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Italia

La faccia nascosta di Hillary

ANGELO PARATICO - La stampa di tutto il mondo aveva anticipato alcuni passi del libro di Dolly Kyle - una signora che è stata confidente, amica, amante di William Jefferson (Bill) Clinton - intitolato ‘Hillary. The Other Woman.’ L’ho ricevuto ieri, fresco di stampa e mi sono buttato a leggerlo.
La dedica è per ‘tutti coloro che hanno sofferto abusi sessuali e violenza carnale’. L’autrice sa bene di cosa parla, essendo stata violentata nel 1964 da un amico di Bill, a 16 anni. L’introduzione è di David P. Shippers, che fu pubblico ministero nel comitato parlamentare per l’impeachment di Bill Clinton. Questa è la sua chiusa: “La potenzialità del ‘vota per uno e prendi due’ è ciò che rende questo libro un testo che va assolutamente letto da ogni cittadino che intenda votare a novembre e che tenga al risultato finale. Né i Clinton né il vasto golfo dei loro sostenitori apprezzeranno quanto leggeranno qui; sicuramente monteranno la loro solita campagna di menzogne, mezze verità e attacchi personali nei confronti dell’autrice, Dolly Kyle. Facciano pure. Non c’è dubbio nella mia mente che ogni affermazione riportata in questo libro è assolutamente veritiera e precisa.”
L’immagine di Hillary che emerge da quest’opera ricorda un po’ Cesare Borgia visto dal Machiavelli, ma in versione femminile: una donna spietata, bugiarda, miscredente, vendicativa, determinata. Eppure pensiamo che, fin quando i suoi interessi personali collimeranno con gli interessi degli Stati Uniti, pur abusando e calpestando le leggi, farà crescere la nazione americana e, una volta morta, potrà sedere nel Walhalla a fianco di Giulio Cesare, Gengis Khan e Adolf Hitler. Bill, suo marito, come Pier Soderini, verrà respinto all’entrata, al grido: “Ch’inferno anima sciocca? Va’ su nel limbo fra gli altri bambini.”
Dolly e Bill si conobbero quando lui aveva 14 anni e lei 12: fu un ‘colpo di fulmine’ come dice l’autrice in italiano, essendo italiana per parte di madre. Lei era una ragazzina di buona famiglia, studiosissima, pianista di valore e Bill, affascinato, cominciò a chiamarla ‘pretty girl’ bella bambina. Oggi è una bella signora bionda dagli occhi azzurri, scrittrice e avvocato di successo e molto impegnata nel sociale, offrendo assistenza legale gratuita ai poveri.
Dolly Kyle in tutti questi anni non è stata solo una partner di Bill, ma lo ha amato d’un amore materno e, nonostante tutto, lo ama ancora, pur ritenendolo un pervertito sessuale, traumatizzato dalle sue esperienze infantili e bisognoso di assistenza psichiatrica. È cosa nota e accettata che chi subisce abusi durante l’infanzia diventa spesso a sua volta uno che abusa gli altri, qualora non vengono sciolti tutti quei nodi che si porta nella propria mente inconscia. Non si tratta di una biografia, né di un testo scandalistico bensì di un memorandum politico e di un concentrato d’odio rivolto verso una donna: Hillary Rodham Clinton, vista come la personificazione del demonio e descritta, dopo che Bill gliela presentò fuori da un aeroporto, come fisicamente rivoltante, malvestita, maleodorante e coperta di peluria, anche se da quel giorno lontano, dobbiamo ammetterlo, si è data da fare con cerette, sarti e profumi.  Già alla fine degli anni ottanta Bill ammise in sua presenza di aver fatto sesso con circa duemila ragazze, spesso minorenni e senza preservativo e, un fatto che l’autrice non conosceva, in qualche caso ricorrendo allo stupro. A Hillary della protezione in gomma sul pene del marito importa poco, perché fecero sesso solo per dovere al fine di generare Chelsea e presentare all’elettorato una immagine di normale famiglia americana.
I giovani ignorano molti dei nomi e dei casi che videro coinvolto Bill e solo chi ha una certa età, come chi scrive, ricordano vecchie storie che stranamente oggi non vengono più rivangate: come il caso di Juanita Broaddrick, che nel 1978 fu ripetutamente violentata dal giovane governatore dell’Arkansas, Bill Clinton. I Clinton hanno usato egregiamente i media perché oggi la maggior parte delle persone ricordano solo Monica Lewinsky, ma Gennifer Flowers, Paula Corbin Jones, Marla Crider, Linda Tripp, Kathleen Willey, Sally Miller Perdue, Elisabeth Ward Gracen, Bobbie Ann Williams, Lencola Sullivan, Beth Coulson e tante altre sono state completamente dimenticate. Le vittime innominate furono certamente molte di più, soprattutto fra le giovani studentesse che ebbero Bill Clinton come docente di Legge presso l’Università dell’Arkansas. Quando scoppiavano le grane, Bill si ritirava con l’atteggiamento di quel cacciatore che si difese dicendo: “Ho dovuto farlo, l’anatra ha sparato per prima” e poi lasciava a Hillary il lavoro sporco di pulire e spegnere la luce.
Kyle e Bill si sono visti e sentiti per decenni, sino a quando Bill vinse le elezioni presidenziali nel 1992. Il nomignolo che i due davano a Hillary era ‘la Guardiana’ perché il suo compito fu sempre quello di sistemare i guai che suo marito combinava usando la parte del corpo che va dalla cintola in giù: lei s’occupava di rimettere i cocci insieme, negando le asserzioni delle vittime, pagandole, minacciandole, ridicolizzandole e se questo non bastava, scatenando contro di loro una vera e proprio campagna denigratoria. Usava abitualmente dei detective privati che aveva assunto, non per aver prove della conclamata infedeltà di Bill, ma per contenere e neutralizzare le sue vittime.
Hillary viene descritta come una bugiarda patologica e seriale che crede alle proprie storie a tal punto che potrebbe passare un test alla macchina della verità. Epiche certe sue menzogne, come quella di essere stata fatta oggetto di tiro dai cecchini una volta atterrata in Bosnia, una storia che raccontò varie volte condita in molte salse, fin quando fu dimostrato che era una sua fantasia, come lo erano tutte le balle che raccontò sulla vicenda di Bengazi o il fatto che il padre la chiamò Hillary in onore del conquistatore dell’Everest: smise di dirlo solo quando le mostrarono che lei era nata sei anni prima di quell’epica ascesa. Ama ripetere di aver sempre avuto a cuore il tema femminile nel proprio paese, quando in realtà ha sempre avuto a cuore la soppressione degli abusi fatti dal marito sulle donne.
Scrive l’autrice: “È ironico che Hillary possa intimidire e minacciare le vittime del marito ma è incapace di gestire una vera guerra, perché non è una donna adulta e matura con il carattere e la moralità sufficiente per prendere delle importanti decisioni basate su giudizi oggettivi. Questa mancanza non è accettabile per un comandante in capo delle forze armate con un dito sul grilletto atomico...Non possiede una base morale ma possiede solo interesse personale e una forte sete di potere. Questo è l’incubo ricorrente di Hillary derivante dalla propria incapacità di affrontare gli abusi di suo padre durante la propria infanzia...deve mentire anche quando non ce n’è bisogno, come risposta automatica. Non si sente mai ‘buona abbastanza’ per gli standard del suo defunto genitore, quindi continuerà a mentire, a costruire balle, riscrivere la storia, vista attraverso le spesse lenti delle sue deficienze. Continuerà ad attaccare ogni donna, o uomo che avrà la forza di contrastarla. Hillary ha incontrato la sua perfetta metà in Bill Clinton, un uomo emotivamente e psicologicamente guasto.”
Che effetto avrà questo libro sull’elettorato, ci chiediamo? Nessuno, zero. Perché i Clinton non la quereleranno. L’autrice possiede lettere, foto anche nastri registrati e dunque la sua posizione è inattaccabile. I media dopo aver accennato alla storia delle sue duemila donne, la ignoreranno, oppure vi faranno degli accenni obliqui mettendo in dubbio la sua credibilità e dicendo che è una che sta dalla parte di Donald Trump. Ecco, Trump.  Dopo la vergognosa uscita di scena di un uomo perbene come Bernie Sanders, Hillary è invulnerabile, e il suo motto potrebbe essere simile a quello adottato da Cesare Borgia: “Aut Hillary, aut nihil".

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Renzi, gli amici, i ministri e i loro “compagni” di merenda

