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Last updateGio, 28 Dic 2017 11am

Italia

Menzogna continua

Nessuno ha detto la verità, tutti hanno mentito sulla gravità della crisi e sulla validità della strategia per superarla
Torquato Cardilli - Negli ultimi 10 anni, tutti i governi ci hanno preso in giro: Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta ed ora Renzi. Nessuno ha detto la verità, tutti hanno mentito sulla gravità della crisi e sulla validità della strategia per superarla, sempre con l'approvazione scontata di un parlamento succube, inchiodato con i voti di fiducia ai privilegi castali ed all’inciucio permanente tra maggioranza e finta opposizione, come dimostra l’attuale coalizione per la riforma costituzionale e per la legge elettorale.
Su tutti ha vigilato per troppi anni, con arcigni moniti a ripetizione, ma con manica larga nel firmare leggi vergogna, il Capo dello Stato che non ha garantito i diritti del popolo, né il rispetto della Costituzione, ma solo l’interesse del più forte.
Nessun documento di programmazione economica in questo decennio ha mai indicato obiettivi realistici; tutti hanno imposto sacrifici solo a chi già li sopportava sventolando come un asso nella manica inconsistenti segnali di ripresa. Ricordate i discorsi della imminente fine della stagnazione? Della luce in fondo al tunnel? Dell’iniziata inversione di tendenza? Dell’iniezione di fiducia ed altre amenità del genere, mentre aumentavano disoccupati e cassintegrati, mentre le aziende chiudevano ed i titolari si suicidavano, e chi poteva inquinava, truffava e delocalizzava?
Eppure a maggio scorso gli italiani, non so se più creduloni o più disperati, hanno dato ancora fiducia come tanti lazzaroni abbacinati dagli 80 euro, a questa classe politica confidando nel rinnovamento del paese. Ora, di fronte alla crudezza della realtà che non ammette interpretazioni né discorsi filosofici, dopo aver subito la prima botta del processo di revisione costituzionale senza che la loro condizione sia mutata in meglio, non hanno più scusanti. Possono continuare a dare il sostegno ad una classe dirigente che pretende di operare il risanamento e che invece, dopo aver causato il disastro, li condurrà inevitabilmente al tracollo?
Al 31 dicembre dell’anno scorso, quando Renzi si preparava a scalzare con un colpo di mano Letta da palazzo Chigi, mentre il Pil era di soli 1.560 miliardi, il debito pubblico certificato dalla Banca d’Italia era di ben 2.069 miliardi. Due mesi dopo, a febbraio 2014, Letta che aveva ereditato a inizio 2013 un debito di 2.041 miliardi, dopo averne sperperati altri 40, consegnava a Renzi un debito di 2.107 miliardi.
Lo stesso debito a luglio 2014 è salito a 2.168 miliardi, cioè con un incremento dal 1 gennaio di + 100 miliardi a causa dell’irrefrenabile aumento della spesa pubblica (alla faccia della spending review) e della diminuzione delle entrate tributarie, conseguenza quest’ultima della contrazione industriale. A questo livello, il maggior carico sui cittadini è stato di ben 875 euro di tasse occulte oltre ai gravami della Tari, Tasi, addizionali Irpef, accise sui carburanti, Iva, costi del passaporto, tanto che ogni cittadino si trova sul groppone un debito di 36.225 euro.
Insomma diciamolo una buona volta chiaro e tondo: l'Italia  è di nuovo sprofondata nella recessione. Il prodotto interno lordo ha fatto registrare nel primo trimestre del 2014 una diminuzione del -0,1% alla quale si è aggiunto il risultato ancora peggiore del -0,2% del II trimestre per una caduta complessiva dello 0,3% rispetto al 2013. Conseguenza: ulteriore allargamento della forbice del rapporto tra debito e Pil  ora attestata al 135%, che l’Europa pretende di riportare indietro al ritmo di 50 miliardi all’anno di sacrifici per venti anni.
Questa nuova contrazione del Pil italiano ha scatenato la reazione negativa della stampa economica internazionale, dagli Stati Uniti all’Europa. Il Financial Times ha commentato in modo sarcastico l'ottimismo di Renzi, che in 6 mesi dall’assunzione della responsabilità della guida del paese, non sembra abbia ancora preso completa cognizione delle cambiali lasciategli da Letta, sequela di errori di programmazione economica e di slealtà verso i cittadini degli ultimi 10 anni.
Partiamo dal 2004. Il Dpef deliberato dal governo Berlusconi aveva previsto fino al 2006 una crescita del Pil dell'1,8%. Errore clamoroso in tempi di vacche grasse. Nonostante la fantasia di un ministro delle finanze come Tremonti, l’Istat certificò che il risultato era stato assai più modesto (0,5 punti percentuali in meno), mentre il resto d'Europa viaggiava sul + 2,5%.
Per il 2005, gli errori di valutazione contenuti nel Dpef  furono ancora più significativi: a fronte di una crescita prevista del Pil del 2,1%, il risultato effettivo fu pari a zero e da allora l'economia italiana, dopo aver consumato il grasso degli anni precedenti, ha smesso di crescere.
Nel Dpef del 2006 messo a punto dal governo Prodi, la crescita media annua del Pil avrebbe dovuto attestarsi inizialmente sull'1,2% e migliorare nel secondo biennio all'1,3%.
Anche queste previsioni si rivelarono clamorosamente errate: non avevano tenuto conto degli effetti dell'esplosione della crisi dei mutui subprime, divenuta cocente nei primi mesi del 2007.
Nel 2008, di nuovo sotto il governo Berlusconi, arrivato al successo con la promessa dell’abolizione dell’IMU, il tasso di crescita del Pil fece segnare una variazione negativa: -1,2%. A giugno di quell'anno, quando la crisi dei mutui americana era ormai conclamata e quando mancavano solo tre mesi alla bancarotta di Lehman Brothers, con tutti gli indici borsistici in flessione, nel Dpef del governo Berlusconi era scritto che sulla base delle proiezioni, il tasso di crescita del prodotto interno lordo sarebbe stato dello 0,9%. Invece il Pil crollò di 5,5 punti percentuali.
Ancora a luglio 2009 le previsioni del governo indicavano una ripresa del Pil  per il 2010 con un + 0,5%, mentre nel triennio successivo (cioè fino al 2013-2014)  la crescita media annua del Pil si sarebbe attestata al 2,0% (anche queste previsioni si rivelarono clamorosamente sbagliate tanto che nel 2012 e nel 2013, il calo del Pil fu nuovamente consistente -2,4% e -1,5%).
Il governo Monti si presentò a dicembre 2011 in parlamento con la previsione di una crescita del Pil dello 0,6%, smentita però dai fatti: fu raggiunto solo lo 0,4%. Per il 2012 prevedeva un calo del Pil pari all'1,2%, compensato da una crescita dello 0,5% nel 2013, e un ottimistico +1% nel 2014. La realtà è stata decisamente peggiore delle aspettative: nel 2012 il Pil ha perso 2,4 punti percentuali, mentre la modestissima crescita dello 0,1% nel 2013 aveva fatto miseramente gridare al successo il nuovo inquilino di palazzo Chigi, destinato, suo malgrado, ad essere rottamato di lì a poco.
Letta aveva previsto per il 2014 una crescita del Pil dell’1,0% e Renzi prudenzialmente aveva subito ridotto tale crescita allo 0,5%. Per sapere se anche questa ultima previsione è sbagliata, non è necessario attendere la fine dell'anno: i risultati del primo semestre già ci hanno relegato al -3% e dopo le ferie Renzi dovrà risponderne. Non solo ha dedicato tutte le artiglierie a disposizione per stravolgere la Costituzione anziché stimolare con un elettroshock economico la crescita, ma non ha adempiuto alla promessa elettorale di ottenere dall’Europa la rinegoziazione dei trattati impelagandosi in una battaglia personalistica sull’eterea Mogherini quale responsabile della politica estera europea. E i cittadini? Dovranno restituire con gli interessi quella regalia degli 80 euro al mese che non hanno risollevato né l’economia nazionale, né quella individuale.

