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Last updateGio, 18 Gen 2018 8pm

Italia

La sceneggiata e o’ malamente

TORQUATO CARDILLI - In varie occasioni, nei passati otto mesi, è stato notato che Renzi è un gaffeur internazionale, ma questa volta, di fronte ai Capi di Stato e di Governo dell'Europa e al Presidente della Commissione, riuniti a Milano per la conferenza sul lavoro, ha passato il segno.
Il Primo Ministro, che ripete spesso la solita litania di aver conquistato il 41% dei voti alle elezioni europee e di guidare il partito più votato in Europa, si è presentato visibilmente imbarazzato sia per la focosa e urlata manifestazione di contestazione dei lavoratori, contenuta da un imponente schieramento di carabinieri, sia per non avere mantenuto, come dimostrazione della sua capacità di cambiare l'Italia, la promessa di mettere sul tavolo di questo evento, il più importante della presidenza italiana dell'UE, la conferma della fiducia parlamentare sul ”jobs act” che in mattinata aveva dato per acquisita.
In conferenza stampa, telediffusa non solo nei 28 paesi dell'Unione, ma anche sui circuiti extraeuropei, ha osato svillaneggiare il Senato della Repubblica, istituzione che vorrebbe sostituire con un circolo dopolavoristico, dicendo che esso stava impegnato in una sceneggiata che non mutava la sua politica. Ha così offeso l'intero popolo italiano e non solo i senatori schierati su fronti contrapposti: da una parte quelli dall'obbedienza cieca al diktat governativo, dall'altra quelli che denunciavano la delega sulla riforma del lavoro come una cambiale in bianco, che non tutela i diritti dei lavoratori, che non riduce il precariato, che non protegge la piccola  e media impresa. In mezzo ai due schieramenti uno sparuto gruppo di dissidenti del PD che presto dovranno vedersela con la riesumazione della tradizione della purga di origine autoritaria.
In Senato gli scontri verbali e le manifestazioni di ribellione da parte dell'opposizione, abitudinariamente repressa con strumenti legali e forzosi (dai tempi contingentati agli improvvisi cambiamenti all’odg), sono stati la naturale conseguenza dell'arroganza governativa che ha voluto mortificare milioni di lavoratori e dividere l'opinione pubblica anziché unirla nello sforzo di rimettere in moto il paese.
Si può ammettere che la critica politica fatta tra italiani in Parlamento, sulla stampa, nei dibattiti televisivi, sia ampiamente giustificata. Essa, quando si tratta di questioni che attengono alla vita di milioni di famiglie, può anche usare termini forti se è circoscritta entro le mura domestiche (i panni sporchi si lavano in casa); ma quando si è di fronte al mondo, il dileggio delle proprie istituzioni dovrebbe essere proibito ed a maggiore ragione è ancor più riprovevole se esce dalla bocca del capo del Governo. Per lui, più che per gli altri, dovrebbe valere il famoso principio britannico "right or wrong, it is my country".
Già, ma Renzi mastica poco l'inglese e dimostra di saperne ancor meno di etichetta internazionale, di storia e di cosa sia la sceneggiata, un genere di rappresentazione popolare che alterna il canto con la recitazione su uno sfondo drammatico.
Quasi un secolo fa, dopo la terribile disfatta di Caporetto (1917), il Governo a corto di fondi per finanziare la guerra, inasprì le tasse sugli spettacoli di varietà, giudicati frivoli e contrari al culto dell'amor di patria. Il genio napoletano allora, per eludere questa tassazione rafforzata, rispose ideando uno spettacolo misto che, sulla tela di fondo di un motivo canoro molto popolare, intrecciasse sotto forma di rappresentazione teatrale i fili di una storia dai risvolti tragici e satirici insieme. I suoi  temi erano precisi (amore, tradimento, onore, mala vita) e ruotavano intorno a tre personaggi principali: Isso (lui) Essa (lei) e o' malamente (il cattivo) intorno ai quali agivano altre comparse.  Il successo di questa invenzione teatrale fu travolgente tanto da sbarcare ben presto tra le collettività italiane emigrate in America dove oggi parlare di sceneggiata del Senato equivale ad insultare la nazione.
Dunque ripeto che l’aver svilito il dibattito parlamentare per la fiducia al Governo sul tema del lavoro a sceneggiata è stata più che una gaffe un'enorme offesa.
Se volessimo restare a questo genere teatrale identificheremmo Isso con il rubicondo Ministro del lavoro Poletti redattore del testo in uno zoppicante italiano, Issa con la povera ministra delle riforme Boschi che è stata sommersa dai fischi quando ha maldestramente pronunciato la formula della richiesta di fiducia e o’ malamente con il Premier Renzi che non si fa scrupolo di stracciare la Costituzione e ripetere "tireremo diritto".
Ma torniamo alla questione del voto di fiducia su un tema così serio e spinoso. E’ stata posta, per la 21ma volta in 8 mesi di attività, con un maxi emendamento governativo (che non ammette nessuna correzione) di 7 pagine, sconosciuto da tutti i senatori fino ad un’ora prima del dibattito,  su un testo assolutamente diverso da quello che era stato approvato dalla Commissione Lavoro il 18 settembre.
La sola lettura del titolo mozza il fiato, per cui vi consiglio di fare subito un lungo respiro preparatorio: ”Deleghe (plurale) al governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”.
L’art. 76 della Costituzione stabilisce (almeno fino a quando non sarà abolita) che “L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per un tempo limitato e per oggetti definiti.”
Chiarissimo principio di democrazia contro qualsiasi velleitarismo del Governo di fare e disfare a suo piacimento. L’esercizio del conferimento della delega deve essere per la Costituzione una libera scelta del Parlamento e non il suo contrario, cioè imposto al Parlamento con addirittura il voto di fiducia su un testo scritto dal Governo stesso che si auto conferisce i pieni poteri espropriando della funzione legislativa il legittimo titolare. Aver proseguito a testa bassa su questo argomento è stato un atto arrogante del Governo, teso a significare che il lavoro del Parlamento non serve, ma allo stesso tempo ne ha messo a nudo la debolezza morale.
Il Governo, a dispetto dei numeri, è conscio che solo ricorrendo alla minaccia di far perdere ai senatori riottosi il seggio può continuare a restare in sella. La sua composita maggioranza conta al Senato su 170 voti; ne ha ottenuti 165, numero largamente sufficiente, ma rivelatore di crepe difficilmente sanabili: tre senatori del PD (Ricchiuti, Mineo, Casson), hanno votato contro insieme all’opposizione mentre uno (Walter Tocci) obbedendo come un soldato ha votato la fiducia per niente convinto, e per difendere l’onorabilità dell’Istituzione ha annunciato le sue dimissioni dal Senato.
Quelli che hanno approvato costituiscono una maggioranza di convenienze egoistiche tante volte personificata da senatori alla Razzi, Scilipoti, Repetti, specie che alligna anche nel PD e nelle frattaglie di SC e UDC.
Il problema dell'Italia non è l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma le fabbriche che chiudono, la disoccupazione che aumenta, la ripresa che non c’è. Su questo panorama di desolazione si staglia la pervicacia del Premier che vuole mettere all'angolo il Sindacato, schiacciare la minoranza interna del suo partito, fare a meno della democrazia parlamentare, ricondurre gli italiani ad un pensiero unico, accreditarsi come l'uomo forte del paese nello smantellare i diritti del lavoro come dimostra la questione del TFR. Forse non tutti ricordano che il "trattamento di fine rapporto", venne introdotto in Italia 90 anni fa con la Carta del Lavoro pubblicata sulla gazzetta ufficiale del Regno n. 100 del 30.4.1927, che stabiliva il diritto del lavoratore ad un'indennità correlata agli anni di servizio svolti. Insomma una provvidenza istituita da un Duce, che appariva all’estero come la caricatura di un uomo di Stato, e che ora verrebbe azzerata da un Ducetto di paese, giudicato come contro caricatura del primo. 

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Un premier autocratico ed un parlamento di incapaci

