Mar01162018

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Italia

Le lezioni di Churchill e di De Gaulle

Torquato Cardilli - La Costituzione italiana, giova ripeterlo, elaborata quando nelle coscienze  e nella vita degli italiani erano ancora aperte le ferite della dittatura, aveva eretto dei paletti ben precisi perché mai più potessero essere negati o limitati dalla prepotente azione del Governo i diritti fondamentali, tra cui l'indipendenza della Magistratura, la proprietà privata, la libertà personale, l'immunità dei parlamentari per l'attività politica, ecc.
Con il tempo, man mano che svaporava il ricordo dell'oppressione del partito del manganello e del pensiero unico, si è fatta strada nell'animo della gente, con la complicità dei partiti e dei sindacati, l'idea che le garanzie costituzionali potessero coprire ogni sorta di malefatta, di complicità, di collusione con chi intendeva violare la legge e restare impunito.
Da qui il refrain consumato, che fa quasi venire il voltastomaco quando è ripetuto dal politico colto con le mani nel sacco, che fino alla condanna definitiva (cioè al pronunciamento in Cassazione di terzo grado) tutti sono innocenti. Vero, ma quando si è sfiorati, diciamo, dal solo sospetto bisognerebbe avere il buon gusto di farsi da parte (come accade negli altri paesi democratici), mettersi a disposizione degli organi inquirenti e difendersi nell'eventuale giudizio e non da esso.
Sinistra, Centro e Destra, (Partito Democratico, Lega, UdC e Forza Italia) hanno perseguito senza remore il finanziamento illecito al quale si è affiancato troppo spesso pure l’interesse personale del politico di turno come hanno dimostrato i casi Penati, Belsito, Lusi, Fiorito, e tanti altri accomunati al di là della fede ideologica, spesso agli antipodi, dall’attitudine alla rapina delle risorse pubbliche.
Se Forza Italia per 20 anni ha agito in difesa dei guai giudiziari di Berlusconi attraverso la sistematica demolizione delle regole agevolando il diffondersi di comportamenti illeciti, il Partito Democratico a parole ha combattuto la deriva della legalità, ma in pratica ne ha surrettiziamente approfittato per ripararsi dietro l’ombrello protettivo della prescrizione (vedi caso Penati).
Almeno dal 1994 si è assistito alla proliferazione di leggi volte a scardinare il funzionamento della giustizia e a dilatare l'area dell'impunità, non della responsabilità, attraverso sconti di pena, indulti, pene alternative ridicole, abolizione del falso in bilancio, abbreviazione dei termini di prescrizione, termine che non significa affatto innocenza anche se i media servili ripetono spesso il contrario.
La prescrizione, istituto creato apposta per concentrare gli scarsi mezzi della Giustizia sui delitti recenti è stata con il tempo utilizzata dal genio del male italico (ci si domanda mai perché negli altri paesi non esiste o si interrompe appena inizia il processo?) per illudere il popolo di voler allargare il campo delle garanzie democratiche. La prescrizione fingendo di proteggere il cittadino di fatto serve solo a proteggere chi ha violato il codice, e a mandare al macero qualche cosa come decine di migliaia di processi ogni anno, con grave danno per la parte offesa che non riceve giustizia, per l'erario che spreca un'infinità di risorse economiche ed umane impegnate a vuoto per imbastire processi destinati al nulla, per il prestigio del paese che scivola sempre più giù nella considerazione internazionale come terreno ideale per la corruzione, per la frode, per il ladrocinio di fondi pubblici.
La mole delle prove raccolte e documentate con strumenti tecnologici moderni nelle inchieste sul malaffare dell’Expo di Milano e del Mose di Venezia è tale che non lascia spazio alla teoria dei teoremi accusatori a cui ci ha abituato il berlusconismo. Di fatto è stato portato alla luce, quel che in tanti, tantissimi, sapevano e cioè che c’è una classe trasversale di delinquenti, il cui potenziale corruttivo si spinge ai più alti livelli della politica e della pubblica amministrazione, senza distinzione tra destra e sinistra, tra centro e periferia, tra industriali e commercianti, tra politici e amministratori, tra guardie e ladri, che si spartisce secondo un manuale tabellare appalti e tangenti.
A Venezia, in modo particolare, la cosa più impressionante non è stata la quantità delle mazzette date ai politici (pudicamente chiamate dazioni) né la loro periodicità, né la loro durata nel tempo, furbescamente nascoste da paraventi di contratti di consulenze fittizie, di contributi, di devoluzioni attraverso fiduciarie a prestanome o a segretarie e portaborse, ma il fatto che i controllori sono risultati parte attiva del delitto alla stessa stregua, se non di più, di coloro che dovevano invece controllare. Magistrati alle acque, Magistrati contabili, Generali della Guardia di Finanza, amministratori di vario livello, hanno permesso e facilitato, anziché reprimere, le più sfacciate e incredibili ruberie.
Il Presidente del Consiglio Renzi scosso da questi ennesimi scandali, ha indicato che tutti quelli che hanno una funzione pubblica e che si macchiano di questi reati commettono anche un delitto odioso come l’alto tradimento al giuramento di fedeltà alla Repubblica ed alla sua Costituzione, alla fiducia dello Stato e del cittadino.
Eppure la Camera dei Deputati, in cui il PD ha la maggioranza assoluta senza bisogno di portatori d’acqua, ha varato un emendamento incluso nella legge europea per stabilire il principio (fortemente voluto da Lega e Forza Italia) di intimidazione alla Magistratura.
Perché? La risposta è semplice e disarmante: la politica non ha alcun interesse a fare pulizia fino in fondo e ad illuminare le tante zone grigie e di ambiguità in cui spesso si annidano comportamenti delittuosi facilitati da regolamenti apparentemente inflessibili, ma di fatto permeabili come un colapasta.
La percentuale record con cui ha trionfato nelle ultime elezioni dovrebbe essere il punto di forza del Presidente del Consiglio per recidere di netto, superando a piè pari i distinguo ipocriti dei gattopardi vecchi e nuovi le antiche radici criminose che ancora vivono nel suo partito (vedi caso Greganti,  che a 20 anni di distanza dalla prima Tangentopoli,  è ancora lì a far da ufficiale di collegamento tra il mondo delle cooperative rosse e una certa nomenclatura del partito). Renzi ha ripetuto che il suo programma è quello di arrivare al 2018 per portare l’Italia fuori dalla palude e non per occupare poltrone, essendo pronto ad andare a casa anche domattina, senza una preoccupazione personale.
Se non ripulisse il paese in tempi strettissimi, se non ripagasse subito con fatti concreti questa incredibile iniezione di fiducia ricevuta dall’elettorato, se non si avvicinasse al desiderio di giustizia e di equità che sale dal popolo, se non coinvolgesse nel processo di riforma le forze politiche non compromesse con il passato abbandonando il patto del Nazareno, il suo eccezionale successo elettorale potrebbe trasformarsi in una sonora disfatta.
E’ questo un tornante decisivo per la storia d’Italia e Renzi farebbe bene a non dimenticare le lezioni riservate dagli elettori a Churchill e a De Gaulle.
Il primo non appena vinta la seconda guerra mondiale da premier di un paese che aveva eroicamente combattuto per cinque anni, sopportando con fermezza lacrime e sangue, fu battuto nelle elezioni dell’estate del 1945. Erano bastati pochi mesi per far cambiare opinione all’elettorato desideroso dopo la vittoria di vedere subito eliminata l’ingiustizia ed attuata l’equità sociale.
Il secondo, dopo aver scacciato i nazisti dalla Francia, e riscattato l’onore del paese, all'inizio del 1946 rimise il suo mandato di presidente provvisorio, contando di essere rieletto a mani basse, ma le urne nell’autunno dello stesso anno lo ripudiarono, obbligandolo a 12 anni di esilio politico.