GERARDO PETTA - Ormai siamo al paradosso, il nostro premier e suoi ministri pensano solo ai loro interessi personali.
Renzi, dopo l’ultimo episodio del compagno della Ministro Guidi, ha confermato di essere  un personaggio a cui non interessano le problematiche  reali che i cittadini italiani devono affrontare quotidianamente, ma i desideri delle   lobby finanziarie italiane ed estere, capeggiate da gruppi di affaristi senza scrupoli, che esercitano pressioni sul sistema bancario e finanziario per influenzare le scelte del governo a favore degli amici e dei compagni  dei ministri.
D’altra parte è stato sempre così, chi ha i soldi decide e comanda. Solo che ultimamente si è superato ogni limite di favoritismi che sta mettendo in pericolo la nostra democrazia.
In effetti Renzi, ogni tanto, fa vedere che alza la voce, ma al di fuori dei confini italiani non conta niente, non è assolutamente uno “statista” che in Europa prendono in considerazione.
Tutto questo è stato possibile grazie anche all’inconsistenza delle forze  di opposizione  che, divise da profonde e interne guerre intestine, hanno permesso a Renzi di impadronirsi dell’Italia, senza il consenso popolare.
Oggi, il nostro “abusivo” premier, ha perso molti consensi iniziali che l’avevano osannato   come il  nuovo “deus ex machina” che avrebbe risolto  tutti i nostri problemi.
A dir la verità, i problemi li ha risolti, ma quelli personali di suo padre e del padre del suo braccio destro, la ministro Boschi e ora anche del compagno dell’altra  ministro Guidi.
Con Renzi la situazione economica italiana non è per niente  migliorata, i  giovani  sono costretti ad emigrare per trovare un posto di lavoro, mentre Renzi sta sistemando tutti i suoi amici nei posti nevralgici dell’amministrazione Italia.
Ma Renzi continua ad  autoelogiarsi  dei suoi inesistenti, ottimi risultati raggiunti in politica estera, sul problema dell’immigrazione, sulla falsa  ripresa economica, sulla buona scuola, sulla sicurezza interna ed altro, ma questa è solo becera propaganda alla sua persona e al suo Partito (anti) Democratico.
Nel nostro bel paese non funziona più niente, basta guardare la rete stradale delle città con buche dappertutto, ma soprattutto ci si sente insicuri  in casa propria.
La piccola criminalità ha preso il sopravvento, la fanno da padroni perché, mentre le forze dell’ordine fanno il loro lavoro arrestandoli, la giustizia italiana li rimette in libertà per assurdi cavilli, in attesa di processo.  E così fanno perdere le loro tracce, continuando a delinquere.
Ma Renzi dove vive?
La realtà, però, è che l’Italia è allo sbando!
Infine  è  nauseante  quando in televisione vediamo il suo esercito  di “pappagalli” parlamentari che   lo esaltano e si compiacciono   per i fittizi   risultati raggiunti dall’attuale governo.
Non ci resta, per il nostro bene, che andare il più presto possibile al voto, è l’unica via d’uscita, per liberarci di ministri affaristi, difesi dal  premier  Renzi e affidarci alle urne  per cercare di  ritornare  una Nazione  vincente  e  rispettata  in Europa.
Aspettare il  termine naturale del 2018  per tornare a votare  è un suicidio politico, economico e sociale per l’Italia.

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ORGOGLIO A PERDERE

di un paese umiliato e spiato da amici e alleati 
ALBERTO BRUNO - Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno è il titolo della raccolta di tre popolarissimi racconti medioevali sulle astuzie del primo, sulla ridicola semplicità del secondo e sull’inadeguatezza del terzo, figlio di Bertoldino.
Se il lettore immaginasse questi tre personaggi calati nella recente storia della nostra repubblica, vi scorgerebbe nei panni del primo l’innominato innominabile, astuto al limite del diabolico, che ha ordito trame di ogni tipo, che ha firmato leggi vergogna a ripetizione, sordo alle grida disperate del popolo, che ha rifiutato di deporre, che ha ordinato la distruzione di alcuni nastri compromettenti, che umiliando il proprio paese ha concesso la grazia contro la costituzione a condannati stranieri, che ha coartato i capi dei gruppi parlamentari, che ha cambiato per due volte il capo del governo senza un voto parlamentare e infine che ha consegnato lo scettro del potere a Cacasenno, figlio politico di Bertoldino senza smettere di continuare ad interferire apertamente negli affari di Stato pur avendo sloggiato dalla reggia.
A questo punto il lettore avrà anche indovinato chi sia Bertoldino che si è fatto impallinare per le sue ridicole malefatte fiscali, per aver costruito un impero mediatico economico e politico sulla corruzione, per le cene eleganti definite dal PM in tribunale sistema prostitutivo, per la distribuzione di seggi nelle istituzioni alle migliori olgettine e fiumi di denaro alle peggiori, per aver spacciato come nipote di un capo di Stato straniero una minorenne dalla moralità dubbia, fermata dalla polizia per furto, per aver recitato da guitto, truccato come un clown, in tutti gli scenari internazionali nei quali doveva rappresentarci, per essersi fatto spiare ed umiliare pubblicamente.
Del resto già lo scrittore americano Alan Friedman nel 2014, con il best seller “Ammazziamo il Gattopardo” aveva descritto sin nei minimi dettagli la manovra di palazzo ordita dal Bertoldo per rimpiazzare Bertoldino con un professore che poi non si è rivelato né un’aquila, né uno stratega, scialacquando nel peggiore dei modi un capitale di simpatia concessogli sulla fiducia da tanti italiani in buona fede.
Due anni fa, dopo il volo in picchiata di Jo Condor nipote, presuntuoso quanto Icaro, è stata la volta di Cacasenno, lo sbruffone dalle slides mendaci, sempre più circondato da cortigiani adulanti, che solo ora scopre che il suo papà-predecessore veniva sistematicamente intercettato. Come Alice alla caccia del coniglio, cade letteralmente dalle nuvole quando tutti i media hanno riportato alla luce fatti noti e stranoti sulle pratiche truffaldine del maggiore alleato, quello che non ha fatto nulla, anzi proprio tutto il contrario, per meritare il premio Nobel per la pace e che ogni tanto gli manda a dire di rigare dritto.
Come se fosse stato punto dallo scorpione ha strepitato in modo smargiasso e roboante ripetendo, ad uso dei media nostrani, la sceneggiata della faccia feroce già mostrata inutilmente per l’assassinio del giovane Regeni, giustificato dagli egiziani con l’ennesima falsità e presa in giro. Questa volta, in un assemblea di fedeli, a proposito dello spionaggio operato contro il capo dell’esecutivo, ha assicurato che il suo governo si “accingeva a passi formali in tutte le sedi”. Come? Facendo un’altra sceneggiata di far convocare per chiarimenti dal sor Paolo Gentilino l’ambasciatore di zio Sam per chiedergli conto dell’operato dell’Agenzia per la sicurezza (NSA) che aveva registrato parecchie conversazioni riservate di Bertoldino all’epoca in cui lo stesso veniva pubblicamente irriso di fronte alla stampa internazionale dai suoi colleghi di maggior peso in Europa.
Ma appena si è diffusa la notizia che sor Paolo avrebbe osato chiedere timidamente alla feluca a stelle e strisce che tempo facesse, quelli dal Potomac lo hanno avvertito a brutto muso. Il loro portavoce gli ha fatto sapere che le attività di sorveglianza e di intelligence sono dettate da specifiche e valide ragioni di sicurezza nazionale tanto verso i cittadini ordinari quanto verso i leader mondiali, e che loro fanno quello che vogliono quando lo ritengono opportuno e quando credono che, a loro insindacabile giudizio, possano essere compromessi gli interessi della nazione.
A questo punto al sor Paolo hanno dovuto passare una bombola di ossigeno perché stava in apnea per esalare l’ultimo respiro. Nell’incontro, che in un'altra capitale avrebbe fatto impallidire l’incolpevole ambasciatore, il sor Paolo, tra un caffè e un biscottino, ha chiesto che gli portassero il tappetino di preghiera per prostrarsi ed ha rassicurato l’interlocutore che l’Italia non intendeva farne un caso politico, di stare tranquillo che la missione in Afghanistan sarebbe continuata, che l’Italia avrebbe proceduto agli acquisti degli F35, che si sarebbe adoperata per l’approvazione del folle trattato TTIP (ti tengo in pugno) che distruggerà l’impresa agricola nazionale, che i carabinieri sarebbero partiti per l’’Iraq per difendere la diga di Mossul, che avremmo continuato ad accogliere i profughi, che la base di Sigonella era a disposizione per i bombardamenti sulla Libia, che avremmo continuato a pagare dazio alla Nato senza chiedere nulla.
Sul fronte interno, invece, tanto per dare qualche notizia in pasto ai giornali, quell’ente inutile del Copasir, presieduto in passato da Baffino e dal bello Guaglione, ora guidato da un epigono di latta di Alberto da Giussano, cioè da un esponente di quel partito per il quale l’onore e la bandiera del paese non valgono nulla, ha convocato, perché riferisca, nientemeno tal Minniti, sottosegretario addetto ai Servizi, che da anni dormono sonni tranquilli. Altra inutile pantomima.
Dov’erano in tutti questi anni i Servizi di spionaggio se non addetti a servire umilmente l’alleato maggiore consentendogli la fabbricazione delle prove farlocche sulle partite di uranio del Niger, scusa ideale per poter attaccare l’Iraq, o nel coprire il rapimento a Milano di un presunto terrorista per consegnarlo alle prigioni dei torturatori egiziani, gli stessi che hanno massacrato il nostro ricercatore Regeni?
Per quel delitto del 2003 un coraggioso procuratore della Repubblica portò alla sbarra personaggi di spicco dei Servizi e tutta la rete di agenti stranieri che operava sotto copertura diplomatica facendosi beffa delle leggi italiane.
Il processo si concluse in modo inaspettato. Furono condannati 5 personaggi dei Servizi a partire dal direttore, depositario di troppi segreti, andato in pensione e promosso dal governo al Consiglio di Stato, il capo della divisione antiterrorismo, altri tre funzionari e collaboratori più alcuni esponenti delle forze dell’ordine, nonché 25 agenti della CIA ritenuti responsabili materiali del sequestro, ai quali però il governo di Bertoldo aveva concesso con un escamotage di riguadagnare il proprio paese. Le condanne contro gli italiani (dai 10 ai 2 anni) sono state cancellate e rese inefficaci perché tutti i vari governi, sotto il vigile controllo di Bertoldo fino al 2013, per la fifa blu di dover rivelare le trame nascoste in cui erano invischiati fino al collo, avevano sollevato l’eccezione del segreto di stato.
A questo punto qualcuno potrebbe dire che almeno sul piano formale metà giustizia era stata fatta perché restava in piedi, intera, la condanna inflitta agli agenti americani. E invece no. Ci pensarono prima il Bertoldo e poi il suo successore andati in processione a genuflettersi e ad offrire con la grazia, concessa al di là dei poteri costituzionali, la cancellazione per sempre della pena sentenziata dal tribunale italiano.
Da allora tutti zitti, politici e organi di informazione, perché, si sa, i servi non protestano, al massimo mugugnano di nascosto.
A rompere le uova nel paniere, ora che sembrava che tutto fosse passato nel dimenticatoio, ci si è messa la Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo che ha riscoperchiato il vaso di Pandora. La Corte, proprio per aver opposto il segreto di Stato nel procedimento sul sequestro, per la complicità assicurata nella “extraordinary rendition” e per la grave violazione dei diritti umani ha condannato il Governo italiano a risarcire con 80.000 euro il presunto terrorista vittima del rapimento e delle torture. La cifra che sarà posta a carico del bilancio dello Stato, cioè pagata con le tasse dei cittadini, è del tutto simbolica rispetto alle sofferenze patite dallo sventurato sequestrato, ma ha un valore morale incommensurabile che ci dipinge agli occhi del mondo come un paese di marionette, manovrate dal mangiafuoco di oltre Atlantico.
I giudici della Corte europea nelle motivazioni della loro sentenza, dando ragione alla Procura, alla Corte di Appello di Milano ed alla Suprema Corte di Cassazione che avevano sostenuto che il segreto di Stato non fosse opponibile per attività non istituzionali, hanno scritto che a dispetto dello sforzo prodotto dagli investigatori e dai giudici italiani i responsabili del delitto non hanno potuto essere perseguiti proprio per l’uso strumentale del segreto di stato, sollevato da ogni primo ministro italiano in tutti quegli anni, garantendo di fatto l’impunità.
Ma torniamo alle rivelazioni della gola profonda wiki leaks, già note dal 2011 che tutti sapevano, che tutti hanno fatto finta di aver dimenticato e che ora suscitano scalpore perché riportate alla ribalta da alcuni giornali di inchiesta. Ci è stato ripetuto che la NSA (National Security Agency) dedicò tra il 2008 e il 2011 una sua unità d'élite (Special Collection Service), ad un autentico assedio spionistico contro Bertoldino e i suoi principali collaboratori ai quali fu regalato il seggio parlamentare quale premio di fedeltà per le testimonianze sui processi che lo videro coinvolto.
C’è da scommettere che le minacce al grido “vogliamo la verità” lanciate in questi giorni contro il Cairo e contro Washington da questo o quel ministro, da questo o quel rappresentante di maggioranza o presidente di Commissione Esteri, dureranno quanto un battito di ciglia, serviranno solo per qualche titolo di notiziario e affogare poi, tristemente, nel mare dell’umiliazione di un paese ferito nell’orgoglio a perdere.