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C'era una volta

Torquato Cardilli - Tutte le favole iniziano con l'espressione c'era una volta. Chissà se, dopo i baci e gli abbracci in Senato tra la fata turchina e i senatori, tacchini obbedienti che festeggiano il Natale, i posteri racconteranno mai in versione di favola la tragedia dell’impoverimento nazionale, del continuo degrado della società, della politica, dell'economia, del prestigio del paese.
In un arco di tempo durato 20 anni, dopo i vari governi di destra (Berlusconi con Casini, Bossi e Fini), della finta sinistra (Dini, D'Alema) e della sinistra (Prodi) che non ha intaccato un solo privilegio, una sola ingiustizia, una sola impunità uscite invece rafforzate, o dell'impasse (Monti, Letta) siamo tornati al punto di partenza con il premier Pittibimbo.  Cioè alla riesumazione di Berlusconi, il massimo responsabile del nostro declino, condannato per frode fiscale, espulso dal parlamento, privato del passaporto, ma con libero accesso in tutti i palazzi del potere, Quirinale compreso, come un mazziere baro che distribuisce le carte per attuare una riforma costituzionale che strozza la libertà.
Renzi ha volutamente ignorato che l'Italia è nella recessione più nera e che dopo i salassi dei suoi predecessori nella maggioranza delle famiglie italiane non c'è più alcuna riserva a cui attingere.
Solo tre mesi fa, giocando la carta degli 80 euro in busta paga, ha raccolto un successo straordinario alle elezioni Europee, convinto di poter resuscitare con formulette magiche il cadavere dell’economia italiana. Convinzione errata tanto che quel suo successo si è rivelato di cartone. L'opinione corrente nella maggioranza degli italiani è ora che da tre mesi a questa parte abbia sbagliato tutte le mosse improntate a puro dilettantismo, suo e dei suoi collaboratori politicamente e culturalmente molto fragili.
L'improvviso appannamento di popolarità, checché ne dicano i sondaggi della TV e dei media sempre pronti al “servo encomio”, è stato causato dalla testardaggine di voler a tutti i costi spaccare il paese con la riforma costituzionale senza affrontare minimamente il dossier economia. Ha creduto di poter riformare le istituzioni con colpi di mano, annunciare  modifiche profonde a ripetizione sui temi della giustizia, del lavoro, del fisco e della pubblica amministrazione, presumendo che l'economia avrebbe potuto riprendersi da sola.
Il cronoprogramma delle sue riforme è stato di gran lunga superato senza effetti concreti. Non ci si illuda sull'eutanasia di primo grado votata dal Senato, basta riflettere sulla pessima sequenza del Pil che dopo lo 0,2 in meno del I trimestre ha fatto registrare un nuovo segno meno con lo 0,1 nel II trimestre.
Il presidente della BCE Draghi lo ha bocciato ricordandogli che siamo in piena recessione, che lo scetticismo degli investitori si è risvegliato, che la diffidenza dei partner europei e delle maggiori istituzioni economiche si è acuita. Siamo tornati indietro al 1992 quando la lira fu costretta ad uscire dallo Sme e il Tesoro bruciò 60 mila miliardi nell'illusione di poter contrastare la speculazione. Insomma siamo vicini ad un crac dalle  proporzioni gigantesche.
Berlusconi nel 2011 ricevette una lettera capestro dalla BCE e fu costretto a passare la mano. Oggi incombe su di noi il commissariamento dall'Europa.
Pur con un discorso educato e generalizzato (a buon intenditore poche parole!) Draghi ha scandito che quei paesi che non riescono a fare le riforme debbono rassegnarsi a cedere parte della sovranità non solo in economia, ma anche in politica in modo che qualcun altro si prenda l'onere di provvedere.
Tradotto in termini meno paludati e più comprensibili al volgo ha detto in sostanza che è finito il tempo delle sceneggiate, delle slides, degli slogan, delle belle ministre senza esperienza, messe al timone in un mare in tempesta, delle decisioni mancate, di chi non capisce che le cose non funzionano non perché vanno male anche negli altri paesi, ma perché a Roma le vere riforme sono sepolte nel cassetto. Bisognerebbe stimolare la crescita con massicci investimenti pubblici, abbassare il prelievo fiscale, fare pagare le tasse a tutti, tagliare le unghie e gli artigli della corruzione, stimolare la ripresa dei consumi con più denaro.
L'Italia non è in grado di fare le riforme necessarie, quelle che contano: ripristino del falso in bilancio, conflitto di interessi, lotta dura all'evasione ed alla corruzione con metodi americani solo perché contrarie agli interessi di una sola persona e delle sue aziende e questo significherebbe la fine del patto del Nazareno.
Il ceffone di Draghi è stato sonoro. L’Italia, che sta sprecando miseramente il turno di presidenza europea, gli ha risposto con la riforma del Senato fatta male e in fretta, con la giustificazione che era arrivato il momento di mettere fine al bicameralismo perfetto, come se la sottrazione del diritto di voto al popolo e la riduzione dei senatori da 315 a 100 cooptati possano far cessare di colpo tutte le storture del sistema, gli imbrogli, i privilegi elargiti a più di un milione di professionisti della politica, vera palla al piede della società.
Su questa riforma costituzionale, scritta come un regolamento di condominio in un italiano carente di stile e di senso giuridico (da un fiorentino erede di Dante sarebbe stato lecito attendersi molto, molto di più) approvata solo da 183 senatori, che giustamente hanno sottoscritto di non meritare più quel titolo, torneremo in un’altra occasione. Riprendiamo ora il discorso sull’economia con cui fanno i conti i cittadini.
Quella italiana, praticamente dall'entrata in vigore dell'euro, è considerata dal Wall Street Journal una recessione permanente, un continuo "insuccesso" che ha precipitato il paese in una condizione economica molto difficile da raddrizzare.
Criticando il tempo e le energie devolute negli ultimi mesi alla riforma costituzionale del Senato la stampa americana ci ha avvertito che senza le riforme economiche, senza il lavoro, senza il taglio deciso degli sprechi e dei lacci e lacciuoli messi a bella posta da una burocrazia inetta, interessata solo alla conservazione delle fette di potere, non c'è motivo di ottimismo. Quanto fatto fino ad ora è molto poco rispetto a quanto è dovuto e vitale per stimolare la crescita. Per questo il ministro dell'economia Padoan ha minacciato che se non si fanno i tagli pesanti c'è pericolo che vengano cancellati gli sgravi fiscali, dagli sconti per le famiglie alle spese mediche (un monte detrazioni di 260 miliardi su cui pescare a piene mani).
Da parte sua il commissario europeo pro tempore all’economia, il noto rigorista finlandese Katainen,  ha fatto sapere che  un’Italia in recessione non ha le carte in regola per chiedere quell’uso della flessibilità contenuta nei trattati europei, timidamente chiesta da Renzi quando si è presentato a Bruxelles.
Ora il premier, anche se non lo ammette, è di fronte ad un bivio e non può eludere di dare una risposta. O china la testa e obbedisce alla BCE facendosi commissariare oppure intima all’Europa di piantarla con gli ultimatum e non molla, a costo di una rivoluzione, sulla pretesa di ridiscutere tutto dal fiscal compact ai vincoli di bilancio (che un parlamento di stupidi ha persino già messo in Costituzione!).
Per il momento, di fronte al bivio, Renzi ha invitato gli italiani ad andare in vacanza tranquilli ed è tornato a fare il lupetto tra i bambini che non pensano mai né al passato che non si può modificare, né al futuro che non gli appartiene ancora, ma solo al presente in cui trovano gioia!
Il nostro allarme rosso del 31 luglio non è stato ascoltato e purtroppo non è difficile prevedere che neppure questa volta ci sia qualcuno di questa classe politica pusillanime disposto a riflettere, nell’interesse del paese e non di questa o quell’altra fazione, sulla verità della difficoltà economica che non ha colore.

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Allarme rosso!

