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Italia

Il cappio al collo di un Paese morente

TORQUATO CARDILLI - Adesso che la crisi economica e sociale ha superato i limiti della sopportabilità,  che la disoccupazione ha superato il 12,3% mentre quella giovanile il 41,7%, che il debito dello Stato è di 2.100 miliardi di euro, che i fallimenti e le chiusure di imprese commerciali sono il triplo di quelle che iniziano l’attività, la politica si è fermata per qualche giorno per consentire a Renzi di varare il suo nuovo Governo. Nuovo? Si fa per dire, perché fondato sulla stessa alleanza del precedente Gabinetto Letta, durato solo 10 mesi, giusto il tempo di veder svaporare i tanti annunci di ripresa fittizia, con in più l’accordo a perdere stipulato con l’immarcescibile Berlusconi.
Il 2013, nonostante lo scossone elettorale del M5S, è stato un periodo di deleterio immobilismo sulle cose da fare per il popolo, ma di incredibile attivismo a favore della casta, delle lobby del gioco d’azzardo, delle banche, delle corporazioni, dei corrotti.
In questa atmosfera forzosamente rarefatta, fioriscono ogni sera, nelle varie trasmissioni di dibattito politico, e ancor di più fioriranno nelle prossime settimane in vista delle elezioni europee, le anime candide sotto tutte le bandiere, dal Partito Democratico a Forza Italia, dalla Lega a Fratelli d’Italia, da Scelta Civica al Nuovo Centro Destra che si stracciano le vesti contro il Fiscal Compact, il MES e il Pareggio di Bilancio, come se a decidere quelle cose fossero stati i marziani e non loro durante la scorsa legislatura.
Forse sarebbe bene tenere a mente qualche nome del gotha della maggioranza dei deputati che votarono a favore della condanna economica dell’Italia (Angelucci, Bersani, Binetti, Bobba, Boccia, Brunetta, Buonanno, Buttiglione, Berlusconi, Calabria, Cardinale, Casini, Cesa, Cicchitto, Colaninno, Cuperlo, De Micheli, Damiano, Farina, Fava, Fedi, Fioroni, Fitto, Franceschini, Garavini, Gasbarra, Gelmini, Gentiloni, Giachetti, Giammanco, Giorgetti, La Russa, Letta, Lorenzin, Madia, Merlo, Minardo, Morassut, Naccarato, Nastri, Orlando, Picchi, Pisiscchio, Pistelli, Porta, Prestigiacomo, Ravetto, Razzi, Realacci, Polidori, Pollastrini, Porta, Rampelli, Roccella, Romano, Rotondi, Saltamartini, Santelli, Savino, Scilipoti, Sereni, Sisto, Tabacci, Valentini, Villecco Calipari, Vito ecc.).
Un sondaggio volante, fatto dalle iene all’ingresso di Montecitorio, aveva rivelato che alcuni parlamentari (tra cui il noto Razzi), interrogati sull’argomento non avevano saputo rispondere sui contenuti dei provvedimenti votati. E’ allora immaginabile, data la ritrosia della politica e della grande stampa a sensibilizzare ed informare in modo corretto ed esaustivo l’opinione pubblica, che la gente non sappia come sia stata raggirata da questa classe politica assolutamente ipocrita e inaffidabile.
Cos’è il Fiscal Compact? Secondo la vulgata maccheronica è un patto fiscale ma non ha nulla a che fare con la fiscalità. E’ invece un patto di bilancio, che si autodefinisce trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria. In realtà è una camicia di forza, ben più stretta del vecchio patto di stabilità contro il quale protestano i Sindaci. Esso contiene le cosiddette regole d’oro, vere corde al collo dei cittadini, che vincolano tutti i paesi dell’UE, ad esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca che non vi hanno aderito, ad un’irreparabile cessione di sovranità, alla sottomissione a regole ferree disegnate sul modello economico tedesco, a realizzare l’equilibrio di bilancio a costo di una più grave recessione nel bel mezzo della più dura crisi economico-finanziaria mondiale.
Il fiscal compact, negoziato nel 2010-2011 dal governo Berlusconi, firmato a Bruxelles il 2.3.2012 dal governo Monti, approvato dal Parlamento il 19.7.2012, promulgato dal Presidente della Repubblica il 23.7.2012, valido dal 1 gennaio 2013, è definitivamente entrato in vigore il 14 gennaio 2014 e cosa ancora più grave è diventato un patto vincolante che sarà incorporato entro cinque anni nell’ordinamento giuridico dell’UE. Ciò vuol dire che siamo ancora in tempo per un ravvedimento.
Esso ha un linguaggio truffaldino non solo nelle stucchevoli premesse, ma anche nei suoi 16 articoli che lascia stupefatti. Gli stati firmatari definendosi “desiderosi di favorire le condizioni per una maggiore crescita economica nell'Unione europea, di salvaguardare la stabilità di tutta la zona euro” adottano regole specifiche, tra cui il pareggio di bilancio, sottoposto a rigida sorveglianza, da inserire nell’ordinamento nazionale, preferibilmente con una norma di natura costituzionale, l’obbligo a non superare il deficit strutturale dello 0,5% (limite elevato all’1% solo per chi abbia un debito inferiore al 60% del PIL, cioè la Germania), l’obbligo al rientro del debito pubblico nel limite del 60% del PIL al ritmo di un ventesimo all’anno (cioè il 5% all’anno) per 20 anni, l’obbligo a mantenere il deficit entro il 3% pena sanzioni pecuniarie, l’accettazione della giurisdizione della Corte europea di giustizia con l’autorità di imporre sanzioni dello 0,1% del PIL.
Sembra impossibile credere che i nostri politici si siano bevuti il cervello, senza tenere in alcuna considerazione gli allarmi lanciati da vari premi Nobel per l’economia (Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow) secondo i quali inserire in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio sarebbe stata una scelta improvvida perché foriera di un sicuro peggioramento recessivo. Secondo questi luminari dell’economia doveva essere abbastanza intuitivo che in un periodo di crisi c’è una decrescita del gettito fiscale derivante dalla rarefazione degli scambi con parallela diminuzione del PIL. D’altra parte gli ammortizzatori sociali crescono, fanno aumentare il deficit pubblico, e determinano di per sé una riduzione della domanda di beni e servizi in quanto rappresentano una contrazione del potere di acquisto precedente alla crisi. Anche un altro economista e premio Nobel Paul Krugman aveva criticato l’inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio di bilancio, ritenuto suscettibile di portare alla dissoluzione dello stato sociale, perché comporterebbe in casi di calamità e disastri naturali di grande portata l’obbligo di ridurre in egual misura altri capitoli di bilancio, con gravi danni per l’equilibrio economico nazionale.
Di fronte a queste semplici spiegazioni anche dei bambini avrebbero dovuto capire che non era negli interessi dell’Italia legarsi mani e piedi a questa politica. Ma i nostri legislatori non solo hanno dimostrato di non aver la vista lunga, ma nemmeno di saper fare i conti.
L’Italia ha oggi un PIL di 1.650 miliardi e un debito pubblico di 2.100 miliardi (133% del PIL).Con questo patto siamo obbligati a ridurre il debito pubblico da 2.100 miliardi a 960 miliardi (60% del PIL attuale) e quindi a fare economie supplementari pazzesche per i prossimi venti anni di 50 miliardi ogni anno. Come dire che una generazione intera è destinata alla fame: chi oggi è nella fase terminale degli studi e sarebbe pronto per il mercato del lavoro non ha più speranza, sarà un mendicante a vita.
Se poi il nostro bilancio sgarra andando oltre il limite del 3% di deficit, l’Italia sarà sottoposta al pagamento di una penale dell’1% del PIL (1% di 1.650 miliardi,  cioè di 16 miliardi e mezzo).
Il nostro debito pubblico che dal 1984 è quasi triplicato con una progressione costante, molto più veloce dell’aumento del PIL, ora dovrà ridursi d’incanto. E chi provvederà a somministrare questa cura da cavallo? Proprio coloro che sono stati responsabili dell’esplosione del debito pubblico, senza che mai un politico abbia detto da dove verranno presi quei denari.
Per introdurre modifiche così gravi alla Costituzione sarebbe stato necessario un ampio dibattito politico a livello nazionale. Invece a ridosso di Pasqua 2012 ecco che agli italiani fu regalato l’uovo con sorpresa: la quarta votazione di modifica costituzionale di introduzione del principio del pareggio di bilancio, approvata con i due terzi dei voti (compatti il PD, PDL e il terzo polo), escludendo quindi la possibilità di un referendum costituzionale.
Per la prima volta la Costituzione è stata cambiata in un’atmosfera silenziosa, senza alcun coinvolgimento dell’opinione pubblica, senza una reale discussione politica. Nessuno se ne è preoccupato, non il Presidente della Repubblica, non il Governo, non i Partiti, non la Stampa, non i Sindacati, non la Confindustria, non la Corte dei conti, non i banchieri o i capitani coraggiosi, perché tutto è avvenuto nel rispetto della legalità.
Capito cari italiani?
In un paese già martoriato dalla crisi, che non cresce dal 2000 e che registra una ininterrotta caduta del PIL da 4 anni, l’obbligo del Fiscal Compact è di una gravità incredibile che avrebbe dovuto coinvolgere il mondo del lavoro e invece niente. A quello toccherà solo ricevere altre bastonate.