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Governi inetti e bombaroli

TORQUATO CARDILLI - Quattro mesi fa scrivevo che gli assassini dell’ISIS non potevano essere considerati alla stregua di rivoltosi rivoluzionari con l’ambizione di dare, dopo l’eliminazione dei Raìs arabi Saddam Hussein e Gheddafi e del principe nero Bin Laden, un nuovo leader e un nuovo futuro ai diseredati del Medio Oriente. Gli atti di terrorismo che avevano colpito Tunisi, Beirut, Cairo, Sharm el Sheikh, Nairobi, Parigi e Bamako avrebbero potuto ripetersi in modo spettacolare a Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee e della Nato[1].
E’ fuor di dubbio che si tratta di fanatici, di esaltati pronti a morire per una causa disonorevole uccidendo alla cieca degli innocenti, ma la carneficina dell’aeroporto di Zaventem e della metropolitana, nel cuore della capitale belga, non è altro che il conto presentato all’Occidente per gli errori politici compiuti negli ultimi trenta anni e sicuramente in modo molto più atroce negli ultimi quindici.
Il disastro dell’autobus che trasportava gli studenti dell’Erasmus in Spagna è stato la metafora dell’atteggiamento dei nostri governi, inetti quando non collusi per interessi economici immondi, solo propensi a tutto pur di mantenere il potere. Da una parte un autista che si addormenta e conduce alla morte tante giovani vite nel fiore degli anni e delle speranze, dall’altra tanti capi di Stato e di Governo europei, dormienti da anni, tutti solo chiacchiere e distintivo, che ripetono lo stanco rito di continui vertici inconcludenti, con la prosopopea di fasulli annunci risolutori, seguiti da codazzi di corrispondenti che non sanno discostarsi dai luoghi comuni per fare un commento serio, mentre centinaia di loro concittadini cadono senza nessuna colpa, falciati dall’odio degli assassini.
Forse che le immagini di una Bruxelles impietrita, terrorizzata non sono le stesse che abbiamo visto tante volte dopo i disastri di Madrid, di Londra, di Parigi, dopo l’eccidio alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo o dopo la carneficina al Bataclan?
Dappertutto in Europa cerimonie di commemorazione e di ipocrita partecipazione, minuti di silenzio in ogni assemblea, anche di condominio, vessilli abbrunati, candele e silenzio di tromba, capi di Governo che si tengono per mano e che mettono un fiore sul selciato insanguinato, lutto nazionale, un profluvio di banalità dichiarate ai quattro venti dalle massime autorità dello Stato. E poi?
Perché tutti questi anni e mesi sono passati senza concrete contromisure? Perché questi governanti, portatori di un meschino interesse di campanile, inetti ed inadatti a far parte di un’Europa comune, non sono mai andati oltre il coro tragico di sdegno per l’orrore e di vuota rivendicazione di superiorità intellettuale e culturale?
E’ opinione comune, anche per i terroristi, che i Servizi di sicurezza europei si siano dimostrati da un bel pezzo inefficaci ed impotenti.
Che fine hanno fatto il superamento dell’infantile gelosia delle varie polizie nazionali, la standardizzazione delle procedure di sicurezza, l’osmosi delle informazioni tra Servizi di intelligence, il registro unico dei passeggeri aerei, l’istituzione di una banca dati (impronte digitali, precedenti ecc.) anti terroristica europea, provvedimenti deliberati addirittura nel 2001?
E’ da allora che l'Europa dice di combattere il terrorismo. Lo ha fatto poco e male. Ha compresso all’interno le libertà dei suoi cittadini rendendo loro difficile la vita quotidiana ed ha utilizzato all’esterno lo strumento più inappropriato e controproducente: le bombe. Dopo l'attentato alle torri gemelle di New York, l’Europa è entrata nella spirale di guerra innescata dagli Stati Uniti prima contro Saddam Hussein, poi contro Bin Laden e i Talebani in Afghanistan, seminando morte e distruzione ovunque, con centinaia di migliaia di vittime civili, ipocritamente definite danni collaterali di un’operazione volta al ristabilimento della pace e della sicurezza. Sicurezza di chi? Capita l’ipocrisia di non chiamarla guerra, ma operazione di polizia?
Dal 2008 l’Europa è sprofondata in una crisi economica spaventosa, originata anche questa da oltre Atlantico, che ha ridotto sul lastrico milioni di famiglie. Dal 2011, perdurando la crisi, dopo aver abbattuto Gheddafi e fomentato una ribellione anti Assad in Siria è stata sottoposta ad una pressione di profughi e immigrati economici senza precedenti, conseguenza dei suoi errori politici e motivo acceleratore di un terrorismo cieco che ha fatto oltre 500 vittime civili più qualche migliaio di feriti e mutilati, senza che nessun leader europeo abbia progettato un piano serio per debellare questa pestilenza.
Sui confini europei si è riversato un flusso ininterrotto di uomini, donne e bambini, imponente certo, ma gestibile se fosse stata fatta una seria lotta ai trafficanti di disperati, se fosse stata applicata l’equità nella suddivisione degli oneri, se fosse stata adottata una concreta misura di imposizione del rispetto della legge, se si fosse scelta la via dell’affidamento dei lavori socialmente utili in cambio della sussistenza invece di far ingrassare i profittatori dell’emergenza e tenere migliaia di immigrati nell’ozio.
Chi non ricorda, al di là dei richiami retorici di Sarkozy e della Le Pen, la gravità delle parole di Hollande subito dopo il Bataclan "noi siamo in guerra?". Come in guerra? Contro chi? Con quale strategia? Con quali strumenti? Andando a bombardare a casaccio in Siria e in Iraq?
Questi governanti, che con l’intento di salvare le apparenze hanno solo fatto ingrossare i portafogli delle fabbriche di armi e bombe, si sono resi conto che si tratta di una guerra asimmetrica e non convenzionale, in cui sono saltati tutti gli schemi del passato? Da una parte fanatici assetati di sangue, fautori di morte e dall’altra l’Occidente cultore della vita, del benessere, degli agi, dell’accaparramento economico. Tornano in mente gli errori strategici della I guerra mondiale in cui migliaia di soldati venivano mandati inutilmente a morire contro i reticolati da uno Stato maggiore formato alla scuola del secolo precedente, o della II guerra mondiale tipo Linea Maginot, ritenuta invalicabile e invece abilmente scavalcata dai paracadutisti tedeschi.
A Bruxelles, nel giro di pochi mesi dopo le stragi di Parigi, l’organizzazione terroristica ha invece dato prova di una capacità di offesa di gran lunga superiore alle pompose affermazioni ed alle deboli misure adottate per prevenirla, ha dimostrato di avere una struttura solida e ben radicata nel territorio che gli fornisce supporto e protezione, diretta da un Quartier Generale all'estero che dispone di ingenti risorse finanziarie e tecnologiche.
Allora proviamo a fare luce e mettere in ordine i due pilastri essenziali della questione: luoghi e mezzi.
Perché il Belgio? Perché è il paese che ospita la capitale simbolica dell’Unione, sede del parlamento europeo, della Commissione, del Quartiere Generale della Nato, che per dimensioni geografiche consente a chiunque di attraversarlo liberamente in lungo e in largo in appena due ore con una semplice utilitaria e incastrato tra Francia e Germania permette ai terroristi di spostarsi da una nazione all’altra senza alcun controllo e di mimetizzarsi facilmente. Perché nel quartiere Molenbeek? Perché rappresenta una città nella città, un buco nero con la più alta concentrazione jihadista in Europa, con una popolazione di circa 80.000 abitanti di cui quasi il 40% di origine magrebina e musulmana, un buon 25% emarginati e disoccupati, brodo di cultura della radicalizzazione, centro di irradiazione del fanatismo wahhabita.
A dispetto delle frasi da farsa del tipo “non ci faremo intimidire” oppure “il nostro coraggio è superiore alla loro viltà” oppure “non abdichiamo ai nostri valori” si può dire che in questo scontro l’Europa è già stata sconfitta. Deliberatamente o inconsciamente i nostri governanti non si sono posta la domanda di quali risorse disponga il terrorismo e da chi esso sia finanziato e sostenuto.
E qui si apre il capitolo più difficile e gravido di responsabilità politiche dei governi occidentali.
Perché si è fatto finta di ignorare che a Washington si riteneva che la nascita dello Stato islamico fosse un male minore pur di eliminare dalla scena il presidente siriano Assad e porre un argine all’espansionismo sciita iraniano, con grande soddisfazione di Israele che ha visto nella disgregazione dell’Iraq e della Siria la possibilità dello smembramento di tutta l’area mesopotamica in uno stato curdo, uno sunnita, uno sciita e il continuo dissanguamento di chi favoriva (Iran) o combatteva (Arabia Saudita) gli sciiti nello Yemen?
Perché non si è considerato che tutto questo indebolimento statuale arabo era funzionale alla sicurezza di Israele, che nella tragedia non ha mosso un dito, né un alito di voce, sentendosi garantita per il possesso del Golan siriano e per l’isolamento dell’autorità palestinese e di quella di Gaza con l’acquiescenza dell’Egitto?
Perché tutti i Servizi di intelligence occidentali e arabi dalla CIA (Stati Uniti) al Mossad (Israele), dalla DGSM (Francia) al MI5 (Inghilterra), dall’AISE (Italia) al BND (Germania), dal CNI (Spagna) al MIT (Turchia), e ai vari servizi dei Mukhabarat della penisola arabica e dell’Egitto non hanno fatto nulla per impedire la crescita dell’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi, già prigioniero degli americani a Camp Bucca in Iraq e, una volta liberato, entrato in affari con il senatore Mac Cain? Perché non denunciare il silenzio e l’inazione dei Servizi segreti che hanno permesso per quattro anni allo Stato Islamico di comprare nel mercato clandestino sofisticati mezzi di comunicazione, centinaia di fuoristrada jeep e toyota 4x4, assieme alla logistica necessaria per una guerra di movimento dalla Siria alla Libia di un esercito di 80.000 militanti e soprattutto armi pesanti corredate da ingenti quantità di munizioni con pagamenti in contanti attraverso le banche del Qatar e della Turchia che amministravano e movimentavano centinaia di milioni di dollari donati da teste di legno delle monarchie dei paesi del Golfo?
Perché la Francia aveva considerato il primo migliaio di francesi arruolati nelle file dell’ISIS in funzione anti Assad come “combattenti  per la liberta”? Perché i governi europei (compreso il nostro che ha pagato il riscatto, negato da Gentiloni, di una decina di milioni di dollari ai ribelli siriani per la liberazione delle due volontarie rapite Ramelli e Marzullo) hanno agito nascostamente pur di far cadere il governo del presidente, Bashar al-Assad, senza avere un piano politico per il dopo?
In realtà in Siria i Servizi segreti occidentali hanno ripetuto lo stesso errore commesso dalla CIA in Libia, in cui fu trucidato l’ambasciatore americano Stevens, che credeva di poter manipolare i capi delle varie Qabile che riacquistavano autonomia e potere dopo l’uccisione di Gheddafi.
Perché è stato permesso alla Turchia, pilastro della Nato in quello scacchiere di avere un confine colabrodo con la Siria e acquistare di contrabbando milioni di tonnellate di petrolio a prezzi stracciati dall’ISIS fino a quando è intervenuta bruscamente la Russia a stroncare questi traffici?
Fino a che punto il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, convinti di poter manovrare una forza militare sunnita capace di abbattere il regime siriano di Bashar al-Assad, sono responsabili delle atrocità dell’ISIS? Perché la CIA non ha fatto quello che avrebbe potuto, pur sapendo che l’ISIS era diventato sempre più incontrollabile e che aveva emarginato il libero esercito siriano ribellatosi a Assad?
E quale il ruolo dell’Egitto di al Sissi che ha imbrigliato violentemente il partito confessionale del deposto presidente al Morsi ed allo stesso tempo fornito garanzie a Israele contro Hamas e al generale Haftar a Tobruk contro i tripolini?
La risposta a tutte queste domande è che lo Stato Islamico senza l’acquiescenza dei Servizi segreti occidentali ed arabi, senza l’appoggio politico degli Stati Uniti  e, soprattutto, senza i petrodollari dell’Arabia Saudita, del  Qatar ed altri Emirati, non sarebbe mai nato.
Per capirlo basta citare due esempi.
Dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990, in 48 ore gli USA e i paesi della NATO decisero di bloccare ovunque tutti i conti correnti dell’Iraq e sequestrane tutti i beni all’estero e partecipazioni azionarie.
Perché un’identica decisione non è stata adottata subito dopo le drammatiche decapitazioni eseguite dall’ISIS, o subito dopo i primi attentati nelle città europee stanando i finanziatori, impedendo qualsiasi movimento di capitali, imponendo dure sanzioni a chiunque fornisse qualsiasi tipo di supporto all’ISIS fino ad arrivare alla sospensione di rapporti economici, commerciali, diplomatici?
E ancora. Nel 2000 il presidente peruviano Fujimori stava per vendere alle FARC colombiane quattro ferri vecchi lanciamissili di fabbricazione sovietica armati con missili anti-aerei di prima generazione. La CIA in poco tempo organizzò una spettacolare operazione lampo per arrestare lo stesso presidente Fujmori, come aveva fatto con il presidente di Panama Noriega, già a loro libro-paga fin dai primi anni settanta e poi arrestato, deportato negli USA e condannato a 40 anni di prigione.
Dunque è impossibile credere che la Casa Bianca, il Pentagono e la CIA, nonché tutti i Servizi segreti e i governi occidentali non si fossero accorti che lo Stato Islamico, aveva fatto, grazie al loro “laissez faire” il salto qualitativo per passare da piccole azioni di disturbo al terrorismo estremo ed alla guerra totale.

