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Italia

Chiodo scaccia chiodo

Torquato Cardilli - Sei mesi fa, sempre su queste colonne, in relazione agli eventi di Crimea, avevo cercato di spiegare quali fossero o avrebbero dovuto essere gli obiettivi della politica estera italiana, soprattutto nel momento in cui ci accingevamo ad assumere la presidenza di turno dell'Unione Europea in condizioni di obiettiva inferiorità rispetto alle altre economie mondiali.
Le cancellerie del vecchio continente, da Berlino a Parigi, da Londra a Bruxelles, hanno continuato ad assecondare sulla questione dell’Ucraina il volere di Washington, che da almeno dieci anni a questa parte ci trascina rassegnati da un fallimento militare all'altro (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, ecc.) con grave ricaduta sui nostri conti, sulla tenuta sociale, sull'immigrazione a ondate che si abbatte sulle nostre coste.
La settimana scorsa, premiando la testardaggine di Renzi, incaponitosi sulla politica estera piuttosto che sull’economia, gli alleati non potevano farci uno sfregio più grande: per significarne l'inutilità, hanno accettato di nominare la Mogherini quale foglia di fico della politica estera europea, umiliandola ad un penoso dietro front nei confronti di Putin. Secondo Washington, non estranea alla faccenda, era la perfetta anatra zoppa, regolarmente criticata dal Wall Street Journal, per il fatto che appena due mesi fa si era affrettata ad effettuare un viaggio a Mosca per elogiare lo spirito di partenariato russo.
Si può ora stare certi che la Merkel, Hollande e Cameron continueranno a fare la propria politica estera in funzione degli interessi nazionali e non di quelli comunitari infischiandosene di consultare la Signora PESC, tanto più che fino a novembre resterà solo una ministra italiana.
Qui non si tratta di spaccare il capello in quattro né di schierarsi a favore degli Stati Uniti o a favore della Russia. Si tratta di individuare (come fanno gli altri) quale sia il disegno strategico di politica estera al servizio dei vitali interessi nazionali, siano essi energetici, economici, sociali la cui valutazione deve fare premio sui freddi e burocratici schemi delle alleanze sulla carta.
La storia insegna solo a chi abbia voglia di studiare, e non ai cow boy, una semplice verità: l’importanza fondamentale degli Stati cuscinetto con le loro tradizioni, radici culturali, linguistiche, di costume formatesi nei secoli, che per la posizione geografica tra potenze più forti ed in competizione, vanno considerati neutrali e tenuti al riparo da interferenze da una parte e dall’altra, proprio per evitare pericolosi contatti diretti.
Quando questa neutralità viene per così dire infranta quello è il momento che segna l’apertura di un conflitto che può facilmente degenerare dalle accuse politiche e dalle proteste diplomatiche alle bombe ed alle distruzioni.
Le origini dell’attuale crisi vanno fatte risalire almeno al 2008 quando Francia e Germania, per evitare di aprire un grave contenzioso diplomatico con Mosca, si opposero alla proposta americana di continuo allargamento ad est della Nato (vedi scheda) alla Georgia e all’Ucraina. La loro resistenza (notizie sulla posizione italiana non pervenute) fu però debole consentendo una dichiarazione che lasciava intravedere all’orizzonte questa possibilità.
Avevano perfettamente ragione di temere conseguenze tanto è vero che la sola allusione, fu considerata dal Cremlino una minacciosa provocazione nel cosiddetto giardino di casa e un errore strategico suscettibile di conseguenze per la sicurezza europea.
Da quel momento Mosca continuò a denunciare i negoziati dell’Unione Europea con l’Ucraina nei quali scorgeva un atto di aperta ostilità anti russa, reso ancora più manifesto dal palese sostegno degli Stati Uniti alla rivolta contro Yanukovich.
L'Ucraina era in una grave situazione finanziaria (solo il debito accumulato verso la Russia per il mancato pagamento delle forniture e delle bollette del gas superava i 5 miliardi di dollari) e Putin pur di bloccare le interferenze UE e Nato aveva fatto un gesto distensivo offrendo aiuti per 12 miliardi di dollari a condizione che fosse posta la parola fine al prosieguo di una politica di espansionismo occidentale ritenuta ostile.
A quel punto USA e UE, credendo di poter accelerare le procedure di avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente e il suo distacco dalla Russia, hanno commesso un errore di valutazione politica, che ci ha portato dritti dritti ai guai attuali. USA e UE, gettando benzina sul fuoco, hanno sostenuto apertamente la ribellione ucraina, ben al di là di un declamatorio appoggio politico, anche con aiuti diretti, mezzi militari e consiglieri sul campo.
I moti di piazza protrattisi a lungo hanno costretto il governo legittimo alle dimissioni, il presidente ucraino, regolarmente eletto, alla fuga e consegnato il potere al nuovo primo ministro Yatsenjuk (un altro dei tanti Quisling sostenuti dall'America nel mondo), diventato ben presto ospite fisso dei vertici politici di USA e UE.
Gli avvertimenti ed i moniti di Mosca non più disposta ad accettare queste interferenze occidentali non hanno sortito alcun effetto, anzi l’UE si è affrettata a concludere un trattato con la nuova dirigenza Ucraina sicché a Putin non è rimasto altro che limitare i danni e procedere all’accettazione dell’annessione della Crimea, dove ha sede storica la più importante base navale russa, sancita da un referendum popolare e da un voto parlamentare.
USA e  UE (con la Gran Bretagna in testa), hanno condannato l’annessione come una violazione della legge internazionale e sostenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una proposta di risoluzione contro la Russia, rimasta però senza conseguenze, nel cestino degli atti inutili, data l’apposizione del veto da parte di Mosca e di Pechino.
La crisi ucraina poteva finire lì, ma la Casa Bianca, già scossa dagli insuccessi dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia, della Siria è entrata in uno stato di smarrimento e confusione. Facendo ritornare il mondo indietro di trenta anni, ai tempi della guerra fredda, non solo ha confermato l’illegittimità del referendum della secessione della Crimea dall’Ucraina, ma ha indotto tutta l’UE ad associarsi nell’imposizione delle sanzioni anti Russia (e la nostra fragile economia ne pagherà più di tutti gli altri le conseguenze).
E’ stato questo un secondo errore clamoroso, del tutto controproducente, frutto di ignoranza storica, di pressappochismo politico, di una sorpassata visione ideologica.
Quanto a noi c’è forse stato uno straccio di dibattito di politica estera nel nostro parlamento impegnato allo spasimo, tra tagliole e proteste, nel varo di una riforma obbrobriosa della costituzione? Nemmeno a parlarne. L’Italia che aveva appena assunto la presidenza europea ha trascorso i mesi estivi in un’estenuante tira e molla sui senatori non più eletti dal popolo ed in una inutile polemica del governo e delle alte cariche dello Stato contro l’opposizione parlamentare.
Le sanzioni, aggravate dall'espulsione della Russia dal G8 (suggerita addirittura un anno fa dal magnate Murdoch che avrebbe voluto ora anche congelare tutti i beni degli oligarchi russi in Occidente) e dal divieto di ingresso per la crema della dirigenza russa, non hanno fatto altro che approfondire le differenze e le reciproche diffidenze, mentre sul terreno nelle provincie orientali dell’Ucraina la maggioranza della popolazione russofona prendeva le armi  per ribellarsi alla politica filo atlantica di Kiev e dare inizio ad una guerra civile di secessione.
Ce n'era abbastanza per fermarsi e far emergere uno sforzo diplomatico che bloccasse le lancette dell'orologio in corsa verso una drammatizzazione degli eventi. E invece Stati Uniti e Nato (loro creatura, scudo e arma) hanno voluto forzare la mano, anche se è noto a tutti che la Russia, accusata a torto di revanchismo dei fasti comunisti dopo un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, non può costituire una reale minaccia per l’Europa.
Si può davvero credere che la responsabilità della crisi ucraina che mette in posizione di duro contrasto Russia da una parte e USA con gli alleati dall’altra sia tutta addossabile a Putin? E davvero si può dare credito all’innocenza degli USA nel non aver avuto una parte determinante nella ribellione ucraina?
Francamente è difficile ipotizzare che la Mogherini possa imprimere una svolta diplomatica allo scontro in atto, soprattutto se si considera l’aperta ostilità verso la Russia del nuovo presidente del Consiglio europeo, il polacco Tusk, che evoca addirittura scenari di guerra mondiale. Ed è altrettanto inverosimile immaginare che Putin possa retrocedere di fronte alle sanzioni o alla minaccia di manovre militari congiunte tra Nato e Ucraina o alla dislocazione di 5 basi Nato in prossimità dei confini russi, come appena deliberato al vertice Nato di Newport nel Galles. Solo uno sciocco può ignorare che per Mosca quei confini hanno un valore geopolitico immenso e che qualsiasi minaccia militare evoca, alla rovescia, il fantasma dei missili sovietici di Cuba.
Di fronte alla gravissima situazione ucraina che può compromettere i nostri rifornimenti energetici, arrecare un danno non indifferente alle nostre esportazioni, minare la stabilità continentale, e mettere in pericolo la pace mondiale, è davvero straordinario che il Governo italiano ancora non abbia sentito il dovere di consultare le forze politiche attraverso un dibattito parlamentare sulla migliore scelta per il nostro paese.
Siamo alle solite: la politica del chiodo scaccia chiodo. L’incapacità di risolvere la crisi economica ne crea un’altra più grave sul piano politico internazionale, mentre scivoliamo verso il disastro.
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Scheda
COS’E’ LA NATO?
La NATO è un’organizzazione politico militare di collaborazione nella difesa. Il suo nome non è altro che la sigla della dizione inglese del trattato istitutivo firmato a Washington il 4.4.1949 (North Atlantic Treaty Organization cioè Patto dell’Atlantico del Nord) da 12 Stati fondatori (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Islanda, Portogallo, Italia, Norvegia) ed allargato nel 1952 alla Grecia ed alla Turchia, nel timore, diffuso negli Stati Uniti e in Europa, che le divergenze ideologiche tra i vincitori della II guerra mondiale (il mondo occidentale da una parte e l’Unione Sovietica e i paesi satelliti dall’altra) acuite dalle mire espansionistiche del comunismo, potessero sfociare in un nuovo conflitto, come aveva provato la triste esperienza del blocco di Berlino del 1948.
Questa alleanza si basava sul principio chiaro della difesa collettiva sancito dall’art. 5 secondo cui: “Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica”.
E’ evidente dalla formulazione così esplicita di questo scopo che la Nato aveva una funzione di forte deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica: nell’ipotesi di un suo attacco contro uno qualsiasi dei paesi membri, avrebbe fatto scattare automaticamente una reazione diretta non solo del paese vittima ma anche di tutti i membri dell’alleanza.
L'Unione Sovietica protestò vivacemente per la creazione di tale alleanza militare, ritenuta a sua volta aggressiva e espansionistica e reagì di lì a qualche anno con la creazione del patto di Varsavia, cioè un’altra Organizzazione militare contrapposta di difesa collettiva, dando così il via al rafforzamento della “guerra fredda” durante la quale i due blocchi politico-militari, pur senza fare ricorso alle armi, continuarono una corsa sfrenata agli armamenti nucleari e convenzionali, allo spionaggio e al controspionaggio. Era la spartizione del mondo in aree di influenza, oltre i disegni di Yalta.
Nel 1955 aderiva all’alleanza atlantica la Germania e nel 1982 la Spagna che durante l’era franchista era stata tenuta al bando del concerto politico internazionale.
Sembrava che con la caduta del muro di Berlino del novembre 1989, il successivo disfacimento dell’Unione Sovietica e il dissolvimento del patto di Varsavia del marzo 1991, la Nato potesse evolvere dall’originario aspetto di alleanza militare in qualche cosa di più politico. Ma le cose sono andate diversamente.
In modo progressivo la Nato è cresciuta a dismisura fino a contare 28 paesi, che si estendono ben al di là della determinazione geografica di atlantica, e si è trasformata da alleanza preminentemente difensiva a organizzazione militare che interviene, a richiesta degli Stati Uniti, in ogni occasione in cui è palese l’impotenza delle Nazioni Unite a mantenere la pace e a prevenire forme di aggressione (prima guerra contro Saddam Hussein nel 1991, guerra contro la Serbia nel 1999, attacco all’Afghanistan dopo l’attentato alle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, seconda guerra contro Saddam Hussein del 2003, attacco alla Libia nel 2011), coinvolgendo il mondo occidentale verso uno scivolamento progressivo di lotta all’infinito.
Poiché l’appetito viene mangiando gli Stati Uniti non hanno riconosciuto validità all’impegno che sarebbe stato preso dal Segretario di Stato James Baker con il presidente Gorbacev secondo cui la NATO non si sarebbe estesa ad Est se l'URSS avesse consentito l'unificazione della  Germania e nonostante le proteste russe nel 1999 hanno propiziato l'ingresso nell’Alleanza di tre paesi già membri del patto di Varsavia che avevano assaporato la durezza della repressione sovietica: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca.
Dopo i massicci bombardamenti della guerra contro la Serbia, scatenata inizialmente senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza con la semplice motivazione di ingerenza umanitaria, nel 2001 la Nato al vertice di Praga formalizzò le procedure per l’allargamento ad altri sette paesi (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania) che si conclusero positivamente nel 2004. Anche qui si può immaginare con quale gioia per la Russia.
Non basta. Nonostante che fosse stata avviata con la Russia la partnership for Peace (PfP, cioè collaborazione per la pace), la Nato nel 2009 concluse un’analoga procedura di adesione con l’Albania e la Croazia e il totale dei membri sarebbe cresciuto fino a 30 paesi se non fossero state bloccate dal veto greco l’adesione della Macedonia e dal veto turco quella di Cipro.
Da allora iniziò anche il corteggiamento per un ulteriore allargamento a Ucraina, Georgia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia. Come dire che la Russia sarebbe stata chiusa in un recinto, in una gabbia, guardata a vista da basi militari atlantiche fin sull’uscio di casa.