TORQUATO CARDILLI - Il premier autocratico, gaffeur e indisponente, attaccato dai gufi, dai rosiconi, dai professoroni, dai sindacati, dai pubblici dipendenti, parvenu che ha scoperto l’aereo di Stato, per ora sta bene al parlamento composto da allegri festaioli (lavorano al massimo tre giorni alla settimana) incapaci di occuparsi del benessere del popolo, ma attenti a difendere a spada tratta i loro privilegi. Hanno votato in prima lettura, su ordine di scuderia, senza colpo ferire, la riforma della legge elettorale e la riforma della Costituzione.
Si tratta di due leggi mostruose: la prima non elimina affatto i vizi di incostituzionalità rilevati dalla Corte Costituzionale contenuti nella legge elettorale vigente, cosiddetta porcellum, mentre la seconda svilisce il Senato a rango di dopolavoro di sindaci e consiglieri regionali (ai quali viene riconosciuta però l'immunità parlamentare) che ovviamente in questi anni si sono distinti per ruberie, uso privato e sperpero di fondi pubblici.
Nell'uno e nell'altro caso i conati di reazione da parte del gruppetto dei cosiddetti dissidenti del PD, non ha prodotto gran sugo; alla faccia della previsione costituzionale che statuisce per i parlamentari “l’assenza del vincolo di mandato" essi sono stati richiamati all'obbedienza; dopo tante grida e mugugni non hanno fatto nessuno dei minacciati sfracelli anche perché il giovanotto fiorentino sa usare i metodi violenti. Se cade non si fa da parte, ma manda tutti a casa e da segretario del partito provvederà a fare le liste elettorali solo con suoi fidi, così come fece a suo tempo Berlusconi. L'ex cavaliere, condannato con sentenza definitiva per frode fiscale, assistito dal consigliere plurinquisito per bancarotta fraudolenta Verdini, a dispetto di quanto affermino le ministre Boschi e Madia, icone della banalità, è il vero play maker della situazione: tiene per il collo Renzi con il patto del Nazareno, senza del quale il premier finirebbe per alzare bandiera bianca di fronte all'opposizione interna ed a quella esterna del M5S.
La maggioranza di governo allargata al Nazareno, poco più di un anno e mezzo fa, in occasione della campagna elettorale, aveva promesso di restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti, ora ha aggiunto al danno la beffa; aveva promesso la soppressione delle provincie, ma si è trattato di una soppressione del diritto di voto dei cittadini e di una moltiplicazione di poltrone per i cooptati dei poteri locali; aveva promesso la crescita economica ma ha fatto aumentare la povertà; aveva promesso la riduzione della spesa pubblica ma ha solo tagliato i servizi ai cittadini; aveva promesso l'abolizione del finanziamento dei partiti, ma questa è stata rinviata di tre anni con l'istituzione del finanziamento del 5 per mille. Insomma ce n'è abbastanza per dire che sono state tradite tutte le promesse e tutte le aspettative.
Come se questo non bastasse non c'è giorno che la Costituzione repubblicana non venga picconata, aggirata, violentata, con il beneplacito di chi per istituto deve garantirne invece il rispetto rigoroso.
Tra i tanti episodi che hanno costellato questo scorcio di legislatura, vorrei citarne alcuni che hanno a che fare con la tutela dei cittadini.
L'articolo 1 della Costituzione (l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro) è da considerare morto e sepolto anche se viene citato ipocritamente a sproposito in ogni occasione proprio da coloro che, di fronte alla crescente disoccupazione, hanno fatto di tutto per tartassare il cittadino fino allo sfinimento.
L'articolo 35 (la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni) è salito in negativo agli onori della cronaca perché nonostante la drammatica crisi economica, il Governo dopo un'inutile discussione sull'abolizione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, ha deciso di porre proprio su questo tema la questione di fiducia.
L'articolo 47 (la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme) è palesemente violato quando lo Stato invita al boicottaggio del risparmio che è la più importante attività economica dell'uomo. Non vi pare che le nuove idee governative sull'uso anticipato del TFR siano la legale dilapidazione del risparmio anziché la sua protezione? Che modo è quello di dire ti aumento la busta paga invitandoti a ritirare il TFR per farti spendere di più, così a fine vita di  lavoro non ti troverai più il tesoretto del risparmio? Il TFR sono soldi del lavoratore e lo Stato non può incitare il cittadino a non risparmiare, né può obbligare le piccole e medie imprese, che usano quel circolante per sopravvivere, ad un ulteriore salasso economico. E dove finisce l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art.3 della Costituzione) se questo ipotetico prelievo del TFR non si applica ai dipendenti pubblici perché lo Stato non ha versato i contributi e gli accantonamenti perché non ha i soldi?
Passiamo alla credibilità internazionale.
Lo spettacolo che il parlamento offre da parecchie settimane sulla questione della elezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale è da un lato avvilente e dall'altro trascina nel disprezzo della pubblica opinione anche le alte cariche che cercano di imporre non solo nomi sgraditi, non imparziali, ma addirittura privi dei requisiti di legge.
L'articolo 104 della Costituzione prescrive che i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, eletti dal Parlamento, debbano essere scelti tra i professori ordinari di Università in materie giuridiche ed avvocati dopo 15 anni di esercizio.
Eravamo abituati a tutto ma non certo a subire di fronte agli occhi degli osservatori stranieri l’umiliazione di vedere espulsa dal CSM, il primo giorno di riunione del Plenum, la dottoressa Teresa Bene (già consigliera del Ministro Orlando, ma guarda un po’ l’attuale ministro della Giustizia!) sponsorizzata dal PD perché priva dei requisiti di legge.
Per l’elezione alla Corte Costituzionale non è che le cose siano andate meglio. Anzi, la figuraccia è diventata planetaria.
L’accordo FI-PD (ripetiamolo è questo l'attuale governo) ha previsto il ticket Catricalà-Violante. Il magistrato Catricalà, già imposto come sottosegretario da Berlusconi a Letta, ha pensato bene di rinunciare dopo una decina di tentativi andati a vuoto. Al suo posto FI ha designato l'avvocato senatore Bruno, con ventennale esperienza parlamentare, ma soprattutto amico di Berlusconi, attraverso Previti e con un pedigree da giudice costituzionale da fare spavento: nel 1997, assieme a Giovanardi, fu  promotore dell'emendamento che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti; nel 1998 lottò a spada tratta, senza successo, per ottenere l'amnistia per i reati di corruzione a favore di Previti; nel 1999 presentò un emendamento in base al quale il giudice sarebbe stato costretto a dimezzare la pena quando l'imputato era incensurato o aveva superato il 65mo anno di età (entrambi requisiti di Previti); nel 2002 tornò alla carica sull'amnistia; due anni dopo sciolse le campane a festa per elogiare la madre di tutte le leggi ad personam, il lodo Schifani, sull'immunità per Berlusconi dichiarando ai quattro venti che non offriva appigli di incostituzionalità, ma fu seccamente smentito, di lì a poco, dalla Corte Costituzionale che cassava il provvedimento perché contrario al principio di eguaglianza dei cittadini.
Con questa credenziale in tasca veniva proposto da Berlusconi nel 2005 per l'elezione alla Corte Costituzionale, guarda un po', insieme proprio a Violante sul quale però Berlusconi aveva posto il veto mandando all'aria le velleità del ticket che ora ci ha riprovato. Nel 2009 suggerì la riforma della Costituzione con  il ripristino dell'immunità parlamentare nella formula originaria. Solo l'anno scorso propose lo stravolgimento della Costituzione con il semipresidenzialismo  e la riforma del CSM, ma suscitò un tale vespaio di polemiche che lo steso Berlusconi, co-gestore delle larghe intese, lo fece desistere.
Questa volta il colpo di grazia alla sua candidatura è venuto dalla Procura di Isernia che lo ha messo sotto indagini per concorso in “interesse privato del curatore negli atti del fallimento” avendo ricevuto una consulenza su una pratica fallimentare affidata come curatore al suo collega di studio da quell'altro galantuomo di Scajola, ministro dello sviluppo economico.
A questo punto FI dopo tanti voti negativi cambia cavallo e propone Caramazza, un nome una garanzia. Chi è Caramazza? E' il magistrato che ha rappresentato il Quirinale nel conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo sulle intercettazioni relative alla trattativa Stato-mafia su cui ora dovrà deporre Napolitano. Una vera autorità in materia di conflitti tra i poteri dello Stato divenuto famoso qualche anno fa quando, per la trasparenza retributiva voluta dal governo Monti, si scoprì che percepiva due stipendi, cioè uno stipendio da avvocato generale dello stato di 289 mila euro più una propina di altri 324 mila euro (cioè una regalia medioevale per prestazioni extra di avvocati, magistrati, e simili ma anche dei componenti le commissioni esaminatrici degli esami di laurea).
Bene, anche Caramazza come curriculum non scherza. Ma al 17mo scrutinio, azzoppato in malo modo per la terza volta nel segreto dell’urna, ha avuto un sussulto di dignità ed ha gettato la spugna.
L’esponente designato dalla sinistra Violante invece, ha resistito impassibile con faccia di bronzo tetragono nel rifiutare di ritirarsi nonostante che il parlamento gli abbia rifiutato la fiducia per 17 volte consecutive. Lo si deve all’iniziativa dei deputati del M5S se è stato passato al vaglio il suo curriculum per la verifica del possesso dei requisiti di legge, nel silenzio assoluto dei partiti, dei media, dei politologi, degli analisti e commentatori. Ma data la risonanza della questione anche Brunetta, capogruppo di FI alla Camera, chiede ora un'indagine sui titoli.
Secondo l’articolo 135 della Costituzione un terzo dei componenti della Corte è nominato dal parlamento in seduta comune, scelti tra i magistrati, anche a riposo, delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative (Avvocatura generale dello Stato, Suprema Corte di Cassazione e Consiglio di Stato), i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni d'esercizio.
Violante, fortemente voluto dal PD e da chi lo protegge dall’alto colle, non è magistrato (neanche a riposo) delle giurisdizioni superiori, non ha mai esercitato la professione di avvocato e non è più professore ordinario in alcuna Università da almeno cinque anni (né ha mai svolto attività accademica a tempo pieno da quando è in politica).
Insomma non ha nessuno dei requisiti previsti: è solo un  politico di professione, per trenta anni (otto legislature) membro del parlamento prima col PCI, poi con il PDS, DS, PD, cioè proprio la caratteristica che la Costituzione aveva previsto non potesse essere posseduta da un supremo magistrato costituzionale, super partes, garante della legittimità legislativa.
Ma chi è davvero Violante? E’ lo stesso personaggio, comunista integralista, che da PM, prima di entrare in politica nel 1979, istruì il processo contro la medaglia d’oro della resistenza Ambasciatore Edgardo Sogno imputato di colpo di Stato, poi assolto da ogni accusa.
Già Presidente della Camera dei Deputati, è uscito dal parlamento nel 2008 con il corposo assegno di reinserimento  nella società civile di 278 mila euro di liquidazione esentasse e percepisce un vitalizio di 9.363 euro mensili, mentre continua a godere di tutti i privilegi previsti per gli ex presidenti di Monte Citorio.
E poi il Premier va a dire in giro che l’Italia tornerà ad essere grande!

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Crisi Euro: Il MAIE proponeva, Tabacci irrideva

Dallo scorso agosto in Colorado (USA) è attivo il sistema della quasi moneta COjacks per rilanciare l’economia locale
Solo pochi mesi fa- eravamo in piena campagna elettorale per le europee - l’on. Ricardo Merlo ospite di Porta a Porta ne aveva parlato come di una possibile soluzione per uscire dallo stallo delle economie locali di certi paesi europei, come la Grecia e l’Italia.
In studio, il collega Bruno Tabacci aveva manifestato la sua insofferenza rispetto alla proposta, ostentando un atteggiamento di sufficienza, come a dire ” non accettiamo lezioni di economia da un italiano del Sudamerica”.
E anche Bruno Vespa non aveva nascosto una certa diffidenza per questa idea.
Ricardo Merlo, nel corso di quella puntata di Porta a Porta,  aveva solo anticipato quello che è, da poche settimane,  un “fatto” anche nell’economia del Colorado: i COjacks sono stati  ufficialmente lanciati  il 22 agosto.
“ L'obiettivo di queste “quasi monete", o valute parallele,  è  dare liquidità alle economie,  soprattutto a quelle che si trovano in uno stallo recessivo, come quella italiana”.
“Adesso anche il Colorado  ha intrapreso questa strada, perché si è capito che per rilanciare l’economia bisogna incentivare i consumi all’interno di comunità circoscritte - ha spiegato il Presidente del MAIE, e ha aggiunto - A certi soloni dell'economia voglio dire solo questo: guardiamo agli esempi “esterni” senza pregiudizi e senza diffidenza, ma con curiosità. I pregiudizi sono figli dell'ignoranza.  Forse abbiamo sotto il naso la soluzione per uscire dalla crisi e potrebbero essere proprio gli italiani all’estero  a suggerirla. Pochi giorni fa, anche la Radiotelevisión Española (RTVE)  aveva trattato il tem a, raccontando l’esperienza della quasi-moneta in questo paese. Vi invito a guardare il video con molta attenzione” – ha concluso il Presidente del MAIE.

