Mar04242018

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Italia

Il cavallo di Troia

A Berlusconi conviene dare l’impressione di voler raggiungere un accordo e farlo fallire all’ultimo secondo addossandone ad altri la responsabilità
TORQUATO CARDILLI - Le avventure narrate nell’Iliade, poema dall’istinto distruttivo, ben note ad ogni studente italiano delle scuole medie tanto da far parte della nostra generale memoria scolastica, si riferiscono agli ultimi 51 giorni che precedono la messa a ferro e a fuoco di Troia.
Entrambi gli eserciti hanno perso i loro eroi migliori e tanti combattenti senza che, dopo 10 anni di guerra, l’uno riesca a prevalere vittorioso sull’altro.
Ed è qui che entra in gioco l’astuzia per ottenere quanto non avevano ottenuto la prestanza atletica, il coraggio, l’arte militare, la retorica, l’eloquenza, la trattativa. Ulisse agì fraudolentemente, ma i Troiani si comportarono da fessi.
Ce lo ricorda bene Virgilio che mette in bocca a Cassandra, la profetessa inascoltata, la predizione della fine di Troia e che fa pronunciare al sacerdote Laocoonte la famosa frase “timeo danaos et dona ferentes”.
Questo insegnamento di non fidarsi di coloro che si ritengono nemici, anche se hanno atteggiamenti amichevoli o generosi, sembra essere stato dimenticato ai giorni nostri dal giovane Renzi che è rimasto affascinato dal dono del cavallo di Troia, cioè dall’offerta del cavaliere di poter discutere faccia a faccia i destini della patria per un accordo sulla legge elettorale, sulla riforma della costituzione, sulla sorte del governo.
Anche nella politica italiana la lotta decennale tra Forza Italia e il PD sembra dunque arrivata all’epilogo.
Berlusconi, nuovo Ulisse che si fa concavo o convesso a seconda delle circostanze (lo ha detto lui stesso) che ha messo nel sacco tanti navigati politici da Follini a Casini, da Buttiglione a Fini, da D’Alema a Veltroni, si accinge alla partita decisiva. Il suo antagonista è un giovane sindaco di belle speranze, arrivato  sull’onda trionfale delle primarie, al posto di capo del più grande partito d’Italia, senza avere al proprio servizio la macchina mediatica dell’avversario, né sulle spalle l’esperienza, la perfidia, l’inganno, la capacità di rinnegare a inchiostro ancora fresco quanto scritto.
Del resto a Berlusconi, che ha già dimostrato di aver fatto provvista di  una buona dose di cinismo machiavellico, cosa importa dell’abolizione del Senato, casa dalla quale è stato cacciato nell’ignominia e nella quale non potrà mai più rientrare? E’ stato semplice per lui dichiararsi d’accordo per la soppressione di Palazzo Madama. A lui interessa essere considerato il giocatore principale della partita per poter salvare le proprie aziende e il proprio patrimonio. Altrimenti non si sarebbe spiegato il voltafaccia all’ultimo minuto, contro il parere delle sue truppe furiose, quando ha dato il voto di fiducia al governo Letta, seguendo l’ammonimento del più pragmatico dei suoi consiglieri, il Fedele per antonomasia.
Fatti i conti, visto il tradimento del PD di Epifani di votare la sua decadenza, ha poi deciso di passare all’opposizione per rinsaldare il suo potere di interdizione e con quella spada in mano ha lusingato il giovane Renzi a intavolare con lui, l’unico Baobab della politica italiana, la trattativa più che con gli altri cespugli della savana destinati all’inaridimento.
Per questo ha concordato in “perfetta sintonia”(queste sono le parole di Renzi) sui punti principali di una nuova legge elettorale che tolga di mezzo i piccoli partiti.
I 51 giorni di Troia, cioè quelli dall’elezione di Renzi a Segretario del PD scadono il 27 gennaio, data indicata come termine entro il quale dovrà approdare in Parlamento la discussione sulla legge elettorale.
Sono già otto anni che tutti i partiti fingno di voler cancellare il porcellum che non garantisce la governabilità e che ha palesemente espropriato i cittadini dal diritto di scegliersi il proprio parlamentare.
Chi non ricorda il solenne impegno preso dal Presidente del Consiglio Letta, in occasione della fiducia al suo governo, di abolirlo entro ottobre 2013? Non è successo nulla e ci ha pensato la Corte Costituzionale a richiamare Governo, Parlamento e Partiti per la loro inconcludenza. Ed allora Renzi ne ha fatto la bandiera per guidare il rinnovamento dell’Italia.
Ci ha appena provato con Grillo (che, detto per inciso, senza il trucco del porcellum ha raccolto più voti di tutti), ma in modo pro forma, senza convinzione non volendo rinunciare al finanziamento pubblico dei partiti che Grillo gli ha chiesto come prima fiche da giocare sul tavolo della trattativa. Ed allora si è rivolto al secondo forno.
Berlusconi ha afferrato al volo l’occasione, incassando il successo di rientrare in gioco. Ma salendo quelle scale che lo hanno portato al cospetto di Renzi, lo ha fatto senza dignità non tanto per le manifestazioni ostili della folla, per le uova contro la limousine, per la scelta dell’ingresso secondario, ma perché ha assaporato “come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale”. Lui che si riteneva l’uomo del destino, più importante di Cavour, di Mussolini, di De Gasperi e Andreotti, macchiato dall’onta di una condanna per frode fiscale e dall’espulsione per indegnità dal Senato, ha accettato il viaggio a Canossa, per implorare di essere consultato. Attenzione detta così può sembrare che Berlusconi abbia perso la partita. E invece no.
Che interesse ha Berlusconi a far vincere Renzi nel realizzare quelle riforme che non gli sono riuscite? Nessuno. Al più tardi nel 2015 si andrà nuovamente al voto ed allora se le riforme saranno state realizzate il successo sarà tutto di Renzi che potrà presentarsi all’elettorato come il vero rinnovatore dell’Italia. Dunque a Berlusconi conviene dare l’impressione di voler raggiungere un accordo e farlo fallire all’ultimo secondo, come fu con la Bicamerale, addossandone ad altri la responsabilità.
Astutamente ha ordito una trappola che scatterà provocando l’implosione del partito democratico e ove questo non dovesse accadere per l’interesse di ogni singolo parlamentare a mantenere ben saldo il proprio seggio, non esiterà un attimo a provocare le elezioni anticipate, magari fingendo di volerle evitare, con l’obiettivo di consumare l’ennesima vendetta contro la costola dei traditori Alfano, Cicchitto, Schifani, contro il suo successore Monti e contro il PPI di Casini e Mauro.