Torquato Cardilli - Nel 1992, cioè 22 anni fa, quando Renzi alla mattina frequentava ancora il Liceo e alla sera la sezione della Democrazia Cristiana e Berlusconi era solo un padrone di aziende e finanziatore della politica amica a tutto servizio, il Presidente del Consiglio Amato approvò un decreto legge rapina a danno di tutti i cittadini italiani. Anziché adoperarsi per una riforma della spesa pubblica, anziché abolire gli sprechi, tagliare le gambe agli evasori fiscali o ergere una muraglia contro la corruzione scoperchiata da “mani pulite”, varò un decreto da 30 mila miliardi di lire in cui si stabiliva, tra le altre cose, il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari di tutti i cittadini italiani.  Nel fine settimana, con le banche chiuse, le pecore serrate nel recinto senza potere scappare furono tosate indiscriminatamente.
Tale operazione, somigliante più a una grassazione, cioè ad un pizzo, che ad una manovra di politica economica o monetaria, fu giustificata con la generica affermazione di rispondere a un "interesse di straordinario rilievo" per la necessità di risanare "una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica".
Qualche anno dopo l'operazione fu ripetuta, con modalità diverse, dal Presidente Prodi. Per non far subire all'Italia l'umiliazione di essere tenuta fuori dalla porta dei fondatori del MEC, fu introdotta la cosiddetta “tassa per l’Europa” o contributo straordinario per il riordino dei conti italiani (prova evidente del fallimento della politica economica dei precedenti governi Amato, Dini, Ciampi), commisurato ai redditi delle persone.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, e i governi che si sono succeduti, di sinistra e di destra, pur avendo sistematicamente imposto sacrifici alla maggioranza dei cittadini, varato condoni e sanatorie di ogni tipo per i malfattori, con l’obiettivo del risanamento dei conti pubblici, hanno fatto ben poco per risparmiare ai contribuenti altri salassi a ripetizione che hanno tolto sangue e ossigeno a milioni di cittadini, piccole e medie imprese, lavoratori, classe media. Anzi hanno fatto lievitare tutti i parametri negativi: maggiore tassazione, maggiore corruzione, maggiore malaffare, maggiori sprechi dal centro alla periferia, maggiori costi parassitari della politica.
Il paese è allo stremo, e questo lo ripetiamo inascoltati da mesi, ma il duo Renzi-Padoan, al netto dei proclami, sta ripercorrendo gli stessi binari dei loro predecessori che spargevano ottimismo sulla fine della crisi, che proclamavano che il peggio era alle spalle, che incominciavamo a vedere la luce in fondo al tunnel, che la ripresa era vicina, che il secondo trimestre del 2014 avrebbe segnato un miglioramento del rapporto deficit/Pil. Hanno mentito e gli italiani ben lo sanno perché fanno i conti ogni giorno con la difficoltà della loro esistenza.
Il plebiscito che Renzi ha raccolto alle elezioni europee dello scorso maggio è stato un atto di disperazione, una specie di suicidio collettivo, che ben presto si trasformerà in un boomerang per l’inesperto presidente del Consiglio che passa da una gaffe all’altra soprattutto di fronte all’Europa e al resto del mondo che conta, quando crede di farfugliare in inglese frasi che non hanno senso nemmeno in italiano (il suo consigliere diplomatico se vuole rendergli un vero servizio da consigliere intelligente e non da modesto servitore lo inviti a non fare più figuracce alla Crozza!).
Siamo dunque alle prese ancora con i soliti problemi: dell’Alitalia (Berlusconi nel 2008, alla vigilia delle elezioni, con la scusa della italianità, ne impedì la vendita all’Air France facendo perdere al paese 2 miliardi di euro netti e 5.000 posti di lavoro), della svendita del patrimonio dello Stato (quote di Eni, di Poste, di Finmeccanica, di suolo demaniale, ecc.), dei proclami fasulli di lotta all’evasione ed alla corruzione, della “spending review”, avvolta nel mistero, dell’aumento estivo di accise sui carburanti, tabacchi, giochi e bolli. Insomma vecchi strumenti di una classe politica e amministrativa assolutamente ottusa e incapace, impotente, priva di idee che nasconde il deterioramento di tutti i principali indicatori economici, a partire dai più drammatici come la disoccupazione e la ripresa dell’emigrazione, fenomeno questo che sembrava fosse stato dimenticato dagli anni ‘60.
Non si è ancora visto, al di là dei meri annunci e degli slogan propagandistici, quel cambio di passo promesso con il “jobs act”, mentre il paese con le pezze addosso ha pure l’onere di presiedere l’Unione Europea, dove alla commiserazione per le manifestazioni da guitto di Berlusconi si è sostituito un atteggiamento di riserva prudenziale in attesa dei risultati tangibili delle promesse riforme. E quanto grande sia la considerazione che hanno gli altri di noi si vede dallo scarso apprezzamento in Europa della Ministra degli Esteri Mogherini o dalla nostra esclusione dalle consultazioni internazionali che contano sul Medio Oriente, sull’Iran, sul Mediterraneo, sull’immigrazione.
Il finanziamento ai partiti non è stato abolito ma solo limato, non si fanno più le elezioni provinciali ma le poltrone sono aumentate di 26.000 unità, le missioni militari all’estero vengono costantemente rifinanziate, l’acquisto dei caccia bombardieri F35 non è stato ancora cancellato anche se gli Usa li hanno messi a terra, il lavoro del povero Cottarelli che aveva promesso all’epoca Letta di tagliare 32 miliardi di spesa in tre anni, sembra caduto nel dimenticatoio. Renzi ha ignorato le sue proposte più impopolari (ecco perché ha vinto le europee) sintetizzate in un piano di 72 pagine, mai pubblicato ufficialmente da Palazzo Chigi ma finito sotto lo scrutinio della Reuters. La spesa pubblica italiana che assorbe il 51% del Pil (è l'ottava più alta d'Europa, ma per servizi resi ci mette al 20 posto). Essa è malata da assunzioni clientelari (l’ultimo esempio ci è stato fornito dal governatore della Lombardia Maroni, quello della ramazza, indagato per assunzioni pilotate), carenze organizzative, forniture concordate a prezzi fuori mercato che peggiorano la qualità dei servizi pubblici, eccessivo peso burocratico di stampo ottocentesco.
Nonostante la riforma Fornero, che ha elevato la soglia di età per il pensionamento e i requisiti contributivi, il nostro paese eroga in pensioni più del 15% del Pil, sopravanzando qualsiasi Paese moderno, ma dedica ai servizi fondamentali come l'istruzione o i beni culturali la più bassa fetta di bilancio dei Paesi Ocse. Nel capitolo del piano dedicato alla previdenza, Cottarelli aveva messo nel mirino le pensioni di invalidità cresciute del 50% tra 1998 e 2012 e il taglio della spesa previdenziale di oltre 3 miliardi, attraverso un prelievo sugli assegni più elevati, ma Renzi gli avrebbe risposto di no.
Un altro pozzo di San Patrizio è la spesa per le forze dell''ordine: ogni anno se ne vanno 20 miliardi per finanziare Polizia, Carabinieri, Polizia Penitenziaria, Guardia di Finanza e Guardia Forestale (per Eurostat abbiamo in Italia 466 agenti ogni 100.000 abitanti, mentre in Francia sono 312 e in Germania 298) con i risultati che tutti conoscono. E’ bastato che Cottarelli proponesse di sopprimere i Baschi verdi anti-sommossa della Guardia di Finanza (che dipende da Padoan), per scatenare reazioni di politici e sindacati. Come si vede il problema è tutto politico e non tecnico. Sforbiciare gli 800 miliardi di spesa pubblica significa cambiare gli assetti di potere e di consenso ed è per questo che Renzi ha  preso il 41,8% dei voti.
Letta aveva venduto tre aerei della Presidenza del Consiglio e Renzi per non essere da meno ha venduto 100 auto blu con un  ricavato (250.000 euro) inferiore a quello di una giornata di mercato delle pulci di Porta Portese, facendo la figura del bambino che vuole riempire un bacino idroelettrico usando un mestolo da minestra.
Renzi, alla stregua dei suoi predecessori, continua ad affermare che il nostro Paese è in fase di ripresa, che la congiuntura negativa cesserà presto e soprattutto che l’Europa e le altre Istituzioni internazionali non detteranno all’Italia le regole di “governance”.
I dati economici di questi giorni però non ci lasciano scampo. I poveri assoluti sono oltre 3 milioni di famiglie, cioè oltre il 10% della popolazione, la crescita non si vede, mentre la classe politica (eletta con una legge dichiarata incostituzionale) si balocca con la presunta riforma del sistema elettorale che non elimina le storture censurate dalla Corte Costituzionale, con la trasformazione del Senato in un dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali e pretende addirittura di riscrivere la Costituzione.
Chi mastichi di economia, che segua l’andamento dei mercati e che soprattutto non beva d’un fiato le fregnacce sulla “ripresina” in atto, propinate dai principali media, sa benissimo che si tratta di fumo. Gli indicatori economici dicono ben altro:
- il tasso di disoccupazione (dati Istat di maggio 2014) è salito al record del 12,6% (+0,5% annuo) mentre i disoccupati nella fascia 15-24 anni, sono il 43% (cioè +4,2%annuo);
- la presunta crescita del PIL è stata rivista bruscamente al ribasso, da un +0,7 a un + 0,3% per il 2014;
- l’indice della produzione industriale, a maggio 2014 è sceso dell’1,8% rispetto al mese precedente e non ha rispettato le aspettative degli economisti (+0,1%);
- i consumi delle famiglie continuano a registrare un netto calo non solo nei generi voluttuari, ma anche nel settore alimentare (-2,5%);
- il debito pubblico è arrivato alla cifra record di 2.106 miliardi di euro che costano solo in interessi qualcosa come 100 miliardi di euro all’anno;
- la promessa di saldare i 60-80 miliardi di debiti della pubblica amministrazione (nessuno conosce l'esatto ammontare, neppure il Tesoro, perché numerose amministrazioni evitano di riconoscere i debiti perché hanno commesso irregolarità stipulando i contratti di fornitura) è rimasta allo stato gassoso.
Tra due mesi Renzi dovrà presentare alle Camere il DEF e spiegare dove reperirà 10 miliardi necessari al consolidamento degli 80 euro aggiuntivi in busta paga, 5 miliardi per estendere questo bonus ai pensionati e altre categorie sociali meno abbienti, 5 miliardi per la cassa integrazione in deroga e le missioni all’estero, 4 miliardi richiesti dalla clausola di salvaguardia della Legge di Stabilità 2013, per un totale di 24 miliardi di euro.
Renzi ha naturalmente dichiarato che non saranno necessarie altre finanziarie né tantomeno prelievi forzosi nei conti degli italiani. Dobbiamo credergli?
Mentre il governo smentisce la necessità dell’effettuazione di una manovra correttiva il Fondo Monetario Internazionale insiste sull’adozione di una “tassa sul debito” generalizzata, arrivando ad ipotizzare un prelievo più modesto di quello applicato a Cipro, a tutte le tipologie di conti. Il prelievo forzoso dai conti correnti dei cittadini, per far fronte alla inderogabile necessità di ripianare una parte significativa del debito pubblico, potrebbe essere del 10% sulle eccedenze dei conti sopra la soglia dei 100.000 euro. Quando? Potrebbe accadere mentre gli italiani sono in vacanza o alla ripresa dell’autunno,
Anche se il Governo continuerà a sbandierare, mentendo, un risparmio di mezzo miliardo di euro con la riforma del Senato, i tempi sono maturi per nuove strette e nuovi sacrifici che faranno aumentare la platea dei cittadini comuni, lasciati sul lastrico dagli imbonitori del passato. Ma chi dice queste cose passa per gufo, perciò buone vacanze e allegria!