Guarda il VIDEO

Vedi anche l'ARTICOLO dell'economista Pier Giorgio Gawronski sul Fatto Quotidiano

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Il premier tradisce San Matteo e si appella a San Francesco

TORQUATO CARDILLI - Dopo l'esito delle trionfali elezioni europee fummo tra i primi a riconoscere correttamente la vittoria di Matteo Renzi (vedi articolo "Giù il cappello" del 26 maggio) che aveva saputo interpretare gli umori della nazione, stanca dei vecchi politici ed affascinata dall'energia propositiva del giovane sindaco che prometteva 80 euro al mese. Come era accaduto a Berlusconi che il giorno prima delle elezioni vittoriose si impegnò a cancellare l’IMU, così Renzi ha ottenuto un plebiscito di fiducia da parte del popolo italiano, illuso che tutte le promesse  di sostanziali riforme strutturali, snocciolate con diapositive e disegnini appena insediato a Palazzo Chigi, avrebbero potuto effettivamente essere realizzate nei primi 100 giorni di governo.
Come ha riferito l'Ansa, il 17 febbraio il premier  prometteva: “entro il mese di febbraio un lavoro urgente sulla riforma della legge elettorale e sulle riforme istituzionali, nel mese di marzo la riforma del lavoro, in aprile quella della pubblica amministrazione e in maggio il fisco” secondo la formula di una riforma ogni trenta giorni.
Era solo l’inizio. Il 24 febbraio, in occasione del voto di fiducia, e poi il 12 marzo, durante la conferenza stampa con le slide  da venditore di tappeti, annunciava gli obiettivi economici in agenda a portata di mano.
Nel suo discorso programmatico in Senato aveva, come suol dirsi,  messo la faccia sul pagamento "to-ta-le" (scandendo le sillabe con foga oratoria come se si fosse trattato di rivelare al mondo incredulo la rivelazione del terzo segreto di Fatima) dei debiti dello Stato prima delle ferie di agosto.
Due mesi dopo, in una trasmissione televisiva (conscio di aver promesso troppo, fece una mezza marcia indietro sui tempi) promise sul suo onore che entro il 21 settembre, equinozio di autunno, e giorno di San Matteo ci sarebbe stato il pagamento  integrale dei debiti contratti con i privati dalla pubblica amministrazione e dagli Enti locali. All'incredulità sorniona del conduttore della trasmissione ribatteva addirittura lanciando il guanto di sfida di una scommessa di andare in pellegrinaggio a piedi da Firenze al santuario di Monte Senario.
Evidentemente aver scelto il giorno di San Matteo, il famoso pubblicano esattore di tasse, protettore dei banchieri, come termine per il pagamento dei debiti non gli ha portato fortuna, svelando il più grosso imbroglio dell'opinione pubblica. Colpisce quindi la trasbordante dote di superficialità del premier che non serve a cancellare la cattiva nomea dello Stato italiano quale peggiore pagatore d’Europa, ben oltre le lentezze di Grecia, Cipro, Serbia e Bosnia, con un ritardo medio di 165 giorni rispetto al limite europeo di 30 giorni previsto dalla Direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011.
Basta ascoltare quello che si dice negli ambienti economici dalla Confindustria alla Confcommercio, o consultare il sito del Mef o leggere le note dell'autorevole CGA di Mestre per scoprire che allo stato attuale sono stati effettivamente erogati solo 35 miliardi su circa 60 miliardi dovuti, in gran parte stanziati dai governi precedenti, per cui i meriti di Renzi sono pressoché irrilevanti.
Se qualcuno volesse prendersi la briga del cosiddetto "fact checking" anche sugli altri obbiettivi, resterebbe allibito dall’assenza di risultati concreti. Riforma della legge elettorale e riforma istituzionale? Riforma del  lavoro? Sicurezza nelle scuole? Garanzie per i giovani?
Oggi a otto mesi di distanza il vento è cambiato. All'entusiasmo della gente è subentrata la delusione per lo sbriciolarsi delle promesse vendute come cose già fatte: la riforma elettorale che doveva eliminare le storture del "porcellum" non garantisce affatto al cittadino di poter scegliere il proprio rappresentante, né che il potere di Governo venga affidato alla maggioranza degli elettori; quella costituzionale approvata in prima lettura al Senato è stata subissata da una valanga di critiche da parte dei più illustri costituzionalisti; la "spending review" non ha prodotto effetti a favore dei cittadini; la vendita su e-bay delle auto blu è stato un flop colossale, la riforma del lavoro (jobs act) si è impantanata sull'abolizione dell'articolo 18 senza favorire un posto di lavoro in più.
Cose realizzate? Ha effettivamente dato in busta paga gli 80 euro promessi, ma tra una decina di giorni arriva la legge di stabilità e saranno guai per le finanze pubbliche e per le tasche dei cittadini.
Con il passare delle settimane e dei mesi, mentre fioccano sul suo tavolo le tabelle sempre più allarmanti e pessimistiche dei vari uffici studi (Banca d'Italia, Confindustria, OCSE, FMI, BCE, EU) sulle prospettive economiche del paese, in peggioramento rispetto alla situazione dei governi Monti e Letta (calo del PIL oltre ogni immaginazione, aumento della disoccupazione),  Renzi si è reso conto di aver ecceduto ed allora al grido di "mille asili nido in mille giorni", ha chiesto di portare il tempo necessario a realizzare il cambiamento appunto a 1.000 giorni cioè al 2017. Quindi siamo passati da un’annunciata riforma al mese, ad un traguardo spostato di ben 3 anni. Poi piano piano, senza che nessuno glielo ricordasse questo termine è stato fatto slittare di un ulteriore anno al 2018, cioè al compimento naturale della legislatura (cioè altri 4 anni).
L'immagine dell'uomo nuovo della politica italiana sta progressivamente offuscandosi mentre serpeggia nell'opinione pubblica l’insofferenza per alcuni comportamenti goliardici che rivelano la fragilità temperamentale del personaggio sempre più emulo di Berlusconi, ossessionato dalla conquista del di lui elettorato moderato a rischio di compromettere l’avvenire del paese.
Insomma quella che sembrava una cavalcata trionfale, drogata dal successo elettorale e dal supporto di Berlusconi con il patto del Nazareno, comincia ad assumere le sembianze di una marcia con l'affanno, mentre affiorano crepe nella squadra della maggioranza e si alzano critiche da settori influenti. I giornali d’opinione non sono stati teneri per l’assenza di risultati, direttori di fama come De Bortoli o Scalfari hanno criticato senza mezzi termini la sua vanagloria caduca. Nel mondo industriale il fiorentino Della Valle gli ha dato del sola ed ha esplicitato la sua delusione per la sottomissione del premier a Marchionne (che solo un anno fa lo aveva insolentito come sindaco di una piccola città), per la debolezza e l'impreparazione della squadra di governo, per il ruolo lasciato giocare a Berlusconi e Verdini nel condizionarne le riforme. Tra quelli che sprezzantemente chiama i “professoroni” Rodotà ha chiarito che il rapporto di Renzi con il potere è estremamente concentrato su se stesso ed autoritario, perché insofferente al contatto con chi ne sa più di lui in diritto costituzionale, in diritto amministrativo e del lavoro, in politica estera.
Infine nel partito si sentono paurosi scricchiolii: i rottamati Bersani e D’Alema, che ancora rimuginano sulla congiura anti Prodi,  hanno usato ironia e sarcasmo per picconare il piedistallo del premier che dopo aver conquistato la Segreteria e disarcionato come capo del Governo quello che era il numero due del suo predecessore, sa di doversi confrontare con l’intera sinistra del paese. Ancora più gravi della guerriglia dei cosiddetti dissidenti sono stati gli atteggiamenti politici nel voto in Direzione PD sul "jobs act": il  capogruppo alla Camera Speranza si è astenuto e il presidente della Commissione lavoro Damiano ha votato contro.
Allo stato attuale, in attesa delle prossime mosse parlamentari non è ancora individuabile quale sia il confine tra la smisurata sete di potere e l’incoscienza temeraria di volere a tutti i costi asfaltare chi avanza critiche e distinguo al suo operato.
Volendo far credere di portare il ramoscello d’ulivo è andato in pellegrinaggio ad Assisi, nel giorno di San Francesco, patrono nazionale per cercare di ingraziarsi gli italiani che nutrono una profonda devozione per il santo poverello.
Ma l'Europa è restia ad abboccare a questi trucchetti. Non manca di ricordargli che se le riforme non produrranno presto risultati, lo spettro della troika è dietro l'angolo. Se non vuole essere accantonato in malo modo, come è stato per Berlusconi o per Letta, da parte degli stessi apparati che lo hanno catapultato a Palazzo Chigi, dovrà sbrigarsi. Draghi glielo aveva adombrato in un incontro segreto a Città della Pieve lo scorso agosto. Se la legge di stabilità da presentare entro ottobre all’Europa non sarà convincente, dovrà prepararsi ad una cessione di sovranità a favore di un triumvirato che avrà la forza e il potere di imporre un'ulteriore contrazione dei diritti sociali.
Con un semestre di presidenza italiana dell’UE oltre metà percorso, senza aver inciso sugli assetti e sulle politiche europee (l’aver ottenuto la nomina della Mogherini quale responsabile a parole della politica estera europea sarà un boomerang pazzesco) Renzi non si rende conto di quello che la sua presenza e il suo ruolo significhino per la conservazione dei valori e della dignità nazionale. Molto probabilmente si sta ritagliando nei libri di storia del prossimo decennio un paio di righe come il premier più giovane della Repubblica che ha spalancato le porte Scee d'Italia alla Troika.

