Gio07192018

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Italia

La tassa sul risparmio è incostituzionale

TORQUATO CARDILLI - Durante i riti della settimana santa, il predicatore pontificio prescelto dal Papa, il francescano Raniero Cantalamessa, le ha davvero cantate chiare al gotha politico, riunito nella basilica vaticana per una messa papale alle 7 del mattino. Si è scagliato contro gli amministratori che rubano, paragonati a Giuda che rubava dalla cassa degli apostoli, e contro quanti percepiscono stipendi e pensioni scandalosamente sproporzionati rispetto ai salari dei loro dipendenti, monumento all’accumulazione contro l’equità sociale. La sua è stata una durissima omelia che però ha avuto la stessa durata dell’impronta impressa sulla sabbia.
Finita la cerimonia i politici sono tornati alle loro abitudini, alle loro beghe e affarucci, alle loro schermaglie piccolo-provinciali, senza percepire quanto sia profondo il disagio nel paese, convinti di avere la coscienza a posto solo perché il Governo da parte sua ha varato il decreto Irpef (apparso sulla G.U. del 24 aprile) che prevede tra l’altro un bonus decrescente per i dipendenti con un reddito annuo compreso nella forchetta da 8.000 a 26.000 euro.
Renzi ha detto e ridetto che si tratta di 80 euro al mese per 10 milioni di cittadini. Ma tale importo è solo figurativo perché i 640 euro previsti dal decreto per il solo 2014 vanno rapportati al periodo di lavoro effettivo svolto nell’anno e, come ha spiegato l’Istat, per le famiglie della fascia di reddito più bassa non arriva ai 60 euro. In pratica per il lavoro da maggio a dicembre inclusi sono 80 euro al mese (cioè 640 diviso 8), ma per chi abbia lavorato da gennaio a dicembre 2014 (640 diviso 12 = 53,33) oppure da luglio a dicembre (640 diviso 2, diviso 6) sono solo 53,33.
Ma non è finita. Il bonus è previsto solo in favore di chi ha già un reddito, minimo ma reale. Niente per chi non ha quel reddito, tipo disoccupati o i cosiddetti incapienti che avrebbero invece maggior bisogno di tutele e di sovvenzioni. Detto per inciso si tratta di 4 milioni di persone (autonomi, partite Iva, pensionati) più 1 milione e mezzo di collaboratori domestici e badanti che restano fuori dalla giostra della mancetta elettorale, pur soggiacendo all’aumento di tasse e tariffe locali, a partire dalla stangata della Tasi, Tasi, Iuc, senza ottenere in cambio nessun beneficio concreto.
A prescindere da questa palese ingiustizia, nel decreto Renzi c'è un capitoletto che riguarda le rendite finanziarie, la cui tassazione, dal 1 luglio 2014, passerà dall'attuale livello del 20% al 26%, con un introito per l’erario di 755 milioni. Cosa si nasconde dietro la dizione rendite finanziarie? Per chi abbia poca dimestichezza con l’economia verrebbe fatto di pensare ai grandi capitali e ai grandi speculatori. Invece dietro quelle due parole si nascondono oltre agli interessi e ai dividendi societari, anche se staccati successivamente, le plusvalenze di azioni e di fondi, ma anche (e qui casca l'asino) gli interessi sui conti correnti e sui depositi e libretti postali, senza che sia stata fissata una soglia minima di esenzione dalla gabella.
All’ultimo momento il Capo dello Stato, prima della firma, ha sentito il bisogno di convocare al Quirinale il ministro del tesoro Padoan (sgarbo istituzionale verso Renzi, tanto per fargli capire chi comanda) per ottenere chiarimenti su quella che si presenta come una tassa aggiuntiva. Secondo la vulgata dei comunicati ufficiali dopo l’incontro, il ministro del tesoro, con un criptico under statement, avrebbe minimizzato riducendo la tassa ad “un aumento del prelievo sui guadagni della ricchezza finanziaria in linea con il resto d’Europa”.
Ma è davvero così? Come funziona all'estero? Se prendiamo i tre paesi a noi più vicini Germania, Francia e Spagna ci accorgiamo che solo in Germania gli interessi sui conti correnti sono tassati al 26,3%, mentre in Spagna al 21% e in Francia solo al 18% anche se i titoli di Stato non usufruiscono di aliquota ridotta come da noi del 12,5%e sono tassati come i dividendi delle obbligazioni e delle azioni.
Il decreto si affretta a specificare che l'aumento del prelievo sugli interessi non tocca i nostri titoli di Stato, come Bot e Btp, tanto per rassicurare un’opinione pubblica interessata al proprio gruzzoletto e che invece non sa che questa esenzione è fatta in favore del grande capitale, dato che il debito di Stato di 2.100 miliardi di euro è posseduto per il 40% da Fondi ed Enti economici esteri, per il 46% da Banche, Istituti Finanziari ed altri Enti italiani e solo per il 14% dai nostri piccoli risparmiatori.
Allora non è superfluo ricordare a quanti sono assisi in Parlamento sui banchi della maggioranza, che la nostra Costituzione tutela il risparmio privato. L'art. 47 dispone che "la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. Dunque la difesa del risparmio e l'accesso alla abitazione di proprietà sono principi fondamentali sanciti dalla carta costituzionale.
Vi pare che questi principi siano stati rispettati e difesi abbastanza?
Stando a quanto accaduto di recente con la vicenda dell'IMU si direbbe che allo Stato non interessa favorire il cittadino nell'accesso alla proprietà privata dell'abitazione. Ma come se non fosse bastata l’azione vessatoria dei governi Monti-Letta, che avevano già torchiato i conti titoli con una mini patrimoniale del 1,5 per mille, portata dal 1.1.2014 al 2 per mille (cosa che i correntisti scopriranno solo a fine 2014 esaminando l’estratto conto), il colmo della violazione della Costituzione è stato raggiunto con questo decreto che, non ha fatto altro che aggiungere una nuova tassa sul risparmio.
Quindi, ricapitolando l’86% della massa dei titoli di Stato in mano agli speculatori (non dimentichiamo che le banche italiane hanno ottenuto dalla BCE  quasi mille miliardi allo 0,50%, investiti in titoli italiani al 3-4%) è salvo, mentre la misura che intende colpire le rendite finanziarie, la cui tassazione è di molto inferiore a quella che grava sul lavoro, finisce anche per intaccare il risparmio del singolo cittadino. Facciamo un po' di conti. Se un piccolo risparmiatore possiede un capitale accumulato con il lavoro, accantonato sotto forma di deposito postale si vede improvvisamente privato di una quota di premio del 30%. Un esempio numerico ci aiuta a capire meglio. Poniamo un risparmio postale di 50.000 euro al 2,5%. L'interesse annuo è di 1.250 euro su cui grava una tassa del 20% pari a 250 euro. Dal primo luglio tale tassa passerà a 325 euro. Si dirà che in fondo tale aumento è poca cosa, ma il poco, moltiplicato per milioni di conti correnti e postali, significa centinaia di milioni di euro sottratti al risparmio (in Italia ci sono ben 38 milioni di conti correnti con una consistenza depositata pari a 453 miliardi di euro).
Scendendo poi dal piano teorico e propagandistico a quello pratico, bisogna affrontare qualche altra difficoltà. Il bonus è previsto solo per chi sia titolare di busta paga il che significa che le società e i datori di lavoro dovranno adeguare in fretta, in una sfida molto impegnativa, il software di gestione degli stipendi, dato che a corrispondere i fantomatici 80 euro in più sarà il datore di lavoro che poi potrà rivalersi, come sostituto d’imposta, sul monte ritenute e sui contributi previdenziali. La casistica di eccezioni e casi particolari è molto numerosa (più datori di lavoro, contratti temporanei, interruzione di contratto in corso d’anno ecc.). Tanto per fare un esempio se un lavoratore è stato assunto a marzo 2014 non ha diritto a 80 euro al mese, ma a 66,66 cioè 10 dodicesimi di 640. Infine, i datori di lavoro dei collaboratori domestici non sono sostituti d’imposta dato che non rilasciano il CUD né effettuano alcuna ritenuta d’acconto, per cui saranno i lavoratori (per lo più stranieri e poco acculturati) a dover fornire tutti i dati sui redditi percepiti (oltre gli 8.000 euro all’anno) anche da più datori di lavoro ai Caf o a professionisti incaricati della compilazione della dichiarazione dei redditi.
E tutto questo alla faccia della semplificazione amministrativa e della riduzione delle difficoltà burocratiche!