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Il disarmo della politica estera e non la politica estera del disarmo

Torquato Cardilli - In politica estera vale il principio della continuità dello Stato per cui il Governo in carica, quale che esso sia, deve prioritariamente perseguire gli interessi nazionali e poi, solo se possibile, anche quelli dell'alleanza a cui appartiene, che spesso sono divergenti. Noi, purtroppo, abbiamo fatto storicamente il contrario.
Le recenti guerre in Iraq, Afghanistan, Libia, e da ultimo Ucraina, ci hanno visto partecipare, soffrirne gravi conseguenze senza trarne nessun vantaggio, a differenza di altri paesi. Abbiamo semplicemente obbedito agli ordini, forzando e contorcendo la nostra costituzione con l’avallo di un parlamento ignorante e succube di fronte ad un premier ed un presidente inclini alle prove di forza, alle vanterie verso l’alleato maggiore, desiderosi di non sfigurare, pronti a correre pericoli pur di sedere al tavolo dei grandi senza renderci conto che a noi era riservato lo strapuntino (ed a volte nemmeno quello).
Quanto accade (non solo oggi, ma da vari anni) sulla sponda sud del Mediterraneo, dimostra che la politica estera dell’Italia conta quanto una scartina, come aveva rivelato anni fa, a più riprese, la gola profonda di wikileaks.
Nessuno dei nostri Governi nell’ultimo decennio (Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) ha avuto la minima idea sul come fronteggiare le varie crisi, controllarle e volgerle nel senso a noi meno sfavorevole, coordinarsi (senza ubbidire solamente) con i partner europei ed atlantici, elaborare una strategia politica che salvaguardasse l'interesse dell'Italia.
Il sito elettronico del Ministero degli Esteri cita come suo compito quello di “assicurare la coerenza delle attività internazionali ed europee delle singole amministrazioni con gli obiettivi di politica internazionale”. Bum! E quale Governo ha mai disegnato quali siano gli obiettivi della politica estera italiana? Mistero mai svelato nelle dichiarazioni programmatiche o nei dibattiti parlamentari. E quale è stato lo strumento per rendere coerente ad essi le attività internazionali delle singole amministrazioni? Altro mistero: ogni amministrazione pubblica e ente regionale fa la propria politica estera, l’una ad insaputa dell’altra e soprattutto senza coordinamento.
Ma andiamo avanti: leggendo sempre il sito della Farnesina troviamo una Direzione generale degli affari politici e di sicurezza con un vice direttore generale ed un ufficio ad hoc dedicati al disarmo (ripeto disarmo), controllo degli armamenti e non proliferazione; c’è un’Unità per la Russia, Caucaso, Europa orientale e Asia centrale e poi un’altra unità per l’Afghanistan. Manca del tutto un ufficio specifico per lo studio e contrasto del terrorismo internazionale, fenomeno che dall’anarchismo isolato di un secolo fa è diventato un pericolo epidemico mondiale.
Per carità, di terrorismo internazionale, a sentire le voci interne del palazzo, se ne occupano tutti. Come?  Rimestando la minestra riscaldata delle notizie stampa e delle informative dello spionaggio e del controspionaggio, ma senza un’analisi approfondita di costi e benefici e senza la prospettazione di soluzioni sia nel breve che nel medio termine.
Non è da dubitare che i nostri costosi Servizi di intelligence abbiano avvertito con largo anticipo le autorità politiche di quanto si stava preparando in Siria, Iraq, Gaza, Libia, Afghanistan, Iran, Ucraina. Se non l'hanno fatto vuol dire che sono totalmente inutili (tanto vale licenziarli tutti) oppure che hanno tenuto un comportamento infedele, tenendo nascoste certe notizie, o mentito nel rivelare solo quelle che dettava Washington, con una sudditanza già sperimentata nel caso Abu Omar.
Dando per scontato che i Servizi abbiano fatto il loro dovere vuol dire che le decisioni prese a Roma, anziché provenire da un’elaborazione interna o da un dibattito parlamentare, sono state il frutto di “input” politici provenienti da oltre Atlantico. I nostri governanti hanno sempre anteposto questo tipo di cieca obbedienza all’onestà dovuta nei confronti dei propri cittadini adeguandosi a scelte scellerate che ci hanno ridotto al rango di valletti che pagano il conto.
Basta ricordare l’enorme costo finanziario e il grave tributo di sangue versato dai nostri soldati in Iraq e Afghanistan: la guerra contro Saddam Hussein, accusato falsamente dagli USA di possedere armi di distruzione di massa, non ci è valsa alcunché. Si diceva che serviva alla distruzione di al-Qaida (che non aveva mai messo piede in Iraq), alla stabilità internazionale ed alla pace. Si è visto come questi obiettivi fossero pure fandonie e quali siano stati i risultati in materia di terrorismo e di disfacimento di un paese, in cui i bombardamenti occidentali hanno seppellito non meno di 600 mila persone.
Abbiamo partecipato per 10 anni alla guerra in Afghanistan, propagandata anche nel nostro parlamento come l’unica risorsa per fermare il terrorismo, responsabile dell’attentato alle torri gemelle del 10 settembre 2001. Eppure a New York non agirono i talebani, ma terroristi yemeniti, sauditi ed egiziani.
Anche da Kabul abbiamo rimpatriato troppe bare di soldati senza che all’Italia fosse stato riconosciuto un ruolo nella politica estera mondiale. Non abbiamo ottenuto nulla, nessuna posizione decisiva all’interno delle Nazioni Unite, nessuna riforma del Consiglio di Sicurezza su cui avevamo imbastito il maggiore sforzo diplomatico di politica estera negli anni 1990-2000, nessuna partecipazione al gruppo dei 5+1 (i 5 membri permanenti del CdS + la Germania) dedicato alla questione nucleare iraniana, nessuna consultazione preventiva sulle decisioni più gravi di interventi armati. Non abbiamo ottenuto nei fatti concreti nemmeno la solidarietà atlantica o dell'Unione Europea o dell’ONU nella questione dei due marò la cui vicenda è stata l’apoteosi della nostra pressappocaggine e della mancanza di coraggio nel richiedere a tutti gli alleati di sostenerci pena la cancellazione dei nostri contributi a tutto il sistema ONU e Nato.
Non vale opporre al ragionamento della mancanza di riconoscimenti la contabilità delle perdite subite dagli inglesi e dagli americani di gran lunga maggiori delle nostre, perché questi paesi hanno deciso da soli, trascinati in un’avventura da un presidente cowboy, rieletto con il trucco, ed hanno lucrato miliardi di dollari in petrolio e appalti di ogni genere.
Il presidente Obama, che è stato pure insignito del premio Nobel per la pace, può vantarsi di un solo risultato: di aver ucciso, nascondendone il corpo Bin Laden. Ma non ha mantenuto nessuna promessa in tema di diritti umani (Guantanamo o estradizioni illegali), non ha ottenuto nessun risultato sul terreno militare, né su quello politico o diplomatico; anzi ha approfondito la spaccatura con i più poveri e diseredati nel mondo, ha moltiplicato ovunque l’odio del fanatismo, alimentato da una politica militare muscolare generatrice di catastrofi su catastrofi.
Sempre su ordine americano, incuranti della questione gas, noi ci permettiamo pure di fare la voce grossa con Putin per l’annessione della Crimea e la questione ucraina partecipando entusiasticamente alle sanzioni anti Russia, mentre diamo un’altra botta mortale alla boccheggiante economia italiana soprattutto nei settori dell’agroalimentare di qualità già colpiti dal terremoto e dalle inondazioni.
Il nostro comportamento con la Libia è stato a dir poco pagliaccesco. Prima l’umiliante baciamano pubblico di Berlusconi a Gheddafi ricevuto a Roma con tutti gli onori e contorno di fanciulle, poi nell'esultanza del Ministro degli esteri Frattini, l’abbandono alla sua sorte macabra contro lo spirito del trattato ancora fresco d’inchiostro, senza averne soppesato le conseguenze.
Si capiva da lontano che Stati Uniti, Francia ed Inghilterra fossero desiderosi di scalzare i nostri interessi sugli idrocarburi libici, ma il caos e l’anarchia in cui è stato gettato il paese per causa loro, a noi, che avevamo assistito alle prove di insurrezione con la devastazione del nostro Consolato a Bengasi, e poi all'assalto contro quello americano in cui fu trucidato l'ambasciatore e alcuni agenti spioni, ha causato solo danni: ha tagliato le gambe all’Eni, alle nostre imprese lì impegnate, creditrici di parecchie centinaia di milioni di euro ed alle nostre esportazioni. Da primo partner commerciale della Libia siamo diventati insignificanti sul piano economico, ma destinatari a spese nostre di un esodo biblico su cui prospera la criminalità transnazionale che siamo assolutamente incapaci di contrastare.
E quale è la figura che emerge dallo scatolone di sabbia? Un tale generale Haftar, uomo della Cia, sostenuto dall'America come tanti altri fantocci e quisling già sperimentati con clamorosi insuccessi in Vietnam, in America Latina, in Iraq, in Afghanistan.
Ora il quadro politico e militare è in continua evoluzione verso il peggio: chi avrebbe mai immaginato che nemici storici come USA, Iran, Siria, potessero allearsi in favore dei Curdi? Assad, responsabile di aver ucciso 200 mila suoi cittadini e provocato 8 milioni di rifugiati improvvisamente non è più il dittatore feroce da spazzare via. Stesso discorso per gli sciiti ayatollah iraniani che ora vengono ricercati quali possibili alleati contro i sunniti fanatici. C'è solo da sperare che l'incendio non si propaghi alla Turchia che vede l'indipendenza curda come il fumo negli occhi.
Anche il giovane Renzi, dopo le prove inconsistenti dei suoi predecessori, ha voluto assumere le arie di chi se ne intende. Senza consultare chi sa di Medio Oriente (la Bonino è stata messa da parte e inspiegabilmente sostituita da chi ogni tanto recita luoghi comuni) ha scaldato i motori con qualche inutile giretto in Africa ed ha buttato nell’arena tutto il peso dell’Italia effettuando un viaggio lampo a Baghdad e a Irbil (verrebbe da chiedersi perché a Irbil funzioni un consolato USA, con quali scopi se non quelli propri di una centrale di spionaggio con copertura diplomatica?). Lì ha promesso al dimissionario al Maliki, al successore al Abadi e al capo dei Curdi l’invio di armi, rottami di residuati bellici vecchi di 20 anni, sequestrati durante la guerra di Yugoslavia.
Bel colpo del duo femminile esteri-difesa alla Gianni e Pinotti che hanno convocato in fretta e furia le commissioni parlamentari facendo votare a scatola chiusa, da parlamentari che non sanno cosa sia il Kurdistan e quale problema si apra scoperchiando quel vaso di etnie contrapposte, di scismi religiosi rivali, di aspirazioni indipendentistiche represse da un secolo.
Ma Renzi si è spinto ancora più in là: è arrivato ad affermare di fronte ad un attonito primo ministro iracheno, uomo di mondo passato attraverso mille pericoli, che l’'Europa è presente e che chi ritenga che l’Europa pensi solo allo spread disinteressandosi dei massacri sbaglia semestre. Come? Ah già parlava del semestre di presidenza europea dell’Italia che ha cambiato la musica! Ve ne eravate accorti? Questa dell’Italia non è politica estera del disarmo, ma il disarmo della politica estera!
Il mondo è stato brutalmente scosso dall’orrenda decapitazione in diretta del giornalista americano Foley. Fatto certamente terribile, non dissimile da tanti altri, compreso quello del contractor italiano Quattrocchi, ucciso a sangue freddo di fronte alle telecamere in Iraq dieci anni fa. Ma il nostro connazionale e tante altre vittime incolpevoli non avevano dietro di loro gli Stati Uniti di oggi che hanno mobilitato tutti i mezzi di informazione per aizzare, anche da noi, l’opinione pubblica, ed allarmarla al massimo per poter sfruttare cinicamente l’onda emotiva a fini militari e quindi anche commerciali.
Quale fiammata di sdegno si è sollevata di fronte ai corpi nudi e inanimati di decine di bambini palestinesi bombardati a Gaza nel cortile della scuola delle NU, o di fronte ai brandelli di cadaveri sparsi nei cortili colpiti dai raid israeliani, giustificati ipocritamente come danni collaterali? O di fronte alla disperazione di  migliaia di profughi che hanno visto sbriciolata la loro casa e la loro esistenza?
Qualche nostro deputato (basta pensare al calibro di un Gasparri che aveva salutato l’elezione di Obama come un favore ad al-Qaida!) è persino arrivato ad invocare nuove Crociate, una guerra giusta totale, mettendosi così sullo stesso piano e livello di fanatici assassini nell’imboccare la strada dello sterminio senza fine.
Mentre ovunque emergono argomentazioni ultra religiose e il tema dello Stato teocratico sembra dominare la scena, il mondo arabo musulmano non riesce a tirar fuori dalla propria cultura la parte migliore pacifica e tollerante, quello ebraico non ha ancora rivisitato il concetto di convivenza e di negazione della supremazia razziale, mentre quello occidentale non ha fatto altro che produrre, vendere e contrabbandare armi ed appoggiare nei fatti soluzioni militari.
Come ha detto il papa il mondo è in effetti sull'orlo della terza guerra mondiale combattuta con metodi nuovi, su molti, troppi, fronti. Le stragi quotidiane offuscano la memoria di quelle del passato. Con la scusa di esportare la democrazia si alimenta un fiume di sangue in cui dilagano troppi assassini e torturatori sempre meglio armati, addestrati, finanziati e indirettamente incoraggiati dall’esempio delle torture americane sia in Iraq che in Afghanistan o a Guantanamo.
Nonostante le enormi sofferenze dei feriti, degli sfollati, dei detenuti, di intere famiglie sterminate o scomparse, nessun Governo ha fino ad ora adottato provvedimenti che fermino i flussi di denaro e di armi che alimentano i combattimenti e i crimini. Falcone diceva che per fermare la mafia bastava prosciugare le fonti di denaro. Lo stesso principio vale per il terrorismo.
L'idea che la politica del “wanted” da far west, basata sulla forza bruta per restituire all’Occidente il primato e garantirne la sicurezza è andata in frantumi: ha prodotto solo l’effetto contrario.

