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Italia

Se questa è una capitale

Lucia Abballe - Non vorrei urtare la sensibilità di chi, come me, ha imparato ad amare Primo Levi ma, prendendo a prestito il titolo del suo più noto capolavoro e percorrendo le strade di Roma traboccanti di cumuli di rifiuti dal fetore insopportabile, mi chiedo “se questa è una città”, capitale d’Italia, che il mondo ci invidia. Non vuole essere una provocazione, ma mi consola sapere che tra le penne faziose, incapaci di leggere e riconoscere l’evidenza dei fatti, ci sia qualcuno in grado di fotografare la realtà per quella che è, nella sua grande bellezza e nella sua invadente ‘mondezza’. Il tweet che Bruno Vespa ha pubblicato la scorsa domenica sulla situazione dei rifiuti a Roma (cif. “Sono a San Pietroburgo, 5 milioni di abitanti, non ho visto un rifiuto sulla strada. Mi sono vergognato di abitare a Roma”) ha fatto luce su quegli angoli della città che sono invisibili soltanto per chi ha deciso di non volerli vedere. Dopotutto, i cassonetti esondanti di immondizia e la turpitudine che caratterizza alcune strade della città eterna, sono rimaste lì, dove le precedenti amministrazioni le avevano lasciate. Tanto più risultano inefficaci le promesse fatte dall’attuale sindaco, Ignazio Marino, di interventi mirati per la gestione del ciclo dei rifiuti quando le medesime non sono state seguite dai fatti ma hanno prodotto, come unico risultato, l’immagine desolante di una capitale europea capace soltanto di dimostrare inefficienze di questo livello. I rifiuti, così come le “emergenze ambientali” provocate da sporadiche bombe d’acqua che si sono abbattute sulla capitale nei mesi scorsi, sono figlie della medesima situazione e rimandano, in un batter d’occhio, a tutte quelle precedenti circostanze, archiviate sotto la categoria di “eccezionalità”, che più volte hanno messo in ginocchio un’intera città. Le proposte fatte in campagna elettorale per fronteggiare la situazione dei rifiuti a Roma hanno lasciato spazio ad una preoccupazione residua di ciò che non è stato fatto e che, all’occorrenza, si promette di fare. Pertanto, l’indignazione manifestata nei bollettini ufficiali non fa che gettare ulteriore benzina sul fuoco ed essere letta come l’ennesimo tentativo di accantonare qualunque tipo di responsabilità individuale e collettiva che blocca il Paese sugli stessi problemi da molti, troppi, anni. In Italia, le situazioni estreme sono necessarie per aprire gli occhi e per accorgersi, improvvisamente, che la città nella quale abitiamo non è quella che l’amministrazione capitolina ha sognato durante il suo lungo sonno. È la metafora di un Paese che, nel disagio, si è finalmente accorto di essere in crisi ma non ha reagito come gli impone il suo enorme potenziale. Ancora una volta,  nella pigrizia di chi è abituato a fare “quanto basta”, Marino ha improvvisato la propria indignazione cui fa da sfondo una politica incapace di tutelare e custodire il territorio. Il rischio è di fare promesse nei momenti di forte tensione per poi tornare alla quotidianità e ai rituali di palazzo, lasciando il mondo con i suoi problemi fuori dalla finestra. Insomma un circolo vizioso che sistematicamente riporta in auge tutti i problemi irrisolti di questa città che si sedimentano nel tessuto sociale e culturale del Paese, nell’indifferenza e nell’improvvisazione dei nostri governanti.
L’Italia della ritrovata attendibilità internazionale deve cercare di colmare le lacune logistiche che accompagnano le disposizioni normative previste a riguardo ed adottare tutte le misure idonee a risolvere quei problemi che diventano puntualmente emergenze sociali. Già l’emergenza dei rifiuti a Napoli aveva posto alla ribalta le difficoltà della gestione di un settore complesso ma determinante, diventando improvvisamente una discarica umana in cui l’olezzo mefitico dei rifiuti e dei roghi sembrava fuoriuscire dagli apparecchi televisivi di tutto il mondo. È giunto il momento di passare dalle parole ai fatti per non ripetere gli errori del passato e per restituire a tutti noi la possibilità di non doverci ogni giorno vergognare. 

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Mare nostrum a parole

Torquato Cardilli - Più di tre anni fa, su queste colonne, veniva sottolineata l'importanza del "mare nostrum" (vedi l’articolo del 7.3.2011) per gridare che era arrivato il momento di spezzare la catena delle morti inutili di soldati italiani mandati in Afghanistan, senza farsi ipnotizzare da una propaganda sparsa a piene mani, per cui chi sosteneva che le nostre risorse umane, finanziarie, tecniche andavano indirizzate a fini più immediati di sicurezza nazionale, veniva scambiato per disfattista contrario al benessere del suo Paese.
In questi anni sono cambiati tre governi, ma la musica è rimasta la stessa. Il paese ha continuato a tracannare retorica (dovremmo pure comprare gli F35 che si guastano ad ogni prova!) scambiata per amor di patria, mentre in realtà è solo un trucco per coprire la propria vergogna, per superare la propria incapacità ad indicare un obiettivo concreto, per nascondere le proprie responsabilità morali e politiche, per far dimenticare che alla guida del paese ci sono degli inetti che promettono l’uscita dalla crisi, che parlano solo di speranza e che mentono sui sacrifici che bisogna affrontare ogni giorno.
Ora ci siamo dimenticati della guerra in Afghanistan del servizio reso agli alleati americani di cui abbiamo assecondato tutte le richieste incuranti che al momento opportuno a Washington si decide e si agisce senza consultare Roma (vedi trattative segrete con i Talebani), nonché dell’aiuto offerto ad un signore che ha truccato le elezioni, che ha fatto aumentare il contrabbando, che ci ha superato in fatto di corruzione, che dopo 10 anni di guerra controlla meno della metà del paese.
Insomma in questi anni, nonostante le spese regolarmente approvate da un parlamento di incapaci, non abbiamo risolto nessuno dei nostri problemi di sicurezza. La nostra politica estera è stata assente (non siamo stati neppure capaci di risolvere la questione dei due marò prigionieri in India), quella di sicurezza nazionale è evanescente e incurante di quanto accade nelle nostre città ed ai nostri confini meridionali. Non sono stati ripensati gli orizzonti, non è stata disegnata alcuna strategia più vicina agli interessi degli italiani, ma si è continuato a mentire sui rapporti con l'Europa, sulle responsabilità del non avere impedito l'invasione da Sud dei disperati.
Dall'incendio del Nord Africa e del Medio Oriente, dai sanguinosi eventi di Libia, Tunisia, Egitto, Siria, Iraq non abbiamo tratto nessuna lezione, siamo andati avanti alla cieca facendo finta di nulla di fronte a organizzazioni criminali che accumulano ogni giorno milioni di dollari alle spalle dei disperati e, più a valle, di tutti gli italiani che ne pagano le conseguenze.
L'Italia è la portaerei naturale dell'Europa nel Mediterraneo, un ponte che è facilmente raggiungibile da quel trampolino di lancio che è la Libia. Così si riversano a casa nostra migliaia e migliaia di persone (solo dall’inizio del 2014 sono 60.000) in cerca di libertà e di fortuna, senza renderci conto che andando avanti di questo passo l'invasione da Sud comprometterà per sempre l'equilibrio sociale, economico, sanitario, culturale della nostra società, già piagata dalle scarcerazioni facili, dalla mafia, dalla camorra, dalla criminalità di strada.
Riesumando l'espressione latina "mare nostrum", utilizzata dai romani per avvertire tutti i popoli del Mediterraneo che su quel mare non si poteva scherzare né violare impunemente la legge romana, chi ci governa ha affidato alla nostra Marina Militare il compito di traghettatori gratuiti di quanti hanno pagato ad altri il biglietto di viaggio e di recupero dei cadaveri di quelli che non ce l'hanno fatta.
Perché non utilizzare tutta la nostra forza industriale, di polizia economica, di organizzazione militare per concentrarci sulla difesa di questo mare (che rappresenta solo il 3% delle acque del globo ma che è luogo di transito del 20% dei commerci mondiali) unica barriera offertaci dalla natura?
Per giorni le televisioni racconteranno dei cadaveri stipati sotto coperta dei barconi della morte che fanno rotta verso il canale di Sicilia, gestiti da un’organizzazione di scafisti che non può sfuggire a servizi segreti che si rispettino (dovrebbero sapere persino come si spartiscono i soldi), mentre il pezzo forte dei notiziari sarà la battaglia della riforma del Senato come se questa potesse darci più sicurezza, anziché essere un puntiglio del presidente del Consiglio.
Quante volte, di fronte alle salme dei disperati morti in cerca di fortuna i nostri politici hanno versato lacrime di circostanza e espresso solidarietà vuota alle famiglie? Da Letta alla Boldrini, da Alfano al Capo dello Stato, dal Papa che si è recato a Lampedusa ai leader di partito, tutti hanno recitato la loro parte, mentre ancora una volta il popolo italiano assiste a viaggi tragici nel Canale di Sicilia: un barcone con oltre 600 emigranti, con un carico di una trentina di morti per asfissia, è stato soccorso da una nave della Marina Militare italiana, mentre altre unità della Guardia costiera hanno soccorso altri 7 barconi con più di  1.650 occupanti carichi di disperazione.
Renzi, che per 6 mesi avrà la presidenza di turno, ha fatto ora la scoperta che bisogna chiedere il coinvolgimento dell'Europa. Alfano orgoglioso che la nostra Marina Militare sia svilita a rango di protezione civile ripete che l’operazione Mare nostrum non può durare all'infinito. Sembra che Juncker (designato da 26 paesi su 28 come prossimo presidente dell’UE) convinto dai nostri sia intenzionato ad includere nel suo esecutivo un Commissario ad hoc per l’immigrazione. Parole, intanto, gli ambigui traffici affaristici in Sicilia di organizzatori e profittatori di poveri clandestini continuerà.
Cosa fece la Francia quando la flottiglia di Greenpeace ostacolava i suoi esperimenti nucleari in un atollo del pacifico? Non esitò ad affondare i natanti pacifisti senza chiedere permesso a nessuno, né scusarsi. E come si è comportata l’Australia di fronte alla possibile invasione di vietnamiti e cambogiani?
Come stroncare di netto questo commercio di carne umana (60 mila ingressi nel solo 2014 significano un bottino per la criminalità di almeno 120 milioni di dollari) da parte di trafficanti dotati di tutte le attrezzature necessarie dai telefoni satellitari alle navi madri, nonché delle puntuali informazioni sulle rotte di pattugliamento delle nostre navi militari?
Abbiamo dimenticato la grande tradizione di sensazionali imprese degli incursori di marina come quella dell’isola di Premuda o nei porti di Malta, Alessandria d’Egitto, Gibilterra?
Il Comsubin è uno dei reparti d'elite, con unità di palombari e sommozzatori specializzati nella bonifica degli ordigni in mare e per azioni di commando, di infiltrazione in zone ostili, per attacchi a installazioni portuali e costiere, o per operazioni di sabotaggio e distruzione di unità navali e mercantili in porto o alla fonda.
Sarebbe sufficiente che un pugno di incursori (che sfilano ogni anno a vuoto nella parata del 2 giugno) andasse nei porti libici a sabotare e affondare sul posto tutte le barche in grado di prendere il largo. Poi potremmo permetterci anche il lusso di indennizzare la perdita dei natanti, fornendone di nuovi al governo libico ritenuto responsabile, fabbricati da noi, dotati di microchip rilevabili via satellite.
Guadagneremmo il rispetto di un’Europa incapace di una politica estera e di un atteggiamento solidale e risparmieremmo anche i 40 euro che spendiamo al giorno per ogni immigrato, oltre agli enormi costi sanitari e sociali di una presenza così massiccia di immigrati, che finiscono per ingrossare le fila della malavita e della criminalità.
Se la Libia non è in grado di fermare l'esodo abbiamo tutto il diritto di occupare temporaneamente con delle teste di ponte il litorale da cui partono le barche dei delinquenti, moderni schiavisti. Questa non sarebbe guerra, ma un’operazione di polizia in difesa preventiva del paese. O invece c’è qualcuno da noi che è interessato a far continuare il traffico che significa anche lucrosi contratti in Italia per la sussistenza dei profughi?