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La sorpresa è donna

TORQUATO CARDILLI - Quest'anno le sorprese di Pasqua per gli italiani, affamati di lavoro, sono state tante, tutte al femminile, nel solco dello “stil novo” del premier fiorentino, inaugurato con la composizione del governo due mesi fa.
Si è trattato delle nomine dei vertici nella grande galassia delle aziende con soverchiante partecipazione dello Stato.
Renzi, che ha fiutato l’importanza di raccogliere alla vigilia delle elezioni europee il consenso delle donne, prima andato a Berlusconi, dice di aver fatto da solo la sua rivoluzione rosa. Ha ascoltato, registrato, valutato e poi deciso di testa sua, dopo averne discusso con il ministro del tesoro e con il capo dello Stato per un consulto preventivo su tutti i ruoli più delicati. Il confronto più animato si è verificato sulla presidenza di Finmeccanica: Renzi avrebbe voluto assegnarla ad una donna, ma ha dovuto cedere, così come avvenne per il ministro di giustizia, di fronte al presidente della Repubblica, che gli avrebbe chiesto la riconferma del poliziotto De Gennaro, detentore di troppi segreti e conoscitore di troppi lati oscuri della politica italiana. Ma in questo colloquio non ci sarebbe stato nulla di male se non fosse intervenuta, come una grave caduta di stile, la precisazione di un comunicato del Quirinale secondo cui nell'incontro tra Napolitano e Renzi non si è parlato di nomine. Vi pare possibile? In un paese con l'acqua alla gola, che va in macchina grazie all’ENI che paga ogni anno sostanziose cedole finanziarie al Tesoro, che assicura energia e servizi con Enel e Poste al 90% del popolo italiano, che è alle prese con la ristrutturazione di Finmeccanica, è credibile che il capo del governo, pivellino in materia, non abbia sottoposto la lista dei nominandi al colle senza concordare ruoli e posizioni delle persone ritenute fedeli? Se così fosse vorrebbe dire che, a differenza di quanto accade altrove, le nomine sono frutto di idee notturne di un sol uomo, senza un confronto di idee, senza un approfondito esame delle qualità manageriali e del progetto industriale. Infine Renzi ha incontrato anche Berlusconi, ma dice lui, solo dopo che i nomi erano stati già fatti ufficialmente. Scusa puerile.
Fuori dalla porta sarebbero rimasti i partiti (ma chi ci crede?) le correnti del PD, i massoni, e quelli che prima di perdere la poltrona hanno fatto fuoco e fiamme come Scaroni.
Ma chi sono questi nuovi boiardi di stato in gonnella? Emma Marcegaglia presidente dell'Eni, Luisa Todini Presidente di Poste, Patrizia Grieco Presidente di Enel.
L'arrivo di tre donne alla presidenza delle maggiori aziende pubbliche è certamente una novità. Il giudizio dovrà essere emesso alla prova dei fatti, ma se si guarda al curriculum personale di Marcegaglia e di Todini si fatica a rintracciarvi quella ventata di innovazione vantata dal premier.
A differenza della Grieco che ha alle spalle, come vedremo, una sostanziale storia manageriale le biografie di Marcegaglia e Todini, entrambe industriali, hanno un profilo eminentemente politico, di persone che per anni avevano spiegato che l'intervento dello Stato nell'economia era una cosa contro senso, che per garantire l'efficienza le imprese pubbliche andavano privatizzate e che la politica doveva restare fuori dalla “governance” e dai consigli di amministrazione.
Marcegaglia e Todini sono figlie d'arte, hanno ereditato aziende di famiglia (caratteristica che le accomuna anche al ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi) e sono al centro di una estesa rete di relazioni politiche e di frequentazioni con i palazzi romani.
Marceglia, cinquantenne di Mantova, secondogenita del fondatore dell'azienda di famiglia dell'acciaio, vi ha ricoperto la carica di consigliere. Ha percorso gran parte della sua carriera pubblica in Confindustria, prima come vicepresidente con delega per l’Europa, poi presidente dei giovani industriali (come la Guidi) infine, battendo tutti i pronostici, è stata la prima donna ad arrivare al vertice dell'Associazione. Descritta come molto vicina al centrodestra (nonostante le critiche al declinante Berlusconi) fu testimone impotente del divorzio di Fiat da Confindustria. Da allora la palma di primo pagatore delle quote di partecipazione a Confindustria è andata proprio all’Eni.
La Marcegaglia, negli anni del berlusconismo spinto aveva sempre professato a parole l'indipendenza delle imprese dalla politica. Questa signora, che aveva fatto affari con l'impresa di famiglia sull'immobile pagato dallo Stato destinato al mancato vertice del G8 alla Maddalena, prima della caduta di Berlusconi nel 2011, quando stava per lasciare Confindustria aveva ammonito gli industriali che lo Stato doveva ridurre la sua presenza nell'economia nazionale e lasciare maggiore spazio al settore privato e al mercato. Ora per contribuire alla riduzione dell'intervento statale nell'economia è passata all'incasso ed ha accettato di buon grado la presidenza della più importante azienda pubblica. Nomina eminentemente politica per un'azienda che fa politica energetica, politica economica, politica estera e, stando al premier, anche politica di "intelligence".
Storica la sua presa di posizione in favore dello scudo fiscale, definito un male necessario, o la sua gaffe in difesa dei vertici della ThyssenKrupp, subito dopo la sentenza di condanna dei manager dell’industria dell’acciaio tedesca per l'incendio in cui persero la vita sette operai torinesi (un superstite fu ripescato da Veltroni e candidato con successo a Montecitorio).
Ma c’è anche un pizzico di potenziale conflitto di interessi nel suo nuovo ruolo di presidente dell’Eni. Il fratello Antonio, amministratore delegato dell'azienda di famiglia, patteggiò alcuni anni fa la condanna a 11 mesi con la condizionale per corruzione per aver pagato un manager di Enipower (società controllata dell'Eni) per ottenere alcuni appalti.
Todini, perugina non ancora cinquantenne, imprenditrice nel settore delle costruzioni, ha venduto l'azienda di famiglia al gruppo Salini (entrando nel consiglio di amministrazione) ma è rimasta proprietaria del 100% delle azioni della Todini Finanziaria (che controlla la Ecos Energia) della Domus Etruria e del 22% della Todini costruzioni. Parla tre lingue (inglese, francese, spagnolo) e con la stessa facilità cambia idea e casacca. Nota al grande pubblico dei talk shaw per le sue frequenti partecipazione al programma Ballarò, già parlamentare europea nel 1994 a soli 28 anni con Forza Italia, membro della Fondazione Italia Usa e consigliere di amministrazione della Fondazione Child, .ha scoperto il fascino del settore pubblico: prima si è fatta nominare dal PdL e dalla Lega nel Consiglio di Amministrazione della RAI ed ora ha ottenuto la Presidenza delle Poste.
La neopresidente di Enel, Grieco avvocato, milanese appare come la meno compromessa con la politica. Dal 2013 presidente esecutivo di Olivetti, dove è arrivata nel 2008 come amministratore delegato, diventandone poi presidente e mantenendo entrambe le cariche fino all’anno scorso. Grieco aveva iniziato il suo cursus aziendale nel 1977 presso la direzione legale di Italtel, diventandone responsabile nel 1994 per salire nel 1999 al gradino di direttore generale e finire nel 2002 sulla poltrona di AD. Dal 2003 al 2006 è stata numero uno di Siemens Informatica per diventare partner di Value Partners e AD del Gruppo Value Team. Siede nei consigli di amministrazione di Fiat Industrial e Italgas, ma anche dell'associazione umanitaria Save the Children. E questa è una medaglia di merito.
Vedremo alla prova dei fatti se le neo presidenti faranno dimenticare o rimpiangere i loro predecessori.

