Mar10162018

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Italia

Come votano i nostri parlamentari

TORQUATO CARDILLI - Alla Camera dei Deputati la maggioranza di governo (PD, NCD, UDC-SC), la cosiddetta casta a cui appartengono d'ufficio a giorni alterni anche la Lega Nord e Fratelli d'Italia, ha votato contro la riduzione delle pensioni d’oro dei politici e dei manager di Stato e contro l’aumento delle pensioni minime.
Al Senato la stessa musica: PD, NCD, UDC-SC, Lega, più Forza Italia, due settimane fa, hanno votato contro l'ordine del giorno del M5S che chiedeva la sospensione del vitalizio ai politici detenuti in attesa di giudizio (Scajola, Galan, Lusi, Cosentino, Milanese, ecc). Come se non bastasse, il Pd, d'intesa con Forza Italia, ha evitato il voto su un altro odg che avrebbe soppresso il vitalizio ai senatori condannati in via definitiva come Previti (€ 4.235 netti al mese), Dell'Utri (€4.985 netti al mese), Berlusconi (€ 7.965 netti al mese) inglobando ed annacquando la richiesta del M5S dentro un altro ordine del giorno che anziché sopprimere i vitalizi per i condannati, invita il Consiglio di Presidenza a "concludere nel minor tempo possibile l'esame della proposta (depositata il 9 giugno), iniziato il 25 luglio”. Tipico gioco di parole per guadagnare tempo e non decidere nulla.
Per tagliare i privilegi della casta, il M5S aveva anche chiesto la riduzione della indennità, e della diaria dei senatori portandola rispettivamente a un massimo di 5.000 euro lordi mensili e 3.500 euro lordi mensili con la condizionale di erogazione sulla base della effettiva presenza. Ma l'Aula di Palazzo Madama, con la predetta maggioranza di governo e sottogoverno più le frattaglie, ha votato contro, allineata e coperta.
Era stato chiesto anche di abolire da subito l'assegno di fine mandato e di destinarlo alle finanze statali, di ridurre i vitalizi per gli ex senatori, che costano per il 2014 ben 82,5 milioni di euro. La proposta è stata ovviamente bocciata così come quella di una sforbiciata allo spreco delle figure dirigenziali del Senato con un risparmio di 300 mila euro l'anno. Ancora una volta la maggioranza, che nei talk show dichiara di volere cambiare verso, in realtà opera per conservare intatti tutti i privilegi contrari alla decenza di un paese alla fame.
Un’altra prova di questa santa alleanza del malaffare, detta anche del Nazareno, tra un gradasso ed un condannato?
Il senatore Antonio Azzollini  è indagato dal 7.10.2013 dalla Procura di Trani, assieme ad altri 60 funzionari comunali, ex amministratori e politici, per una presunta maxi truffa allo Stato di circa 150 milioni di euro, per associazione a delinquere, per abuso d'ufficio, per  frode in pubbliche forniture, per attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
Un’accusa da gelare il sangue nelle vene che in qualsiasi altro paese avrebbe costretto l'indagato non solo a rassegnare le dimissioni da ogni incarico pubblico, ma a non farsi più vedere in giro fino a conclusione del processo. E invece siamo in Italia: tutto va bene madama la marchesa. Come prima, più di prima!
Chi è Azzolini? E' un politico di lungo corso che sa quello che fa, avvocato, specialista in diritto civile, tributario, societario e commerciale, con alle spalle una militanza nel PDUP, poi nei Verdi, poi nel PCI-PDS dal quale fu espulso, poi transitato nel Partito Popolare per l'approdo finale in Forza Italia, di cui divenne senatore e sindaco nella città natale di Molfetta. Rieletto senatore nel 2013 e presidente della Commissione Bilancio del Senato ha abbandonato Berlusconi per finire nel Nuovo Centro Destra, il partito di Alfano, quello che diceva di volere il partito degli onesti. Questo è il personaggio.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere a nome della maggioranza di governo, inclusa la Lega, dopo nove mesi ha detto no alla richiesta della Procura del 27.1.2014 di uso dei tabulati telefonici e delle intercettazioni a carico dell'indagato per proseguire e sviluppare le indagini sull’ipotesi di reato. Il progetto di costruzione della diga foranea e del porto commerciale di Molfetta, non avrebbe mai dovuto essere varato. La Procura sostiene che Azzollini fosse al corrente della impraticabilità di quelle acque per la presenza sui fondali di migliaia di bombe, residuate della seconda guerra mondiale. L'opera fu appaltata nel 2007, sulla base di attestazioni false di accessibilità dell'area marina, necessarie per ricevere i fondi pubblici, e avrebbe dovuto essere consegnata nel 2008. L’opera non è stata eseguita e l'area è stata sottoposta a sequestro, ma rispetto a un costo previsionale iniziale di 72 milioni di euro, attraverso varianti e rivalutazione dei prezzi il costo è salito a oltre 147 milioni di euro utilizzati per le spese correnti e per coprire buchi di bilancio del Comune che quindi a prima vista appariva in ordine.
Solo i 4 senatori del Movimento 5 Stelle (Buccarella, Crimi, Fucksia e Giarrusso), l’unico di Sel (il presidente Stefàno) e il solitario Felice Casson, relatore per il Pd, hanno votato per l’autorizzazione.
Al contrario. il gruppo dei senatori Pd, (Pezzopane, Cucca, Filippin, Ginetti, Lo Moro, Moscardini, Pagliari), in aperto contrasto con il parere del relatore del proprio partito, ha votato per negare l’uso delle intercettazioni. Dietro questo voto, apparentemente inspiegabile, si è nascosta una procedura abbastanza insolita per non dire di peggio. I senatori democratici, dopo aver ascoltato la relazione di Casson invece di votare hanno preteso dieci minuti di sospensione dei lavori, durante i quali si sono riuniti a porte chiuse con altri esponenti interessati alla vicenda e ne sono usciti con l’ordine di scuderia di sconfessare il relatore.
A questo si aggiunge l’altrettanto misteriosa defezione al momento del voto dei senatori di FI: Casellati, appena stata eletta al Csm non è stata sostituita, mentre gli altri due membri Malan e Caliendo non si sono presentati. Secondo i gossip di palazzo Madama i senatori di FI, avuta la certezza che il PD avrebbe votato compatto contro la richiesta del relatore Casson, avrebbero voluto togliersi lo sfizio di una piccola vendetta  contro chi aveva abbandonato Berlusconi per seguire Alfano.
Alla maggioranza PD che voleva salvare Azzollini si sono aggiunti come gregari portatori d’acqua i senatori di NCD D'Ascola, Giovanardi, Augello, di SC Della Vedova, della Lega  Stefani e del Misto Buemi.
Ma perché questa difesa ad oltranza per un reato così infamante? Cosa c'è di così scomodo in quelle intercettazioni che tutti i partiti, dal Pd a NCD, a SC passando per la Lega, non vogliono siano utilizzate? Si sa per certo che il contratto di appalto fu assegnato ad un'associazione temporanea di imprese composta da tre grandi aziende italiane: la "coop rossa" CMC di Ravenna come capofila (la stessa degli appalti del Tav in Val di Susa, del Dal Molin di Vicenza e dell'EXPO di Milano), la Sidra e la Cidonio.
La parola ora spetta all’Aula, dove la giunta si presenterà con la proposta di dire “no” alla procura di Trani. Lo strappo di Casson, da sempre su posizioni critiche, è l’ennesimo segnale dei rapporti tesi con il Segretario del partito presidente del Consiglio e la ferita aperta dentro il PD non appare sanabile senza ulteriori strascichi.
Se l’Aula confermerà la posizione della giunta, la Procura di Trani non potrà utilizzare il più importante strumento di indagine.
Un altro esempio di inciucio? La deputata Nunzia di Girolamo del NCD, già ministro delle politiche agricole del Governo Letta, dimessasi per lo scandalo di mazzette e corruzione in Campania intorno al funzionamento di alcune Asl, è stata nominata vice presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, grazie ai voti del Pd, il partito del marito, di FI e di NCD. Ve lo immaginate quando la Giunta dovrà votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro la Di Girolamo? Con il presidente La Russa farà senz’altro una bella coppia. Una garanzia contro ogni corruzione e contro ogni conflitto di interesse.