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Risultati elettorali: Giù il cappello

Torquato Cardilli - Quando si chiudono le urne è come se suonasse il gong che pone termine al combattimento di pugilato. A seguire, nell’ansia degli “aficionados” lo spoglio delle schede votate dal popolo o dei cartellini con i voti dei giudici, quindi la proclamazione del vincitore.
In Francia si dice "chapeau", espressione cavalleresca per dare il dovuto riconoscimento a chi prevale. Giù il cappello di fronte a chi ha vinto ed evitiamo di ricorrere a scusanti meschine o arzigogolate. Si può cercare di capire il perché della vittoria e il perché della sconfitta ma non ci si può nascondere dietro un dito.
Dunque chapeau agli euroscettici, che si sono rivelati più forti del previsto, guidati dalla 46enne madame Marine Le Pen che,  con il Front National, divenuto il primo partito di Francia, ha stracciato il partito socialista del Presidente della Repubblica Hollande al quale ha già chiesto elezioni anticipate; chapeau al quarantenne Alexis Tsipras il cui partito Syriza è risultato con il 26,7% primo in Grecia, ove i socialisti sono a rischio estinzione, chapeau al cinquantenne Nigel Farage che a Londra ha cancellato con il partito Ukip (assente da Westminster) i conservatori del premier Cameron; chapeau in Spagna agli “indignados” del trentacinquenne Iglesias che ha impartito una lezione al partito popolare e al partito socialista.
Giù il cappello anche di fronte al trentanovenne Renzi che in poco meno di tre mesi ha resuscitato le speranze di tanti italiani facendo promesse e regalando soldi. Si è giocato tutto quello che aveva alle elezioni europee per ora non curante del fatto che quelli che gli hanno  creduto possano chiedergli prestissimo il pagamento della cambiale di fiducia.
Dovunque in Europa hanno vinto i giovani (ed è arrivato il momento che i vecchi si facciano da parte volontariamente e subito), ma in Italia ha vinto soprattutto Renzi le cui scelte (via la vecchia guardia messa definitivamente a tacere, 5 capolista donne, piglio decisionista di riforme con ambizioni ben al di sopra delle contumelie, i famosi 80 euro al mese, ecc.). Le sue sono state scelte strategiche indovinatissime. Ha intercettato meglio di altri il sentimento popolare, soprattutto quello femminile (le donne contano 2 milioni di elettori in più degli uomini) deluso dalla decomposizione del berlusconismo ed è riuscito a recuperare il ritorno a casa dei fuoriusciti protestatari contro la vecchia gerontocrazia dei Bersani, D'Alema, Finocchiaro, ecc. che si era rivelata capace negli anni di collezionare sconfitte o al massimo non vittorie.
Certo, buona metà del popolo italiano ha disertato l'appuntamento elettorale, deluso o arrabbiato per la inconcludenza dei politici, ma in democrazia vince solo chi si esprime e non chi tace. Chi è assente, chi va al mare o semplicemente alza le spalle di fronte all'opportunità di incidere significativamente sulla storia del proprio paese, ha sempre torto e finisce inconsapevolmente per favorire la vittoria di un partito che non risponde alle proprie aspirazioni.
Risultato clamoroso quindi quello del PD, ben oltre ogni aspettativa e previsione della vigilia, secondo cui avrebbe potuto esserci una gara testa a testa con il M5S. Renzi, tanto criticato per essere arrivato al potere senza passare per le urne, come detto si è giocato tutto sul risultato delle elezioni ed ha vinto. Quasi un plebiscito che gli dà ora il respiro di condurre un’incisiva azione di politica interna e gli conferisce quel prestigio necessario per guidare il semestre di presidenza italiana dell’Unione di fronte a governi come quello francese e inglese che hanno subito una pesantissima débâcle ed a quello tedesco che non ha riportato un analogo tondo risultato.
Renzi ha sfondato il muro del 40,8% dei voti (31 seggi), superando qualsiasi risultato della sinistra nell'Italia repubblicana e quasi doppiando il M5S inchiodato al 21,2% (17 seggi). Continua invece l'agonia di Forza Italia con un Berlusconi sempre più intronato e lontano dal popolo (ha ottenuto solo 13 seggi con il 16,8%, cioè il peggior risultato di sempre) mentre rinasce la Lega con un altro giovane Salvini che, messi da parte i rottami del bossismo leghista e la parentesi incolore di Maroni, è riuscito a riprendersi dopo gli scandali dei fondi riportando un bel 6,2% con 5 seggi. Alfano ha agguantato il treno per Bruxelles in corsa aggrappandosi alla maniglia mentre stava precipitando nel burrone della scomparsa. Appesantito dagli inconvenienti giudiziari di alcuni suoi candidati, e dai pesi morti alla Cicchitto, Schifani, Quagliariello, ha racimolato uno striminzito 4,4% che vale solo tre seggi. Chiude il drappello dei deputati italiani per Bruxelles la lista Tsipras che contro ogni previsione ha agguantato l'agognato 4% e la conquista di tre seggi.
Scomparsi invece i Fratelli d'Italia: la giovane Meloni, sovrastata dai dinosauri del giurassico La Russa e Crosetto ha pagato dazio, rimanendo lontana dal palazzo di Berlaymont così come Scelta civica del ministro Giannini e i resti di IdV e dei Verdi, già puniti alle ultime elezioni politiche.
Unico voto non rintracciabile, perché diffuso tra i vari partiti e tra le varie circoscrizioni, è quello degli italiani residenti in Europa che non hanno concorso per seggi riservati.
Lo scenario politico che si apre ora in Europa e in Italia è del tutto diverso da quello dell’altro ieri.
A Bruxelles tutti dovranno fare i conti (Frau Merkel in testa) con la nuova richiesta che sale impetuosa di ridisegnare le regole, di allentare l’austerità penalizzante, di aiutare i paesi in difficoltà.
A Roma l’Italicum non ha più motivo di andare avanti (almeno così la pensa Berlusconi), né i partiti della coalizione di governo potranno fiatare di fronte a Renzi che, pur avendo reagito a questa vittoria senza iattanza, al minimo intoppo parlamentare potrebbe essere tentato dall’ambizione di una nuova puntata al banco delle elezioni politiche anticipate e chissà se in questa eventualità Napolitano possa resistere alla sua richiesta.