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L’Italia e la Crimea

TORQUATO CARDILLI - Crimea, Sebastopoli, Cernaia, Balaklava per ogni studente italiano sono nomi familiari, appresi dai libri di storia che tramandano le gesta della spedizione militare del 1855, decisa dal Primo Ministro del Piemonte Cavour con l’obiettivo di inserirsi nel ristretto gruppo delle nazioni europee che potevano avere un ruolo internazionale. Grande lezione di politica estera quella: come nel gioco del biliardo quando si colpisce la sponda non come fine a se stesso, ma come strumento per un secondo obiettivo di rimbalzo.
Per capire cosa stia accadendo ora in Crimea è necessario ripercorrerne, seppure a volo d’uccello, i precedenti storici del passato remoto e recente.
La storia della Crimea affonda le radici almeno al settimo secolo a. C, più o meno l’epoca della fondazione di Roma. Fu colonizzata dai Greci e poi dai Romani. Uno dei più celebri detti di Cesare “veni, vidi, vici” costituì il contenuto del messaggio inviato al senato romano per annunciare la vittoria su Farnace (discendente di Mitridate), re del Ponto, com’era chiamata allora la Crimea.
Il paese subì anche l’invasione dei Goti e poi degli Unni per essere infine incorporato nell’impero bizantino fino all’invasione dei mongoli di Gengis Khan e Tamerlano e successivamente dei turchi dell’impero ottomano.
Solo nel diciottesimo secolo la Russia si occupò della Crimea e della russificazione dei territori dell’impero zarista. La zarina Caterina voleva a tutti i costi estendere il suo dominio fino ai mari caldi con l’obiettivo della spartizione dei resti dell’impero ottomano tra le potenze europee. Il suo amante Potemkin represse la rivolta di Pugacev e le consentì di annettere la Crimea nel 1783, dopo che questa aveva appena ottenuto l’indipendenza dal Sultano di Costantinopoli.
La successiva guerra russo-turca finì per dare piena legittimazione alla incorporazione della Crimea nell’impero russo. Da quel momento si può dire che la Crimea diventò un paese totalmente russo, con lingua, sentimenti e tradizioni interamente russe.
Un secolo dopo, nel 1855, la nuova guerra mossa dalla Russia alla Turchia (sempre con l’obiettivo della distruzione dell’impero ottomano) vide l’intervento dell’alleanza europea (Gran Bretagna, Francia e Piemonte) per fermare l’avanzata russa verso Costantinopoli, iniziata con l’occupazione di Moldavia e Valacchia. L’alleanza  occidentale salvò il Sultano musulmano dall’invasione, ma non mise in discussione il carattere russo della Crimea.
Dopo lo scoppio della rivoluzione sovietica e il disfacimento dell’impero zarista la Crimea divenne il bastione della resistenza anti bolscevica da parte dei russi bianchi (sempre russi erano) che però persero la partita e nel 1921 il paese fu formalmente trasformato come parte dell’URSS in repubblica autonoma socialista sovietica.
La Crimea, invasa nel 1941 dalle truppe naziste fu liberata dall’armata rossa nel 1944. Subito dopo, Stalin, a completamento del genocidio perpetrato nel 1933 contro i kulaki ucraini di confine, ordinò la deportazione in Siberia di tutti gli abitanti tartari e stranieri dalla Crimea (comprese alcune centinaia di italiani che vi si erano stabiliti da un secolo) accusati, a torto o a ragione, di aver collaborato con i nazisti e abolì la repubblica sovietica di Crimea trasformandola in una provincia della Repubblica Sovietica Russa.
Nel febbraio del 1954 il leader del PCUS Krushev (etnicamente ucraino) regalò la Crimea all’Ucraina (cioè alla sua patria di origine) per commemorare il 300mo anniversario del trattato di amicizia tra i cosacchi ucraini e la Russia. Tale decisione, si dice presa al culmine di una solenne sbornia, fu osteggiata (ma di fatto ingoiata) dal popolo della Crimea che vedeva nella base navale sovietica di Sebastopoli sul mar Nero, il simbolo della reale appartenenza alla Russia.
Dopo la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica la Crimea reclamò ed ottenne l’autogoverno (con proprio parlamento) pur restando parte della Repubblica di Ucraina.
La storia ci insegna l’importanza fondamentale degli Stati cuscinetto tra potenze più forti ed in competizione, proprio per evitare pericolosi contatti diretti. Essi sono sempre stati salvaguardati e considerati neutri, al riparo da interferenze da una parte o dall’altra. Nel momento in cui questa neutralità è stata per così dire infranta ne è sempre derivato un conflitto.
Per capire la situazione, che sembra sfuggire completamente agli americani privi di approfondite conoscenze della storia, delle radici culturali e linguistiche e delle tradizioni formatesi nei secoli in Europa, bisogna calarsi in quella realtà. Il Cremlino ha visto l’azione dell’UE (dietro cui agivano gli Stati Uniti ritenuti i fomentatori della rivolta contro Yanukovich) come un atto di aperta ostilità. Tanto per fare un paragone è come se l’Italia avesse sobillato l’Istria a intavolare negoziati diretti con l’Unione Europea per staccarsi dalla Croazia. Se si concretizzasse un’ipotesi del genere ci si potrebbe stupire della reazione di Zagabria?. Quindi c’è poco da meravigliarsi della reazione di Putin, che non ha fatto mistero di aver interpretato i negoziati tra Ucraina e Unione Europea come un atto ostile, una forma di neoespansionsimo dell’Occidente proprio ai confini con la Russia, una vera e propria minaccia diretta nel cosiddetto giardino di casa.
Per un errore di calcolo, politico e geostrategico, gli Stati Uniti e l’UE hanno reagito maldestramente alla promessa di Putin di 12 miliardi di dollari per risollevare l’economia ucraina ed hanno gettato benzina sul fuoco anti Yanukovich credendo di poter così accelerare le procedure di avvicinamento dell’Ucraina all’UE. I moti di piazza, sostenuti dall’esterno, hanno costretto, Yanukovich a lasciare l’Ucraina. Le opposizioni al governo legittimo hanno preso il potere e messo in atto una sequela di atti politici filo occidentali ed anti russi. Il nuovo primo ministro ucraino Yatsenjuk è stato ricevuto da Obama e dai vertici dell’UE con cui ha firmato un’intesa, nonostante che la Russia avesse avvertito di ritenere la misura già colma e di non potere più accettare queste interferenze occidentali.
Così mentre a Kiev si vagheggiava di alleanza con l’Occidente il parlamento della Crimea approvava all'unanimità l’annessione alla Federazione russa con la secessione dall’Ucraina sancita poi dal referendum plebiscitario del 16 marzo.
E’ pur vero che il referendum sulla scelta del ritorno della Crimea alla Russia si è svolto sotto la pressione della corposa presenza militare di Mosca, ma non v’è dubbio che essendo la maggioranza della popolazione della Crimea russofona anche se il referendum si fosse svolto in condizioni meno costringenti e con la presenza di osservatori internazionali avrebbe dato lo stesso risultato politico, seppure con proporzioni inferiori.
La crisi di Crimea ha dunque raggiunto l’acme del disaccordo profondo tra USA-UE da una parte e Russia dall’altra, spalleggiata dalla Cina, quale non si registrava dai tempi della guerra fredda. Gli Stati Uniti hanno proposto in Consiglio di Sicurezza una risoluzione di critica contro la Russia che ovviamente non è passata per il veto opposto da Mosca e l'astensione di Pechino.
Di fronte a tutto questo il Governo italiano non ha sentito il dovere di consultare le forze politiche attraverso un dibattito parlamentare sulla migliore scelta per il nostro paese, e gli organi di informazione hanno dedicato più spazio ed attenzione alla vicenda dell’aereo della Malaysia airlines scomparso, che non alla gravissima situazione ucraina che può compromettere i rifornimenti energetici, la stabilità continentale, la pace mondiale.
La nostra politica estera non ha afferrato l’occasione al volo per rialzare la testa a livello europeo. La dichiarazione  rilasciata da Renzi dopo il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo è stata a dir poco disarmante per pochezza e banalità:”…abbiamo raggiunto una conclusione unitaria. Quando ci sono 28 Paesi le differenze sono normali ma se il documento è unitario vuol dire che si è trovata una sintesi…". Evidentemente il premier che pur dovrebbe avere nelle vene lo spirito fiorentino del Machiavelli, fondatore della scienza politica moderna, non ha colto l’esempio di Cavour. Per non parlare della nostra Ministra Mogherini che, a dispetto del suo vantato curriculum di esperienze internazionali, si è dimostrata inadeguata con la stessa visibilità e corposità di un fantasma, tanto è vero che non è stata nemmeno presa in considerazione dagli attori internazionali: Kerry (USA), Hague (Gran Bretagna), Fabius (Francia), Steinmeier (Germania), Rasmussen (Nato), Van Rompuy (Consiglio UE), Barroso (Commissione UE), Lady Ashton Ministro Esteri UE), Yatsenjuk (nuovo Premier ucraino) Lavrov (Russia). Tutti hanno recitato la loro parte sul palcoscenico dell’attualità politica internazionale senza curarsi dell’Italia, chiamata, di qui a tre mesi, a guidare il semestre di presidenza europea.
USA, UE, e Germania hanno contestato l’annessione russa della Crimea e il referendum popolare che l’ha sancita, come atti in violazione della legge internazionale. A loro ha risposto lo stesso Putin in toni duri e sprezzanti respingendone le interferenze in affari interni di altri stati. Reazione che ha gettato la diplomazia americana, già scossa dagli insuccessi dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Siria ecc. in uno stato di smarrimento e confusione, accresciuto dal nulla di fatto scaturito dalle roventi telefonate Obama-Putin.
Qualcuno tra i falchi americani è arrivato persino a paragonare la condotta di Putin con quella di Hitler con l’Anschluss dell’Austria e la successiva rivendicazione sui Sudeti, senza rendersi conto che invece a Mosca si ha la sensazione che l’obbiettivo principale della politica estera americana, dal disfacimento dell’URSS in poi, sia stato quello di attrarre nell’orbita occidentale tutti gli stati cosiddetti ex satelliti, dai paesi baltici a quelli del famoso patto di Varsavia, a quelli balcanici.
Con la crisi ucraina gli Stati Uniti hanno utilizzato l’Unione europea, per realizzare in pieno il respingimento della Russia entro le sue frontiere e ridurne l’europeità. Da parte sua la Germania, che storicamente ha sempre aspirato ad un espansionismo verso est, in conformità con i suoi obiettivi geopolitici tradizionali, tende a sfruttare l’accordo di  cooperazione con l’UE per integrare l’Ucraina nella sua nuova “Zollverein” a costo zero e con vantaggi economici evidenti.
Come già accaduto negli anni ’90, quando la Germania favorì lo scivolamento della Jugoslavia verso la guerra civile, gli interessi tedeschi hanno viaggiato su un binario parallelo a quello degli Stati Uniti, dato che un più facile controllo delle leve economiche dell’Ucraina avrebbe significato un ampliamento dei suoi poteri di supremazia nella “Mittel Europa”.
Il fatto che gli USA e l’UE si siano affrettati a dichiarare illegittimo il referendum di secessione della Crimea, a disconoscerne il risultato e a decidere le sanzioni anti Russia, è stato un errore clamoroso, frutto di ignoranza storica, di pressappochismo politico, e di una sorpassata visione ideologica.
C’è da chiedersi se la democrazia, il rispetto della volontà popolare, il valore della autodeterminazione siano principi validi solo quando fa comodo a Washington. Basta ricordare che, nel 1999 quando fu condotta la guerra da parte della NATO contro la Yugoslavia di Milosevic, gli Stati Uniti furono da subito i principali fautori e sostenitori della secessione del Kossovo dalla Serbia. Allora valeva il principio dell’autodeterminazione del popolo (la maggioranza della popolazione kossovara era di etnia albanese e di religione musulmana e quindi favorevole al distacco dalla Serbia) ed ora lo stesso principio non vale più per la popolazione russa della Crimea?
Quando il Kossovo proclamò la secessione definitiva e l’indipendenza dalla Serbia con il sostegno dell’UE e dell’America, la Russia si limitò a definire illegale tale iniziativa come estranea alle decisioni del CdS delle Nazioni Unite, ma non montò una campagna antioccidentale con sanzioni o altro. La proclamazione dell’indipendenza del Kossovo fu riconosciuta lo stesso giorno da Costarica come foglia di fico dei riconoscimenti americano e albanese che intervennero dopo 24 ore. Viceversa non fu mai riconosciuta dalla Serbia, né dalla Russia e dalla Cina, entrambe detentrici del diritto di veto nel CdS. L’ONU, pilatescamente, se ne lavò le mani limitandosi a ribadire il contenuto della risoluzione 1244 secondo cui il Kossovo era un territorio sotto la sovranità serba.
L’UE, da parte sua, non riuscì ad elaborare una politica estera comune (secondo il principio dell’unanimità), dato che a favore della secessione si espressero Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia (i paesi che avevano partecipato alla guerra contro Milosevic) mentre restarono contrari Spagna, Grecia, Cipro, Romania. La decisione (unanime questa volta nel certificare l’assenza di una politica estera europea) fu che ogni stato membro si sarebbe regolato autonomamente Sicché il governo italiano si affrettò a riconoscere l’indipendenza del Kossovo e ad allacciare relazioni diplomatiche.
Questa volta la spropositata reazione degli Usa e dell’UE sulla secessione della Crimea dall’Ucraina e sulla sua annessione alla Russia, appare miope, poco realistica e controproducente. Le sanzioni dichiarate a partire dal boicottaggio del G8 di Sochi, al divieto di visto a una ventina di personalità russe, alle prime restrizioni commerciali sono uno strumento inefficace e un’inutile ostentazione di un gesto di pura propaganda. Ove invece dovessero diventare una cosa più seria con profondo blocco economico, commerciale, energetico e strategico avrebbero delle conseguenze gravissime soprattutto per noi che siamo l’anello più debole della catena.
Sta al Governo ed al popolo italiano capirlo al più presto.