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IL PREZZO DEL TRADIMENTO

TORQUATO CARDILLI - Nonostante lo stravolgimento della nostra Costituzione, fatta approvare a tappe forzate con la costante umiliazione del buon senso e del diritto da parte del Governo, l’Italia ancora non è diventata la repubblica delle banane ed ogni atto di rilevanza internazionale deve passare obbligatoriamente per l’approvazione espressa delle Camere.
In attesa che il Governo le informi adeguatamente, coinvolgendo l’opinione pubblica nonché le istituzioni regionali maggiormente interessate, a chi avesse intenzione di documentarsi sul trattato che cede il mare territoriale italiano alla Francia, ne consigliamo l'attenta lettura del testo, già pubblicato per conto del Quai d’Orsay sul sito del servizio idrografico e oceanografico della marina francese (Shom). Non c’è nulla di segreto in un atto che l’Assemblea Nazionale di Parigi ha ratificato di corsa, mentre nessuna procedura è iniziata a Roma e i nostri parlamentari sono stati tenuti completamente all’oscuro del fatto che Gentiloni abbia seminato i suoi zecchini d’oro nel campo dei miracoli della Normandia.
Sia detto tra parentesi, c’è anche una ennesima questione di stile a riprova del pressapochismo e del decadimento del bon ton come è accaduto per le statue velate del museo capitolino! Mentre il testo francese è redatto su carta tipo pergamena con i bordi rosso fiamma, quello italiano, che solitamente viene stampato sulla stessa carta con bordi blu, è invece dattiloscritto su ordinari fogli A4 da copisteria.
Al di là dei richiami preambolari un po' meschini sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 e sulla Convenzione bilaterale sulle Bocche di Bonifacio del 1986, il prezzo del trattato è custodito nell'articolo 4.
Qui si parla specificatamente di sfruttamento di risorse di gas e idrocarburi, con una formulazione che non lascia adito a dubbi sulla reale portata dell’accordo: “Se un giacimento di risorse naturali si estende su entrambi i lati della linea di delimitazione della piattaforma continentale e se le risorse situate su un lato di questa linea possono essere sfruttate da impianti situati sull’altro lato, le parti cercano di accordarsi sulle modalità di valorizzazione di tale giacimento nel modo più efficace possibile”.
Ma v’è di più. Il comma 2 dello stesso articolo chiarisce che “nel caso in cui le risorse naturali di un giacimento situato su entrambi i lati della linea di separazione delle piattaforme continentali fossero già in corso di sfruttamento, le Parti si concerteranno per determinare le modalità di sfruttamento delle suddette risorse, previa consultazione degli eventuali titolari di autorizzazioni di sfruttamento”. Avete capito? Non parlo del testo zoppicante in italiano, ma del suo significato che non sta in piedi rispetto alla realtà.
Le parti firmano un accordo sulla delimitazione dei confini marittimi, prevedono lo sfruttamento congiunto delle risorse da idrocarburi e dicono di non sapere se le stesse operazioni di sfruttamento siano già in corso da parte di società che hanno già ottenuto le licenze. Vi pare possibile? O è una bugia colossale?
E' impossibile non collegare questo accordo, firmato a marzo 2015, al permesso allora già operativo di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi a sud di Marsiglia, a poche miglia marine dal confine con l’Italia, concesso dalla Francia alla società norvegese Tgs Nopec, la stessa società che aveva chiesto al nostro Ministero dell’Ambiente di poter effettuare indagini sismiche nel mar di Sardegna con la tecnica dell’air gun proprio per individuare giacimenti di idrocarburi e che aveva ottenuto la concessione di 20.000 chilometri quadrati compresi tra le Baleari e le coste nord-occidentali dell’isola. Detto per inciso la  tecnica dell’air gun era considerata alla stregua di un reato ambientale nella prima bozza del ddl sugli ecoreati, ma poi è stata “depenalizzata” nel testo approvato alla Camera a seguito della solita ammucchiata bipartisan, sempre unita quando si tratta di proteggere affari loschi, che ha allargato la maggioranza del PD, NCD e Scelta Civica a Alleanza popolare e Forza Italia.
Parimenti i nostri negoziatori sapevano benissimo che fosse interessata alle prospezioni anche un’altra società, la Schlumberger Italiana, a cui il Ministero delle Infrastrutture aveva rilasciato un nulla osta con prescrizioni un mese dopo l’insediamento del Ministro Del Rio al posto del predecessore Lupi.
Che in fondo si tratti di una scelta politica dettata da interessi economici lo ammette lo stesso sottosegretario Dalla Vedova nella lettera pubblicata. Dopo aver steso una bella cortina fumogena sulla”crescente proiezione di entrambi i paesi sulle porzioni di mare” afferma che l’accordo, dotato della virtù di colmare “un significativo vuoto giuridico, non disciplina solo i confini marittimi, ma modifica altresì le modalità di sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine”.
Come se tutto questo non bastasse Dalla Vedova continua precisando che ai relativi negoziati hanno partecipato i ministeri dell' Ambiente, della Difesa, dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti, delle Politiche agricole, dei Beni Culturali. Dunque tutte queste Amministrazioni sapevano cosa facevano ed è difficile immaginare che ad esempio il Presidente e l'Amministratore delegato dell’Eni (Marcegaglia e Descalzi) o le raffinerie Erg di Garrone o Saras di Moratti ecc. ignorassero i contenuti e le conseguenze del trattato.
Ma la perla finale della lettera di Dalla Vedova è costituita dal seguente passaggio: ”sono al momento in corso ulteriori approfondimenti da parte delle amministrazioni competenti al termine dei quali sarà effettuata una valutazione globale sull’accordo del 2015, anche ai fini dell’eventuale avvio della procedura di ratifica parlamentare”.
Avete letto bene. L’azzeccagarbugli che ha scritto questa lettera non solo ipotizza ora, solo ora, una valutazione approfondita delle conseguenze dell’accordo, cui evidentemente i negoziatori italiani non avevano pensato prima della firma, ma definisce “eventuale” l’avvio delle procedure di ratifica che per la Costituzione sono obbligatorie.
Se i nostri deputati e senatori hanno ancora un briciolo di orgoglio nazionale, di cui tanto parla a sproposito il primo ministro, dovrebbero tuonare in parlamento contro un governo che ha firmato un'intesa di questa portata senza un mandato a negoziarla e rifiutare la ratifica dell’accordo.
Quanto ai cittadini va loro ricordato che mancano meno di due mesi al referendum, chiesto dalle Regioni e concesso dalla Corte Costituzionale, sul divieto di trivellazione nei mari italiani, fissato dal Consiglio dei Ministri per il 17 aprile su cui ancora non si è espresso il Capo dello Stato. Se non provvederà il Parlamento a sanare la situazione potrebbero loro stessi impedire lo scempio del nostro mare.