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Senatori o monatti?

Torquato Cardilli - Ormai sono già tre mesi che si sente parlare di riforma del Senato. Per la verità all'inizio del suo mandato Renzi aveva esordito a Palazzo Madama annunciandone addirittura la cancellazione “tout court”. Poi è sopravvenuto il potere della casta e delle corporazioni a fargli cambiare idea e si è fatta strada la tesi di una Camera Alta non elettiva.
Siamo ora alla fine (l’ultimo kilometro della maratona è sempre il più difficile) del capitolo scritto secondo la logica traballante della ministra Boschi, quella che sogna la vita di coppia, fondata sull’accordo con Berlusconi che non può più essere rinnegato. Il nuovo Senato dovrebbe essere ridotto ad un terzo di quello attuale (100 senatori al posto di 315) non più eletti dal popolo, ma selezionati dai consigli regionali e dai sindaci dei capoluoghi. Scompaiono i senatori a vita e quelli eletti all’estero (e questo non è un male visto l’inconsistente risultato della loro azione nei confronti dei propri elettori), ma i primi rientrano sotto altre spoglie: infatti 5 sono i componenti di nomina quirinalizia. Ed è qui che i conti cominciano a non tornare.
Fino ad oggi il Presidente della Repubblica ha diritto a nominare 5 senatori a vita che si aggiungono a un corpo di 315 eletti. La prerogativa di scegliere 5 componenti su 95 non è solo un retaggio anacronistico ingiustificato, ma costituisce uno sproposito numerico. Il potere presidenziale di incidere politicamente dell’1,58% viene moltiplicato di oltre 3 volte passando al 5,26%. Ma a questo la maggioranza che non osa fiatare di fronte al colle non ha fatto caso. La discussione sembra invece essersi incagliata sulla questione dell'immunità.
Questa parola, di chiara origine latina, citata da Cesare nel “de bello gallico” quando parla dei Druidi che hanno la dispensa dal servizio militare e l'immunità di tutte le cose (... Druides omniunque rerum habent immunitatem...) stava a significare una condizione di favore con l'esenzione da un obbligo.
In medicina immunità indica uno stato di resistenza specifica acquisita contro un determinato antigene. Manzoni ce ne dà un esempio parlando dei monatti, addetti pubblici, guariti dal morbo e perciò diventati immuni, che durante la pestilenza erano incaricati del trasporto di carichi male odoranti di malati e di cadaveri.
Sul piano giuridico l'immunità è una situazione soggettiva privilegiata riconosciuta e garantita in favore di chi abbia una posizione ed una funzione istituzionale, una sorte di  sopravvivenza di antiche guarentigie che salvaguardavano in genere i monarchi assoluti.
Nella politica italiana, invece, l’immunità è scivolata sul piano inclinato della corruzione ed ha finito per essere scambiata per impunità, stando a significare libertà di poter compiere qualsiasi atto vietato e punito se commesso dai comuni mortali.
Secondo l’art. 68 della Costituzione vigente, i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. E fin qui nulla quaestio.
Ciò che invece per l’opinione pubblica è diventato inaccettabile è la successiva disposizione che prevede che senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, nessun membro del Parlamento possa essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né possa essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, o se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza.
Ma torniamo alla proposta di modifica del Senato che non sarà più elettivo, che non darà più la fiducia al governo (questa resta prerogativa assoluta della sola Camera dei Deputati, titolare della funzione di indirizzo politico del paese e di controllo dell’attività del Governo), ma che concorrerà all’elezione del Presidente della Repubblica, alle riforme costituzionali, all’elezione dei componenti della Corte Costituzionale ed altri affarucci di minor conto.
Come detto ci saranno 95 para senatori “territoriali”, non retribuiti: 74 scelti tra i consiglieri regionali e 21 tra i sindaci.
Che è successo in Commissione affari costituzionali del Senato chiamata a discutere sul progetto governativo? E’ tornata in ballo l’immunità, che era stata esclusa nel testo della riforma voluta da Renzi, grazie ad un emendamento co-presentato da Finocchiaro e Calderoli.
Dopo l’alluvione di scandali a ripetizione che hanno visto coinvolti ben 17 consigli regionali su 20, lo scioglimento di 3 consigli (Lazio, Lombardia, Basilicata), la bellezza di 521 consiglieri regionali su 1.100 sottoposti ad indagine con 300 rinviati a giudizio, (83 in Sicilia, 64 in Lombardia, 51 in Campania, 39 in Piemonte, ecc.) con presidenti di regione condannati o indagati come Formigoni (Lombardia), Del Turco e Chiodi (Abruzzo), Lorenzetti (Umbria), Vendola (Puglia), Scopelliti (Calabria), Lombardo (Sicilia), ha ancora senso parlare di immunità? Il futuro Senato rischia o no di essere formato da politici provenienti da una classe dirigente protagonista di scandali di ogni tipo, che una volta a Palazzo Madama sarebbe protetto da uno scudo inammissibile?
E’ immaginabile un senato in cui siedano per il PdL consiglieri regionali alla Fiorito o Minetti, per la Lega Galli o Toscani o Marelli o Cota, per il PD Barracciu o De Filippo, del Basso de Caro o Faraone, tutti indagati o rinviati a giudizio per peculato, per utilizzazione del denaro pubblico per usi personali, (dal pranzo di nozze della,figlia, alle cartucce e munizioni da caccia, dalle mutande verdi al libro mignottocrazia, dagli scontrini delle caramelle o del cesso pubblico, a nottate in albergo con amante)?.
Ne è nato un polverone gigantesco.
Della riproposta immunità tutti se ne sono lavati le mani. Nessun partito, pur avendo votato in Commissione per la sua permanenza anche nel nuovo Senato, seppure ciascuno con diversa portata e distinguo, ha riconosciuto la paternità di questa norma. Alle prime avvisaglie negative e alla raffica di critiche piovutegli addosso la stessa Ministra Boschi ha inciampato in una menzogna dicendosene all’oscuro. Bugia prontamente smentita dalla presidente della Commissione Finocchiaro che non si è fatta infinocchiare dalla giovane renziana, rispondendole che gli emendamenti presentati avevano ricevuto per ben due volte il visto governativo. Riproposizione dell’eterno difetto nostrano del fare le cose “a sua insaputa”.
In questo bailamme si è levata la voce del noto costituzionalista da quattro  soldi Calderoli, quello del porcellum, la legge elettorale più incostituzionale della nostra storia, che da co-relatore ha fatto una prima marcia indietro spingendosi ad ipotizzare un’eliminazione dell’immunità anche per i Deputati.
Chiara cortina fumogena! Figuriamoci se la Camera, dove vivono decine di indagati e dove si sta consumando, dopo l’arresto del Deputato del Pd Genovese, l’ennesimo dramma del voto sulla richiesta di arresto del Deputato di Forza Italia ex governatore del Veneto  Galan per lo scandalo Mose, avrà la forza morale e l’onestà di ammettere che tale istituto è del tutto anacronistico.
Certo molti sono i politici che si sono dichiarati contrari all’immunità per chi non è eletto (Mineo, Chiti, Mucchetti, Puppato, Civati, Zampa, ecc.) soprattutto tra i sindaci (Pisapia, De Magistris, Doria, Marino, Bianco, Orlando,Zedda ecc.) e che hanno dato luogo ad una vera e propria spaccatura all’interno del Partito democratico.
Ciò che dovrebbe preoccupare di più, anche se non mancano pareri di costituzionalisti al soldo, è il chiaro profilo di incostituzionalità perché un sindaco mandato al Senato verrebbe ad essere considerato immune anche su fatti commessi durante il mandato amministrativo comunale.
C’è da augurarsi che la dea della saggezza faccia cadere qualche stilla sul segretario del Pd che è anche primo ministro e lo induca a non consentire che i nuovi Senatori della Repubblica siano dei monatti con il loro carico di putridume. Gli italiani hanno un assoluto bisogno di una dimostrazione di trasparenza e di sincera volontà di rinnovamento da parte delle Istituzioni, mentre i Parlamentari onesti non hanno bisogno dell'immunità.