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Quando i somari sono al potere

TORQUATO CARDILLI - Se Lucio Apuleio, autore dell’Asino d’oro, l’unico romanzo scritto in latino pervenutoci interamente, potesse tornare in vita dopo due mila anni, certamente arricchirebbe i libri delle sue Metamorfosi ispirandosi alla mandria di somari che ci governa, perché l’Italia pur cambiando verso, come enfaticamente proclama Renzi il Magnifico, emette sempre lo stesso raglio.
Il libro di Apuleio si snoda intorno alla vicenda del protagonista ed alla sua metamorfosi in asino a seguito di un errore di esecuzione di un esperimento magico: poiché ha mantenuto sano l’intelletto, attraversa una serie di peripezie per appagare il desiderio di rientrare  nelle originarie sembianze.  L’intreccio odierno, senza offendere i napoletani che hanno scelto nel ciuccio il simbolo dalla loro squadra, potrebbe svilupparsi sul tema del somaro che si trasforma in uomo per seguire da vicino le asinate dei presunti ottimati eletti dal popolo, che poveretto crede di essere amministrato da politici e stenta a prendere coscienza di essere governato invece da emeriti ciuchi.
Una canzone di Vacca, lanciata circa una decina di anni fa recitava “chi sbaglia paga”, ma ciò non avviene nel nostro paese, diventato stalla di somari che non pagano mai per gli errori che commettono a ripetizione alle spalle dei cittadini.
Lasciamo da parte le pure macchiette di un analfabeta come Razzi che paragona il dittatore nord coreano al sindaco La Pira, di un agopuntore imbonitore di provincia come Scilipoti, o del senatore berlusconiano Sciascia condannato per corruzione che rimbecca un giornalista precisando che il suo reato era stato di corruttore e non di corrotto, o del governatore Cota dalle mutande verdi pagate dal contribuente. Sembrava che l’acme degli errori fosse stato raggiunto nel 2011 quando era ministro del lavoro Sacconi arrivato lì dopo un cursus honorum invidiabile: ininterrottamente sottosegretario al tesoro dal 1987 al 1994, poi consigliere economico di Berlusconi, poi sottosegretario al lavoro dal 2001 al 2006 e infine ministro del lavoro dal 2008. In tale veste ebbe la bella pensata di abolire il riscatto dei 4 anni di studi universitari spacciandola come misura di equità a vantaggio delle generazioni future, che avrebbe tolto un privilegio solo a 60.000 persone vicine alla pensione. In realtà i soggetti interessati erano oltre 600 mila. E allora, olé! Il ciuco fa retromarcia con faccia tosta senza finire dietro la lavagna per la vergogna.
Quel Ministero decisamente porta male. Due anni fa la professoressa Fornero dalla lacrima sospesa di fronte alla telecamera, divenuta famosa per la stupidata che il lavoro non è un diritto, con la riforma delle pensioni ha creato il problema degli esodati. Anche in questo caso la cifra buttata là era che riguardava poche decine di migliaia di persone per le quali sarebbero stati trovati i correttivi. In realtà le vittime del tradimento di Stato erano più di 280.000. Oplà! Nessuna vergogna: la colpa dell’errore veniva scaricata sul malfunzionamento dello scambio di informazioni con l’INPS. Delle due l’una: o aveva sbagliato la Ministra, oppure aveva sbagliato il Presidente dell’Inps. Invece, per il solito miracolo italiano della consustanzialità del potere con la poltrona, nessuno si è dimesso, nessuno ha pagato e tutto è continuato come prima, ragli compresi.
Non era bastata la retromarcia del decreto salva Roma respinto dal Presidente della Repubblica e ringoiato tutto intero dal Governo che dopo averlo approvato all’unanimità in Consiglio dei Ministri aveva addirittura ottenuto su di esso anche la fiducia del Parlamento. Poco importa che il Presidente del Senato abbia fatto la figura del capoclasse imbelle, incapace di tenere una scolaresca indisciplinata. Il Primo Ministro non ha fatto una piega e nessuno ha pagato per questa colossale gaffe politica e mancanza di dignità.
Mentre l’Italia intera affoga nella pantomima dell’IMU si, Imu no, Imu ridotta, Imu rinominata, Imu inglobata, mini Imu, Trise, Tasi e Iuc, con i Comuni che a pochi giorni dalla scadenza sono nel caos amministrativo e non sanno che pesci pigliare, ci mancava pure l’ennesima figuraccia di richiedere retroattivamente a 90.000 insegnanti, che guadagnano mediamente 1.300 euro al mese, la restituzione di 150 euro al mese erogati per tutto il 2013 quali scatti di anzianità.
Che manifestazione di asineria da parte di ministri che non riescono a valutare in anticipo le conseguenze negative di certi provvedimenti, che peccano di superficialità e di imprecisione nei calcoli, nelle previsioni, nella valutazione della situazione e delle ricadute politiche, economiche e sociali e che come altri loro colleghi non sanno cosa combinano gli asinelli dei loro recinti.
Ci voleva l’ukase ancora una volta del nuovo segretario del PD per mandare i due ministri (Mef e Miur) nell’angoletto degli scolari incompetenti e per tirare le lunghe orecchie d’asino al Presidente del Consiglio che, mentre si compiva il pasticcio, se ne andava a sciare in Slovenia.
La giustizia sembra che stia per arrivare a colpire con una pesante pena di reclusione un altro asino che seppur elevato al rango di ministro dello sviluppo economico credeva che una casa di fronte al Colosseo potesse essere comprata per la metà del prezzo di mercato, mentre a sua insaputa un benefattore pagava la differenza nel retrobottega del notaio.
Qualche mese fa un altro esponente del Governo, con la responsabilità della sicurezza interna, recitava le bugie di Pinocchio che si trasformava in ciuchino! Riferiva in Parlamento su una cosa che non sapeva (sono state sue parole) mentre un ambasciatore straniero gli sequestrava da sotto il naso con un’organizzazione para militare una donna con bambina rispedite in patria. Pagava il conto per lui il Capo di Gabinetto che ora ha deciso di vuotare il sacco.
Un’altra asina di Governo faceva comunella con la famiglia di un latitante credendo di stare nel paese dei balocchi e non a capo del Ministero della Giustizia, mentre una sua collega intercettata si esprimeva in toni scurrili e arroganti. Non un alito dal Colle che non si stanca però di richiamare gli italiani a fare la loro parte.
C’è ancora da meravigliarsi se l’OCSE prevede che l’Italia, paese con un tasso di disoccupazione del 13% e disoccupazione giovanile del 41,6%, governato da una mandria di somari, con parlamentari che non sanno scrivere le leggi, che non capiscono quello che votano, con una classe dirigenziale di burocrati ottusi ed inamovibili che elaborano regolamenti ancora peggiori delle leggi che vorrebbero disciplinare, con amministratori famelici come lupi che rubano al paese, con dirigenti che truffano le aziende a partecipazione pubblica, scivoli al 15 mo posto nell’economia mondiale?