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DAL BLITZKRIEG AL PANTANO

Torquato Cardilli - Quest'anno si celebra il centenario dell'inizio della I^ guerra mondiale che, per quasi 4 anni, vide gli eserciti degli stati belligeranti impantanati in una logorante serie di battaglie di trincea in cui tattica e strategia facevano affidamento solo sul fattore numerico degli uomini schierati e destinati a morire sotto il fuoco nemico.
Alla luce degli insegnamenti della sconfitta, i tedeschi illudendosi di una possibile rivincita con la II^ guerra mondiale, elaborarono la tattica militare detta Blitzkrieg, cioè guerra lampo, basata su rapide manovre coordinate dei mezzi corazzati per sfondare le linee avversarie nel punto più debole e poi procedere all'accerchiamento del nemico impedendogli qualsiasi reazione e riorganizzazione. Questa guerra lampo fu coronata da successo nell'aggressione alla Polonia, al  Belgio, all'Olanda, alla Danimarca, alla Francia (i cui eserciti applicavano ancora i piani di trenta anni prima), ma mostrò una fragilità di fondo quando il fattore velocità perse il predominio rispetto al fattore tempo necessario per i rifornimenti (carburante, vettovaglie, munizioni, ricambi, medicine) nella sconfinata steppa russa. Con l'arrivo del generale inverno i tedeschi furono costretti alla guerra di trincea. L'elemento tattico della velocità e della sorpresa fu costretto a cedere il posto all'immobilismo dell'assedio in una resistenza senza speranza di fronte ad un'armata rossa meglio rifornita, più numerosa e fortemente motivata.
Perché questa metafora? Per descrivere gli ultimi sei mesi di campagna politica di Matteo Renzi.
Come un fulmine ha sbaragliato le truppe del vecchio PD, arroccate in un conservatorismo di altra epoca storica. Ha conquistato la segreteria del partito con le primarie vinte a mani basse e poi liquidato, senza alcun passaggio elettorale o parlamentare, Letta nipote estromettendolo in malo modo da palazzo Chigi.
Varato il nuovo governo ed ottenuta la fiducia 6 mesi fa, ha macinato in un frullatore mediatico, con grande maestria, tutte le idee di rinnovamento del paese, di lotta al conservatorismo generale, alla palude dei veti delle corporazioni, per arrivare a piazzare il colpo elettorale perfetto dei famosi 80 euro in più in busta paga.
Il successo alle elezioni europee è stato folgorante: 40,8% dei consensi mai registrato prima. Credendo quindi di poter osare laddove nessun suo predecessore aveva tentato, dando per scontato il successo, ha aperto una guerra di movimento su più fronti per realizzare una rivoluzione epocale basata sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa pubblica, sulle riforme istituzionali, della legge elettorale, del fisco, della pubblica amministrazione, del lavoro (jobs act), della ridiscussione con l'Europa delle regole di bilancio.
Forzando la mano in tutti i modi è riuscito a far passare nella maggioranza del parlamento, eletta sulla base di tutt’altro programma elettorale, l'idea della ineluttabilità dell'alleanza tattica con il condannato Berlusconi per la riforma del Senato, della Costituzione, della legge elettorale. Ma è qui che ha incominciato ad inanellare errori, sbagliando la sequenza delle mosse, i contenuti e i modi.
Il successo conseguito alle elezioni europee (partito e governo più votato in Europa) gli avrebbe dovuto consigliare di presentarsi a Bruxelles con un piano preciso e coraggioso di riforme economiche (approvato in casa anche con ripetuti voti di fiducia) che includessero tagli di imposte (cuneo fiscale) una riforma strutturale del mercato del lavoro, drastiche riduzioni di spesa pubblica, abolizione dei privilegi, ammodernamento burocratico, adempimento degli obblighi europei (come il pagamento dei debiti contratti dalla p.a., piano carceri, ecc.). Solo così l'Europa avrebbe potuto concedergli un po’ più di flessibilità sui vincoli che ci incatenano. Invece Renzi ha cercato di accattivarsi la simpatia del nuovo parlamento europeo e dei 27 paesi membri promettendo solo di rispettare i vincoli. Il discorso fumoso fatto a Bruxelles non ha impressionato  i nostri partner più di tanto, anzi questi non hanno mancato di ricordargli che l'Italia ha già fatto tante promesse in passato, puntualmente disattese, e che ora è arrivato il momento di dimostrare fatti concreti.
Ovvio dunque che non abbia ottenuto quanto voleva. Non ha preso la lezione nel verso giusto ed ha peggiorato la situazione intestardendosi nel formalizzare, senza una previa operazione diplomatica sottostante di acquisizione di benestare, la candidatura della Mogherini quale ministro degli Esteri dell'Unione. Di fronte ai niet di vari paesi nordici ha preferito congelare le nomine fino all'inizio di settembre con la conseguenza che tutt'ora a parlare in nome dell'Europa non è né lui, presidente di turno, né la Mogherini, ma Lady Ashton della Gran Bretagna.
Mentre il mondo a noi vicino sull'altra sponda del Mediterraneo è in disfacimento, mentre si consuma l'ennesimo genocidio dei palestinesi intrappolati a Gaza, mentre continuano gli sbarchi di emigrati vivi e morti sulle nostre coste, l'encefalogramma della nostra politica estera è assolutamente piatto, né potevano ravvivarlo le improvvise visite a Maputo, Luanda, Brazzaville o Cairo, senza uno straccio di strategia politica.
Circa le riforme interne, tra mille polemiche e i contorcimenti dei pusillanimi gruppuscoli dissidenti del PD, ha fatto approvare dal Senato la riforma Boschi, cioè il Senato ha dato il benestare alla propria dissoluzione. Ma l’atmosfera generale nel paese si è fatta pesante e tutto lascia intravvedere che ci sarà un lento logoramento di trincea.
Enorme errore è stato quello di ritenere che l'economia possa essere piegata ai suoi tempi, dichiarandosi indifferente al fatto che il PIL italiano salga solo dello 0,1% riducendo drasticamente le previsioni governative (spudoratamente ottimistiche, come avevano già fatto Monti e poi Letta) dello 0,8%. La faciloneria di una tale presa di posizione dovrebbe fare accapponare la pelle. Nessuno si capacita come il neo premier pretenda di governare senza aver compreso che il divario di questa forchetta fa la differenza tra un’economia che cresce ed un’economia boccheggiante ed assista impassibile alla distruzione di posti di lavoro di un paese vicino alla bancarotta. Possibile che Renzi non abbia compreso che quando si attuano politiche di austerity l’unica conseguenza sicura è il calo di domanda di beni e servizi e cioè del PIL e l’automatico aumento del rapporto di debito?
Alla ripresa d'autunno dovrà tornare a Bruxelles e presentarsi con dati per nulla rassicuranti: il deficit sarà di poco al di sotto del 3 per cento, non ci saranno segni evidenti di ripresa e di crescita economica, la disoccupazione sarà aumentata rispetto al 2013, il taglio alla spesa pubblica improduttiva previsto da Cottarelli non sarà stato fatto, la casta non avrà rinunciato agli anacronistici privilegi, lo spettro di una nuova manovra sarà sempre più corporeo, mentre la promessa di estendere la platea dei beneficiari dei famosi 80 euro non si realizzerà. In queste condizioni potrà ottenere qualche cosa? E’ da dubitarne. Forse potrebbe riuscirvi solo spaventando i mercati con un rischio grossissimo per la sua sopravvivenza, mentre se resterà impantanato nella presunta riforma della Costituzione e del Senato sarà assediato e sconfitto.
Le esigenze dell’economia in un  paese che naviga sull’orlo del baratro del debito, esigono risposte più veloci e più rapide delle riforme costituzionali. Ammesso che Renzi riesca ad ottenere entro settembre la prima approvazione dai due rami del parlamento della sua riforma costituzionale, il secondo passaggio non potrà essere effettuato prima di gennaio 2015. Poi ammesso che passi indenne anche questo ostacolo ci sarà bisogno del referendum popolare confermativo presumibilmente non prima di maggio 2015. E’ ipotizzabile che il paese resti immobile per tanto tempo?
Insomma Renzi ha sbagliato i calcoli non solo matematici, ma anche di strategia: il PIL è irrimediabilmente piatto, le privatizzazioni sono state un fallimento come ha dimostrato l’operazione Fincantieri che ha fruttato la metà di quanto preannunciato, la dismissione del 40% di Poste dovrà slittare di un anno dopo lo svenamento a favore di Alitalia, il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è ancora di là da venire. Per rispettare quanto previsto dal DEF, cioè 11 miliardi da destinare esclusivamente alla riduzione del debito pubblico il governo dovrà mettere sul mercato altre quote di Eni ed Enel dopo aver già ceduto ai cinesi il 35% di CdP Reti per 2 miliardi di euro con l’irritazione degli americani che non apprezzano l’ingresso della Cina nella tecnologia del gas.
Conclusione? E’ bene che Renzi riveda subito l’ordine delle priorità della sua agenda politica se non vorrà morire affogato nel pantano. Altro che Blietzkrieg!