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Perché andiamo a votare il 25 maggio

Torquato Cardilli - Il cittadino è stato bombardato in questi ultimi giorni da promesse illusorie sotto forma di messaggi elettorali che nulla hanno a che vedere con le elezioni europee. Dal regalo della dentiera per gli ottantenni, alla promessa della pensione di 1.000 euro a tutte le casalinghe, dagli 80 euro in busta paga per tutti, all'operazione mastro lindo nel verminaio dell'Expo, dall'uscita dall'euro al ritorno alla liretta svalutata, dalla sconfitta del cancro al parto indolore. Tutti temi acchiappa citrulli.
Nessuno degli uomini politici di professione ha mai spiegato quale sia la strategia proposta per l’Italia nel nuovo parlamento europeo, quali i punti fermi della nostra politica europea ed estera per farci risorgere dalle macerie di un ventennio di flop clamorosi.
Il bailamme di queste false promesse ha cercato di coprire la rabbia e la disperazione di quanti non vedono l'ora di far scomparire dalla scena politica i responsabili del disastro in cui marcisce mezza Europa e l'Italia più degli altri. Sì più della Grecia e dell'Irlanda, della Spagna e del Portogallo, perché a differenza dei cugini poveri europei noi eravamo all’inizio del 2000 la quinta potenza economica mondiale ed ora siamo al 26mo posto: avevamo un'industria metallurgica, un'industria meccanica e automobilistica, un'industria cantieristica, un'industria tessile, un'industria turistico-culturale, il migliore museo artistico mondiale all’aperto, patrimonio dell'umanità, una delle migliori compagnie aeree, un’eccellente flotta mercantile. Tutto è stato distrutto, spazzato via più che dai terremoti e dalle alluvioni dalla incompetenza di politici miopi e corrotti che hanno preferito seguire ricette di morte, dettate da poteri senza scrupoli.
Una classe di politicanti ladri, da una parte compromessi con la mafia e la camorra (tanto in Forza Italia e nel suo ramo cadetto del NCD, quanto nel Partito Democratico, come hanno tristemente provato i recenti arresti per condanne definitive o per misure cautelari di parlamentari e di ex parlamentari), dall’altra non contenti dello stipendio da nababbi elargito insieme a mille altri bonus e provvidenze da uno Stato arretrato e spendaccione, si sono mostrati interessati a blindare il loro potere con tutti i mezzi a disposizione e a succhiare come sanguisughe, anzi come dei pezzenti, ogni misero euro da rimborsi spese gonfiati con fatture false o per acquisti personali del tutto voluttuari, quanto pacchiani, addebitati al popolo.
Questi signori che hanno distrutto la nostra economia, la nostra scuola, il nostro sapere, le nostre aziende, il nostro territorio, il nostro paesaggio, che hanno tolto il futuro ad un'intera generazione, che hanno creato una disoccupazione che non si era mai vista in Italia, che hanno assistito imperterriti al susseguirsi di suicidi di imprenditori, di morti sul lavoro o in cerca di lavoro, di fallimenti e chiusure di centinaia di migliaia di piccole imprese, hanno ancora il coraggio di proporsi come risolutori dei problemi che hanno creato e di chiedere il voto.
Domenica si va a votare per il rinnovo del parlamento europeo. Dunque la domanda che è lecito porsi è quale politica europea intendiamo perseguire: la politica del rigore subita fino ad ora “obtorto collo” o quella della crescita, la politica del lavoro o quella della disoccupazione, la politica delle tasse o quella degli incentivi, la politica della ricerca o quella della delocalizzazione, la politica dell'obbedienza alle banche o quella del sostegno alla piccola impresa, la politica del si salvi chi può o quella della equità solidale.
Chi abbia fatto la sua scelta di fronte a queste alternative non potrà certo votare per tutti quelli, persone o partiti che hanno avuto le mani in pasta negli ultimi 20 anni, che hanno violato la libera scelta popolare dei referendum (finanziamento ai partiti, acqua pubblica, ecc.) che sono stati i diretti responsabili del declino del paese, del depauperamento della nazione e soprattutto della cessione di sovranità politica, economica e sociale, non sono più credibili.
L'Italia deve rialzare la testa in Europa e riottenere la perduta libertà di azione, attraverso la libera rinegoziazione di tutti gli accordi dal Fiscal Compact, al Patto di Stabilità, dal Trattato di Lisbona a quello di Dublino.
Può essere ancora considerato affidabile un politico pluricondannato per reati di frode fiscale e per corruzione, espulso dal Parlamento, interessato solo alle sue aziende ed all'epicureismo materiale? Può essere ancora credibile chi dopo aver promesso milioni di posti di lavoro, mentre negava ai giornalisti la durezza della crisi nel nostro paese, si chinava vergognosamente di fronte all'Unione Europea accettando condizioni capestro? E’ forse ancora credibile quel politico ricordato solo per le sue plateali menzogne sulla vicenda Shalabayeva, sui comportamenti illegittimi di poliziotti gaglioffi, sulle fughe di parlamentari inseguiti da mandati di cattura, che mente spudoratamente sui rapporti con l’Europa in materia di immigrazione subito smentito dalla commissaria europea Malstrom che da marzo attende una risposta scritta sulle indicazioni concrete delle nostre richieste per fermare l’immigrazione? E soprattutto che .dimentica di esser stato il firmatario dell'accordo di Dublino che obbliga il paese di primo arrivo degli immigrati a tenerseli, e che nega in Parlamento la trattativa ultra-forze di polizia viste da tutti i telespettatori? E’ forse ancora credibile il capo del partito dei lavoratori che ha regalato il patrimonio della Banca d'Italia alle casse dei banchieri amici, che giurava di non voler occupare la poltrona di primo ministro senza passare per le urne, che ha promesso di tutto e dichiarato guerra ai ladri ed ai corrotti, ma pur conoscendoli per il loro curriculum giudiziario, li ha accolti nel partito (utili per vincere le primarie tanto in Sicilia come in Piemonte) senza fare il repulisti necessario?.
Questi politici si scaldano nell’usare toni sempre più accesi, imitando maldestramente Grillo, ma non indicano un programma di politica europea per sottrarre il paese dal giogo imposto senza alcun controllo democratico dai tecnici di Francoforte in barba alla sovranità popolare con cui si sciacquano la bocca ad ogni discorso.
Si sono mai posti la domanda su chi governi di fatto sul piano economico l’Unione Europea?
Ormai anche i meno acculturati hanno capito che la politica economica, la politica monetaria e la politica fiscale dell’Unione europea è decisa da una casta di burocrati completamente autoreferenziale il cui vertice è la Banca Centrale Europea. La BCE non è controllata dai governi che invece sono controllati e irreggimentati come è accaduto all’Italia. Ricordate la lettera di istruzioni perentorie spedita a Berlusconi nel 2011?
E l’Italia che fece? Con comando dal colle di Roma ha obbedito senza sgarrare neanche di un millimetro agli ordini di questa Europa antidemocratica, ha sostituito l’ultimo governo incapace si, ma democraticamente eletto, con una serie di governi tecnici praticamente sotto la presidenza di Napolitano. Ha inserito l’obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione, che è una cosa che non esiste in nessuna parte del mondo, solo per dare una garanzia addizionale che avremmo ripagato il debito estero. Con la ratifica in quattro e quattro otto del parlamento (cioè di quegli uomini di cui abbiamo parlato all’inizio) ha firmato trattati che ci impediscono lo  sviluppo economico che ci impediscono la piena occupazione.
Ma torniamo alla BCE. Il suo organo più importante è il comitato direttivo, che sta sopra al comitato esecutivo composto dai banchieri centrali nazionali, i quali, come si sarà notato sulla vicenda della privatizzazione di Banca di Italia, sono assolutamente intoccabili da parte del governo nazionale dal quale si ritengono indipendenti, che esprimono un orientamento in base al quale il comitato direttivo decide la politica monetaria senza dover rispondere per statuto a nessun governo, a nessun popolo, quasi che il loro credo sia quello di stare lontani dalla democrazia.
E’ per questo che la politica della BCE in tutta l’Unione Europea va contro i più deboli, contro i ceti più disagiati, va contro i paesi periferici, nel solco di politiche fallimentari, ispirate a formule vecchie,  al rigorismo del FMI fondato sul dogma che il debito pubblico va pagato non attraverso la crescita virtuosa, ma attraverso il massacro sociale, attraverso l’imposizione dell’austerità e dei tagli alla spesa, abbandonate da tempo tanto dal paese campione del liberismo come gli Stati Uniti, quanto da quello del collettivismo come la Cina.
E’ dunque arrivato il momento, più che accapigliarsi sulla questione euro si o euro no, di abbattere questa assurda impalcatura, togliersi di dosso questa camicia di forza per restituire al popolo il potere di decidere del proprio futuro con una fortissima impronta di discontinuità.
Molti politologi vedono il rischio di disgregazione della Comunità Europea, se prevarranno il gretto provincialismo, il meschino opportunismo al posto della solidarietà e dell’equità. Ma quello che più conta è selezionare una classe di politici onesti, che non siano ricattabili, che abbiano la coscienza pulita, che non siano compromessi con il disastro causato al paese.