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MUTATIS MUTANDIS

TORQUATO CARDILLI - Si dice che la storia sia maestra di vita, ma l’uomo è un pessimo alunno perché, pur avendo sotto gli occhi le conseguenze delle scelte fatali di chi l’ha preceduto, non impara la lezione. Ecco perché a volte essa ritorna, volgendo il tragico in comico, o viceversa, e nel ridicolizzare ancor più i nuovi protagonisti degli stessi errori, cerca di impartire loro e ai loro posteri quell’insegnamento che si ostinano a rifiutare.
Il titolo “Italian Job”, abbastanza sprezzante, dato dal quotidiano inglese Financial Times, per descrivere il contenuto del libro del giornalista americano Friedman (Ammazziamo il Gattopardo) relativo agli avvenimenti del 2011, fa ritornare in cattedra la storia, o se volete il destino, viste le strane analogie con un’altra epoca.
Proviamo a fare un raffronto dei singoli passaggi.
1940. Il paese è giubilante, quasi ipnotizzato dall’istrionico capo del Governo, che gli ha ridato un posto al sole e non si rende conto di andare dritto verso una catastrofe immane. Ascolta Mussolini, lo acclama per l’annuncio della dichiarazione di guerra e va letteralmente in delirio quando sente vibrare nell’aria quella parola “un imperativo categorico e impegnativo per tutti: vincere”. Insomma credeva di aver già vinto la II guerra mondiale!
2008. L’euforia degli italiani è alle stelle. Nelle elezioni politiche Berlusconi trionfa e torna al potere dopo il deludente biennio del governo di Prodi nato da un’accozzaglia di partiti litigiosi. Con una maggioranza larga, larghissima, mai riportata nella storia repubblicana, Berlusconi, che aveva già battuto i capi della sinistra Occhetto e D’Alema, impartisce una sconfitta bruciante anche a Veltroni, mandando all’aria i suoi sogni di scopiazzatura degli ideali di Kennedy. Promette all’Italia una legislatura di riforme e di benessere. Assicura di far superare, d’un balzo solo, la terribile crisi finanziaria mondiale che a suo dire non ci ha toccato perché abbiamo i fondamentali solidi. Garantisce di ridurre le tasse, di realizzare lavori pubblici straordinari, abbattere la disoccupazione, restaurare l’impalcatura dello Stato ecc. Viva, viva! Bei sogni!
Giugno 1943. Il deputato bolognese di lungo corso, Presidente della Camera, già Ministro degli Esteri, è determinato a fare le scarpe al suo padrone. Non ho sbagliato data. Siete voi che sbagliate pensando a Fini. Sto parlando di Dino Grandi, convinto promotore della rimozione di Mussolini come unico modo per salvare l’Italia.
Crea una fronda, prende contatti con ambienti moderati e liberali per rovesciare la situazione. D'altro canto, l’intenso giro di incontri in quei giorni fra Ciano (ambasciatore presso la Santa Sede) e Monsignor Montini (sostituto della Segreteria di Stato) e tra questi e gli americani fa maturare il sospetto che anche il Vaticano abbia avuto un ruolo nella faccenda, se non altro di supporto morale.
Forte di questo consenso e del suo prestigio personale, Grandi si rivolge direttamente a Vittorio Emanuele che lo incoraggia. Durante l’udienza del 4 giugno il Re gli suggerisce di ottenere un documento, votato da un organo politico ufficiale (Camera o Gran Consiglio del Fascismo) che faccia esplicito richiamo all’art. 5 dello Statuto Albertino e che gli restituisca i poteri costituzionali (comando supremo delle forze armate ed ogni decisione di vertice) con i quali avrebbe potuto togliere le deleghe del comando militare e civile a Mussolini. Insomma per il Re non erano motivi sufficienti a giustificare una resa dei conti con Mussolini la disastrosa situazione dell’Italia, prostrata da tre anni di guerra persa su tutti i fronti, le pessime condizioni dei civili sotto i bombardamenti e il tesseramento, le sofferenze di centinaia di migliaia di soldati mandati a morire nel deserto africano o nella steppa russa. No, per deporre Mussolini, al quale aveva consegnato nel 1922 il Governo senza elezioni e poi tutto il potere, voleva apparire nella più perfetta legalità nascondendo il complotto sotto il mantello della richiesta formale di un organo politico.
Giugno 2011. Nonostante le ripetute assicurazioni del Ministro delle Finanze, Tremonti, la situazione economica italiana peggiora vistosamente. Il Parlamento, bloccato per quasi due anni nel tentativo di sistemare i guai di Berlusconi con la giustizia, viene chiamato a varare ben tre manovre finanziarie per circa 80 miliardi perché le casse sono vuote ed il credito internazionale crolla. L’atmosfera si è fatta pesante. Fini, che era considerato il delfino naturale di Berlusconi (tipo Grandi), si era staccato l’anno prima dalla maggioranza dopo averlo sfidato pubblicamente. Il duello parlamentare col voto di fiducia, che dava il cavaliere per disarcionato in partenza, si era concluso invece con la disfatta degli scissionisti, grazie ad un’operazione astuta e sotterranea, i cui contorni sono ancora sotto esame della Magistratura per i profili di frode e di compravendita di parlamentari. Ma si era trattato di una vittoria di Pirro, perché gli ambienti internazionali, presso cui aveva perso ogni credito personale, non gli facevano più sconti ed anzi l’Italia era diventata l’obiettivo principale della speculazione finanziaria.
A quel punto i nuovi personaggi sul palcoscenico della tragedia italiana sono ancora una volta l’inquilino del Quirinale e un professore, con un passato di commissario europeo. Il primo è preoccupato dalla situazione e dal giudizio negativo delle agenzie di rating, avvalorato dai suoi contatti internazionali al massimo livello, mentre il secondo, economista della Bocconi, amico dei banchieri titolare di prestigio a Bruxelles, viene sondato perché dia con la sua persona un seguito concreto ai suoi editoriali di critica apparsi sul Corriere della Sera, magari con un documento economico che illustri come rimettere in sesto i conti e il paese.
Luglio 1943. Il quadro si è fatto ancora più fosco, non solo sul piano militare, ma anche su quello sociale interno che registra disordini e proteste per le privazioni della guerra. Le sconfitte si susseguono dall’Africa, ai Balcani, alla Russia, all’Egeo con il nemico padrone dei cieli e dei mari a ridosso del suolo nazionale.
Grandi chiede ripetutamente la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo (organo che non si riunisce da 4 anni) a Mussolini che ha altro per la testa e che, atterrito dalla sconfitta, corre a Feltre per un vertice di guerra con Hitler. Chiede aiuto, ma ne ritorna a mani vuote (sono passati appena 4 mesi dalla disfatta tedesca a Leningrado). Con il paese ostenta sicurezza e ottimismo, ma in cuor suo sa che occorre districarsi dalla morsa della imminente sconfitta. Due giorni prima dell'incontro di Feltre, il capo delle SS Himmler riceve dai suoi agenti a Roma un’informativa che accenna alle manovre in preparazione del Re per deporre il capo del Governo e sostituirlo con Badoglio. Sembra che Hitler ne abbia parlato a Mussolini che avrebbe scrollato le spalle sottovalutando la serietà e la fondatezza dell’informazione.
Due giorni dopo l’incontro di Feltre avviene il bombardamento di Roma (19 luglio), e subito dopo la caduta di Palermo (22 luglio). A quel punto Mussolini cede alla richiesta di Grandi, convinto di avere facile sopravvento su una piccola fronda di gerarchi (vi aderiscono tra gli altri anche suo genero Ciano e Bottai). Interpreta la richiesta di Grandi come una possibile mano tesa per restituire al sovrano le prerogative del comando supremo. La prospettiva di vedere una via d’uscita dalla pesante situazione militare senza doversi assumere alcuna responsabilità per aver ridotto in macerie il paese è allettante. Non comprende che si tratta di una pura trappola.
La riunione, iniziata nel pomeriggio del 24 luglio, si conclude alle 2,40 del mattino successivo con un voto senza appello (19 a 8) in cui per la prima volta, dopo 21 anni, Mussolini viene messo platealmente in minoranza. E’ la caduta del fascismo. E’ arrivato il momento del Re.
Luglio- Novembre 2011. Il bombardamento delle agenzie di rating e dei mercati internazionali che speculano contro l’Italia è incessante. Lo spread sale costantemente e scavalca la barriera dei 500 punti per arrivare fino a 575. Gli alleati della UE e dell’Euro si allarmano e presentano a Berlusconi per iscritto, un ultimatum firmato dal presidente uscente e da quello entrante della BCE Trichet e Draghi, che impone una ricetta di lacrime e sangue. Il paese è alla canna del gas: i conti sono in profondo rosso, i titoli di stato pur arrivando a pagare un interesse del 7% (nel resto d’Europa si viaggia sul 2%), non trovano più acquirenti. Tempo tre mesi non ci saranno più soldi per pagare stipendi e pensioni, mentre il debito pubblico lambisce i 2.000 miliardi. Occorre un intervento drastico.
Berlusconi non percepisce la gravità della situazione, giustifica le sue manovre finanziarie come interventi di manutenzione dei conti. Facendo la figura di Don Ferrante che negava l’esistenza della peste a Milano finché ne morì, nega pubblicamente la crisi e afferma agli increduli corrispondenti stranieri che in Italia i ristoranti sono pieni, così come i posti di vacanze e gli aerei, tanto da essere destinatario dello scherno con sorrisetti di compatimento di Merkel e Sarkozy.
E’ in questa atmosfera che si intensificano i rapporti tra Monti e Napolitano. Il documento (tipo ordine del giorno Grandi), con l’obiettivo di delineare le basi del nuovo ordinamento economico italiano, viene sottoposto in visione esclusiva al Capo dello Stato. Si tratta del piano Passera (Presidente della più grande banca italiana, maggiore azionista della Banca d’Italia e futuro super ministro tecnico dell’economia), elaborato d’intesa con Monti, di ben 190 pagine (che saranno poi prosciugate per essere ridotte a 9 della famosa e fumosa agenda Monti).
Il governo sembra sopravvivere finché non inciampa a fine ottobre nel voto contrario della Camera all’approvazione del bilancio generale dello Stato. E’ l’inizio della fine del Governo Berlusconi che due giorni dopo pone la fiducia. L’ottiene, ma con un numero di voti (308), inferiore di otto ai fatidici 316 della maggioranza della Camera. E’ arrivato il momento delle spiegazioni a Napolitano.
25 luglio 1943. Mussolini si reca nel pomeriggio a Villa Savoia dal Re, incurante dell’avviso contrario della moglie che, come Calpurnia, mette invano in guardia il suo uomo dal destino avverso che sta incombendo sul suo capo. Qualche preliminare, e poi l’affondo del Re che comunica a Mussolini la sua sostituzione con Badoglio. Mussolini è colto di sorpresa. E' caduto in trappola. Farfuglia qualche obiezione. Cerca di allontanare la sua rimozione dimostrando carte alla mano che il Gran Consiglio è solo un organo consultivo, che non ha alcun potere decisionale, ma il Re è irremovibile e lo accompagna alla porta. Mussolini crede di tornare a casa ed invece è costretto a salire su un’autoambulanza che lo porta agli arresti. Solo alle 11 di sera la radio informa la nazione che il cavaliere Mussolini ha dato le dimissioni e che è avvenuto il cambio della guardia alla testa del Governo. La guerra continua.
8-12 Novembre 2011. Napolitano per coprirsi con una parvenza di legalità nomina in tutta fretta senatore a vita il prof. Monti a cui intendeva  affidare il Governo sin dal giugno-luglio precedente (secondo le testimonianze di Prodi e De Benedetti, svelate da Friedman è provato che nell’estate 2011 Monti era stato già sondato da Napolitano sull’accettazione dell’incarico di formare un nuovo governo).
Dopo 48 ore convoca Berlusconi al Quirinale per rimproverargli la situazione economica disastrosa, mostrargli i conti veri dello Stato fornitigli da Bruxelles e da Francoforte, non quelli che teneva Tremonti e lo invita perentoriamente a lasciare Palazzo Chigi, tra i lazzi della folla.
Ormai il cavaliere (fuori il secondo) è defenestrato, senza che il parlamento e i partiti abbiano giocato il minimo ruolo.
Mutatis mutandis. Quando il M5S presenta la richiesta di impeachment contro il capo dello Stato non sono ancora noti questi retroscena che vengono svelati in contemporanea con la riunione del comitato parlamentare ad hoc per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica.
Sembrerebbe doveroso approfondire l’esame di tutti questi nuovi elementi, in aggiunta alle accuse di prevaricazione nei confronti dei partiti e del parlamento, di discriminazione di una forza politica tenuta fuori dai conciliaboli al Quirinale, di intromissione nella conduzione dell’azione politica del governo, di concessione della grazia forzando e piegando la legge, di esautorazione del parlamento sulla vicenda degli F35 ecc.
E invece il Comitato, obbediente al sovrano, archivia la richiesta in poco meno di venti minuti. Nella tipica tradizione italiana, quello che poteva essere un grande problema finisce a tarallucci e vino. Napolitano che aveva puntato tutto su Letta Nipote sempre difeso a spada tratta, che aveva chiuso occhi e orecchi di fronte agli errori e alle gaffe di Alfano, Bonino, Cancellieri, Carrozza, De Girolamo, rincomincia a tessere la sua tela per farlo sloggiare da Palazzo Chigi e metterci al suo posto il pro nipote. E chi consulta per l’operazione già decisa a tavolino? Proprio il cavaliere, che aveva cacciato oltre due anni fa, nel frattempo condannato con sentenza definitiva passata in giudicato per frode fiscale con la interdizione dai pubblici uffici. Perché questa accelerazione? Per il bene del popolo? Macché. Se avesse aspettato altri sei mesi o più, come chiedeva Letta, avrebbe corso il rischio di fare le consultazioni con un capo partito  agli arresti domiciliari o ai servizi sociali.
C’è una differenza fondamentale tra i fatti di oggi e quelli del 1943. Allora il Re scappò a Pescara; forse questa volta scapperà a Napoli.