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Un premio Nobel per la guerra

Torquato Cardilli - Gli uomini politici hanno imparato che le telecamere stanno sempre in agguato pronte a cogliere qualsiasi loro atteggiamento che possa risultare sgradito al pubblico e quindi suscettibile di far perdere consensi. Perciò quando parlottano tra di loro, imitando goffamente i giocatori e gli allenatori di calcio che vogliono sfuggire alla censura della FIFA, mettono sempre la mano davanti alla bocca per evitare che possa essere letto, con il teleobbiettivo e la moviola, il labiale che evidentemente riferisce cose sconvenienti o che è bene il pubblico non conosca.
Non hanno però ancora imparato a diffidare delle fotografie che possono essere, a distanza di tempo, la prova documentale dei loro intrighi amorosi (vedi Hollande) o politici. E' questo il caso di un esponente di spicco dell'establishment americano, non uno qualunque, ma il senatore repubblicano dell’Arizona John Mc Cain, fatto prigioniero e decorato con medaglia d’argento al valor militare nella guerra del Vietnam, già candidato alla Casa Bianca contro Obama, le cui foto hanno percorso in tutta la sua ampiezza la rete informatica mondiale. E che non si tratti di fotomontaggi è stato confermato da fonti della stessa intelligence americana.
Le foto che circolano in internet lo ritraggono accanto all'autoproclamatosi nuovo califfo dello Stato islamico (ISIS) della grande Siria e dell'Iraq, Abu Bakr al-Baghdadi e al suo addetto stampa Abu Musa, quello che aveva sfidato l'America a mandare i suoi marines anziché i droni.
Il senatore americano ha incontrato in Siria nel 2013 i ribelli siriani anti Assad, alla presenza di al-Baghdadi, per far sentire loro la vicinanza degli Stati Uniti che erano intenzionati ad indebolire fino alla caduta il regime del dittatore siriano.
E' legittimo dunque porsi alcune domande. A che gioco gioca l'America? Con la Casa Bianca non funziona il giochetto italiano dell'insaputa, per cui è lecito dedurre che Obama abbia agito da apprendista stregone nel credere di potere manipolare ai propri fini quella galassia di sette, di terroristi, di anarchici che pullulano in Medio Oriente e uscirne indenne. Possibile che non abbia imparato nulla dalla guerra del Vietnam in poi, nonostante le migliaia di suoi soldati rimpatriati nelle bare e centinaia di migliaia di feriti e mutilati? Possibile che gli Stati Uniti ricadano sempre nello stesso errore di armare chi gli si rivolterà contro (vedi mujahidin afghani, tra cui Bin Laden, armati contro i sovietici, o Saddam Hussein in funzione anti Iran, o i ribelli libici anti Gheddafi che poi hanno trucidato l’ambasciatore americano)?
Altra domanda: come mai Washington si è precipitata a varare le sanzioni anti Putin facendo recitare all’Europa il ruolo di mosca cocchiera, mentre non ha imposto ai suoi alleati, né all'Onu di applicare le sanzioni contro l’ISIS che guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al petrolio iracheno venduto tranquillamente all'Occidente tramite la Turchia? Altrettanto dicasi per i patrimoni e per i fiumi di dollari che fanno capo ai capi dell'organizzazione terroristica, sempre ben rifornita e foraggiata: perché non sono stati congelati? E ancora. Perché non è stato avviato nessun procedimento internazionale né alle Nazioni Unite, né presso la Corte penale internazionale (originariamente boicottata proprio dagli USA che non avrebbero mai voluto esservi inquisiti) per crimini di guerra e violazione delle convenzioni internazionali sui prigionieri? Evidentemente un processo pubblico sarebbe stato troppo compromettente per gli americani: non solo per un personaggio come Mc Cain fotografato insieme ad al-Baghdadi, che, guarda un po', compare nella lista dei terroristi stilata dalla CIA già nel 2011, ma per una serie di contatti con l’intelligence USA.
Dopo le esecuzioni degli ostaggi Obama ha dichiarato la  nuova guerra fatta esclusivamente dall’aria con intensi bombardamenti (loro sono maestri in questo tipo di distruzioni come è stato fatto a Montecassino, a Dresda o a Hiroshima ecc.) più che per eliminare il terrorismo per rispondere direttamente alla lobby dei fabbricanti di armi. Costoro non vogliono restare a secco visto il prosciugamento delle commesse che procede parallelamente alla riduzione dell'impegno militare in Afghanistan, ma se Obama volesse realmente strangolare l'ISIS basterebbe togliergli i finanziamenti e gli approvvigionamenti, abbandonare il Medio Oriente a se stesso e stendergli tutto intorno un cordone sanitario oltre il quale nessuno può uscire.
Si fatica a trovare traccia di queste notizie sulla stampa italiana perché il primo modo per garantire un segreto, o nascondere una verità scomoda, è non parlarne. Soprattutto in Italia nessuno deve sapere, né capire cosa stia veramente accadendo in Iraq e in Siria. E non intendo il Parlamento asservito, ma il popolo che deve essere mantenuto all’oscuro. Al Governo italiano, che ha sempre eseguito ciecamente gli ordini di oltre Atlantico senza mai ricavare un utile per il paese (vedi vicenda marò), importa solo inculcare nelle teste dei cittadini che l'ISIS è il nemico da combattere, che il nostro apparato militare non si tirerà indietro, che le ministre di guerra Mogherini e Pinotti sanno fare la faccia truce.
Soprattutto nessuno deve sapere le rivelazioni, fatte trapelare da alcuni blogger internazionali, di Edward Snowden, riparato a Mosca, già tecnico della CIA e fino al giugno del 2013 collaboratore della National Security Agency sui programmi di sorveglianza di massa dei governi Usa e Gran Bretagna, cioè delle intercettazioni telefoniche dei capi di stato e di governo europei. Secondo Snowden dietro gli jihadisti ci sarebbero proprio coloro che dicono di volerli combattere: l’ISIS sarebbe stato addirittura creato dagli apparati di spionaggio e intelligence di USA e Gran Bretagna di concerto con quelli di Israele con la tecnica chiamata in gergo  "nido del calabrone" in modo da attirare e concentrare in un'unica zona tutti i terroristi provenienti non solo dal mondo islamico, ma anche dall'Occidente. E questo sarebbe stato funzionale a garantire internazionalmente la necessità della protezione dello Stato di Israele.
Sempre come prova di questo disegno sta un'altra affermazione di Snowden secondo cui il capo dell'ISIS al-Baghdadi sarebbe stato addestrato militarmente e teologicamente con corsi di eloquenza presso il Mossad, con l'obiettivo anti Assad.
Non ci fidiamo di Snowden rifugiato in Russia, paese ora impegnato in una nuova guerra fredda con gli Stati Uniti? Ed allora riferiamoci ad un altro ex collaboratore della CIA, Steven Kelley che in un'intervista alla televisione privata Press TV in California ha dichiarato che i finanziamenti all'ISIS arrivano dagli Stati Uniti e dai suoi alleati arabi.
C’è anche un'altra gola profonda. Il giornalista australiano Julian Assange, rifugiato nell'Ambasciata dell'Ecuador a Londra, aveva illustrato questo tipo di cospirazione americana nella rivelazione, nota come wikileaks, di montagne di materiale interessante sul comportamento cosiddetto "wrong doing" del governo americano a partire dall’esecuzione di Saddam Hussein: assassini collaterali (video dell’Aprile 2010), la guerra dell'Afghanistan (luglio 2010), la guerra in Iraq (ottobre 2010), 250 mila messaggi diplomatici tra Ambasciate e Dipartimento di Stato (novembre 2010) e l'affare Guantanamo (aprile 2011) che gli valsero l'ambito riconoscimento della medaglia d'oro della pace con giustizia della fondazione della pace di Sydney, attribuita in passato solo a tre altre personalità come Mandela, il Dalai Lama e il leader buddista Daisaku Ikeda.
A proposito di premi, ma il presidente degli Stati Uniti non è lo stesso Obama che è stato insignito del premio Nobel per la pace nel 2009? Ora si capiscono meglio le critiche e le perplessità generate a suo tempo nel mondo per il fatto che essendo appena stato eletto non era prudente basarsi solo sulle sue pubbliche dichiarazioni senza che avesse potuto dimostrare con i fatti la concretezza del suo operato a favore della pace. Dal premio in poi Barak Obama non ha fatto altro che collezionare penosi dietro front rispetto agli impegni presi nella campagna elettorale basata sui valori universali della libertà, della pace, dell’equità sociale, del rispetto dell’individuo: la promessa di uscire dalla guerra in Iraq entro l'anno non è stata mantenuta, quella di chiudere la prigione centrale di tortura di Guantanamo è svanita nel nulla, l'impegno a considerare conclusa la guerra afghana con l'uccisione di Bin Laden, ritenuto il massimo responsabile del terrorismo, è finito nell'abisso dell'oceano indiano insieme alla salma del terrorista, fatta scomparire in fretta e furia. Insomma alle bugie di Bush sul terrorismo, sull'Iraq, sull'Afghanistan, sul Sudan ecc. si sono aggiunte le contraddizioni di un presidente che non ha avuto il coraggio di dire agli americani ed al mondo la verità.
Ora siamo alla dichiarazione di guerra permanente con l'intento di coinvolgere ancora una volta una larga coalizione di servi sciocchi che non c'entrano per nulla con le vicende del terrorismo. Questo nuovo premio Nobel per la guerra qualche giorno fa dichiarava in una conferenza stampa di non avere una strategia per sconfiggere l'ISIS, ma i suoi generali devono averlo convinto che soprattutto con la ricorrenza dell'11 settembre era conveniente mantenere un'alta mobilitazione morale e materiale del paese e gli hanno sfoderato un piano in tre fasi che dovrebbe concludersi dopo la sua definitiva uscita dalla Casa Bianca e quindi soggetto a continuazione con il nuovo inquilino.
All’obiezione di dover soprattutto convincere un’opinione pubblica dubbiosa sulla necessità di agire, anche militarmente, contro l'estremismo islamico è stato risposto con la rassicurazione che il paese non verrà trascinato in una nuova guerra di terra come quelle in Iraq e Afghanistan, combattute in questo decennio a prezzo di migliaia di soldati morti. Il piano anti-terrorismo elaborato da CIA e Pentagono è diverso da quello attuato in Yemen o in Pakistan o in Somalia. Non saranno più i droni a colpire i gruppi terroristici, ma i bombardieri e i missili come avvenne contro Milosevic e Gheddafi. L’importante è, secondo i militari, che Obama mantenga la guida di una grande coalizione che coinvolga i 28 paesi membri della Nato e una dozzina di stati appartenenti alla Lega araba e forse anche l'Iran momentaneamente alleato per abbattere il nuovo califfo sunnita.
I raid aerei potrebbero estendersi dal Kurdistan iracheno sulla città di Raqqa, in Siria, dichiarata capitale dello stato islamico e sulle altre roccaforti li disseminate, lasciando che gli altri stati della coalizione mettano i soldati sul terreno in aiuto ai ribelli anti Assad e contro l’ISIS. Come dire agli arabi vedetevela tra di voi sul campo, noi non mandiamo neppure un marine. Per questo il Segretario di Stato Kerry è andato a Gedda dove ha riunito gli alleati arabi dall'Egitto alle monarchie del Golfo e anche quelli che fraternizzano con i terroristi.
Una seconda fase prevede l'addestramento e l'equipaggiamento del nuovo esercito iracheno (quello esistente sotto al-Maliki, equipaggiato e rifornito in questi dieci anni di occupazione americana, si è dileguato con armi e bagagli confluendo nelle fila dell'ISIS).
Come se il mondo non ne avesse abbastanza di guerre e di crisi dell’economia Obama ha chiesto al Congresso di autorizzarlo alla spesa supplementare di 500 milioni di dollari per addestrare e armare i ribelli siriani pro-occidentali. Stiamo certi che prima o poi il conto arriverà anche sulle nostre tasche. I peshmerga vogliono ben altro che i rottami di armamento leggero sequestrato dall'Italia 20 anni fa.
Credo che non ci sia anima viva che non  abbia provato orrore per la decapitazione in diretta degli ostaggi (due americani ed un inglese: scavando sotto sotto vieni a sapere che avevano un passato collegato con i servizi segreti e con lo spionaggio israeliano), ma sbaglia chi attribuisce tale crimine all'Islam. Anche se l'ISIS proclama di agire per conto dell'Islam, nessuna pratica di assassinio può essere onestamente ricollegata a quella religione. I video trasmessi mostrano solo il comportamento barbaro di alcuni fanatici, che non hanno nulla a che fare con la dottrina coranica, ma che si avvalgono del forte potere mediatico per ritorcere contro l'America la responsabilità di ogni morte, inscenando esecuzioni capitali di condannati vestiti come i prigionieri di Guantanamo.
Possiamo stare certi che anche se il califfo al-Baghdadi scomparisse dalla scena domani mattina, dopo di lui sorgeranno altri califfi e altri invasati per un conflitto senza fine, mentre Obama passerà alla storia come un premio Nobel che ha tradito la pace per la guerra.