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La natura morta e il ruggito del leone

TORQUATO CARDILLI  - Nel XVI secolo, con la diminuita richiesta di dipinti a soggetto religioso, incominciò a prendere piede la moda della natura morta, cioè un tipo di rappresentazione pittorica che consisteva nel ritrarre oggetti inanimati, di solito frutta, fiori, ma anche strumenti musicali, cacciagione, pesci e molluschi, o addirittura teschi e scheletri.
Allora i parlamenti non esistevano ed i pittori, che ne avevano fin sopra i capelli di ritratti di re, principi e papi, si dovevano arrangiare con le nature morte che racchiudevano significati simbolici o allegorici. Il teschio, il fiore appassito, il frutto marcito rimandavano esplicitamente alla fugacità del mondo contro la vanità imperante di tanti politici incapaci.
Questa metafora ci è tornata in mente di fronte alla fila di statue imbalsamate dei ministri sul banco del Governo in occasione del voto di fiducia. In Parlamento non c’è più quel personaggio che assomiglia al cardinale Mazzarino, che, nel 1660, tentava di nascondere i sempre più evidenti segni del decadimento fisico, truccandosi in modo vistoso, persino grottesco, nel vano tentativo di apparire più giovane. Se non fosse stato per l’esuberanza della pattuglia dei parlamentari del M5S, si sarebbe ben potuto dire che quanto appariva in televisione era una rappresentazione da natura morta, che aveva elevato a paradigma della propria esistenza la stabilità, l’immobilità dei cimiteri, come ha chiosato il Wall Street Journal.
Il Presidente del Consiglio in 8 mesi di attività ha chiesto per la terza volta il voto di fiducia, non per la conversione di un decreto legge o per l’approvazione di una legge di iniziativa governativa, ma per garantirsi la sopravvivenza. L’ha ottenuta, eppure è diventato ancora più debole data l’incompatibilità tra il proclamato impulso al cambiamento, imposto dal nuovo segretario PD Renzi, e la natura del Nuovo Centro Destra di Alfano, ancorato ai cascami della politica berlusconiana.
Letta, ha emesso il ruggito del leone (di cartapesta) promettendo di lottare come il re della foresta e cercando di iniettare nelle vene anemiche della sua maggioranza un ricostituente di incoraggiamento. Nessuno se ne è accorto o ne è rimasto spaventato, tanto è vero che oltre a Forza Italia (epico l’attacco di Brunetta al presidente Napolitano), Fratelli d’Italia, Lega e SeL, il M5S è partito all’attacco, lancia in resta, ripetendo che quelle stesse cose Letta le aveva già annunciate otto mesi fa. Ed allora il primo ministro ha fatto la figura del bambino piagnucoloso. Per rintuzzare il capogruppo del M5S che protestava per la disinformazione dei media è scivolato in una frase che più infelice non si può per l’onore di un presidente del Consiglio: “…e allora che cosa dovrei dire io che ogni giorno leggo sulla stampa notizie assurde o false sul mio conto e sul mio operato?...” Ma vi pare questa la replica di un Presidente del Consiglio ad un deputato dell’opposizione, che anziché contestare nel merito le accuse rivoltegli, piagnucola come un bambino?
Il paese è allo stremo, e questo noi lo ripetiamo inascoltati da mesi mettendo in guardia anche sui pericoli di disfacimento della società e della democrazia, ma il Governo ha fatto ben poco per arginare la caduta dell’Italia nel precipizio del caos ed ora sembra sorpreso della reazione popolare.
Quanti sostenevano che l’Italia era fuori della crisi (Tremonti) che il peggio era alle spalle (Berlusconi) che incominciavamo a vedere la luce in fondo al tunnel (Monti) che la ripresa era vicina (Letta) che il primo trimestre del 2014 segnerà un miglioramento del rapporto deficit/Pil (Saccomanni) hanno letteralmente mentito agli italiani che da parte loro sanno fare i conti e portano sui visi e sulle mani i segni della difficoltà quotidiana della loro esistenza.
C’è stato il solito gioco delle tre carte: Saccomanni, confortato dalla CGIL, ha avvertito sulla ineludibilità della reintroduzione della tassa sulla casa, abolita obtorto collo per obbedire all’ultimatum di Berlusconi.
In quest’ultimo mese abbiamo appunto assistito ad un inverecondo pasticcio, alla grottesca vicenda dell’abolizione dell’IMU, e dell’introduzione di una girandola di nuovi balzelli dai nomi fantastici come la Taser, la Tares, la Tarsu, la Trise, la IUC sempre in compagnia del ripetuto annuncio della svendita del patrimonio (quote di Eni, di Poste, di Finmeccanica, di suolo demaniale, ecc.) della lotta all’evasione con l’ombrello della solita clausola di salvaguardia. Che significa questa clausola? Semplicemente questo: cari cittadini abbiamo fatto dei conti ottimistici, ma niente paura. Se le entrate fiscali non saranno sufficienti aumenteremo il costo dei carburanti, dei tabacchi, dei prelievi sui giochi, dei bolli ecc. Vi sta bene così? Dateci fiducia, abbiamo bisogno di tempo.
Insomma vecchi strumenti di una classe politica e dirigenziale assolutamente ottusa e incapace, impotente, priva di idee che nasconde il deterioramento di tutti i principali indicatori economici, a partire dal più drammatico di tutti come la disoccupazione giovanile e la ripresa dell’emigrazione, fenomeno che sembrava fosse stato dimenticato dagli anni ‘60.
Intanto il debito pubblico è schizzato a 2.085 miliardi di euro, i disoccupati hanno superato la cifra simbolo di tre milioni, non siamo più la settima potenza industriale, ma nemmeno l’ottava o la nona, abbiamo perso il primato manifatturiero in Europa e i fautori delle larghe intese agitano lo spauracchio di nuove consultazioni definite “una dannata moda elettorale” in vista del semestre di presidenza italiana dell’UE che scatta a luglio 2014, come se questa funzione ci potesse dare qualche beneficio.
A parte che è notorio a tutti che è molto più importante la prima parte dell’anno (cioè un semestre pieno) per rotazione affidato alla Grecia, che non la seconda che, per via delle ferie e delle festività, conta solo su quattro mesi operativi, ma questo ruolo ha perso il significato di una volta, limitandosi solo all’aspetto organizzativo delle riunioni, all’ospitalità e ai pranzi delle delegazioni a spese del cittadino.
E poi quante volte è successo che per ragioni contingenti alcuni paesi si siano messi d’accordo tra di loro nell’invertire l’ordine di presidenza? Se non ci sentissimo in condizione di presiedere nel 2014 potremmo fare un accordo e spostare la nostra presidenza al 2015. E invece no. Ovvio dunque che si tratta di una pura scusa. Figuriamoci poi se con le pezze cucite addosso possiamo andare a presiedere altri 27 paesi intimando loro di adottare politiche meno rigoriste e più favorevoli alla crescita, all’allentamento dei vincoli del patto di stabilità e via di questo passo.
Letta già prefigura che si vada a nuove elezioni nel 2015. Sapete perché? Per il semplice motivo che l’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione voluto da Berlusconi e il rispetto del patto di stabilità, firmato pure esso da Berlusconi, saremo tenuti dalla fine dell’anno prossimo a tagli annuali della nostra spesa pubblica di 50 miliardi di euro all’anno. Ma come? Per il taglio dell’IMU di appena 4 miliardi siamo passati attraverso una specie di tragicommedia di 6 mesi ed ora pensiamo davvero di poter tagliare 50 miliardi senza una rivolta?
Questa stabilità di cui tanto si vanta il quadrilatero dei palazzi del potere, non essendo corroborata da un’incisiva azione di governo, è un ombrello bucato che ripara a mala pena la loro autoreferenzialità. Nonostante le frustate di Renzi, non c’è stato quel cambio di passo tra la politica degli annunci quotidiani e delle promesse a vuoto ed il fare concreto. Prendete l’ultima trovata dell’annuncio sull’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Una vera truffa. Non è stato abolito un bel niente. E’ stato solo ridotto il contributo pagato dal cittadino di qui al 2017 (il contributo pubblico sarà parzialmente abolito dal 2018) con l’aggravante dell’introduzione del finanziamento del 2 per mille a scatola chiusa, nel senso che il contribuente non può scegliere a chi devolverlo, ma confluirà in una cassa comune ripartita tra tutti. Se avessero veramente voluto abolirlo, anche senza una legge, avrebbero potuto imitare il M5S semplicemente restituendo al Tesoro qualche centinaio di milioni di euro all’anno, tanto più che la Corte dei Conti ha dichiarato illegittima la percezione del contributo dal 1997 ad oggi.
Stessa sorte per la riduzione della spesa pubblica affidata alla spending review dell’ennesimo Commissario ad hoc Cottarelli. Come non ricordare che sotto Prodi era stato incaricato Padoa Schioppa con risultati modesti e che dopo il ritorno a Palazzo Chigi di Berlusconi, Tremonti chiuse  la Commissione di revisione della spesa? Come dimenticare che Monti aveva affidato l’incarico a Giarda che annunciò l’obiettivo di portare alla luce inefficienze per 100 miliardi e che vista la fatica improba passò l’incarico a Bondi, il risanatore del bilancio della Parmalat, che promise un taglio di 5 miliardi all’anno nel triennio 2012-2014 naufragando nelle paludi ministeriali? Ma se hanno fallito Padoa Schioppa, Giarda e Bondi, vi potrà mai riuscire Cottarelli che ha promesso di tagliare trentadue miliardi di spesa in tre anni?
Ci si vanta di aver venduto tre aerei della Presidenza del Consiglio, ma si tace sul mancato taglio del 20% dei Direttori generali di tutti i Ministeri, promesso da Monti e rimasto una lettera morta. Non si dice che a tutti i dirigenti della Presidenza del Consiglio sono stati elargiti premi di 30.000 euro ciascuno per aver fatto uso della posta internet. Ci si straccia le vesti per il finanziamento della cassa integrazione, ma non si dice che sono state rifinanziate le missioni militari all’estero (ma che ci stiamo a fare in Afghanistan?) per mezzo miliardo di euro, che il programma di acquisto da 15 miliardi dei bombardieri F35 va avanti, che sono stati messi in bilancio ben 5 miliardi di euro per la marina militare e che ai militari, in barba a tutti gli esodati, viene consentito di andare in pensione a stipendio pieno con 10 anni di anticipo.
Le alte cariche si pavoneggiano per il misero risparmio (1 per mille) sul bilancio della Camera dei Deputati, mentre si continua ad assistere agli sprechi e al perpetrarsi di borbonici privilegi come l’ufficio riservato all’ex presidente Fini con uno staff di 10 persone per ancora dieci anni e una scorta armata.
Attenzione: ora siamo alle prese con l’ebollizione del fenomeno dei forconi, ma quando scatteranno le tagliole europee potrebbero scoppiare le bombe molotov.