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La solita piroetta buffonesca

TORQUATO CARDILLI - Non sono bastati gli inciampi, le giravolte, le bugie, i falsi annunci, le gaffes, le manifestazioni di abuso di potere, l'umiliazione del parlamento, la torsione delle regole, lo stravolgimento della Costituzione. Non è bastata la promessa non mantenuta di pagamento dei debiti dello Stato entro settembre 2014 o quella sulla legge sul conflitto di interessi, o la violazione del principio di fedeltà allo Stato, punita dal codice penale [1] nella vicenda del trattato con la Francia[2]. C’è voluta anche la prova regina della dimensione buffonesca del premier in una trasmissione televisiva della domenica pomeriggio, seguita dalla pletora di poveretti rimbambiti dallo stile Mediaset, per riempire il vaso dell’indignazione del popolo italiano.
Per annunciare quale sia la direzione di politica estera dell’Italia il premier, anziché andare in Parlamento, dove sarebbe stato crocifisso dalle opposizioni per l’inadeguatezza mostrata dall’intero Governo e dai Servizi di spionaggio e controspionaggio nell’affrontare la grave crisi siriana, quella dei profughi, quella libica e degli italiani sequestrati, sia dal punto di vista diplomatico che da quello militare o semplicemente migratorio, ha preferito una poltrona senza contraddittorio dalla quale poteva dire quello che voleva. Non un gesto di pietà per gli italiani morti ammazzati, ma solo frivoli atteggiamenti da guitto. Il tutto nel giorno del triste anniversario dell’uccisione del funzionario dei nostri Servizi, Calipari, mandato in missione in Iraq per liberare una giornalista italiana sequestrata, e fulminato 11 anni fa dalla raffica di mitra di un soldato americano.
In un’atmosfera eccessivamente informale alla Fonzie, (è arrivato a scambiarsi un bacio equivoco e a darsi amorevolmente del tu con la conduttrice e poi a trasformarsi in presentatore di una cantante), Renzi ha dimenticato che la coscienza della nazione italiana è rimasta profondamente scossa dall’assassinio di Regeni al Cairo, dalla ingiusta detenzione da 4 anni di due marò in India, e dalla triste vicenda degli ostaggi in Libia di cui solo due sono riusciti a liberarsi. Renzi ha offeso quanti hanno vissuto la drammaticità di quegli eventi, la sensibilità dei parenti delle vittime, le sofferenze patite dai sopravvissuti.
Dopo una invereconda litania sui presunti successi vantati dal suo Governo, che invece è nudo e impreparato ad affrontare problemi complessi, ecco l’ennesima piroetta all’italiana sul tema, troppo spesso evocato a vanvera dai suoi colleghi di gabinetto e dall’alleato americano, di un eventuale intervento militare dell’Italia.
Affermando che mandare 5.000 uomini in armi in Libia non è un video gioco (pratica per lui congeniale come da partita alla play station con Orfini finita in rete) Renzi ha chiarito che “la missione militare italiana in Libia non è all’ordine del giorno perché la prima cosa da fare è che ci sia un governo che sia solido, anzi strasolido, e abbia la possibilità di richiedere un intervento della comunità internazionale e non ci faccia rifare gli errori del passato. Con cinquemila uomini a fare l’invasione della Libia l’Italia, con me presidente, non ci va”.
Decisione giusta e prudente, che non si può non condividere, ma che è in totale contraddizione, una vera capriola, con quanto da lui stesso proclamato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York lo scorso settembre e poi ripetuto al presidente americano Obama: l’Italia rivendicava il suo ruolo di primo attore nel Mediterraneo e il diritto di guidare una coalizione internazionale in Libia. Al che la Ministra della difesa Pinotti, in più di un’occasione, aveva dichiarato che l’Italia era pronta all’intervento con 5.000 uomini, mentre, da par suo, il Ministro degli esteri Gentiloni aveva fatto sapere alla nostra opinione pubblica che l’Italia doveva evitare che la Libia precipitasse nel caos. Ma come? Dopo tutto quello che è stato fatto dagli europei e dagli americani cinque anni fa nel disarticolarne le strutture, nello smantellarne l’organizzazione statale, nel disgregarne il tessuto sociale, l’industria, il commercio ecc. Gentiloni parla ancora di evitare il precipizio? Ma dove è stato fino ad ora? E dove sono stati i suoi consiglieri?
Dal Pentagono, attraverso la dichiarazione del ministro della difesa Ashton Carter secondo cui “l’Italia si è offerta di prendere la guida dell’intervento in Libia e noi l’appoggeremo con forza”era arrivato nel modo più esplicito, qualche settimana fa, l’invito all’Italia a mettersi l’elmetto in testa.
Ma i nostri annunci non erano altro che il solito bluff all’italiana, platealmente chiamato dall’ambasciatore americano a Roma Phillips che, ripetendo la posizione del suo ministro, ha fatto alla stampa una dichiarazione dal seguente tenore: visto che l’Italia ha chiesto di poter guidare la spedizione in Libia noi l’appoggiamo e la invitiamo a schierare sul campo i 5000 soldati di cui si è parlato.
Il contrordine compagni ha risuonato nell’aula del Senato, nonostante l’interventismo del solito Napolitano (quello, per intenderci, che appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria) dove Gentiloni ha negato, come fatto in passato, che sia stato pagato un riscatto per i sequestrati in Libia, aggiungendo che la vicenda ha ancora tanti punti oscuri e che l’Italia non si farà trascinare in un’avventura senza che ci sia una richiesta esplicita di intervento da parte del governo libico.
Ancora non si sa se questa dichiarazione italiana di attendere un esplicito invito ad intervenire da parte di un governo di unità nazionale libico sia un suggerimento dei nostri vertici militari, che sanno che non sarà una passeggiata, oppure se sia una deviazione in corner del nostro premier per sottrarsi ad un impegno rivendicato, ma una cosa è certa: un governo libico democratico di unità nazionale non ci sarà mai. Chi conosce le tradizioni, la storia, la mentalità tribale e settaria della Libia sa che, fino a quando una delle fazioni in campo non riuscirà a prevalere per forza sua, o per sostegno di forze straniere, sulle altre componenti della galassia politico-militare libica, annichilendole (debellatio) e mettendo a tacere la logica dei poteri tribali, delle cosche mafiose, degli integralismi religiosi, non ci potrà essere alcuna stabilità. E a corroborare questa interpretazione basta la dichiarazione del ministro degli esteri del governo di Tripoli, in antitesi a quello di Bengasi, che ha rifiutato esplicitamente la presenza sul suo territorio di soldati stranieri, tanto meno italiani, ancora visti, per gli effetti della quarantennale propaganda ipernazionalista gheddafiana, come il simbolo dell’oppressione coloniale.
Sono passate solo poche ore dalla performance televisiva di Renzi ed ecco che a Venezia si è svolto il vertice bilaterale italo-francese. Nell'incontro a due con Hollande un’altra piroetta. Renzi ha detto che il tempo stringe e che occorre decidere per la Libia prima che sia troppo tardi, anche perché gli americani hanno già stilato una lista di 40 obiettivi strategici, economici e militari da bombardare con i loro droni e missili.
In Mediterraneo, a far compagnia alla fregata egiziana missilistica “Tahya Misr” (Viva l’Egitto), ceduta di recente dai francesi insieme a 24 cacciabombardieri Rafale ed equipaggiata di siluri, cannoni e di un sistema missilistico antiaereo e antimissilistico, si avvicina la portaerei nucleare francese Charles De Gaulle. Sembra che Francia e Italia, i due paesi di recente visitati dal dittatore al Sissi[3], si preparino con l’Egitto, sotto copertura radar USA, alla spallata in Libia. L’offensiva sarebbe stata concordata per fine aprile-maggio mandando in soffitta ogni velleità di far luce sull’assassinio di Regeni e sul riscatto dell’onore, così brutalmente umiliato dalle bugie, dai depistaggi, dalle prese in giro della magistratura e dalla polizia egiziana.
Il piano studiato a tavolino ha già visto, da alcune settimane, la dislocazione sul terreno di parà e di unità speciali francesi, soprattutto tra Bengasi e Tobruk, nel territorio sotto il controllo del generale libico filoamericano Haftar, stretto alleato degli egiziani. Per questo anche il nostro Presidente del Consiglio ha firmato alla chetichella, senza discuterne o informarne il Parlamento, con l’ammiccamento del compiacente Copasir, un ordine esecutivo segretato che spedisce in Libia parecchie decine di agenti speciali sotto copertura, con compiti di preparazione sul terreno delle attività del piano di guerra, agli ordini di un Capo dei Servizi che è stato sempre al calduccio in posti di potere, senza aver mai respirato la polvere della trincea o averne patito i disagi.
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[1] art. 264 del codice penale: “Chiunque, incaricato dal Governo italiano di trattare all’estero affari di Stato, si rende infedele al mandato, è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all’interesse nazionale, con la reclusione fino a cinque anni”.
[2]  Vedi articoli “Tradimento” del 19.2.2016 e “Il prezzo del tradimento” del 21.2.2016
[3]  Vedi articolo “Il tiranno d’Egitto” del 14.2.2016