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DAL BLITZKRIEG AL PANTANO

Torquato Cardilli - Quest'anno si celebra il centenario dell'inizio della I^ guerra mondiale che, per quasi 4 anni, vide gli eserciti degli stati belligeranti impantanati in una logorante serie di battaglie di trincea in cui tattica e strategia facevano affidamento solo sul fattore numerico degli uomini schierati e destinati a morire sotto il fuoco nemico.
Alla luce degli insegnamenti della sconfitta, i tedeschi illudendosi di una possibile rivincita con la II^ guerra mondiale, elaborarono la tattica militare detta Blitzkrieg, cioè guerra lampo, basata su rapide manovre coordinate dei mezzi corazzati per sfondare le linee avversarie nel punto più debole e poi procedere all'accerchiamento del nemico impedendogli qualsiasi reazione e riorganizzazione. Questa guerra lampo fu coronata da successo nell'aggressione alla Polonia, al  Belgio, all'Olanda, alla Danimarca, alla Francia (i cui eserciti applicavano ancora i piani di trenta anni prima), ma mostrò una fragilità di fondo quando il fattore velocità perse il predominio rispetto al fattore tempo necessario per i rifornimenti (carburante, vettovaglie, munizioni, ricambi, medicine) nella sconfinata steppa russa. Con l'arrivo del generale inverno i tedeschi furono costretti alla guerra di trincea. L'elemento tattico della velocità e della sorpresa fu costretto a cedere il posto all'immobilismo dell'assedio in una resistenza senza speranza di fronte ad un'armata rossa meglio rifornita, più numerosa e fortemente motivata.
Perché questa metafora? Per descrivere gli ultimi sei mesi di campagna politica di Matteo Renzi.
Come un fulmine ha sbaragliato le truppe del vecchio PD, arroccate in un conservatorismo di altra epoca storica. Ha conquistato la segreteria del partito con le primarie vinte a mani basse e poi liquidato, senza alcun passaggio elettorale o parlamentare, Letta nipote estromettendolo in malo modo da palazzo Chigi.
Varato il nuovo governo ed ottenuta la fiducia 6 mesi fa, ha macinato in un frullatore mediatico, con grande maestria, tutte le idee di rinnovamento del paese, di lotta al conservatorismo generale, alla palude dei veti delle corporazioni, per arrivare a piazzare il colpo elettorale perfetto dei famosi 80 euro in più in busta paga.
Il successo alle elezioni europee è stato folgorante: 40,8% dei consensi mai registrato prima. Credendo quindi di poter osare laddove nessun suo predecessore aveva tentato, dando per scontato il successo, ha aperto una guerra di movimento su più fronti per realizzare una rivoluzione epocale basata sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa pubblica, sulle riforme istituzionali, della legge elettorale, del fisco, della pubblica amministrazione, del lavoro (jobs act), della ridiscussione con l'Europa delle regole di bilancio.
Forzando la mano in tutti i modi è riuscito a far passare nella maggioranza del parlamento, eletta sulla base di tutt’altro programma elettorale, l'idea della ineluttabilità dell'alleanza tattica con il condannato Berlusconi per la riforma del Senato, della Costituzione, della legge elettorale. Ma è qui che ha incominciato ad inanellare errori, sbagliando la sequenza delle mosse, i contenuti e i modi.
Il successo conseguito alle elezioni europee (partito e governo più votato in Europa) gli avrebbe dovuto consigliare di presentarsi a Bruxelles con un piano preciso e coraggioso di riforme economiche (approvato in casa anche con ripetuti voti di fiducia) che includessero tagli di imposte (cuneo fiscale) una riforma strutturale del mercato del lavoro, drastiche riduzioni di spesa pubblica, abolizione dei privilegi, ammodernamento burocratico, adempimento degli obblighi europei (come il pagamento dei debiti contratti dalla p.a., piano carceri, ecc.). Solo così l'Europa avrebbe potuto concedergli un po’ più di flessibilità sui vincoli che ci incatenano. Invece Renzi ha cercato di accattivarsi la simpatia del nuovo parlamento europeo e dei 27 paesi membri promettendo solo di rispettare i vincoli. Il discorso fumoso fatto a Bruxelles non ha impressionato  i nostri partner più di tanto, anzi questi non hanno mancato di ricordargli che l'Italia ha già fatto tante promesse in passato, puntualmente disattese, e che ora è arrivato il momento di dimostrare fatti concreti.
Ovvio dunque che non abbia ottenuto quanto voleva. Non ha preso la lezione nel verso giusto ed ha peggiorato la situazione intestardendosi nel formalizzare, senza una previa operazione diplomatica sottostante di acquisizione di benestare, la candidatura della Mogherini quale ministro degli Esteri dell'Unione. Di fronte ai niet di vari paesi nordici ha preferito congelare le nomine fino all'inizio di settembre con la conseguenza che tutt'ora a parlare in nome dell'Europa non è né lui, presidente di turno, né la Mogherini, ma Lady Ashton della Gran Bretagna.
Mentre il mondo a noi vicino sull'altra sponda del Mediterraneo è in disfacimento, mentre si consuma l'ennesimo genocidio dei palestinesi intrappolati a Gaza, mentre continuano gli sbarchi di emigrati vivi e morti sulle nostre coste, l'encefalogramma della nostra politica estera è assolutamente piatto, né potevano ravvivarlo le improvvise visite a Maputo, Luanda, Brazzaville o Cairo, senza uno straccio di strategia politica.
Circa le riforme interne, tra mille polemiche e i contorcimenti dei pusillanimi gruppuscoli dissidenti del PD, ha fatto approvare dal Senato la riforma Boschi, cioè il Senato ha dato il benestare alla propria dissoluzione. Ma l’atmosfera generale nel paese si è fatta pesante e tutto lascia intravvedere che ci sarà un lento logoramento di trincea.
Enorme errore è stato quello di ritenere che l'economia possa essere piegata ai suoi tempi, dichiarandosi indifferente al fatto che il PIL italiano salga solo dello 0,1% riducendo drasticamente le previsioni governative (spudoratamente ottimistiche, come avevano già fatto Monti e poi Letta) dello 0,8%. La faciloneria di una tale presa di posizione dovrebbe fare accapponare la pelle. Nessuno si capacita come il neo premier pretenda di governare senza aver compreso che il divario di questa forchetta fa la differenza tra un’economia che cresce ed un’economia boccheggiante ed assista impassibile alla distruzione di posti di lavoro di un paese vicino alla bancarotta. Possibile che Renzi non abbia compreso che quando si attuano politiche di austerity l’unica conseguenza sicura è il calo di domanda di beni e servizi e cioè del PIL e l’automatico aumento del rapporto di debito?
Alla ripresa d'autunno dovrà tornare a Bruxelles e presentarsi con dati per nulla rassicuranti: il deficit sarà di poco al di sotto del 3 per cento, non ci saranno segni evidenti di ripresa e di crescita economica, la disoccupazione sarà aumentata rispetto al 2013, il taglio alla spesa pubblica improduttiva previsto da Cottarelli non sarà stato fatto, la casta non avrà rinunciato agli anacronistici privilegi, lo spettro di una nuova manovra sarà sempre più corporeo, mentre la promessa di estendere la platea dei beneficiari dei famosi 80 euro non si realizzerà. In queste condizioni potrà ottenere qualche cosa? E’ da dubitarne. Forse potrebbe riuscirvi solo spaventando i mercati con un rischio grossissimo per la sua sopravvivenza, mentre se resterà impantanato nella presunta riforma della Costituzione e del Senato sarà assediato e sconfitto.
Le esigenze dell’economia in un  paese che naviga sull’orlo del baratro del debito, esigono risposte più veloci e più rapide delle riforme costituzionali. Ammesso che Renzi riesca ad ottenere entro settembre la prima approvazione dai due rami del parlamento della sua riforma costituzionale, il secondo passaggio non potrà essere effettuato prima di gennaio 2015. Poi ammesso che passi indenne anche questo ostacolo ci sarà bisogno del referendum popolare confermativo presumibilmente non prima di maggio 2015. E’ ipotizzabile che il paese resti immobile per tanto tempo?
Insomma Renzi ha sbagliato i calcoli non solo matematici, ma anche di strategia: il PIL è irrimediabilmente piatto, le privatizzazioni sono state un fallimento come ha dimostrato l’operazione Fincantieri che ha fruttato la metà di quanto preannunciato, la dismissione del 40% di Poste dovrà slittare di un anno dopo lo svenamento a favore di Alitalia, il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è ancora di là da venire. Per rispettare quanto previsto dal DEF, cioè 11 miliardi da destinare esclusivamente alla riduzione del debito pubblico il governo dovrà mettere sul mercato altre quote di Eni ed Enel dopo aver già ceduto ai cinesi il 35% di CdP Reti per 2 miliardi di euro con l’irritazione degli americani che non apprezzano l’ingresso della Cina nella tecnologia del gas.
Conclusione? E’ bene che Renzi riveda subito l’ordine delle priorità della sua agenda politica se non vorrà morire affogato nel pantano. Altro che Blietzkrieg!