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Immigrazione e interesse nazionale

TORQUATO CARDILLI - Il colonnello Gheddafi, nel primo decennio dalla conquista del potere (1970-1980), si impegnò sistematicamente a perseguire la pubblica umiliazione dei paesi considerati imperialisti come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia. Prima chiuse le basi militari straniere, poi nazionalizzò il petrolio, quindi diede libero sfogo all’assalto delle rispettive ambasciate e espulse in quattro e quattro otto ben 20 mila italiani residenti da anni in Libia dopo averli depredati di tutto.
Non contento di questa rivoluzione domestica non esitò a sostenere il terrorismo internazionale con vari attentati all’estero (discoteca di Berlino, aereo di Lockerbie ecc.). Resosi conto che con noi, vicini di casa, poteva fare la voce grossa senza le bombe si accontentò di sequestrare i pescherecci di Mazara del Vallo per indurci ad ingaggiare defatiganti negoziati che puntualmente si concludevano con la liberazione dei marinai e il dissequestro delle imbarcazioni dietro pagamento di multe e di concessioni politiche in merito ai danni di guerra. Infine intuì che poteva condizionare il nostro atteggiamento e la nostra politica estera ricorrendo ad un altro strumento ben più convincente: la minaccia dell'immigrazione selvaggia.
Prima della guerra scatenata da Francia, Inghilterra e Stati Uniti nel 2011 e del completo disfacimento della Libia, utilizzava l'immigrazione clandestina come una pistola puntata alla nostra tempia quale strumento per ricattarci e per riaffermare di fronte al mondo la sua capacità di tenerci sulla corda, arrivando persino ad ottenere l'umiliazione di Berlusconi chinato a baciargli pubblicamente la mano.
Abbiamo aderito con riluttanza, ma senza condizionamenti e senza prospettive, a quella guerra e i nostri strateghi politici, militari e di intelligence non sono stati capaci di prevederne le conseguenze né di attuare una seria politica di difesa degli interessi nazionali.
Dall'inizio del secolo, a richiesta degli Stati Uniti o della Nato ci siamo svenati con contributi di sangue e finanziando le missioni militari internazionali, ipocritamente definite missioni di pace, dall'Irak all'Afghanistan, con un costo superiore ai 5 miliardi di euro (l'ultimo rifinanziamento di 400 milioni di euro fino al 31 dicembre 2014 risale a qualche settimana fa) ma non abbiamo mai ottenuto nulla.
Non siamo stati capaci nemmeno di condizionare il nostro impegno internazionale militare e finanziario (siamo il quinto contributore al bilancio dell'ONU) alla liberazione dei marò imprigionati in India da due anni ed i vari Governi delle larghe intese, palesi e nascoste, hanno sistematicamente abdicato al dovere della protezione degli interessi nazionali.
Come? Ricorrendo ad una delle tecniche più diffuse, cioè quella di distogliere l'attenzione dei cittadini dalle questioni più scottanti per coinvolgerli in discussioni sui massimi sistemi o su aspetti marginali del funzionamento dello Stato gabbandoli per riforme epocali.
In tempi di spending review, di prelievi forzosi dalle tasche di tutti, di tagli indiscriminati, sarebbe già un grosso risultato se potessimo ridurre il fiume di denaro che spendiamo ogni giorno per sostenere l'afflusso di rifugiati che abbandonano i loro paesi pur di mettersi in salvo. Spesso non ce la fanno e finiscono in fondo al Mediterraneo che ormai è diventato un cimitero di disperati.
Non saprei dire quanti tra Ministri, deputati, senatori, grandi burocrati siano al corrente del contenuto del cosiddetto regolamento Dublino II 2003/343/CE (che ha sostituito la precedente Convenzione di Dublino) e il regolamento Eurodac.
Il Regolamento Dublino II, adottato nel 2003 (chi era al Governo in Italia? E dove era la Lega?) dai dodici stati storici dell'Europa unita (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito, cui si sono aggiunti nel tempo Austria, Svezia, Finlandia e Svizzera), determina quale sia lo Stato dell'Unione competente ad esaminare la domanda di asilo o di riconoscimento dello status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra, mentre il regolamento Eurodac istituisce la banca dati a livello europeo delle impronte digitali degli immigrati clandestini.
Questi accordi internazionali attribuiscono in modo inequivocabile al primo paese, frontiera di ingresso nell'Unione Europea da parte del profugo, la competenza all'esame della sua domanda di asilo.
Perché è stato adottato? Per impedire ai richiedenti il cosiddetto shopping dell'asilo, cioè la presentazione della domanda a più Stati, nonché per ridurre il numero dei profughi vaganti che si spostano da uno Stato all'altro. A chi faceva comodo questa disposizione? Non certo all’Italia la cui diplomazia sclerotizzata non ha capito le nefaste conseguenze né ha prontamente sconsigliato al governo composto di incapaci e al parlamento di inetti che votano senza sapere quello che fanno, di aderire a scatola chiusa a una misura che ci avrebbe condannato.
Dato che il primo paese d'arrivo è quello ritenuto responsabile di tutta la trafila burocratica è ovvio che l'Italia si è messa da sola il cappio al collo. Il nostro paese è sempre stato considerato, piazzato com'è in mezzo al Mediterraneo, il posto ideale di primo attracco per chi voglia scappare da un teatro di guerra, di persecuzioni, di carestie, di malattie ecc., dove le regole valgono fino ad un certo punto, dove il clima è temperato, dove la gente è normalmente ospitale e solidale, dove si mangia alla grande con l’intento di spostarsi, fortuna permettendo, in paesi dall'economia più forte (Germania, Francia, Svezia, Svizzera).
Sbarcare a Lampedusa, o in Sicilia, o sulla costa calabra è dunque visto come un sogno, che noi non siamo capaci di interrompere, e che frutta ai trafficanti di disperazione centinaia di milioni di euro e ne costa al nostro erario altrettanti.
Solo nei primi nove mesi del 2014 sono arrivati in Italia oltre 140.000 profughi in gran parte lasciati allo sbando ad ingrossare le file della criminalità o dell’industria del falso e se per ipotesi ne arrivassero dall'Africa o dall'Asia uno o due milioni tutti in base ai predetti accordi internazionali dovranno restare nel nostro Paese.
Uno Stato che salvaguardasse gli interessi nazionali (perché gli USA impediscono severamente l'immigrazione clandestina dal Messico, gli Israeliani da Gaza, gli Australiani dal sud est asiatico?) dovrebbe disdettare subito il Regolamento di Dublino e consentire a chi arriva in Italia, la possibilità di scegliersi il Paese che preferisce, magari di cui già conosce la lingua o per favorire ricongiungimenti familiari.
E invece il Ministro degli Esteri Mogherini è scomparso dai radar della politica estera attiva mentre il Ministro dell'Interno Alfano si limita a piagnucolare con l'Europa di rafforzare lo strumento del Frontex in ausilio all'operazione mare nostrum.
Capito in che mani stiamo?