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Le lezioni di Churchill e di De Gaulle

Torquato Cardilli - La Costituzione italiana, giova ripeterlo, elaborata quando nelle coscienze  e nella vita degli italiani erano ancora aperte le ferite della dittatura, aveva eretto dei paletti ben precisi perché mai più potessero essere negati o limitati dalla prepotente azione del Governo i diritti fondamentali, tra cui l'indipendenza della Magistratura, la proprietà privata, la libertà personale, l'immunità dei parlamentari per l'attività politica, ecc.
Con il tempo, man mano che svaporava il ricordo dell'oppressione del partito del manganello e del pensiero unico, si è fatta strada nell'animo della gente, con la complicità dei partiti e dei sindacati, l'idea che le garanzie costituzionali potessero coprire ogni sorta di malefatta, di complicità, di collusione con chi intendeva violare la legge e restare impunito.
Da qui il refrain consumato, che fa quasi venire il voltastomaco quando è ripetuto dal politico colto con le mani nel sacco, che fino alla condanna definitiva (cioè al pronunciamento in Cassazione di terzo grado) tutti sono innocenti. Vero, ma quando si è sfiorati, diciamo, dal solo sospetto bisognerebbe avere il buon gusto di farsi da parte (come accade negli altri paesi democratici), mettersi a disposizione degli organi inquirenti e difendersi nell'eventuale giudizio e non da esso.
Sinistra, Centro e Destra, (Partito Democratico, Lega, UdC e Forza Italia) hanno perseguito senza remore il finanziamento illecito al quale si è affiancato troppo spesso pure l’interesse personale del politico di turno come hanno dimostrato i casi Penati, Belsito, Lusi, Fiorito, e tanti altri accomunati al di là della fede ideologica, spesso agli antipodi, dall’attitudine alla rapina delle risorse pubbliche.
Se Forza Italia per 20 anni ha agito in difesa dei guai giudiziari di Berlusconi attraverso la sistematica demolizione delle regole agevolando il diffondersi di comportamenti illeciti, il Partito Democratico a parole ha combattuto la deriva della legalità, ma in pratica ne ha surrettiziamente approfittato per ripararsi dietro l’ombrello protettivo della prescrizione (vedi caso Penati).
Almeno dal 1994 si è assistito alla proliferazione di leggi volte a scardinare il funzionamento della giustizia e a dilatare l'area dell'impunità, non della responsabilità, attraverso sconti di pena, indulti, pene alternative ridicole, abolizione del falso in bilancio, abbreviazione dei termini di prescrizione, termine che non significa affatto innocenza anche se i media servili ripetono spesso il contrario.
La prescrizione, istituto creato apposta per concentrare gli scarsi mezzi della Giustizia sui delitti recenti è stata con il tempo utilizzata dal genio del male italico (ci si domanda mai perché negli altri paesi non esiste o si interrompe appena inizia il processo?) per illudere il popolo di voler allargare il campo delle garanzie democratiche. La prescrizione fingendo di proteggere il cittadino di fatto serve solo a proteggere chi ha violato il codice, e a mandare al macero qualche cosa come decine di migliaia di processi ogni anno, con grave danno per la parte offesa che non riceve giustizia, per l'erario che spreca un'infinità di risorse economiche ed umane impegnate a vuoto per imbastire processi destinati al nulla, per il prestigio del paese che scivola sempre più giù nella considerazione internazionale come terreno ideale per la corruzione, per la frode, per il ladrocinio di fondi pubblici.
La mole delle prove raccolte e documentate con strumenti tecnologici moderni nelle inchieste sul malaffare dell’Expo di Milano e del Mose di Venezia è tale che non lascia spazio alla teoria dei teoremi accusatori a cui ci ha abituato il berlusconismo. Di fatto è stato portato alla luce, quel che in tanti, tantissimi, sapevano e cioè che c’è una classe trasversale di delinquenti, il cui potenziale corruttivo si spinge ai più alti livelli della politica e della pubblica amministrazione, senza distinzione tra destra e sinistra, tra centro e periferia, tra industriali e commercianti, tra politici e amministratori, tra guardie e ladri, che si spartisce secondo un manuale tabellare appalti e tangenti.
A Venezia, in modo particolare, la cosa più impressionante non è stata la quantità delle mazzette date ai politici (pudicamente chiamate dazioni) né la loro periodicità, né la loro durata nel tempo, furbescamente nascoste da paraventi di contratti di consulenze fittizie, di contributi, di devoluzioni attraverso fiduciarie a prestanome o a segretarie e portaborse, ma il fatto che i controllori sono risultati parte attiva del delitto alla stessa stregua, se non di più, di coloro che dovevano invece controllare. Magistrati alle acque, Magistrati contabili, Generali della Guardia di Finanza, amministratori di vario livello, hanno permesso e facilitato, anziché reprimere, le più sfacciate e incredibili ruberie.
Il Presidente del Consiglio Renzi scosso da questi ennesimi scandali, ha indicato che tutti quelli che hanno una funzione pubblica e che si macchiano di questi reati commettono anche un delitto odioso come l’alto tradimento al giuramento di fedeltà alla Repubblica ed alla sua Costituzione, alla fiducia dello Stato e del cittadino.
Eppure la Camera dei Deputati, in cui il PD ha la maggioranza assoluta senza bisogno di portatori d’acqua, ha varato un emendamento incluso nella legge europea per stabilire il principio (fortemente voluto da Lega e Forza Italia) di intimidazione alla Magistratura.
Perché? La risposta è semplice e disarmante: la politica non ha alcun interesse a fare pulizia fino in fondo e ad illuminare le tante zone grigie e di ambiguità in cui spesso si annidano comportamenti delittuosi facilitati da regolamenti apparentemente inflessibili, ma di fatto permeabili come un colapasta.
La percentuale record con cui ha trionfato nelle ultime elezioni dovrebbe essere il punto di forza del Presidente del Consiglio per recidere di netto, superando a piè pari i distinguo ipocriti dei gattopardi vecchi e nuovi le antiche radici criminose che ancora vivono nel suo partito (vedi caso Greganti,  che a 20 anni di distanza dalla prima Tangentopoli,  è ancora lì a far da ufficiale di collegamento tra il mondo delle cooperative rosse e una certa nomenclatura del partito). Renzi ha ripetuto che il suo programma è quello di arrivare al 2018 per portare l’Italia fuori dalla palude e non per occupare poltrone, essendo pronto ad andare a casa anche domattina, senza una preoccupazione personale.
Se non ripulisse il paese in tempi strettissimi, se non ripagasse subito con fatti concreti questa incredibile iniezione di fiducia ricevuta dall’elettorato, se non si avvicinasse al desiderio di giustizia e di equità che sale dal popolo, se non coinvolgesse nel processo di riforma le forze politiche non compromesse con il passato abbandonando il patto del Nazareno, il suo eccezionale successo elettorale potrebbe trasformarsi in una sonora disfatta.
E’ questo un tornante decisivo per la storia d’Italia e Renzi farebbe bene a non dimenticare le lezioni riservate dagli elettori a Churchill e a De Gaulle.
Il primo non appena vinta la seconda guerra mondiale da premier di un paese che aveva eroicamente combattuto per cinque anni, sopportando con fermezza lacrime e sangue, fu battuto nelle elezioni dell’estate del 1945. Erano bastati pochi mesi per far cambiare opinione all’elettorato desideroso dopo la vittoria di vedere subito eliminata l’ingiustizia ed attuata l’equità sociale.
Il secondo, dopo aver scacciato i nazisti dalla Francia, e riscattato l’onore del paese, all'inizio del 1946 rimise il suo mandato di presidente provvisorio, contando di essere rieletto a mani basse, ma le urne nell’autunno dello stesso anno lo ripudiarono, obbligandolo a 12 anni di esilio politico.