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Götterdämmerung

TORQUATO CARDILLI . Siamo al crepuscolo degli dei, di quelli che si ritenevano intoccabili, che avevano inteso la politica come potere incondizionato senza l'obbligo del rendiconto, che gli inglesi chiamano “accountability”, potere in grado di comprare tutto dai beni materiali alle sentenze, dai legislatori agli elettori, dagli uomini di chiesa alla gente comune, potere gestito all'interno di un club riservato, popolato di adulatori e faccendieri, di veline e pitonesse, di procacciatori d’affari, lenoni e prostitute, dove conta solo la fedeltà e al capo, dove tutti gli adepti soffrono di ipnosi collettiva.
L'irrompere sulla scena politica italiana di due elementi diversissimi tra di loro, ma motivati dal desiderio di restituire al popolo la dignità e la giustizia sociale a lungo negate, Grillo da una parte, al grido di guerra “tutti a casa” e papa Francesco, dall'altra, con l’anatema terribile della non redenzione per i politici corrotti, ha svelato la fragilità dell'apparente monolitismo, durato venti anni, più che per la sua forza interiore per la supina acquiescenza di chi, agitando le bandiere smorte della sinistra, avrebbe dovuto opporvisi e che invece è rimasto appagato dei propri privilegi, abbarbicato alla conservazione.
Oggi quel castello incomincia a sgretolarsi, a mostrare le irreparabili crepe dietro le quali c'è il vuoto.
Quello che appariva come solida roccia, in realtà era un paravento di cartongesso tenuto su da varie mani di vernice spalmata da una dirigenza pubblica destinataria di spropositate prebende, un apparato di vertice mendace, arruffone, corrotto, servile, in permanente stato di conflitto di interessi, sempre pronto alla riconferma ad ogni giro di valzer governativo. E la gente, quella che fatica ogni giorno, spettatrice impotente del declino di ogni attività economica, della crescita della disoccupazione, quotidianamente alla ricerca di mezzi di sopravvivenza, stanca di parole ingannatrici, di sogni elargiti a tonnellate, ha aperto gli occhi. E’ sgomenta e perplessa sulla via da scegliere per disfarsi una buona volta di questa élite di ottimati, inetta quando non delinquenziale, dedita ora all’ultima battaglia di retroguardia.
Chi abbia scorso le cronache di questi ultimi giorni avrà creduto di trovarsi di fronte ad un bollettino di guerra di caduti e feriti. Non siamo ancora all'Armageddon, ma al Götterdämmerung, cioè al crepuscolo di questa società malata, mentre i protagonisti dell'epopea del potere pacchiano, dei venditori di fumo, vagano disorientati alla ricerca di un riparo che li tenga lontani dalla galera.
Non conta partire dall'alto; anche partendo dai lati o dal basso si incontrano facce e nomi di personaggi, un tempo rispettati e potenti, che si ritenevano al di sopra della legge, finiti, uno dopo l'altro, in carcere o nella polvere del disonore e dell'ignominia, inseguiti da avvisi di garanzia e da rinvii a giudizio.
Quello che all’estero è sufficiente per scomparire dalla vita pubblica a questi signori non fa nemmeno il solletico. Sono gli alfieri del garantismo spinto, sono quelli che di fronte a voci di malaffare liquidano la questione come “gossip”, di fronte ad un avviso di garanzia dicono che è un atto a difesa della persona indagata, di fronte ad un rinvio a giudizio si difendono con la giustificazione che l’azione penale è obbligatoria, di fronte alla prima condanna si dicono sereni convinti che possono ricorrere in appello, di fronte alla condanna in appello rispolverano la presunzione di innocenza fino al terzo grado, di fronte alla definitiva sentenza della Cassazione accampano l’ingiustizia della Magistratura italiana per ricorrere a quella europea e una volta sconfitti da quella europea dicono che è un complotto internazionale.
Giulio Tremonti, il ministro delle finanze creative, dei condoni a gogo e delle cartolarizzazioni, leghista di spirito con la tessera di Forza Italia, ha patteggiato quattro mesi per la vicenda della casa pagata in nero, senza contratto, fornitagli dal suo manutengolo deputato Milanese (pure inseguito da un'indagine giudiziaria), restaurata gratis grazie a appalti con lo Stato;
Clemente Mastella, già democristiano, servente ondivago dei governi di destra (Berlusconi) e di sinistra (Prodi), ora ricandidato da Forza Italia per Bruxelles, è coinvolto con la moglie in una pesante inchiesta giudiziaria che parla addirittura di associazione a delinquere; rinviato a giudizio nel 2011 per truffa, appropriazione indebita e abuso d’ufficio dalla Procura di Napoli e per corruzione dalla procura di Benevento;
Nicola Cosentino, soprannominato Nick o’americano (la cognata Mirella è la sorella del boss dei casalesi Giuseppe Russo, detto “Peppe O’ Padrino”, condannato all’ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, mentre un’altra cognata è figlia del boss deceduto Costantino Diana), già coordinatore di Forza Italia in Campania, deputato e sottosegretario all'economia ai tempi del re sole, è stato riarrestato insieme ai fratelli Giovanni e Antonio, per reati di estorsione e concorrenza sleale con metodo mafioso nel settore della distribuzione di carburanti in provincia di Caserta;
Giuseppe Scopelliti, politico di lungo corso dal fronte della Gioventù a Forza Italia, già sindaco di Reggio Calabria, poi governatore della Regione, condannato a 6 anni per abuso di ufficio e falso in bilancio con interdizione perpetua dai pubblici uffici;
Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, ex ministro degli affari regionali, ex democristiano poi forzitalista, ha un lungo fascicolo penale.  Indagato nel 2006 per il finanziamento di 500.000 euro ritenuto dalla pubblica accusa una tangente da parte della Tosi di Angelucci per ottenere dalla Regione Puglia la gestione di undici residenze sanitarie assistite nell'ambito di un appalto da 198 milioni di euro, si é salvato dagli arresti domiciliari perché la Camera ha subito respinto la richiesta del PM con 457 voti su 462 presenti (quando si dice che sono tutti d’accordo!). Rinviato a giudizio per peculato, corruzione, finanziamento illecito, falso, abuso d'ufficio è stato condannato in primo grado l’anno scorso a quattro anni di reclusione e a cinque di interdizione dai pubblici uffici. Eppure sta ancora là;
Marcello dell'Utri, fedelissimo di Berlusconi, già fondatore di Forza Italia e senatore, garante del mafioso Mangano assunto ad Arcore come stalliere e morto in galera, condannato in secondo grado a 7 anni per contiguità con la mafia è stato arrestato da latitante a Beirut. Nonostante la smentita del Ministro degli Esteri Mogherini, era ancora titolare di un passaporto speciale blu, in quanto Presidente della delegazione parlamentare del Consiglio d’Europa, carica che ha continuato a ricoprire pro tempore fino a poco tempo fa, benché decaduto dal parlamento;
Roberto Formigoni, detto il celeste, già democristiano e aderente a C&L,  deputato europeo e nazionale, per 4 mandati governatore della Lombardia, ed ora senatore della Repubblica, quello del voto di castità e di povertà dalle vacanze da sogno a sbafo sullo yacht di Daccò, rischia un nuovo rinvio a giudizio per un presunto giro di tangenti da 1 milione di euro. Per gli strascichi del caso Maugeri (accusa di riciclaggio e associazione per delinquere) il Gip di Milano gli ha sequestrato beni immobili e conti correnti anche di prestanome fino al valore di 49 milioni di euro (tale è l’ammontare della corruzione contestata) compresa la lussuosa villa in Sardegna, ad Arzachena, intestata al suo compagno Perego;
Denis Verdini, ex macellaio, ex banchiere, ex professore, ex repubblicano, poi convertito al berlusconismo, plenipotenziario dell’organizzazione interna di Forza Italia, il senatore più assenteista del Parlamento, con varie indagini in corso per reati gravi contro la pubblica amministrazione; indagato nel 2010 per corruzione e per comitato di affari in appalti pubblici, implicato nella vicenda della loggia P4, rinviato a giudizio per la gestione del Credito cooperativo fiorentino, sottoposto a sequestro di 12 milioni di euro dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta per truffa;
Maurizio Gasparri, già esponente di Alleanza Nazionale e poi di Forza Italia si è visto notificare la richiesta di rinvio a giudizio dalla procura di Roma per peculato. Da presidente del gruppo parlamentare Pdl al Senato, avendo la disponibilità di ingenti somme di denaro provenienti dal bilancio del Senato a titolo di contributo al funzionamento dell'ufficio di presidenza del gruppo parlamentare, si è appropriato di 600 mila euro per pagarsi una polizza vita. Lui si schernisce dicendo di aver restituito i soldi, come se la restituzione della refurtiva potesse cancellare il furto;
Federica Gagliardi, la cosiddetta dama bianca, che accompagnava il capo del Governo Berlusconi in missioni internazionali, arrestata a Fiumicino con 24 chili di droga proveniente da Caracas;
Nicole Minetti, fatta passare per igienista dentale e promossa consigliera regionale lombarda, quando era l’organizzatrice delle feste di Arcore, ha già alle spalle una condanna in primo grado a 5 anni con interdizione dai pubblici uffici per prostituzione minorile;
Lele Mora e Emilio Fede, compagni di bagordi, sono anche loro coinvolti nella condanna a 7 anni per favoreggiamento della prostituzione e all’interdizione dai pubblici uffici e dai mezzi di informazione;
Giampaolo Tarantini e Walter Lavitola, frequentatori delle patrie galere oltre che di palazzo Grazioli, condannato il primo a due anni e due mesi per spaccio di cocaina e il secondo, accusato di appropriazione indebita di 20 milioni di euro di finanziamenti al quotidiano L'Avanti! di cui era direttore, a novembre 2012 ha patteggiato davanti al Gip del Tribunale di Napoli la pena di 3 anni e 8 mesi. L’anno successivo è stato condannato dallo stesso tribunale alla pena di 2 anni e 8 mesi, con rito abbreviato, per tentata estorsione ai danni di Berlusconi.Ma al di sopra di tutti c’è proprio lui: Silvio Berlusconi, privato del seggio senatoriale, decaduto dal riconoscimento di cavaliere del lavoro, condannato con sentenza passata in giudicato a 4 anni di reclusione per frode fiscale, privato del passaporto come un delinquente comune, interdetto dai pubblici uffici, in attesa di essere affidato ai servizi sociali.
A segnare il suo declino non è bastato tutto questo. Al disprezzo dei leader del mondo, della stampa libera al di là delle Alpi, della Corte Europea di giustizia che ha rigettato il suo ricorso, si aggiunge la minaccia del giudizio di appello per prostituzione minorile e per concussione dopo la condanna inflittagli in primo grado a 7 anni che incombe come un macigno, nonché il processo per la compravendita di senatori (secondo l’autodenuncia di De Gregorio che ha patteggiato) e quello sulle escort di Bari.
Il fortino di Arcore sembra essersi trasformato in una fabbrica di bronzo, tale è la pervicacia con cui pretende di avere ancora agibilità politica, già riconosciutagli da Napolitano e da Renzi, e condurre la campagna elettorale di un partito alle prese con sondaggi in picchiata, che perde i pezzi (ultimi i casi di Bonaiuti e di Bondi) in vista delle elezioni europee.
Ma quello che importa è l’ultima battaglia di retroguardia, l’ennesima furbata con la complicità della sinistra di cartone: quella della riduzione della pena ai politici che fossero colti con le mani nel sacco di fare o promettere favori alla mafia. Per oltre 20 anni tanto la destra quanto la sinistra (ma non è la Bindi la presidente della Commissione antimafia?) hanno turlupinato il popolo con la menata della lotta senza quartiere alla mafia che non avrebbe mai potuto svilupparsi ed ingrandirsi se non avesse potuto contare sull’appoggio sostanziale dei politici.
Ora la collusione mafia-politica, sempre negata, è riemersa in modo evidente nel dibattito e voto parlamentare sulla legge che punisce lo scambio politico-elettorale con la mafia. Per l’accordo tra Renzi e Verdini un politico può essere a disposizione della mafia senza commettere reato e lo scambio politico mafioso non deve essere punito. PD e Forza Italia hanno gettato la maschera, ben assistiti dal Nuovo Centro Destra di Alfano. E’ finita la recita della sinistra antimafia, dei buoni contro i cattivi. Tutti d’accordo hanno votato per un depotenziamento del reato. La Camera ha approvato (con 293 sì e 83 no dell’opposizione dei 5 stelle) la modifica richiesta dal PD del ddl sul voto di scambio politico-mafioso uscito dal Senato contro cui si era scagliata Forza Italia. Tre le modifiche: la prima elimina il termine "qualunque" prima dell'espressione "altra utilità"; la seconda cancella il principio della punibilità con il 416-ter del politico "che si mette a disposizione" dell'organizzazione mafiosa, mentre la terza modifica diminuisce la pena del carcere per il voto di scambio. Il reato che prima era punito con minimo di 7 anni e un massimo di 12 anni ora vede la pena ridotta a 4 e a 10 anni: il che significa che tra indulti, attenuanti e prescrizioni il politico la fa franca comunque.
E’ così che il trio Renzi-Berlusconi-Alfano, si è reso pubblicamente complice della criminalità organizzata, lanciando questo obliquo messaggio all’Europa proprio alla vigilia delle elezioni europee e del semestre di presidenza italiana.