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La ripetizione di un rito senza senso

TORQUATO CARDILLI - La sera della fine dell'anno si è ripetuto per l'ennesima volta un rito senza senso, che sarebbe stato più saggio evitare. Parlo del discorso augurale alla nazione del presidente della Repubblica a reti unificate, pubbliche e private, che è stato magnificato dai soliti laudatores, come ascoltato da 10 milioni di cittadini (un milione in meno di 7 anni fa).
Meglio sarebbe stato dire che tanti erano i televisori accesi, perché la maggioranza degli italiani a quell’ora era in casa e non poteva permettersi alcun diversivo per la crisi. Di quei 10 milioni quanti lo hanno in realtà seguito davvero mentre mangiavano cotechino e lenticchie, o affettavano un panettone? E quanti lo hanno veramente approvato? Non lo sapremo mai perché il conformismo benpensante non ce lo rivelerà.
In una cornice scenografica barocca e opulenta, ma di finta austerità (il presidente non era accanto al caminetto o alla scrivania, ma a capo di una tavola spoglia e vuota) è riecheggiato per una ventina di minuti il trito copione del richiamo al momento difficile, dei soliti appelli alle riforme, alla coesione sociale, alla stabilità politica, ai sacrifici comuni come se gli italiani non toccassero con mano ogni giorno questi problemi mai superati. Ci si sarebbe aspettato un discorso alto, non l’abituale geremiade sui ritardi della politica nel risolverli.
Sono stati toccati i soliti temi della crisi economica e sociale, della sfiducia dilagante, della necessità delle riforme ma è mancato soprattutto un concreto filo di speranza, che può essere suscitata soltanto in chi crede in una capacità di guida. E’ mancata una prospettiva di crescita che non può solo poggiare sull’invito a non disperdere i frutti dei sacrifici fatti. E’ mancata una promessa di un anno migliore perché la sollecitazione alla classe politica non è stata accompagnata da un impegno a dare l’esempio nelle rinunce.
Due sono stati gli spunti di carattere irrituale, fuori dai canoni dell’occasione: la lettura della posta del cuore, manco si fosse trattato di un direttore di rotocalco nel colloquio con i lettori e la stizzita reazione verso le critiche, che, come tanti nuvoloni neri, si sono addensate sul Quirinale e sul suo ospite.
Come ci si può dichiarare vicini alle realtà dolorose del paese, evocare valori e principi da coltivare tenacemente per realizzare una speranza di cambiamento, sollecitare il coraggio di rialzarsi in un popolo stremato se questo non vede un esempio tangibile scendere dall’alto?
Perché non ha seguito la via già percorsa da papa Francesco (citato in una inutile captatio benevolentiae) che in pochi mesi ha rivoluzionato la Curia, ha dato una prova concreta di modestia e di frugalità, ha impresso alla Chiesa sostanziali cambiamenti? Perché non ha imitato il presidente dell’Uruguay che ha rinunciato all’appannaggio presidenziale, riducendosi a vivere in una casetta da 80 metri quadrati, abbandonando il lusso eccessivo di una reggia che stride drammaticamente con la povertà popolare? Così sarebbe stato veramente vicino alle sofferenze della gente ed avrebbe obbligato una classe politica inetta e sprecona a darsi una regolata.
Le invocazioni disperate delle lettere dei cittadini in grave stato di bisogno che non hanno avuto una risposta a chi erano dirette? La grave situazione di disagio degli esodati da chi è stata creata se non dal governo con il suo beneplacito? Questo travaglio mica doveva essere riversato sugli animi gonfi di angoscia degli ascoltatori! E perché ha volutamente dimenticato di citare almeno una delle 150.000 invocazioni degli abitanti della terra dei fuochi? A chi era diretto l’invito a fare insieme i sacrifici? A chi ne fa già abbastanza?
Un passaggio di dubbio gusto è stato poi quello relativo all’autodifesa, nel quale l’augusto signore, pur dichiarandosi attento a considerare ogni critica o riserva sul suo operato, ricordando il famoso “non ci sto” del suo predecessore Scalfaro, ha detto che non si lascerà condizionare da campagne calunniose, da ingiurie e minacce e che nessuno può credere “alla ridicola storia delle pretese di strapotere personale”. Accidenti! Anche il Re Sole la pensava così.
Ma il tocco finale è stato nella promessa della durata del suo incarico: “resterò presidente fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile e fino a quando le forze me lo consentiranno. Fino ad allora e non un giorno di più”. Cosa intendeva dire? Ci sarebbe mancato altro che avesse previsto di rimanere là anche dopo che le forze lo avessero abbandonato!
A contenuti ovvi, ovvie reazioni a partire da quella del duo Ric & Gian, come se, specialmente il più giovane, da presidente del Consiglio in carica, da lui nominato, avesse potuto esimersi dall’esprimere piena sintonia o dissentire! Idem da parte dei dirigenti dei partiti che si dividono il potere o dalle altre cariche istituzionali che si sono avventurati in terreni sconosciuti di incitamento ai sacrifici, di creazione di posti di lavoro, di riforme, come se queste omissioni fossero colpe dei cittadini.
Altrettanto ovvio l’avviso contrario delle opposizioni, soprattutto del M5S che, in contemporanea, ha mandato in onda il contro discorso di Grillo il cui sito è andato addirittura in tilt per l’eccezionale quantità di accessi. Grillo, a riprova della scontata ritualità delle esortazioni quirinalesche, ha messo in ridicolo sugli stessi temi l’inerzia governativa, chiedendo al presidente due cose: di consentire di andare a votare subito con la vecchia legge elettorale mattarellum, richiamata dalla Corte Costituzionale,  e di seguire l’esempio di Cossiga, dando le dimissioni.
Che l’appello non venga raccolto ha poca importanza; quello che ormai conta per gli italiani è che con la minaccia di “impeachment” la sua immagine internazionale sia già stata compromessa.