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L'oro è degli italiani

TORQUATO CARDILLI - Come è possibile che l'Italia sia in condizioni disastrose quando è al quarto posto nel mondo per quantità d'oro dopo USA, Fondo Monetario Internazionale e Germania? Il fatto è che oro e valute per 128 miliardi e 480 milioni di euro sono nelle mani della Banca d'Italia, istituto pubblico ma di proprietà privata

IL REGALO DI 7 MILIARDI E MEZZO ALLE BANCHE PRIVATE
II popolo italiano ha assistito attonito alla vergognosa approvazione da parte della maggioranza di poltronisti, della conversione in legge del decreto del Governo Letta sul regalo di 7 miliardi e mezzo di euro alle banche private, camuffato con i panni della cancellazione dell’IMU 2013. Il tutto grazie alla procedura, che non esiste nel regolamento della Camera, usata per la prima volta in assoluto in 72 di storia repubblicana, della cosiddetta ghigliottina dei diritti dell’opposizione da parte della zarina di Monte Citorio.
Ripetiamo ancora una volta i tre punti essenziali di questa incredibile beneficenza ai soliti banchieri:
- il capitale viene rivalutato dagli attuali 156mila euro (300 milioni di lire versati nel 1936) a 7,5 miliardi di euro, sicché le 300 mila quote possedute dalle banche private passano da un valore di 0,52 euro a 25 mila euro ciascuna. Su questa plusvalenza dovrà essere pagata allo Stato un’imposta del 12%, prevista dalla legge di stabilità. Ed è questo lo zuccherino fatto balenare agli ignari e incompetenti parlamentari dal Governo e dai banchieri (vi dicono nulla le collusioni con la politica delle fondazioni bancarie dal Monte dei Paschi al San Paolo?) ben felici di pagare questa tassa su un regalo così munifico da vincita stratosferica al casinò.
- Nessun socio potrà detenere più del 3% del capitale. Dunque le banche (Intesa San Paolo, Unicredit e Assicurazioni Generali, che da sole oggi possiedono il 60% del capitale), dovranno mettere sul mercato (ovviamente al prezzo di 25.000 euro o superiore per ciascuna quota) le eccedenze, guadagnandoci subito vari miliardi in contanti. Chi non sarebbe felice di poter rivendere ad un prezzo così alto un pezzo di carta che fino a ieri valeva quanto un rotolone regina?
- Siccome in questa situazione di crisi e di incertezza scarseggiano i capitali, la Banca d’Italia potrà riacquistare, temporaneamente, le quote poste in vendita attingendo alle proprie riserve che sono denari pubblici per rinsanguare i bilanci delle banche in malora per la pessima gestione. Tradotto in soldoni è come se il decreto avesse stabilito di regalare direttamente alle banche private i miliardi attinti dalle riserve con un’operazione che ha il gusto amaro della beffa per le imprese creditrici di 80 miliardi di euro da parte della pubblica amministrazione e per tante piccole aziende e famiglie che non riescono ad ottenere crediti.

LA BANCA D’ITALIA SOTTO IL CONTROLLO DEI PRIVATI
Ma come è che la Banca d’Italia è passata sotto il controllo dei privati? L’inizio dell’ondata delle privatizzazioni italiane risale al 1992. Da allora, in circa 10 anni, sono state privatizzate aziende statali per un valore di oltre 220.000 miliardi di lire (liquidazione dell’IRI, e vendita delle grandi società pubbliche quali Telecom,  ENEL e ENI (in parte) e praticamente tutte le banche precedentemente controllate dallo Stato. Se nel 1991, le banche pubbliche rappresentavano il 73% del totale delle banche italiane, alle soglie del 2000 allo Stato erano rimaste soltanto piccole quote di minoranza a una cifra in banche di importanza marginale.
Governo e Parlamento decisero di privatizzare, ma sul come e sul quando fu lasciata la più ampia libertà al Direttore Generale del Tesoro Draghi che (mantenendo quell’incarico sotto 6 diversi ministri del Tesoro) ebbe modo di pilotare direttamente la maggior parte delle privatizzazioni, lasciando ai ministri il compito formale di apporre la firma sotto ogni singolo decreto di privatizzazione. Il suo fu un potere forte, privo di ogni legittimazione democratica, al di sopra di ogni controllo di merito e di metodo delle scelte adottate, e soprattutto sottratto alla doverosa trasparenza eall' informazione del maggior azionista dello Stato che è il popolo.
L’opinione pubblica fu tenuta volutamente all’oscuro del significato della privatizzazione delle banche pubbliche che erano dal 1936 partecipanti al capitale della Banca d’Italia, il cui Statuto disciplinava con assoluta chiarezza che la Banca era un Istituto di diritto pubblico e che le sue quote potevano essere possedute solo da Casse di Risparmio emanazione di Istituzioni pubbliche locali, da Istituti di credito di diritto pubblico, da Istituti di previdenza pubblici, e da Istituti di assicurazione. Insomma non c’erano assolutamente dubbi sul carattere pubblico della Banca d’Italia, sia per le funzioni svolte che per la natura dei suoi soci partecipanti.
All’atto della privatizzazione delle banche, secondo logica e secondo diritto, si sarebbe dovuto chiarire che erano escluse dalla privatizzazione le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Ciò non fu fatto.
La legge sul risparmio 262 del 28.12.2005 pur nell’esigenza di sanare l’evidente stortura derivante dalle privatizzazioni sulla titolarità del capitale e del patrimonio della Banca d’Italia, demandò la definizione dell’assetto proprietario e le modalità di trasferimento allo Stato ad un regolamento da emanarsi entro tre anni. Anche in questo caso il cosiddetto principio della stabilità, tanto invocato ai nostri giorni, che sa solo di immobilismo, ebbe il sopravvento e non si diede seguito operativo alla regolamentazione. Dov'erano il Governo, il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il CNEL, la Corte dei Conti? Questa mancata definizione fu per dolo o per semplice insipienza a favore dei nuovi soci privati che reclamano con le quote della Banca d’Italia anche i diritti di proprietà sul suo capitale e sul suo patrimonio (immobili, preziose collezioni d’arte, comprese le antiche raccolte numismatiche auree donate allo Stato da Re Vittorio Emanuele III)?. Non lo sapremo mai perché il Governo non ha interesse a svelare le connivenze che ci sono state tra politica e finanza, tra amministrazione pubblica e speculatori, tra Fondazioni bancarie e organi dello Stato.
Dunque di fronte all’opinione pubblica sempre più sconcertata appaiono evidenti due punti fermi: la qualità di Istituzione pubblica della Banca d’Italia che non è discutibile e l’ignavia dei principali attori politici, incluso il Direttorio della Banca, che da controllore si era trasformato in controllato che hanno mancato di adempiere alla legge 262.
E quale il destino delle riserve non menzionate fino ad ora?

LE RISERVE D’ORO
Secondo quanto pubblicato dal sito ufficiale della Banca d’Italia al 31.12.2011 le riserve (che sono proprietà del popolo italiano) erano costituite da:
Oro e monete, per  95.924  milioni;
Dollari americani,  per  18.970 milioni;
Sterline inglesi, per 3.506  milioni;
Yen giapponesi per 5.380  milioni;
Franchi svizzeri per 275  milioni;
Altre valute  per  4 milioni
DSP  (Diritti Speciali di Prelievo verso il FMI) per  4.421 milioni
Totale 128.480 milioni cioè 128 miliardi e 480 milioni di euro.
Questo monte riserve, secondo dati ufficiosi, sarebbe ora salito a 136 miliardi di euro, ma facciamo finta, per non avanzare argomentazioni basate solo su ipotesi e congetture, che le riserve siano tuttora quelle sopra riportate.
Sul sito della Banca d’Italia si legge che l’Istituto gestisce le riserve nazionali, in valuta e in oro, destinate a far fronte alle richieste di conferimento di capitali della BCE al verificarsi di determinate condizioni, a consentire il servizio del debito in valuta del Tesoro, ad adempiere agli impegni verso organismi finanziari internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e a sostenere ed alimentare la credibilità del sistema europeo delle banche centrali essendo l’Italia parte integrante dell’eurosistema. Ovvio che queste sono funzioni integralmente pubbliche e che le stesse riserve sono dello Stato e non possono mai essere considerate private.
Il grosso delle riserve è costituito da lingotti (2.451,1 tonnellate per 110 miliardi) che pongono l'Italia al quarto posto nel mondo per quantità d’oro dopo gli Stati Uniti, il Fondo Monetario Internazionale  e la Germania e francamente non si capisce perché una nazione così dotata versi nelle disastrose condizioni attuali.
L’oro accumulato nel tempo con i risparmi ha subito varie vicissitudini come quello della rapina, come bottino di guerra, da parte dei tedeschi che, dopo l’8 settembre 1943, ne prelevarono dai sotterranei della Banca d’Italia 191 tonnellate. Finita la guerra una piccola parte dell’oro ci fu consegnata dagli americani e dagli inglesi che avevano scoperto alcuni mini depositi tedeschi ai confini con l'Austria e solo due terzi del totale ci furono restituiti dalla Germania (con lingotti che recano ancora impressi i marchi della svastica nazista), in un arco di tempo di venti anni, dopo interminabili negoziati.
Tutto questo oro è custodito in parte nei sotterranei della Banca d’Italia e in parte nei forzieri delle banche centrali di vari paesi (un terzo nei sotterranei della Federal Reserve a New York, nei depositi della Bank of England a Londra, in quelli svizzeri della Banca dei regolamenti internazionali di Losanna e in quelli di Francoforte della BCE).
Nel 2009, il ministro dell’economia Tremonti, conscio della gravità della situazione finanziaria dell’Italia, tenuta accuratamente nascosta al pubblico ed anzi costantemente negata, era disperatamente alla ricerca di nuove risorse e pensò di tassare “una tantum” le grandi plusvalenze che la Banca d’Italia aveva realizzato sulle riserve auree, il cui prezzo era cresciuto del 100%. Il Presidente della BCE Trichet gli diede quasi del pazzo ammonendolo che l’oro non era della Banca d’Italia, ma del popolo italiano, cioè dello Stato e che sarebbe stato assurdo se lo Stato avesse voluto tassare se stesso.
Allo stesso modo si espresse Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, che precisò che le riserve auree appartenevano agli italiani e non a palazzo Kock.
E pochi mesi fa la Consob, l’ente di vigilanza sui mercati, ha ipotizzato che per cercare di abbattere il debito pubblico e quindi per favorire l'allentamento fiscale con il minor esborso di interessi sul debito stesso “si potevano usare senza problemi le riserve auree della Banca d’Italia, che può liberamente disporre di tutti i beni mobili e immobili, senza chiedere permessi, nei limiti in cui tali atti di disposizione non incidano sulla capacità di poter trasferire alla BCE le attività di riserva eventualmente richieste”.
Qualche bello spirito della maggioranza, duramente criticata per la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, ha ora argomentato che con la rivalutazione non è stato fatto nessun regalo alle banche private perché queste erano già proprietarie della Banca d’Italia e quindi anche dei suoi averi. Chiaro ballon d’essai per cercare di allungare gli artigli anche sulle riserve. Sarebbe bello se i vari talk show televisivi anziché rifilare al popolo le solite insulsaggini potessero sfidare i difensori di tali tesi a sostenere un’idiozia del genere di fronte all’opinione pubblica che è inferocita, ed ora informata solo grazie al ruolo delle opposizioni.