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LA NATURA NON FA CREDITO A UN PAESE DISSESTATO DALLA POLITICA

ALBERTO BRUNO - Cari lettori, ve l'avevo detto di metter da parte il mio articolo del 22 agosto. Ora dopo l'ennesimo disastro di Genova provate a rileggerlo ancora una volta per controllare che era stato un triste e purtroppo facile presagio di una tragedia annunciata che poteva essere fatto da chiunque con un minimo di sale in zucca, senza ricorrere a sfere di cristallo o a lettura di tarocchi.
Quegli arnesi magici occorrerebbero invece per far aprire gli occhi agli italiani, dovunque residenti, da Torino a Caltanissetta, da Toronto a Melbourne, perché caccino a pedate nel sedere tutti questi politici fanfaroni e incapaci a livello nazionale e locale, che ci prendono ogni giorno per i fondelli. In Parlamento hanno un’unica preoccupazione: quella di salvaguardare i loro privilegi, di spremere il popolo, di imbrigliare la giustizia, di arricchire loro stessi e i loro amici
A Genova non c'è stato un terremoto, fenomeno che per certi versi è imprevedibile, ma un'altra volta una tremenda alluvione dopo quella del 2011.
Ancora una volta il fiume Bisagno è uscito dal suo letto per distruggere case, negozi, automobili, reclamare anche un morto e riprendersi quello che l'uomo gli aveva tolto.
Duemila anni fa, sotto i Romani il Bisagno era largo quattro volte di più e profondo il doppio. L'uomo non ha fatto altro che rubargli poco alla volta il suo posto, con operazioni di saccheggio del territorio e di cementificazione selvaggia in cui tutti, costruttori e politici, trovavano il proprio tornaconto. In più come se questo stupro della natura non bastasse si è aggiunta l'inciviltà di quanti hanno costruito laddove non era possibile costruire, hanno buttato nei canali ogni genere di rifiuti (dai sanitari agli elettrodomestici in disuso) e l'incuria grave di quanti avrebbero dovuto pulire le caditoie e gli scoli.
La natura ogni tanto si vendica e non fa credito. Con violenza si riprende ciò che era suo e lo fa contando sull'ignavia di quelli che governano che sono degli inetti assoluti, degli approfittatori, degli imbroglioni della buona fede popolare.
All'inizio del 2014 le aziende che dovrebbero fare i lavori di sistemazione del fiume hanno scritto al premier Letta, al ministro dell'Ambiente Orlando, al sindaco Doria, al presidente della Regione  Burlando, denunciando che senza i lavori (bloccati da diatribe da tribunale amministrativo) si sarebbe ripetuto il disastro del 2011. La denuncia è stata ripetuta al premier Renzi. Nessuno si è mosso.
Non hanno ascoltato nemmeno l'avviso della società metereologica italiana che due giorni prima aveva avvertito sul notevole rischio di allagamenti e dissesti.
Eppure la Liguria è la terra di quel tal Scajola ex ministro di FI ed ex ras locale figlio di ras (per fortuna ora agli arresti domiciliari) di quel tal Burlando, presidente di Regione in politica da 30 anni con il PD, pizzicato in autostrada contro mano e con il tesserino da parlamentare scaduto, di quella tale Pinotti, attuale ministro della difesa del PD e aspirante al Quirinale, che non ha esitato a volare con un aereo militare per fare ritorno da Roma a Pegli, con la pietosa e mendace giustificazione data ad una interrogazione parlamentare che si trattava di volo di addestramento, di quel tal Doria sindaco di Genova  che nell'infuriare dell'alluvione se ne stava al teatro, di quel tal prefetto Gabrielli, capo della protezione civile, che ha osato criticare chi contestava l'inettitudine e l'insipienza della protezione civile locale che non ha dato l'allarme, di quella tale funzionaria Trovatore responsabile del centro meteo idrologico della protezione civile ligure che difendeva l'imprevedibilità dell'evento, ma taceva sul fatto che 40 minuti prima della rottura degli argini la sera di venerdì il numero telefonico della protezione civile fosse stato disattivato.
La lista delle responsabilità è lunghissima e il cardinal Bagnasco lo ha denunciato pubblicamente addossando alla macchina statale, cioè agli uomini che la conducono, la colpa di questa imperdonabile inerzia.
Tutte le televisioni hanno mostrato le centinaia di giovani volontari che senza eccepire cavilli sindacali, difficoltà interpretative, ostacoli burocratici, gratuitamente e senza attrezzature ma con arnesi di fortuna, si sono buttati letteralmente nel fango per aiutare quei disgraziati  che hanno perso tutto, merce, mobilio, macchinari di lavoro, automobili, abbigliamento, con danni ingentissimi alle case ed alle attività commerciali.
Solo dopo 48 ore si sono visti sul posto arrivare i primi militari del genio. Ma come? Siamo bravissimi a spendere da dieci anni miliardi, dico miliardi di euro, in missioni militari fasulle in Iraq, Afghanistan, Libano, ecc. a comprare i bombardieri F35 che non ci servono, a regalare armi ai Pesh Merga e a Gibuti tutte cose che appagano l'orgoglio del Ministro della Difesa di turno, a sperperare centinaia di milioni nell'operazione "mare nostrum" tanto per far parlare il Ministro dell'Interno Alfano e non abbiamo la capacità di provvedere entro 6 ore all'emergenza?
Siamo arrivati al rendiconto di 40 anni di inadempienze, di incapacità, di ladrocini, da parte di una classe politica che ha fatto scempio del nostro territorio. Se ne stanno rendendo conto gli italiani?
   