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Il pesce puzza dalla testa

TORQUATO CARDILLI - A volte il caso si diverte nel giocare brutti scherzi. Qualche giorno fa è stato arrestato Clini, l’ex ministro dell’ambiente del governo Monti, con l’accusa di peculato, riciclaggio, falso ideologico. Che cosa hanno scoperto gli inquirenti? Che il frutto delle false fatturazioni per lavori in Iraq, finanziati dal Ministero dell’ambiente (cioè dai nostri soldi), aveva preso la strada della Svizzera, dopo tortuosi passaggi, per finire su un conto schermato, riferito all’ex ministro, denominato “pesce”.
Abbiamo assistito recentemente ad un crescendo di vergognosi comportamenti da parte di banchieri (scandalo MPS, Banca Carige ecc.) di industriali (Caltagirone, Ligresti, ecc.), di alti burocrati (chi ricorda più che fine hanno fatto l’ex presidente e l’ex amministratore delegato di Finmeccanica Guarguaglini e Orsi?) di politici di ogni rango, ma quanto emerso con l’inchiesta sul Mose di Venezia, durata più di tre anni, e sfociata in una epocale retata di pesci grandi e piccoli, ha addirittura offuscato la vergogna, anche quella mondiale, per lo scandalo dell'Expo Milano 2015.
Siamo sempre più meritevoli del biasimo internazionale e la stampa straniera ce lo ricorda in continuazione, anche se dai sacri palazzi si incita a diffidare dei populismi.
Il nostro primo ministro in una conferenza stampa a Bruxelles, a margine dei lavori del G7 (ma che ci facciamo poi noi nel G7, con tutti i record negativi in economia, in moralità, in povertà, in efficienza, in disoccupazione, in tecnologia, dopo che siamo stati superati dal Brasile?) ha ribadito la piena fiducia nel lavoro della Magistratura. Cosa che non accadeva da anni. Avendo sentito su di sé gli sguardi di riprovazione dei grandi del mondo per questa ulteriore manifestazione di corruzione italiana (nonostante il miglioramento dello spread il rating delle agenzie specializzate ci assegna un out look negativo, peggiore di quello di Spagna e Irlanda),  ha aggiunto di provare profonda amarezza e ha ribadito che il problema non sono le regole, ma i ladri che allignano nella politica e nella pubblica amministrazione o che gironzolano nei suoi paraggi, verso i quali andrebbe applicato il Daspo a vita.
Dichiarazione altamente condivisibile se fosse stata pronunciata da uno appena arrivato, ma che appare appannata da un velo di ipocrisia perché pronunciata da un politico di lungo corso che sa bene quali pantegane circolino nelle acque melmose dei quadri dirigenti dei partiti (il suo compreso) che hanno condiviso il potere negli ultimi 20 anni.
La scure della giustizia ha infatti colpito a Venezia politici di primo piano, parlamentari nazionali (è stata già avanzata la richiesta di arresto alla Camera dei Deputati) ed europei, sindaci e assessori guarda caso del PD e di Forza Italia, magistrati delle acque e della corte dei conti, generali della guardia di Finanza (con nel curriculum l’incarico di vice capo dei nostri servizi segreti) e portaborse (anche qui rispuntano i nomi di Milanese e di Lavitola), tutti obiettivi di ordinanze di arresto o di avvisi di garanzia. Un’enciclopedia di oltre 700 pagine di prove e motivazioni per smascherare reati pesantissimi che meriterebbero, con l'infamia dell’alto tradimento, l'ostracismo a vita dalla cosa pubblica e dagli appalti pubblici, come accadeva nell'antica Grecia, nonché la totale confisca di tutti i beni anche quelli creati lecitamente e il risarcimento per l'incommensurabile danno di immagine al paese.
Alla presa di posizione di Renzi (vedremo se sarà capace di fare pulizia nei fatti, liquidando un'intera classe dirigente politica e amministrativa) hanno fatto da contrappeso alcune perle del “non sense” pronunciate dai cascami della vecchia nomenklatura: la dichiarazione del sindaco di Torino, Fassino (quello che chiedeva "allora abbiamo una banca?") sulla sua conoscenza personale quale persona onesta del sindaco di Venezia Orsoni, appena arrestato, oppure la dichiarazione del liceale, mancato laureato, ministro della Giustizia Orlando che si è detto "intristito,  ma non stupito" per l'opacità che regna negli appalti pubblici.
Ma come? Proprio il PD che ha tenuto il sacco al berlusconismo, facendo scempio della legalità con l'approvazione di tutte le leggi vergogna dall'abolizione del falso in bilancio, all'indulto, dalla legge truffa anticorruzione ai famosi lodi Schifani e Alfano, alla legge per la riduzione dei termini di prescrizione per non parlare della mancata legge sul conflitto di interessi, ora viene a dire che in fondo è normale non stupirsi di fronte alla magnitudine del marciume?
Come ha detto il Magistrato Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, quello che sta emergendo a Venezia è la dimostrazione che la corruzione in Italia è divenuta sistemica. Le sue dimensioni sono molto inquietanti, ancora più gravi di quanto venuto alla venuto alla luce per l'Expo, di gran lunga peggiori della tangentopoli di 20 anni fa, tanto che non è più sufficiente cambiare le regole o inasprire le condanne senza una discontinuità politica e culturale, senza che si impedisca a chi si è macchiato di simili delitti di godere del frutto dell’illecito.
In queste ore circola in internet l’ultima battuta di Grillo. Il suo slogan pre elettorale "Vinciamo noi!" era finito nel tritacarne dell'ironia per  il mancato sorpasso del PD alle elezioni Europee. A schede contate il PD rispose sarcasticamente al M5S con una battuta dallo humor britannico. Rilanciò lo slogan deformato in "Vinciamo poi!". Ora Grillo non si è lasciata sfuggire l'occasione per prendersi la rivincita e replicare "Si, noi vinciamo poi, intanto arrestano voi". Ecco, in questa battuta è racchiusa la descrizione della politica e della società italiana.
E' inutile che i ben pensanti delle larghe intese tirino fuori la solita solfa delle inchieste a orologeria, del garantismo spinto fino a condanna definitiva, della invadenza della magistratura, della presunzione di innocenza garantita dalla Costituzione, della responsabilità della burocrazia, della vischiosità amministrativa ed altre amenità del genere.
Chi parla di antipolitica, di populismo, di inaccettabili generalizzazioni, di garantismo dovrebbe essere prima di tutto garantista verso le persone oneste, verso le vittime dell’imbroglio e del sopruso, verso chi paga le tasse, verso chi non ha privilegi di sorta e vive in condizioni di estrema povertà, ma non verso i ladri, gli evasori con frode, i corrotti, i ruffiani che siedono nei più importanti consessi politici, economici, finanziari del paese, insomma verso chi sta al vertice ed ha partecipato al saccheggio del paese o quanto meno ha visto ed ha taciuto.
Purtroppo anche in questo episodio si ha la prova plastica della bontà del detto napoletano, vero monumento parlato del buon senso, secondo cui  “o pisce fete d’a  capa.”

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Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi