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Un paese dissestato dalla politica

Avviso ai lettori: mettete da parte questo articolo e leggetelo tra qualche giorno al  momento opportuno, quando apparirà come cronaca di un disastro annunciato.
Alberto Bruno -  Siamo a fine estate ed è logico attendersi grandinate e temporali che, da parecchi anni, hanno assunto una virulenza ed una frequenza fuori dell'ordinario, con conseguenze disastrose. Non sono a fare notizia solamente le lamentele degli albergatori per la stagione inclemente, gli inutili cinguettii del premier, le rampogne dell’Europa per la nostra inettitudine furbesca nei conti, le brutalità di guerra in Medio Oriente, o gli sbarchi di disperati mentre la criminalità transnazionale continua indisturbata i suoi affari.
Tv, radio e giornali, di qualsiasi tendenza colore ed editore, oramai ripetono stancamente sempre gli stessi titoli: bomba d’acqua, condizioni meteorologiche impreviste e imprevedibili, caso eccezionale, precipitazioni di tot millimetri in pochissimo tempo e in una zona circoscritta, esondazioni e straripamenti, frane e raffiche, impianti devastati, agricoltura in ginocchio, monumenti che cadono, caos del traffico, sottopassaggi invasi dall’acqua, ferrovie interrotte, intervento della protezione civile, vigili del fuoco, volontari ecc., tot dispersi, tot salvati, tot miliardi di danni. 
Tutti i numeri fanno parte ormai di una stanca ripetitiva ritualità di contabilizzazione delle perdite di vite umane, di porzioni di territorio con le relative attività economiche, di degrado del patrimonio culturale e del prestigio nazionale come se tutto questo fosse un’abituale e ineluttabile tassa da pagare alla natura.
Provvedimenti sbandierati: solidarietà dalle alte cariche dello Stato verso i familiari dei morti che avrebbero dovuto essere garantiti dall’amministrazione della cosa pubblica se questa fosse stata un’istituzione onesta e qualche striminzito finanziamento annunciato come strumento risolutivo. Tanto per fare scena!
I pochi politici che non arrossiscono di vergogna e che intervengono per commentare sottolineano la furia imprevista delle avverse condizioni atmosferiche per giustificare la loro partecipazione al rito dello scarica barile delle responsabilità politiche ed amministrative. Mai un Sindaco o un Presidente di regione che di fronte al disastro si dimetta per non aver provveduto in tempo a segnalare il pericolo o per non averne potuto eliminare le cause perché impedito a farlo da una politica sorda alle esigenze della gente.
In America, dove per ogni azione c’è sempre un responsabile anche se si tratta di evento atmosferico, se ad un passante  capita di scivolare su un marciapiede ghiacciato il primo ad essere citato in giudizio è il proprietario della casa prospicente.
In Italia, invece, ogni disastro resta sempre senza uno straccio di responsabile umano. La colpa è divina, di Giove pluvio!
La ripetitività ciclica di tali fenomeni è già un fatto talmente accertato e ricorrente che gli amministratori inetti non possono più ripararsi dietro il paravento dell’imprevedibilità. Una frana si può contenere, il fango può essere deviato, gli sbarramenti temporanei e gli argini possono essere monitorati e rinforzati, gli alvei dei torrenti e fiumi possono essere controllati e ripuliti dai tronchi, le strade (specialmente quelle cittadine) possono essere tenute sempre in ordine senza intralci di fogliame e spazzatura negli scoli, i ponti possono essere tenuti sotto una costante manutenzione, il territorio può essere reso geologicamente sicuro e protetto, le mura antiche e i ruderi storici possono essere curati: abbiamo tutta la tecnologia necessaria per progettare ed eseguire opere e misure di prevenzione. Allora cos’è che non funziona?
Non funziona la politica che è stata complice del dissesto del territorio: autorizzando e condonando la cementificazione laddove è proibita più che dalla legge dalla logica e dal buon senso, mostrandosi indifferente al degrado continuo del patrimonio culturale del luogo e del paesaggio, partecipando sistematicamente, e con maggiore improntitudine e vigliaccheria, negli ultimi 20-30 anni, al banchetto degli affari imbandito dai costruttori a cui l’interesse pubblico fa venire l’orticaria e che anzi si scompisciano nel letto dalle risate quando sentono la notizia di catastrofi che significano appalti milionari.
Mancano i soldi? No, manca la volontà e l’intelligenza di una classe dirigenziale autoreferenziale, interessata solo al proprio benessere. Se la politica (il termine starebbe ad indicare la sana amministrazione della città) che ha tutti gli strumenti per intervenire fa le leggi che non servono a nulla, o che non possono essere applicate per mancanza dei decreti attuativi, o che restano sulla carta per assenza dei finanziamenti, o che vengono bloccate o bypassate per la resistenza delle lobby e della burocrazia non è colpa di Giove pluvio, ma degli uomini immeritatamente elevati al rango di amministratori pubblici mentre in realtà sono professionisti del nulla, maestri dei distinguo cavillosi, profittatori di prebende, sfruttatori di privilegi, percettori di mazzette.
Anziché baloccarsi con la riforma del Senato in senso autoritario, intestardirsi sull’acquisto dei bombardieri F35, inciuciare con un condannato per la riforma della giustizia, chinare il capo di fronte all’imposizione di sanzioni anti Russia, contrarie alla nostra esportazione agricola di eccellenza, lamentarsi a vuoto con Bruxelles per lo sforzo di accoglienza dei disperati, il Governo che deve fronteggiare una recessione senza limiti, avrebbe fatto bene, e può ancora farlo, ad esercitare nel modo più pressante le sue prerogative di presidenza di turno dell’Unione Europea. Come? Varando un colossale piano di protezione ambientale da almeno 40 miliardi di euro, cioè un programma di recupero dei siti archeologici abbandonati al perenne degrado e di messa in sicurezza del territorio, del paesaggio, dei litorali, dei bacini idrografici e fluviali, con la revoca di abitabilità a tutte le costruzioni, abusive e non, edificate in luoghi insicuri e correlato piano di edilizia popolare. Con quali soldi? L’Europa dovrà essere messa di fronte al fatto compiuto di accettare senza obiezioni di sorta uno sforamento dei conti per la salvezza nazionale, così come al popolo vengono di continuo chiesti sacrifici addizionali in nome di un interesse internazionale.
Abbiamo esperti geologi che da anni predicano al vento, archeologi e restauratori pronti a mettersi al servizio del bene comune per la protezione del patrimonio culturale, dipartimenti universitari che sfornano di continuo studi sui pericoli di disastri causati dall’innesco di eventi naturali, genio militare e della protezione civile che sanno benissimo quali sono i punti critici della tutela del territorio, ma il miracolo italiano consiste nella negazione della fisica galileiana: Eppur nessun si muove!
 