Un paese dissestato dalla politica
Avviso ai lettori: mettete da parte questo articolo e leggetelo tra qualche giorno al  momento opportuno, quando apparirà come cronaca di un disastro annunciato.
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Siamo a fine estate ed è logico attendersi grandinate e temporali che, da parecchi anni, hanno assunto una virulenza ed una frequenza fuori dell'ordinario, con conseguenze disastrose. Non sono a fare notizia solamente le lamentele degli albergatori per la stagione inclemente, gli inutili cinguettii del premier, le rampogne dell’Europa per la nostra inettitudine furbesca nei conti, le brutalità di guerra in Medio Oriente, o gli sbarchi di disperati mentre la criminalità transnazionale continua indisturbata i suoi affari.
Tv, radio e giornali, di qualsiasi tendenza colore ed editore, oramai ripetono stancamente sempre gli stessi titoli: bomba d’acqua, condizioni meteorologiche impreviste e imprevedibili, caso eccezionale, precipitazioni di tot millimetri in pochissimo tempo e in una zona circoscritta, esondazioni e straripamenti, frane e raffiche, impianti devastati, agricoltura in ginocchio, monumenti che cadono, caos del traffico, sottopassaggi invasi dall’acqua, ferrovie interrotte, intervento della protezione civile, vigili del fuoco, volontari ecc., tot dispersi, tot salvati, tot miliardi di danni. 
Tutti i numeri fanno parte ormai di una stanca ripetitiva ritualità di contabilizzazione delle perdite di vite umane, di porzioni di territorio con le relative attività economiche, di degrado del patrimonio culturale e del prestigio nazionale come se tutto questo fosse un’abituale e ineluttabile tassa da pagare alla natura.
Provvedimenti sbandierati: solidarietà dalle alte cariche dello Stato verso i familiari dei morti che avrebbero dovuto essere garantiti dall’amministrazione della cosa pubblica se questa fosse stata un’istituzione onesta e qualche striminzito finanziamento annunciato come strumento risolutivo. Tanto per fare scena!
I pochi politici che non arrossiscono di vergogna e che intervengono per commentare sottolineano la furia imprevista delle avverse condizioni atmosferiche per giustificare la loro partecipazione al rito dello scarica barile delle responsabilità politiche ed amministrative. Mai un Sindaco o un Presidente di regione che di fronte al disastro si dimetta per non aver provveduto in tempo a segnalare il pericolo o per non averne potuto eliminare le cause perché impedito a farlo da una politica sorda alle esigenze della gente.
In America, dove per ogni azione c’è sempre un responsabile anche se si tratta di evento atmosferico, se ad un passante  capita di scivolare su un marciapiede ghiacciato il primo ad essere citato in giudizio è il proprietario della casa prospicente.
In Italia, invece, ogni disastro resta sempre senza uno straccio di responsabile umano. La colpa è divina, di Giove pluvio!
La ripetitività ciclica di tali fenomeni è già un fatto talmente accertato e ricorrente che gli amministratori inetti non possono più ripararsi dietro il paravento dell’imprevedibilità. Una frana si può contenere, il fango può essere deviato, gli sbarramenti temporanei e gli argini possono essere monitorati e rinforzati, gli alvei dei torrenti e fiumi possono essere controllati e ripuliti dai tronchi, le strade (specialmente quelle cittadine) possono essere tenute sempre in ordine senza intralci di fogliame e spazzatura negli scoli, i ponti possono essere tenuti sotto una costante manutenzione, il territorio può essere reso geologicamente sicuro e protetto, le mura antiche e i ruderi storici possono essere curati: abbiamo tutta la tecnologia necessaria per progettare ed eseguire opere e misure di prevenzione. Allora cos’è che non funziona?
Non funziona la politica che è stata complice del dissesto del territorio: autorizzando e condonando la cementificazione laddove è proibita più che dalla legge dalla logica e dal buon senso, mostrandosi indifferente al degrado continuo del patrimonio culturale del luogo e del paesaggio, partecipando sistematicamente, e con maggiore improntitudine e vigliaccheria, negli ultimi 20-30 anni, al banchetto degli affari imbandito dai costruttori a cui l’interesse pubblico fa venire l’orticaria e che anzi si scompisciano nel letto dalle risate quando sentono la notizia di catastrofi che significano appalti milionari.
Mancano i soldi? No, manca la volontà e l’intelligenza di una classe dirigenziale autoreferenziale, interessata solo al proprio benessere. Se la politica (il termine starebbe ad indicare la sana amministrazione della città) che ha tutti gli strumenti per intervenire fa le leggi che non servono a nulla, o che non possono essere applicate per mancanza dei decreti attuativi, o che restano sulla carta per assenza dei finanziamenti, o che vengono bloccate o bypassate per la resistenza delle lobby e della burocrazia non è colpa di Giove pluvio, ma degli uomini immeritatamente elevati al rango di amministratori pubblici mentre in realtà sono professionisti del nulla, maestri dei distinguo cavillosi, profittatori di prebende, sfruttatori di privilegi, percettori di mazzette.
Anziché baloccarsi con la riforma del Senato in senso autoritario, intestardirsi sull’acquisto dei bombardieri F35, inciuciare con un condannato per la riforma della giustizia, chinare il capo di fronte all’imposizione di sanzioni anti Russia, contrarie alla nostra esportazione agricola di eccellenza, lamentarsi a vuoto con Bruxelles per lo sforzo di accoglienza dei disperati, il Governo che deve fronteggiare una recessione senza limiti, avrebbe fatto bene, e può ancora farlo, ad esercitare nel modo più pressante le sue prerogative di presidenza di turno dell’Unione Europea. Come? Varando un colossale piano di protezione ambientale da almeno 40 miliardi di euro, cioè un programma di recupero dei siti archeologici abbandonati al perenne degrado e di messa in sicurezza del territorio, del paesaggio, dei litorali, dei bacini idrografici e fluviali, con la revoca di abitabilità a tutte le costruzioni, abusive e non, edificate in luoghi insicuri e correlato piano di edilizia popolare. Con quali soldi? L’Europa dovrà essere messa di fronte al fatto compiuto di accettare senza obiezioni di sorta uno sforamento dei conti per la salvezza nazionale, così come al popolo vengono di continuo chiesti sacrifici addizionali in nome di un interesse internazionale.
Abbiamo esperti geologi che da anni predicano al vento, archeologi e restauratori pronti a mettersi al servizio del bene comune per la protezione del patrimonio culturale, dipartimenti universitari che sfornano di continuo studi sui pericoli di disastri causati dall’innesco di eventi naturali, genio militare e della protezione civile che sanno benissimo quali sono i punti critici della tutela del territorio, ma il miracolo italiano consiste nella negazione della fisica galileiana: Eppur nessun si muove!

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Immigrazione e interesse nazionale