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TRADIMENTO

TORQUATO CARDILLI - Le relazioni italo-francesi sono state costellate in epoche in cui la democrazia era solo un concetto di sistema di governo confinato nei libri di storia all’antica Grecia, da cessioni territoriali dall’una e dall’altra parte, sempre attuate per rispondere a ambizioni personali dei governanti del tempo, senza il coinvolgimento attivo dell’opinione pubblica delle popolazioni interessate.
Furono scambi di territori, motivati da interessi militari e geopolitici o, più terra terra, da puro desiderio di dominio per orgoglio personale, decisi a tavolino dai monarchi e dai loro plenipotenziari (vedi box).
Purtroppo in questi giorni del XXI secolo sta per ripetersi uno scambio di sovranità statuale che fa aleggiare sulla testa di Renzi l’onta incancellabile di un atto che rassomiglia al tradimento della patria e del popolo italiano.
Cosa è accaduto in realtà, mentre il popolo italiano ignaro ha continuato ad assistere alla pantomima politica sull’adozione da parte di omosessuali ed alle diatribe da cortile di parlamentari che saltano da un gruppo all’altro in cambio di posti e prebende?
In occasione del vertice bilaterale franco italiano, tenuto a Parigi il 24 febbraio dell'anno scorso, il nostro primo ministro, digiuno non solo dei rudimenti essenziali delle procedure del cerimoniale di Stato e della buona educazione, ma anche delle basi di norme costituzionali e dei fondamentali del diritto internazionale, si è comportato come un piccolo borghese ammesso nella reggia del padrone. Ha firmato a scatola chiusa, all’Eliseo, con il presidente francese Hollande un'intesa sulla modifica dei confini marittimi tra i due paesi, mascherata dalla necessità di organizzazione del traffico marittimo nel canale di Corsica.
Per la verità il negoziato bilaterale era iniziato su richiesta francese sin dal 2006, all’epoca del governo Prodi che aveva messo la questione a dormire; poi il dossier era stato riesumato da Parigi all’epoca del governo Monti, nel 2012, ma fu messo nuovamente in sonno.
A quei furbacchioni del Quai d’Orsay non è apparso vero, qualche anno dopo, che a Palazzo Chigi ci fosse un pivellino ed allora hanno fatto riemergere dalle acque tirreniche la bozza di accordo per sottoporgliela.
Et voilà: cosa fatta. Per la Francia è stato un giochetto incassare quell’intesa, messa in un angolo dai governi italiani precedenti, che dilata le sue acque territoriali da 12 a quasi 40 miglia. Essa prevede infatti la cessione dall’Italia di parecchie decine di miglia quadrate di mare sardo e ligure molto pescose, ricche di una pregiata qualità di gambero rosso da € 100 al kilo, sul quale vive una larga fetta della marineria da pesca di quelle regioni italiane.
Quindi i due ministri degli esteri (il nostro Gentiloni, che dà sempre l’impressione di passare di là per caso, e quel volpone di Fabius, già primo ministro di Francia, conoscitore fin nei minimi dettagli del dossier franco-italiano) hanno proceduto in gran segreto un mese dopo a marzo 2015, a Caen, alla formalizzazione dell’accordo vero e proprio con tanto di timbri e ceralacca.
Quello di Caen non è stato un trattato routinario tra stati alleati, è un atto che riscrive i confini nazionali a favore della Francia in 41 punti nella zona di mare delle Bocche di Bonifacio in cambio di una fetta di mare sterile in prossimità dell’isola d’Elba.
La cosa che ingigantisce la gravità della cessione è che il tutto sia avvenuto senza che fosse attivato un esame preventivo a livello politico di governo, di commissioni parlamentari, senza un sereno dibattito pubblico sulla sua utilità in Camera e Senato né sugli organi di informazione, senza consultazione delle regioni interessate e senza la valutazione dell’impatto negativo sulle economie familiari dei pescatori della zona.
E il mistero sarebbe continuato se i francesi non avessero commesso l’imprudenza di fermare sotto la minaccia dei mitra delle loro motovedette guardacoste due pescherecci italiani che appunto pescavano in quelle acque. Solo attraverso questo incidente, che avrebbe potuto avere gravi conseguenze, la cosa è venuta alla luce.
Ma qui siamo all’ennesimo pasticcio all’italiana, tipo trattato di Uccialli del 1889, interpretato in un modo a Roma e in modo del tutto differente ad Addis Abeba, che ci portò dritti alla disfatta di Adua.
Perché pasticcio? Per il semplice motivo che il trattato prevede che non vengano pregiudicate le tradizioni di pesca degli italiani e dei francesi in quelle acque. E allora che senso aveva modificare i confini se non c’erano riflessi economici sulle usanze e tradizioni di pesca? I francesi forti della ratifica del trattato da parte dell’Assemblea Nazionale, ne hanno fatto scattare l’applicazione pur sapendo che si tratta di un accordo allo stato giuridicamente inesistente visto che non è stato ancora ratificato con legge dal nostro parlamento e che non si è proceduto allo scambio di ratifiche.
Del blocco a Nizza del peschereccio italiano Mina il 13 gennaio si è interessato il M5S con un’interrogazione parlamentare senza che nessun organo di informazione o talk show politico ne facesse oggetto di approfondimento e di indagine.
Il Sottosegretario agli Esteri ha tentato di rispondere in modo fumoso (Vedi lettera di Della Vedova), e pur accennando alle scuse francesi per l’accaduto ha evidenziato l’approssimazione e la mancanza di fermezza del nostro esecutivo di fronte ad un inqualificabile sopruso.
Sanno Renzi e Gentiloni che il trattato internazionale è una fonte principale del diritto internazionale subordinata alle norme che ne disciplinano l’attuazione?
Sanno che la firma del trattato non è altro che uno strumento di autenticazione notarile di un testo, cioè una fotografia, che non si può cambiare se non attraverso un nuovo negoziato, di un impegno sulla carta ma non effettivo che non ha alcun valore vincolante per gli Stati fino ad avvenuto scambio degli strumenti di ratifica?
Sanno che la Costituzione italiana all’art. 87, comma 8 dispone che la ratifica spetta al Capo dello Stato, previa legge di autorizzazione del Parlamento secondo quanto previsto obbligatoriamente dall’art.80 della stessa Carta quando si tratta di materie di particolare rilevanza come i trattati di natura politica, riguardanti le variazioni del territorio nazionale?
Sanno che la firma del Presidente della Repubblica non è considerata valida se non è controfirmata dal Ministro proponente, che ne assume la responsabilità come da articolo 89 della Costituzione?
Sanno infine che la Francia ha ratificato il trattato da un pezzo mentre non è all’ordine del giorno delle Camere la legge italiana di ratifica?
Con la sua firma Renzi si è assunto la responsabilità personale e politica di fronte alla nazione di averne compromesso e danneggiato palesemente gli interessi mutandone i confini, in violazione del giuramento prestato all’atto dell’assunzione dell’incarico di primo ministro.
Ancora una volta il nostro primo ministro si è comportato con spregiudicatezza e con incoscienza nelle relazioni internazionali, già messe a dura prova dai continui attacchi all’Europa e dal contenzioso aperto con l’Egitto di al Sissi, come un bullo di provincia che spernacchia i suoi concittadini mentre in realtà becca ceffoni da tutti appena mette il naso fuori dai confini.
Glielo ha ricordato in un’altra interrogazione parlamentare, ignorata dai grandi media, il deputato sardo Pili che ha qualificato l’atto come “un vero e proprio furto di Stato ordito con spregiudicatezza da un Presidente del Consiglio e da un Governo che hanno agito furtivamente e in silenzio, cercando di nascondere il misfatto.
A questo punto sul piano politico è del tutto irrilevante che l’accordo non sia stato ancora ratificato, mentre dal punto di vista sostanziale l’Italia non può subire senza un’adeguata reazione l’affronto francese di aver impedito con la minaccia delle armi l’attività di pesca.
Inoltre l’aver sottoscritto un atto che viola i principi di sovranità territoriale è un fatto inaudito e il silenzio della classe politica sconfina nella complicità vigliacca che andrebbe stanata in una vera e propria mozione di sfiducia per gravi violazioni costituzionali.
 