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Chiodo scaccia chiodo

Torquato Cardilli - Sei mesi fa, sempre su queste colonne, in relazione agli eventi di Crimea, avevo cercato di spiegare quali fossero o avrebbero dovuto essere gli obiettivi della politica estera italiana, soprattutto nel momento in cui ci accingevamo ad assumere la presidenza di turno dell'Unione Europea in condizioni di obiettiva inferiorità rispetto alle altre economie mondiali.
Le cancellerie del vecchio continente, da Berlino a Parigi, da Londra a Bruxelles, hanno continuato ad assecondare sulla questione dell’Ucraina il volere di Washington, che da almeno dieci anni a questa parte ci trascina rassegnati da un fallimento militare all'altro (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, ecc.) con grave ricaduta sui nostri conti, sulla tenuta sociale, sull'immigrazione a ondate che si abbatte sulle nostre coste.
La settimana scorsa, premiando la testardaggine di Renzi, incaponitosi sulla politica estera piuttosto che sull’economia, gli alleati non potevano farci uno sfregio più grande: per significarne l'inutilità, hanno accettato di nominare la Mogherini quale foglia di fico della politica estera europea, umiliandola ad un penoso dietro front nei confronti di Putin. Secondo Washington, non estranea alla faccenda, era la perfetta anatra zoppa, regolarmente criticata dal Wall Street Journal, per il fatto che appena due mesi fa si era affrettata ad effettuare un viaggio a Mosca per elogiare lo spirito di partenariato russo.
Si può ora stare certi che la Merkel, Hollande e Cameron continueranno a fare la propria politica estera in funzione degli interessi nazionali e non di quelli comunitari infischiandosene di consultare la Signora PESC, tanto più che fino a novembre resterà solo una ministra italiana.
Qui non si tratta di spaccare il capello in quattro né di schierarsi a favore degli Stati Uniti o a favore della Russia. Si tratta di individuare (come fanno gli altri) quale sia il disegno strategico di politica estera al servizio dei vitali interessi nazionali, siano essi energetici, economici, sociali la cui valutazione deve fare premio sui freddi e burocratici schemi delle alleanze sulla carta.
La storia insegna solo a chi abbia voglia di studiare, e non ai cow boy, una semplice verità: l’importanza fondamentale degli Stati cuscinetto con le loro tradizioni, radici culturali, linguistiche, di costume formatesi nei secoli, che per la posizione geografica tra potenze più forti ed in competizione, vanno considerati neutrali e tenuti al riparo da interferenze da una parte e dall’altra, proprio per evitare pericolosi contatti diretti.
Quando questa neutralità viene per così dire infranta quello è il momento che segna l’apertura di un conflitto che può facilmente degenerare dalle accuse politiche e dalle proteste diplomatiche alle bombe ed alle distruzioni.
Le origini dell’attuale crisi vanno fatte risalire almeno al 2008 quando Francia e Germania, per evitare di aprire un grave contenzioso diplomatico con Mosca, si opposero alla proposta americana di continuo allargamento ad est della Nato (vedi scheda) alla Georgia e all’Ucraina. La loro resistenza (notizie sulla posizione italiana non pervenute) fu però debole consentendo una dichiarazione che lasciava intravedere all’orizzonte questa possibilità.
Avevano perfettamente ragione di temere conseguenze tanto è vero che la sola allusione, fu considerata dal Cremlino una minacciosa provocazione nel cosiddetto giardino di casa e un errore strategico suscettibile di conseguenze per la sicurezza europea.
Da quel momento Mosca continuò a denunciare i negoziati dell’Unione Europea con l’Ucraina nei quali scorgeva un atto di aperta ostilità anti russa, reso ancora più manifesto dal palese sostegno degli Stati Uniti alla rivolta contro Yanukovich.
L'Ucraina era in una grave situazione finanziaria (solo il debito accumulato verso la Russia per il mancato pagamento delle forniture e delle bollette del gas superava i 5 miliardi di dollari) e Putin pur di bloccare le interferenze UE e Nato aveva fatto un gesto distensivo offrendo aiuti per 12 miliardi di dollari a condizione che fosse posta la parola fine al prosieguo di una politica di espansionismo occidentale ritenuta ostile.
A quel punto USA e UE, credendo di poter accelerare le procedure di avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente e il suo distacco dalla Russia, hanno commesso un errore di valutazione politica, che ci ha portato dritti dritti ai guai attuali. USA e UE, gettando benzina sul fuoco, hanno sostenuto apertamente la ribellione ucraina, ben al di là di un declamatorio appoggio politico, anche con aiuti diretti, mezzi militari e consiglieri sul campo.
I moti di piazza protrattisi a lungo hanno costretto il governo legittimo alle dimissioni, il presidente ucraino, regolarmente eletto, alla fuga e consegnato il potere al nuovo primo ministro Yatsenjuk (un altro dei tanti Quisling sostenuti dall'America nel mondo), diventato ben presto ospite fisso dei vertici politici di USA e UE.
Gli avvertimenti ed i moniti di Mosca non più disposta ad accettare queste interferenze occidentali non hanno sortito alcun effetto, anzi l’UE si è affrettata a concludere un trattato con la nuova dirigenza Ucraina sicché a Putin non è rimasto altro che limitare i danni e procedere all’accettazione dell’annessione della Crimea, dove ha sede storica la più importante base navale russa, sancita da un referendum popolare e da un voto parlamentare.
USA e  UE (con la Gran Bretagna in testa), hanno condannato l’annessione come una violazione della legge internazionale e sostenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una proposta di risoluzione contro la Russia, rimasta però senza conseguenze, nel cestino degli atti inutili, data l’apposizione del veto da parte di Mosca e di Pechino.
La crisi ucraina poteva finire lì, ma la Casa Bianca, già scossa dagli insuccessi dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia, della Siria è entrata in uno stato di smarrimento e confusione. Facendo ritornare il mondo indietro di trenta anni, ai tempi della guerra fredda, non solo ha confermato l’illegittimità del referendum della secessione della Crimea dall’Ucraina, ma ha indotto tutta l’UE ad associarsi nell’imposizione delle sanzioni anti Russia (e la nostra fragile economia ne pagherà più di tutti gli altri le conseguenze).
E’ stato questo un secondo errore clamoroso, del tutto controproducente, frutto di ignoranza storica, di pressappochismo politico, di una sorpassata visione ideologica.
Quanto a noi c’è forse stato uno straccio di dibattito di politica estera nel nostro parlamento impegnato allo spasimo, tra tagliole e proteste, nel varo di una riforma obbrobriosa della costituzione? Nemmeno a parlarne. L’Italia che aveva appena assunto la presidenza europea ha trascorso i mesi estivi in un’estenuante tira e molla sui senatori non più eletti dal popolo ed in una inutile polemica del governo e delle alte cariche dello Stato contro l’opposizione parlamentare.
Le sanzioni, aggravate dall'espulsione della Russia dal G8 (suggerita addirittura un anno fa dal magnate Murdoch che avrebbe voluto ora anche congelare tutti i beni degli oligarchi russi in Occidente) e dal divieto di ingresso per la crema della dirigenza russa, non hanno fatto altro che approfondire le differenze e le reciproche diffidenze, mentre sul terreno nelle provincie orientali dell’Ucraina la maggioranza della popolazione russofona prendeva le armi  per ribellarsi alla politica filo atlantica di Kiev e dare inizio ad una guerra civile di secessione.
Ce n'era abbastanza per fermarsi e far emergere uno sforzo diplomatico che bloccasse le lancette dell'orologio in corsa verso una drammatizzazione degli eventi. E invece Stati Uniti e Nato (loro creatura, scudo e arma) hanno voluto forzare la mano, anche se è noto a tutti che la Russia, accusata a torto di revanchismo dei fasti comunisti dopo un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, non può costituire una reale minaccia per l’Europa.
Si può davvero credere che la responsabilità della crisi ucraina che mette in posizione di duro contrasto Russia da una parte e USA con gli alleati dall’altra sia tutta addossabile a Putin? E davvero si può dare credito all’innocenza degli USA nel non aver avuto una parte determinante nella ribellione ucraina?
Francamente è difficile ipotizzare che la Mogherini possa imprimere una svolta diplomatica allo scontro in atto, soprattutto se si considera l’aperta ostilità verso la Russia del nuovo presidente del Consiglio europeo, il polacco Tusk, che evoca addirittura scenari di guerra mondiale. Ed è altrettanto inverosimile immaginare che Putin possa retrocedere di fronte alle sanzioni o alla minaccia di manovre militari congiunte tra Nato e Ucraina o alla dislocazione di 5 basi Nato in prossimità dei confini russi, come appena deliberato al vertice Nato di Newport nel Galles. Solo uno sciocco può ignorare che per Mosca quei confini hanno un valore geopolitico immenso e che qualsiasi minaccia militare evoca, alla rovescia, il fantasma dei missili sovietici di Cuba.
Di fronte alla gravissima situazione ucraina che può compromettere i nostri rifornimenti energetici, arrecare un danno non indifferente alle nostre esportazioni, minare la stabilità continentale, e mettere in pericolo la pace mondiale, è davvero straordinario che il Governo italiano ancora non abbia sentito il dovere di consultare le forze politiche attraverso un dibattito parlamentare sulla migliore scelta per il nostro paese.
Siamo alle solite: la politica del chiodo scaccia chiodo. L’incapacità di risolvere la crisi economica ne crea un’altra più grave sul piano politico internazionale, mentre scivoliamo verso il disastro.
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Scheda
COS’E’ LA NATO?
La NATO è un’organizzazione politico militare di collaborazione nella difesa. Il suo nome non è altro che la sigla della dizione inglese del trattato istitutivo firmato a Washington il 4.4.1949 (North Atlantic Treaty Organization cioè Patto dell’Atlantico del Nord) da 12 Stati fondatori (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Islanda, Portogallo, Italia, Norvegia) ed allargato nel 1952 alla Grecia ed alla Turchia, nel timore, diffuso negli Stati Uniti e in Europa, che le divergenze ideologiche tra i vincitori della II guerra mondiale (il mondo occidentale da una parte e l’Unione Sovietica e i paesi satelliti dall’altra) acuite dalle mire espansionistiche del comunismo, potessero sfociare in un nuovo conflitto, come aveva provato la triste esperienza del blocco di Berlino del 1948.
Questa alleanza si basava sul principio chiaro della difesa collettiva sancito dall’art. 5 secondo cui: “Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica”.
E’ evidente dalla formulazione così esplicita di questo scopo che la Nato aveva una funzione di forte deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica: nell’ipotesi di un suo attacco contro uno qualsiasi dei paesi membri, avrebbe fatto scattare automaticamente una reazione diretta non solo del paese vittima ma anche di tutti i membri dell’alleanza.
L'Unione Sovietica protestò vivacemente per la creazione di tale alleanza militare, ritenuta a sua volta aggressiva e espansionistica e reagì di lì a qualche anno con la creazione del patto di Varsavia, cioè un’altra Organizzazione militare contrapposta di difesa collettiva, dando così il via al rafforzamento della “guerra fredda” durante la quale i due blocchi politico-militari, pur senza fare ricorso alle armi, continuarono una corsa sfrenata agli armamenti nucleari e convenzionali, allo spionaggio e al controspionaggio. Era la spartizione del mondo in aree di influenza, oltre i disegni di Yalta.
Nel 1955 aderiva all’alleanza atlantica la Germania e nel 1982 la Spagna che durante l’era franchista era stata tenuta al bando del concerto politico internazionale.
Sembrava che con la caduta del muro di Berlino del novembre 1989, il successivo disfacimento dell’Unione Sovietica e il dissolvimento del patto di Varsavia del marzo 1991, la Nato potesse evolvere dall’originario aspetto di alleanza militare in qualche cosa di più politico. Ma le cose sono andate diversamente.
In modo progressivo la Nato è cresciuta a dismisura fino a contare 28 paesi, che si estendono ben al di là della determinazione geografica di atlantica, e si è trasformata da alleanza preminentemente difensiva a organizzazione militare che interviene, a richiesta degli Stati Uniti, in ogni occasione in cui è palese l’impotenza delle Nazioni Unite a mantenere la pace e a prevenire forme di aggressione (prima guerra contro Saddam Hussein nel 1991, guerra contro la Serbia nel 1999, attacco all’Afghanistan dopo l’attentato alle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, seconda guerra contro Saddam Hussein del 2003, attacco alla Libia nel 2011), coinvolgendo il mondo occidentale verso uno scivolamento progressivo di lotta all’infinito.
Poiché l’appetito viene mangiando gli Stati Uniti non hanno riconosciuto validità all’impegno che sarebbe stato preso dal Segretario di Stato James Baker con il presidente Gorbacev secondo cui la NATO non si sarebbe estesa ad Est se l'URSS avesse consentito l'unificazione della  Germania e nonostante le proteste russe nel 1999 hanno propiziato l'ingresso nell’Alleanza di tre paesi già membri del patto di Varsavia che avevano assaporato la durezza della repressione sovietica: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca.
Dopo i massicci bombardamenti della guerra contro la Serbia, scatenata inizialmente senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza con la semplice motivazione di ingerenza umanitaria, nel 2001 la Nato al vertice di Praga formalizzò le procedure per l’allargamento ad altri sette paesi (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania) che si conclusero positivamente nel 2004. Anche qui si può immaginare con quale gioia per la Russia.
Non basta. Nonostante che fosse stata avviata con la Russia la partnership for Peace (PfP, cioè collaborazione per la pace), la Nato nel 2009 concluse un’analoga procedura di adesione con l’Albania e la Croazia e il totale dei membri sarebbe cresciuto fino a 30 paesi se non fossero state bloccate dal veto greco l’adesione della Macedonia e dal veto turco quella di Cipro.
Da allora iniziò anche il corteggiamento per un ulteriore allargamento a Ucraina, Georgia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia. Come dire che la Russia sarebbe stata chiusa in un recinto, in una gabbia, guardata a vista da basi militari atlantiche fin sull’uscio di casa.