TORQUATO CARDILLI - Il colonnello Gheddafi, nel primo decennio dalla conquista del potere (1970-1980), si impegnò sistematicamente a perseguire la pubblica umiliazione dei paesi considerati imperialisti come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia. Prima chiuse le basi militari straniere, poi nazionalizzò il petrolio, quindi diede libero sfogo all’assalto delle rispettive ambasciate e espulse in quattro e quattro otto ben 20 mila italiani residenti da anni in Libia dopo averli depredati di tutto.
Non contento di questa rivoluzione domestica non esitò a sostenere il terrorismo internazionale con vari attentati all’estero (discoteca di Berlino, aereo di Lockerbie ecc.). Resosi conto che con noi, vicini di casa, poteva fare la voce grossa senza le bombe si accontentò di sequestrare i pescherecci di Mazara del Vallo per indurci ad ingaggiare defatiganti negoziati che puntualmente si concludevano con la liberazione dei marinai e il dissequestro delle imbarcazioni dietro pagamento di multe e di concessioni politiche in merito ai danni di guerra. Infine intuì che poteva condizionare il nostro atteggiamento e la nostra politica estera ricorrendo ad un altro strumento ben più convincente: la minaccia dell'immigrazione selvaggia.
Prima della guerra scatenata da Francia, Inghilterra e Stati Uniti nel 2011 e del completo disfacimento della Libia, utilizzava l'immigrazione clandestina come una pistola puntata alla nostra tempia quale strumento per ricattarci e per riaffermare di fronte al mondo la sua capacità di tenerci sulla corda, arrivando persino ad ottenere l'umiliazione di Berlusconi chinato a baciargli pubblicamente la mano.
Abbiamo aderito con riluttanza, ma senza condizionamenti e senza prospettive, a quella guerra e i nostri strateghi politici, militari e di intelligence non sono stati capaci di prevederne le conseguenze né di attuare una seria politica di difesa degli interessi nazionali.
Dall'inizio del secolo, a richiesta degli Stati Uniti o della Nato ci siamo svenati con contributi di sangue e finanziando le missioni militari internazionali, ipocritamente definite missioni di pace, dall'Irak all'Afghanistan, con un costo superiore ai 5 miliardi di euro (l'ultimo rifinanziamento di 400 milioni di euro fino al 31 dicembre 2014 risale a qualche settimana fa) ma non abbiamo mai ottenuto nulla.
Non siamo stati capaci nemmeno di condizionare il nostro impegno internazionale militare e finanziario (siamo il quinto contributore al bilancio dell'ONU) alla liberazione dei marò imprigionati in India da due anni ed i vari Governi delle larghe intese, palesi e nascoste, hanno sistematicamente abdicato al dovere della protezione degli interessi nazionali.
Come? Ricorrendo ad una delle tecniche più diffuse, cioè quella di distogliere l'attenzione dei cittadini dalle questioni più scottanti per coinvolgerli in discussioni sui massimi sistemi o su aspetti marginali del funzionamento dello Stato gabbandoli per riforme epocali.
In tempi di spending review, di prelievi forzosi dalle tasche di tutti, di tagli indiscriminati, sarebbe già un grosso risultato se potessimo ridurre il fiume di denaro che spendiamo ogni giorno per sostenere l'afflusso di rifugiati che abbandonano i loro paesi pur di mettersi in salvo. Spesso non ce la fanno e finiscono in fondo al Mediterraneo che ormai è diventato un cimitero di disperati.
Non saprei dire quanti tra Ministri, deputati, senatori, grandi burocrati siano al corrente del contenuto del cosiddetto regolamento Dublino II 2003/343/CE (che ha sostituito la precedente Convenzione di Dublino) e il regolamento Eurodac.
Il Regolamento Dublino II, adottato nel 2003 (chi era al Governo in Italia? E dove era la Lega?) dai dodici stati storici dell'Europa unita (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito, cui si sono aggiunti nel tempo Austria, Svezia, Finlandia e Svizzera), determina quale sia lo Stato dell'Unione competente ad esaminare la domanda di asilo o di riconoscimento dello status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra, mentre il regolamento Eurodac istituisce la banca dati a livello europeo delle impronte digitali degli immigrati clandestini.
Questi accordi internazionali attribuiscono in modo inequivocabile al primo paese, frontiera di ingresso nell'Unione Europea da parte del profugo, la competenza all'esame della sua domanda di asilo.
Perché è stato adottato? Per impedire ai richiedenti il cosiddetto shopping dell'asilo, cioè la presentazione della domanda a più Stati, nonché per ridurre il numero dei profughi vaganti che si spostano da uno Stato all'altro. A chi faceva comodo questa disposizione? Non certo all’Italia la cui diplomazia sclerotizzata non ha capito le nefaste conseguenze né ha prontamente sconsigliato al governo composto di incapaci e al parlamento di inetti che votano senza sapere quello che fanno, di aderire a scatola chiusa a una misura che ci avrebbe condannato.
Dato che il primo paese d'arrivo è quello ritenuto responsabile di tutta la trafila burocratica è ovvio che l'Italia si è messa da sola il cappio al collo. Il nostro paese è sempre stato considerato, piazzato com'è in mezzo al Mediterraneo, il posto ideale di primo attracco per chi voglia scappare da un teatro di guerra, di persecuzioni, di carestie, di malattie ecc., dove le regole valgono fino ad un certo punto, dove il clima è temperato, dove la gente è normalmente ospitale e solidale, dove si mangia alla grande con l’intento di spostarsi, fortuna permettendo, in paesi dall'economia più forte (Germania, Francia, Svezia, Svizzera).
Sbarcare a Lampedusa, o in Sicilia, o sulla costa calabra è dunque visto come un sogno, che noi non siamo capaci di interrompere, e che frutta ai trafficanti di disperazione centinaia di milioni di euro e ne costa al nostro erario altrettanti.
Solo nei primi nove mesi del 2014 sono arrivati in Italia oltre 140.000 profughi in gran parte lasciati allo sbando ad ingrossare le file della criminalità o dell’industria del falso e se per ipotesi ne arrivassero dall'Africa o dall'Asia uno o due milioni tutti in base ai predetti accordi internazionali dovranno restare nel nostro Paese.
Uno Stato che salvaguardasse gli interessi nazionali (perché gli USA impediscono severamente l'immigrazione clandestina dal Messico, gli Israeliani da Gaza, gli Australiani dal sud est asiatico?) dovrebbe disdettare subito il Regolamento di Dublino e consentire a chi arriva in Italia, la possibilità di scegliersi il Paese che preferisce, magari di cui già conosce la lingua o per favorire ricongiungimenti familiari.
E invece il Ministro degli Esteri Mogherini è scomparso dai radar della politica estera attiva mentre il Ministro dell'Interno Alfano si limita a piagnucolare con l'Europa di rafforzare lo strumento del Frontex in ausilio all'operazione mare nostrum.
Capito in che mani stiamo?

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La sceneggiata e o’ malamente