TORQUATO CARDILLI - Esattamente 50 anni fa usciva sugli schermi italiani il film di Luchino Visconti il Gattopardo, riduzione del romanzo di Tomasi di Lampedusa, ambientato nell'Italia del risorgimento, dello sbarco di Garibaldi in Sicilia, del disfacimento del regno borbonico. Il Principe di Salina, al delegato sabaudo che era andato ad offrirgli la nomina a senatore del nuovo regno d'Italia, spiega con un misto di cinico realismo e di consapevole rassegnazione "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".
Il regista tedesco Becker diresse circa dieci anni fa un altro film "Good bye Lenin" ambientato a Berlino in tutt'altra epoca, quella immediatamente precedente la caduta del muro. L'attrice protagonista vede il figlio pestato dalla polizia della Germania Est intervenuta per reprimere le proteste giovanili contro il regime della DDR e colpita da infarto cade in coma. Il mondo cambia, il muro crolla, il regime si decompone, Berlino è riunificata, la moda occidentale dilaga insieme all'anelito di libertà.
Dopo molti mesi la mamma si risveglia dal coma ma il figlio, timoroso che la vista di tale sconvolgimento politico-sociale possa colpirne di nuovo la fragile psiche, mette in atto una singolare messa in scena per farle credere che tutto sia come prima.
Se in Italia una persona andata in coma oltre 20 anni fa, all’epoca del CAF, si risvegliasse oggi, crederebbe di aver trascorso nell'incoscienza solo qualche giorno, dato che ben poco è cambiato, nonostante il ventennio berlusconiano, le lotte intestine della sinistra, l’avvento dei rottamatori, la rielezione dello stesso Capo dello Stato. La corruzione, le ruberie, le collusioni con la malavita sono le stesse di 20 anni fa e purtroppo riguardano una classe politica sfacciata, senza pudore né vergogna.
Il bollettino radio ripete ora fatti e nomi di cronaca giudiziaria degli anni '90, quelli delle ruggenti inchieste di mani pulite che portarono alla sbarra quasi tutto il mondo politico, immerso in un’immonda palude di malaffare.
Sembra impossibile, eppure sono ancora loro i vari Scajola, Greganti, Frigerio, Grillo ad assaporare le ristrettezze delle patrie galere. Anche questa volta si tratta di rapporti con la criminalità organizzata di tipo camorristico-mafioso, di appalti, di corruzione.
Su ordine della Dia di Reggio Calabria è stato arrestato a Roma Claudio Scajola, il principe di Imperia, ex sindaco democristiano poi ras di Forza Italia, più volte ministro, quello che rifiutò di concedere la scorta a Biagi, poi assassinato dalle BR. E’ stato prelevato all’alba da un albergo di Via Veneto, di fronte all’ambasciata americana, sotto lo sguardo attonito della scorta di polizia che ancora lo accompagna da quando era ministro dell’interno. Polizia contro Polizia. Che spettacolo! Con lui sono stati arrestati in tutta Italia, personaggi legati ad un altro pregiudicato latitante, già deputato del PdL Amedeo Matacena, condannato in via definitiva a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, pure inseguito da mandato di cattura con la moglie Chiara Rizzo e la madre Raffaella De Carolis. Arresti domiciliari per la segretaria di Scajola, Roberta Sacco, e quella di Matacena, Maria Grazia Fiordalisi, fermate rispettivamente a Imperia e a Sanremo.
La buccia di banana che ha tradito Scajola è stata l’indagine sui fondi neri della Lega Nord la cui figura centrale é il faccendiere Mafrici e le connessioni con Matacena, la cui moglie si adoperava per ottenere il trasferimento del marito, da Dubai, dove è stato fermato ad agosto scorso e privato del passaporto, a Beirut dove si era rifugiato un altro latitante ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.
Secondo l’accusa Scajola avrebbe aiutato concretamente Matacena durante la latitanza attivandosi per sottrarlo alla cattura e individuare un rifugio sicuro e con la complicità della sua segretaria, avrebbe messo in piedi concrete misure per occultarne il patrimonio. Ma la Dia, che ha perquisito la villa e l’ufficio dell'ex ministro ad Imperia, sequestrando documentazione cartacea e attrezzature informatiche, ha allargato l’orizzonte delle perquisizioni anche al Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia, è arrivata tempestivamente ed ha sequestrato società commerciali italiane, collegate a società estere, per un valore di circa 50 milioni di euro.
Sul versante milanese mancano meno di 12 mesi all’Expo 2015 e non bisogna meritarsi l’epiteto di “gufi” se si è scettici nel ritenere che non basteranno 350 giorni, comprese le domeniche, per completare le opere destinate a ricevere 20 milioni di visitatori. E’ anche possibile che il sito sia rabberciato alla meno peggio, ma la situazione logistica fa mettere le mani nei capelli: la linea 4 della metropolitana non c’è, la linea 5 è ancora da completare e gli aeroporti si trovano in uno stato di arretratezza ingiustificabile.
E’ in questo contesto che è scattata un’altra operazione gigante che ha impegnato 200 agenti della guardia di finanza conclusa con gli arresti dei soliti noti.
Angelo Paris, direttore della pianificazione acquisti di Expo 2015, Primo Greganti, storico esponente del Pci, il mitico compagno G, cassiere del partito che rifiutò ogni collaborazione con i magistrati ai tempi di Mani Pulite, sono stati arrestati insieme all'ex parlamentare di Forza Italia Gianstefano Frigerio, (già segretario regionale della DC), cacciato dal Parlamento per le condanne definitive, all'ex senatore pure lui del PdL Luigi Grillo, all'intermediario Sergio Catozzo, all'ex direttore generale di infrastrutture lombarde Antonio Rognoni, già agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta, e all'imprenditore Enrico Maltauro su ordine della Procura milanese con l'accusa di associazione a delinquere, turbativa d'asta e corruzione, supportata da intercettazioni e da riscontri di rapporti tra ambienti della sanità lombarda e uomini connessi alla ’ndrangheta, per reati legati ai lavori di Expo 2015 (le vie d'acqua, le case per le delegazioni straniere, la città della salute, ecc.). Nelle carte dell'inchiesta, manco a dirlo, compaiono anche i nomi di Silvio Berlusconi (a cui Frigerio relazionava per iscritto e che durante una cena collettiva su Expo, allo stesso tavolo di Paris, si era “messo a disposizione” dei faccendieri) Cesare Previti e Gianni Letta, che allo stato non sono stati ancora indagati dagli inquirenti che hanno chiarito di aver scoperto una vera e propria cupola degli affari che prometteva a manager, pubblici ufficiali, direttori generali di aziende ospedaliere, imprenditori, appalti, contratti, avanzamenti di carriera grazie alle granitiche protezioni politiche godute a Roma.
La commissione parlamentare sulle immunità della Camera, dopo una ventina di riunioni, bocciando la relazione del deputato relatore del Nuovo Centro Destra Leone,  ha appena votato in favore dell’arresto del deputato del PD Francantonio Genovese, accusato di corruzione peculato, truffa e associazione a delinquere. Ora dovrà decidere l’aula di Montecitorio, ma quale che sia l’esito della votazione a due settimane dalle elezioni europee riesce difficile giustificare questa classe politica che annovera tra le sue file indagati, condannati, ricercati, corrotti, ben conosciuti e perciò selezionati da chi conta nei partiti e messi in posti di rilievo. Eppure i ben pensanti dicono che i giovani incensurati, con le mani pulite, del movimento 5 Stelle del Grillo rivoluzionario (non quello arrestato) sono i populisti dell’antipolitica!
Lo capiranno una buona volta gli elettori che l’antipolitica è quella dei malfattori?

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Risultati elettorali: Giù il cappello

Torquato Cardilli - Quando si chiudono le urne è come se suonasse il gong che pone termine al combattimento di pugilato. A seguire, nell’ansia degli “aficionados” lo spoglio delle schede votate dal popolo o dei cartellini con i voti dei giudici, quindi la proclamazione del vincitore.
In Francia si dice "chapeau", espressione cavalleresca per dare il dovuto riconoscimento a chi prevale. Giù il cappello di fronte a chi ha vinto ed evitiamo di ricorrere a scusanti meschine o arzigogolate. Si può cercare di capire il perché della vittoria e il perché della sconfitta ma non ci si può nascondere dietro un dito.
Dunque chapeau agli euroscettici, che si sono rivelati più forti del previsto, guidati dalla 46enne madame Marine Le Pen che,  con il Front National, divenuto il primo partito di Francia, ha stracciato il partito socialista del Presidente della Repubblica Hollande al quale ha già chiesto elezioni anticipate; chapeau al quarantenne Alexis Tsipras il cui partito Syriza è risultato con il 26,7% primo in Grecia, ove i socialisti sono a rischio estinzione, chapeau al cinquantenne Nigel Farage che a Londra ha cancellato con il partito Ukip (assente da Westminster) i conservatori del premier Cameron; chapeau in Spagna agli “indignados” del trentacinquenne Iglesias che ha impartito una lezione al partito popolare e al partito socialista.
Giù il cappello anche di fronte al trentanovenne Renzi che in poco meno di tre mesi ha resuscitato le speranze di tanti italiani facendo promesse e regalando soldi. Si è giocato tutto quello che aveva alle elezioni europee per ora non curante del fatto che quelli che gli hanno  creduto possano chiedergli prestissimo il pagamento della cambiale di fiducia.
Dovunque in Europa hanno vinto i giovani (ed è arrivato il momento che i vecchi si facciano da parte volontariamente e subito), ma in Italia ha vinto soprattutto Renzi le cui scelte (via la vecchia guardia messa definitivamente a tacere, 5 capolista donne, piglio decisionista di riforme con ambizioni ben al di sopra delle contumelie, i famosi 80 euro al mese, ecc.). Le sue sono state scelte strategiche indovinatissime. Ha intercettato meglio di altri il sentimento popolare, soprattutto quello femminile (le donne contano 2 milioni di elettori in più degli uomini) deluso dalla decomposizione del berlusconismo ed è riuscito a recuperare il ritorno a casa dei fuoriusciti protestatari contro la vecchia gerontocrazia dei Bersani, D'Alema, Finocchiaro, ecc. che si era rivelata capace negli anni di collezionare sconfitte o al massimo non vittorie.
Certo, buona metà del popolo italiano ha disertato l'appuntamento elettorale, deluso o arrabbiato per la inconcludenza dei politici, ma in democrazia vince solo chi si esprime e non chi tace. Chi è assente, chi va al mare o semplicemente alza le spalle di fronte all'opportunità di incidere significativamente sulla storia del proprio paese, ha sempre torto e finisce inconsapevolmente per favorire la vittoria di un partito che non risponde alle proprie aspirazioni.
Risultato clamoroso quindi quello del PD, ben oltre ogni aspettativa e previsione della vigilia, secondo cui avrebbe potuto esserci una gara testa a testa con il M5S. Renzi, tanto criticato per essere arrivato al potere senza passare per le urne, come detto si è giocato tutto sul risultato delle elezioni ed ha vinto. Quasi un plebiscito che gli dà ora il respiro di condurre un’incisiva azione di politica interna e gli conferisce quel prestigio necessario per guidare il semestre di presidenza italiana dell’Unione di fronte a governi come quello francese e inglese che hanno subito una pesantissima débâcle ed a quello tedesco che non ha riportato un analogo tondo risultato.
Renzi ha sfondato il muro del 40,8% dei voti (31 seggi), superando qualsiasi risultato della sinistra nell'Italia repubblicana e quasi doppiando il M5S inchiodato al 21,2% (17 seggi). Continua invece l'agonia di Forza Italia con un Berlusconi sempre più intronato e lontano dal popolo (ha ottenuto solo 13 seggi con il 16,8%, cioè il peggior risultato di sempre) mentre rinasce la Lega con un altro giovane Salvini che, messi da parte i rottami del bossismo leghista e la parentesi incolore di Maroni, è riuscito a riprendersi dopo gli scandali dei fondi riportando un bel 6,2% con 5 seggi. Alfano ha agguantato il treno per Bruxelles in corsa aggrappandosi alla maniglia mentre stava precipitando nel burrone della scomparsa. Appesantito dagli inconvenienti giudiziari di alcuni suoi candidati, e dai pesi morti alla Cicchitto, Schifani, Quagliariello, ha racimolato uno striminzito 4,4% che vale solo tre seggi. Chiude il drappello dei deputati italiani per Bruxelles la lista Tsipras che contro ogni previsione ha agguantato l'agognato 4% e la conquista di tre seggi.
Scomparsi invece i Fratelli d'Italia: la giovane Meloni, sovrastata dai dinosauri del giurassico La Russa e Crosetto ha pagato dazio, rimanendo lontana dal palazzo di Berlaymont così come Scelta civica del ministro Giannini e i resti di IdV e dei Verdi, già puniti alle ultime elezioni politiche.
Unico voto non rintracciabile, perché diffuso tra i vari partiti e tra le varie circoscrizioni, è quello degli italiani residenti in Europa che non hanno concorso per seggi riservati.
Lo scenario politico che si apre ora in Europa e in Italia è del tutto diverso da quello dell’altro ieri.
A Bruxelles tutti dovranno fare i conti (Frau Merkel in testa) con la nuova richiesta che sale impetuosa di ridisegnare le regole, di allentare l’austerità penalizzante, di aiutare i paesi in difficoltà.
A Roma l’Italicum non ha più motivo di andare avanti (almeno così la pensa Berlusconi), né i partiti della coalizione di governo potranno fiatare di fronte a Renzi che, pur avendo reagito a questa vittoria senza iattanza, al minimo intoppo parlamentare potrebbe essere tentato dall’ambizione di una nuova puntata al banco delle elezioni politiche anticipate e chissà se in questa eventualità Napolitano possa resistere alla sua richiesta.