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Se questa è una capitale

Lucia Abballe - Non vorrei urtare la sensibilità di chi, come me, ha imparato ad amare Primo Levi ma, prendendo a prestito il titolo del suo più noto capolavoro e percorrendo le strade di Roma traboccanti di cumuli di rifiuti dal fetore insopportabile, mi chiedo “se questa è una città”, capitale d’Italia, che il mondo ci invidia. Non vuole essere una provocazione, ma mi consola sapere che tra le penne faziose, incapaci di leggere e riconoscere l’evidenza dei fatti, ci sia qualcuno in grado di fotografare la realtà per quella che è, nella sua grande bellezza e nella sua invadente ‘mondezza’. Il tweet che Bruno Vespa ha pubblicato la scorsa domenica sulla situazione dei rifiuti a Roma (cif. “Sono a San Pietroburgo, 5 milioni di abitanti, non ho visto un rifiuto sulla strada. Mi sono vergognato di abitare a Roma”) ha fatto luce su quegli angoli della città che sono invisibili soltanto per chi ha deciso di non volerli vedere. Dopotutto, i cassonetti esondanti di immondizia e la turpitudine che caratterizza alcune strade della città eterna, sono rimaste lì, dove le precedenti amministrazioni le avevano lasciate. Tanto più risultano inefficaci le promesse fatte dall’attuale sindaco, Ignazio Marino, di interventi mirati per la gestione del ciclo dei rifiuti quando le medesime non sono state seguite dai fatti ma hanno prodotto, come unico risultato, l’immagine desolante di una capitale europea capace soltanto di dimostrare inefficienze di questo livello. I rifiuti, così come le “emergenze ambientali” provocate da sporadiche bombe d’acqua che si sono abbattute sulla capitale nei mesi scorsi, sono figlie della medesima situazione e rimandano, in un batter d’occhio, a tutte quelle precedenti circostanze, archiviate sotto la categoria di “eccezionalità”, che più volte hanno messo in ginocchio un’intera città. Le proposte fatte in campagna elettorale per fronteggiare la situazione dei rifiuti a Roma hanno lasciato spazio ad una preoccupazione residua di ciò che non è stato fatto e che, all’occorrenza, si promette di fare. Pertanto, l’indignazione manifestata nei bollettini ufficiali non fa che gettare ulteriore benzina sul fuoco ed essere letta come l’ennesimo tentativo di accantonare qualunque tipo di responsabilità individuale e collettiva che blocca il Paese sugli stessi problemi da molti, troppi, anni. In Italia, le situazioni estreme sono necessarie per aprire gli occhi e per accorgersi, improvvisamente, che la città nella quale abitiamo non è quella che l’amministrazione capitolina ha sognato durante il suo lungo sonno. È la metafora di un Paese che, nel disagio, si è finalmente accorto di essere in crisi ma non ha reagito come gli impone il suo enorme potenziale. Ancora una volta,  nella pigrizia di chi è abituato a fare “quanto basta”, Marino ha improvvisato la propria indignazione cui fa da sfondo una politica incapace di tutelare e custodire il territorio. Il rischio è di fare promesse nei momenti di forte tensione per poi tornare alla quotidianità e ai rituali di palazzo, lasciando il mondo con i suoi problemi fuori dalla finestra. Insomma un circolo vizioso che sistematicamente riporta in auge tutti i problemi irrisolti di questa città che si sedimentano nel tessuto sociale e culturale del Paese, nell’indifferenza e nell’improvvisazione dei nostri governanti.
L’Italia della ritrovata attendibilità internazionale deve cercare di colmare le lacune logistiche che accompagnano le disposizioni normative previste a riguardo ed adottare tutte le misure idonee a risolvere quei problemi che diventano puntualmente emergenze sociali. Già l’emergenza dei rifiuti a Napoli aveva posto alla ribalta le difficoltà della gestione di un settore complesso ma determinante, diventando improvvisamente una discarica umana in cui l’olezzo mefitico dei rifiuti e dei roghi sembrava fuoriuscire dagli apparecchi televisivi di tutto il mondo. È giunto il momento di passare dalle parole ai fatti per non ripetere gli errori del passato e per restituire a tutti noi la possibilità di non doverci ogni giorno vergognare. 

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La fata morgana della libertà

Torquato Cardilli - La giovane Ministra Boschi è bella e sorridente come la  fata turchina. Appare educata, misurata nelle dichiarazioni, prudente nel non cadere nelle trappole delle provocazioni insolenti. Politicamente vale più o meno quanto le altre giovani ministre che l’hanno preceduta ed ha con il primo ministro uno stretto rapporto di amicizia oltre che condiscendenza, già riscontrato nelle sue colleghe verso il capo del Governo o gli altri big di partito. Negli ultimi giorni, però, in Senato ha assunto le sembianze della maestrina stizzita, pronta a volgere verso il nevrotico, di fronte ad una scolaresca indisciplinata che non accetta di essere comandata a bacchetta. Ha definito allucinazioni, alle quali non si può rispondere con l’uso della ragione, le critiche di quanti dentro e fuori del Senato hanno avanzato rilievi politici e giuridici verso l'impianto del suo disegno di legge di riforma costituzionale. In verità è proprio la Boschi, con la sua chiusura a qualsiasi modifica del testo, che vorrebbe imporre le allucinazioni e trasformarsi in un’altra fata, quella morgana, specie di miraggio (come insegna la mitologia celtica), che induceva i marinai a vedere inesistenti castelli in aria verso cui erano attratti per andare a morire.
Chi è assetato di giustizia, di equità, di lotta alla corruzione, di verità se dà retta alle affermazioni e al testo di legge della Boschi, che sono il frutto dei perentori diktat del premier, vedrà riflesso sull'asfalto dei diritti un lago in cui crederà di potersi abbeverare, inconsapevole di andarvisi a sfracellare insieme alla morente libertà.
Per capire le ragioni profonde di questa testardaggine di Renzi, che si avvale della complice protezione del nonnetto d’Italia le cui funzioni da tempo non sono più quelle di garanzia e di presidio del rispetto assoluto della costituzione, nel volere a tutti i costi la radicale riforma del Senato e l’accentramento dei poteri nelle sue mani quale leader del partito di maggioranza bisogna fare un passo indietro, all’inizio del 2014.
Renzi, non ancora premier ma nuovo capo del PD e Berlusconi, già espulso per indegnità dal Senato ma vecchio capo di FI, si vedono in segreto al Nazareno. Berlusconi è accompagnato da personaggi come Verdini (rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta) e Letta zio, che sta per fare le scarpe a Letta nipote, mentre Renzi è assistito dalle fide ministre che avranno il compito di mettere la faccia sulla riforma del Senato e della pubblica amministrazione. I due siglano un patto leonino, dopo un incontro a quattr’occhi, senza orecchie e sguardi indiscreti, durato 7 minuti, quanti bastarono a Von Ribbentrop e Molotov per spartirsi la Polonia: il primo ambisce alla conquista di Palazzo Chigi senza passare per le urne (contrariamente a quanto affermato, promesso e giurato pubblicamente) il secondo vuole un riconoscimento politico, sorta di riabilitazione dopo i rovesci elettorali-giudiziari ed essere considerato un padre costituente all’altezza di De Gasperi, Nenni, Saragat.
Il patto resta segreto, molto più riservato e inconfessabile di tanti altri patti scellerati della storia. Tutti, o quasi, in casa PD e FI ubbidiscono come gli Ebrei quando Mosè discese dal Sinai con le tavole della Legge. La cosa sembra funzionare e al Quirinale non pare vero di togliersi dai piedi il problema della grazia che non può essere concessa ad un condannato se questi non mostra pentimento e non la chiede.
Quindi Renzi (che non è parlamentare), alla faccia del messaggio “enricostaisereno”, ottiene, in modo del tutto extra parlamentare, lo sfratto di Letta nipote da palazzo Chigi, senza che il Governo sia stato sfiduciato, ma su richiesta del Presidente che questa volta non sente nemmeno il bisogno di salvare la faccia come aveva fatto con Monti, nominato in extremis senatore a vita.
Renzi si insedia come capo di governo e si circonda di perfetti sconosciuti in quanto ad esperienza e capacità di unire il paese in una riscossa morale, economica, culturale. Quindi promette l’impossibile. Una serie di riforme entro tre mesi: del lavoro (jobs act), della crescita economica, della pubblica amministrazione, del fisco, della giustizia, del taglio drastico della spesa pubblica (spending review), del pagamento totale dei debiti arretrati della pubblica amministrazione, della legge elettorale, della riforma istituzionale. Sa che se Berlusconi mantiene fede al patto, con la forza dei numeri di cui dispone, può imporre anche ai più riottosi un processo di riforma epocale.
Il popolo gli crede e ad occhi chiusi, stanco dei tentennamenti, della mancanza di coraggio e delle delusioni per i sacrifici a vuoto imposti dai vari governi Berlusconi, Monti, Letta, gli concede alle elezioni europee carta bianca con un successo strabiliante che supera il 40% dei voti.
E’ fatta. Renzi è il padrone d’Italia e può farne quel che vuole, ma il seme della democrazia piantato settanta anni fa con la disfatta del fascismo ha generato anche persone capaci di ragionare e di vedere i pericoli insiti nell’accentramento dei poteri senza contrappesi e senza bilanciamenti. Soprattutto è evidente che questo Parlamento, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, non ha l’autorità, né l’investitura per riscrivere la Costituzione.
Ben presto Renzi si accorge che il gigantismo della sua vittoria elettorale poggia su piedi di argilla. Guidare una Nazione non è come guidare un Comune. I problemi ereditati sono di una magnitudine di gran lunga superiore alle sue forze. Non ci sono alternative: bisogna continuare a bere l’amaro calice della crisi, la crescita è di là da venire, l’Europa gli sbatte la porta in faccia sulla questione della flessibilità e della nomina della Mogherini quale responsabile della politica estera europea, i disoccupati aumentano così come tutti i parametri negativi di macroeconomia e il ministro del Tesoro Padoan, pur con le smentite di routine, ricorda che mancano all’appello per il prossimo autunno circa 24 miliardi di euro.
La risolutezza mostrata nelle primarie, nel defenestramento di Letta, nel guanto di sfida ai sindacati si ferma di fronte al prolungato declino economico. Renzi si trova in un cul de sac mentre ormai svapora l’effetto benefico sull’economia dei famosi 80 euro in più in busta paga. Per raddrizzare l’economia e imprimere una spinta alla crescita occorrono decisioni drastiche, sgradite ai poteri forti, liberalizzazioni che scontentano le corporazioni, i potentati economici, le sacche di sottogoverno, i boiardi di stato, i ministeri, la casta. Non ce la può fare.
Per non gettare la spugna punta tutte le fiches sul tavolo verde della riforma costituzionale (che non faceva parte del programma elettorale del PD nel 2013), definita la madre di tutte le riforme di cui al popolo non interessa un gran che, ma la mossa gli serve per poter dire che la palude gli ha impedito di rinnovare il paese.
Mentre in pubblico ostenta una sicurezza tetragona e una determinazione cocciuta ribadendo che nonostante il forte ostruzionismo dell'opposizione nessun ostacolo potrà fermarlo nella sua marcia verso il cambiamento della carta costituzionale, secondo le solite voci di corridoio avrebbe anche pensato alle dimissioni del Governo per costringere Napolitano a sciogliere le Camere se prima delle ferie estive non sarà approvato in prima lettura il disegno di legge della fata turchina.
Crede di poter chiamare a raccolta gli stessi elettori che lo hanno plebiscitato lo scorso maggio e minaccia il voto anticipato con l’intento di cambiare i musicisti se quelli attuali non cambiano lo spartito per suonare quello che a lui piace.
Ma questa è un’arma spuntata in partenza perché i senatori (e i voltagabbana attaccati alla sedia sono numerosi tanto in FI quanto nel PD) sanno benissimo che se si approva la modifica costituzionale si dovrà per forza andare alle elezioni nel 2015 e che loro usciranno per sempre dal Senato. Viceversa se le Camere fossero sciolte prima della modifica, si andrebbe al voto con la vecchia legge Mattarellum, come indicato dalla Corte Costituzionale, che prevede le preferenze, per rinnovare sia Camera che Senato.
Ma vediamo un po’ come stanno le cose sulla Costituzione.
Con tale termine dalla fine del XVIII secolo (costituzione americana del 1787, di Francia del  1791, e poi via via nei vari stati dell’Europa continentale) si indica lo strumento di completa rottura con l’ordinamento politico precedente e la codifica del riconoscimento dei diritti primari del cittadino e del principio basilare irrinunciabile della sovranità popolare che non può più essere limitata, né abrogata dal monarca al potere.
In Italia si sono succedute due costituzioni: lo Statuto Albertino del 1848 e la Costituzione repubblicana, tuttora vigente, entrata in vigore cento anni dopo il primo gennaio 1948. Tra le due Costituzioni vi fu la torsione del diritto in senso dittatoriale quando nel 1925 Mussolini subordinò il potere legislativo alla volontà dell'esecutivo.
Le elezioni del 1946 istituirono l’Assemblea costituente che nominò una commissione di 75 deputati incaricata di elaborare il progetto di Costituzione con il contributo intellettuale di veri cultori del diritto. La Carta fondamentale che restituiva ai cittadini i diritti espropriati dalla dittatura, composta di 140 articoli fu approvata il 27 dicembre 1947 dopo l’intervento di 257 oratori per 1090 interventi.
La riforma costituzionale di cui si parla ora tende invece a restringere i diritti del popolo anziché ampliarli e questa, spacciata per innovazione, non è altro che un’operazione reazionaria.
Innanzitutto non si è mai visto un Governo che imponga una revisione costituzionale. Questa invece deve nascere dal libero confronto e dal dibattito tra le forze politiche senza ricatti o forzature. Il Governo ed il Parlamento attuali, come detto sopra, non hanno l’autorità legittima per la riforma della Costituzione; potrebbero al limite apportarvi qualche modifica seguendo le rigide procedure previste dall’art. 138, senza stravolgerne l’impianto generale che fa dell’Italia una repubblica parlamentare.
Ora l’intento del disegno di legge Boschi è chiaramente quello della riscrittura della Costituzione, abolendo il bicameralismo perfetto, istituendo un Senato ridotto e non elettivo con caratteristiche peculiari del tutto estranee all’attuale carta  fondamentale, ampliando i poteri del Presidente del Consiglio, ridefinendo le prerogative del Capo dello Stato e soprattutto attraverso il collegamento con una legge elettorale, pure essa chiaramente incostituzionale, attribuire un premio di maggioranza abnorme al primo partito cui viene dato il potere di controllare il Parlamento, l’elezione del capo dello Stato, dei giudici della corte costituzionale. E questa sarebbe la repubblica parlamentare nata dalla resistenza? No, è uma fata morgana che può provocare la morte della nostra democrazia.