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Gli italiani non sono più capaci di indignarsi davvero

GIAN LUIGI FERRETTI - Vi stupisce che l'Italia sia nelle posizioni di testa nella classifica dei Paesi più corrotti al mondo, addirittura peggio di Botswana, Bhutan, Capo Verde o Ruanda?
La corruzione prospera e si propaga se trova terreno favorevole e qui da noi il terreno è concimato. Il vero problema in Italia è che nessuno si indigna veramente davanti ad un episodio di corruzione o malaffare, a meno che non lo danneggi personalmente o non possa essere usato come arma propagandistica contro l'avversario politico.
Vi racconto una storia di questi giorni avvenuta in Paraguay, uno di quegli stati sudamericani rispetto ai quali  l'Italia si sente automaticamente tanto superiore da considerarli "repubbliche delle banane".
In Paraguay un giudice chiede al Senato che venga tolta l'immunità parlamentare al senatore Victor Bogado, un importante esponente del partito al potere, il Partito Colorado, affinché venga processato e dimostra di avere in mano prove schiaccianti.
Per togliere l'immunità parlamentare ad un senatore occorre il voto dei due terzi (30 senatori) dell'assemblea (46 senatori), ma votano contro la revoca dell'immunità ben 23 senatori mentre 22 votano a favore.
Di cosa è accusato il senatore Bogado? Di avere assunto come sua assistente parlamentare, pagata dal Senato, una signora che in realtà fa la baby sitar ai suoi figli.
Tutto qui? - mi sembra di sentirvi chiedere. Di una cosa così in Italia non se ne parlerebbe nemmeno, non interesserebbe neppure ai grillini, alcuni dei quali anzi sono implicati in una forma di parentopoli non troppo dissimile dal caso paraguaiano .
Volete sapere cosa è successo in Paraguay? Il finimondo. Proteste a non finire, persino da parte delle comunità dei paraguaiani all'estero. Proteste di un popolo e una vera, sentita, profonda indignazione corale senza caratterizzazioni partitiche.
Ogni giorno sui giornali si allunga la lista degli esercizi commerciali che espongono cartelli con scritto "Qui non possono entrare i senatori che hanno votato contro la revoca dell'immunità". Le cronache raccontano episodi come quello occorso a tale senatore Óscar González Daher che. invitato a lasciare un ristorante perché non gradito, ha tentato di negare la propria identità. Qualcuni si è pentito ed ha chiesto perdono alla Nazione.
Potrei raccontarvi tanti altri episodi, ma mi fermo qui; tanto lo so che la maggior parte di voi sta pensando: "Però che esagerati questi paraguaiani".

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Eppure sono stati tutti votati