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Non consentire il voto è un attentato alla democrazia

TORQUATO CARDILLI - Quante volte abbiamo sentito Berlusconi e i suoi corifei ripetere che contro di lui sono stati messi in atto vari colpi di Stato?. Eppure a nessuno risulta che la Costituzione sia stata abolita, che gli abbiano messo una pistola alla tempia, che le guardie forestali abbiano dato l'assalto a palazzo Chigi, che i carabinieri lo abbiano catturato dopo il colloquio al Quirinale con il Capo dello Stato.
Berlusconi nel novembre del 2011 si è dimesso volontariamente conscio di non avere più una solida maggioranza, di essere relegato all’angolo dalla comunità internazionale, di aver subito una solenne bocciatura dalla BCE, e di aver condotto il paese sull'orlo del precipizio. Anziché reclamare a gran voce di andare a nuove elezioni (cosa che sarebbe stata possibile dando il consenso a tempo al governo Monti) si è acconciato alle cosiddette larghe intese (un piede dentro ed uno fuori) per poter meglio proteggere i suoi interessi e non perdere del tutto quel potere di interdizione che gli assicurava il suo cospicuo gruppo parlamentare.
E dopo Monti, quando le nuove elezioni di febbraio 2013 hanno totalmente mutato la mappa politica del parlamento, Berlusconi ha continuato a dare l’appoggio al governo di Letta nipote, protesi del suo fido consigliere, sicuro di potersi barcamenare alla meno peggio. Poi è arrivato Renzi. Berlusconi gli vota contro ma, sentendosi in perdita di velocità nei consensi e quindi nel potere, con lui stringe un patto leonino sulla nuova legge elettorale detta italicum e sulla riforma della Costituzione.
Dunque proprio loro, i capi del PD e di Forza Italia, i partiti che sono stati i principali responsabili del declino dell’Italia e della legge elettorale 270 del 2005 detta porcellum, cioè di un parlamento di nominati serventi, sembrano morsi dal grillo come se fosse stata una tarantola e si accordano per fare presto una nuova legge. Al diavolo la repubblica parlamentare, al diavolo la democrazia di cui si riempiono sempre la bocca, al diavolo la sentenza della Corte Costituzionale. L’accordo segreto, sancito tra un presidente del Consiglio non eletto, né membro del parlamento, ed un condannato per frode fiscale con interdizione dai pubblici uffici, è un accordo blindato che può essere solo spolverato qua e là, ma senza modifiche.
Li avete mai sentiti dire che la Corte Costituzionale con sentenza n.1 del 13.1.2014 aveva dichiarato l’incostituzionalità delle norme del porcellum che prevedono il blocco delle liste elettorali e il premio di maggioranza per la lista o la coalizione di liste che abbia ottenuto il maggior numero di voti?
Il gatto e la volpe della politica italiana, e con loro tutti gli organi di informazione, non hanno mai spiegato e sottolineato abbastanza che a partire dalla data di pubblicazione di questa sentenza avvenuta ben prima del giuramento di Renzi come primo ministro, è stata ripristinata la legalità costituzionale e restituita agli elettori la possibilità di esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto.
Cosa avrebbero dovuto fare i politici (Renzi, Bersani, Berlusconi, Alfano, Casini, Monti, Vendola, ecc.) che si arrogano il diritto di parlare e di agire per il bene del paese? Andare dal Capo dello Stato e concordare con lui di poter portare a termine le modifiche alla legge elettorale richieste dalla Corte Costituzionale e poi tornare subito al voto riconsegnando al popolo quella sovranità che gli è stata indegnamente scippata.
E invece no! Si sono messi d’accordo nel presentare una legge che modifica il porcellum in un porcellinum (le liste bloccate diventano dei mini listini, ma restano sempre bloccati) e il premio di maggioranza scatta al raggiungimento del 37% dei voti. Non solo. Le liste coalizzate, che non raggiungessero lo sbarramento del 4,5%, non eleggeranno nessun parlamentare, ma i loro voti verrebbero regalati a favore della lista maggiore che diventerebbe titolare del premio di maggioranza pur non avendo raggiunto da sola il 37% dei voti. Insomma una legge fatta apposta per impedire il vero rinnovamento del paese con la connivenza del Capo dello Stato che, quale garante costituzionale, avrebbe come minimo dovuto cacciare fuori dal Quirinale a pedate chi gli avesse proposto un simile obbrobrio, dato che questa proposta di legge elettorale sommata al disegno,  concordato altrettanto illecitamente dal duo B-R, di abolizione del Senato elettivo, fa scivolare il paese verso un sistema plebiscitario che a loro piace tanto, ma che non ha niente a che fare con la Costituzione repubblicana.
Qualcosa però alla vigilia di Pasqua è andato storto, come sempre nel silenzio dei media asserviti.
La Corte Suprema di Cassazione, cancellando la precedente sentenza della Corte d’Appello di Milano, ha riconosciuto che i ricorrenti contro il porcellum (avvocati Bozzi e Tani) non hanno potuto esercitare il diritto di voto costituzionale ed ha ordinato con sentenza a firma del presidente Vitrone n. 8878 del 4.4.2014, depositata in Cancelleria il 16 aprile, che venga posta una pietra tombale su questo parlamento destinato a morire al più presto perché in quanto eletto da una legge incostituzionale è diventato per se stesso incostituzionale.
La clamorosa sentenza della Cassazione ha messo nero su bianco una serie di considerazioni che impediscono a questo Parlamento di cambiare la legge elettorale con l’italicum. Vale la pena riportarne alcuni passi ripetuti in una lettera spedita al Capo dello Stato dai predetti avvocati secondo cui “con efficacia erga omnes è stato accertato e dichiarato che i cittadini elettori non hanno potuto esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto secondo il paradigma costituzionale, per la oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, a causa del meccanismo di traduzione dei voti in seggi, intrinsecamente alterato dal premio di maggioranza disegnato dal legislatore del 2005, e a causa della impossibilità di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.”
“…Né può valere il principio di continuità dello Stato per continuare a legittimare fino alla fine della legislatura le Camere, elette in violazione della libertà di voto, che sono il frutto della grave ferita inferta alla logica della rappresentanza consegnata dalla Costituzione”.
"Si tratta di una pronuncia che è destinata a dispiegare i propri effetti proprio per il futuro e che, quindi, non può essere ignorata, poiché ha accertato con forza di giudicato l’avvenuta violazione del diritto di voto di tutti gli elettori italiani, non soltanto dei ricorrenti. Ne consegue che l’attuale Parlamento, stante la oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, non ha alcuna legittimazione popolare per apportare modifiche alla vigente Costituzione, né per  modificare la legge elettorale risultante dalla sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale.”
Il titolare del potere di effettuare tale valutazione è solamente il Capo dello Stato Napolitano che, se vuole essere garante non della casta, ma dell’intero popolo italiano, preso atto dell’ineludibile giudicato e dell’obbligo giuridico di darvi pronta attuazione, dovrà promuovere gli atti necessari affinché i cittadini siano finalmente messi in grado di “esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto secondo il paradigma costituzionale”.
Infine una sottolineatura va fatta anche a carico dei parlamentari eletti all’estero che in questa situazione di crisi hanno una doppia responsabilità. Non solo non si sono fatti sentire sulla violazione della costituzione e sul progetto insensato di italicum e di riforma costituzionale, ma non hanno nemmeno protestato contro il governo (l’unico modo tangibile sarebbe quello di negare il voto di fiducia) per la proroga all’infinito degli attuali CGIE e Comites in carica dal 2004, le cui elezioni sono state sospese da anni contro ogni principio di democrazia.