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You have been warned

TORQUATO CARDILLI - Chi si trovi di fronte ad evidenze di fatti sconcertanti, che lasciano chiaramente intravedere conseguenze negative e si avventuri nel formulare una previsione di fallimento imminente, molto frequentemente non viene preso sul serio e tutto al più viene insultato con l’epiteto di Cassandra, quale sinonimo di jettatore, di menagramo o più recentemente di gufo.
Eppure Cassandra, figlia di Priamo, nella mitologia greca, aveva avuto da Apollo il dono di prevedere le sventure connesse agli errori commessi dagli uomini. Questi anziché correggerli come avrebbero potuto e dovuto, soggiogati dalla sindrome dell'ineluttabilità di non potere fare nulla per evitare che le previsioni pessimistiche di sciagure si realizzassero, si limitavano a disprezzarla. E questo andazzo non si è modificato nei secoli, almeno in Italia.
In chiave moderna c'è un programma televisivo di divulgazione dal titolo esplicativo, ripreso da un noto slogan americano "You have been warned!" (sei stato avvertito, oppure, te l'avevo detto) fatto apposta per ricordare allo spettatore che gli effetti di molti eventi sono del tutto prevedibili.
Il nostro giornale il 14.9.2010 (guardate bene la data si tratta di quasi quattro anni fa) a pag. 8 pubblicava un lungo articolo dedicato alle cinque assurde fantasticherie di una classe politica inetta, quando non collusa con la criminalità, figlia dell'affarismo berlusconiano, che sarebbe stato meglio dimenticare subito, perché suscettibili di compromettere il nostro residuo onore di fronte alla comunità internazionale, esponendoci a figuracce planetarie.
Si trattava di cinque opere colossali pensate solo per far accumulare soldi da spartire tra costruttori, affaristi, mediatori e politici : 1) le centrali nucleari; 2) il ponte sullo stretto; 3) il circuito di Formula Uno a Roma; 4) le Olimpiadi del 2020 a Roma; 5) l’Expo del 2015 a Milano.
Di fronte alla insensibilità dei più, questo giornale è tornato sull'argomento due anni fa, il 29 marzo 2012, con l'articolo "Sogni, illusioni e realtà". Non sembra che tali moniti siano stati presi in considerazione da chi avrebbe dovuto, tanto forte è stato il potere del denaro coinvolto, tanto penetrante è stata la commistione tra politica e affari.
Ripercorriamone brevemente le fasi. I primi quattro sogni, forse per intervento della stella della buona sorte, sono abortiti in tempo: la catastrofe di Fukushima ha posto una pietra tombale su qualsiasi velleità di ritorno alle centrali nucleari; i conti disastrati dello Stato, l’inefficienza delle infrastrutture, l’assenza della minima protezione del territorio hanno tolto di mezzo anche il secondo sogno che è andato ad aggiungersi al lungo elenco di ben 320 opere pubbliche interrotte, costate una montagna di miliardi e poi lasciate a metà; per far infrangere il terzo sogno è bastata la sberla in faccia data al Sindaco di Roma del tempo da parte di Bernie Ecclestone, la massima autorità della Formula Uno, cioè l’organismo preposto alla selezione dei circuiti, che, fatti due conti economici, aveva sentenziato che l’Italia, paese povero sprofondato nella crisi, non avrebbe mai potuto disporre dei fondi necessari per la creazione delle strutture organizzative ed assicurative obbligatorie; la quarta chimera era dedicata all'assurda pretesa di poter indire a Roma le Olimpiadi del 2020. Per fortuna il Presidente del Consiglio Monti seppe resistere all'assalto dei vari Pescante e Petrucci, che fungevano da teste di ariete per conto dei soliti costruttori trafficanti e di politici di ogni risma e lasciò cadere questa quarta proposta assolutamente non convincente, non fattibile, non comparabile alle condizioni dell'Italia del 1960 in pieno boom economico quando aveva organizzato le Olimpiadi di Roma.
Siamo oggi ancora appesi per i capelli al quinto sogno: quello dell'Expo Milano 2015, dedicato al tema “nutrire il pianeta”. Non c'era bisogno di nessuna Cassandra per capire sin da allora che nelle condizioni date sarebbe stato impossibile portare questo progetto a compimento nel rispetto dei tempi e soprattutto nella legalità e nella trasparenza.
Per giorni e mesi abbiamo sentito ripetere la cantilena che l'Expo va fatta perché porterà in Italia 20 milioni di visitatori in più rispetto ai flussi turistici normali, garantirà 75.000 posti di lavoro, un aumento del PIL di 20 miliardi e via di questo passo con cifre sempre più immaginifiche, anche se la Corte dei Conti fin dall’anno scorso aveva messo in guardia che i ricavi erano sostanzialmente posticipati alla data di realizzazione dell’evento (maggio-ottobre 2015) e che prima di allora sarebbe stato difficile capire se tutto l’affare sarebbe stato un successo economico oppure un disastro come hanno dimostrato tutti i più recenti eventi planetari tipo i Mondiali di Calcio o le Olimpiadi che hanno lasciato voragini in rosso nei conti degli organizzatori.
Ma nessuno si è chiesto il perché l'Expo, nella patria dell’alimentare di qualità, debba costare oltre 14 miliardi di euro, il perché la società pubblica Arexpo (Regione Lombardia, Comuni di Milano e Rho, Fiera e Provincia Milano) abbia pagato 150 milioni di euro per l’area di proprietà della Fondazione Fiera e della famiglia di immobiliaristi Cabassi, (la Corte dei Conti ha osservato che il prezzo è stato esorbitante per il solo diritto d’uso temporaneo di terreni che ad evento concluso sarebbero stati reimmessi nel circuito privato), il perché quest’enorme area agricola di un milione e 700 mila metri quadrati abbia dovuto essere trasformata in area edificabile con moltiplicazione del valore del terreno e a favore di chi, il perché abbiano dovuto risultare beneficiari dei primi appalti i soliti noti, cementieri e trafficanti di destra e di sinistra, attaccati come mignatte a succhiare il sangue delle tasse dei poveri, il perché la politica, che non risparmia all'Italia figuracce sul piano morale, sia così interessata ad un’opera inutile rispetto al costo. E soprattutto nessuno sa quale sarà la fine di questa enorme opera pubblica: centri commerciali? Uffici? Il nuovo stadio di Milan e Inter? Di certo si sa che subito dopo la chiusura dell’esposizione, il giorno dei morti del 2015, tutto sarà demolito (tranne il Palazzo Italia) e i costi ricadranno sulle spalle degli enti pubblici di ogni livello, dunque dei cittadini.
Ad un anno dall'inaugurazione, i lavori per la costruzione della piastra, la piattaforma portante su cui saranno costruiti tutti i padiglioni espostivi, sono al 40%. Altrettanto dicasi per il Cardo e il Decumano, i due assi principali del reticolo ortogonale del sito espositivo che riprodurrà l’antica struttura urbanistica delle città romane. Il primo, orientato lungo l’asse nord-sud, lungo circa 350 metri avrà ai lati tutti gli spazi dedicati all’Italia con alle estremità la grande Lake Arena e Piazza Porta della Via d’Acqua. Il secondo attraversa invece l’intero sito in senso est-ovest, con una larghezza di 35 metri e una lunghezza di 1 kilometro e mezzo. Ogni 20 metri sorgeranno, su entrambi i lati, i padiglioni dei Paesi partecipanti. Nel punto di incrocio fra le due direttrici ci sarà la cosiddetta piazza quadrata (74×74 m), dedicata all’Italia, quale simbolo dell’incontro tra il Paese ospitante e il resto del mondo. Tutto bello sulla carta e sul plastico che viene sistematicamente diffuso in televisione. Ma la realtà è ben più grigia.
Se la costruzione dei padiglioni è in ritardo, a fatica colmabile, ciò che appare più problematico è la realizzazione delle strade, delle passerelle, delle piste ciclabili, delle vie d’acqua, dei servizi, dei parcheggi (previsti 1200 pullman al giorno), tanto che alcuni progetti sembrano essere stati già fatti slittare a dopo l’inaugurazione. Per non parlare di tutta la filiera dei trasporti pubblici (aeroporti, metropolitane, treni, autolinee, ecc.)
Ovviamente non ci siamo fatti mancare anche lo scandalo degli appalti che ha portato al rimescolamento delle carte tra i manager che dirigono i lavori.
Sentendo arrivare la tempesta del risvolto giudiziario, il Capo della polizia Pansa aveva rivelato qualche tempo fa che erano stati già emessi 23 provvedimenti d’interdizione contro società interessate alle opere e ad altre 7 era stata negata l’iscrizione alla “white list” della Prefettura. Ma questi dati sono sconfortanti per due ragioni: l’alta incidenza delle ditte irregolari e sospette e il relativamente scarso numero delle ditte controllate, dato che solo il 36% di quelle interessate ai lavori era stata sottoposta ai controlli previsti dalla legge, per l’eccessiva parcellizzazione dei subappalti (fino al 70% dell’ammontare globale) schermo dietro cui si nasconde l’infiltrazione criminale, come rilevato dai magistrati contabili.
Nonostante il costoso marchingegno a tutela dalle infiltrazioni mafiose consistente nell’affidamento alla modica spesa, si fa per dire, di 741 mila euro, a due società private (Bentley Systems e Opera 21) della preparazione della “piattaforma antimafia” e delle “linee guida per la legalità”, anche questo evento finirà in processi, sprechi e manette come altri grandi eventi della recente cronaca italiana.
Una mastodontica operazione di polizia è scattata agli ordini della Procura di Milano che ha scoperchiato, dopo indagini durante più di due anni, la pentola male odorante della corruzione che ha girato indisturbata intorno agli appalti.
Angelo Paris, direttore della pianificazione e degli acquisti di Expo 2015 cioè l'uomo chiave degli appalti, Primo Greganti, lo storico esponente del Pci torinese, cassiere del partito, già condannato e incarcerato all'epoca di mani pulite, attivista della campagna elettorale di Chiamparino e Fassino, quello che come Mangano tenne la bocca chiusa con i magistrati, l'ex parlamentare di Forza Italia Gianstefano Frigerio, già segretario regionale della DC, cacciato dal Parlamento dopo una condanna definitiva per corruzione e finanziamento illecito, l'ex senatore Luigi Grillo, pure lui prima della Democrazia Cristiana e poi parlamentare per più legislature di Forza Italia, l'intermediario Sergio Catozzo, l'ex direttore generale di infrastrutture lombarde Antonio Rognoni, già agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta, e l'imprenditore Enrico Maltauro sono stati arrestati su ordine della Procura milanese con l'accusa di associazione a delinquere, turbativa d'asta e corruzione.
Povero magistrato Cantone che dovrà assumere sulle sue spalle la responsabilità di una credibilità italiana già al pavimento agli occhi di tutti gli osservatori internazionali. A nulla vale ripetere il refrain che una rinuncia all’Expo ci coprirebbe di ridicolo. Viviamo già coperti di vergogna e anzi se avessimo il coraggio di fare piazza pulita di tanti trafficanti che si annidano in tutti i palazzi, di sradicare gli inciuci, di sconfiggere le connivenze, di abolire le rendite di posizione, di cambiare la burocrazia  ci guadagneremmo. Dimostreremmo al mondo che siamo capaci di generare adeguati anticorpi. Bisognerebbe avere il coraggio di ripulire l’Italia come fece Ercole con le stalle di Augia, da questa montagna di letame che vive di spesa pubblica inutile e parassitaria, di sprechi da parte di politici protervi.
I lettori e gli elettori ricordino almeno il titolo della trasmissione “you have been warned!”