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Tra ricatti, corruzione, sesso e droga: “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”

TORQUATO CARDILLI - Non bisogna essere un paremiologo o un esperto di semiotica per capire il senso di uno dei proverbi più comuni, legato all'educazione ed alla formazione della personalità, che ciascuno avrà sentito ripetere in vita sua almeno una volta dai genitori, dai maestri, dai nonni. ecc. per evitare le cattive compagnie. Dal latino “similes cum similibus congregantur” il proverbio è transitato in italiano nella forma " dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" ma  al ragazzo cresciutello, così lo chiama la sua fidanzata, già succhiatrice di calippo a telecafone, non è proprio entrato in testa a dispetto dell’età. Chiunque volesse  dare una controllatina ai vari siti internet si accorgerebbe che quando la politica scivola nel gorgo della corruzione, dei ricatti, del sesso e della droga è impossibile uscirne indenni. Si è condannati a sguazzare nel letame.
Ma allora la domanda sorge spontanea: come fa chi si è macchiato di questi peccatucci, che lo hanno reso intimo frequentatore di persone che sono tutte finite in galera, o che stanno per andarci, con connessioni più o meno forti con la malavita, ad avere tanto seguito politico e per tanti anni?.
La risposta sarebbe semplice: chi lo segue o è ignorante nel senso che non sa a chi ha dato il suo voto e a chi ha affidato maldestramente il suo futuro, oppure vede in lui la sua immagine riflessa in sedicesimo come un suo ideale di vita. Ci sarebbe anche una via di mezzo cioè quella degli adulatori, dei cortigiani dei dipendenti a libro paga, che pur sapendo di che pasta avariata è fatto l’uomo, fanno finta di nulla per puro tornaconto personale, pur di godere di fama, potere, soldi, successo, o di quelli che ben più in alto, fanno del cosiddetto realismo politico la loro ragione d’essere, timorosi comunque, che possa essere scoperto qualche loro scheletro, ben custodito negli armadi dei servizi segreti.
E’ chiaro che stiamo parlando del cavaliere dell’ultimo ventennio, quello che aveva sostituito i gagliardetti, i manganelli e l’olio di ricino, con le veline, con la televisione trash, con la droga calcistica. Quello che ha ancora sul groppone vari processi in corso per corruzione, per concussione, per prostituzione minorile, che è stato già condannato con sentenza passata in giudicato a 4 anni di reclusione (ma non ne farà nemmeno uno grazie alle leggi vergogna da lui volute) e all’interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale, che privato del passaporto e dei diritti politici attivi e passivi pretende di candidarsi alle imminenti elezioni europee.
Un suo collega, il presidente del Bayern Monaco Hoeness è stato condannato da una corte tedesca a 3 anni e mezzo per lo stesso reato di frode fiscale, ma non ha fatto ricorso a nessun cavillo, a nessun appello, a nessuna piazza di tifoseria brandendo l’arma del complotto. Ha chiesto perdono a tutti e per “decenza e responsabilità personale” ha accettato con dignità la sentenza e la reclusione.
Si dirà ma lì siamo in Germania. Sì, ed è appunto questa la differenza culturale tra i mondi che considerano il reato di frode fiscale il più odioso perché commesso contro la collettività dei cittadini onesti (vedi il caso di al Capone, finito ai ferri, non per gli omicidi di cui si era macchiato, non per le bische clandestine, la prostituzione, l’antiproibizionismo ecc, ma per aver frodato il fisco americano) e il nostro paese culturalmente arretrato sul piano dell’educazione civica. Chissà con che faccia Renzi incontrerà la Merkel.
Ma torniamo alla carriera delinquenziale del nostro ed alle frequentazioni losche, coinvolte in fatti penalmente rilevanti.
Tutto cominciò negli anni ’80 del rampantismo craxiano, quando lo Stato calò per la prima volta le braghe regalandogli l’etere televisivo e emersero nelle sue vicinanze due figure come Mangano e dell’Utri. Il primo, deceduto in carcere ove scontava una condanna per mafia, assunto come stalliere della sua villa pur non sapendo un’acca di cavalli, il secondo solerte collaboratore e faccendiere tanto da meritarsi il laticlavio del seggio senatoriale condannato in primo grado a 7 anni per contiguità mafiosa.
Poi sono venuti Previti, suo avvocato personale, beneficiato di un seggio parlamentare e del rango di Ministro della Difesa, condannato per corruzione ed espulso dal parlamento, i vari Sciascia e Berruti, corruttori della Guardia di Finanza, condannati dalla Magistratura, ma da lui premiati con un seggio in parlamento, Brancher, condannato per corruzione, e perciò anch’egli premiato con un seggio da deputato e fatto pure prima sottosegretario e poi ministro per soli 17 giorni, i vari Balocchi, Belsito e Bertolaso, nominati sottosegretari con i conti in sospeso con la Giustizia, i vari Cosentino e Papa, entrambi eletti nel suo partito e usciti dal Parlamento con biglietto di ingresso per Poggioreale.
Fin qui alcuni esempi di frequentatori della sua corte distintisi per corruzione. Ci sono stati poi quelli cosiddetti esterni al Parlamento, ma a vario titolo ospiti delle patrie galere o in procinto di finirvi per condanne già inflitte in primo grado, come Lavitola mediatore di torbidi affari internazionali e della compravendita di senatori, Tarantini, procacciatore di escort, Lele Mora fornitore di procaci fanciulle per il bunga bunga, Emilio Fede giornalista amico, selezionatore di candidate alle feste, compensato con un seggio da senatore regalato alla moglie.
Infine la galassia delle frequentatrici delle cene “eleganti” che finivano in discoteca con il ballo del palo, con il cosiddetto “burlesque spinto”, o sul lettone, regalo di Putin. A parte le escort di professione come Nadia Macrì, Perla Genovesi e Patrizia D’Addario, vanno ricordate tutte le donne che potevano dargli del tu e chiamarlo sul telefonino privato a qualsiasi ora (privilegio non concesso nemmeno ai politici più in vista) come Sara Tommasi, la show girl di bellezza prorompente, invitata ad Arcore nel 2010 al ricevimento in onore di Putin, amica del fotografo Corona (ora detenuto) e di personaggi affiliati al clan camorrista dei Casalesi, la ballerina Polanco, il cui fidanzato fu beccato nell’auto di un’altra olgettina, la consigliera regionale Minetti (condannata in primo grado), con vari chili di droga, la De Vivo, ex naufraga dell’isola dei famosi, fidanzata ad un camorrista agli arresti domiciliari, la Montereale, portata a palazzo Grazioli da Tarantini, fidanzata con un esponente della mafia barese, la Began, soprannominata l’ape regina, frequentatrice di un trafficante di droga kosovaro, l’attrice bulgara Bonev per la quale fece istituire un premio speciale al festival di Venezia e le minorenni Noemi Letizia (che nel 2009 diede origine alla separazione della moglie) e Ruby Mahrugh, fermata per furto e spacciata per nipote di Mubarak, con certificazione di questa parentela fasulla da parte di un parlamento di pecoroni.
Dulcis in fundo è arrivato ora l’arresto per traffico internazionale di droga, con 24 chili di cocaina e altri stupefacenti, portati con sospetta disinvoltura nel bagaglio a mano al rientro da Caracas, dalla cosiddetta “dama Bianca” Federica Gagliardi che nel 2010 lo accompagnò in visita di Stato prima al vertice del G8 in Canada e poi a Panama e In Brasile, dopo essere stata assunta in Regione dalla Governatrice del Lazio Polverini. Ma il codazzo di consiglieri e funzionari di palazzo Chigi che accompagnava il premier su voli di stato non si è mai accorto di nulla?
Ed ora qual è l’ultima pensata? Quella, ad opera dell’immaginifica Santanchè, di lanciare una campagna di raccolta di firme per indurre il presidente della Repubblica a concedergli la grazia perché, quale capo della forza politica che condivide il processo di riforme con il Governo Renzi, possa partecipare a pieno tutolo alle elezioni europee.
Italiani, ora siete avvertiti. Non potete più dire di non sapere.