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Mare nostrum a parole

Torquato Cardilli - Più di tre anni fa, su queste colonne, veniva sottolineata l'importanza del "mare nostrum" (vedi l’articolo del 7.3.2011) per gridare che era arrivato il momento di spezzare la catena delle morti inutili di soldati italiani mandati in Afghanistan, senza farsi ipnotizzare da una propaganda sparsa a piene mani, per cui chi sosteneva che le nostre risorse umane, finanziarie, tecniche andavano indirizzate a fini più immediati di sicurezza nazionale, veniva scambiato per disfattista contrario al benessere del suo Paese.
In questi anni sono cambiati tre governi, ma la musica è rimasta la stessa. Il paese ha continuato a tracannare retorica (dovremmo pure comprare gli F35 che si guastano ad ogni prova!) scambiata per amor di patria, mentre in realtà è solo un trucco per coprire la propria vergogna, per superare la propria incapacità ad indicare un obiettivo concreto, per nascondere le proprie responsabilità morali e politiche, per far dimenticare che alla guida del paese ci sono degli inetti che promettono l’uscita dalla crisi, che parlano solo di speranza e che mentono sui sacrifici che bisogna affrontare ogni giorno.
Ora ci siamo dimenticati della guerra in Afghanistan del servizio reso agli alleati americani di cui abbiamo assecondato tutte le richieste incuranti che al momento opportuno a Washington si decide e si agisce senza consultare Roma (vedi trattative segrete con i Talebani), nonché dell’aiuto offerto ad un signore che ha truccato le elezioni, che ha fatto aumentare il contrabbando, che ci ha superato in fatto di corruzione, che dopo 10 anni di guerra controlla meno della metà del paese.
Insomma in questi anni, nonostante le spese regolarmente approvate da un parlamento di incapaci, non abbiamo risolto nessuno dei nostri problemi di sicurezza. La nostra politica estera è stata assente (non siamo stati neppure capaci di risolvere la questione dei due marò prigionieri in India), quella di sicurezza nazionale è evanescente e incurante di quanto accade nelle nostre città ed ai nostri confini meridionali. Non sono stati ripensati gli orizzonti, non è stata disegnata alcuna strategia più vicina agli interessi degli italiani, ma si è continuato a mentire sui rapporti con l'Europa, sulle responsabilità del non avere impedito l'invasione da Sud dei disperati.
Dall'incendio del Nord Africa e del Medio Oriente, dai sanguinosi eventi di Libia, Tunisia, Egitto, Siria, Iraq non abbiamo tratto nessuna lezione, siamo andati avanti alla cieca facendo finta di nulla di fronte a organizzazioni criminali che accumulano ogni giorno milioni di dollari alle spalle dei disperati e, più a valle, di tutti gli italiani che ne pagano le conseguenze.
L'Italia è la portaerei naturale dell'Europa nel Mediterraneo, un ponte che è facilmente raggiungibile da quel trampolino di lancio che è la Libia. Così si riversano a casa nostra migliaia e migliaia di persone (solo dall’inizio del 2014 sono 60.000) in cerca di libertà e di fortuna, senza renderci conto che andando avanti di questo passo l'invasione da Sud comprometterà per sempre l'equilibrio sociale, economico, sanitario, culturale della nostra società, già piagata dalle scarcerazioni facili, dalla mafia, dalla camorra, dalla criminalità di strada.
Riesumando l'espressione latina "mare nostrum", utilizzata dai romani per avvertire tutti i popoli del Mediterraneo che su quel mare non si poteva scherzare né violare impunemente la legge romana, chi ci governa ha affidato alla nostra Marina Militare il compito di traghettatori gratuiti di quanti hanno pagato ad altri il biglietto di viaggio e di recupero dei cadaveri di quelli che non ce l'hanno fatta.
Perché non utilizzare tutta la nostra forza industriale, di polizia economica, di organizzazione militare per concentrarci sulla difesa di questo mare (che rappresenta solo il 3% delle acque del globo ma che è luogo di transito del 20% dei commerci mondiali) unica barriera offertaci dalla natura?
Per giorni le televisioni racconteranno dei cadaveri stipati sotto coperta dei barconi della morte che fanno rotta verso il canale di Sicilia, gestiti da un’organizzazione di scafisti che non può sfuggire a servizi segreti che si rispettino (dovrebbero sapere persino come si spartiscono i soldi), mentre il pezzo forte dei notiziari sarà la battaglia della riforma del Senato come se questa potesse darci più sicurezza, anziché essere un puntiglio del presidente del Consiglio.
Quante volte, di fronte alle salme dei disperati morti in cerca di fortuna i nostri politici hanno versato lacrime di circostanza e espresso solidarietà vuota alle famiglie? Da Letta alla Boldrini, da Alfano al Capo dello Stato, dal Papa che si è recato a Lampedusa ai leader di partito, tutti hanno recitato la loro parte, mentre ancora una volta il popolo italiano assiste a viaggi tragici nel Canale di Sicilia: un barcone con oltre 600 emigranti, con un carico di una trentina di morti per asfissia, è stato soccorso da una nave della Marina Militare italiana, mentre altre unità della Guardia costiera hanno soccorso altri 7 barconi con più di  1.650 occupanti carichi di disperazione.
Renzi, che per 6 mesi avrà la presidenza di turno, ha fatto ora la scoperta che bisogna chiedere il coinvolgimento dell'Europa. Alfano orgoglioso che la nostra Marina Militare sia svilita a rango di protezione civile ripete che l’operazione Mare nostrum non può durare all'infinito. Sembra che Juncker (designato da 26 paesi su 28 come prossimo presidente dell’UE) convinto dai nostri sia intenzionato ad includere nel suo esecutivo un Commissario ad hoc per l’immigrazione. Parole, intanto, gli ambigui traffici affaristici in Sicilia di organizzatori e profittatori di poveri clandestini continuerà.
Cosa fece la Francia quando la flottiglia di Greenpeace ostacolava i suoi esperimenti nucleari in un atollo del pacifico? Non esitò ad affondare i natanti pacifisti senza chiedere permesso a nessuno, né scusarsi. E come si è comportata l’Australia di fronte alla possibile invasione di vietnamiti e cambogiani?
Come stroncare di netto questo commercio di carne umana (60 mila ingressi nel solo 2014 significano un bottino per la criminalità di almeno 120 milioni di dollari) da parte di trafficanti dotati di tutte le attrezzature necessarie dai telefoni satellitari alle navi madri, nonché delle puntuali informazioni sulle rotte di pattugliamento delle nostre navi militari?
Abbiamo dimenticato la grande tradizione di sensazionali imprese degli incursori di marina come quella dell’isola di Premuda o nei porti di Malta, Alessandria d’Egitto, Gibilterra?
Il Comsubin è uno dei reparti d'elite, con unità di palombari e sommozzatori specializzati nella bonifica degli ordigni in mare e per azioni di commando, di infiltrazione in zone ostili, per attacchi a installazioni portuali e costiere, o per operazioni di sabotaggio e distruzione di unità navali e mercantili in porto o alla fonda.
Sarebbe sufficiente che un pugno di incursori (che sfilano ogni anno a vuoto nella parata del 2 giugno) andasse nei porti libici a sabotare e affondare sul posto tutte le barche in grado di prendere il largo. Poi potremmo permetterci anche il lusso di indennizzare la perdita dei natanti, fornendone di nuovi al governo libico ritenuto responsabile, fabbricati da noi, dotati di microchip rilevabili via satellite.
Guadagneremmo il rispetto di un’Europa incapace di una politica estera e di un atteggiamento solidale e risparmieremmo anche i 40 euro che spendiamo al giorno per ogni immigrato, oltre agli enormi costi sanitari e sociali di una presenza così massiccia di immigrati, che finiscono per ingrossare le fila della malavita e della criminalità.
Se la Libia non è in grado di fermare l'esodo abbiamo tutto il diritto di occupare temporaneamente con delle teste di ponte il litorale da cui partono le barche dei delinquenti, moderni schiavisti. Questa non sarebbe guerra, ma un’operazione di polizia in difesa preventiva del paese. O invece c’è qualcuno da noi che è interessato a far continuare il traffico che significa anche lucrosi contratti in Italia per la sussistenza dei profughi?