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Il pesce puzza dalla testa

TORQUATO CARDILLI - A volte il caso si diverte nel giocare brutti scherzi. Qualche giorno fa è stato arrestato Clini, l’ex ministro dell’ambiente del governo Monti, con l’accusa di peculato, riciclaggio, falso ideologico. Che cosa hanno scoperto gli inquirenti? Che il frutto delle false fatturazioni per lavori in Iraq, finanziati dal Ministero dell’ambiente (cioè dai nostri soldi), aveva preso la strada della Svizzera, dopo tortuosi passaggi, per finire su un conto schermato, riferito all’ex ministro, denominato “pesce”.
Abbiamo assistito recentemente ad un crescendo di vergognosi comportamenti da parte di banchieri (scandalo MPS, Banca Carige ecc.) di industriali (Caltagirone, Ligresti, ecc.), di alti burocrati (chi ricorda più che fine hanno fatto l’ex presidente e l’ex amministratore delegato di Finmeccanica Guarguaglini e Orsi?) di politici di ogni rango, ma quanto emerso con l’inchiesta sul Mose di Venezia, durata più di tre anni, e sfociata in una epocale retata di pesci grandi e piccoli, ha addirittura offuscato la vergogna, anche quella mondiale, per lo scandalo dell'Expo Milano 2015.
Siamo sempre più meritevoli del biasimo internazionale e la stampa straniera ce lo ricorda in continuazione, anche se dai sacri palazzi si incita a diffidare dei populismi.
Il nostro primo ministro in una conferenza stampa a Bruxelles, a margine dei lavori del G7 (ma che ci facciamo poi noi nel G7, con tutti i record negativi in economia, in moralità, in povertà, in efficienza, in disoccupazione, in tecnologia, dopo che siamo stati superati dal Brasile?) ha ribadito la piena fiducia nel lavoro della Magistratura. Cosa che non accadeva da anni. Avendo sentito su di sé gli sguardi di riprovazione dei grandi del mondo per questa ulteriore manifestazione di corruzione italiana (nonostante il miglioramento dello spread il rating delle agenzie specializzate ci assegna un out look negativo, peggiore di quello di Spagna e Irlanda),  ha aggiunto di provare profonda amarezza e ha ribadito che il problema non sono le regole, ma i ladri che allignano nella politica e nella pubblica amministrazione o che gironzolano nei suoi paraggi, verso i quali andrebbe applicato il Daspo a vita.
Dichiarazione altamente condivisibile se fosse stata pronunciata da uno appena arrivato, ma che appare appannata da un velo di ipocrisia perché pronunciata da un politico di lungo corso che sa bene quali pantegane circolino nelle acque melmose dei quadri dirigenti dei partiti (il suo compreso) che hanno condiviso il potere negli ultimi 20 anni.
La scure della giustizia ha infatti colpito a Venezia politici di primo piano, parlamentari nazionali (è stata già avanzata la richiesta di arresto alla Camera dei Deputati) ed europei, sindaci e assessori guarda caso del PD e di Forza Italia, magistrati delle acque e della corte dei conti, generali della guardia di Finanza (con nel curriculum l’incarico di vice capo dei nostri servizi segreti) e portaborse (anche qui rispuntano i nomi di Milanese e di Lavitola), tutti obiettivi di ordinanze di arresto o di avvisi di garanzia. Un’enciclopedia di oltre 700 pagine di prove e motivazioni per smascherare reati pesantissimi che meriterebbero, con l'infamia dell’alto tradimento, l'ostracismo a vita dalla cosa pubblica e dagli appalti pubblici, come accadeva nell'antica Grecia, nonché la totale confisca di tutti i beni anche quelli creati lecitamente e il risarcimento per l'incommensurabile danno di immagine al paese.
Alla presa di posizione di Renzi (vedremo se sarà capace di fare pulizia nei fatti, liquidando un'intera classe dirigente politica e amministrativa) hanno fatto da contrappeso alcune perle del “non sense” pronunciate dai cascami della vecchia nomenklatura: la dichiarazione del sindaco di Torino, Fassino (quello che chiedeva "allora abbiamo una banca?") sulla sua conoscenza personale quale persona onesta del sindaco di Venezia Orsoni, appena arrestato, oppure la dichiarazione del liceale, mancato laureato, ministro della Giustizia Orlando che si è detto "intristito,  ma non stupito" per l'opacità che regna negli appalti pubblici.
Ma come? Proprio il PD che ha tenuto il sacco al berlusconismo, facendo scempio della legalità con l'approvazione di tutte le leggi vergogna dall'abolizione del falso in bilancio, all'indulto, dalla legge truffa anticorruzione ai famosi lodi Schifani e Alfano, alla legge per la riduzione dei termini di prescrizione per non parlare della mancata legge sul conflitto di interessi, ora viene a dire che in fondo è normale non stupirsi di fronte alla magnitudine del marciume?
Come ha detto il Magistrato Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, quello che sta emergendo a Venezia è la dimostrazione che la corruzione in Italia è divenuta sistemica. Le sue dimensioni sono molto inquietanti, ancora più gravi di quanto venuto alla venuto alla luce per l'Expo, di gran lunga peggiori della tangentopoli di 20 anni fa, tanto che non è più sufficiente cambiare le regole o inasprire le condanne senza una discontinuità politica e culturale, senza che si impedisca a chi si è macchiato di simili delitti di godere del frutto dell’illecito.
In queste ore circola in internet l’ultima battuta di Grillo. Il suo slogan pre elettorale "Vinciamo noi!" era finito nel tritacarne dell'ironia per  il mancato sorpasso del PD alle elezioni Europee. A schede contate il PD rispose sarcasticamente al M5S con una battuta dallo humor britannico. Rilanciò lo slogan deformato in "Vinciamo poi!". Ora Grillo non si è lasciata sfuggire l'occasione per prendersi la rivincita e replicare "Si, noi vinciamo poi, intanto arrestano voi". Ecco, in questa battuta è racchiusa la descrizione della politica e della società italiana.
E' inutile che i ben pensanti delle larghe intese tirino fuori la solita solfa delle inchieste a orologeria, del garantismo spinto fino a condanna definitiva, della invadenza della magistratura, della presunzione di innocenza garantita dalla Costituzione, della responsabilità della burocrazia, della vischiosità amministrativa ed altre amenità del genere.
Chi parla di antipolitica, di populismo, di inaccettabili generalizzazioni, di garantismo dovrebbe essere prima di tutto garantista verso le persone oneste, verso le vittime dell’imbroglio e del sopruso, verso chi paga le tasse, verso chi non ha privilegi di sorta e vive in condizioni di estrema povertà, ma non verso i ladri, gli evasori con frode, i corrotti, i ruffiani che siedono nei più importanti consessi politici, economici, finanziari del paese, insomma verso chi sta al vertice ed ha partecipato al saccheggio del paese o quanto meno ha visto ed ha taciuto.
Purtroppo anche in questo episodio si ha la prova plastica della bontà del detto napoletano, vero monumento parlato del buon senso, secondo cui  “o pisce fete d’a  capa.”