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La fata morgana della libertà

Torquato Cardilli - La giovane Ministra Boschi è bella e sorridente come la  fata turchina. Appare educata, misurata nelle dichiarazioni, prudente nel non cadere nelle trappole delle provocazioni insolenti. Politicamente vale più o meno quanto le altre giovani ministre che l’hanno preceduta ed ha con il primo ministro uno stretto rapporto di amicizia oltre che condiscendenza, già riscontrato nelle sue colleghe verso il capo del Governo o gli altri big di partito. Negli ultimi giorni, però, in Senato ha assunto le sembianze della maestrina stizzita, pronta a volgere verso il nevrotico, di fronte ad una scolaresca indisciplinata che non accetta di essere comandata a bacchetta. Ha definito allucinazioni, alle quali non si può rispondere con l’uso della ragione, le critiche di quanti dentro e fuori del Senato hanno avanzato rilievi politici e giuridici verso l'impianto del suo disegno di legge di riforma costituzionale. In verità è proprio la Boschi, con la sua chiusura a qualsiasi modifica del testo, che vorrebbe imporre le allucinazioni e trasformarsi in un’altra fata, quella morgana, specie di miraggio (come insegna la mitologia celtica), che induceva i marinai a vedere inesistenti castelli in aria verso cui erano attratti per andare a morire.
Chi è assetato di giustizia, di equità, di lotta alla corruzione, di verità se dà retta alle affermazioni e al testo di legge della Boschi, che sono il frutto dei perentori diktat del premier, vedrà riflesso sull'asfalto dei diritti un lago in cui crederà di potersi abbeverare, inconsapevole di andarvisi a sfracellare insieme alla morente libertà.
Per capire le ragioni profonde di questa testardaggine di Renzi, che si avvale della complice protezione del nonnetto d’Italia le cui funzioni da tempo non sono più quelle di garanzia e di presidio del rispetto assoluto della costituzione, nel volere a tutti i costi la radicale riforma del Senato e l’accentramento dei poteri nelle sue mani quale leader del partito di maggioranza bisogna fare un passo indietro, all’inizio del 2014.
Renzi, non ancora premier ma nuovo capo del PD e Berlusconi, già espulso per indegnità dal Senato ma vecchio capo di FI, si vedono in segreto al Nazareno. Berlusconi è accompagnato da personaggi come Verdini (rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta) e Letta zio, che sta per fare le scarpe a Letta nipote, mentre Renzi è assistito dalle fide ministre che avranno il compito di mettere la faccia sulla riforma del Senato e della pubblica amministrazione. I due siglano un patto leonino, dopo un incontro a quattr’occhi, senza orecchie e sguardi indiscreti, durato 7 minuti, quanti bastarono a Von Ribbentrop e Molotov per spartirsi la Polonia: il primo ambisce alla conquista di Palazzo Chigi senza passare per le urne (contrariamente a quanto affermato, promesso e giurato pubblicamente) il secondo vuole un riconoscimento politico, sorta di riabilitazione dopo i rovesci elettorali-giudiziari ed essere considerato un padre costituente all’altezza di De Gasperi, Nenni, Saragat.
Il patto resta segreto, molto più riservato e inconfessabile di tanti altri patti scellerati della storia. Tutti, o quasi, in casa PD e FI ubbidiscono come gli Ebrei quando Mosè discese dal Sinai con le tavole della Legge. La cosa sembra funzionare e al Quirinale non pare vero di togliersi dai piedi il problema della grazia che non può essere concessa ad un condannato se questi non mostra pentimento e non la chiede.
Quindi Renzi (che non è parlamentare), alla faccia del messaggio “enricostaisereno”, ottiene, in modo del tutto extra parlamentare, lo sfratto di Letta nipote da palazzo Chigi, senza che il Governo sia stato sfiduciato, ma su richiesta del Presidente che questa volta non sente nemmeno il bisogno di salvare la faccia come aveva fatto con Monti, nominato in extremis senatore a vita.
Renzi si insedia come capo di governo e si circonda di perfetti sconosciuti in quanto ad esperienza e capacità di unire il paese in una riscossa morale, economica, culturale. Quindi promette l’impossibile. Una serie di riforme entro tre mesi: del lavoro (jobs act), della crescita economica, della pubblica amministrazione, del fisco, della giustizia, del taglio drastico della spesa pubblica (spending review), del pagamento totale dei debiti arretrati della pubblica amministrazione, della legge elettorale, della riforma istituzionale. Sa che se Berlusconi mantiene fede al patto, con la forza dei numeri di cui dispone, può imporre anche ai più riottosi un processo di riforma epocale.
Il popolo gli crede e ad occhi chiusi, stanco dei tentennamenti, della mancanza di coraggio e delle delusioni per i sacrifici a vuoto imposti dai vari governi Berlusconi, Monti, Letta, gli concede alle elezioni europee carta bianca con un successo strabiliante che supera il 40% dei voti.
E’ fatta. Renzi è il padrone d’Italia e può farne quel che vuole, ma il seme della democrazia piantato settanta anni fa con la disfatta del fascismo ha generato anche persone capaci di ragionare e di vedere i pericoli insiti nell’accentramento dei poteri senza contrappesi e senza bilanciamenti. Soprattutto è evidente che questo Parlamento, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, non ha l’autorità, né l’investitura per riscrivere la Costituzione.
Ben presto Renzi si accorge che il gigantismo della sua vittoria elettorale poggia su piedi di argilla. Guidare una Nazione non è come guidare un Comune. I problemi ereditati sono di una magnitudine di gran lunga superiore alle sue forze. Non ci sono alternative: bisogna continuare a bere l’amaro calice della crisi, la crescita è di là da venire, l’Europa gli sbatte la porta in faccia sulla questione della flessibilità e della nomina della Mogherini quale responsabile della politica estera europea, i disoccupati aumentano così come tutti i parametri negativi di macroeconomia e il ministro del Tesoro Padoan, pur con le smentite di routine, ricorda che mancano all’appello per il prossimo autunno circa 24 miliardi di euro.
La risolutezza mostrata nelle primarie, nel defenestramento di Letta, nel guanto di sfida ai sindacati si ferma di fronte al prolungato declino economico. Renzi si trova in un cul de sac mentre ormai svapora l’effetto benefico sull’economia dei famosi 80 euro in più in busta paga. Per raddrizzare l’economia e imprimere una spinta alla crescita occorrono decisioni drastiche, sgradite ai poteri forti, liberalizzazioni che scontentano le corporazioni, i potentati economici, le sacche di sottogoverno, i boiardi di stato, i ministeri, la casta. Non ce la può fare.
Per non gettare la spugna punta tutte le fiches sul tavolo verde della riforma costituzionale (che non faceva parte del programma elettorale del PD nel 2013), definita la madre di tutte le riforme di cui al popolo non interessa un gran che, ma la mossa gli serve per poter dire che la palude gli ha impedito di rinnovare il paese.
Mentre in pubblico ostenta una sicurezza tetragona e una determinazione cocciuta ribadendo che nonostante il forte ostruzionismo dell'opposizione nessun ostacolo potrà fermarlo nella sua marcia verso il cambiamento della carta costituzionale, secondo le solite voci di corridoio avrebbe anche pensato alle dimissioni del Governo per costringere Napolitano a sciogliere le Camere se prima delle ferie estive non sarà approvato in prima lettura il disegno di legge della fata turchina.
Crede di poter chiamare a raccolta gli stessi elettori che lo hanno plebiscitato lo scorso maggio e minaccia il voto anticipato con l’intento di cambiare i musicisti se quelli attuali non cambiano lo spartito per suonare quello che a lui piace.
Ma questa è un’arma spuntata in partenza perché i senatori (e i voltagabbana attaccati alla sedia sono numerosi tanto in FI quanto nel PD) sanno benissimo che se si approva la modifica costituzionale si dovrà per forza andare alle elezioni nel 2015 e che loro usciranno per sempre dal Senato. Viceversa se le Camere fossero sciolte prima della modifica, si andrebbe al voto con la vecchia legge Mattarellum, come indicato dalla Corte Costituzionale, che prevede le preferenze, per rinnovare sia Camera che Senato.
Ma vediamo un po’ come stanno le cose sulla Costituzione.
Con tale termine dalla fine del XVIII secolo (costituzione americana del 1787, di Francia del  1791, e poi via via nei vari stati dell’Europa continentale) si indica lo strumento di completa rottura con l’ordinamento politico precedente e la codifica del riconoscimento dei diritti primari del cittadino e del principio basilare irrinunciabile della sovranità popolare che non può più essere limitata, né abrogata dal monarca al potere.
In Italia si sono succedute due costituzioni: lo Statuto Albertino del 1848 e la Costituzione repubblicana, tuttora vigente, entrata in vigore cento anni dopo il primo gennaio 1948. Tra le due Costituzioni vi fu la torsione del diritto in senso dittatoriale quando nel 1925 Mussolini subordinò il potere legislativo alla volontà dell'esecutivo.
Le elezioni del 1946 istituirono l’Assemblea costituente che nominò una commissione di 75 deputati incaricata di elaborare il progetto di Costituzione con il contributo intellettuale di veri cultori del diritto. La Carta fondamentale che restituiva ai cittadini i diritti espropriati dalla dittatura, composta di 140 articoli fu approvata il 27 dicembre 1947 dopo l’intervento di 257 oratori per 1090 interventi.
La riforma costituzionale di cui si parla ora tende invece a restringere i diritti del popolo anziché ampliarli e questa, spacciata per innovazione, non è altro che un’operazione reazionaria.
Innanzitutto non si è mai visto un Governo che imponga una revisione costituzionale. Questa invece deve nascere dal libero confronto e dal dibattito tra le forze politiche senza ricatti o forzature. Il Governo ed il Parlamento attuali, come detto sopra, non hanno l’autorità legittima per la riforma della Costituzione; potrebbero al limite apportarvi qualche modifica seguendo le rigide procedure previste dall’art. 138, senza stravolgerne l’impianto generale che fa dell’Italia una repubblica parlamentare.
Ora l’intento del disegno di legge Boschi è chiaramente quello della riscrittura della Costituzione, abolendo il bicameralismo perfetto, istituendo un Senato ridotto e non elettivo con caratteristiche peculiari del tutto estranee all’attuale carta  fondamentale, ampliando i poteri del Presidente del Consiglio, ridefinendo le prerogative del Capo dello Stato e soprattutto attraverso il collegamento con una legge elettorale, pure essa chiaramente incostituzionale, attribuire un premio di maggioranza abnorme al primo partito cui viene dato il potere di controllare il Parlamento, l’elezione del capo dello Stato, dei giudici della corte costituzionale. E questa sarebbe la repubblica parlamentare nata dalla resistenza? No, è uma fata morgana che può provocare la morte della nostra democrazia.