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Perché andiamo a votare il 25 maggio

Torquato Cardilli - Il cittadino è stato bombardato in questi ultimi giorni da promesse illusorie sotto forma di messaggi elettorali che nulla hanno a che vedere con le elezioni europee. Dal regalo della dentiera per gli ottantenni, alla promessa della pensione di 1.000 euro a tutte le casalinghe, dagli 80 euro in busta paga per tutti, all'operazione mastro lindo nel verminaio dell'Expo, dall'uscita dall'euro al ritorno alla liretta svalutata, dalla sconfitta del cancro al parto indolore. Tutti temi acchiappa citrulli.
Nessuno degli uomini politici di professione ha mai spiegato quale sia la strategia proposta per l’Italia nel nuovo parlamento europeo, quali i punti fermi della nostra politica europea ed estera per farci risorgere dalle macerie di un ventennio di flop clamorosi.
Il bailamme di queste false promesse ha cercato di coprire la rabbia e la disperazione di quanti non vedono l'ora di far scomparire dalla scena politica i responsabili del disastro in cui marcisce mezza Europa e l'Italia più degli altri. Sì più della Grecia e dell'Irlanda, della Spagna e del Portogallo, perché a differenza dei cugini poveri europei noi eravamo all’inizio del 2000 la quinta potenza economica mondiale ed ora siamo al 26mo posto: avevamo un'industria metallurgica, un'industria meccanica e automobilistica, un'industria cantieristica, un'industria tessile, un'industria turistico-culturale, il migliore museo artistico mondiale all’aperto, patrimonio dell'umanità, una delle migliori compagnie aeree, un’eccellente flotta mercantile. Tutto è stato distrutto, spazzato via più che dai terremoti e dalle alluvioni dalla incompetenza di politici miopi e corrotti che hanno preferito seguire ricette di morte, dettate da poteri senza scrupoli.
Una classe di politicanti ladri, da una parte compromessi con la mafia e la camorra (tanto in Forza Italia e nel suo ramo cadetto del NCD, quanto nel Partito Democratico, come hanno tristemente provato i recenti arresti per condanne definitive o per misure cautelari di parlamentari e di ex parlamentari), dall’altra non contenti dello stipendio da nababbi elargito insieme a mille altri bonus e provvidenze da uno Stato arretrato e spendaccione, si sono mostrati interessati a blindare il loro potere con tutti i mezzi a disposizione e a succhiare come sanguisughe, anzi come dei pezzenti, ogni misero euro da rimborsi spese gonfiati con fatture false o per acquisti personali del tutto voluttuari, quanto pacchiani, addebitati al popolo.
Questi signori che hanno distrutto la nostra economia, la nostra scuola, il nostro sapere, le nostre aziende, il nostro territorio, il nostro paesaggio, che hanno tolto il futuro ad un'intera generazione, che hanno creato una disoccupazione che non si era mai vista in Italia, che hanno assistito imperterriti al susseguirsi di suicidi di imprenditori, di morti sul lavoro o in cerca di lavoro, di fallimenti e chiusure di centinaia di migliaia di piccole imprese, hanno ancora il coraggio di proporsi come risolutori dei problemi che hanno creato e di chiedere il voto.
Domenica si va a votare per il rinnovo del parlamento europeo. Dunque la domanda che è lecito porsi è quale politica europea intendiamo perseguire: la politica del rigore subita fino ad ora “obtorto collo” o quella della crescita, la politica del lavoro o quella della disoccupazione, la politica delle tasse o quella degli incentivi, la politica della ricerca o quella della delocalizzazione, la politica dell'obbedienza alle banche o quella del sostegno alla piccola impresa, la politica del si salvi chi può o quella della equità solidale.
Chi abbia fatto la sua scelta di fronte a queste alternative non potrà certo votare per tutti quelli, persone o partiti che hanno avuto le mani in pasta negli ultimi 20 anni, che hanno violato la libera scelta popolare dei referendum (finanziamento ai partiti, acqua pubblica, ecc.) che sono stati i diretti responsabili del declino del paese, del depauperamento della nazione e soprattutto della cessione di sovranità politica, economica e sociale, non sono più credibili.
L'Italia deve rialzare la testa in Europa e riottenere la perduta libertà di azione, attraverso la libera rinegoziazione di tutti gli accordi dal Fiscal Compact, al Patto di Stabilità, dal Trattato di Lisbona a quello di Dublino.
Può essere ancora considerato affidabile un politico pluricondannato per reati di frode fiscale e per corruzione, espulso dal Parlamento, interessato solo alle sue aziende ed all'epicureismo materiale? Può essere ancora credibile chi dopo aver promesso milioni di posti di lavoro, mentre negava ai giornalisti la durezza della crisi nel nostro paese, si chinava vergognosamente di fronte all'Unione Europea accettando condizioni capestro? E’ forse ancora credibile quel politico ricordato solo per le sue plateali menzogne sulla vicenda Shalabayeva, sui comportamenti illegittimi di poliziotti gaglioffi, sulle fughe di parlamentari inseguiti da mandati di cattura, che mente spudoratamente sui rapporti con l’Europa in materia di immigrazione subito smentito dalla commissaria europea Malstrom che da marzo attende una risposta scritta sulle indicazioni concrete delle nostre richieste per fermare l’immigrazione? E soprattutto che .dimentica di esser stato il firmatario dell'accordo di Dublino che obbliga il paese di primo arrivo degli immigrati a tenerseli, e che nega in Parlamento la trattativa ultra-forze di polizia viste da tutti i telespettatori? E’ forse ancora credibile il capo del partito dei lavoratori che ha regalato il patrimonio della Banca d'Italia alle casse dei banchieri amici, che giurava di non voler occupare la poltrona di primo ministro senza passare per le urne, che ha promesso di tutto e dichiarato guerra ai ladri ed ai corrotti, ma pur conoscendoli per il loro curriculum giudiziario, li ha accolti nel partito (utili per vincere le primarie tanto in Sicilia come in Piemonte) senza fare il repulisti necessario?.
Questi politici si scaldano nell’usare toni sempre più accesi, imitando maldestramente Grillo, ma non indicano un programma di politica europea per sottrarre il paese dal giogo imposto senza alcun controllo democratico dai tecnici di Francoforte in barba alla sovranità popolare con cui si sciacquano la bocca ad ogni discorso.
Si sono mai posti la domanda su chi governi di fatto sul piano economico l’Unione Europea?
Ormai anche i meno acculturati hanno capito che la politica economica, la politica monetaria e la politica fiscale dell’Unione europea è decisa da una casta di burocrati completamente autoreferenziale il cui vertice è la Banca Centrale Europea. La BCE non è controllata dai governi che invece sono controllati e irreggimentati come è accaduto all’Italia. Ricordate la lettera di istruzioni perentorie spedita a Berlusconi nel 2011?
E l’Italia che fece? Con comando dal colle di Roma ha obbedito senza sgarrare neanche di un millimetro agli ordini di questa Europa antidemocratica, ha sostituito l’ultimo governo incapace si, ma democraticamente eletto, con una serie di governi tecnici praticamente sotto la presidenza di Napolitano. Ha inserito l’obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione, che è una cosa che non esiste in nessuna parte del mondo, solo per dare una garanzia addizionale che avremmo ripagato il debito estero. Con la ratifica in quattro e quattro otto del parlamento (cioè di quegli uomini di cui abbiamo parlato all’inizio) ha firmato trattati che ci impediscono lo  sviluppo economico che ci impediscono la piena occupazione.
Ma torniamo alla BCE. Il suo organo più importante è il comitato direttivo, che sta sopra al comitato esecutivo composto dai banchieri centrali nazionali, i quali, come si sarà notato sulla vicenda della privatizzazione di Banca di Italia, sono assolutamente intoccabili da parte del governo nazionale dal quale si ritengono indipendenti, che esprimono un orientamento in base al quale il comitato direttivo decide la politica monetaria senza dover rispondere per statuto a nessun governo, a nessun popolo, quasi che il loro credo sia quello di stare lontani dalla democrazia.
E’ per questo che la politica della BCE in tutta l’Unione Europea va contro i più deboli, contro i ceti più disagiati, va contro i paesi periferici, nel solco di politiche fallimentari, ispirate a formule vecchie,  al rigorismo del FMI fondato sul dogma che il debito pubblico va pagato non attraverso la crescita virtuosa, ma attraverso il massacro sociale, attraverso l’imposizione dell’austerità e dei tagli alla spesa, abbandonate da tempo tanto dal paese campione del liberismo come gli Stati Uniti, quanto da quello del collettivismo come la Cina.
E’ dunque arrivato il momento, più che accapigliarsi sulla questione euro si o euro no, di abbattere questa assurda impalcatura, togliersi di dosso questa camicia di forza per restituire al popolo il potere di decidere del proprio futuro con una fortissima impronta di discontinuità.
Molti politologi vedono il rischio di disgregazione della Comunità Europea, se prevarranno il gretto provincialismo, il meschino opportunismo al posto della solidarietà e dell’equità. Ma quello che più conta è selezionare una classe di politici onesti, che non siano ricattabili, che abbiano la coscienza pulita, che non siano compromessi con il disastro causato al paese.