TORQUATO CARDILLI - In varie occasioni, nei passati otto mesi, è stato notato che Renzi è un gaffeur internazionale, ma questa volta, di fronte ai Capi di Stato e di Governo dell'Europa e al Presidente della Commissione, riuniti a Milano per la conferenza sul lavoro, ha passato il segno.
Il Primo Ministro, che ripete spesso la solita litania di aver conquistato il 41% dei voti alle elezioni europee e di guidare il partito più votato in Europa, si è presentato visibilmente imbarazzato sia per la focosa e urlata manifestazione di contestazione dei lavoratori, contenuta da un imponente schieramento di carabinieri, sia per non avere mantenuto, come dimostrazione della sua capacità di cambiare l'Italia, la promessa di mettere sul tavolo di questo evento, il più importante della presidenza italiana dell'UE, la conferma della fiducia parlamentare sul ”jobs act” che in mattinata aveva dato per acquisita.
In conferenza stampa, telediffusa non solo nei 28 paesi dell'Unione, ma anche sui circuiti extraeuropei, ha osato svillaneggiare il Senato della Repubblica, istituzione che vorrebbe sostituire con un circolo dopolavoristico, dicendo che esso stava impegnato in una sceneggiata che non mutava la sua politica. Ha così offeso l'intero popolo italiano e non solo i senatori schierati su fronti contrapposti: da una parte quelli dall'obbedienza cieca al diktat governativo, dall'altra quelli che denunciavano la delega sulla riforma del lavoro come una cambiale in bianco, che non tutela i diritti dei lavoratori, che non riduce il precariato, che non protegge la piccola  e media impresa. In mezzo ai due schieramenti uno sparuto gruppo di dissidenti del PD che presto dovranno vedersela con la riesumazione della tradizione della purga di origine autoritaria.
In Senato gli scontri verbali e le manifestazioni di ribellione da parte dell'opposizione, abitudinariamente repressa con strumenti legali e forzosi (dai tempi contingentati agli improvvisi cambiamenti all’odg), sono stati la naturale conseguenza dell'arroganza governativa che ha voluto mortificare milioni di lavoratori e dividere l'opinione pubblica anziché unirla nello sforzo di rimettere in moto il paese.
Si può ammettere che la critica politica fatta tra italiani in Parlamento, sulla stampa, nei dibattiti televisivi, sia ampiamente giustificata. Essa, quando si tratta di questioni che attengono alla vita di milioni di famiglie, può anche usare termini forti se è circoscritta entro le mura domestiche (i panni sporchi si lavano in casa); ma quando si è di fronte al mondo, il dileggio delle proprie istituzioni dovrebbe essere proibito ed a maggiore ragione è ancor più riprovevole se esce dalla bocca del capo del Governo. Per lui, più che per gli altri, dovrebbe valere il famoso principio britannico "right or wrong, it is my country".
Già, ma Renzi mastica poco l'inglese e dimostra di saperne ancor meno di etichetta internazionale, di storia e di cosa sia la sceneggiata, un genere di rappresentazione popolare che alterna il canto con la recitazione su uno sfondo drammatico.
Quasi un secolo fa, dopo la terribile disfatta di Caporetto (1917), il Governo a corto di fondi per finanziare la guerra, inasprì le tasse sugli spettacoli di varietà, giudicati frivoli e contrari al culto dell'amor di patria. Il genio napoletano allora, per eludere questa tassazione rafforzata, rispose ideando uno spettacolo misto che, sulla tela di fondo di un motivo canoro molto popolare, intrecciasse sotto forma di rappresentazione teatrale i fili di una storia dai risvolti tragici e satirici insieme. I suoi  temi erano precisi (amore, tradimento, onore, mala vita) e ruotavano intorno a tre personaggi principali: Isso (lui) Essa (lei) e o' malamente (il cattivo) intorno ai quali agivano altre comparse.  Il successo di questa invenzione teatrale fu travolgente tanto da sbarcare ben presto tra le collettività italiane emigrate in America dove oggi parlare di sceneggiata del Senato equivale ad insultare la nazione.
Dunque ripeto che l’aver svilito il dibattito parlamentare per la fiducia al Governo sul tema del lavoro a sceneggiata è stata più che una gaffe un'enorme offesa.
Se volessimo restare a questo genere teatrale identificheremmo Isso con il rubicondo Ministro del lavoro Poletti redattore del testo in uno zoppicante italiano, Issa con la povera ministra delle riforme Boschi che è stata sommersa dai fischi quando ha maldestramente pronunciato la formula della richiesta di fiducia e o’ malamente con il Premier Renzi che non si fa scrupolo di stracciare la Costituzione e ripetere "tireremo diritto".
Ma torniamo alla questione del voto di fiducia su un tema così serio e spinoso. E’ stata posta, per la 21ma volta in 8 mesi di attività, con un maxi emendamento governativo (che non ammette nessuna correzione) di 7 pagine, sconosciuto da tutti i senatori fino ad un’ora prima del dibattito,  su un testo assolutamente diverso da quello che era stato approvato dalla Commissione Lavoro il 18 settembre.
La sola lettura del titolo mozza il fiato, per cui vi consiglio di fare subito un lungo respiro preparatorio: ”Deleghe (plurale) al governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”.
L’art. 76 della Costituzione stabilisce (almeno fino a quando non sarà abolita) che “L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per un tempo limitato e per oggetti definiti.”
Chiarissimo principio di democrazia contro qualsiasi velleitarismo del Governo di fare e disfare a suo piacimento. L’esercizio del conferimento della delega deve essere per la Costituzione una libera scelta del Parlamento e non il suo contrario, cioè imposto al Parlamento con addirittura il voto di fiducia su un testo scritto dal Governo stesso che si auto conferisce i pieni poteri espropriando della funzione legislativa il legittimo titolare. Aver proseguito a testa bassa su questo argomento è stato un atto arrogante del Governo, teso a significare che il lavoro del Parlamento non serve, ma allo stesso tempo ne ha messo a nudo la debolezza morale.
Il Governo, a dispetto dei numeri, è conscio che solo ricorrendo alla minaccia di far perdere ai senatori riottosi il seggio può continuare a restare in sella. La sua composita maggioranza conta al Senato su 170 voti; ne ha ottenuti 165, numero largamente sufficiente, ma rivelatore di crepe difficilmente sanabili: tre senatori del PD (Ricchiuti, Mineo, Casson), hanno votato contro insieme all’opposizione mentre uno (Walter Tocci) obbedendo come un soldato ha votato la fiducia per niente convinto, e per difendere l’onorabilità dell’Istituzione ha annunciato le sue dimissioni dal Senato.
Quelli che hanno approvato costituiscono una maggioranza di convenienze egoistiche tante volte personificata da senatori alla Razzi, Scilipoti, Repetti, specie che alligna anche nel PD e nelle frattaglie di SC e UDC.
Il problema dell'Italia non è l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma le fabbriche che chiudono, la disoccupazione che aumenta, la ripresa che non c’è. Su questo panorama di desolazione si staglia la pervicacia del Premier che vuole mettere all'angolo il Sindacato, schiacciare la minoranza interna del suo partito, fare a meno della democrazia parlamentare, ricondurre gli italiani ad un pensiero unico, accreditarsi come l'uomo forte del paese nello smantellare i diritti del lavoro come dimostra la questione del TFR. Forse non tutti ricordano che il "trattamento di fine rapporto", venne introdotto in Italia 90 anni fa con la Carta del Lavoro pubblicata sulla gazzetta ufficiale del Regno n. 100 del 30.4.1927, che stabiliva il diritto del lavoratore ad un'indennità correlata agli anni di servizio svolti. Insomma una provvidenza istituita da un Duce, che appariva all’estero come la caricatura di un uomo di Stato, e che ora verrebbe azzerata da un Ducetto di paese, giudicato come contro caricatura del primo. 

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Totem e tabù dell'era renziana

LUCIA ABBALLE - La minoranza di sinistra del Pd ha trovato nella difesa dell’articolo 18 e nell’opposizione al Job Act, proposto dal Governo Renzi, la sua ultima ed estrema frontiera di lotta. Le asprezze del dibattito consumatosi intorno al tema del lavoro trascende la ratio dei meriti e demeriti della riforma stessa. L’abolizione quasi definitiva dell’articolo 18 è diventata qualcosa di più di una semplice riforma; qualcosa che da tempo si sedimenta negli interventi carichi di animosità, livore e voglia di rivalsa. Essa rappresenta l’emblema della nuova sinistra italiana. L’articolo 18 ha mantenuto il suo valore simbolico e, nella sua parziale abolizione, il premier vuole misurare la propria capacità di cambiare non solo lo Stato ma il suo stesso partito. Pertanto, bloccare il Job Act in Parlamento è diventato un modo, ultimo e definitivo, per salvaguardare la tradizione di una sinistra italiana che si è nascosta, per decenni, dietro le proprie fortezze ideologiche e le ha usate per impedire ogni cambiamento vissuto come una profanazione, un tradimento della propria identità. La sinistra che proviene dall’esperienza del Pci e dalla Cgil nobilita ogni difesa corporativa con il richiamo rituale ai sacri principi violati dall’ ”usurpatore” di turno. Il carnefice di oggi si chiama Matteo Renzi e alla sua figura è legato il 40,8 per cento dei consensi alle ultime elezioni europee. La riforma del lavoro rivela tutte le scorie della rottamazione, più psicologiche che politiche, che non sono state smaltite. La geografia del Pd è ancora confusa e la sua definizione dipenderà dall’esito dell’esame in Parlamento della riforma del lavoro. 
A palazzo Madama, come è noto, i numeri assicurano a Renzi una maggioranza assai risicata: sette voti di scarto, che potrebbero venire a mancare per via dei dissidenti del Pd. Coloro, dunque, che durante la Direzione si sono divisi tra contrari e astenuti, consentendo un apparente accordo sull’abolizione parziale dell’articolo 18, potrebbero tornare ad unirsi quando la parola passerà ai gruppi parlamentari di Camera e Senato. Il mancato sostegno dei dissidenti del Pd alla riforma del lavoro potrebbe costringere il premier ad accettare i voti in Aula di Forza Italia. Pertanto, la vita del Governo rischia di essere appesa alle decisioni che assumerà Berlusconi al riguardo. Ciò autorizzerebbe gli avversari interni del Pd, che alle pulsioni antiberlusconiane non hanno mai rinunciato, essendosi politicamente formati con il mito negativo del Cavaliere, a trarne le ovvie conseguenze: la crisi di Governo. Un atteggiamento, questo, paradossale in quanto, al momento, una crisi dell’esecutivo, che prelude alle elezioni anticipate, non converrebbe né a Berlusconi né, tantomeno, alla minoranza interna del Pd che rischierebbe di vedere decimati i propri parlamentari. Ma negli arcaici rituali della politica italiana, non esistono solo rotture clamorose e voti anticipati: esiste la lenta agonia del leader. Renzi, al fine di esorcizzare la pulsione fratricida, suicida e nichilista che ha ispirato sino ad oggi la sinistra italiana, dovrà decidere, nei prossimi giorni, quale strategia adottare: continuare a sfidare tabù consolidati e apparentemente invalicabili oppure cedere ad un minimalismo di compromesso che, forse, potrebbe salvare “l’anima” della sinistra antica ma farebbe fallire, per l’ennesima volta, l’ambizione di una sinistra moderna e non più prigioniera dei suoi schemi.