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Menzogna continua

Nessuno ha detto la verità, tutti hanno mentito sulla gravità della crisi e sulla validità della strategia per superarla
Torquato Cardilli - Negli ultimi 10 anni, tutti i governi ci hanno preso in giro: Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta ed ora Renzi. Nessuno ha detto la verità, tutti hanno mentito sulla gravità della crisi e sulla validità della strategia per superarla, sempre con l'approvazione scontata di un parlamento succube, inchiodato con i voti di fiducia ai privilegi castali ed all’inciucio permanente tra maggioranza e finta opposizione, come dimostra l’attuale coalizione per la riforma costituzionale e per la legge elettorale.
Su tutti ha vigilato per troppi anni, con arcigni moniti a ripetizione, ma con manica larga nel firmare leggi vergogna, il Capo dello Stato che non ha garantito i diritti del popolo, né il rispetto della Costituzione, ma solo l’interesse del più forte.
Nessun documento di programmazione economica in questo decennio ha mai indicato obiettivi realistici; tutti hanno imposto sacrifici solo a chi già li sopportava sventolando come un asso nella manica inconsistenti segnali di ripresa. Ricordate i discorsi della imminente fine della stagnazione? Della luce in fondo al tunnel? Dell’iniziata inversione di tendenza? Dell’iniezione di fiducia ed altre amenità del genere, mentre aumentavano disoccupati e cassintegrati, mentre le aziende chiudevano ed i titolari si suicidavano, e chi poteva inquinava, truffava e delocalizzava?
Eppure a maggio scorso gli italiani, non so se più creduloni o più disperati, hanno dato ancora fiducia come tanti lazzaroni abbacinati dagli 80 euro, a questa classe politica confidando nel rinnovamento del paese. Ora, di fronte alla crudezza della realtà che non ammette interpretazioni né discorsi filosofici, dopo aver subito la prima botta del processo di revisione costituzionale senza che la loro condizione sia mutata in meglio, non hanno più scusanti. Possono continuare a dare il sostegno ad una classe dirigente che pretende di operare il risanamento e che invece, dopo aver causato il disastro, li condurrà inevitabilmente al tracollo?
Al 31 dicembre dell’anno scorso, quando Renzi si preparava a scalzare con un colpo di mano Letta da palazzo Chigi, mentre il Pil era di soli 1.560 miliardi, il debito pubblico certificato dalla Banca d’Italia era di ben 2.069 miliardi. Due mesi dopo, a febbraio 2014, Letta che aveva ereditato a inizio 2013 un debito di 2.041 miliardi, dopo averne sperperati altri 40, consegnava a Renzi un debito di 2.107 miliardi.
Lo stesso debito a luglio 2014 è salito a 2.168 miliardi, cioè con un incremento dal 1 gennaio di + 100 miliardi a causa dell’irrefrenabile aumento della spesa pubblica (alla faccia della spending review) e della diminuzione delle entrate tributarie, conseguenza quest’ultima della contrazione industriale. A questo livello, il maggior carico sui cittadini è stato di ben 875 euro di tasse occulte oltre ai gravami della Tari, Tasi, addizionali Irpef, accise sui carburanti, Iva, costi del passaporto, tanto che ogni cittadino si trova sul groppone un debito di 36.225 euro.
Insomma diciamolo una buona volta chiaro e tondo: l'Italia  è di nuovo sprofondata nella recessione. Il prodotto interno lordo ha fatto registrare nel primo trimestre del 2014 una diminuzione del -0,1% alla quale si è aggiunto il risultato ancora peggiore del -0,2% del II trimestre per una caduta complessiva dello 0,3% rispetto al 2013. Conseguenza: ulteriore allargamento della forbice del rapporto tra debito e Pil  ora attestata al 135%, che l’Europa pretende di riportare indietro al ritmo di 50 miliardi all’anno di sacrifici per venti anni.
Questa nuova contrazione del Pil italiano ha scatenato la reazione negativa della stampa economica internazionale, dagli Stati Uniti all’Europa. Il Financial Times ha commentato in modo sarcastico l'ottimismo di Renzi, che in 6 mesi dall’assunzione della responsabilità della guida del paese, non sembra abbia ancora preso completa cognizione delle cambiali lasciategli da Letta, sequela di errori di programmazione economica e di slealtà verso i cittadini degli ultimi 10 anni.
Partiamo dal 2004. Il Dpef deliberato dal governo Berlusconi aveva previsto fino al 2006 una crescita del Pil dell'1,8%. Errore clamoroso in tempi di vacche grasse. Nonostante la fantasia di un ministro delle finanze come Tremonti, l’Istat certificò che il risultato era stato assai più modesto (0,5 punti percentuali in meno), mentre il resto d'Europa viaggiava sul + 2,5%.
Per il 2005, gli errori di valutazione contenuti nel Dpef  furono ancora più significativi: a fronte di una crescita prevista del Pil del 2,1%, il risultato effettivo fu pari a zero e da allora l'economia italiana, dopo aver consumato il grasso degli anni precedenti, ha smesso di crescere.
Nel Dpef del 2006 messo a punto dal governo Prodi, la crescita media annua del Pil avrebbe dovuto attestarsi inizialmente sull'1,2% e migliorare nel secondo biennio all'1,3%.
Anche queste previsioni si rivelarono clamorosamente errate: non avevano tenuto conto degli effetti dell'esplosione della crisi dei mutui subprime, divenuta cocente nei primi mesi del 2007.
Nel 2008, di nuovo sotto il governo Berlusconi, arrivato al successo con la promessa dell’abolizione dell’IMU, il tasso di crescita del Pil fece segnare una variazione negativa: -1,2%. A giugno di quell'anno, quando la crisi dei mutui americana era ormai conclamata e quando mancavano solo tre mesi alla bancarotta di Lehman Brothers, con tutti gli indici borsistici in flessione, nel Dpef del governo Berlusconi era scritto che sulla base delle proiezioni, il tasso di crescita del prodotto interno lordo sarebbe stato dello 0,9%. Invece il Pil crollò di 5,5 punti percentuali.
Ancora a luglio 2009 le previsioni del governo indicavano una ripresa del Pil  per il 2010 con un + 0,5%, mentre nel triennio successivo (cioè fino al 2013-2014)  la crescita media annua del Pil si sarebbe attestata al 2,0% (anche queste previsioni si rivelarono clamorosamente sbagliate tanto che nel 2012 e nel 2013, il calo del Pil fu nuovamente consistente -2,4% e -1,5%).
Il governo Monti si presentò a dicembre 2011 in parlamento con la previsione di una crescita del Pil dello 0,6%, smentita però dai fatti: fu raggiunto solo lo 0,4%. Per il 2012 prevedeva un calo del Pil pari all'1,2%, compensato da una crescita dello 0,5% nel 2013, e un ottimistico +1% nel 2014. La realtà è stata decisamente peggiore delle aspettative: nel 2012 il Pil ha perso 2,4 punti percentuali, mentre la modestissima crescita dello 0,1% nel 2013 aveva fatto miseramente gridare al successo il nuovo inquilino di palazzo Chigi, destinato, suo malgrado, ad essere rottamato di lì a poco.
Letta aveva previsto per il 2014 una crescita del Pil dell’1,0% e Renzi prudenzialmente aveva subito ridotto tale crescita allo 0,5%. Per sapere se anche questa ultima previsione è sbagliata, non è necessario attendere la fine dell'anno: i risultati del primo semestre già ci hanno relegato al -3% e dopo le ferie Renzi dovrà risponderne. Non solo ha dedicato tutte le artiglierie a disposizione per stravolgere la Costituzione anziché stimolare con un elettroshock economico la crescita, ma non ha adempiuto alla promessa elettorale di ottenere dall’Europa la rinegoziazione dei trattati impelagandosi in una battaglia personalistica sull’eterea Mogherini quale responsabile della politica estera europea. E i cittadini? Dovranno restituire con gli interessi quella regalia degli 80 euro al mese che non hanno risollevato né l’economia nazionale, né quella individuale.

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La politica estera in bollicine come le promesse dello sbruffoncello

Torquato Cardilli - Ormai le gaffes del nuovo primo ministro, parvenu di provincia che crede di poter trattare tutti come se stesse alla Leopolda, incominciano ad essere troppo numerose per essere passate sotto silenzio o coperte dalla melassa dei commenti agiografici, di zelanti corifei, che ripetono la solfa del successo del 41,8% alle elezioni europee, come se questo fosse un dato immutabile nel tempo, mentre potrebbe rivelarsi del tutto effimero.
Già aveva cominciato male con le mani in tasca in occasione del discorso programmatico per la fiducia in Parlamento. Poi c'è stata, al primo incontro politico internazionale, la figura da scolaretto con il cappottino grigio da quattro soldi (non sarebbe il caso che chi lo consiglia sull'abbigliamento gli dica almeno di accorciare un po' le maniche?) abbottonato con un salto di bottone, di fronte alla Merkel che lo trattava con compassione.
In tre mesi di attività di governo è ingrassato di almeno cinque chili. Il video in streaming dell'incontro con la delegazione dei 5 Stelle, che ha fatto il giro della rete insieme alle sue espressioni alla Crozza, con un visibile doppio mento da sessantenne, è stato impietoso.
E fin qui siamo solo all'aspetto estetico.
Passiamo alle parole e ai fatti. Nella riunione di Venezia, dedicata alla tecnologia, per dare l'avvio alla presidenza italiana dell'Unione Europea ha voluto strafare parlando a braccio in inglese. Inglese? Si fa per dire! Si è espresso in una lingua (gli anglofoni presenti in sala lo hanno scambiato per un incomprensibile dialetto tipo broccolino) con concetti raffazzonati, senza un  minimo di coerenza con l'oggetto della conferenza, né rispetto per la grammatica, per la logica, per la fonetica.
Voleva ricordare che Antonio Meucci è stato il vero inventore del telefono, ma ha tradotto alla lettera dall'italiano alcuni pensieri da bar, oltretutto con un madornale errore spazio temporale, facendo risalire l'invenzione di Meucci all'attività di tecnico al teatro della Pergola, anziché al soggiorno negli USA, quando per meglio assistere la moglie malata collegò artigianalmente il primo piano dell' abitazione con il pian terreno, ove teneva il suo laboratorio.
Poi c'è stato l'errore marchiano, fatto passare da una certa stampa italiana come finta gaffe per scuotere l'uditorio, che la Cina avrebbe dato i natali all'ambasciatore, viaggiatore ed esploratore del 1300 Marco Polo, nato e morto a Venezia,  e al sinologo gesuita, geografo e cartografo maceratese Matteo Ricci che morì a Pechino quattro secoli fa.
Alla sua prima apparizione di fronte al Parlamento europeo, volendo citare qualcosa di dotto o semplicemente di scolastico in un discorso fumoso e fatto di slogan, è scivolato su una buccia di banana tipo Razzi. Si è detto contrario alla lotta tra Enea e Anchise (dimenticando che il primo era figlio del secondo portato in salvo sulle spalle) e si è auto proclamato rappresentante della generazione Telemaco. Riferimento che non porta fortuna perché quel rampollo non aveva nemmeno un grammo dell'astuzia del padre o della pazienza diplomatica della madre che era riuscita a tenere a bada i Proci per 20 anni. Ciò nonostante ha raccolto gli applausi dalla claque attivata da un altro collega dallo pseudo inglese zoppicante come Pittella, o dall’adorante sottosegretario agli affari europei Gozi, mentre ben serrate e puntuali sono state le critiche mossegli da parte dei parlamentari intervenuti che hanno ricordato di aver ascoltato promesse italiane, non mantenute, da troppi anni. Su tutto questo i media italiani hanno amorevolmente glissato come avevano fatto a suo tempo con il lapidario commento dell’Economist, in occasione del discorso di insediamento “The biggest problem was the lack of detail in Mr Renzi's speech. He has promised a reform a month until June.... But there was no real explanation as to how Mr Renzi intended to pay" (…il problema più grande, però, è stata la mancanza di dettagli nel discorso del Signor Renzi. Ha promesso una riforma al mese fino a giugno.. ma non c’è stata alcuna indicazione sul come il Signor Renzi intendesse onorarle...".
Aveva promesso in effetti entro aprile la riforma della pubblica amministrazione, entro maggio quella del fisco, entro giugno quella della giustizia, entro luglio quella della riforma della costituzione e della legge elettorale e qualora non vi fosse riuscito avrebbe considerato finita non l’esperienza di governo, ma la sua esperienza politica. Diceva sul serio?
Ma torniamo all’Europa ove ben più duro è stato con lui il nuovo commissario per l’economia Katainen che gli ha ricordato che la medicina fa bene solo se la si prende.
Mentre proprio ai confini dell'Europa infuriano tempeste di bombe, accuse politiche da guerra fredda con minaccia di sanzioni alla Russia, continuo inesorabile approdo di disperati in Sicilia, anziché dare prova di visione lungimirante, di preparazione dei dossier, di iniziativa politica su questioni gravissime come il massacro dei civili a Gaza, lo scontro USA-URSS sull'aereo abbattuto in Ucraina, sulle traversate della morte dei barconi dalla Libia verso l'Italia, Renzi se ne va in giro in Africa. Vera e propria politica estera delle bollicine.
Lui che aveva candidato con arroganza la sconosciuta Mogherini, assurta al vertice della Farnesina nonostante lo scarno curriculum, al ruolo di ministro degli Esteri dell'Unione, di fronte all'aperto boicottaggio europeo di tale nomina ha insolentito il presidente del consiglio Van Rompuy, dicendo ai giornalisti italiani presenti che la prossima volta sarà meglio che gli inviino un SMS piuttosto che farlo andare a Bruxelles per ricevere un no.
Incaponitosi sul nome della Mogherini, candidatura che non era stata minimamente preparata, senza quel necessario proficuo lavorio sotterraneo di una diplomazia che si rispetti, ha preferito bloccare la scelta del responsabile della politica estera dell'Europa fino a settembre, come se gli eventi di questi giorni possano concedere pause.
Qualsiasi paese europeo di peso (Germania e Francia) avrebbero fatto di meglio per rintuzzare le critiche americane sull'assenza di una politica estera europea e non lamentiamoci se poi loro faranno senza di noi.
Invece Renzi è partito per un rapido tour in tre paesi del continente nero, credendo di avere a che fare con capi africani gonzi, mentre in realtà sono dei volponi crudeli e raffinati. Il suo predecessore Letta aveva organizzato, in articulo mortis del suo governo, un viaggio in Kuwait per perorare una mancia di 500 milioni di dollari di investimenti. Il "magnifico" di Firenze è andato ben al di là: a Maputo ha indicato l’obiettivo di poter realizzare con questo tour un punto di Pil (cioè 16 miliardi di euro) in 1.000 giorni. Roba che si può vendere ad una riunione di fans adoranti, ma che non può essere spacciata come il frutto di una visita di Stato preparata alla bell'e meglio a chi ha esperienza di incontri internazionali, che, per essere proficui, hanno bisogno di una paziente elaborazione e preparazione.
Non tragga in inganno la compagnia di viaggio (l’ad di Finmeccanica, Moretti, l’ad di Eni, Descalzi, l’ad di Saipem, Vergine, il vice ministro dello Sviluppo Economico, Calenda, vari imprenditori), né la dichiarazione di Renzi che l'Italia è pronta ad investire in Africa nei prossimi mesi, e che le aziende italiane sono pronte a fare la propria parte. Quale parte? Un investimento di 50 miliardi di euro nel solo Mozambico per un progetto di sviluppo del gas. Credibile?
Durante il brindisi formale,  pronunciando qualche frasetta di circostanza in italiano (c'è da sperare che il traduttore ne abbia infiorettato il succo al padrone di casa) si è comportato come se si fosse trovato all'osteria con gli amici chiedendo a microfoni aperti "dov'è lo champagne?". Nella tappa in Congo, stessa scena, ma rivolgendosi al proprio ambasciatore ha chiesto conferma se poteva dire "santé" sollevando il calice, anziché “à votre santé”.
Ultima tappa a Luanda dove Renzi si è lanciato nel promettere l’appoggio dell’Italia alle pretese dell’Africa di avere maggior spazio nell’Onu e all’Angola di diventare membro del Consiglio di Sicurezza. Hai capito quale appoggio! In risposta il padrone di casa, uno che è al potere da oltre 30 anni, ha detto di essere disponibile a creare un comitato congiunto per definire la cooperazione agro-industriale. Campa cavallo!