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La tassa sul risparmio è incostituzionale

TORQUATO CARDILLI - Durante i riti della settimana santa, il predicatore pontificio prescelto dal Papa, il francescano Raniero Cantalamessa, le ha davvero cantate chiare al gotha politico, riunito nella basilica vaticana per una messa papale alle 7 del mattino. Si è scagliato contro gli amministratori che rubano, paragonati a Giuda che rubava dalla cassa degli apostoli, e contro quanti percepiscono stipendi e pensioni scandalosamente sproporzionati rispetto ai salari dei loro dipendenti, monumento all’accumulazione contro l’equità sociale. La sua è stata una durissima omelia che però ha avuto la stessa durata dell’impronta impressa sulla sabbia.
Finita la cerimonia i politici sono tornati alle loro abitudini, alle loro beghe e affarucci, alle loro schermaglie piccolo-provinciali, senza percepire quanto sia profondo il disagio nel paese, convinti di avere la coscienza a posto solo perché il Governo da parte sua ha varato il decreto Irpef (apparso sulla G.U. del 24 aprile) che prevede tra l’altro un bonus decrescente per i dipendenti con un reddito annuo compreso nella forchetta da 8.000 a 26.000 euro.
Renzi ha detto e ridetto che si tratta di 80 euro al mese per 10 milioni di cittadini. Ma tale importo è solo figurativo perché i 640 euro previsti dal decreto per il solo 2014 vanno rapportati al periodo di lavoro effettivo svolto nell’anno e, come ha spiegato l’Istat, per le famiglie della fascia di reddito più bassa non arriva ai 60 euro. In pratica per il lavoro da maggio a dicembre inclusi sono 80 euro al mese (cioè 640 diviso 8), ma per chi abbia lavorato da gennaio a dicembre 2014 (640 diviso 12 = 53,33) oppure da luglio a dicembre (640 diviso 2, diviso 6) sono solo 53,33.
Ma non è finita. Il bonus è previsto solo in favore di chi ha già un reddito, minimo ma reale. Niente per chi non ha quel reddito, tipo disoccupati o i cosiddetti incapienti che avrebbero invece maggior bisogno di tutele e di sovvenzioni. Detto per inciso si tratta di 4 milioni di persone (autonomi, partite Iva, pensionati) più 1 milione e mezzo di collaboratori domestici e badanti che restano fuori dalla giostra della mancetta elettorale, pur soggiacendo all’aumento di tasse e tariffe locali, a partire dalla stangata della Tasi, Tasi, Iuc, senza ottenere in cambio nessun beneficio concreto.
A prescindere da questa palese ingiustizia, nel decreto Renzi c'è un capitoletto che riguarda le rendite finanziarie, la cui tassazione, dal 1 luglio 2014, passerà dall'attuale livello del 20% al 26%, con un introito per l’erario di 755 milioni. Cosa si nasconde dietro la dizione rendite finanziarie? Per chi abbia poca dimestichezza con l’economia verrebbe fatto di pensare ai grandi capitali e ai grandi speculatori. Invece dietro quelle due parole si nascondono oltre agli interessi e ai dividendi societari, anche se staccati successivamente, le plusvalenze di azioni e di fondi, ma anche (e qui casca l'asino) gli interessi sui conti correnti e sui depositi e libretti postali, senza che sia stata fissata una soglia minima di esenzione dalla gabella.
All’ultimo momento il Capo dello Stato, prima della firma, ha sentito il bisogno di convocare al Quirinale il ministro del tesoro Padoan (sgarbo istituzionale verso Renzi, tanto per fargli capire chi comanda) per ottenere chiarimenti su quella che si presenta come una tassa aggiuntiva. Secondo la vulgata dei comunicati ufficiali dopo l’incontro, il ministro del tesoro, con un criptico under statement, avrebbe minimizzato riducendo la tassa ad “un aumento del prelievo sui guadagni della ricchezza finanziaria in linea con il resto d’Europa”.
Ma è davvero così? Come funziona all'estero? Se prendiamo i tre paesi a noi più vicini Germania, Francia e Spagna ci accorgiamo che solo in Germania gli interessi sui conti correnti sono tassati al 26,3%, mentre in Spagna al 21% e in Francia solo al 18% anche se i titoli di Stato non usufruiscono di aliquota ridotta come da noi del 12,5%e sono tassati come i dividendi delle obbligazioni e delle azioni.
Il decreto si affretta a specificare che l'aumento del prelievo sugli interessi non tocca i nostri titoli di Stato, come Bot e Btp, tanto per rassicurare un’opinione pubblica interessata al proprio gruzzoletto e che invece non sa che questa esenzione è fatta in favore del grande capitale, dato che il debito di Stato di 2.100 miliardi di euro è posseduto per il 40% da Fondi ed Enti economici esteri, per il 46% da Banche, Istituti Finanziari ed altri Enti italiani e solo per il 14% dai nostri piccoli risparmiatori.
Allora non è superfluo ricordare a quanti sono assisi in Parlamento sui banchi della maggioranza, che la nostra Costituzione tutela il risparmio privato. L'art. 47 dispone che "la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. Dunque la difesa del risparmio e l'accesso alla abitazione di proprietà sono principi fondamentali sanciti dalla carta costituzionale.
Vi pare che questi principi siano stati rispettati e difesi abbastanza?
Stando a quanto accaduto di recente con la vicenda dell'IMU si direbbe che allo Stato non interessa favorire il cittadino nell'accesso alla proprietà privata dell'abitazione. Ma come se non fosse bastata l’azione vessatoria dei governi Monti-Letta, che avevano già torchiato i conti titoli con una mini patrimoniale del 1,5 per mille, portata dal 1.1.2014 al 2 per mille (cosa che i correntisti scopriranno solo a fine 2014 esaminando l’estratto conto), il colmo della violazione della Costituzione è stato raggiunto con questo decreto che, non ha fatto altro che aggiungere una nuova tassa sul risparmio.
Quindi, ricapitolando l’86% della massa dei titoli di Stato in mano agli speculatori (non dimentichiamo che le banche italiane hanno ottenuto dalla BCE  quasi mille miliardi allo 0,50%, investiti in titoli italiani al 3-4%) è salvo, mentre la misura che intende colpire le rendite finanziarie, la cui tassazione è di molto inferiore a quella che grava sul lavoro, finisce anche per intaccare il risparmio del singolo cittadino. Facciamo un po' di conti. Se un piccolo risparmiatore possiede un capitale accumulato con il lavoro, accantonato sotto forma di deposito postale si vede improvvisamente privato di una quota di premio del 30%. Un esempio numerico ci aiuta a capire meglio. Poniamo un risparmio postale di 50.000 euro al 2,5%. L'interesse annuo è di 1.250 euro su cui grava una tassa del 20% pari a 250 euro. Dal primo luglio tale tassa passerà a 325 euro. Si dirà che in fondo tale aumento è poca cosa, ma il poco, moltiplicato per milioni di conti correnti e postali, significa centinaia di milioni di euro sottratti al risparmio (in Italia ci sono ben 38 milioni di conti correnti con una consistenza depositata pari a 453 miliardi di euro).
Scendendo poi dal piano teorico e propagandistico a quello pratico, bisogna affrontare qualche altra difficoltà. Il bonus è previsto solo per chi sia titolare di busta paga il che significa che le società e i datori di lavoro dovranno adeguare in fretta, in una sfida molto impegnativa, il software di gestione degli stipendi, dato che a corrispondere i fantomatici 80 euro in più sarà il datore di lavoro che poi potrà rivalersi, come sostituto d’imposta, sul monte ritenute e sui contributi previdenziali. La casistica di eccezioni e casi particolari è molto numerosa (più datori di lavoro, contratti temporanei, interruzione di contratto in corso d’anno ecc.). Tanto per fare un esempio se un lavoratore è stato assunto a marzo 2014 non ha diritto a 80 euro al mese, ma a 66,66 cioè 10 dodicesimi di 640. Infine, i datori di lavoro dei collaboratori domestici non sono sostituti d’imposta dato che non rilasciano il CUD né effettuano alcuna ritenuta d’acconto, per cui saranno i lavoratori (per lo più stranieri e poco acculturati) a dover fornire tutti i dati sui redditi percepiti (oltre gli 8.000 euro all’anno) anche da più datori di lavoro ai Caf o a professionisti incaricati della compilazione della dichiarazione dei redditi.
E tutto questo alla faccia della semplificazione amministrativa e della riduzione delle difficoltà burocratiche!