A CHI APPARTIENE L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA?
Occorrerebbe che i signori deputati che hanno autorizzato la spoliazione della Banca d’Italia a vantaggio delle banche private si pongano la domanda “a chi appartiene l’oro della Banca d’Italia”? Qualunque cittadino risponderebbe senza esitazione che quell’oro appartiene allo Stato, cioè agli italiani, e che la Banca d’Italia lo ha solo in custodia e gestione. E’ arrivato il momento che Governo e Parlamento, dopo aver regalato in fretta 7 miliardi e mezzo di euro alle banche, chiariscano subito, nero su bianco, una volta per tutte, che le riserve auree sono degli italiani e restano intoccabili se non per fini di utilità generale.

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Ancora uno schiaffo

TORQUATO CARDILLI - Un anno fa, per la precisione il 21 marzo 2013, scrivevo su questo giornale un articolo intitolato “Dalla gloria di Attilio Regolo all’infamia di oggi”, dedicato alla triste, penosa vicenda dei nostri fucilieri di marina, prigionieri in India.
Allora, dopo un excursus che affondava nella leggenda del coraggio del console romano, criticavo aspramente la “furbata” del non rispedire in India i Marò. A livello politico e diplomatico avevamo dato le più ampie garanzie che dopo il permesso speciale accordato per partecipare alle elezioni sarebbero ritornati in India. Con troppa faciloneria rinnegammo da spergiuri quella promessa credendo di essere più furbi degli indiani.
Allora mi aveva ferito, come cittadino italiano, l’inettitudine del nostro Governo , della nostra Diplomazia e dei nostri Servizi, incapaci di difendere le proprie ragioni con l’arma del diritto, della pressione diplomatica, dell’alleanza politica con l’Unione Europea, con la Nato, con l’ONU. Il voltafaccia di aver infangato di fronte al mondo intero l’onore della nazione calpestando la parola data era insopportabile.
Vale la pena ripetere oggi, dopo l’ennesima presa in giro dell’alta Corte indiana, tutta la seconda parte di quell’articolo, ancora attuale:
***
“Il governo Monti che si vanta di aver riportato in alto il prestigio del paese dopo le brutte figure berlusconiane, anziché usare le armi del diritto che era tutto e incontestabilmente dalla sua parte, anziché fare sfoggio della più alta diplomazia internazionale a 360 gradi, anziché ottenere concretamente l'alleanza solidale dell'intera Europa, anziché coinvolgere al massimo livello l'ONU, anziché farsi ripagare politicamente dalla Nato e dagli USA per il gravoso impegno militare in Afghanistan, ha organizzato in sordina, furbescamente, il tradimento della parola data, esponendosi alla condanna morale del mondo intero ed alle ritorsioni dell'India.
Se è vero che gli indiani avevano agito fraudolentemente tendendo con l’inganno una trappola alla nave mercantile italiana, su cui erano imbarcati con compito previsto dalla Nazioni Unite i due marò del S. Marco, non si può fare a meno di riconoscere che in questa vicenda il governo italiano ha agito in modo pressappochista, da principiante delle relazioni internazionali. Non ha saputo stendere attorno all'India un cordone di riprovazione internazionale, non ha denunciato l'India per la sua flagrante violazione delle convenzioni internazionali sulla lotta alla pirateria e della carta delle Nazioni Unite, né ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza, né ha aperto immediatamente una controversia internazionale. Ma timoroso di perdere qualche affare, o per le personali ambizioni di due ministri, ha ingenuamente accettato la strada della giurisdizione indiana e poi ha tentato di giocare di astuzia. Così facendo ha messo a repentaglio l'onorabilità di un paese intero ed ha buttato alle ortiche una vittoria politica a portata di mano, rinverdendo nella memoria degli osservatori internazionali la nostra pessima fama di voltagabbana, di spergiuri, di traditori.
I furbi italiani prima stati messi nel sacco dai più furbi indiani e poi si sono fatti umiliare per un’avventata contro mossa.
Di fronte all’opinione pubblica internazionale ancora una volta abbiamo messo in gioco la nostra reputazione: non per una gaffe o un atto istrionico di un governante, ma per aver platealmente tradito la parola data, dimostrando al mondo intero che il nostro onore vale meno di nulla.
I due ministri tecnici degli Esteri e della Difesa, che l’opinione pubblica aveva salutato più di un anno fa come gli uomini nuovi dalla faccia più presentabile di quelle del “postino” Frattini o del mefistofelico la Russa, volevano spacciarsi con gli indiani per nuovi Machiavelli ma hanno finito per rivelarsi più goffi e pasticcioni di Stanlio e Ollio.
Sarebbe stato molto più prudente e produttivo se non avessero coinvolto nella loro messa in scena il Capo dello Stato, e il Presidente del Consiglio, e se avessero fatto passare sotto silenzio la necessaria attività di ricerca di alleanze internazionali. Invece la vicenda è stata circondata da un clamore eccessivo e i due ministri, che segretamente tra Farnesina, palazzo Baracchini, Palazzo Chigi e il Forte, pianificavano di dare la fregatura agli indiani si sono lasciati andare ad un atteggiamento da gradassi: Terzi ha considerato chiusa la partita annunciando che i marò non avrebbero fatto ritorno in India mentre Di Paola ha annunciato come una vittoria che i fucilieri avrebbero ripreso servizio sotto la bandiera della Marina Militare.
Poteva l'India incassare senza reagire un simile schiaffo politico da un paese sull’orlo del fallimento e che conta sempre meno in campo internazionale? Poteva accettare la bruciante offesa di essere stata beffata e considerata come un Paese che non vale nulla? No, ed ha risposto con rabbia.
Possibile che nessuno avesse pensato alle conseguenze di un atto così scriteriato e improvvido? Evidentemente oltre ai loro capi anche i consiglieri del Ministro degli Esteri, della Difesa e del Presidente del Consiglio, i professori del Contenzioso diplomatico della Farnesina, l'apparato elefantiaco dei Servizi Segreti hanno perso ogni lucidità di giudizio.
Tutte queste autorità avevano prima fatto a gara nello scaricare la responsabilità della cattura dei nostri marinai l’una sull’altra, poi hanno abbozzato alcune missioni diplomatiche inconcludenti di Terzi e De Mistura a Nuova Delhi condotte con un’ingenuità spaventosa senza mettere in piedi una strategia politica di carattere internazionale. Infine, convinti di poter realizzare un colpaccio di furbizia non hanno risparmiato nel pavoneggiarsi (Monti compreso) facendosi riprendere dalla televisione insieme ai fucilieri accolti all’aeroporto come eroi di guerra.
L’India che ora ha buon gioco nel presentare al mondo l’Italia come un Paese di cui non ci si possa fidare, ha però esagerato reagendo nel modo più violento e arrogante possibile. Ha dichiarato in pratica prigioniero il nostro ambasciatore Mancini revocandogli unilateralmente l'immunità diplomatica in aperta violazione della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche.
Fino ad ora troppo timida è stata la reazione dell’Italia, dei suoi partner europei, degli alleati della Nato, del vertice delle Nazioni Unite.
C’è da augurarsi che le forze politiche facciano nascere presto un nuovo Governo dotato dei poteri necessari per agire in fretta su tutti i canali politici utilizzabili al fine di richiamare l’India al rispetto delle regole internazionali e indurla a consentire al nostro Ambasciatore di lasciare il paese (cosa che è garantita dalla Convenzione  di Vienna anche in caso di rottura di relazioni diplomatiche o persino di guerra). Allo stesso tempo occorrerà chiudere questa brutta pagina facendo ripartire le relazioni tra Roma e Nuova Delhi con uomini nuovi e con un rinnovato impegno alla collaborazione internazionale.”
***
Evidentemente mi illudevo che il governo italiano avesse un sussulto di dignità, di orgoglio nazionale, un moto di intelligenza capace di mettere in piedi una strategia politica.
Nulla è successo, anzi non ha fatto altro che peggiorare la situazione con le inutili missioni in India del Ministro della Difesa, della commissione parlamentare bicamerale, con il collegamento in teleconferenza del capo dello Stato, con la stanca ripetizione sui mezzi di informazione che il diritto era dalla nostra parte, senza farne uso.
All’opinione pubblica viene infatti in continuazione scodellata la minestra che le tergiversazioni indiane non sono accettabili, ma è troppo chiedere al primo ministro Letta ed alla ministra Bonino quale strategia abbiano messo in campo?
Dobbiamo denunciare l’India al più alto livello internazionale per la violazione dei diritti umani, per la violazione degli accordi delle nazioni Unite contro la pirateria, per la violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, per la violazione del diritto internazionale secondo cui i soldati in missione militare non sono mai responsabili di incidenti.
I marò debbono tornare in Italia senza condizioni e per raggiungere lo scopo bisogna dire agli americani a muso duro (noi che abbiamo graziato senza contropartite il loro colonnello Romano condannato per il rapimento di Abu Omar, che abbiamo fatto rimpatriare i piloti responsabili del massacro del Cermis, che abbiamo avuto l’ufficiale dei Servizi Calipari ucciso in Iraq da un soldato USA) che ritiriamo immediatamente il nostro contingente dall’Afghanistan, alla Nato che cessa il nostro impegno militare nell’alleanza, all’Unione Europea che l’Italia si ritiene svincolata dagli accordi comunitari e che non intende presiedere l’Unione, alle Nazioni Unite che ci ritiriamo immediatamente da tutti i teatri dove sono schierate le nostre truppe sotto l’egida ONU. Sta a loro convincere gli indiani a dare ai marò italiani la stessa immunità che hanno preteso per i loro soldati impegnati in Africa con i caschi blu, accusati di stupro di gruppo, sta a loro dimostrare che non avrebbero fatto di tutto per riportare in patria indenni e senza seguiti giudiziari i loro militari.
Il presidente del Consiglio anziché andare a pavoneggiarsi a Sochi, avrebbe fatto molto meglio a convocare in Italia una conferenza internazionale con gli alleati per ottenerne subito solidarietà incondizionata.
Insomma l’Italia non merita di essere guidata da una classe politica di incapaci: E’ finito il tempo dell’attesa e della pazienza. Il popolo farà bene a ricordarsene alle prossime elezioni.