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Totem e tabù dell'era renziana

LUCIA ABBALLE - La minoranza di sinistra del Pd ha trovato nella difesa dell’articolo 18 e nell’opposizione al Job Act, proposto dal Governo Renzi, la sua ultima ed estrema frontiera di lotta. Le asprezze del dibattito consumatosi intorno al tema del lavoro trascende la ratio dei meriti e demeriti della riforma stessa. L’abolizione quasi definitiva dell’articolo 18 è diventata qualcosa di più di una semplice riforma; qualcosa che da tempo si sedimenta negli interventi carichi di animosità, livore e voglia di rivalsa. Essa rappresenta l’emblema della nuova sinistra italiana. L’articolo 18 ha mantenuto il suo valore simbolico e, nella sua parziale abolizione, il premier vuole misurare la propria capacità di cambiare non solo lo Stato ma il suo stesso partito. Pertanto, bloccare il Job Act in Parlamento è diventato un modo, ultimo e definitivo, per salvaguardare la tradizione di una sinistra italiana che si è nascosta, per decenni, dietro le proprie fortezze ideologiche e le ha usate per impedire ogni cambiamento vissuto come una profanazione, un tradimento della propria identità. La sinistra che proviene dall’esperienza del Pci e dalla Cgil nobilita ogni difesa corporativa con il richiamo rituale ai sacri principi violati dall’ ”usurpatore” di turno. Il carnefice di oggi si chiama Matteo Renzi e alla sua figura è legato il 40,8 per cento dei consensi alle ultime elezioni europee. La riforma del lavoro rivela tutte le scorie della rottamazione, più psicologiche che politiche, che non sono state smaltite. La geografia del Pd è ancora confusa e la sua definizione dipenderà dall’esito dell’esame in Parlamento della riforma del lavoro. 
A palazzo Madama, come è noto, i numeri assicurano a Renzi una maggioranza assai risicata: sette voti di scarto, che potrebbero venire a mancare per via dei dissidenti del Pd. Coloro, dunque, che durante la Direzione si sono divisi tra contrari e astenuti, consentendo un apparente accordo sull’abolizione parziale dell’articolo 18, potrebbero tornare ad unirsi quando la parola passerà ai gruppi parlamentari di Camera e Senato. Il mancato sostegno dei dissidenti del Pd alla riforma del lavoro potrebbe costringere il premier ad accettare i voti in Aula di Forza Italia. Pertanto, la vita del Governo rischia di essere appesa alle decisioni che assumerà Berlusconi al riguardo. Ciò autorizzerebbe gli avversari interni del Pd, che alle pulsioni antiberlusconiane non hanno mai rinunciato, essendosi politicamente formati con il mito negativo del Cavaliere, a trarne le ovvie conseguenze: la crisi di Governo. Un atteggiamento, questo, paradossale in quanto, al momento, una crisi dell’esecutivo, che prelude alle elezioni anticipate, non converrebbe né a Berlusconi né, tantomeno, alla minoranza interna del Pd che rischierebbe di vedere decimati i propri parlamentari. Ma negli arcaici rituali della politica italiana, non esistono solo rotture clamorose e voti anticipati: esiste la lenta agonia del leader. Renzi, al fine di esorcizzare la pulsione fratricida, suicida e nichilista che ha ispirato sino ad oggi la sinistra italiana, dovrà decidere, nei prossimi giorni, quale strategia adottare: continuare a sfidare tabù consolidati e apparentemente invalicabili oppure cedere ad un minimalismo di compromesso che, forse, potrebbe salvare “l’anima” della sinistra antica ma farebbe fallire, per l’ennesima volta, l’ambizione di una sinistra moderna e non più prigioniera dei suoi schemi.

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Il disarmo della politica estera e non la politica estera del disarmo