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Un premier autocratico ed un parlamento di incapaci

TORQUATO CARDILLI - Il premier autocratico, gaffeur e indisponente, attaccato dai gufi, dai rosiconi, dai professoroni, dai sindacati, dai pubblici dipendenti, parvenu che ha scoperto l’aereo di Stato, per ora sta bene al parlamento composto da allegri festaioli (lavorano al massimo tre giorni alla settimana) incapaci di occuparsi del benessere del popolo, ma attenti a difendere a spada tratta i loro privilegi. Hanno votato in prima lettura, su ordine di scuderia, senza colpo ferire, la riforma della legge elettorale e la riforma della Costituzione.
Si tratta di due leggi mostruose: la prima non elimina affatto i vizi di incostituzionalità rilevati dalla Corte Costituzionale contenuti nella legge elettorale vigente, cosiddetta porcellum, mentre la seconda svilisce il Senato a rango di dopolavoro di sindaci e consiglieri regionali (ai quali viene riconosciuta però l'immunità parlamentare) che ovviamente in questi anni si sono distinti per ruberie, uso privato e sperpero di fondi pubblici.
Nell'uno e nell'altro caso i conati di reazione da parte del gruppetto dei cosiddetti dissidenti del PD, non ha prodotto gran sugo; alla faccia della previsione costituzionale che statuisce per i parlamentari “l’assenza del vincolo di mandato" essi sono stati richiamati all'obbedienza; dopo tante grida e mugugni non hanno fatto nessuno dei minacciati sfracelli anche perché il giovanotto fiorentino sa usare i metodi violenti. Se cade non si fa da parte, ma manda tutti a casa e da segretario del partito provvederà a fare le liste elettorali solo con suoi fidi, così come fece a suo tempo Berlusconi. L'ex cavaliere, condannato con sentenza definitiva per frode fiscale, assistito dal consigliere plurinquisito per bancarotta fraudolenta Verdini, a dispetto di quanto affermino le ministre Boschi e Madia, icone della banalità, è il vero play maker della situazione: tiene per il collo Renzi con il patto del Nazareno, senza del quale il premier finirebbe per alzare bandiera bianca di fronte all'opposizione interna ed a quella esterna del M5S.
La maggioranza di governo allargata al Nazareno, poco più di un anno e mezzo fa, in occasione della campagna elettorale, aveva promesso di restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti, ora ha aggiunto al danno la beffa; aveva promesso la soppressione delle provincie, ma si è trattato di una soppressione del diritto di voto dei cittadini e di una moltiplicazione di poltrone per i cooptati dei poteri locali; aveva promesso la crescita economica ma ha fatto aumentare la povertà; aveva promesso la riduzione della spesa pubblica ma ha solo tagliato i servizi ai cittadini; aveva promesso l'abolizione del finanziamento dei partiti, ma questa è stata rinviata di tre anni con l'istituzione del finanziamento del 5 per mille. Insomma ce n'è abbastanza per dire che sono state tradite tutte le promesse e tutte le aspettative.
Come se questo non bastasse non c'è giorno che la Costituzione repubblicana non venga picconata, aggirata, violentata, con il beneplacito di chi per istituto deve garantirne invece il rispetto rigoroso.
Tra i tanti episodi che hanno costellato questo scorcio di legislatura, vorrei citarne alcuni che hanno a che fare con la tutela dei cittadini.
L'articolo 1 della Costituzione (l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro) è da considerare morto e sepolto anche se viene citato ipocritamente a sproposito in ogni occasione proprio da coloro che, di fronte alla crescente disoccupazione, hanno fatto di tutto per tartassare il cittadino fino allo sfinimento.
L'articolo 35 (la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni) è salito in negativo agli onori della cronaca perché nonostante la drammatica crisi economica, il Governo dopo un'inutile discussione sull'abolizione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, ha deciso di porre proprio su questo tema la questione di fiducia.
L'articolo 47 (la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme) è palesemente violato quando lo Stato invita al boicottaggio del risparmio che è la più importante attività economica dell'uomo. Non vi pare che le nuove idee governative sull'uso anticipato del TFR siano la legale dilapidazione del risparmio anziché la sua protezione? Che modo è quello di dire ti aumento la busta paga invitandoti a ritirare il TFR per farti spendere di più, così a fine vita di  lavoro non ti troverai più il tesoretto del risparmio? Il TFR sono soldi del lavoratore e lo Stato non può incitare il cittadino a non risparmiare, né può obbligare le piccole e medie imprese, che usano quel circolante per sopravvivere, ad un ulteriore salasso economico. E dove finisce l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art.3 della Costituzione) se questo ipotetico prelievo del TFR non si applica ai dipendenti pubblici perché lo Stato non ha versato i contributi e gli accantonamenti perché non ha i soldi?
Passiamo alla credibilità internazionale.
Lo spettacolo che il parlamento offre da parecchie settimane sulla questione della elezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale è da un lato avvilente e dall'altro trascina nel disprezzo della pubblica opinione anche le alte cariche che cercano di imporre non solo nomi sgraditi, non imparziali, ma addirittura privi dei requisiti di legge.
L'articolo 104 della Costituzione prescrive che i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, eletti dal Parlamento, debbano essere scelti tra i professori ordinari di Università in materie giuridiche ed avvocati dopo 15 anni di esercizio.
Eravamo abituati a tutto ma non certo a subire di fronte agli occhi degli osservatori stranieri l’umiliazione di vedere espulsa dal CSM, il primo giorno di riunione del Plenum, la dottoressa Teresa Bene (già consigliera del Ministro Orlando, ma guarda un po’ l’attuale ministro della Giustizia!) sponsorizzata dal PD perché priva dei requisiti di legge.
Per l’elezione alla Corte Costituzionale non è che le cose siano andate meglio. Anzi, la figuraccia è diventata planetaria.
L’accordo FI-PD (ripetiamolo è questo l'attuale governo) ha previsto il ticket Catricalà-Violante. Il magistrato Catricalà, già imposto come sottosegretario da Berlusconi a Letta, ha pensato bene di rinunciare dopo una decina di tentativi andati a vuoto. Al suo posto FI ha designato l'avvocato senatore Bruno, con ventennale esperienza parlamentare, ma soprattutto amico di Berlusconi, attraverso Previti e con un pedigree da giudice costituzionale da fare spavento: nel 1997, assieme a Giovanardi, fu  promotore dell'emendamento che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti; nel 1998 lottò a spada tratta, senza successo, per ottenere l'amnistia per i reati di corruzione a favore di Previti; nel 1999 presentò un emendamento in base al quale il giudice sarebbe stato costretto a dimezzare la pena quando l'imputato era incensurato o aveva superato il 65mo anno di età (entrambi requisiti di Previti); nel 2002 tornò alla carica sull'amnistia; due anni dopo sciolse le campane a festa per elogiare la madre di tutte le leggi ad personam, il lodo Schifani, sull'immunità per Berlusconi dichiarando ai quattro venti che non offriva appigli di incostituzionalità, ma fu seccamente smentito, di lì a poco, dalla Corte Costituzionale che cassava il provvedimento perché contrario al principio di eguaglianza dei cittadini.
Con questa credenziale in tasca veniva proposto da Berlusconi nel 2005 per l'elezione alla Corte Costituzionale, guarda un po', insieme proprio a Violante sul quale però Berlusconi aveva posto il veto mandando all'aria le velleità del ticket che ora ci ha riprovato. Nel 2009 suggerì la riforma della Costituzione con  il ripristino dell'immunità parlamentare nella formula originaria. Solo l'anno scorso propose lo stravolgimento della Costituzione con il semipresidenzialismo  e la riforma del CSM, ma suscitò un tale vespaio di polemiche che lo steso Berlusconi, co-gestore delle larghe intese, lo fece desistere.
Questa volta il colpo di grazia alla sua candidatura è venuto dalla Procura di Isernia che lo ha messo sotto indagini per concorso in “interesse privato del curatore negli atti del fallimento” avendo ricevuto una consulenza su una pratica fallimentare affidata come curatore al suo collega di studio da quell'altro galantuomo di Scajola, ministro dello sviluppo economico.
A questo punto FI dopo tanti voti negativi cambia cavallo e propone Caramazza, un nome una garanzia. Chi è Caramazza? E' il magistrato che ha rappresentato il Quirinale nel conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo sulle intercettazioni relative alla trattativa Stato-mafia su cui ora dovrà deporre Napolitano. Una vera autorità in materia di conflitti tra i poteri dello Stato divenuto famoso qualche anno fa quando, per la trasparenza retributiva voluta dal governo Monti, si scoprì che percepiva due stipendi, cioè uno stipendio da avvocato generale dello stato di 289 mila euro più una propina di altri 324 mila euro (cioè una regalia medioevale per prestazioni extra di avvocati, magistrati, e simili ma anche dei componenti le commissioni esaminatrici degli esami di laurea).
Bene, anche Caramazza come curriculum non scherza. Ma al 17mo scrutinio, azzoppato in malo modo per la terza volta nel segreto dell’urna, ha avuto un sussulto di dignità ed ha gettato la spugna.
L’esponente designato dalla sinistra Violante invece, ha resistito impassibile con faccia di bronzo tetragono nel rifiutare di ritirarsi nonostante che il parlamento gli abbia rifiutato la fiducia per 17 volte consecutive. Lo si deve all’iniziativa dei deputati del M5S se è stato passato al vaglio il suo curriculum per la verifica del possesso dei requisiti di legge, nel silenzio assoluto dei partiti, dei media, dei politologi, degli analisti e commentatori. Ma data la risonanza della questione anche Brunetta, capogruppo di FI alla Camera, chiede ora un'indagine sui titoli.
Secondo l’articolo 135 della Costituzione un terzo dei componenti della Corte è nominato dal parlamento in seduta comune, scelti tra i magistrati, anche a riposo, delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative (Avvocatura generale dello Stato, Suprema Corte di Cassazione e Consiglio di Stato), i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni d'esercizio.
Violante, fortemente voluto dal PD e da chi lo protegge dall’alto colle, non è magistrato (neanche a riposo) delle giurisdizioni superiori, non ha mai esercitato la professione di avvocato e non è più professore ordinario in alcuna Università da almeno cinque anni (né ha mai svolto attività accademica a tempo pieno da quando è in politica).
Insomma non ha nessuno dei requisiti previsti: è solo un  politico di professione, per trenta anni (otto legislature) membro del parlamento prima col PCI, poi con il PDS, DS, PD, cioè proprio la caratteristica che la Costituzione aveva previsto non potesse essere posseduta da un supremo magistrato costituzionale, super partes, garante della legittimità legislativa.
Ma chi è davvero Violante? E’ lo stesso personaggio, comunista integralista, che da PM, prima di entrare in politica nel 1979, istruì il processo contro la medaglia d’oro della resistenza Ambasciatore Edgardo Sogno imputato di colpo di Stato, poi assolto da ogni accusa.
Già Presidente della Camera dei Deputati, è uscito dal parlamento nel 2008 con il corposo assegno di reinserimento  nella società civile di 278 mila euro di liquidazione esentasse e percepisce un vitalizio di 9.363 euro mensili, mentre continua a godere di tutti i privilegi previsti per gli ex presidenti di Monte Citorio.
E poi il Premier va a dire in giro che l’Italia tornerà ad essere grande!