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Questa volta: bravi grillini!

LUNGO SCORTESE - Ma quale sistema di informazione c'è in Italia? Come è possibile che sia passata l'impressione che i deputai del Movimento 5 stelle facessero dura opposizione  perché non venisse approvato il decreto per abolire la seconda rata dell'IMU?
Perché non siamo stati informati con chiarezza che in questo decreto era stato nascosto un regalo alle banche di 4,2 miliardi di euro (Vedi l'articolo di Torquato Cardilli)? Ecco perché protestavano i grillini, volevano che le due questioni, che assolutamente nulla hanno a che fare l'una con l'altra, venissero votate separatamente.
Avete capito la furbata dei "padroni del vapore"? Chi non votava a favore del regalo miliardario alle banche faceva automaticamente pagare la seconda rata dell'IMU agli italiani.
Di questo passo dobbiamo aspettarci che la prossima volta facciano un decreto che metta insieme - che so -  la castrazione chimica degli odiati pedofili ed un aumento del 50% degli stipendi a ministri e parlamentari.
Grazie grillini,  il coraggio col quale avete combattuto va a vostro onore, una di voi si è persino beccata uno schiaffone da un ex magistrato. Si vergognino tutti quelli che hanno votato allegramente a favore. Conoscendoli, sono convinto che la maggior parte di loro non abbiano neppure capito cosa votavano.



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Superior stabat lupus

ALBERTO BRUNO - All’epoca di Augusto c’era un ex schiavo macedone, educato a Roma sin da bambino, tale Gaio Giulio Fedro, autore del genere letterario favolistico, considerato di secondo ordine,  rinomato per essere stato un dispensatore di saggezza a carattere pedagogico e con un fine morale.
Una delle sue favole più celebri “il lupo e l’agnello “intendeva condannare quegli uomini che forti dei propri mezzi, ma privi di una ragione plausibile che non fosse solo la sete di potere, accampano una qualunque scusa per opprimere gli innocenti con falsi pretesti. Vale la pena rinfrescare la memoria. “Superior stabat lupus, longeque inferior agnus…”
Il lupo e l’agnello si stavano abbeverando allo stesso torrente; il primo in cima alla sorgente e il secondo a valle. Il lupo, cercando una causa di litigio per poterlo sopraffare, accusò l'agnello di inquinargli l'acqua che stava bevendo. L’agnello rispose che la sua accusa era risibile visto che l’acqua scendeva dal monte, e che era lui (il lupo) a bere l’acqua pura perché stava più in alto. Il lupo allora accusò l'agnello di averlo pubblicamente diffamato sei mesi prima. L’agnello rispose che l’accusa era falsa perché all’epoca dei fatti egli non era ancora nato. Con gli occhi rossi di sangue per la rabbia, il lupo concluse che senz’altro ad offenderlo doveva essere stato suo padre, il montone, e lanciatosi sull'agnello lo sbranò.
Le cronache della storia della nostra repubblica sono piene di episodi di violenza del lupo che, non contento di esercitare il potere, si lascia andare ad atti contrari alle libertà democratiche dell’agnello zittendolo con ogni mezzo solo perché questo ha osato scoperchiarne gli altarini e le bugie. Vi dice niente la sorte del povero contadino Di Pietro reo di aver rimproverato il padrone del gregge? E quella del magistrato Ingroia con la sua fissazione del processo sulla trattativa Stato-mafia?
E’ di questi giorni la decisione di un altro agnello, a quanto pare  l’unico difensore rimasto a guardia della costituzione, di accusare  il Lupo di aver violato e tradito lo spirito e la lettera della costituzione repubblicana, incidendo profondamente sull’attività degli organi costituzionali, sulla forma di Stato e di Governo e quindi sulla vita di tutti gli italiani. Come? Attraverso il tentativo di scassinarne l’art. 138 che come un lucchetto impedisce incursioni corsare, di aver concesso motu proprio, al di là dei poteri costituzionali, la grazia al giornalista Sallusti ed al colonnello americano Romano, quale forma di pressione sul Parlamento per arrivare alla riforma della giustizia, di aver esercitato un’indebita interferenza sulla Procura di Palermo impegnata nel processo sulla trattativa Stato-mafia, di aver sollevato il conflitto di attribuzione tra organi dello Stato e ottenuto la distruzione delle conversazioni con Mancino, accusato di falsa testimonianza, di aver favorito il proliferare dei decreti legge, di aver firmato senza respingerle al mittente leggi vergogna (e in qualche caso sconfessate dalla Corte Costituzionale) tipo lodo Schifani, lodo Alfano, legittimo impedimento, processo breve, processo lungo, prescrizione, approvate da un parlamento succubo di nominati, di aver infine esercitato in prima persona un ruolo di direzione della politica nazionale convocando vertici di maggioranza, ben al di là di semplici consultazioni, e di sbeffeggiare il parlamento che si era permesso di varare un documento contrario sulla questione degli aerei F35.
Certamente l’agnello non riuscirà a fare la festa al lupo, ma ne avrà evidenziato le magagne, ingigantite dalla promulgazione della legge IMU-Bankistalia, appannandone penosamente l’immagine.
Stabat mater dolorosa…
Una preghiera cristiana “Stabat mater dolorosa”, meditazione sulle sofferenze di Maria, cantata in accompagnamento della processione del venerdì santo, ci ricorda un’altra figura istituzionale, già vittima della satira del suo vice Baldelli che ne ha fatto girare in rete l’esilarante imitazione.
Dopo un primo approccio promettente (sull’impegno alla riduzione delle spese, ad una vita improntata all’austerità, a trasformare la Camera nella casa della buona politica) la Mater dolorosa ha cominciato a derapare e ad esternare in ogni direzione picconando proprio il piedistallo della terzietà super partes del suo ruolo.
In un crescendo di autoritarismo, lei che proviene dalle fila di sinistra e libertà, ha incominciato a inveire contro la pubblicità tipo mulino bianco, ha vietato ai deputati di nominare il nome del Lupo (manco fosse il primo comandamento cristiano), ha rifiutato di rispondere alla giornalista che la interrogava sulla finta riduzione delle spese della Camera,  ha fatto una bella scampagnata con compagno al seguito in Sud Africa per i funerali di Mandela, ed ha adottato, per la prima volta nella storia della repubblica, l’uso della ghigliottina parlamentare togliendo all’opposizione l’unica arma possibile che è quella dell’ostruzionismo, volto alla decadenza di un decreto ritenuto estremamente ingiusto e contrario agli interessi della gente.
Quindi l’agnello per quanto si sia mosso sgraziatamente è stato accusato di eversione e picchiato addirittura da un lupo di complemento.
Alla mater dolorosa andrebbe ricordato che la democrazia è il governo della maggioranza nel rispetto dei diritti dell’opposizione, e che quando la maggioranza li calpesta scivola inesorabilmente verso il regime, verso la dittatura.
Lupetto Jo Condor
Ve lo ricordate il Presidente del Consiglio, quando otto mesi fa in una conferenza stampa, sotto l’attacco concentrico di Berlusconi da una parte e di Renzi dall’altra, evocando un carosello di 40 e passa anni fa, disse che non aveva intenzione di governare a tutti i costi e che non aveva scritto in fronte Jo Condor? Beh, il lupetto volante è rimasto ancorato a quello schema infelice. Ora intende spostare di continuo in avanti il limite temporale del suo governo con l’appoggio di lupo maior e anziché stare a fianco degli alluvionati del Veneto o dei cassa integrati o dei licenziati della Electrolux, o degli avvelenati dell'Ilva e della Campania, preferisce una gita  a Sochi, per un atto di presenza alle putiniadi invernali ove nessuno se lo fila, con la scusa di  sostenere i nostri sciatori e perorare le Olimpiadi di Roma del 2024. Poveretto si è reso conto che per lui in Italia l’aria si è fatta irrespirabile.
Dopo aver imposto al parlamento un regalo di 7 miliardi e mezzo di euro alle banche private italiane (Banca Intesa San Paolo e Unicredit in testa a tutti), è andato in tour nei paesi del golfo arabo (Abu Dabi, Qatar, Kuwait) ad elemosinare con il cappello in mano un obolo in favore del suo paese disastrato. E’ tornato trionfante con la promessa di una mancia di 500 milioni di euro,  cioè quanto l’emiro del Qatar è pronto a sborsare per l’acquisto del calciatore Messi.
A questo siamo ridotti, con in più l’aggravante che Jo Condor evidentemente non conosce gli arabi, che sono dei mercanti nati e che prima di aprire la borsa e scucire i quattrini vorranno robuste garanzie che i loro soldi non saranno buttati nel pozzo nero dell’inefficienza pubblica e della corruzione come aveva rimproverato un anno fa l’emiro del Qatar al primo ministro Monti.
Ma torniamo al Kuwait. Jo Condor, di fronte ad un emiro allibito e allucinato per il provincialismo di questo furbo parolaio italiano, in quella che doveva essere una spiegazione della visita e della rinsaldata amicizia bilaterale (l’Italia aveva partecipato nel 1990 alla liberazione del paese da Saddam Hussein) ha impappinato i giornalisti presenti per spiegare che il suo era stato un viaggio di politica interna, di politica industriale ed economica interna. Figuratevi la faccia dell’emiro dopo aver ascoltato una traduzione che, da capo di Stato estero che gli aveva appena fatto l’elemosina, lo vedeva ridotto al rango di governatore di una provincia italiana.
Poi, tanto per rincarare la dose di gaffe a ripetizione, Jo Condor si è avventurato in una difesa  formale, a nome del Governo, della giornalista Bignardi che aveva messo in imbarazzo il deputato del M5S Di Battista rinfacciandogli di essere figlio di un fascista. Esprimendo solidarietà alla Bignardi per la reazione del portavoce del Movimento che le aveva ricordato di essere sposata con il figlio di un condannato per l’omicidio del commissario Calabresi, ha fatto balenare all’ospite che stesse raccontando una barzelletta, come era abituato a fare il suo predecessore decaduto.
I Kuwaitiani avranno pensato che gli italiani sono usciti di testa. Non c’è che dire. Forse non hanno torto!