ALBERTO BRUNO - Fine anno, fine di un anno amaro. Tempo di bilancio e di speranza. Il popolo italiano credeva che , dopo la cura di tagli e restrizioni imposta da Monti, nominato in fretta e furia senatore a vita a novembre 2011 e nuovo Capo del Governo con l’incarico di salvare l’Italia dal baratro berlusconiano, potessero finalmente cambiare le cose con le elezioni del febbraio 2013.
Era passato un anno e mezzo di lacrime e sangue, entrambi versati da chi aveva di meno non solo per la crisi generale, per l’accanirsi del fisco, dei tagli delle pensioni, della riforma del lavoro e degli esodati, ma anche per l’indignazione montante ogni giorno di fronte agli sprechi, alle ruberie, alle grassazioni, della politica. Più la politica si mostrava inetta e più la Magistratura scopriva altarini e imbrogli, truffe allo Stato ed alla buona fede dei cittadini arrivando ad inquisire deputati, senatori e interi consigli regionali (dal peculato all'associazione a delinquere).
E’ così che si è arrivati alle elezioni di 10 mesi fa il cui risultato ha sconvolto solo apparentemente il quadro politico italiano. Era opinione diffusa che questo sarebbe stato l’anno del cambiamento, della svolta, della rinascita, della fine della crisi e della ripresa della crescita.
E invece non è cambiato nulla. I vecchi partiti, incapaci di prendere atto della nuova situazione, hanno fatto da cintura di protezione intorno al Quirinale per continuare a perpetrare il loro potere, relegando in un limbo la forza propulsiva dei giovani arrabbiati del M5S.
Il risultato è stato che nuovo Governo e nuovo Parlamento sono rimasti allo stesso livello di inefficienza di prima, mentre il popolo sta, se possibile, ancora peggio.
Mesi persi in un chiacchiericcio infantile  sulla riforma della legge elettorale, sulla nomina dei saggi per la riforma della costituzione, sull’abolizione delle provincie, sulla cancellazione del finanziamento pubblico dei partiti, sulla questione dell’IMU, sulle primarie del PD, sulla condanna di Berlusconi e la spaccatura del PdL.
La questione del lavoro non ha fatto nessun passo avanti, anzi la disoccupazione ha raggiunto un livello record soprattutto nelle fasce giovanili che hanno ripreso la via dell’emigrazione.
Ma chi è stato il responsabile di questo stallo, di questa paralisi, che si ostinano a chiamare stabilità?
Se un operaio non si presenta al posto di lavoro è definito assenteista, se lavora poco o male o svogliatamente è definito lavativo e il suo principale ritiene giusto licenziarlo, ammesso che riesca a vincere sull’immancabile difesa d'ufficio del sindacato.
Al contrario se è il parlamentare a fare molto peggio, non c’è pena o punizione che tenga. Il politico non arrossisce mai, non paga mai dazio per i suoi errori e per le sue omissioni; può contare di essere sempre rieletto soprattutto grazie agli interessi economici in gioco, al voto di scambio, al giro di promesse e di influenze.
Questa legislatura si era aperta con la solenne dichiarazione-impegno dei presidenti di Camera e Senato a lavorare di più (5 giorni alla settimana) a trasformare il Parlamento nella casa della buona politica, a ridurne sensibilmente i costi.
Niente di tutto questo è accaduto. Solo chiacchiere al vento, amplificate dai media compiacenti. Così in Parlamento, oltre a quelli che non contano un fico secco e che offrono ai comici spunti in continuazione per gag a ripetizione, hanno manifestato una presenza incorporea dei veri e propri spettri, sempre presenti all'incasso dell’indennità e della diaria, ma immancabilmente assenti nelle discussioni e nelle votazioni. La consultazione del sito internet “open polis” svela agli ignari elettori il grado di attaccamento dei nostri parlamentari al servizio della comunità.
A parte il principe dei fantasmi in assoluto, il deputato del Pdl Angelucci (editore di Libero e re delle cliniche private), con in testa il cappellino a cono di Pinocchio di zero presenze alle votazioni, il leader di Forza Italia, prima di essere espulso dal Senato per indegnità, è stato, tra i capi partito, il recordman dell'assenteismo. Anche se la TV (privata e di Stato) continua a mandare stancamente in onda, in modo ripetitivo ed ossessivo, le sue immagini mentre è assiso a Palazzo Madama, circondato dai soliti adulatori, Berlusconi con una sola presenza su 1.654 votazioni, ha registrato una percentuale di assenze del 99,94%. Gli hanno fatto degna compagnia i suoi caudatari come il falco proconsole Verdini (99,90% di assenze), il suo avvocato Ghedini (99,47%), la fedelissima badante senatrice Rossi (94,01), e persino gli ex fedeli Tremonti che ha saltato l'88,89% di sedute e votazioni o l'ex presidente del Senato Schifani con 68,26%. Ma fantasmi e lavativi militano anche sotto altre bandiere. L'ex presidente della Camera Casini è stato assente dal Senato per il 65,56%, mentre l’ex primo ministro Monti ha saltato il 55,51% delle votazioni e peggio di lui ha fatto alla Camera il suo vice di Scelta Civica Bombassei, già vice presidente di Confindustria e patron della casa Brembo, con l'80% di assenze. Che bella compagnia di governo!
A Montecitorio è stata la stessa musica e tra destra  e sinistra (larghe intese o piccole intese) non si riesce a distinguere dove alberghino più assenteisti. Il primo della lista per assenze è stato Longo, l’altro avvocato di Belusconi con il 99,89%, seguito da Santanché con 84,92%, Brambilla con 84,56%, Cuperlo, con 68,59%, Bossi con 66,93%, Bersani con 65,83%.
In questa classifica alla rovescia, ne escono a testa alta i parlamentari eletti all’estero. La palma d’oro delle presenze alla Camera va riconosciuta a Merlo che è stato assente solo per il 2,95% delle sedute, seguito da Porta con il 20,16%, mentre altri due eletti in America Latina rientrano nella media nazionale (Borghese con 61,64% e Bueno con 51,56). Per il Senato i più presenti sono stati Micheloni e Giacobbe rispettivamente con un indice di assenze del 13,1% e 13,3% seguiti dagli altri fino a  Zin che con il suo 37,58% di assenze ha mostrato più attaccamento al servizio per la collettività della media dei senatori romani.
Assenti e presenti hanno percepito tutti l'intero stipendio: i parlamentari nazionali dell’area di governo per eccellere nell'assenza e nell'immobilismo; quelli eletti all’estero per certificare la propria ininfluenza. Eppure sono stati tutti votati!

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Sonetto: Cancellieri ed il PD

Civati sarà lei,dimissionario,
noi resteremo saldi a far quadrato,
con il partito già mezzo spaccato.
Chi attacca Cancellieri è un reazionario.
Non ha mediato, no: tutto il contrario.
per lei si sono mossi e hanno mediato
l'abate Letta e il Capo dello Stato,
riflessi da statista visionario.
La Cancellieri, tutta gola e ciccia
li ha messi a posto tutti dal suo scanno.
Perfetta, è la prefetta degli onesti.
E l'M5 stelle che si impiccia
dei drammi di quei poveri ligresti..
Che orrore. Ora, in Europa, che diranno?

Marcello Caprarella Martinelli (Madrid)

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Finalmente!