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Crisi Euro: Il MAIE proponeva, Tabacci irrideva

Dallo scorso agosto in Colorado (USA) è attivo il sistema della quasi moneta COjacks per rilanciare l’economia locale
Solo pochi mesi fa- eravamo in piena campagna elettorale per le europee - l’on. Ricardo Merlo ospite di Porta a Porta ne aveva parlato come di una possibile soluzione per uscire dallo stallo delle economie locali di certi paesi europei, come la Grecia e l’Italia.
In studio, il collega Bruno Tabacci aveva manifestato la sua insofferenza rispetto alla proposta, ostentando un atteggiamento di sufficienza, come a dire ” non accettiamo lezioni di economia da un italiano del Sudamerica”.
E anche Bruno Vespa non aveva nascosto una certa diffidenza per questa idea.
Ricardo Merlo, nel corso di quella puntata di Porta a Porta,  aveva solo anticipato quello che è, da poche settimane,  un “fatto” anche nell’economia del Colorado: i COjacks sono stati  ufficialmente lanciati  il 22 agosto.
“ L'obiettivo di queste “quasi monete", o valute parallele,  è  dare liquidità alle economie,  soprattutto a quelle che si trovano in uno stallo recessivo, come quella italiana”.
“Adesso anche il Colorado  ha intrapreso questa strada, perché si è capito che per rilanciare l’economia bisogna incentivare i consumi all’interno di comunità circoscritte - ha spiegato il Presidente del MAIE, e ha aggiunto - A certi soloni dell'economia voglio dire solo questo: guardiamo agli esempi “esterni” senza pregiudizi e senza diffidenza, ma con curiosità. I pregiudizi sono figli dell'ignoranza.  Forse abbiamo sotto il naso la soluzione per uscire dalla crisi e potrebbero essere proprio gli italiani all’estero  a suggerirla. Pochi giorni fa, anche la Radiotelevisión Española (RTVE)  aveva trattato il tem a, raccontando l’esperienza della quasi-moneta in questo paese. Vi invito a guardare il video con molta attenzione” – ha concluso il Presidente del MAIE.

Guarda il VIDEO

Vedi anche l'ARTICOLO dell'economista Pier Giorgio Gawronski sul Fatto Quotidiano

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Il premier tradisce San Matteo e si appella a San Francesco