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CLAMOROSO - Dallo scandalo della Banca Romana alla svendita della Banca d'Italia

TORQUATO CARDILLI - La maggioranza della popolazione italiana si è assuefatta alla droga del malaffare, del furto, della corruzione, mentre la minoranza è fatta da delinquenti che ad ogni livello violano con sfrontatezza le leggi, frodano lo Stato, impoveriscono la collettività contando su un’immunità istituzionale o sulla compiacenza di amici altolocati.
Le cronache ci svelano ogni giorno i dettagli deprimenti di questa democrazia malata, del miserabile livello morale di tanti amministratori pubblici che lucrano pure sullo scontrino del pisciatoio o dell’acquisto di mutande, o di pranzi a base di aragosta. Amministratori che con impudenza soggiornano in compagnia dell’amante, a spese nostre, in hotel di lusso con idromassaggio giustificando il piacere personale come impegno istituzionale, che falsificano le ricevute, che addossano la responsabilità agli errori di segreteria, e che immancabilmente, se scoperti dalla magistratura, sono inconsapevoli di quanto combinano i loro sottoposti e si dichiarano sereni, mentre sono gli italiani onesti ad essere realmente disperati.
Ovvio che i grandi industriali e i capitalisti imbroglioni da Tanzi a Riva ne approfittino. L’ultimo caso, davvero eclatante, è quello dell’immobiliarista Armellini che non ha mai pagato né ICI, né IMU su ben 1249 appartamenti posseduti nella capitale, completamente ignoti al fisco. Ma i Sindaci di Roma dov’erano in questi anni? E l’Agenzia del Territorio, l’Agenzia delle Entrate, Equitalia che danno la caccia ai pesci piccoli hanno avuto paura degli squali?
Qualche tempo fa è stato portato alla luce lo scandalo dell’enorme debito dell’ATAC, l’azienda dei trasporti di Roma, scoperchiando una complessa rete di complicità e di omertose connivenze tra amministratori infedeli, una vera e propria associazione a delinquere. Non era sembrata sufficiente la pratica nepotista dell’assunzione di dirigenti e impiegati in eccesso tra parenti, amici e vassalli politici, né l’arricchimento attraverso la corruzione tangentizia connessa all’acquisto di una partita di 170 autobus. No, dovevano trasformarsi anche in zecca di Stato con un meccanismo di falsificazione dei biglietti con doppia emissione per ogni numero di serie da creare un danno patrimoniale per la cassa societaria di ben 72 milioni di euro all’anno. Ancora non si sa da quanti anni andava avanti questo autentico ladrocinio della falsificazione dei biglietti dall’interno dell’azienda, che è un antico male italiano.
Era già accaduto nel 1893 quando venne alla luce lo scandalo criminale-politico-finanziario della Banca Romana che aveva emesso banconote per ben 113 milioni di lire, a fronte di riserve auree per soli 60 milioni, con addirittura 40 milioni di banconote false, cioè stampate due volte con lo stesso numero di serie. Il direttore generale Tanlongo fu arrestato e confessò agli inquirenti che ben 22 deputati erano coinvolti nella ruberia che proiettava ombre pesanti sul comportamento dei primi ministri di Rudinì, Giolitti e Crispi, per arrivare persino al re Umberto I, fortemente indebitato con la Banca stessa.
A nulla valsero le proteste, le richieste del radicale Napoleone Colajanni di una Commissione parlamentare d’inchiesta, gli inviti alla Magistratura di fare chiarezza. In nome di un presunto superiore interesse nazionale (cioè l’immunità dei papaveri coinvolti, allora come oggi) il sistema fece scomparire le carte e le prove documentali dell’accusa e tutto fu insabbiato. Il processo si concluse con la generale assoluzione di tutti gli imputati, ma questa arrivò troppo tardi per il deputato Rocco de Zerbi che, per la vergogna, si era suicidato.
Da quello scandalo nacque la Banca d’Italia attraverso la fusione tra la Banca Nazionale del Regno d’Italia e le altre tre maggiori Banche pubbliche allora operanti: la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le industrie e per il commercio e appunto la Banca Romana, mentre continuarono ad operare autonomamente il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia ai quali però nel 1926 fu sottratta la potestà di emettere moneta, consentita solo alla Banca d’Italia.
Con la legge bancaria del 1936 (tutt’ora in vigore) la Banca d'Italia diventò istituto di diritto pubblico, con il compito di emettere titoli al portatore, ricevere depositi e conti correnti, negoziare strumenti, alienare e comprare beni mobili e immobili, fornire un servizio di cassa, funzionare come tesoreria dello Stato e vigilare sulle banche private italiane. Non fu però ben chiarito se la proprietà dovesse essere solo pubblica, privata o mista.
L’alone di mistero e di segretezza che aveva circondato la Banca d’Italia, i suoi affari, le pesanti interconnessioni con la politica, il mondo bancario privato, l’industria, le assicurazioni, gli Enti di previdenza, restò impenetrabile per quasi mezzo secolo. E forse questo spiega comemai tanti banchieri siano assurti ai più alti incarichi istituzionali  e di governo (Einaudi, Carli, Ciampi, Dini, Draghi, Saccomanni).
Nel 1998, in previsione dell’euro, la Banca d'Italia entrò a far parte del sistema europeo delle banche centrali. Praticamente solo da allora cominciarono ad affiorare qua e là notizie sulla reale proprietà della Banca d’Italia che era uno dei segreti meglio custoditi nel nostro paese. Ma fu solo nel 2005 che, dopo le intense campagne di stampa, a seguito dello scandalo che aveva costretto alle dimissioni il governatore Fazio (le famose scalate bancarie BNL, Unipol, Antonveneta ecc.), la Banca d’Italia rese finalmente disponibile l’elenco dei partecipanti, destinatari dei dividendi monetari e di potere ai quali era rivolta l’annuale relazione di politica economica e finanziaria (considerazioni del Governatore).
La distribuzione delle quote era rimasta sostanzialmente invariata dal 1948 (gli unici cambiamenti erano stati quelli derivanti dalle privatizzazioni con acquisizioni e fusioni bancarie avvenute nel frattempo) sicché la Banca Intesa San Paolo Spa deteneva la quota di maggioranza del 30,3%, seguita da Unicredit con il 22,1%, Assicurazioni Generali con il 6,3%, L’INPS e l’INAIL con il 5,7%, la BNL con il 2,8%, la Banca del Monte Paschi di Siena con il 2,5% e una miriade di Casse di Risparmio sparse nel territorio italiano per quote marginali.
Insomma la Banca d’Italia è per il 94,3% in mano privata e per il 5,7% in mano a soggetti pubblici. Un vero paradosso giuridico: un istituto pubblico di proprietà privata, i cui azionisti (l’elenco dettagliato dei 56 soggetti è sul sito della Banca d’Italia) sono proprietari del loro controllore.
L’avvenuta privatizzazione delle banche aveva reso manifesto questo intollerabile conflitto di interessi e la cosiddetta legge del risparmio 262 del 28.12.2005 (guarda caso promulgata da Ciampi, ex governatore della Banca d’Italia) si limitò a sfiorare, senza scioglierlo, il nodo della proprietà del capitale dell’Istituto. Pur definendone il carattere pubblico senza alcun margine di interpretazione discrezionale, dava al Governo la delega a ridefinire l’assetto proprietario entro tre anni. Da allora i governi Berlusconi, Prodi, e di nuovo Berlusconi, non mossero neppure un dito e lasciarono decadere tale delega senza adempiervi. E nemmeno i governi successivi di Monti e Letta, tennero gli occhi aperti mentre gli azionisti privati continuarono a vedersi garantita la titolarità delle loro quote ed il loro diritto di voto in base allo statuto vigente.
Per preservare l’indipendenza dell’Istituto dal potere politico e da quello finanziario affaristico si sarebbe dovuto prevedere che le quote della Banca d’Italia potessero appartenere solo al settore pubblico, e invece il Governo Prodi aveva modificato in peggio la situazione. Con il D.P.R. del 12.12.2006 (firmato da Napolitano) eliminò dall’articolo 3 dello Statuto della Banca la norma che prevedeva il vincolo del controllo pubblico e la presenza dello Stato.
Fino al mese scorso il capitale sociale della Banca ammontava a 300 milioni di lire, versato nel 1936 (156.000 euro di oggi), suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna. I partecipanti al capitale ricevevano il dividendo annuale per un importo fino al 6% del capitale versato, salvo speciale delibera di un aumento con un ulteriore 4%. Gli utili netti, invece, che non erano correlati al capitale sociale, ma dipendevano dall’efficienza di esercizio, venivano assegnati per il 20% al fondo di riserva ordinaria, per un  altro 20% massimo ad eventuali fondi speciali e riserve straordinarie, mentre il resto, comunque non inferiore al 40%, andava allo Stato.
L’attuale governo Letta alla disperata ricerca di soldi per cancellare l’IMU del 2013, condizione impostagli da Berlusconi per non farlo cadere, ha fatto una pensata genialmente luciferina. Con il solito trucco della polpetta avvelenata (inserimento in un’urgente norma popolare di un provvedimento “porcata”) ha farcito il decreto legge della cancellazione dell’IMU, sottoposto all’approvazione con voto di fiducia, con la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia, portato da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro. E pensare che nei singoli bilanci delle partecipanti al capitale l’iscrizione delle quote di possesso della Banca d’Italia era valutata complessivamente in 1 miliardo di euro che il Governo ha dunque moltiplicato d’imperio per 7,5 volte.
A nulla è valsa l’opposizione del M5S e dei partiti più piccoli Lega, SeL e FdI. Maggioranza (PD, NCD, SC e PI) e Forza Italia hanno votato compatti.
E da che cosa era nata quest’idea? Dal fatto che la stessa Banca d’Italia aveva pubblicato sul sito del ministero dell’Economia (cioè Saccomanni ex DG della Banca d’Italia) un documento sul valore delle quote del capitale, nel quale si diceva testualmente che la la previsione della legge sul risparmio n. 262 del 2005 di un possibile trasferimento allo Stato della proprietà del capitale andava scongiurata perché avrebbe avuto effetti negativi (mancati introiti fiscali).
Dunque per la prima volta nella sua storia, la Banca d’Italia auspicava che una legge dello Stato non venisse attuata e dettava le linee guida per la riformulazione della normativa in senso opposto. Ecco perché il Governo Letta, ad otto anni di distanza reinterpretava al contrario la legge del 2005 e procedeva all’urgente rivalutazione del capitale privato della Banca d’Italia.
Da questo provvedimento le banche azioniste dell’Istituto – Intesa S. Paolo in testa su tutti - incasseranno una stratosferica rivalutazione del 4.800% senza investire neppure un euro.
Gli imbonitori della maggioranza hanno spiegato in Parlamento, mentendo, che l’operazione consisteva in un vantaggio per l’Erario, poiché avrebbe fruttato immediatamente il 15% di plusvalenza, (cioè 1 miliardo e 125 milioni di euro). In realtà era un’operazione da “furbi alla S. Gennaro” sul breve periodo e da fessi sul lungo periodo.
Se Letta anziché fare il regalo ai banchieri privati avesse veramente voluto difendere gli interessi dello Stato, avrebbe potuto ricomprare (anche gradualmente a lotti) tutte le quote private al prezzo iscritto in bilancio e poi procedere alla rivalutazione trattenendo quindi dividendi e utili di gestione.
Il decreto polpetta ha invece accentuato la natura privata della Banca d’Italia con la conseguenza che i profitti derivanti dalla rivalutazione non verranno versati al Tesoro ma agli azionisti.
Il bilancio della Banca d’Italia reso pubblico on line (firmato da Draghi il 31.3.2011) certifica un utile lordo di esercizio di 3 miliardi e 127 milioni che dopo gli accantonamenti obbligatori  (1.350 milioni) e le tasse (925 milioni) si riduce ad un utile netto di 852 milioni. Per statuto il 20% di questo utile netto, cioè 170 milioni e 460 mila euro va alla riserva ordinaria, un altro 20% di eguale importo alla riserva straordinaria, il 6% del capitale (attenzione non dell’utile) cioè 9.360 euro è versato agli azionisti ed un altro 4% del capitale cioè altri 6.240 euro in via straordinaria sempre agli azionisti mentre ben 511 milioni 368 mila euro vanno allo Stato.
Come si capisce se il 6% del capitale è riferito a 7 miliardi e mezzo, significa che gli azionisti d’ora in poi riceveranno un regalo di 450 milioni di euro l’anno.
Ora provate a sottrarre 450 milioni dall’utile netto di 852.000 decurtato del 40% come riserve ordinarie e straordinarie e capirete che allo stato andrà ben poco cioè a mala pena 61 milioni. In un’ottica di appena 5 anni lo Stato incassa 1.125 milioni subito (la plusvalenza della rivalutazione su cui le Banche non ci rimettono nemmeno un euro come vedremo in seguito) e 300 milioni diluiti a rate per un totale di meno di 1 miliardo e mezzo, mentre invece con il vecchio sistema ne avrebbe incassati 2 miliardi e 550 milioni.
Ma la polpetta avvelenata contiene un altro regalo alle banche. Il decreto Letta ha stabilito che nessuna banca può detenere più del 3% del capitale il che significa che Banca Intesa e Unicredit dovranno vendere le eccedenze ricavando un fiume di denaro contante in cambio delle loro quote rivalutate del 4.800%. Siamo al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci che finiscono non nelle casse dello Stato, ma nelle tasche dei banchieri
Credete che sia finita qui? E no. Sarebbe troppo bello.
Siccome c’è la crisi e nessuno è in grado di sborsare tanti soldi per ricomprare quasi il 40% di quote da 7 miliardi e mezzo, cioè tre miliardi di euro secchi, è stato stabilito che transitoriamente le quote eccedenti se le possa ricomprare la stessa Banca d’Italia, attingendo ai suoi fondi di riserva oppure  (e questo è il colmo) possano essere comperate da soggetti stranieri purché comunitari. Cioè se avete capito bene l’Istituto con i suoi soldi, anzi dei cittadini (perché i fondi di riserva sono dello Stato) ricompra se stesso, oppure viene venduto alla Bundesbank o alla Bank of England o addirittura alla Shell o alla Mercedes, cedendo l’ultimo brandello di sovranità. Roba da non credere!
A prescindere che in Italia nulla è più definitivo di ciò che è dichiarato transitorio, perché non si è stabilito che le banche dovessero cedere le quote eccedenti il 3% al prezzo antecedente la rivalutazione? Per far lucrare subito alle banche l’enorme differenza sulla plusvalenza e al Governo le tasse su quella plusvalenza quale ossigeno per durare qualche mese in più.
Come noto il diavolo fa la pentola ma non il coperchio.
Il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 31 dicembre 2013. Solo dopo si sono accorti che l’ultimo articolo dispone che la sua entrata in vigore avviene il giorno successivo a quello della pubblicazione. Dunque gli effetti della rivalutazione delle quote in favore dei banchieri avrebbe avuto effetto solo nel 2014. Ed allora apriti cielo. Fulmini e maledizioni sulla inefficienza dei burocrati e dei politici che avevano approvato una simile fregatura che mandava di traverso ai banchieri i festeggiamenti di capodanno e subito si sono messi all’opere i relatori Fornaro e Oliviero (del PD) per rendere l’operazione retroattiva al 2013 in occasione della conversione in legge che deve avvenire entro il 29 gennaio 2014.
Evviva. Nemmeno al Capone sarebbe stato capace di organizzare una simile stangata!
Ai cittadini che resta di tutta questa manovra? Nulla. Proprio nulla, ecco perché è stata tenuta loro volutamente nascosta dai partiti e dagli organi di informazione impegnati a magnificare il nuovo asse Renzi-Berlusconi.