TORQUATO CARDILLI - Il quasi nonagenario presidente Napolitano ha fatto il regalo di Natale agli italiani. Ha detto per la prima volta basta alla politica dei mediocri, degli arruffoni, degli imbroglioni.
Dopo averne ingoiate troppe, per tanti anni, ed averle fatte ingoiare al popolo italiano, forse sorpreso dalla reazione del M5S che l’aveva minacciato di impeachment e che aveva avvertito il Governo di trasformare l'aula di Montecitorio in una giungla vietnamita, ha spezzato la penna piuttosto che firmare la legge di conversione del decreto cosiddetto "salva Roma", che era stato radicalmente farcito di norme non congrue, di favori agli amici, di mance proibite, insomma un calderone immondo di provvedimenti di ogni genere e elargizioni ingiustificate dalla Sicilia alla Val d'Aosta.
Il Governo Letta, dopo la figuraccia fatta con i tentativi di "punire" i Comuni che hanno attuato una politica contraria al gioco d'azzardo ed all'impianto di macchinette mangia soldi, sempre ad opera del nuovo PD di Renzi si è macchiato di un’altra onta: l'emendamento dello scandalo affitti che aveva cancellato la norma del M5S, già approvata, di concedere ai Comuni, alle Regioni ed allo Stato di recedere dai contratti entro la fine del 2014.
La misura del M5S avrebbe potuto evitare un'emorragia multimilionaria dalle sempre più esangui casse pubbliche, se si considera che solo per affittare a Roma i palazzi della politica il contribuente paga 22 milioni di euro l'anno. Negli scorsi 18 anni, con il beneplacito di tutti i partiti che hanno portato l’Italia alla rovina, per gli affitti al centro della capitale sono stati spesi oltre 400 milioni in favore del re del mattone che non ha esitato a dichiarare di avere dato sempre soldi a tutti. Dove erano i Segretari dei partiti politici della maggioranza? Dove erano i Presidenti e i Questori della Camera? Dove erano quelli che insultavano Roma ladrona?
Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza del Capo dello Stato che ha rifiutato la firma su una legge che avrebbe impedito al settore pubblico (nazionale e locale) di disdire contratti di affitto particolarmente onerosi.
Dopo il niet presidenziale, al primo ministro Letta, come un cavallo assediato nel gioco degli scacchi, non è rimasta altra mossa che quella di fare con un vergognoso "oplà" marcia indietro, rinunciare alla conversione in legge del decreto ed annunciare che il 27 dicembre, nell'ultimo consiglio dei ministri del 2013, sarà varato l'ennesimo decreto legge milleproroghe che cercherà di mettere una pezza al buco del bilancio del comune di Roma e regolerà solo le situazioni divenute indilazionabili, a cominciare dal ripristino della norma relativa alle economie realizzabili disdettando gli affitti di immobili da parte della pubblica amministrazione.
E che dire del fatto che Letta, sul testo cestinato dal Quirinale, aveva ottenuto la fiducia del parlamento appena 24 ore prima? Una sola cosa: che siamo governati da una banda di incompetenti ed amministrati da un parlamento di inetti, di affaristi senza scrupoli, di imbroglioni della buona fede popolare.
Chi vedesse quanto accade in Italia con gli occhi di un osservatore straniero rimarrebbe esterrefatto dalla capacità dei nostri politici di fare dietro-front senza rossore (chi ha dimenticato la piroetta dell’ultimo minuto di Berlusconi che dà la fiducia al Governo Letta, negata fino all'ultimo dal capo gruppo Brunetta?) di voltafaccia, di giravolte, di figuracce sul piano della corruzione, della menzogna, della dilapidazione dei beni pubblici, della tosatura della povera gente.
Negli anni, i nostri parlamentari hanno fatto strame del diritto, della Costituzione, dell'intelligenza, dell'onestà approvando norme incostituzionali a ripetizione o partigiane (lodo Alfano, lodo Schifani, leggi ad personam, riduzione dei termini di prescrizione, indulto, certificazione della parentela tra Ruby e il presidente Mubarak, ecc.) ed infliggendo al popolo l'umiliazione di tasse rapina per consentire alla casta degli intoccabili (ad ogni livello istituzionale) di continuare a divertirsi, a comprare di tutto coi soldi dei cittadini (dai pranzi alle mutande, dalle aragoste alle vacanze), a lucrare sui rimborsi falsificando le fatture o frodando lo Stato.
L'annuncio della marcia indietro di Letta ha scatenato l'opposizione. Mentre il M5S canta vittoria, il rinato partito di Forza Italia ha fatto sfoggio di sarcasmo all’insegna del “contrordine compagni” verso un governo definito in stato comatoso per l'ignobile figura della legge di stabilità, degli affitti d'oro, delle marchette del decreto “salva Roma”.
Come spesso accade le sconfitte sono orfane mentre le vittorie hanno molti padri. Così anche Scelta Civica ha rivendicato la paternità della rinuncia del Governo.
Quando si tratta di rappresentare interessi corporativi, a Roma come nei consigli regionali, vige la più ecumenica trasversalità. Il provvedimento nascosto e ingannevole che rinsalda le rendite di posizione, che favorisce spudoratamente certi gruppi d’affari, che mortifica i cittadini onesti, nasce sempre da un emendamento neutro, senza colore di partito, mentre la diversa appartenenza politica diventa un ostacolo da ragazzi che viene scavalcato agilmente pur di perpetuare i privilegi, di distribuire favori ai “clientes”, di soddisfare gli appetiti delle lobby foraggiatrici, anche se per i cittadini comuni ci sono solo tagli e rigore.
I giovani parlamentari del M5S a volte peccano di ingenuità di fronte ai volponi della politica, ma quando si tratta di spulciare le magagne tra sprechi e favoritismi in tutti gli atti parlamentari, che offrono troppo spesso il miserevole spettacolo delle mance e dell’assalto alla diligenza, si muovono come topi nel formaggio. E’ in questo quadro che scivolano su tante bucce di banana sia la presidente della Camera, che sebbene eletta nel SeL non ha impresso nessuna svolta al Parlamento, ingessata nella posizione di paladina della casta e l’inconsistenza del PD che ha una coda di paglia lunga kilometri per aver “condiviso” le peggiori iniziative votando compatto contro ogni proposta di austerità economica per la politica.
Allora è sempre più fondato il sospetto che tra  tanti appelli e richiami alla famosa stabilità, invocata da tutti quelli che hanno un potere, la cosa in assoluto più stabile siano le rendite e le prebende alle quali gli apparati della politica, sebbene al crepuscolo, non vogliono rinunciare.
Non si spiegherebbero diversamente i due casi emblematici Alfano e Cancellieri che marciano all’unisono nel collezionare menzogne e brutte figure.
Il primo, sebbene ministro dell’interno e vice presidente del consiglio, non sapeva nulla dell’ignobile affare della espulsione forzata della Shalabayeva (ma ha licenziato il suo capo di Gabinetto) non sapeva nulla del centro di identificazione (piuttosto campo di concentramento) di Lampedusa e delle procedure di disinfestazione animalesca (ma ha sospeso il contratto di affidamento), non sa nulla del comportamento della polizia verso i malati di Sla che dimostrano, non sa nulla dello spionaggio americano nei nostri confronti, non ha la forza di revocare la scorta di polizia a Berlusconi espulso dal Parlamento perché condannato con sentenza definitiva per frode fiscale.
La seconda, sebbene prima ministro dell’interno ed ora della giustizia, non ritiene di aver fatto nulla di male mettendosi a disposizione di una famiglia di inquisiti ed arrestati senza consigliare al latitante di consegnarsi alla giustizia, non ritiene di aver tradito il giuramento sulla costituzione denigrando la magistratura italiana, non sa nulla del pestaggio continuo dei detenuti nelle carceri italiane, non sa nulla delle procedure di concessione della libertà premio ai detenuti (ma licenzia il direttore del carcere di Marassi) e proroga senza gara l'oneroso contratto con Telecom (dove per caso lavora suo figlio) per i braccialetti elettronici.
Alfano non ha la statura di un Grandi che con un semplice "ordine del giorno" 70 anni fa liquidò il fascismo e mise fuori gioco Mussolini e la Cancellieri non ha la statura di Lattanzio che nel 1977, dopo la rocambolesca fuga di Kappler dall’ospedale militare  del Celio, non esitò a dare le dimissioni da Ministro della difesa.
Questa di oggi è l’Italia della stabilità. Ma finalmente è arrivato un alt dall’alto colle.

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Salvate la ministra africana!