Torquato Cardilli - In politica estera vale il principio della continuità dello Stato per cui il Governo in carica, quale che esso sia, deve prioritariamente perseguire gli interessi nazionali e poi, solo se possibile, anche quelli dell'alleanza a cui appartiene, che spesso sono divergenti. Noi, purtroppo, abbiamo fatto storicamente il contrario.
Le recenti guerre in Iraq, Afghanistan, Libia, e da ultimo Ucraina, ci hanno visto partecipare, soffrirne gravi conseguenze senza trarne nessun vantaggio, a differenza di altri paesi. Abbiamo semplicemente obbedito agli ordini, forzando e contorcendo la nostra costituzione con l’avallo di un parlamento ignorante e succube di fronte ad un premier ed un presidente inclini alle prove di forza, alle vanterie verso l’alleato maggiore, desiderosi di non sfigurare, pronti a correre pericoli pur di sedere al tavolo dei grandi senza renderci conto che a noi era riservato lo strapuntino (ed a volte nemmeno quello).
Quanto accade (non solo oggi, ma da vari anni) sulla sponda sud del Mediterraneo, dimostra che la politica estera dell’Italia conta quanto una scartina, come aveva rivelato anni fa, a più riprese, la gola profonda di wikileaks.
Nessuno dei nostri Governi nell’ultimo decennio (Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) ha avuto la minima idea sul come fronteggiare le varie crisi, controllarle e volgerle nel senso a noi meno sfavorevole, coordinarsi (senza ubbidire solamente) con i partner europei ed atlantici, elaborare una strategia politica che salvaguardasse l'interesse dell'Italia.
Il sito elettronico del Ministero degli Esteri cita come suo compito quello di “assicurare la coerenza delle attività internazionali ed europee delle singole amministrazioni con gli obiettivi di politica internazionale”. Bum! E quale Governo ha mai disegnato quali siano gli obiettivi della politica estera italiana? Mistero mai svelato nelle dichiarazioni programmatiche o nei dibattiti parlamentari. E quale è stato lo strumento per rendere coerente ad essi le attività internazionali delle singole amministrazioni? Altro mistero: ogni amministrazione pubblica e ente regionale fa la propria politica estera, l’una ad insaputa dell’altra e soprattutto senza coordinamento.
Ma andiamo avanti: leggendo sempre il sito della Farnesina troviamo una Direzione generale degli affari politici e di sicurezza con un vice direttore generale ed un ufficio ad hoc dedicati al disarmo (ripeto disarmo), controllo degli armamenti e non proliferazione; c’è un’Unità per la Russia, Caucaso, Europa orientale e Asia centrale e poi un’altra unità per l’Afghanistan. Manca del tutto un ufficio specifico per lo studio e contrasto del terrorismo internazionale, fenomeno che dall’anarchismo isolato di un secolo fa è diventato un pericolo epidemico mondiale.
Per carità, di terrorismo internazionale, a sentire le voci interne del palazzo, se ne occupano tutti. Come?  Rimestando la minestra riscaldata delle notizie stampa e delle informative dello spionaggio e del controspionaggio, ma senza un’analisi approfondita di costi e benefici e senza la prospettazione di soluzioni sia nel breve che nel medio termine.
Non è da dubitare che i nostri costosi Servizi di intelligence abbiano avvertito con largo anticipo le autorità politiche di quanto si stava preparando in Siria, Iraq, Gaza, Libia, Afghanistan, Iran, Ucraina. Se non l'hanno fatto vuol dire che sono totalmente inutili (tanto vale licenziarli tutti) oppure che hanno tenuto un comportamento infedele, tenendo nascoste certe notizie, o mentito nel rivelare solo quelle che dettava Washington, con una sudditanza già sperimentata nel caso Abu Omar.
Dando per scontato che i Servizi abbiano fatto il loro dovere vuol dire che le decisioni prese a Roma, anziché provenire da un’elaborazione interna o da un dibattito parlamentare, sono state il frutto di “input” politici provenienti da oltre Atlantico. I nostri governanti hanno sempre anteposto questo tipo di cieca obbedienza all’onestà dovuta nei confronti dei propri cittadini adeguandosi a scelte scellerate che ci hanno ridotto al rango di valletti che pagano il conto.
Basta ricordare l’enorme costo finanziario e il grave tributo di sangue versato dai nostri soldati in Iraq e Afghanistan: la guerra contro Saddam Hussein, accusato falsamente dagli USA di possedere armi di distruzione di massa, non ci è valsa alcunché. Si diceva che serviva alla distruzione di al-Qaida (che non aveva mai messo piede in Iraq), alla stabilità internazionale ed alla pace. Si è visto come questi obiettivi fossero pure fandonie e quali siano stati i risultati in materia di terrorismo e di disfacimento di un paese, in cui i bombardamenti occidentali hanno seppellito non meno di 600 mila persone.
Abbiamo partecipato per 10 anni alla guerra in Afghanistan, propagandata anche nel nostro parlamento come l’unica risorsa per fermare il terrorismo, responsabile dell’attentato alle torri gemelle del 10 settembre 2001. Eppure a New York non agirono i talebani, ma terroristi yemeniti, sauditi ed egiziani.
Anche da Kabul abbiamo rimpatriato troppe bare di soldati senza che all’Italia fosse stato riconosciuto un ruolo nella politica estera mondiale. Non abbiamo ottenuto nulla, nessuna posizione decisiva all’interno delle Nazioni Unite, nessuna riforma del Consiglio di Sicurezza su cui avevamo imbastito il maggiore sforzo diplomatico di politica estera negli anni 1990-2000, nessuna partecipazione al gruppo dei 5+1 (i 5 membri permanenti del CdS + la Germania) dedicato alla questione nucleare iraniana, nessuna consultazione preventiva sulle decisioni più gravi di interventi armati. Non abbiamo ottenuto nei fatti concreti nemmeno la solidarietà atlantica o dell'Unione Europea o dell’ONU nella questione dei due marò la cui vicenda è stata l’apoteosi della nostra pressappocaggine e della mancanza di coraggio nel richiedere a tutti gli alleati di sostenerci pena la cancellazione dei nostri contributi a tutto il sistema ONU e Nato.
Non vale opporre al ragionamento della mancanza di riconoscimenti la contabilità delle perdite subite dagli inglesi e dagli americani di gran lunga maggiori delle nostre, perché questi paesi hanno deciso da soli, trascinati in un’avventura da un presidente cowboy, rieletto con il trucco, ed hanno lucrato miliardi di dollari in petrolio e appalti di ogni genere.
Il presidente Obama, che è stato pure insignito del premio Nobel per la pace, può vantarsi di un solo risultato: di aver ucciso, nascondendone il corpo Bin Laden. Ma non ha mantenuto nessuna promessa in tema di diritti umani (Guantanamo o estradizioni illegali), non ha ottenuto nessun risultato sul terreno militare, né su quello politico o diplomatico; anzi ha approfondito la spaccatura con i più poveri e diseredati nel mondo, ha moltiplicato ovunque l’odio del fanatismo, alimentato da una politica militare muscolare generatrice di catastrofi su catastrofi.
Sempre su ordine americano, incuranti della questione gas, noi ci permettiamo pure di fare la voce grossa con Putin per l’annessione della Crimea e la questione ucraina partecipando entusiasticamente alle sanzioni anti Russia, mentre diamo un’altra botta mortale alla boccheggiante economia italiana soprattutto nei settori dell’agroalimentare di qualità già colpiti dal terremoto e dalle inondazioni.
Il nostro comportamento con la Libia è stato a dir poco pagliaccesco. Prima l’umiliante baciamano pubblico di Berlusconi a Gheddafi ricevuto a Roma con tutti gli onori e contorno di fanciulle, poi nell'esultanza del Ministro degli esteri Frattini, l’abbandono alla sua sorte macabra contro lo spirito del trattato ancora fresco d’inchiostro, senza averne soppesato le conseguenze.
Si capiva da lontano che Stati Uniti, Francia ed Inghilterra fossero desiderosi di scalzare i nostri interessi sugli idrocarburi libici, ma il caos e l’anarchia in cui è stato gettato il paese per causa loro, a noi, che avevamo assistito alle prove di insurrezione con la devastazione del nostro Consolato a Bengasi, e poi all'assalto contro quello americano in cui fu trucidato l'ambasciatore e alcuni agenti spioni, ha causato solo danni: ha tagliato le gambe all’Eni, alle nostre imprese lì impegnate, creditrici di parecchie centinaia di milioni di euro ed alle nostre esportazioni. Da primo partner commerciale della Libia siamo diventati insignificanti sul piano economico, ma destinatari a spese nostre di un esodo biblico su cui prospera la criminalità transnazionale che siamo assolutamente incapaci di contrastare.
E quale è la figura che emerge dallo scatolone di sabbia? Un tale generale Haftar, uomo della Cia, sostenuto dall'America come tanti altri fantocci e quisling già sperimentati con clamorosi insuccessi in Vietnam, in America Latina, in Iraq, in Afghanistan.
Ora il quadro politico e militare è in continua evoluzione verso il peggio: chi avrebbe mai immaginato che nemici storici come USA, Iran, Siria, potessero allearsi in favore dei Curdi? Assad, responsabile di aver ucciso 200 mila suoi cittadini e provocato 8 milioni di rifugiati improvvisamente non è più il dittatore feroce da spazzare via. Stesso discorso per gli sciiti ayatollah iraniani che ora vengono ricercati quali possibili alleati contro i sunniti fanatici. C'è solo da sperare che l'incendio non si propaghi alla Turchia che vede l'indipendenza curda come il fumo negli occhi.
Anche il giovane Renzi, dopo le prove inconsistenti dei suoi predecessori, ha voluto assumere le arie di chi se ne intende. Senza consultare chi sa di Medio Oriente (la Bonino è stata messa da parte e inspiegabilmente sostituita da chi ogni tanto recita luoghi comuni) ha scaldato i motori con qualche inutile giretto in Africa ed ha buttato nell’arena tutto il peso dell’Italia effettuando un viaggio lampo a Baghdad e a Irbil (verrebbe da chiedersi perché a Irbil funzioni un consolato USA, con quali scopi se non quelli propri di una centrale di spionaggio con copertura diplomatica?). Lì ha promesso al dimissionario al Maliki, al successore al Abadi e al capo dei Curdi l’invio di armi, rottami di residuati bellici vecchi di 20 anni, sequestrati durante la guerra di Yugoslavia.
Bel colpo del duo femminile esteri-difesa alla Gianni e Pinotti che hanno convocato in fretta e furia le commissioni parlamentari facendo votare a scatola chiusa, da parlamentari che non sanno cosa sia il Kurdistan e quale problema si apra scoperchiando quel vaso di etnie contrapposte, di scismi religiosi rivali, di aspirazioni indipendentistiche represse da un secolo.
Ma Renzi si è spinto ancora più in là: è arrivato ad affermare di fronte ad un attonito primo ministro iracheno, uomo di mondo passato attraverso mille pericoli, che l’'Europa è presente e che chi ritenga che l’Europa pensi solo allo spread disinteressandosi dei massacri sbaglia semestre. Come? Ah già parlava del semestre di presidenza europea dell’Italia che ha cambiato la musica! Ve ne eravate accorti? Questa dell’Italia non è politica estera del disarmo, ma il disarmo della politica estera!
Il mondo è stato brutalmente scosso dall’orrenda decapitazione in diretta del giornalista americano Foley. Fatto certamente terribile, non dissimile da tanti altri, compreso quello del contractor italiano Quattrocchi, ucciso a sangue freddo di fronte alle telecamere in Iraq dieci anni fa. Ma il nostro connazionale e tante altre vittime incolpevoli non avevano dietro di loro gli Stati Uniti di oggi che hanno mobilitato tutti i mezzi di informazione per aizzare, anche da noi, l’opinione pubblica, ed allarmarla al massimo per poter sfruttare cinicamente l’onda emotiva a fini militari e quindi anche commerciali.
Quale fiammata di sdegno si è sollevata di fronte ai corpi nudi e inanimati di decine di bambini palestinesi bombardati a Gaza nel cortile della scuola delle NU, o di fronte ai brandelli di cadaveri sparsi nei cortili colpiti dai raid israeliani, giustificati ipocritamente come danni collaterali? O di fronte alla disperazione di  migliaia di profughi che hanno visto sbriciolata la loro casa e la loro esistenza?
Qualche nostro deputato (basta pensare al calibro di un Gasparri che aveva salutato l’elezione di Obama come un favore ad al-Qaida!) è persino arrivato ad invocare nuove Crociate, una guerra giusta totale, mettendosi così sullo stesso piano e livello di fanatici assassini nell’imboccare la strada dello sterminio senza fine.
Mentre ovunque emergono argomentazioni ultra religiose e il tema dello Stato teocratico sembra dominare la scena, il mondo arabo musulmano non riesce a tirar fuori dalla propria cultura la parte migliore pacifica e tollerante, quello ebraico non ha ancora rivisitato il concetto di convivenza e di negazione della supremazia razziale, mentre quello occidentale non ha fatto altro che produrre, vendere e contrabbandare armi ed appoggiare nei fatti soluzioni militari.
Come ha detto il papa il mondo è in effetti sull'orlo della terza guerra mondiale combattuta con metodi nuovi, su molti, troppi, fronti. Le stragi quotidiane offuscano la memoria di quelle del passato. Con la scusa di esportare la democrazia si alimenta un fiume di sangue in cui dilagano troppi assassini e torturatori sempre meglio armati, addestrati, finanziati e indirettamente incoraggiati dall’esempio delle torture americane sia in Iraq che in Afghanistan o a Guantanamo.
Nonostante le enormi sofferenze dei feriti, degli sfollati, dei detenuti, di intere famiglie sterminate o scomparse, nessun Governo ha fino ad ora adottato provvedimenti che fermino i flussi di denaro e di armi che alimentano i combattimenti e i crimini. Falcone diceva che per fermare la mafia bastava prosciugare le fonti di denaro. Lo stesso principio vale per il terrorismo.
L'idea che la politica del “wanted” da far west, basata sulla forza bruta per restituire all’Occidente il primato e garantirne la sicurezza è andata in frantumi: ha prodotto solo l’effetto contrario.

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