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Da Jo Condor allo sbruffone che vuole evitare il solito tram tram

TORQUATO CARDILLI - Esattamente un anno fa, dopo le elezioni i cui risultati avevano offerto su un piatto d’argento, ma invano, al Presidente della Repubblica la possibilità di lanciare il paese nell’era del vero rinnovamento, fallito l’inutile e penoso tentativo dello smacchiatore di giaguaro, entrava invece in carica il primo ministro Letta (raccomandato dallo zio), per formare il governo dell’inciucio permanente, votato da tutti i responsabili del disastro italiano.
Per quasi 10 mesi Letta, tenuto al guinzaglio da Berlusconi, si è barcamenato tra annunci farlocchi, tra vanterie di successi immaginari, tra lumicini invisibili di ripresa, tra viaggi all’estero inutili e tra elemosine umilianti (a proposito i 500 milioni di dollari promessi dall’emiro del Kuwait non sono mai arrivati). Poi l’ultimo suo viaggio all’estero ne ha segnato la fine: ha voluto essere presente a Sochi per assistere alle olimpiadi invernali, unico capo di governo occidentale. Azione questa estremamente sgradita a Washington che, subito, ha chiamato il vecchio per dirgli di farlo sloggiare da Palazzo Chigi.
Povero Letta nipote: si era paragonato a Jo Condor! Non gli ha portato certo fortuna! Aveva solennemente dichiarato in Parlamento che non voleva governare a tutti i costi. E’ stato preso in parola e impallinato dai suoi stessi compagni di partito (quelli che, nel segreto dell’urna, avevano già fatto il tiro al piccione contro Prodi) convertiti a mettere il muso al vento, per affidare le sorti del governo ad uno sbruffone (vedremo il giorno delle elezioni europee se bisognerà togliere la esse e la erre da questo aggettivo), ad uno non eletto che ha giurato di non volere lasciare Firenze prima del 2015, che non sarebbe mai andato a palazzo Chigi senza passare per le urne, che l’amico Enrico poteva stare sereno.
Bene (si fa per dire) la prima cosa che dovrebbe fare è darsi una ripassatina al galateo ed al bon ton istituzionale viste le gaffes a ripetizione fatte con il Senato, con la Merkel, con Hollande, con Obama e da ultimo con Cameron (come un borghesuccio di campagna ha espresso il “dream” di essere al n. 10 di Downing Street e sfoggiando un inglese approssimativo ha detto che il rilancio dell’economia è dovuto ai nostri “childrens”!). La forma a quel livello è innanzitutto sostanza.
Ma torniamo al Capo della Casa Bianca perché tra gaffeur ci si intende. Non è che Obama sia stato nella sua visita a Roma un campione di bon ton. Ha bloccato Roma con un corteo di 26 macchine blindate come usa un dittatore africano quando visita un villaggio, ha preteso che i suoi gorilla, armati e radiocomandati, entrassero al Quirinale, ha sciorinato banalità sui costi della pace tirando le orecchie a Napolitano, a Renzi e al duo Mogherini-Pinotti (tutti si sono prontamente allineati) sulla questione degli F35, poi ha voluto essere solo nella visita al Colosseo, rifiutando persino la compagnia del primo cittadino di Roma, padrone di casa, quindi ha invitato a cena quel benefattore del popolo italiano che risponde al nome di Elkann che ha trasferito la sede legale della Fiat in Olanda e la sede finanziaria a Londra con la gioia di migliaia di operai e famiglie, infine ha fatto circolare sulla sua visita a Roma, come video ufficiale della Casa Bianca, ad uso dell’opinione pubblica interna, solo i filmati dell’incontro col Papa e la passeggiata al Colosseo, definito più grande di uno stadio da baseball. Che citazione colta!
Non un ritaglio di immagine della vecchia sede papale e del suo inquilino che ha rispolverato, per l’occasione, le livree rosso-fuoco dei maggiordomi e guardaportoni reali, né del ragazzotto che, a giacca sbottonata, come suo solito, sotto la volta affrescata da Giulio Romano di Villa Madama, gli faceva gli inchini, motteggiandone la campagna elettorale con lo slogan “yes, we can”.
Credevamo di aver assistito già al peggio con un primo ministro barzellettiere truccato come un guitto, venditore di sogni e di fumo, guardato come un appestato dai partner occidentali perché amante del bunga bunga e dei processi tanto da farli durare in eterno, ma il nuovo premier ne è il degno erede. Super banditore da televendita, in diretta TV, scambiando palazzo Chigi per la piazza del suo paesello nel giorno della sagra, ha annunciato con il classico “ venghino, signori venghino” la vendita delle prime 150 auto blu (ricavo medio 8.000 euro l’una), mentre due giorni dopo il suo giuramento scadeva il bando della Consip per l’acquisto di ben 210 auto blu nuove, blindate, dal costo medio di 120.000 euro l’una. Un bell’affare alle spalle del popolo, non c’è che dire! Ma il nuovo acquisto lui l’ha nascosto agli italiani e i suoi ministri, che di fronte al microfono del cronista di turno scappano come se fossero inseguiti da un rinoceronte, hanno dichiarato di non saperne nulla.
Il catalogo e il calendario degli impegni presi prima alle Camere e poi ribaditi in conferenza stampa sono spaventosamente impressionanti. Roba da tramortire un toro se sapesse leggere. Dice di averci messo la faccia e che non vuole scendere nel solito tram, tram (sic!). E pensare che gli italiani ci hanno già messo il sudore, le braccia, le privazioni, le tasse, qualche parte nobile del corpo e in molti persino la vita.
Ma vediamo questi impegni: febbraio riforma elettorale, riduzione dei costi della politica; marzo riforma del lavoro; aprile riforma della costituzione (abolizione Senato, del CNEL e delle Provincie); maggio riforma del cuneo fiscale e 80 euro in più al mese nelle tasche degli italiani; giugno riforma della pubblica amministrazione; luglio delega al governo per la riforma fiscale e inizio del semestre di presidenza italiana UE con relativo negoziato con l’Europa; agosto pagamento totale del debito della pubblica amministrazione verso i privati per circa 80 miliardi di euro attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e via di questo passo.
Per ora obiettivi da trasmissione “chi l’ha visto?” Poco o nulla è stato fatto: riforma elettorale? Approvata dalla Camera e solo per la Camera, ma già sul binario morto in Senato. Riduzione dei costi della politica? Falso. Il finanziamento ai partiti non è stato abolito, ma solo ridotto, al posto di 3000 poltrone di consiglieri provinciali vengono aumentate di ben 26.000 unità quelle a livello comunale. Abolizione provincie? Falso, restano in piedi. Riforma del lavoro per rilanciare la crescita? Si, aumentando la precarietà con proroghe di contratti per 8 volte anche consecutive. Riforma della costituzione? Un pastrocchio immondo. Per scriverla fu necessaria un’assemblea costituente di persone per bene, non di inquisiti, corrotti, condannati. Per farla a pezzi basta un accordo segreto tra Renzi e Berlusconi (espulso dal Senato per indegnità, condannato a 4 anni per frode fiscale e privato del titolo di cavaliere) da ingoiare “tel quel”, senza emendamenti da parte di un Parlamento che, stando alla sentenza della Corte Costituzionale, è costituito per un quinto da abusivi (solo alla Camera 148 deputati sono stati dichiarati incostituzionali perché attribuiti non sulla base proporzionale dei voti, ma su quella del premio di maggioranza assurdo). Abolizione del Senato che non serve? Falso: lo si trasforma in una specie di Carro di Tespi, tipo CNEL che invece viene abolito, composto dai presidenti di regione e di provincie autonome, quasi tutti nei guai con la giustizia (Cappellacci, Cota, Scopelliti, Iorio, Formigoni, Durnwalder, Vendola, Burlando, Chiodi, Errani, Caldoro, ecc.), dai sindaci dei capoluoghi di regione (più d'uno è già compromesso come Tosi, De Magistris) e poi da 21 angeli discesi dal cielo per nomina quirinalizia. Come dire la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il capo dello Stato che ora nomina solo 5 senatori a vita domani ne nominerà 21 per 7 anni ciascuno. Roba da non credere, è peggio dello Statuto Albertino del Regno di Piemonte! Ma vi pare possibile che 315 senatori accettino di rinunciare a tutto e di sparire? Faranno carte false, tesseranno la tela di Penelope, semineranno il cammino di trappole e trabocchetti pur di restare su quegli scranni dorati anche a costo di affrontare una campagna elettorale anticipata. Molto diverso sarebbe stato, e certamente più redditizio ai fini del risparmio, tagliare della metà deputato e senatori e delimitare le competenze di  ciascuna camera, da una parte gli affari nazionali e dall'altra quelli regionali, con abolizione delle regioni.
Taglio della spesa pubblica con risparmio di mezzo miliardo dato che il nuovo Senato prevede l’incarico onorifico senza indennità? Falso. Al massimo potranno essere risparmiati 100 milioni (l’ammontare delle indennità attuali) ma non il costo della struttura servente che resterà in piedi. Pagamento dei debiti di 80 miliardi? Si attraverso una cessione del debito agli Enti locali che l’hanno fatto su cui dovranno pagare gli interessi. Come? Alzando le aliquote e le tasse locali.
Allora di tutto questo fumo da supercazzole che rimane? Gli unici soldi veri che gli italiani hanno visto, sparire, sono quelli che con il beneplacito spudorato di Renzi (era già segretario del PD da tre mesi) sono stati regalati, grazie alla ghigliottina parlamentare, calata dalla mater dolorosa, con l’ultimo atto del governo morente di Letta. Per chi lo abbia dimenticato si tratta della legge regalo alle banche private e alle assicurazioni degli amici, camuffata da abolizione dell’IMU, con la quale il tesoro della Banca d’Italia, cioè le riserve derivanti dai risparmi accumulati con le precedenti attività di signoraggio, con la potestà di battere moneta, che sono soldi degli italiani, è stato regalato a quei banchieri che prendono soldi in prestito dalla BCE allo 0,25%, poi lo investono in titoli di Stato Italia al 4% o lo riprestano ai cittadini che accendono mutui all’8-10%.
La Procura della Corte dei Conti, su denuncia di Adusbef e del MoVimento 5 Stelle ha aperto un' inchiesta sulla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia passate così per legge da 156 mila euro (300 milioni di lire) a 7,5 miliardi di euro. Ma l’Adusbef ha anche rivolto un esposto alla Commissione Europea ipotizzando un indebito aiuto di Stato e a 130 Procure in Italia, prospettando l’ipotesi di peculato per distrazione (articolo 314 del codice penale). A commettere tale reato, abusando della funzione pubblica, sarebbero stati i membri del Governo che hanno adottato il decreto e i parlamentari che lo hanno convertito in legge, regalando un patrimonio sul quale non avevano alcun diritto di trasferimento gratuito alle banche private.
Se le Procure italiane stanno valutando la questione il Commissario europeo antitrust Almunia, benché in scadenza, non si è fatto pregare e non ha perso tempo: ha già chiesto per iscritto a Padoan di dare i chiarimenti del caso.
Intanto, quale che sia l’ottimismo di facciata, l’eurogruppo riunito ad Atene ha nuovamente fatto la lezione all’Italia, mentre l’Istat ha certificato il dato più tragico: la disoccupazione è arrivata al 13% e quella giovanile al 46%.
Evviva il mago Zurlì.