TORQUATO CARDILLI - Il terrore che la sfiducia al ministro Cancellieri potesse far crollare il sempre periclitante equilibrio delle larghe intese e trascinare nel fosso il Governo, ha fatto partire dai palazzi del potere romano l'ordine: salvate la ministra! Detto, fatto. Senatori e Deputati del PD, Scelta Civica e PdL, noncuranti del sentimento popolare che ormai si infiamma anche per cose che non hanno attinenza alle difficoltà economiche, hanno difeso, chi con enfasi e chi con contorsioni, quello che ai più è sembrato un comportamento sconveniente. E così un altro mattone è stato aggiunto al muro della incomunicabilità tra la gente comune ed il Parlamento ormai obiettivo di ogni contumelia ed ogni manifestazione di protesta.
Le arringhe di M5S (la cui mozione di sfiducia dovrà comunque essere posta ai voti), di SeL e della Lega hanno intaccato la credibilità della ministra, ma non hanno ancora spezzato l’asse PD-PdL. Anche se qualcuno, più realista del re, elogiandone gli attributi virili, ha accostato la telefonata della Cancellieri a quella di Berlusconi alla Questura di Milano e cercando di tirare l'acqua in favore del mulino del cavaliere ormai fermo, ha pensato di farle un favore.
C'è da sperare che la Ministra non ricambi telefonando per solidarietà ai figli di Berlusconi, equiparati dal padre agli ebrei perseguitati dai nazisti.
Il noto politologo Edward Luttwak, ultraconservatore repubblicano, sempre allineato con la politica della destra americana, intervistato dalla trasmissione dissacrante "La Zanzara" di Radio 24, non ha usato mezzi termini ed ha stigmatizzato l'indignazione e lo stupore nei confronti della Cancellieri con una frase lapidaria: "…è stata colta con le mani nel sacco, come una ladra. Se ne deve andare!".
Secondo Luttwak è stato tradito lo spirito di quanto affermato da Letta, appena due settimane fa, nell'incontro con Obama alla Casa Bianca, che aveva illuso gli americani sulla nascita di una nuova generazione di governanti italiani più seri, più rispettosi dell'etica pubblica e meno inclini alla inaccettabile pratica della permanente autoassoluzione come avviene per i ministri in Africa, anche di fronte ad evidenze di atti sconvenienti.
Ma che la Ministra africana (oops! Sebbene nata a Roma ha trascorso infanzia e gioventù a Tripoli) sia stata salvata conta poco: è ormai una ministra dimezzata ed il governo è sempre meno credibile.
In nome della stabilità (che per il popolo non vuol dire crescita, sviluppo, incremento del potere di acquisto, diminuzione della disoccupazione, discesa del peso del fisco, aumento del lavoro, ma solo attaccamento dei potenti alla poltrona) agli italiani viene somministrato di tutto. Dalle tasse alle offese. Di loro ci si ricorda solo al momento delle urne, ecco perché si vuole che quell'appuntamento avvenga il più tardi possibile.
Non era stato sufficiente il pasticcio della Shalabayeva, nel quale avevamo perso la faccia di fronte al mondo per il comportamento arrogante dei Kazaki che avevano spadroneggiato a Roma tra Ministero dell’Interno, degli Esteri, Prefettura e Procura nell’incurante insipienza dei Ministri Alfano, Bonino e Cancellieri. Nessuno sapeva nulla! La questione è stata messa presto a tacere con le dimissioni del capo di Gabinetto di Alfano. Evidentemente il pesce non puzza più dalla testa!
Siamo ora tornati di nuovo sulle prime pagine dei giornali internazionali a maggiore diffusione, perché una Ministra confondendo il ruolo istituzionale con quello privato, in una commistione insopportabile tra sentimenti e funzione pubblica, si è affrettata a telefonare alla moglie di un arrestato per esternare il suo affetto, la sua simpatia, insieme alla sorpresa per l’accaduto, definito “non giusto” e dichiarandosi a disposizione.
E questo non da parte di una ministra qualunque, ma della ministra della giustizia che dovrebbe essere l’esempio della terzietà, della assoluta indipendenza dai sentimenti, fedele custode della legge uguale per tutti.
Forse che la Ministra Cancellieri che ha ostinatamente difeso l’amicizia trentennale con la famiglia Ligresti, non sapeva di che pasta erano fatti questi personaggi (padre e due figlie arrestate con il terzo figlio ricercato), il cui capostipite ha scorrazzato in largo e in lungo nei salotti del potere e nei corridoi dei palazzi, spesso in violazione di leggi fiscali che l’avevano portato già in cella oltre dieci anni fa?
Perché, quale ministra della Repubblica, anziché telefonare e imbarazzare la nostra magistratura, contando sull’amicizia personale con la famiglia Ligresti, non ha chiesto alla signora Fragni, di consigliare al figlioccio, inseguito da un mandato di cattura e residente all’estero di consegnarsi liberamente ed agevolare il corso della giustizia?
Questo avrebbe dovuto fare un ministro integro e serio.
A Strasburgo, ove era andata a perorare clemenza e comprensione dal Consiglio d’Europa per le misure che il Governo intende prendere per risolvere il problema carceri, aveva detto che se il Paese glielo chiedesse non sarebbe restata un minuto in più alla guida della Giustizia italiana. Poi in Parlamento, sillabando senza alcuna inflessione emotiva, ha ripetuto che se avesse visto incrinata la fiducia non avrebbe esitato a fare un passo indietro.
Ma è diventata improvvisamente sorda e cieca? Non ha ascoltato un terzo del parlamento che le ha chiesto di lasciare la poltrona? Non ha letto, o il suo servizio stampa glieli ha nascosti, i quotidiani internazionali a maggiore tiratura che ancora una volta ne hanno condannato l’atteggiamento accomunando nel biasimo l’Italia intera?
No. La ministra avvolta in un’impenetrabile catafratta, dopo aver usato l’abituale tasto del complotto politico, si è arroccata in una cocciuta difesa del suo operato, dimostrandosi persona senza stile.
Appunto. Qui non era in ballo l’illegalità (a lungo ha sviato il discorso, chiarendo che non aveva chiesto la scarcerazione di Giulia Ligresti, cosa di cui in Parlamento nessuno l’aveva accusata) ma lo stile. Qualità ormai perduta insieme ad un altro sentimento, richiamato dalla Costituzione, quello dell’onore con il quale i ministri devono servire la collettività.
Precipitandosi a telefonare alla compagna di un detenuto famoso padre di pargoli accusati anche loro di aggiotaggio, ed evasione fiscale, la Cancellieri si è confermata persona senza stile, senza senso dello Stato, senza vergogna, anche se mossa da un sentimento di amicizia.
Quando si riveste un incarico di altissima responsabilità come quello della Giustizia, la simpatia, la conoscenza e l’amicizia per quanto antica, non possono essere considerati binari sui quali far scorrere il proprio operato.
Ma purtroppo viviamo in un paese dove possono accadere le cose più inverosimili.
Un leader condannato per frode fiscale con sentenza passata in giudicato che non sente il dovere di dimettersi, un parlamento che continua a perdere tempo, dopo aver cincischiato per anni intorno alla questione del suo salvataggio con leggi ad personam (lodo Schifani, Lodo Alfano, processo breve, processo lungo, prescrizione ecc.) mentre l’Italia batte ogni record negativo di disoccupazione, di calo dei consumi, di crescita del debito pubblico, di oppressione fiscale, una Magistratura offesa e vilipesa quando incide il cancro della corruzione ai vertici ed evidenzia la trattativa Stato-mafia, un’intelligence che non sa che gli alleati ci spiano da anni e che anzi la snobbano per inaffidabilità, un governo che vara una manovra economica piena di buchi ed alla prima obiezione non trova miglior argomento che dire “in Parlamento si può migliorare”. No, quando si sbaglia per non aver fatto bene i conti ci si dimette. Viva il sistema inglese dove la legge finanziaria non può essere emendata. Prendere o lasciare. Se viene bocciata alla Camera dei Comuni il Governo tutto va a casa. Solo così si può fare una seria programmazione con diretta assunzione di responsabilità.
In un paese come l'Italia dove invece accade impunemente tutto questo, potrà accadere anche molto altro ancora perché i ministri sono cementati sulle loro poltrone dal terrore di tornare alle urne. Oggi è stata salvata la Cancellieri, domani toccherà ad un altro. La filosofia imposta dal colle è che il governo deve durare. Non c’è posto per il rigore etico e morale che si pretende ogni giorno dal cittadino comune.

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