Quadro delle cessioni territoriali tra Francia e Italia
 - Dopo la guerra di successione spagnola, Vittorio Amedeo II di Savoia con i trattati di Londra del 1718 e dell’Aja del 1720 ottenne che la Sardegna fosse aggregata al Principato di Piemonte con i ducati di Asti, Aosta, Monferrato, Vercelli e Saluzzo.
- Nel 1768, con il trattato di Versailles, la Repubblica di Genova, in pagamento di un debito di 2 milioni di lire genovesi contratto con il re Luigi XV, cedette la Corsica alla Francia, che vi mandò subito le sue truppe. L’isola fu allora annessa al patrimonio personale del re di Francia. Un anno dopo tale trattato nacque ad Ajaccio, da famiglia borghese di origini toscane, Napoleone Bonaparte.
- Nel 1815 il Congresso di Vienna nel restaurare l’ordine europeo dopo il ciclone napoleonico, stabilì che Nizza fosse sottratta alla Francia ed assegnata al Regno di Piemonte.
- Nel 1859, dopo quasi mezzo secolo, con l’armistizio di Villafranca, l’Austria sconfitta cedette alla Francia la Lombardia che fu girata al Regno di Piemonte.
- Nel 1860, con il trattato di Torino, a seguito degli accordi di Plombières, il Regno di Piemonte cedeva alla Francia la Savoia e Nizza, patria di Garibaldi. Il Piemonte tuttavia trattenne il controllo sulle città di Briga e Tenda che pure facevano parte dell’intesa, inducendo Napoleone III a rinunciarvi con la scusa che si trattava di territori di caccia di proprietà del re sabaudo.
- Nel 1866 con l’armistizio di Cormons, l’Austria cedette alla Francia, che girò la proprietà al neo costituito Regno d’Italia, il Veneto, Mantova e il Friuli.
- Nel 1935 con il trattato Mussolini-Laval, la Francia cedette all’Italia la fascia di Aouzu del Ciad settentrionale che fu annessa alla Libia sotto dominio italiano e la fascia di Rahayta della Somalia francese che fu annessa all’Eritrea, colonia italiana.
- Nel 1947, con il trattato di pace di Parigi, l’Italia sconfitta nella II guerra mondiale cedette alla Francia, come riparazione dell’aggressione del 1940, le città di Briga e Tenda. Poiché la Costituzione francese imponeva che non vi fossero acquisizioni territoriali senza il consenso delle popolazioni interessate, fu indetto un referendum tra i cittadini effettivamente residenti. Ma questo si svolse sotto occupazione militare francese il 12 ottobre 1947, e il risultato segnò un’adesione quasi unanime alla Francia vittoriosa.

Lettera del Sottosegretario Della Vedova (CLICCA)

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FIDARSI E’ BENE, MA…

TORQUATO CARDILLI - E’ passata una settimana da quando Renzi ha dato a vedere di aver preso cappello perché è stato reso di pubblico dominio il fatto che gli americani avevano intercettato nel 2011 le conversazioni di Berlusconi. Non per la persona in sé, i cui colloqui telefonici non andavano al di là di qualche barzelletta, o favore alle sue aziende, o appuntamento per una “cena elegante” con seguito di bunga bunga, o qualche intesa con i suoi avvocati per abbreviare i tempi di prescrizione ecc., ma perché si trattava pur sempre del Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia, paese alleato che, per oltre mezzo secolo, ha costituito la base per eccellenza della Nato, la prima linea contro l’URSS e il patto di Varsavia, paese talmente fedele da rimandare subito liberi a casa i militari responsabili della tragedia del Cermis e da indurre i suoi Presidenti a graziare gli spioni condannati per sequestro di persona.
Figuriamoci se gli americani, che hanno sempre spiano i russi, che sono stati scoperti a riservare lo stesso trattamento al primo ministro giapponese Abe, al presidente francese Hollande e alla cancelliera Merkel, non avessero ascoltato, come un gioco da ragazzi, anche le conversazioni di Berlusconi, descritto dall’incaricato d’affari a Roma, in un dispaccio diretto a Washington e reso pubblico dalla gola profonda di wiki leaks, come persona assonnata, che non dorme abbastanza di notte, che non segue una conversazione per più di 5 minuti.
La richiesta di chiarimenti da parte del Ministro degli Esteri Gentiloni all’ambasciatore americano a Roma Phillips (di origini italiane) lascia il tempo che trova, poco più di una sceneggiata, buona solo per qualche velina da telegiornale, così come l’intervento della ministra Boschi che, durante il question time alla Camera, ha definito inaccettabili le intercettazioni subite da Berlusconi. Qualcuno ha azzardato che la ministra avesse scippato la funzione al Sottosegretario delegato alla sicurezza, ma forse a palazzo Chigi si è ragionato che Minniti, veterano in quel posto, ricoperto anche in precedenti governi, avendo in passato negato lo spionaggio americano, non sarebbe stato abbastanza credibile.
Ingenui o in malafede? Il nostro Presidente del Consiglio e i suoi ministri, insieme agli apparati di sicurezza che gli gravitano attorno, si mostrano sorpresi e indignati! Nessuno che si sia mai avveduto di nulla!
Renzi ha dovuto esibire uno scatto d’ira per nascondere tutta la sua vergogna e l’umiliazione, non solo per le intercettazioni di Berlusconi, ma anche per quelle di Monti, Letta e per le sue di cui sono già pieni gli archivi informatici della NSA.  Quasi quasi verrebbe voglia di sostenerlo nella decisione di affidare la sicurezza informatica a persona di sua esclusiva fiducia.
Porsi la domanda se i nostri Servizi di spionaggio e controspionaggio fossero al corrente o meno della pratica è del tutto inutile: se lo sono stati avrebbero dovuto impedirlo con ogni mezzo, magari obbligando il Capo del Governo al mutismo più assoluto o a inviare messaggi tramite pizzini con l’obbligo di distruzione dopo la lettura da parte del destinatario come fanno i mafiosi e se non l’hanno impedito erano collusi con lo straniero; viceversa se non lo sapevano è la prova che sono inefficaci anche se molto costosi.
Quale che sia la verità, il succo della questione, come ribadito dal portavoce del Dipartimento di Stato americano Turner è che gli americani per ragioni di sicurezza nazionale intercettano a loro insindacabile giudizio tutti, amici e nemici, alleati e affini.
Gli americani sono molto pragmatici. Valutano amici o nemici non in base alla condivisione di principi e di valori, al rispetto dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali, ma a seconda delle convenienze del momento in una permanente guerra fredda volta alla supremazia politica, militare, economica, finanziaria, commerciale e dal grado di accettazione di questa visione da parte degli uomini di governo stranieri.
Il fatto che la Procura della repubblica di Roma abbia aperto un fascicolo, per ora solo ai fini di vederci chiaro su quanto accadde nel 2011 che portò al defenestramento di Berlusconi da palazzo Chigi, è già di per sé indicativo che c’è qualcosa di più di un semplice “rumor”.
Per questo ormai Renzi si sente completamente assediato sia all’interno del suo partito, sia dall’opposizione del M5S, dai mastini dell’Unione Europea, Juncker, Shultz, Tusk, Hollande e la Merkel, con cui ha scambiato più di un battibecco, e dagli spioni stranieri. Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio diceva un vecchio adagio.
Dunque guarda tutti con sospetto, rifiuta persino di utilizzare il telefonino messogli a disposizione dai nostri Sevizi e mette il segreto su tutti gli atti come i verbali del Consiglio dei Ministri o il contratto di leasing del nuovo super airbus da 40  mila euro al giorno!.
Già aveva avvertito fastidio per la polemica risalente all’anno scorso sulle sue telefonate con il generale della guardia di Finanza Adinolfi (ora in pensione) che si permetteva di dargli affettuosamente dello “stronzo”e adesso che la sindrome da accerchiamento è arrivata al culmine ecco l’idea di affidare al suo sodale Carrai tutta la torta della sicurezza informatica del Governo. Come? Seguendo lo stesso metodo spiccio utilizzato per allontanare un ambasciatore presso la UE poco gradito come Sannino, responsabile, a suo giudizio, di non aver contrastato con durezza la Commissione Europea, sostituito a Bruxelles dal vice ministro Calenda. Ma se i diplomatici sono alla fin fine inoffensivi, non così si può dire dei militari e dei Servizi che venderanno cara la pelle.
Frattanto quelli del giglio magico, contagiati dalla paura, hanno ridotto al minimo le conversazioni telefoniche e gli stessi ministri portano persino la mano alla bocca quando parlottano tra di loro in parlamento per evitare che possa essere letto il loro labiale, manco fossero i maldestri allenatori di calcio!.
In un altro paese il fatto che il capo del Governo sia stato permanentemente spiato da una potenza alleata, avrebbe infiammato il dibattito politico e dato occupazione ai giornalisti e commentatori per giorni, con discussioni sulla sicurezza nazionale da parte di analisti, intellettuali, politologi. In Germania, quando è stato reso noto che il telefono privatissimo della Merkel era stato sotto il controllo degli americani, la reazione è stata immediata con una crisi diplomatica senza precedenti, l’espulsione di 4 spie americane da Berlino e il richiamo, seppure temporaneo dell’ambasciatore da Washington.
Da noi nulla. A parte la sceneggiata sull’ira, nessuna spiegazione è stata fornita al popolo italiano preferendo di scegliere la via della dissimulazione. Alla pantomima della velata protesta nei confronti dell’ambasciatore americano e a qualche dichiarazione di sdegno ha fatto seguito da parte dei grandi giornali e delle testate radiotelevisive, pubbliche e private, un velo per fare dimenticare la notizia. Prima con approccio giustificazionista si è provato a giocare la carta dello spionaggio globale “tanto così fan tutti” e poi si è preferito dare più risalto a notizie di nessun rilievo come la contestazione subita dal prof. Panebianco all’Università, che non al fatto che gli Usa avessero compiuto una sistematica violazione della sovranità italiana intercettando non solo Berlusconi, ma l’intero vertice del nostro paese. Infine tutti gli organi di informazione hanno offuscato il ricordo di queste intercettazioni spionistiche dando la notizia che il presidente americano Obama avesse appena firmato la legge (judicial redress Act) di estensione agli stranieri degli stessi diritti goduti dagli statunitensi in tema di privacy e di diritto a far causa allo Stato in caso di spionaggio o di manipolazione dei propri dati da parte delle agenzie di sicurezza USA. Totale presa in giro! Ve lo immaginate un Renzi o un Mattarella che fanno causa agli Stati Uniti? Fidarsi è bene, ma…