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Non è vero che in Italia ci sia emergenza femminicidio

Malgrado quanto potrebbe sembrare dall'attenzione mediatica. L'’unica vera emergenza è quella dell’'informazione italiana
CLAUDIO GIUSTI - In Italia coltiviamo l’'antica usanza di assassinare mogli e amanti. Usanza che ha prodotto un termine e una tradizione giuridica. Si chiama uxoricidio e fino al 1981 era ben compreso da società e codice. Tutto cambia, ma solo un paese di disperati poteva trovare il tempo per un decreto legge consacrato a una tradizione millenaria.
Stupidità a parte, l’'attenzione che viene rivolta alle uccisioni di donne da parte di coniugi, amanti, conviventi, ecc. è tutta mediatica, ma a nessuno dei giornalisti e dei politici che si sono occupati del fenomeno è venuto in mente di cercare i dati per capire se il fenomeno è in crescita, stabile o in diminuzione.
Chi ci dovrebbe tenere informati (Istat e Interni) non lo fa e, in attesa che un nuovo Giuliano Amato pubblichi un rapporto, utilizzeremo i dati forniti dall’'Eures: l’ente che da tempo pubblica rapporti annuali sull’omicidio.
Così scopriamo che gli omicidi italiani sono passati dai quasi 2.000 del 1991 ai meno di 500 di oggi. Una diminuzione drastica come mai s’è in Italia e nel mondo. Per molto meno gli americani hanno fatto i fuochi artificiali e invece noi siamo martellati da morbose trasmissioni televisive che ci descrivono come fossimo un paese in mano agli assassini, quando abbiamo un tasso di omicidio di uno per centomila, mentre in Europa e in Canada è il doppio e negli Usa cinque volte. 
In questa incredibile diminuzione il dato negativo è l'’aumento in termini assoluti e relativi del numero di omicidi commessi in ambito familiare e amicale. Almeno 200 omicidi avvengono fra gente che si conosce. Parenti, genitori, amici e vicini di casa sono molto più pericolosi dei serial killer. In tutto questo gli omicidi di donne (per ogni causa) si sono mantenuti negli ultimi dieci anni fra i 150 e i 200, senza che questo sollevasse particolari proteste. Forse perché, come dice Marzio Barbagli, le prostitute forniscono una parte sproporzionata delle vittime.
Che il fenomeno non sia poi così imponente lo dimostra il fatto che devono ammucchiare dieci-dodici anni di omicidi per riuscire a metterne insieme un numero decente. Tanto per darmi delle arie vi ricordo che in quarant’'anni di pena di morte americana si sono contati 750.000 omicidi e il doppio di persone morte sparate a vario titolo. 
Non siamo certamente i “peggiori d'’Europa” e l’'uccisione di donne da parte del partner sembra essere decisamente un problema dei paesi avanzati e del Nord industriale italiano.
In definitiva non c'’è un'’emergenza “femminicidio” come non c'’è emergenza omicidi e suicidi. L'’unica vera emergenza è quella dell’'informazione italiana

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Lavoro: è il tempo delle decisioni per il Governo Renzi

LUCIA ABBALLE - Sarebbe bastato attuare anche solo una minima parte delle promesse fatte in tutti questi anni per vedere in Italia la realizzazione di un piano di risanamento politico- economico e sociale. Probabilmente se ogni promessa avesse creato effettivamente un posto di lavoro oggi non avremmo nulla da invidiare alla Germania. Ed invece il ritardo sul lavoro l’Italia lo sta pagando a caro prezzo, registrando un tasso di disoccupazione pari al 13 per cento. Se a quest’ultimo indicatore, si unisce il tasso di attività inchiodato al 55,2 per cento sul totale della popolazione attiva (quando in Europa la media è del 64 per cento con la Germania al 72 per cento), allora la fotografia scattata dall’Istat è quella di un Paese seriamente in difficoltà: è l’Italia dello spreco dei talenti. E significa qualcosa se abbiamo perso mille posti di lavoro al giorno, troppo incentrati sul dibattito, oramai consunto, tra i seguaci della flessibilità ed i sacerdoti della lotta aprioristica alla precarizzazione. Ed è proprio nella lungaggine di una contrapposizione ideologica novecentesca, che si è fatto passare troppo tempo. Probabilmente altro ne sarebbe trascorso se l’Istat non avesse lanciato l’allarme disoccupazione. Negli ultimi 10 giorni si è sentito parlare quasi esclusivamente di legge elettorale e riforme istituzionali. È come se il dibattito sulle regole della democrazia avesse soppiantato quello sulle politiche economiche: il ceto politico si sta avvitando in un dibattito senza fine sulle regole e finisce per dimenticare, o meglio dilazionare, la maggior parte dei problemi concreti. Tutti i sondaggi mostrano chiaramente che, per gli italiani, le due priorità fondamentali sono il lavoro e le tasse, non certo le riforme istituzionali e il cambiamento della legge elettorale. Di un ceto politico eletto più democraticamente ma altrettanto incapace di restituire un po’ di benessere, i cittadini non saprebbero cosa farsene. Un punto che in questi giorni di trattative convulse sulle regole del gioco sembra sfuggire alla sensibilità dei politici, percepiti sempre più come casta. Perché tanto più le priorità di lavoro e abbassamento delle tasse non verranno prese in considerazione dalla classe politica, tanto maggiore sarà l’insofferenza nei confronti della casta, destinataria di privilegi e nomine ad oltranza. In fondo, la polemica dei cittadini nei confronti del Parlamento dei nominati, dei privilegi del ceto politico, si basa non sulla maturità dell’opinione pubblica ma sulla sua esasperazione.
È possibile che da parte del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, vi sia un calcolo politico in vista dell’elezioni europee, che lo spinge ad accelerare sul cambiamento delle regole. Forse avrà anche capito che Berlusconi non aveva tutti i torti quando diceva di non essere riuscito a cambiare l’Italia per l’inadeguatezza delle regole e degli strumenti che aveva a disposizione. Forse. Di certo la politica dei due tempi- prima cambiamento delle regole poi risoluzione dei problemi economici e sociali- è estremamente pericolosa. È vero che senza nuove regole non si cambia il Paese ma è altrettanto vero che non possiamo permetterci di aspettare ancora.
I 10 miliardi annunciati per mettere nella busta paga dei redditi più bassi i famosi 80 euro sono sicuramente un sigillo tangibile di una scelta che ha guardato agli appuntamenti di breve termine dal sapore squisitamente elettorale, ma non fanno crescere le aziende e non aumentano il lavoro; rimandano ad un gioco di annunci e rinvii volti a pianificare una seria politica fiscale. Una soluzione alla situazione è contenuta nel Documento di economia e finanza che il Governo approverà la prossima settimana e che dovrà contestualizzare, nel nuovo quadro macroeconomico, le misure di rilancio promesse dall’esecutivo: a partire dallo sgravio fiscale per rilanciare le aziende e risparmiare sulla spesa pubblica e sulla minore spesa per gli interessi sul debito. Al momento sono solo annunci, aspettiamo di vederli concretizzati. Anche il Jobs act è una risposta alla crisi, ma solo parziale. Se si vuole far ripartire la crescita non bisogna soltanto liberalizzare i contratti a termine ma anche stimolare l’offerta di quelli a tempo indeterminato. E non perché i giovani italiani siano choosy ma perché hanno bisogno di speranza, di poter tornare a progettare un futuro. Diversamente l’impegno del Governo allungherà l’elenco delle promesse tradite e lascerà l’Italia in balia degli speculatori e di chi, già ora, sta comprando a due soldi il meglio del Made in Italy.
Le imprese e i lavoratori il loro lavoro lo fanno fino in fondo; è il Governo che potrebbe fare molto di più. Oggi. Domani sarà troppo tardi.