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La politica estera in bollicine come le promesse dello sbruffoncello

Torquato Cardilli - Ormai le gaffes del nuovo primo ministro, parvenu di provincia che crede di poter trattare tutti come se stesse alla Leopolda, incominciano ad essere troppo numerose per essere passate sotto silenzio o coperte dalla melassa dei commenti agiografici, di zelanti corifei, che ripetono la solfa del successo del 41,8% alle elezioni europee, come se questo fosse un dato immutabile nel tempo, mentre potrebbe rivelarsi del tutto effimero.
Già aveva cominciato male con le mani in tasca in occasione del discorso programmatico per la fiducia in Parlamento. Poi c'è stata, al primo incontro politico internazionale, la figura da scolaretto con il cappottino grigio da quattro soldi (non sarebbe il caso che chi lo consiglia sull'abbigliamento gli dica almeno di accorciare un po' le maniche?) abbottonato con un salto di bottone, di fronte alla Merkel che lo trattava con compassione.
In tre mesi di attività di governo è ingrassato di almeno cinque chili. Il video in streaming dell'incontro con la delegazione dei 5 Stelle, che ha fatto il giro della rete insieme alle sue espressioni alla Crozza, con un visibile doppio mento da sessantenne, è stato impietoso.
E fin qui siamo solo all'aspetto estetico.
Passiamo alle parole e ai fatti. Nella riunione di Venezia, dedicata alla tecnologia, per dare l'avvio alla presidenza italiana dell'Unione Europea ha voluto strafare parlando a braccio in inglese. Inglese? Si fa per dire! Si è espresso in una lingua (gli anglofoni presenti in sala lo hanno scambiato per un incomprensibile dialetto tipo broccolino) con concetti raffazzonati, senza un  minimo di coerenza con l'oggetto della conferenza, né rispetto per la grammatica, per la logica, per la fonetica.
Voleva ricordare che Antonio Meucci è stato il vero inventore del telefono, ma ha tradotto alla lettera dall'italiano alcuni pensieri da bar, oltretutto con un madornale errore spazio temporale, facendo risalire l'invenzione di Meucci all'attività di tecnico al teatro della Pergola, anziché al soggiorno negli USA, quando per meglio assistere la moglie malata collegò artigianalmente il primo piano dell' abitazione con il pian terreno, ove teneva il suo laboratorio.
Poi c'è stato l'errore marchiano, fatto passare da una certa stampa italiana come finta gaffe per scuotere l'uditorio, che la Cina avrebbe dato i natali all'ambasciatore, viaggiatore ed esploratore del 1300 Marco Polo, nato e morto a Venezia,  e al sinologo gesuita, geografo e cartografo maceratese Matteo Ricci che morì a Pechino quattro secoli fa.
Alla sua prima apparizione di fronte al Parlamento europeo, volendo citare qualcosa di dotto o semplicemente di scolastico in un discorso fumoso e fatto di slogan, è scivolato su una buccia di banana tipo Razzi. Si è detto contrario alla lotta tra Enea e Anchise (dimenticando che il primo era figlio del secondo portato in salvo sulle spalle) e si è auto proclamato rappresentante della generazione Telemaco. Riferimento che non porta fortuna perché quel rampollo non aveva nemmeno un grammo dell'astuzia del padre o della pazienza diplomatica della madre che era riuscita a tenere a bada i Proci per 20 anni. Ciò nonostante ha raccolto gli applausi dalla claque attivata da un altro collega dallo pseudo inglese zoppicante come Pittella, o dall’adorante sottosegretario agli affari europei Gozi, mentre ben serrate e puntuali sono state le critiche mossegli da parte dei parlamentari intervenuti che hanno ricordato di aver ascoltato promesse italiane, non mantenute, da troppi anni. Su tutto questo i media italiani hanno amorevolmente glissato come avevano fatto a suo tempo con il lapidario commento dell’Economist, in occasione del discorso di insediamento “The biggest problem was the lack of detail in Mr Renzi's speech. He has promised a reform a month until June.... But there was no real explanation as to how Mr Renzi intended to pay" (…il problema più grande, però, è stata la mancanza di dettagli nel discorso del Signor Renzi. Ha promesso una riforma al mese fino a giugno.. ma non c’è stata alcuna indicazione sul come il Signor Renzi intendesse onorarle...".
Aveva promesso in effetti entro aprile la riforma della pubblica amministrazione, entro maggio quella del fisco, entro giugno quella della giustizia, entro luglio quella della riforma della costituzione e della legge elettorale e qualora non vi fosse riuscito avrebbe considerato finita non l’esperienza di governo, ma la sua esperienza politica. Diceva sul serio?
Ma torniamo all’Europa ove ben più duro è stato con lui il nuovo commissario per l’economia Katainen che gli ha ricordato che la medicina fa bene solo se la si prende.
Mentre proprio ai confini dell'Europa infuriano tempeste di bombe, accuse politiche da guerra fredda con minaccia di sanzioni alla Russia, continuo inesorabile approdo di disperati in Sicilia, anziché dare prova di visione lungimirante, di preparazione dei dossier, di iniziativa politica su questioni gravissime come il massacro dei civili a Gaza, lo scontro USA-URSS sull'aereo abbattuto in Ucraina, sulle traversate della morte dei barconi dalla Libia verso l'Italia, Renzi se ne va in giro in Africa. Vera e propria politica estera delle bollicine.
Lui che aveva candidato con arroganza la sconosciuta Mogherini, assurta al vertice della Farnesina nonostante lo scarno curriculum, al ruolo di ministro degli Esteri dell'Unione, di fronte all'aperto boicottaggio europeo di tale nomina ha insolentito il presidente del consiglio Van Rompuy, dicendo ai giornalisti italiani presenti che la prossima volta sarà meglio che gli inviino un SMS piuttosto che farlo andare a Bruxelles per ricevere un no.
Incaponitosi sul nome della Mogherini, candidatura che non era stata minimamente preparata, senza quel necessario proficuo lavorio sotterraneo di una diplomazia che si rispetti, ha preferito bloccare la scelta del responsabile della politica estera dell'Europa fino a settembre, come se gli eventi di questi giorni possano concedere pause.
Qualsiasi paese europeo di peso (Germania e Francia) avrebbero fatto di meglio per rintuzzare le critiche americane sull'assenza di una politica estera europea e non lamentiamoci se poi loro faranno senza di noi.
Invece Renzi è partito per un rapido tour in tre paesi del continente nero, credendo di avere a che fare con capi africani gonzi, mentre in realtà sono dei volponi crudeli e raffinati. Il suo predecessore Letta aveva organizzato, in articulo mortis del suo governo, un viaggio in Kuwait per perorare una mancia di 500 milioni di dollari di investimenti. Il "magnifico" di Firenze è andato ben al di là: a Maputo ha indicato l’obiettivo di poter realizzare con questo tour un punto di Pil (cioè 16 miliardi di euro) in 1.000 giorni. Roba che si può vendere ad una riunione di fans adoranti, ma che non può essere spacciata come il frutto di una visita di Stato preparata alla bell'e meglio a chi ha esperienza di incontri internazionali, che, per essere proficui, hanno bisogno di una paziente elaborazione e preparazione.
Non tragga in inganno la compagnia di viaggio (l’ad di Finmeccanica, Moretti, l’ad di Eni, Descalzi, l’ad di Saipem, Vergine, il vice ministro dello Sviluppo Economico, Calenda, vari imprenditori), né la dichiarazione di Renzi che l'Italia è pronta ad investire in Africa nei prossimi mesi, e che le aziende italiane sono pronte a fare la propria parte. Quale parte? Un investimento di 50 miliardi di euro nel solo Mozambico per un progetto di sviluppo del gas. Credibile?
Durante il brindisi formale,  pronunciando qualche frasetta di circostanza in italiano (c'è da sperare che il traduttore ne abbia infiorettato il succo al padrone di casa) si è comportato come se si fosse trovato all'osteria con gli amici chiedendo a microfoni aperti "dov'è lo champagne?". Nella tappa in Congo, stessa scena, ma rivolgendosi al proprio ambasciatore ha chiesto conferma se poteva dire "santé" sollevando il calice, anziché “à votre santé”.
Ultima tappa a Luanda dove Renzi si è lanciato nel promettere l’appoggio dell’Italia alle pretese dell’Africa di avere maggior spazio nell’Onu e all’Angola di diventare membro del Consiglio di Sicurezza. Hai capito quale appoggio! In risposta il padrone di casa, uno che è al potere da oltre 30 anni, ha detto di essere disponibile a creare un comitato congiunto per definire la cooperazione agro-industriale. Campa cavallo!