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You have been warned

TORQUATO CARDILLI - Chi si trovi di fronte ad evidenze di fatti sconcertanti, che lasciano chiaramente intravedere conseguenze negative e si avventuri nel formulare una previsione di fallimento imminente, molto frequentemente non viene preso sul serio e tutto al più viene insultato con l’epiteto di Cassandra, quale sinonimo di jettatore, di menagramo o più recentemente di gufo.
Eppure Cassandra, figlia di Priamo, nella mitologia greca, aveva avuto da Apollo il dono di prevedere le sventure connesse agli errori commessi dagli uomini. Questi anziché correggerli come avrebbero potuto e dovuto, soggiogati dalla sindrome dell'ineluttabilità di non potere fare nulla per evitare che le previsioni pessimistiche di sciagure si realizzassero, si limitavano a disprezzarla. E questo andazzo non si è modificato nei secoli, almeno in Italia.
In chiave moderna c'è un programma televisivo di divulgazione dal titolo esplicativo, ripreso da un noto slogan americano "You have been warned!" (sei stato avvertito, oppure, te l'avevo detto) fatto apposta per ricordare allo spettatore che gli effetti di molti eventi sono del tutto prevedibili.
Il nostro giornale il 14.9.2010 (guardate bene la data si tratta di quasi quattro anni fa) a pag. 8 pubblicava un lungo articolo dedicato alle cinque assurde fantasticherie di una classe politica inetta, quando non collusa con la criminalità, figlia dell'affarismo berlusconiano, che sarebbe stato meglio dimenticare subito, perché suscettibili di compromettere il nostro residuo onore di fronte alla comunità internazionale, esponendoci a figuracce planetarie.
Si trattava di cinque opere colossali pensate solo per far accumulare soldi da spartire tra costruttori, affaristi, mediatori e politici : 1) le centrali nucleari; 2) il ponte sullo stretto; 3) il circuito di Formula Uno a Roma; 4) le Olimpiadi del 2020 a Roma; 5) l’Expo del 2015 a Milano.
Di fronte alla insensibilità dei più, questo giornale è tornato sull'argomento due anni fa, il 29 marzo 2012, con l'articolo "Sogni, illusioni e realtà". Non sembra che tali moniti siano stati presi in considerazione da chi avrebbe dovuto, tanto forte è stato il potere del denaro coinvolto, tanto penetrante è stata la commistione tra politica e affari.
Ripercorriamone brevemente le fasi. I primi quattro sogni, forse per intervento della stella della buona sorte, sono abortiti in tempo: la catastrofe di Fukushima ha posto una pietra tombale su qualsiasi velleità di ritorno alle centrali nucleari; i conti disastrati dello Stato, l’inefficienza delle infrastrutture, l’assenza della minima protezione del territorio hanno tolto di mezzo anche il secondo sogno che è andato ad aggiungersi al lungo elenco di ben 320 opere pubbliche interrotte, costate una montagna di miliardi e poi lasciate a metà; per far infrangere il terzo sogno è bastata la sberla in faccia data al Sindaco di Roma del tempo da parte di Bernie Ecclestone, la massima autorità della Formula Uno, cioè l’organismo preposto alla selezione dei circuiti, che, fatti due conti economici, aveva sentenziato che l’Italia, paese povero sprofondato nella crisi, non avrebbe mai potuto disporre dei fondi necessari per la creazione delle strutture organizzative ed assicurative obbligatorie; la quarta chimera era dedicata all'assurda pretesa di poter indire a Roma le Olimpiadi del 2020. Per fortuna il Presidente del Consiglio Monti seppe resistere all'assalto dei vari Pescante e Petrucci, che fungevano da teste di ariete per conto dei soliti costruttori trafficanti e di politici di ogni risma e lasciò cadere questa quarta proposta assolutamente non convincente, non fattibile, non comparabile alle condizioni dell'Italia del 1960 in pieno boom economico quando aveva organizzato le Olimpiadi di Roma.
Siamo oggi ancora appesi per i capelli al quinto sogno: quello dell'Expo Milano 2015, dedicato al tema “nutrire il pianeta”. Non c'era bisogno di nessuna Cassandra per capire sin da allora che nelle condizioni date sarebbe stato impossibile portare questo progetto a compimento nel rispetto dei tempi e soprattutto nella legalità e nella trasparenza.
Per giorni e mesi abbiamo sentito ripetere la cantilena che l'Expo va fatta perché porterà in Italia 20 milioni di visitatori in più rispetto ai flussi turistici normali, garantirà 75.000 posti di lavoro, un aumento del PIL di 20 miliardi e via di questo passo con cifre sempre più immaginifiche, anche se la Corte dei Conti fin dall’anno scorso aveva messo in guardia che i ricavi erano sostanzialmente posticipati alla data di realizzazione dell’evento (maggio-ottobre 2015) e che prima di allora sarebbe stato difficile capire se tutto l’affare sarebbe stato un successo economico oppure un disastro come hanno dimostrato tutti i più recenti eventi planetari tipo i Mondiali di Calcio o le Olimpiadi che hanno lasciato voragini in rosso nei conti degli organizzatori.
Ma nessuno si è chiesto il perché l'Expo, nella patria dell’alimentare di qualità, debba costare oltre 14 miliardi di euro, il perché la società pubblica Arexpo (Regione Lombardia, Comuni di Milano e Rho, Fiera e Provincia Milano) abbia pagato 150 milioni di euro per l’area di proprietà della Fondazione Fiera e della famiglia di immobiliaristi Cabassi, (la Corte dei Conti ha osservato che il prezzo è stato esorbitante per il solo diritto d’uso temporaneo di terreni che ad evento concluso sarebbero stati reimmessi nel circuito privato), il perché quest’enorme area agricola di un milione e 700 mila metri quadrati abbia dovuto essere trasformata in area edificabile con moltiplicazione del valore del terreno e a favore di chi, il perché abbiano dovuto risultare beneficiari dei primi appalti i soliti noti, cementieri e trafficanti di destra e di sinistra, attaccati come mignatte a succhiare il sangue delle tasse dei poveri, il perché la politica, che non risparmia all'Italia figuracce sul piano morale, sia così interessata ad un’opera inutile rispetto al costo. E soprattutto nessuno sa quale sarà la fine di questa enorme opera pubblica: centri commerciali? Uffici? Il nuovo stadio di Milan e Inter? Di certo si sa che subito dopo la chiusura dell’esposizione, il giorno dei morti del 2015, tutto sarà demolito (tranne il Palazzo Italia) e i costi ricadranno sulle spalle degli enti pubblici di ogni livello, dunque dei cittadini.
Ad un anno dall'inaugurazione, i lavori per la costruzione della piastra, la piattaforma portante su cui saranno costruiti tutti i padiglioni espostivi, sono al 40%. Altrettanto dicasi per il Cardo e il Decumano, i due assi principali del reticolo ortogonale del sito espositivo che riprodurrà l’antica struttura urbanistica delle città romane. Il primo, orientato lungo l’asse nord-sud, lungo circa 350 metri avrà ai lati tutti gli spazi dedicati all’Italia con alle estremità la grande Lake Arena e Piazza Porta della Via d’Acqua. Il secondo attraversa invece l’intero sito in senso est-ovest, con una larghezza di 35 metri e una lunghezza di 1 kilometro e mezzo. Ogni 20 metri sorgeranno, su entrambi i lati, i padiglioni dei Paesi partecipanti. Nel punto di incrocio fra le due direttrici ci sarà la cosiddetta piazza quadrata (74×74 m), dedicata all’Italia, quale simbolo dell’incontro tra il Paese ospitante e il resto del mondo. Tutto bello sulla carta e sul plastico che viene sistematicamente diffuso in televisione. Ma la realtà è ben più grigia.
Se la costruzione dei padiglioni è in ritardo, a fatica colmabile, ciò che appare più problematico è la realizzazione delle strade, delle passerelle, delle piste ciclabili, delle vie d’acqua, dei servizi, dei parcheggi (previsti 1200 pullman al giorno), tanto che alcuni progetti sembrano essere stati già fatti slittare a dopo l’inaugurazione. Per non parlare di tutta la filiera dei trasporti pubblici (aeroporti, metropolitane, treni, autolinee, ecc.)
Ovviamente non ci siamo fatti mancare anche lo scandalo degli appalti che ha portato al rimescolamento delle carte tra i manager che dirigono i lavori.
Sentendo arrivare la tempesta del risvolto giudiziario, il Capo della polizia Pansa aveva rivelato qualche tempo fa che erano stati già emessi 23 provvedimenti d’interdizione contro società interessate alle opere e ad altre 7 era stata negata l’iscrizione alla “white list” della Prefettura. Ma questi dati sono sconfortanti per due ragioni: l’alta incidenza delle ditte irregolari e sospette e il relativamente scarso numero delle ditte controllate, dato che solo il 36% di quelle interessate ai lavori era stata sottoposta ai controlli previsti dalla legge, per l’eccessiva parcellizzazione dei subappalti (fino al 70% dell’ammontare globale) schermo dietro cui si nasconde l’infiltrazione criminale, come rilevato dai magistrati contabili.
Nonostante il costoso marchingegno a tutela dalle infiltrazioni mafiose consistente nell’affidamento alla modica spesa, si fa per dire, di 741 mila euro, a due società private (Bentley Systems e Opera 21) della preparazione della “piattaforma antimafia” e delle “linee guida per la legalità”, anche questo evento finirà in processi, sprechi e manette come altri grandi eventi della recente cronaca italiana.
Una mastodontica operazione di polizia è scattata agli ordini della Procura di Milano che ha scoperchiato, dopo indagini durante più di due anni, la pentola male odorante della corruzione che ha girato indisturbata intorno agli appalti.
Angelo Paris, direttore della pianificazione e degli acquisti di Expo 2015 cioè l'uomo chiave degli appalti, Primo Greganti, lo storico esponente del Pci torinese, cassiere del partito, già condannato e incarcerato all'epoca di mani pulite, attivista della campagna elettorale di Chiamparino e Fassino, quello che come Mangano tenne la bocca chiusa con i magistrati, l'ex parlamentare di Forza Italia Gianstefano Frigerio, già segretario regionale della DC, cacciato dal Parlamento dopo una condanna definitiva per corruzione e finanziamento illecito, l'ex senatore Luigi Grillo, pure lui prima della Democrazia Cristiana e poi parlamentare per più legislature di Forza Italia, l'intermediario Sergio Catozzo, l'ex direttore generale di infrastrutture lombarde Antonio Rognoni, già agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta, e l'imprenditore Enrico Maltauro sono stati arrestati su ordine della Procura milanese con l'accusa di associazione a delinquere, turbativa d'asta e corruzione.
Povero magistrato Cantone che dovrà assumere sulle sue spalle la responsabilità di una credibilità italiana già al pavimento agli occhi di tutti gli osservatori internazionali. A nulla vale ripetere il refrain che una rinuncia all’Expo ci coprirebbe di ridicolo. Viviamo già coperti di vergogna e anzi se avessimo il coraggio di fare piazza pulita di tanti trafficanti che si annidano in tutti i palazzi, di sradicare gli inciuci, di sconfiggere le connivenze, di abolire le rendite di posizione, di cambiare la burocrazia  ci guadagneremmo. Dimostreremmo al mondo che siamo capaci di generare adeguati anticorpi. Bisognerebbe avere il coraggio di ripulire l’Italia come fece Ercole con le stalle di Augia, da questa montagna di letame che vive di spesa pubblica inutile e parassitaria, di sprechi da parte di politici protervi.
I lettori e gli elettori ricordino almeno il titolo della trasmissione “you have been warned!”