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C'era una volta

Torquato Cardilli - Tutte le favole iniziano con l'espressione c'era una volta. Chissà se, dopo i baci e gli abbracci in Senato tra la fata turchina e i senatori, tacchini obbedienti che festeggiano il Natale, i posteri racconteranno mai in versione di favola la tragedia dell’impoverimento nazionale, del continuo degrado della società, della politica, dell'economia, del prestigio del paese.
In un arco di tempo durato 20 anni, dopo i vari governi di destra (Berlusconi con Casini, Bossi e Fini), della finta sinistra (Dini, D'Alema) e della sinistra (Prodi) che non ha intaccato un solo privilegio, una sola ingiustizia, una sola impunità uscite invece rafforzate, o dell'impasse (Monti, Letta) siamo tornati al punto di partenza con il premier Pittibimbo.  Cioè alla riesumazione di Berlusconi, il massimo responsabile del nostro declino, condannato per frode fiscale, espulso dal parlamento, privato del passaporto, ma con libero accesso in tutti i palazzi del potere, Quirinale compreso, come un mazziere baro che distribuisce le carte per attuare una riforma costituzionale che strozza la libertà.
Renzi ha volutamente ignorato che l'Italia è nella recessione più nera e che dopo i salassi dei suoi predecessori nella maggioranza delle famiglie italiane non c'è più alcuna riserva a cui attingere.
Solo tre mesi fa, giocando la carta degli 80 euro in busta paga, ha raccolto un successo straordinario alle elezioni Europee, convinto di poter resuscitare con formulette magiche il cadavere dell’economia italiana. Convinzione errata tanto che quel suo successo si è rivelato di cartone. L'opinione corrente nella maggioranza degli italiani è ora che da tre mesi a questa parte abbia sbagliato tutte le mosse improntate a puro dilettantismo, suo e dei suoi collaboratori politicamente e culturalmente molto fragili.
L'improvviso appannamento di popolarità, checché ne dicano i sondaggi della TV e dei media sempre pronti al “servo encomio”, è stato causato dalla testardaggine di voler a tutti i costi spaccare il paese con la riforma costituzionale senza affrontare minimamente il dossier economia. Ha creduto di poter riformare le istituzioni con colpi di mano, annunciare  modifiche profonde a ripetizione sui temi della giustizia, del lavoro, del fisco e della pubblica amministrazione, presumendo che l'economia avrebbe potuto riprendersi da sola.
Il cronoprogramma delle sue riforme è stato di gran lunga superato senza effetti concreti. Non ci si illuda sull'eutanasia di primo grado votata dal Senato, basta riflettere sulla pessima sequenza del Pil che dopo lo 0,2 in meno del I trimestre ha fatto registrare un nuovo segno meno con lo 0,1 nel II trimestre.
Il presidente della BCE Draghi lo ha bocciato ricordandogli che siamo in piena recessione, che lo scetticismo degli investitori si è risvegliato, che la diffidenza dei partner europei e delle maggiori istituzioni economiche si è acuita. Siamo tornati indietro al 1992 quando la lira fu costretta ad uscire dallo Sme e il Tesoro bruciò 60 mila miliardi nell'illusione di poter contrastare la speculazione. Insomma siamo vicini ad un crac dalle  proporzioni gigantesche.
Berlusconi nel 2011 ricevette una lettera capestro dalla BCE e fu costretto a passare la mano. Oggi incombe su di noi il commissariamento dall'Europa.
Pur con un discorso educato e generalizzato (a buon intenditore poche parole!) Draghi ha scandito che quei paesi che non riescono a fare le riforme debbono rassegnarsi a cedere parte della sovranità non solo in economia, ma anche in politica in modo che qualcun altro si prenda l'onere di provvedere.
Tradotto in termini meno paludati e più comprensibili al volgo ha detto in sostanza che è finito il tempo delle sceneggiate, delle slides, degli slogan, delle belle ministre senza esperienza, messe al timone in un mare in tempesta, delle decisioni mancate, di chi non capisce che le cose non funzionano non perché vanno male anche negli altri paesi, ma perché a Roma le vere riforme sono sepolte nel cassetto. Bisognerebbe stimolare la crescita con massicci investimenti pubblici, abbassare il prelievo fiscale, fare pagare le tasse a tutti, tagliare le unghie e gli artigli della corruzione, stimolare la ripresa dei consumi con più denaro.
L'Italia non è in grado di fare le riforme necessarie, quelle che contano: ripristino del falso in bilancio, conflitto di interessi, lotta dura all'evasione ed alla corruzione con metodi americani solo perché contrarie agli interessi di una sola persona e delle sue aziende e questo significherebbe la fine del patto del Nazareno.
Il ceffone di Draghi è stato sonoro. L’Italia, che sta sprecando miseramente il turno di presidenza europea, gli ha risposto con la riforma del Senato fatta male e in fretta, con la giustificazione che era arrivato il momento di mettere fine al bicameralismo perfetto, come se la sottrazione del diritto di voto al popolo e la riduzione dei senatori da 315 a 100 cooptati possano far cessare di colpo tutte le storture del sistema, gli imbrogli, i privilegi elargiti a più di un milione di professionisti della politica, vera palla al piede della società.
Su questa riforma costituzionale, scritta come un regolamento di condominio in un italiano carente di stile e di senso giuridico (da un fiorentino erede di Dante sarebbe stato lecito attendersi molto, molto di più) approvata solo da 183 senatori, che giustamente hanno sottoscritto di non meritare più quel titolo, torneremo in un’altra occasione. Riprendiamo ora il discorso sull’economia con cui fanno i conti i cittadini.
Quella italiana, praticamente dall'entrata in vigore dell'euro, è considerata dal Wall Street Journal una recessione permanente, un continuo "insuccesso" che ha precipitato il paese in una condizione economica molto difficile da raddrizzare.
Criticando il tempo e le energie devolute negli ultimi mesi alla riforma costituzionale del Senato la stampa americana ci ha avvertito che senza le riforme economiche, senza il lavoro, senza il taglio deciso degli sprechi e dei lacci e lacciuoli messi a bella posta da una burocrazia inetta, interessata solo alla conservazione delle fette di potere, non c'è motivo di ottimismo. Quanto fatto fino ad ora è molto poco rispetto a quanto è dovuto e vitale per stimolare la crescita. Per questo il ministro dell'economia Padoan ha minacciato che se non si fanno i tagli pesanti c'è pericolo che vengano cancellati gli sgravi fiscali, dagli sconti per le famiglie alle spese mediche (un monte detrazioni di 260 miliardi su cui pescare a piene mani).
Da parte sua il commissario europeo pro tempore all’economia, il noto rigorista finlandese Katainen,  ha fatto sapere che  un’Italia in recessione non ha le carte in regola per chiedere quell’uso della flessibilità contenuta nei trattati europei, timidamente chiesta da Renzi quando si è presentato a Bruxelles.
Ora il premier, anche se non lo ammette, è di fronte ad un bivio e non può eludere di dare una risposta. O china la testa e obbedisce alla BCE facendosi commissariare oppure intima all’Europa di piantarla con gli ultimatum e non molla, a costo di una rivoluzione, sulla pretesa di ridiscutere tutto dal fiscal compact ai vincoli di bilancio (che un parlamento di stupidi ha persino già messo in Costituzione!).
Per il momento, di fronte al bivio, Renzi ha invitato gli italiani ad andare in vacanza tranquilli ed è tornato a fare il lupetto tra i bambini che non pensano mai né al passato che non si può modificare, né al futuro che non gli appartiene ancora, ma solo al presente in cui trovano gioia!
Il nostro allarme rosso del 31 luglio non è stato ascoltato e purtroppo non è difficile prevedere che neppure questa volta ci sia qualcuno di questa classe politica pusillanime disposto a riflettere, nell’interesse del paese e non di questa o quell’altra fazione, sulla verità della difficoltà economica che non ha colore.

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Allarme rosso!