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Lo chiamano fondo salva stati ma è peggiore di una questua

TORQUATO CARDILLI - E’ nato il Governo Renzi. Ha sostituito proditoriamente Letta per formare un gabinetto di svolta sotto la tutela di Napolitano, con la spina nel fianco di Alfano e la pulce nell'orecchio di Berlusconi. Morale: ha dovuto cedere sul ministero della giustizia sacrificando Gratteri, inviso al Colle, cedere sul ministero dell'interno mantenendovi Alfano, nonostante il grave infortunio Shalabayeva e la penosa gestione degli immigrati, cedere su due altre fonti di denaro e potere come il ministero delle infrastrutture e trasporti riaffidato a Lupi e della salute riaffidata alla Lorenzin, cedere infine sul ministero dello sviluppo economico, che dovrebbe essere il ministero più importante, per consegnarlo alla Guidi, fidatissima del cavaliere, invischiata in un gigantesco conflitto di interesse. Con queste mosse ha creduto di assicurarsi la sopravvivenza di una squadra male assortita, a parte Padoan (imposto dalla BCE) senza il quale non sarebbe arrivato nemmeno a Pasqua. E’ questa la svolta?
Renzi ha consegnato le chiavi di altri ministeri chiave a illustri nullità perché vuole dominare il governo e non esserne dominato: il ministero della giustizia del paese con il maggior numero di avvocati in Europa e il maggior fenomeno di criminalità mafiosa, affidato a Orlando che non è nemmeno laureato; il ministero delle riforme sottratto al prof. Quagliariello, è stato affidato alla Boschi che sarà pure di bella presenza ma che non può stare alla pari con i saggi delle riforme costituzionali; il ministero della semplificazione e pubblica amministrazione che dovrebbe essere al centro della promessa di rivoluzione burocratica affidato alla Madia, che poverina è pure all’ottavo mese di gravidanza ed è presumibile sia a mezzo orario per qualche tempo; il ministero degli esteri  affidato alla Mogherini che può avere al massimo un’esperienza di cooperazione e di volontariato internazionale, ma che non ha la statura né la frequentazione della Bonino per potersi sedere accanto ai colleghi europei, americano, russo ecc.; ha soppresso il ministero delle politiche comunitarie alla vigilia delle elezioni al parlamento europeo e del successivo semestre di presidenza italiana europea. Sono queste le premesse per poter negoziare al meglio con l’Europa? Le prossime settimane diranno se al vertice europeo Renzi avrà la forza di mettere sul tavolo la questione del Fiscal Compact e del Mes.
Del Fiscal Compact abbiamo già parlato. Cos’è il Mes? E’ una sigla che sta per Meccanismo Europeo di Stabilità, internazionalmente conosciuto come ESM (European Stability Mechanism). Esso consiste in un prodotto di ingegneria finanziaria, ideato da chi non vuole essere solidale con gli altri paesi in difficoltà, cioè un fondo pagato da tutti a cui chiedere aiuto in caso di necessità.
In principio sarebbe finalizzato a proteggere l’architettura dell’Unione Europea dal possibile crash del debito sovrano soprattutto nei paesi deboli, della zona euro, indicati con l’infelice acronimo di PIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Di fatto il meccanismo metterà al riparo blindato le casse tedesche dai contraccolpi dei debiti altrui.
Ma per gli assetati di credito, abbeverarsi al pozzo di quel fondo di solidarietà dell’UE non sarà gratis come per chi va a prendere un pasto alla mensa della Caritas o presso qualche Onlus di buona volontà. No, chiedere aiuto al Fondo significa cedere l’ultimo brandello di sovranità, sottomettersi all’umiliante sistema di pesanti condizioni e di severi controlli, accettare veri e propri espropri, che finiscono per costituire un ulteriore indebitamento, come accade quando si finisce nella morsa dell’usura. Abbiamo sotto gli occhi l’esempio della Grecia che in cambio di aiuti si è vista imporre dal FMI la privatizzazione, cioè la cessione al mercato, di tutti i più grandi asset del paese (porti, aeroporti, poste, autostrade ecc.).
E chi è lo strozzino del Fondo? La Troika, composta dal FMI, dalla BCE e dalla Commissione Europea.
Il MES prevede una dotazione di circa 700 miliardi di Euro divisi in quote secondo il peso specifico di ciascuno dei 17 paesi della zona Euro. La quota italiana è del 17,9% che rappresenta un esborso totale (a carico del popolo italiano) di 125 miliardi da versare gradualmente in un arco di dieci anni. Si parte con un fondo base iniziale di 80 miliardi da versare in cinque anni. Anche in questo caso il nostro 17,9% consiste in un versamento alla cassa del Fondo di quasi 15 miliardi, cioè 3 miliardi all’anno.
Da dove potranno essere attinti questi 15 miliardi iniziali in un paese come il nostro, privo di risorse disponibili, che ha commesso una serie di pasticci contabili e di inganni ai cittadini per la questione dell’IMU, che non ha i soldi per pagare i 2 miliardi dei danni del terremoto in Emilia Romagna, dell’alluvione in Sardegna e in Liguria,  che dovrà risparmiare ben 50 miliardi all’anno come chiesto dal patto di stabilità,  che già vede incombere lo spettro di un’altra manovra correttiva di primavera da 7 miliardi (le nostre stime di crescita sono state dimezzate dalla Commissione Europea), che non riesce a tagliare gli sprechi? Renzi intenderà procedere  come è stato fatto per sanare il fallimento del Monte dei Paschi di Siena, o per regalare 7 miliardi e mezzo alle Banche detentrici delle azioni della Banca d’Italia?
Bel modo di cominciare il nostro processo di salvataggio indebitandoci ulteriormente con un aggravamento del montante degli interessi.
Si potrebbe obiettare che dopo aver conferito questi 15 miliardi, in caso di bisogno potremo liberamente attingere al fondo. Eh no! Troppo semplice!
Se un paese aderente al patto ha necessità di essere salvato e ne fa esplicita richiesta, la Troika esaminerà nei dettagli e con il microscopio il libro dei conti e stilerà un memorandum di intesa con condizioni capestro da accettare a scatola chiusa senza obiezioni, come accaduto alla Grecia. Il controllo sulla politica economica del paese, sull’attività del Parlamento, sarà strettissimo, per cui nel momento in cui si accederà ai quattrini del Fondo non si sarà più liberi di scegliere la politica economica ritenuta necessaria per il benessere dei cittadini. Ma non è tutto. Poiché i soldi del Fondo vengono prestati con interesse e non regalati, sarà necessario pagare anche un’assicurazione contro il rischio di fallimento.
Ma i politici hanno mai avuto la responsabilità delle finanze della famiglia? Visto che in Parlamento usano spesso la metafora del buon padre di famiglia, chi ha la responsabilità della sana amministrazione familiare sa benissimo che per far fronte ai debiti pregressi non può fare ricorso all’ulteriore indebitamento. E’ solamente da incoscienti aggiungere ai vecchi debiti, e agli interessi relativi, nuovi debiti e nuovi interessi, senza che questi ultimi servano per produrre ricchezza in misura superiore al capitale richiesto.
E allora? Il capo famiglia indebitato dovrebbe andare dal creditore e prospettargli l’opportunità della rinegoziazione del debito presentando un programma di lavoro per rientrare sui binari della regolarità in una tempistica accettabile.
Questo sarebbe l’unico modo per uscire dalla crisi con le proprie gambe senza diventare vittime degli estorsori, senza cedere quel che resta della propria sovranità.
Attenzione all’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Esso dunque consente sì la limitazione sella sua sovranità, purché avvenga in condizioni di parità con gli altri stati e sia finalizzata ad assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni.
L’Italia non è nemmeno  in grado di pagare i 100 miliardi di debiti contratti nei confronti dei fornitori allo Stato di beni e servizi, ma il neo primo ministro Renzi ha già fatto la pensata di provvedere a saldare tutto (ripeto tutto) attingendo, come fosse un bancomat con la centralina in tilt,  dalla Cassa Depositi e Prestiti. A parte il fatto che i soldi gestiti dalla CDP sono dei risparmiatori e lo Stato non può disporne a piacimento, il marchingegno pensato sarebbe questo: la CDP concede in prestito alle Regioni e agli altri enti locali i fondi pari ai  crediti certificati vantati dai privati (che verrebbero così saldati), con ulteriore indebitamento delle casse regionali e comunali. E come rientreranno Regioni e Enti da questo ulteriore debito? Anziché chiamare alla sbarra i pessimi amministratori dilapidatori e predoni che hanno scavato la voragine del debito, anziché azzerare vitalizi e prebende, anziché confiscare i patrimoni illeciti, anziché farsi rimborsare di tutte le spese per lussi pacchiani e bagordi dei politici, inaspriranno le maggiorazioni fiscali a carico dei cittadini.
E nel primo giorno di attività dopo la fiducia che cosa ha fatto il Governo? Ha ritirato il decreto legge in scadenza detto salva Roma spingendo il bilancio della capitale dalla rupe Tarpea. Tempi cupi incombono, tempi da questua.

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