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Senatori o monatti?

Torquato Cardilli - Ormai sono già tre mesi che si sente parlare di riforma del Senato. Per la verità all'inizio del suo mandato Renzi aveva esordito a Palazzo Madama annunciandone addirittura la cancellazione “tout court”. Poi è sopravvenuto il potere della casta e delle corporazioni a fargli cambiare idea e si è fatta strada la tesi di una Camera Alta non elettiva.
Siamo ora alla fine (l’ultimo kilometro della maratona è sempre il più difficile) del capitolo scritto secondo la logica traballante della ministra Boschi, quella che sogna la vita di coppia, fondata sull’accordo con Berlusconi che non può più essere rinnegato. Il nuovo Senato dovrebbe essere ridotto ad un terzo di quello attuale (100 senatori al posto di 315) non più eletti dal popolo, ma selezionati dai consigli regionali e dai sindaci dei capoluoghi. Scompaiono i senatori a vita e quelli eletti all’estero (e questo non è un male visto l’inconsistente risultato della loro azione nei confronti dei propri elettori), ma i primi rientrano sotto altre spoglie: infatti 5 sono i componenti di nomina quirinalizia. Ed è qui che i conti cominciano a non tornare.
Fino ad oggi il Presidente della Repubblica ha diritto a nominare 5 senatori a vita che si aggiungono a un corpo di 315 eletti. La prerogativa di scegliere 5 componenti su 95 non è solo un retaggio anacronistico ingiustificato, ma costituisce uno sproposito numerico. Il potere presidenziale di incidere politicamente dell’1,58% viene moltiplicato di oltre 3 volte passando al 5,26%. Ma a questo la maggioranza che non osa fiatare di fronte al colle non ha fatto caso. La discussione sembra invece essersi incagliata sulla questione dell'immunità.
Questa parola, di chiara origine latina, citata da Cesare nel “de bello gallico” quando parla dei Druidi che hanno la dispensa dal servizio militare e l'immunità di tutte le cose (... Druides omniunque rerum habent immunitatem...) stava a significare una condizione di favore con l'esenzione da un obbligo.
In medicina immunità indica uno stato di resistenza specifica acquisita contro un determinato antigene. Manzoni ce ne dà un esempio parlando dei monatti, addetti pubblici, guariti dal morbo e perciò diventati immuni, che durante la pestilenza erano incaricati del trasporto di carichi male odoranti di malati e di cadaveri.
Sul piano giuridico l'immunità è una situazione soggettiva privilegiata riconosciuta e garantita in favore di chi abbia una posizione ed una funzione istituzionale, una sorte di  sopravvivenza di antiche guarentigie che salvaguardavano in genere i monarchi assoluti.
Nella politica italiana, invece, l’immunità è scivolata sul piano inclinato della corruzione ed ha finito per essere scambiata per impunità, stando a significare libertà di poter compiere qualsiasi atto vietato e punito se commesso dai comuni mortali.
Secondo l’art. 68 della Costituzione vigente, i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. E fin qui nulla quaestio.
Ciò che invece per l’opinione pubblica è diventato inaccettabile è la successiva disposizione che prevede che senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, nessun membro del Parlamento possa essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né possa essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, o se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza.
Ma torniamo alla proposta di modifica del Senato che non sarà più elettivo, che non darà più la fiducia al governo (questa resta prerogativa assoluta della sola Camera dei Deputati, titolare della funzione di indirizzo politico del paese e di controllo dell’attività del Governo), ma che concorrerà all’elezione del Presidente della Repubblica, alle riforme costituzionali, all’elezione dei componenti della Corte Costituzionale ed altri affarucci di minor conto.
Come detto ci saranno 95 para senatori “territoriali”, non retribuiti: 74 scelti tra i consiglieri regionali e 21 tra i sindaci.
Che è successo in Commissione affari costituzionali del Senato chiamata a discutere sul progetto governativo? E’ tornata in ballo l’immunità, che era stata esclusa nel testo della riforma voluta da Renzi, grazie ad un emendamento co-presentato da Finocchiaro e Calderoli.
Dopo l’alluvione di scandali a ripetizione che hanno visto coinvolti ben 17 consigli regionali su 20, lo scioglimento di 3 consigli (Lazio, Lombardia, Basilicata), la bellezza di 521 consiglieri regionali su 1.100 sottoposti ad indagine con 300 rinviati a giudizio, (83 in Sicilia, 64 in Lombardia, 51 in Campania, 39 in Piemonte, ecc.) con presidenti di regione condannati o indagati come Formigoni (Lombardia), Del Turco e Chiodi (Abruzzo), Lorenzetti (Umbria), Vendola (Puglia), Scopelliti (Calabria), Lombardo (Sicilia), ha ancora senso parlare di immunità? Il futuro Senato rischia o no di essere formato da politici provenienti da una classe dirigente protagonista di scandali di ogni tipo, che una volta a Palazzo Madama sarebbe protetto da uno scudo inammissibile?
E’ immaginabile un senato in cui siedano per il PdL consiglieri regionali alla Fiorito o Minetti, per la Lega Galli o Toscani o Marelli o Cota, per il PD Barracciu o De Filippo, del Basso de Caro o Faraone, tutti indagati o rinviati a giudizio per peculato, per utilizzazione del denaro pubblico per usi personali, (dal pranzo di nozze della,figlia, alle cartucce e munizioni da caccia, dalle mutande verdi al libro mignottocrazia, dagli scontrini delle caramelle o del cesso pubblico, a nottate in albergo con amante)?.
Ne è nato un polverone gigantesco.
Della riproposta immunità tutti se ne sono lavati le mani. Nessun partito, pur avendo votato in Commissione per la sua permanenza anche nel nuovo Senato, seppure ciascuno con diversa portata e distinguo, ha riconosciuto la paternità di questa norma. Alle prime avvisaglie negative e alla raffica di critiche piovutegli addosso la stessa Ministra Boschi ha inciampato in una menzogna dicendosene all’oscuro. Bugia prontamente smentita dalla presidente della Commissione Finocchiaro che non si è fatta infinocchiare dalla giovane renziana, rispondendole che gli emendamenti presentati avevano ricevuto per ben due volte il visto governativo. Riproposizione dell’eterno difetto nostrano del fare le cose “a sua insaputa”.
In questo bailamme si è levata la voce del noto costituzionalista da quattro  soldi Calderoli, quello del porcellum, la legge elettorale più incostituzionale della nostra storia, che da co-relatore ha fatto una prima marcia indietro spingendosi ad ipotizzare un’eliminazione dell’immunità anche per i Deputati.
Chiara cortina fumogena! Figuriamoci se la Camera, dove vivono decine di indagati e dove si sta consumando, dopo l’arresto del Deputato del Pd Genovese, l’ennesimo dramma del voto sulla richiesta di arresto del Deputato di Forza Italia ex governatore del Veneto  Galan per lo scandalo Mose, avrà la forza morale e l’onestà di ammettere che tale istituto è del tutto anacronistico.
Certo molti sono i politici che si sono dichiarati contrari all’immunità per chi non è eletto (Mineo, Chiti, Mucchetti, Puppato, Civati, Zampa, ecc.) soprattutto tra i sindaci (Pisapia, De Magistris, Doria, Marino, Bianco, Orlando,Zedda ecc.) e che hanno dato luogo ad una vera e propria spaccatura all’interno del Partito democratico.
Ciò che dovrebbe preoccupare di più, anche se non mancano pareri di costituzionalisti al soldo, è il chiaro profilo di incostituzionalità perché un sindaco mandato al Senato verrebbe ad essere considerato immune anche su fatti commessi durante il mandato amministrativo comunale.
C’è da augurarsi che la dea della saggezza faccia cadere qualche stilla sul segretario del Pd che è anche primo ministro e lo induca a non consentire che i nuovi Senatori della Repubblica siano dei monatti con il loro carico di putridume. Gli italiani hanno un assoluto bisogno di una dimostrazione di trasparenza e di sincera volontà di rinnovamento da parte delle Istituzioni, mentre i Parlamentari onesti non hanno bisogno dell'immunità.

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