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Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi

TORQUATO CARDILLI - Esattamente 50 anni fa usciva sugli schermi italiani il film di Luchino Visconti il Gattopardo, riduzione del romanzo di Tomasi di Lampedusa, ambientato nell'Italia del risorgimento, dello sbarco di Garibaldi in Sicilia, del disfacimento del regno borbonico. Il Principe di Salina, al delegato sabaudo che era andato ad offrirgli la nomina a senatore del nuovo regno d'Italia, spiega con un misto di cinico realismo e di consapevole rassegnazione "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".
Il regista tedesco Becker diresse circa dieci anni fa un altro film "Good bye Lenin" ambientato a Berlino in tutt'altra epoca, quella immediatamente precedente la caduta del muro. L'attrice protagonista vede il figlio pestato dalla polizia della Germania Est intervenuta per reprimere le proteste giovanili contro il regime della DDR e colpita da infarto cade in coma. Il mondo cambia, il muro crolla, il regime si decompone, Berlino è riunificata, la moda occidentale dilaga insieme all'anelito di libertà.
Dopo molti mesi la mamma si risveglia dal coma ma il figlio, timoroso che la vista di tale sconvolgimento politico-sociale possa colpirne di nuovo la fragile psiche, mette in atto una singolare messa in scena per farle credere che tutto sia come prima.
Se in Italia una persona andata in coma oltre 20 anni fa, all’epoca del CAF, si risvegliasse oggi, crederebbe di aver trascorso nell'incoscienza solo qualche giorno, dato che ben poco è cambiato, nonostante il ventennio berlusconiano, le lotte intestine della sinistra, l’avvento dei rottamatori, la rielezione dello stesso Capo dello Stato. La corruzione, le ruberie, le collusioni con la malavita sono le stesse di 20 anni fa e purtroppo riguardano una classe politica sfacciata, senza pudore né vergogna.
Il bollettino radio ripete ora fatti e nomi di cronaca giudiziaria degli anni '90, quelli delle ruggenti inchieste di mani pulite che portarono alla sbarra quasi tutto il mondo politico, immerso in un’immonda palude di malaffare.
Sembra impossibile, eppure sono ancora loro i vari Scajola, Greganti, Frigerio, Grillo ad assaporare le ristrettezze delle patrie galere. Anche questa volta si tratta di rapporti con la criminalità organizzata di tipo camorristico-mafioso, di appalti, di corruzione.
Su ordine della Dia di Reggio Calabria è stato arrestato a Roma Claudio Scajola, il principe di Imperia, ex sindaco democristiano poi ras di Forza Italia, più volte ministro, quello che rifiutò di concedere la scorta a Biagi, poi assassinato dalle BR. E’ stato prelevato all’alba da un albergo di Via Veneto, di fronte all’ambasciata americana, sotto lo sguardo attonito della scorta di polizia che ancora lo accompagna da quando era ministro dell’interno. Polizia contro Polizia. Che spettacolo! Con lui sono stati arrestati in tutta Italia, personaggi legati ad un altro pregiudicato latitante, già deputato del PdL Amedeo Matacena, condannato in via definitiva a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, pure inseguito da mandato di cattura con la moglie Chiara Rizzo e la madre Raffaella De Carolis. Arresti domiciliari per la segretaria di Scajola, Roberta Sacco, e quella di Matacena, Maria Grazia Fiordalisi, fermate rispettivamente a Imperia e a Sanremo.
La buccia di banana che ha tradito Scajola è stata l’indagine sui fondi neri della Lega Nord la cui figura centrale é il faccendiere Mafrici e le connessioni con Matacena, la cui moglie si adoperava per ottenere il trasferimento del marito, da Dubai, dove è stato fermato ad agosto scorso e privato del passaporto, a Beirut dove si era rifugiato un altro latitante ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.
Secondo l’accusa Scajola avrebbe aiutato concretamente Matacena durante la latitanza attivandosi per sottrarlo alla cattura e individuare un rifugio sicuro e con la complicità della sua segretaria, avrebbe messo in piedi concrete misure per occultarne il patrimonio. Ma la Dia, che ha perquisito la villa e l’ufficio dell'ex ministro ad Imperia, sequestrando documentazione cartacea e attrezzature informatiche, ha allargato l’orizzonte delle perquisizioni anche al Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia, è arrivata tempestivamente ed ha sequestrato società commerciali italiane, collegate a società estere, per un valore di circa 50 milioni di euro.
Sul versante milanese mancano meno di 12 mesi all’Expo 2015 e non bisogna meritarsi l’epiteto di “gufi” se si è scettici nel ritenere che non basteranno 350 giorni, comprese le domeniche, per completare le opere destinate a ricevere 20 milioni di visitatori. E’ anche possibile che il sito sia rabberciato alla meno peggio, ma la situazione logistica fa mettere le mani nei capelli: la linea 4 della metropolitana non c’è, la linea 5 è ancora da completare e gli aeroporti si trovano in uno stato di arretratezza ingiustificabile.
E’ in questo contesto che è scattata un’altra operazione gigante che ha impegnato 200 agenti della guardia di finanza conclusa con gli arresti dei soliti noti.
Angelo Paris, direttore della pianificazione acquisti di Expo 2015, Primo Greganti, storico esponente del Pci, il mitico compagno G, cassiere del partito che rifiutò ogni collaborazione con i magistrati ai tempi di Mani Pulite, sono stati arrestati insieme all'ex parlamentare di Forza Italia Gianstefano Frigerio, (già segretario regionale della DC), cacciato dal Parlamento per le condanne definitive, all'ex senatore pure lui del PdL Luigi Grillo, all'intermediario Sergio Catozzo, all'ex direttore generale di infrastrutture lombarde Antonio Rognoni, già agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta, e all'imprenditore Enrico Maltauro su ordine della Procura milanese con l'accusa di associazione a delinquere, turbativa d'asta e corruzione, supportata da intercettazioni e da riscontri di rapporti tra ambienti della sanità lombarda e uomini connessi alla ’ndrangheta, per reati legati ai lavori di Expo 2015 (le vie d'acqua, le case per le delegazioni straniere, la città della salute, ecc.). Nelle carte dell'inchiesta, manco a dirlo, compaiono anche i nomi di Silvio Berlusconi (a cui Frigerio relazionava per iscritto e che durante una cena collettiva su Expo, allo stesso tavolo di Paris, si era “messo a disposizione” dei faccendieri) Cesare Previti e Gianni Letta, che allo stato non sono stati ancora indagati dagli inquirenti che hanno chiarito di aver scoperto una vera e propria cupola degli affari che prometteva a manager, pubblici ufficiali, direttori generali di aziende ospedaliere, imprenditori, appalti, contratti, avanzamenti di carriera grazie alle granitiche protezioni politiche godute a Roma.
La commissione parlamentare sulle immunità della Camera, dopo una ventina di riunioni, bocciando la relazione del deputato relatore del Nuovo Centro Destra Leone,  ha appena votato in favore dell’arresto del deputato del PD Francantonio Genovese, accusato di corruzione peculato, truffa e associazione a delinquere. Ora dovrà decidere l’aula di Montecitorio, ma quale che sia l’esito della votazione a due settimane dalle elezioni europee riesce difficile giustificare questa classe politica che annovera tra le sue file indagati, condannati, ricercati, corrotti, ben conosciuti e perciò selezionati da chi conta nei partiti e messi in posti di rilievo. Eppure i ben pensanti dicono che i giovani incensurati, con le mani pulite, del movimento 5 Stelle del Grillo rivoluzionario (non quello arrestato) sono i populisti dell’antipolitica!
Lo capiranno una buona volta gli elettori che l’antipolitica è quella dei malfattori?

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