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Il verbo della casta è dilapidare

ALBERTO BRUNO - Nella nostra lingua, così come in quelle romanze e persino in inglese, c’è un verbo, di etimologia latina, coniato dall’atto della lapidazione semitica dei condannati, che ha fonia e significato omogenei.
Dilapidare, in italiano significa letteralmente gettare pietre per intendere fare cattivo uso di ricchezze, amministrare  male, mandare in rovina patrimoni paragonandoli a sassi che vengono gettati, rendere cadente per incuria e assenza di riparazione.
La storia è piena di episodi di dissipazione di sostanze da parte di re, di nobili, di potenti e persino di religiosi, e guardando all’Italia di oggi si ha la sensazione di essere tutti vittime della congiura di una casta intenta a dissipare le nostre ricchezze, il nostro patrimonio culturale, la qualità della vita, la salute, la preservazione dell’ambiente, il futuro delle generazioni che verranno.
Dovunque si posi il nostro sguardo, in questi giorni di pessime condizioni climatiche, abbiamo la rappresentazione plastica del modo in cui è governato il paese: siti archeologici letteralmente cadenti più che per colpa del tempo e del clima a causa dell’incuria umana, pavimentazioni stradali che si sbriciolano, buche che sembrano trappole per ingoiare bestie feroci, transenne per segnalare pericolo tirate su alla pressappoco e che restano a testimoniare per lungo tempo l’assenza di riparazione, argini che non tengono, tombini e scoli otturati, pozzanghere come laghi su strade di grande scorrimento (ma quale somaro ha fatto la progettazione e i collaudi?) smottamenti su autostrade e ferrovie ecc.
Spostiamoci dalle strutture fisiche a quelle amministrative. Stesso spettacolo di desolazione. Amministrazione pubblica palesemente inefficiente, disorganizzata, che opera su modelli antiquati di almeno 50 anni, che vessa anziché aiutare il cittadino. Grandi imprese pubbliche o a partecipazione statale messe in mano a incompetenti senza uno straccio di trasparenza nelle procedure, senza alcun severo scrutinio dei curriculum. Società e Consorzi, veri carrozzoni, che hanno un’unica funzione quella di stipendificio pubblico, con una dissipazione di miliardi ogni anno, senza che venga realizzato alcun ammodernamento, progresso, semplificazione, miglioramento della produttività in favore della collettività dei contribuenti.
Le facce sono sempre le stesse: una casta immutabile, di un migliaio di persone che mettono radici come sequoie al vertice di enti pubblici e holding che operano sul mercato nazionale ed internazionale che non hanno mai portato un utile al paese, e che anzi hanno contribuito a precipitarlo in questo baratro.
Cinque anni fa il ministro della semplificazione Calderoli aveva stimato in 34.000 le poltrone in enti inutili, occupate da persone senza titoli a parte l’amicizia con chi aveva ordinato la loro promozione correlata solo al grado di servilismo. Come fu subito chiaro si trattò della classica campagna moralizzatrice a effetto televisivo. Di quell’esercito solo una cinquantina di dirigenti furono cancellati dal libro paga statale, gli altri rimasero saldamente al loro posto, proprio grazie ai soliti sponsor politici che avevano cucito loro addosso, come un abito su misura, funzioni, stipendi, consulenze e premi.
Il governo Monti, scremando alla grande, ne individuò solo 500, che avrebbero dovuto rassegnarsi con il primo decreto sulla spending review. Ma non è successo nulla.
Letta ha ripreso in mano l’esame della pratica ed ha pensato di includere il prosciugamento di tante rendite di posizione nel decreto per tagliare le Province. Anche in questo caso nulla di fatto e la palla è stata fatta rimbalzare nel campo del nuovo commissario al riesame della spesa Cottarelli. Campa cavallo!
Nella foresta della pubblica amministrazione che avrebbe bisogno di essere disboscata e riorganizzata su basi moderne un caso del tutto particolare è quello dell’ICE, Istituto che dovrebbe promuovere le nostre esportazioni. Nel 2011 Tremonti lo cancellò perché aveva un bilancio deficitario e perché riteneva fosse un’inutile doppione dei ministeri delle Attività produttive e degli Esteri. Le proteste di Confindustria e dell’alta burocrazia obbligarono Monti a mantenere in vita quel carrozzone e tutto è rimasto come prima.
Quando poi scoppiano i bubboni come quello di Mastrapasqua si assiste a scene a dir poco esilaranti. Tutti cascano dal pero. Nessuno si era accorto che era stato addirittura messo alla testa di un esercito di contribuenti, ed elevato al livello della propria incompetenza, un ex condannato per aver falsificato alcuni esami universitari, incapace di laurearsi onestamente con le proprie forze.
Il Primo ministro, dimentico della differenza tra persona onesta e saggia e il suo contrario, si esprime dall’estero dando a Mastrapasqua del saggio per aver preso la decisione di dimettersi!.
Se qualcuno prova a rimproverare questo governo per aver messo un impero finanziario in mano a un simile gaglioffo indagato per peculato, collezionista di poltrone da oltre un milione di euro, allora la scusa è pronta: a quel posto c’era da prima.
Solita tiritera per svilire un’altra parola nata come nobile, e finita per rappresentare il peggio della codardia di chi non ha il coraggio di assumersi le responsabilità: quella dello scarica barile. Questo termine nato per significare il senso di solidarietà, di catena umana nel portare pesi, è assurta oggi infatti al significato opposto di vigliaccheria di persone che cercano di esimersi dai propri doveri addossando sempre ad altri la responsabilità e il peso della decisione. Così il Ministro del Lavoro Giovannini, che in ragione della sua funzione è il controllore dell’INPS, si difende sostenendo di aver trovato Mastrapasqua in quel posto 10 mesi fa quando assunse la carica ministeriale. Il predecessore di Giovannini, la professoressa Fornero ora tiene a pubblicizzare i suoi falliti tentativi di liberarsi di Mastrapasqua e ammette la sua resa di fronte alla minaccia del PdL di far cadere il governo e via di questo passo.
Si può sperare che l’esperienza insegni?
Il governo si troverà entro breve a rinnovare qualche centinaio di incarichi prestigiosi di grandi imprese pubbliche o controllate con stipendi a sei cifre più tutti i costosi fringe benefits esentasse, a dispetto del decreto governativo di calmiere delle retribuzioni, a partire dal maggior gruppo industriale Eni (Scaroni, con stipendio da amministratore delegato di 6 milioni e mezzo di euro), Enel (Conti, quasi 4 milioni di euro), Poste, Ferrovie, Inps, Finmeccanica, Agenzia Entrate, Terna, Snam, Sea, Aeroporti, Aci, Consap, CdP, Fintecna, Anas, Invitalia, Fondazioni bancarie, Enav, ecc.
Per la verità, nessuno, nemmeno quello che dovrebbe essere il loro controllore diretto, il Ministro del Tesoro e dell’Economia, sa quanti siano perché molti sfuggono ad una chiara e precisa classificazione disciplinare. Una cosa però è certa: si tratta di persone anziane con patrimoni milionari, che hanno già scaldato i motori per vedersi prorogato l’incarico, mentre apparentemente il mondo politico si accapiglia pubblicamente sulla legge elettorale.
E il popolo italiano? Assisterà all’usuale spettacolo delle porte girevoli, al musical chairs tra politici trombati e amici degli amici e al seppellimento delle belle idee sulla buona governance di non oltrepassare i due mandati. Anziché turnover, sangue fresco, e rinnovamento della classe dirigente si continuerà a preferire la gerontocrazia di un’oligarchia sperimentata per fedeltà perché i vecchi boiardi della politica, ancorché morenti, sono intenzionati a continuare la loro opera di dilapidazione.