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La sorpresa è donna

TORQUATO CARDILLI - Quest'anno le sorprese di Pasqua per gli italiani, affamati di lavoro, sono state tante, tutte al femminile, nel solco dello “stil novo” del premier fiorentino, inaugurato con la composizione del governo due mesi fa.
Si è trattato delle nomine dei vertici nella grande galassia delle aziende con soverchiante partecipazione dello Stato.
Renzi, che ha fiutato l’importanza di raccogliere alla vigilia delle elezioni europee il consenso delle donne, prima andato a Berlusconi, dice di aver fatto da solo la sua rivoluzione rosa. Ha ascoltato, registrato, valutato e poi deciso di testa sua, dopo averne discusso con il ministro del tesoro e con il capo dello Stato per un consulto preventivo su tutti i ruoli più delicati. Il confronto più animato si è verificato sulla presidenza di Finmeccanica: Renzi avrebbe voluto assegnarla ad una donna, ma ha dovuto cedere, così come avvenne per il ministro di giustizia, di fronte al presidente della Repubblica, che gli avrebbe chiesto la riconferma del poliziotto De Gennaro, detentore di troppi segreti e conoscitore di troppi lati oscuri della politica italiana. Ma in questo colloquio non ci sarebbe stato nulla di male se non fosse intervenuta, come una grave caduta di stile, la precisazione di un comunicato del Quirinale secondo cui nell'incontro tra Napolitano e Renzi non si è parlato di nomine. Vi pare possibile? In un paese con l'acqua alla gola, che va in macchina grazie all’ENI che paga ogni anno sostanziose cedole finanziarie al Tesoro, che assicura energia e servizi con Enel e Poste al 90% del popolo italiano, che è alle prese con la ristrutturazione di Finmeccanica, è credibile che il capo del governo, pivellino in materia, non abbia sottoposto la lista dei nominandi al colle senza concordare ruoli e posizioni delle persone ritenute fedeli? Se così fosse vorrebbe dire che, a differenza di quanto accade altrove, le nomine sono frutto di idee notturne di un sol uomo, senza un confronto di idee, senza un approfondito esame delle qualità manageriali e del progetto industriale. Infine Renzi ha incontrato anche Berlusconi, ma dice lui, solo dopo che i nomi erano stati già fatti ufficialmente. Scusa puerile.
Fuori dalla porta sarebbero rimasti i partiti (ma chi ci crede?) le correnti del PD, i massoni, e quelli che prima di perdere la poltrona hanno fatto fuoco e fiamme come Scaroni.
Ma chi sono questi nuovi boiardi di stato in gonnella? Emma Marcegaglia presidente dell'Eni, Luisa Todini Presidente di Poste, Patrizia Grieco Presidente di Enel.
L'arrivo di tre donne alla presidenza delle maggiori aziende pubbliche è certamente una novità. Il giudizio dovrà essere emesso alla prova dei fatti, ma se si guarda al curriculum personale di Marcegaglia e di Todini si fatica a rintracciarvi quella ventata di innovazione vantata dal premier.
A differenza della Grieco che ha alle spalle, come vedremo, una sostanziale storia manageriale le biografie di Marcegaglia e Todini, entrambe industriali, hanno un profilo eminentemente politico, di persone che per anni avevano spiegato che l'intervento dello Stato nell'economia era una cosa contro senso, che per garantire l'efficienza le imprese pubbliche andavano privatizzate e che la politica doveva restare fuori dalla “governance” e dai consigli di amministrazione.
Marcegaglia e Todini sono figlie d'arte, hanno ereditato aziende di famiglia (caratteristica che le accomuna anche al ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi) e sono al centro di una estesa rete di relazioni politiche e di frequentazioni con i palazzi romani.
Marceglia, cinquantenne di Mantova, secondogenita del fondatore dell'azienda di famiglia dell'acciaio, vi ha ricoperto la carica di consigliere. Ha percorso gran parte della sua carriera pubblica in Confindustria, prima come vicepresidente con delega per l’Europa, poi presidente dei giovani industriali (come la Guidi) infine, battendo tutti i pronostici, è stata la prima donna ad arrivare al vertice dell'Associazione. Descritta come molto vicina al centrodestra (nonostante le critiche al declinante Berlusconi) fu testimone impotente del divorzio di Fiat da Confindustria. Da allora la palma di primo pagatore delle quote di partecipazione a Confindustria è andata proprio all’Eni.
La Marcegaglia, negli anni del berlusconismo spinto aveva sempre professato a parole l'indipendenza delle imprese dalla politica. Questa signora, che aveva fatto affari con l'impresa di famiglia sull'immobile pagato dallo Stato destinato al mancato vertice del G8 alla Maddalena, prima della caduta di Berlusconi nel 2011, quando stava per lasciare Confindustria aveva ammonito gli industriali che lo Stato doveva ridurre la sua presenza nell'economia nazionale e lasciare maggiore spazio al settore privato e al mercato. Ora per contribuire alla riduzione dell'intervento statale nell'economia è passata all'incasso ed ha accettato di buon grado la presidenza della più importante azienda pubblica. Nomina eminentemente politica per un'azienda che fa politica energetica, politica economica, politica estera e, stando al premier, anche politica di "intelligence".
Storica la sua presa di posizione in favore dello scudo fiscale, definito un male necessario, o la sua gaffe in difesa dei vertici della ThyssenKrupp, subito dopo la sentenza di condanna dei manager dell’industria dell’acciaio tedesca per l'incendio in cui persero la vita sette operai torinesi (un superstite fu ripescato da Veltroni e candidato con successo a Montecitorio).
Ma c’è anche un pizzico di potenziale conflitto di interessi nel suo nuovo ruolo di presidente dell’Eni. Il fratello Antonio, amministratore delegato dell'azienda di famiglia, patteggiò alcuni anni fa la condanna a 11 mesi con la condizionale per corruzione per aver pagato un manager di Enipower (società controllata dell'Eni) per ottenere alcuni appalti.
Todini, perugina non ancora cinquantenne, imprenditrice nel settore delle costruzioni, ha venduto l'azienda di famiglia al gruppo Salini (entrando nel consiglio di amministrazione) ma è rimasta proprietaria del 100% delle azioni della Todini Finanziaria (che controlla la Ecos Energia) della Domus Etruria e del 22% della Todini costruzioni. Parla tre lingue (inglese, francese, spagnolo) e con la stessa facilità cambia idea e casacca. Nota al grande pubblico dei talk shaw per le sue frequenti partecipazione al programma Ballarò, già parlamentare europea nel 1994 a soli 28 anni con Forza Italia, membro della Fondazione Italia Usa e consigliere di amministrazione della Fondazione Child, .ha scoperto il fascino del settore pubblico: prima si è fatta nominare dal PdL e dalla Lega nel Consiglio di Amministrazione della RAI ed ora ha ottenuto la Presidenza delle Poste.
La neopresidente di Enel, Grieco avvocato, milanese appare come la meno compromessa con la politica. Dal 2013 presidente esecutivo di Olivetti, dove è arrivata nel 2008 come amministratore delegato, diventandone poi presidente e mantenendo entrambe le cariche fino all’anno scorso. Grieco aveva iniziato il suo cursus aziendale nel 1977 presso la direzione legale di Italtel, diventandone responsabile nel 1994 per salire nel 1999 al gradino di direttore generale e finire nel 2002 sulla poltrona di AD. Dal 2003 al 2006 è stata numero uno di Siemens Informatica per diventare partner di Value Partners e AD del Gruppo Value Team. Siede nei consigli di amministrazione di Fiat Industrial e Italgas, ma anche dell'associazione umanitaria Save the Children. E questa è una medaglia di merito.
Vedremo alla prova dei fatti se le neo presidenti faranno dimenticare o rimpiangere i loro predecessori.

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