Torquato Cardilli - Nel 1992, cioè 22 anni fa, quando Renzi alla mattina frequentava ancora il Liceo e alla sera la sezione della Democrazia Cristiana e Berlusconi era solo un padrone di aziende e finanziatore della politica amica a tutto servizio, il Presidente del Consiglio Amato approvò un decreto legge rapina a danno di tutti i cittadini italiani. Anziché adoperarsi per una riforma della spesa pubblica, anziché abolire gli sprechi, tagliare le gambe agli evasori fiscali o ergere una muraglia contro la corruzione scoperchiata da “mani pulite”, varò un decreto da 30 mila miliardi di lire in cui si stabiliva, tra le altre cose, il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari di tutti i cittadini italiani.  Nel fine settimana, con le banche chiuse, le pecore serrate nel recinto senza potere scappare furono tosate indiscriminatamente.
Tale operazione, somigliante più a una grassazione, cioè ad un pizzo, che ad una manovra di politica economica o monetaria, fu giustificata con la generica affermazione di rispondere a un "interesse di straordinario rilievo" per la necessità di risanare "una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica".
Qualche anno dopo l'operazione fu ripetuta, con modalità diverse, dal Presidente Prodi. Per non far subire all'Italia l'umiliazione di essere tenuta fuori dalla porta dei fondatori del MEC, fu introdotta la cosiddetta “tassa per l’Europa” o contributo straordinario per il riordino dei conti italiani (prova evidente del fallimento della politica economica dei precedenti governi Amato, Dini, Ciampi), commisurato ai redditi delle persone.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, e i governi che si sono succeduti, di sinistra e di destra, pur avendo sistematicamente imposto sacrifici alla maggioranza dei cittadini, varato condoni e sanatorie di ogni tipo per i malfattori, con l’obiettivo del risanamento dei conti pubblici, hanno fatto ben poco per risparmiare ai contribuenti altri salassi a ripetizione che hanno tolto sangue e ossigeno a milioni di cittadini, piccole e medie imprese, lavoratori, classe media. Anzi hanno fatto lievitare tutti i parametri negativi: maggiore tassazione, maggiore corruzione, maggiore malaffare, maggiori sprechi dal centro alla periferia, maggiori costi parassitari della politica.
Il paese è allo stremo, e questo lo ripetiamo inascoltati da mesi, ma il duo Renzi-Padoan, al netto dei proclami, sta ripercorrendo gli stessi binari dei loro predecessori che spargevano ottimismo sulla fine della crisi, che proclamavano che il peggio era alle spalle, che incominciavamo a vedere la luce in fondo al tunnel, che la ripresa era vicina, che il secondo trimestre del 2014 avrebbe segnato un miglioramento del rapporto deficit/Pil. Hanno mentito e gli italiani ben lo sanno perché fanno i conti ogni giorno con la difficoltà della loro esistenza.
Il plebiscito che Renzi ha raccolto alle elezioni europee dello scorso maggio è stato un atto di disperazione, una specie di suicidio collettivo, che ben presto si trasformerà in un boomerang per l’inesperto presidente del Consiglio che passa da una gaffe all’altra soprattutto di fronte all’Europa e al resto del mondo che conta, quando crede di farfugliare in inglese frasi che non hanno senso nemmeno in italiano (il suo consigliere diplomatico se vuole rendergli un vero servizio da consigliere intelligente e non da modesto servitore lo inviti a non fare più figuracce alla Crozza!).
Siamo dunque alle prese ancora con i soliti problemi: dell’Alitalia (Berlusconi nel 2008, alla vigilia delle elezioni, con la scusa della italianità, ne impedì la vendita all’Air France facendo perdere al paese 2 miliardi di euro netti e 5.000 posti di lavoro), della svendita del patrimonio dello Stato (quote di Eni, di Poste, di Finmeccanica, di suolo demaniale, ecc.), dei proclami fasulli di lotta all’evasione ed alla corruzione, della “spending review”, avvolta nel mistero, dell’aumento estivo di accise sui carburanti, tabacchi, giochi e bolli. Insomma vecchi strumenti di una classe politica e amministrativa assolutamente ottusa e incapace, impotente, priva di idee che nasconde il deterioramento di tutti i principali indicatori economici, a partire dai più drammatici come la disoccupazione e la ripresa dell’emigrazione, fenomeno questo che sembrava fosse stato dimenticato dagli anni ‘60.
Non si è ancora visto, al di là dei meri annunci e degli slogan propagandistici, quel cambio di passo promesso con il “jobs act”, mentre il paese con le pezze addosso ha pure l’onere di presiedere l’Unione Europea, dove alla commiserazione per le manifestazioni da guitto di Berlusconi si è sostituito un atteggiamento di riserva prudenziale in attesa dei risultati tangibili delle promesse riforme. E quanto grande sia la considerazione che hanno gli altri di noi si vede dallo scarso apprezzamento in Europa della Ministra degli Esteri Mogherini o dalla nostra esclusione dalle consultazioni internazionali che contano sul Medio Oriente, sull’Iran, sul Mediterraneo, sull’immigrazione.
Il finanziamento ai partiti non è stato abolito ma solo limato, non si fanno più le elezioni provinciali ma le poltrone sono aumentate di 26.000 unità, le missioni militari all’estero vengono costantemente rifinanziate, l’acquisto dei caccia bombardieri F35 non è stato ancora cancellato anche se gli Usa li hanno messi a terra, il lavoro del povero Cottarelli che aveva promesso all’epoca Letta di tagliare 32 miliardi di spesa in tre anni, sembra caduto nel dimenticatoio. Renzi ha ignorato le sue proposte più impopolari (ecco perché ha vinto le europee) sintetizzate in un piano di 72 pagine, mai pubblicato ufficialmente da Palazzo Chigi ma finito sotto lo scrutinio della Reuters. La spesa pubblica italiana che assorbe il 51% del Pil (è l'ottava più alta d'Europa, ma per servizi resi ci mette al 20 posto). Essa è malata da assunzioni clientelari (l’ultimo esempio ci è stato fornito dal governatore della Lombardia Maroni, quello della ramazza, indagato per assunzioni pilotate), carenze organizzative, forniture concordate a prezzi fuori mercato che peggiorano la qualità dei servizi pubblici, eccessivo peso burocratico di stampo ottocentesco.
Nonostante la riforma Fornero, che ha elevato la soglia di età per il pensionamento e i requisiti contributivi, il nostro paese eroga in pensioni più del 15% del Pil, sopravanzando qualsiasi Paese moderno, ma dedica ai servizi fondamentali come l'istruzione o i beni culturali la più bassa fetta di bilancio dei Paesi Ocse. Nel capitolo del piano dedicato alla previdenza, Cottarelli aveva messo nel mirino le pensioni di invalidità cresciute del 50% tra 1998 e 2012 e il taglio della spesa previdenziale di oltre 3 miliardi, attraverso un prelievo sugli assegni più elevati, ma Renzi gli avrebbe risposto di no.
Un altro pozzo di San Patrizio è la spesa per le forze dell''ordine: ogni anno se ne vanno 20 miliardi per finanziare Polizia, Carabinieri, Polizia Penitenziaria, Guardia di Finanza e Guardia Forestale (per Eurostat abbiamo in Italia 466 agenti ogni 100.000 abitanti, mentre in Francia sono 312 e in Germania 298) con i risultati che tutti conoscono. E’ bastato che Cottarelli proponesse di sopprimere i Baschi verdi anti-sommossa della Guardia di Finanza (che dipende da Padoan), per scatenare reazioni di politici e sindacati. Come si vede il problema è tutto politico e non tecnico. Sforbiciare gli 800 miliardi di spesa pubblica significa cambiare gli assetti di potere e di consenso ed è per questo che Renzi ha  preso il 41,8% dei voti.
Letta aveva venduto tre aerei della Presidenza del Consiglio e Renzi per non essere da meno ha venduto 100 auto blu con un  ricavato (250.000 euro) inferiore a quello di una giornata di mercato delle pulci di Porta Portese, facendo la figura del bambino che vuole riempire un bacino idroelettrico usando un mestolo da minestra.
Renzi, alla stregua dei suoi predecessori, continua ad affermare che il nostro Paese è in fase di ripresa, che la congiuntura negativa cesserà presto e soprattutto che l’Europa e le altre Istituzioni internazionali non detteranno all’Italia le regole di “governance”.
I dati economici di questi giorni però non ci lasciano scampo. I poveri assoluti sono oltre 3 milioni di famiglie, cioè oltre il 10% della popolazione, la crescita non si vede, mentre la classe politica (eletta con una legge dichiarata incostituzionale) si balocca con la presunta riforma del sistema elettorale che non elimina le storture censurate dalla Corte Costituzionale, con la trasformazione del Senato in un dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali e pretende addirittura di riscrivere la Costituzione.
Chi mastichi di economia, che segua l’andamento dei mercati e che soprattutto non beva d’un fiato le fregnacce sulla “ripresina” in atto, propinate dai principali media, sa benissimo che si tratta di fumo. Gli indicatori economici dicono ben altro:
- il tasso di disoccupazione (dati Istat di maggio 2014) è salito al record del 12,6% (+0,5% annuo) mentre i disoccupati nella fascia 15-24 anni, sono il 43% (cioè +4,2%annuo);
- la presunta crescita del PIL è stata rivista bruscamente al ribasso, da un +0,7 a un + 0,3% per il 2014;
- l’indice della produzione industriale, a maggio 2014 è sceso dell’1,8% rispetto al mese precedente e non ha rispettato le aspettative degli economisti (+0,1%);
- i consumi delle famiglie continuano a registrare un netto calo non solo nei generi voluttuari, ma anche nel settore alimentare (-2,5%);
- il debito pubblico è arrivato alla cifra record di 2.106 miliardi di euro che costano solo in interessi qualcosa come 100 miliardi di euro all’anno;
- la promessa di saldare i 60-80 miliardi di debiti della pubblica amministrazione (nessuno conosce l'esatto ammontare, neppure il Tesoro, perché numerose amministrazioni evitano di riconoscere i debiti perché hanno commesso irregolarità stipulando i contratti di fornitura) è rimasta allo stato gassoso.
Tra due mesi Renzi dovrà presentare alle Camere il DEF e spiegare dove reperirà 10 miliardi necessari al consolidamento degli 80 euro aggiuntivi in busta paga, 5 miliardi per estendere questo bonus ai pensionati e altre categorie sociali meno abbienti, 5 miliardi per la cassa integrazione in deroga e le missioni all’estero, 4 miliardi richiesti dalla clausola di salvaguardia della Legge di Stabilità 2013, per un totale di 24 miliardi di euro.
Renzi ha naturalmente dichiarato che non saranno necessarie altre finanziarie né tantomeno prelievi forzosi nei conti degli italiani. Dobbiamo credergli?
Mentre il governo smentisce la necessità dell’effettuazione di una manovra correttiva il Fondo Monetario Internazionale insiste sull’adozione di una “tassa sul debito” generalizzata, arrivando ad ipotizzare un prelievo più modesto di quello applicato a Cipro, a tutte le tipologie di conti. Il prelievo forzoso dai conti correnti dei cittadini, per far fronte alla inderogabile necessità di ripianare una parte significativa del debito pubblico, potrebbe essere del 10% sulle eccedenze dei conti sopra la soglia dei 100.000 euro. Quando? Potrebbe accadere mentre gli italiani sono in vacanza o alla ripresa dell’autunno,
Anche se il Governo continuerà a sbandierare, mentendo, un risparmio di mezzo miliardo di euro con la riforma del Senato, i tempi sono maturi per nuove strette e nuovi sacrifici che faranno aumentare la platea dei cittadini comuni, lasciati sul lastrico dagli imbonitori del passato. Ma chi dice queste cose passa per gufo, perciò buone vacanze e allegria!

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