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IL TIRANNO D’EGITTO

TORQUATO CARDILLI - Fa male, molto male, il constatare con amarezza di aver avuto ragione con molto anticipo su un giudizio, che ora tutti danno per scontato, solo perché un giovane intellettuale italiano, un ricercatore universitario di ventotto anni dottorando a Cambridge, è rimasto vittima della brutalità assassina di un servizio di sicurezza, addetto a infliggere le più indicibili torture.
Sto parlando di Giulio Regeni, che dal Cairo scriveva sotto pseudonimo per il Manifesto perché temeva per la sua incolumità, assassinato per opera degli apparati egiziani con licenza di uccidere, incaricati della repressione brutale di ogni forma di dissenso.
Regeni non è un turista rapito, né un soldato caduto per il paese, ma un martire della libertà negata ai lavoratori egiziani.
Sin dall'agosto 2013, appena un mese dopo l'avvenuta deposizione del legittimo presidente egiziano al Morsi, avevamo messo in guardia il governo italiano sulla ferocia del nuovo tiranno del Cairo che aveva assunto il potere il 3 luglio 2013.[1]
Per volere del generale Abdel Fatah al Sissi, che aspira a occupare il ruolo di assoluta egemonia sull’intera Africa Settentrionale, garantendo la sicurezza di Israele contro la deriva islamista e contro il governo di Gaza, ogni macchia all'onore va insabbiata anche con le scuse più meschine. L’importante è che il dissenso non abbia voce.
Alla stessa stregua degli imperatori romani che scaricavano sui cristiani perseguitati ogni crimine, così al Sissi accredita la versione che il terrorismo che insanguina qui e là la terra egiziana sia opera della fratellanza musulmana, e non dell'Isis, e impone che l'opposizione laica liberale sia zittita, che alle manifestazioni si risponda con le pallottole, che i giornalisti e gli attivisti che denunciano i soprusi siano sistematicamente arrestati senza mandato di un giudice, imprigionati e torturati e che la loro identità sia nascosta e il fatto negato.
Come accaduto in tante altre occasioni, anche al Sissi è stato una creatura degli USA, sempre pronti a parlare a vanvera di esportazione della democrazia e di diritti umani (i madornali errori dell’Iraq, Afghanistan, Libia, Siria stanno a dimostrarlo) salvo dimenticarsene quando sono in gioco i loro interessi economici, geopolitici o strategici. In Egitto la rivolta popolare di cinque anni fa aveva deposto Mubarak e aperto la strada con regolari elezioni alla presidenza di Mohammed al Morsi. Ma questo, con i suoi programmi anticorruzione, non piaceva agli americani che in sostanza controllano e sovvenzionano l’esercito egiziano. Così prima hanno mandato avanti il generale Tantawi e poi hanno dato tutto il sostegno al generale al Sissi che, in aperta violazione della costituzione e del diritto, ha fatto incarcerare e condannare il presidente al Morsi.
Anche l'Italia ha fatto finta di non vedere l'esistenza di questo stato di polizia; ha taciuto sulle ripetute violazioni dei diritti umani e ha appoggiato il nuovo dittatore nella convinzione fasulla che stroncasse l'instabilità e il terrorismo islamico. Questa convinzione granitica si è infranta quando è stato profanato il corpo di un suo cittadino, martoriato in modo brutale e selvaggio.
Matteo Renzi è stato tra i più forti sostenitori di al Sissi, che ha dichiarato i “fratelli musulmani” che avevano ottenuto la maggioranza assoluta in libere elezioni parlamentari, un’organizzazione terroristica, ha fatto condannare i suoi leader alla pena capitale, ha fatto arrestare gli stessi laici anti Mubarak che avevano invocato una svolta democratica, ha militarizzato l’Università e i Centri di cultura, ha messo a libro paga migliaia di informatori promettendo all’Occidente, in cambio del sostegno al suo regime, una guerra al terrorismo islamico che non sta dando i risultati sperati.
Per Amnesty International sono migliaia gli attivisti arrestati e uccisi tra il 2014 e il 2015, centinaia le persone sparite nel nulla, quelle torturate, le donne molestate o stuprate in pubblico o nelle segrete delle prigioni di fronte ai mariti, ai padri, ai fratelli.
Come se nulla fosse, Renzi ha accolto nel 2014 a Roma al Sissi in cerca di legittimazione internazionale, salutandolo come colui che avrebbe aiutato l'Occidente a sconfiggere “il terrorismo e il radicalismo grazie alle scuole e all'educazione” e, nonostante l’assassinio al Cairo in pieno giorno dell’attivista socialista Shaima al Sabbagh da parte della polizia, ha ripagato il Rais nel marzo del 2015 con la visita al forum di Sharm el Sheikh, unico primo ministro europeo, andando ben oltre le formule di cortesia e dichiarando alla tivù araba al Jazira, che “al Sissi era un grande leader”.
Il corpo del giovane Regeni, orribilmente martoriato (tumefazioni sul viso, segni di bruciature di sigarette, tagli da lama in varie parti del corpo, unghie strappate, sette costole spezzate, segni di tortura da scosse elettriche ai genitali, falangi schiacciate, rottura della vertebra cervicale) come confermato dall’autopsia fatta in Italia, è stato ritrovato seminudo sul ciglio dell’autostrada tra Cairo e Alessandria nove giorni dopo la sua scomparsa avvenuta il 25 gennaio, nonostante che il nostro Ambasciatore in Egitto avesse allertato il Ministro dell’interno egiziano a sole dodici ore di distanza dalla mancanza di notizie. La prima versione data dalle autorità egiziane è stata quella di un incidente stradale, poi di una rapina finita male per opera di balordi, quindi che Regeni fosse caduto in una trappola da parte di islamisti. Tutte fandonie planetarie, smentite non solo dalla ricognizione sul cadavere, ma dalle tracce delle celle telefoniche e dalla testimonianza di coraggiosi egiziani che hanno assistito al suo sequestro da parte di agenti in borghese.
Tutti i nostri organi di informazione non hanno fatto altro che sottolineare che il Ministro degli Esteri Gentiloni, con quell’atteggiamento imbambolato di chi sembra appena uscito da una fumeria, ha chiesto con fermezza la massima chiarezza e la piena collaborazione delle autorità egiziane per l’individuazione dei responsabili dell’omicidio.
Bum! Al Cairo stanno tremando per la paura soprattutto dopo che il Ministro dell’interno Alfano, quello per intenderci che ubbidiva all’ordine dell’ambasciatore del Kazakistan sul rapimento della Shalabayeva, che ha sempre mantenuto un profilo di omertoso silenzio sulla macelleria di Bolzaneto, e sulla morte per percosse durante il fermo di polizia di cittadini come Cucchi, Aldovrandi, Ferulli e tanti altri ha dichiarato che al Sissi collaborerà e che i buoni rapporti con l'Egitto sono un fluidificante per aiutare nella ricerca della verità. Eduardo De Filippo lo avrebbe subito spernacchiato.
Il governo ha spedito al Cairo un team di investigatori (Carabinieri, Ros, Sco, Polizia, agenti segreti, Interpol) cui per altro le autorità egiziane, a dispetto dei proclami, non hanno offerto quella necessaria collaborazione spontanea ed effettiva per l’individuazione dei colpevoli dell’omicidio, anzi ne hanno rallentato e depistato in ogni modo l’attività.
In questi due anni suonati di governo Renzi, il popolo italiano è stato bombardato, ad ogni piè sospinto, dalle parole “orgoglio nazionale” utilizzate dal premier in ogni occasione dove si trattava di appropriarsi senza pagare dazio di un qualunque successo: dall’Expò (?) al record mondiale del nuotatore Paltrinieri, dall’Oscar a Sorrentino alla finale tennistica di New York tutta italiana Pennetta-Vinci, dalla nomina di Fabiola Gianotti a nuova Direttrice del Cern di Ginevra all’astronauta Samantha Cristoforetti alla scoperta dei ricercatori italiani delle onde gravitazionali da parte dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Pisa ecc. Ma se di tutto questo orgoglio nazionale nelle vene di Renzi ne esistesse una sola goccia che non sia pura chiacchiera propagandistica, l’assassinio di Regeni dovrebbe farla venire fuori. Dire come ha fatto Renzi “vogliamo, anzi esigiamo, la verità, tutta la verità” non è altro che il solito bla bla, già ascoltato in questi quattro anni nella vicenda dei marò.
Anche le pietre delle piramidi e la sfinge di Giza sanno che la verità sull’efferato delitto del povero Regeni è scritta nel comportamento degli sgherri del dittatore al Sissi che l’hanno torturato con meticolosa lentezza per giorni e giorni nel vano tentativo di strappargli informazioni sugli oppositori al regime.
Dunque se il Governo ha un minimo di orgoglio nazionale per questa offesa ad una politica di amicizia, dopo l’affronto ai nostri inquirenti in Egitto depistati nelle indagini con bugie risibili e con il finto arresto di due responsabili, dovrebbe congelare le relazioni diplomatiche fino a quando i veri responsabili non siano puniti. Se non lo fa, dimostra ancora una volta che un dittatore qualsiasi può prenderci per i fondelli. Ed è inutile fare il discorso del richiamo alla “real politik”paventando conseguenze economiche per i nostri contratti petroliferi e per le nostre esportazioni. Se dovesse prevalere questa visione politico-mercantilistica la smetta una buona volta di parlare di orgoglio nazionale o di diritti umani, e dichiari apertamente che in nome del profitto anche i principi più nobili diventano negoziabili fino a scomparire sotto la sabbia del deserto.

[1] “Pinochet tra le Piramidi” pubblicato on line il 18 agosto 2013 e nell’edizione cartacea il 27 agosto 2013.

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