di spionaggio e controspionaggio fossero al corrente o meno della pratica è del tutto inutile: se lo sono stati avrebbero dovuto impedirlo con ogni mezzo, magari obbligando il Capo del Governo al mutismo più assoluto o a inviare messaggi tramite pizzini con l’obbligo di distruzione dopo la lettura da parte del destinatario come fanno i mafiosi e se non l’hanno impedito erano collusi con lo straniero; viceversa se non lo sapevano è la prova che sono inefficaci anche se molto costosi.
Quale che sia la verità, il succo della questione, come ribadito dal portavoce del Dipartimento di Stato americano Turner è che gli americani per ragioni di sicurezza nazionale intercettano a loro insindacabile giudizio tutti, amici e nemici, alleati e affini.
Gli americani sono molto pragmatici. Valutano amici o nemici non in base alla condivisione di principi e di valori, al rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali, ma a seconda delle convenienze del momento in una permanente guerra fredda volta alla supremazia politica, militare, economica, finanziaria, commerciale e dal grado di accettazione di questa visione da parte degli uomini di governo stranieri.
Il fatto che la Procura della repubblica di Roma abbia aperto un fascicolo, per ora solo ai fini di vederci chiaro su quanto accadde nel 2011 che portò al defenestramento di Berlusconi da palazzo Chigi, è già di per sé indicativo che c’è qualcosa di più di un semplice “rumor”.
Per questo ormai Renzi si sente completamente assediato sia all’interno del suo partito, sia dall’opposizione del M5S, dai mastini dell’Unione Europea, Juncker, Shultz, Tusk, Hollande e la Merkel, con cui ha scambiato più di un battibecco, e dagli spioni stranieri. Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio diceva un vecchio adagio.
Dunque guarda tutti con sospetto, rifiuta persino di utilizzare il telefonino messogli a disposizione dai nostri Sevizi e mette il segreto su tutti gli atti come i verbali del Consiglio dei Ministri o il contratto di leasing del nuovo super airbus da 40  mila euro al giorno!.
Già aveva avvertito fastidio per la polemica risalente all’anno scorso sulle sue telefonate con il generale della guardia di Finanza Adinolfi (ora in pensione) che si permetteva di dargli affettuosamente dello “stronzo”e adesso che la sindrome da accerchiamento è arrivata al culmine ecco l’idea di affidare al suo sodale Carrai tutta la torta della sicurezza informatica del Governo. Come? Seguendo lo stesso metodo spiccio utilizzato per allontanare un ambasciatore presso la UE poco gradito come Sannino, responsabile, a suo giudizio, di non aver contrastato con durezza la Commissione Europea, sostituito a Bruxelles dal vice ministro Calenda. Ma se i diplomatici sono alla fin fine inoffensivi, non così si può dire dei militari e dei Servizi che venderanno cara la pelle.
Frattanto quelli del giglio magico, contagiati dalla paura, hanno ridotto al minimo le conversazioni telefoniche e gli stessi ministri portano persino la mano alla bocca quando parlottano tra di loro in parlamento per evitare che possa essere letto il loro labiale, manco fossero i maldestri allenatori di calcio!.
In un altro paese il fatto che il capo del Governo sia stato permanentemente spiato da una potenza alleata, avrebbe infiammato il dibattito politico e dato occupazione ai giornalisti e commentatori per giorni, con discussioni sulla sicurezza nazionale da parte di analisti, intellettuali, politologi. In Germania, quando è stato reso noto che il telefono privatissimo della Merkel era stato sotto il controllo degli americani, la reazione è stata immediata con una crisi diplomatica senza precedenti, l’espulsione di 4 spie americane da Berlino e il richiamo, seppure temporaneo dell’ambasciatore da Washington.
Da noi nulla. A parte la sceneggiata sull’ira, nessuna spiegazione è stata fornita al popolo italiano preferendo di scegliere la via della dissimulazione. Alla pantomima della velata protesta nei confronti dell’ambasciatore americano e a qualche dichiarazione di sdegno ha fatto seguito da parte dei grandi giornali e delle testate radiotelevisive, pubbliche e private, un velo per fare dimenticare la notizia. Prima con approccio giustificazionista si è provato a giocare la carta dello spionaggio globale “tanto così fan tutti” e poi si è preferito dare più risalto a notizie di nessun rilievo come la contestazione subita dal prof. Panebianco all’Università, che non al fatto che gli Usa avessero compiuto una sistematica violazione della sovranità italiana intercettando non solo Berlusconi, ma l’intero vertice del nostro paese. Infine tutti gli organi di informazione hanno offuscato il ricordo di queste intercettazioni spionistiche dando la notizia che il presidente americano Obama avesse appena firmato la legge (judicial redress Act) di estensione agli stranieri degli stessi diritti goduti dagli statunitensi in tema di privacy e di diritto a far causa allo Stato in caso di spionaggio o di manipolazione dei propri dati da parte delle agenzie di sicurezza USA. Totale presa in giro! Ve lo immaginate un Renzi o un Mattarella che fanno causa agli Stati Uniti? Fidarsi è bene, ma…

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