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Incostituzionalità della legge elettorale

All'estero viene disatteso il principio di eguaglianza dei cittadini e di fatto negato che il voto sia personale, uguale, libero e segreto
L'OPINIONE DI Alberto Bruno -   I capisaldi scolpiti nella nostra costituzione, non negoziabili, che rendono i cittadini non sudditi, ma partecipi attivi della cosa pubblica attraverso le elezioni democratiche, sono due:
1) all’art.3: l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge;
2) all’art. 48: il voto è personale, eguale, libero e segreto.
La Corte Costituzionale ha sentenziato agli inizi di dicembre 2013 la incostituzionalità di alcune disposizioni della vigente legge elettorale (il noto porcellum) proprio perché contrarie a questi principi.
Le forze politiche hanno cincischiato per anni in modo pretestuoso senza venire a capo di una riforma elettorale che restituisse al cittadino il potere di eleggere il proprio rappresentante, né hanno provveduto a raccordare la legge elettorale per l’interno con quella valida per l’estero.
Il nuovo disegno di legge Italicum, appena proposto dalla strana alleanza Renzi-Berlusconi che va al di là della maggioranza di governo, non solo contravviene alla Costituzione, ma non prende in considerazione l'obbligatorietà del principio di analogia che dovrebbe essere applicato anche alla legge che disciplina il voto all'estero (n. 459 del 27.12.2001). Quest’ultima consente il voto per corrispondenza con una modalità non prevista per l'interno, contro il principio di eguaglianza dei cittadini e di fatto nega che il voto sia personale, uguale, libero e segreto. Essa statuisce infatti procedure e atti che minano l’eguaglianza dei cittadini negando loro l’assoluta parità nei diritti.
Vediamo nel dettaglio come siano negati questi principi.
A) Principio di eguaglianza.
Nel voto sul territorio nazionale se un cittadino iscritto nelle liste elettorali del comune di Canicattì, si trova per motivi di lavoro a Udine non può votare per corrispondenza, ma si deve sobbarcare a un viaggio molto stancante e lungo verso il luogo di iscrizione elettorale; viceversa all'estero a tutti i cittadini è consentito il voto per corrispondenza da casa propria (con tutte le alee che tale sistema comporta), senza nemmeno sostenere la spesa del francobollo. Non solo, ma il cittadino residente all'estero può optare in favore del al voto in Italia nel Comune di iscrizione elettorale (quindi non quello di residenza), mentre nell'esempio precedente il cittadino che vive temporaneamente a Udine (Comune diverso da quello di iscrizione elettorale) non può fare alcuna opzione. Infine, stando alla legge ancora vigente, in Italia è ammessa la candidatura in più collegi, mentre all’estero no.
B) Voto personale.
E’ noto (le tornate elettorali delle elezioni politiche del 2006, del 2008, del 2013 e dei referendum lo hanno dimostrato abbondantemente) che il plico contenente le schede è consegnato dalla posta pubblica, o da agenzie di recapito, all’indirizzo risultante nelle liste elettorali del Consolato, ma non v’è alcuna garanzia che il plico stesso finisca nelle mani del legittimo destinatario. Esso può essere intercettato da un qualsiasi parente che può avvalersene come crede, contravvenendo alle disposizioni di legge senza che lo Stato lo sappia o che l’interessato possa in qualche modo rivalersi. Inoltre nonostante i tentativi di aggiornamento degli elenchi elettorali, che vengono proclamati come fatti dal Ministero dell'Interno da 10 anni, centinaia di migliaia di schede sono tornate indietro ai Consolati per errori nell'indirizzo. Ciò significa che i reali destinatari delle schede non hanno potuto votare. Sia detto qui per inciso che la disposizione dell'art.2.2 della legge 459 sull'invio obbligatorio ogni anno agli elettori del modulo di aggiornamento dati da parte dei Consolati non è assolutamente rispettato.
C) Voto uguale.
Gli Uffici postali in Europa (certamente in Germania, ma anche in Olanda, Gran Bretagna e in altri paesi) non consegnano la posta se il nominativo del destinatario non corrisponde a quello che risulta marcato sul portone di casa. Questa procedura è particolarmente dannosa e contraria al principio di eguaglianza nel caso delle donne sposate, registrate negli elenchi elettorali con il cognome da nubile, che non vengono riconosciute come destinatarie della scheda elettorale.
D) Voto libero.
Ammesso che il plico finisca nelle mani del legittimo destinatario, un parente che esercita comunque un forte ascendente sugli altri componenti della famiglia per tradizione, per cultura o per ruolo dominante, può svolgere un’opera di coercizione intellettuale o fisica perché il voto sia espresso in un certo modo o addirittura perché la scheda venga votata da un’altra mano. Soprattutto nelle zone di antica emigrazione (America Latina, Australia, USA ed altri paesi) con elettori anziani, che spesso parlano solo il dialetto o che hanno dimenticato la lingua italiana, o addirittura che non la conoscono per acquisizione della cittadinanza ope legis, l’esercizio elettorale non dà un’assoluta garanzia sulla libertà.
Varie inchieste giornalistiche hanno evidenziato come vi sia stato anche un mercato di raccolta di schede in bianco da votare, cosa che ovviamente non può verificarsi sul territorio metropolitano.
E) Voto segreto.
Nei seggi italiani è vietata l’introduzione di qualunque strumentazione che possa fare una foto della scheda votata da esibire poi fuori del seggio. In alcuni casi le forze dell’ordine hanno proceduto all’arresto di chi è stato colto in flagrante durante questa violazione di legge.
All’estero, come hanno documentato varie foto e filmati in circolazione, questo vincolo alla segretezza di fatto è eluso. Numerosi sono stati i casi di esibizione di schede votate e fotografate. Non solo, ma si è anche saputo che in alcuni casi i componenti dello stesso nucleo familiare abbiano votato insieme, seduti intorno allo stesso tavolo concordando le modalità di voto di lista e di preferenza.
F) altri motivi di disparità incostituzionali non sanati dal nuovo disegno di legge elettorale.
F1) L’art.6 della legge per l'estero divide il mondo in 4 macro aree (Europa, America del Nord, America centro-meridionale, Resto del mondo) con una chiara disomogeneità territoriale e di possibilità di fare campagna elettorale in paesi distanti decine di migliaia di chilometri, con fusi orari diversi, con lingue e costumi totalmente differenti. Questa discriminazione lede il principio di eguaglianza dei cittadini.
F2) all’art.8 è stabilito che il candidato deve essere residente ed  elettore nella macro area. L'obbligo di residenza non è richiesto per l’elezione dei deputati e senatori nel territorio nazionale, sicché è palese che è negato il principio dell’eguaglianza.
F3) sempre all’art.8 è vietato a chi risiede all’estero che non abbia espresso l’opzione di voto in Italia di potersi candidare in Italia. Questa innovazione contraddice quanto era lecito ed ammesso sin dalla fondazione della repubblica fino all’entrata in vigore della legge 459, nega la parità dei diritti tra cittadini e ignora, ad oltre 150 anni dall’unità d’Italia, che molti  artefici del nostro risorgimento, con un ruolo attivo per la politica nazionale, furono dei patrioti fuoriusciti, esiliati o emigrati. Va da sé che questa limitazione contiene in nuce la riserva mentale sulla possibilità che un cittadino residente all’estero possa assurgere a incarichi governativi.
F4) All’estero più partiti possono presentare liste comuni con un simbolo composito cosa che non viene ammessa per l’interno e le liste elettorali debbono contenere un numero di candidati pari o al massimo doppio rispetto a quello dei seggi disponibili, contrariamente a quanto previsto per l’Italia.
F5) all’art. 11 è consentita l’espressione di 2 preferenze cosa che è esclusa dalla proposta di legge di voto sul territorio nazionale.
F6) all’art.15 si prevede l’assegnazione dei seggi con i resti in modo difforme  da quanto accade in Italia e i voti espressi all’estero non partecipano all’assegnazione del premio di maggioranza di Camera e Senato.
F7) all’art.18 per chi violi all’estero le norme elettorali è stabilito che le sanzioni siano raddoppiate. Tale misura (che assomiglia alle famose “grida di Milano”) appare inapplicabile e illogica.
Queste le principali obiezioni di carattere giuridico, tralasciando quelle di carattere politico incentrate soprattutto sul fatto che un pregiudicato condannato per frode fiscale, privato dei diritti politici attivi e passivi, possa essere chiamato a formulare e a condizionare una legge elettorale valida per 60 milioni di italiani.
 
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