TORQUATO CARDILLI - Dopo l'esito delle trionfali elezioni europee fummo tra i primi a riconoscere correttamente la vittoria di Matteo Renzi (vedi articolo "Giù il cappello" del 26 maggio) che aveva saputo interpretare gli umori della nazione, stanca dei vecchi politici ed affascinata dall'energia propositiva del giovane sindaco che prometteva 80 euro al mese. Come era accaduto a Berlusconi che il giorno prima delle elezioni vittoriose si impegnò a cancellare l’IMU, così Renzi ha ottenuto un plebiscito di fiducia da parte del popolo italiano, illuso che tutte le promesse  di sostanziali riforme strutturali, snocciolate con diapositive e disegnini appena insediato a Palazzo Chigi, avrebbero potuto effettivamente essere realizzate nei primi 100 giorni di governo.
Come ha riferito l'Ansa, il 17 febbraio il premier  prometteva: “entro il mese di febbraio un lavoro urgente sulla riforma della legge elettorale e sulle riforme istituzionali, nel mese di marzo la riforma del lavoro, in aprile quella della pubblica amministrazione e in maggio il fisco” secondo la formula di una riforma ogni trenta giorni.
Era solo l’inizio. Il 24 febbraio, in occasione del voto di fiducia, e poi il 12 marzo, durante la conferenza stampa con le slide  da venditore di tappeti, annunciava gli obiettivi economici in agenda a portata di mano.
Nel suo discorso programmatico in Senato aveva, come suol dirsi,  messo la faccia sul pagamento "to-ta-le" (scandendo le sillabe con foga oratoria come se si fosse trattato di rivelare al mondo incredulo la rivelazione del terzo segreto di Fatima) dei debiti dello Stato prima delle ferie di agosto.
Due mesi dopo, in una trasmissione televisiva (conscio di aver promesso troppo, fece una mezza marcia indietro sui tempi) promise sul suo onore che entro il 21 settembre, equinozio di autunno, e giorno di San Matteo ci sarebbe stato il pagamento  integrale dei debiti contratti con i privati dalla pubblica amministrazione e dagli Enti locali. All'incredulità sorniona del conduttore della trasmissione ribatteva addirittura lanciando il guanto di sfida di una scommessa di andare in pellegrinaggio a piedi da Firenze al santuario di Monte Senario.
Evidentemente aver scelto il giorno di San Matteo, il famoso pubblicano esattore di tasse, protettore dei banchieri, come termine per il pagamento dei debiti non gli ha portato fortuna, svelando il più grosso imbroglio dell'opinione pubblica. Colpisce quindi la trasbordante dote di superficialità del premier che non serve a cancellare la cattiva nomea dello Stato italiano quale peggiore pagatore d’Europa, ben oltre le lentezze di Grecia, Cipro, Serbia e Bosnia, con un ritardo medio di 165 giorni rispetto al limite europeo di 30 giorni previsto dalla Direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011.
Basta ascoltare quello che si dice negli ambienti economici dalla Confindustria alla Confcommercio, o consultare il sito del Mef o leggere le note dell'autorevole CGA di Mestre per scoprire che allo stato attuale sono stati effettivamente erogati solo 35 miliardi su circa 60 miliardi dovuti, in gran parte stanziati dai governi precedenti, per cui i meriti di Renzi sono pressoché irrilevanti.
Se qualcuno volesse prendersi la briga del cosiddetto "fact checking" anche sugli altri obbiettivi, resterebbe allibito dall’assenza di risultati concreti. Riforma della legge elettorale e riforma istituzionale? Riforma del  lavoro? Sicurezza nelle scuole? Garanzie per i giovani?
Oggi a otto mesi di distanza il vento è cambiato. All'entusiasmo della gente è subentrata la delusione per lo sbriciolarsi delle promesse vendute come cose già fatte: la riforma elettorale che doveva eliminare le storture del "porcellum" non garantisce affatto al cittadino di poter scegliere il proprio rappresentante, né che il potere di Governo venga affidato alla maggioranza degli elettori; quella costituzionale approvata in prima lettura al Senato è stata subissata da una valanga di critiche da parte dei più illustri costituzionalisti; la "spending review" non ha prodotto effetti a favore dei cittadini; la vendita su e-bay delle auto blu è stato un flop colossale, la riforma del lavoro (jobs act) si è impantanata sull'abolizione dell'articolo 18 senza favorire un posto di lavoro in più.
Cose realizzate? Ha effettivamente dato in busta paga gli 80 euro promessi, ma tra una decina di giorni arriva la legge di stabilità e saranno guai per le finanze pubbliche e per le tasche dei cittadini.
Con il passare delle settimane e dei mesi, mentre fioccano sul suo tavolo le tabelle sempre più allarmanti e pessimistiche dei vari uffici studi (Banca d'Italia, Confindustria, OCSE, FMI, BCE, EU) sulle prospettive economiche del paese, in peggioramento rispetto alla situazione dei governi Monti e Letta (calo del PIL oltre ogni immaginazione, aumento della disoccupazione),  Renzi si è reso conto di aver ecceduto ed allora al grido di "mille asili nido in mille giorni", ha chiesto di portare il tempo necessario a realizzare il cambiamento appunto a 1.000 giorni cioè al 2017. Quindi siamo passati da un’annunciata riforma al mese, ad un traguardo spostato di ben 3 anni. Poi piano piano, senza che nessuno glielo ricordasse questo termine è stato fatto slittare di un ulteriore anno al 2018, cioè al compimento naturale della legislatura (cioè altri 4 anni).
L'immagine dell'uomo nuovo della politica italiana sta progressivamente offuscandosi mentre serpeggia nell'opinione pubblica l’insofferenza per alcuni comportamenti goliardici che rivelano la fragilità temperamentale del personaggio sempre più emulo di Berlusconi, ossessionato dalla conquista del di lui elettorato moderato a rischio di compromettere l’avvenire del paese.
Insomma quella che sembrava una cavalcata trionfale, drogata dal successo elettorale e dal supporto di Berlusconi con il patto del Nazareno, comincia ad assumere le sembianze di una marcia con l'affanno, mentre affiorano crepe nella squadra della maggioranza e si alzano critiche da settori influenti. I giornali d’opinione non sono stati teneri per l’assenza di risultati, direttori di fama come De Bortoli o Scalfari hanno criticato senza mezzi termini la sua vanagloria caduca. Nel mondo industriale il fiorentino Della Valle gli ha dato del sola ed ha esplicitato la sua delusione per la sottomissione del premier a Marchionne (che solo un anno fa lo aveva insolentito come sindaco di una piccola città), per la debolezza e l'impreparazione della squadra di governo, per il ruolo lasciato giocare a Berlusconi e Verdini nel condizionarne le riforme. Tra quelli che sprezzantemente chiama i “professoroni” Rodotà ha chiarito che il rapporto di Renzi con il potere è estremamente concentrato su se stesso ed autoritario, perché insofferente al contatto con chi ne sa più di lui in diritto costituzionale, in diritto amministrativo e del lavoro, in politica estera.
Infine nel partito si sentono paurosi scricchiolii: i rottamati Bersani e D’Alema, che ancora rimuginano sulla congiura anti Prodi,  hanno usato ironia e sarcasmo per picconare il piedistallo del premier che dopo aver conquistato la Segreteria e disarcionato come capo del Governo quello che era il numero due del suo predecessore, sa di doversi confrontare con l’intera sinistra del paese. Ancora più gravi della guerriglia dei cosiddetti dissidenti sono stati gli atteggiamenti politici nel voto in Direzione PD sul "jobs act": il  capogruppo alla Camera Speranza si è astenuto e il presidente della Commissione lavoro Damiano ha votato contro.
Allo stato attuale, in attesa delle prossime mosse parlamentari non è ancora individuabile quale sia il confine tra la smisurata sete di potere e l’incoscienza temeraria di volere a tutti i costi asfaltare chi avanza critiche e distinguo al suo operato.
Volendo far credere di portare il ramoscello d’ulivo è andato in pellegrinaggio ad Assisi, nel giorno di San Francesco, patrono nazionale per cercare di ingraziarsi gli italiani che nutrono una profonda devozione per il santo poverello.
Ma l'Europa è restia ad abboccare a questi trucchetti. Non manca di ricordargli che se le riforme non produrranno presto risultati, lo spettro della troika è dietro l'angolo. Se non vuole essere accantonato in malo modo, come è stato per Berlusconi o per Letta, da parte degli stessi apparati che lo hanno catapultato a Palazzo Chigi, dovrà sbrigarsi. Draghi glielo aveva adombrato in un incontro segreto a Città della Pieve lo scorso agosto. Se la legge di stabilità da presentare entro ottobre all’Europa non sarà convincente, dovrà prepararsi ad una cessione di sovranità a favore di un triumvirato che avrà la forza e il potere di imporre un'ulteriore contrazione dei diritti sociali.
Con un semestre di presidenza italiana dell’UE oltre metà percorso, senza aver inciso sugli assetti e sulle politiche europee (l’aver ottenuto la nomina della Mogherini quale responsabile a parole della politica estera europea sarà un boomerang pazzesco) Renzi non si rende conto di quello che la sua presenza e il suo ruolo significhino per la conservazione dei valori e della dignità nazionale. Molto probabilmente si sta ritagliando nei libri di storia del prossimo decennio un paio di righe come il premier più giovane della Repubblica che ha spalancato le porte Scee d'Italia alla Troika.

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Un premio Nobel per la guerra

Torquato Cardilli - Gli uomini politici hanno imparato che le telecamere stanno sempre in agguato pronte a cogliere qualsiasi loro atteggiamento che possa risultare sgradito al pubblico e quindi suscettibile di far perdere consensi. Perciò quando parlottano tra di loro, imitando goffamente i giocatori e gli allenatori di calcio che vogliono sfuggire alla censura della FIFA, mettono sempre la mano davanti alla bocca per evitare che possa essere letto, con il teleobbiettivo e la moviola, il labiale che evidentemente riferisce cose sconvenienti o che è bene il pubblico non conosca.
Non hanno però ancora imparato a diffidare delle fotografie che possono essere, a distanza di tempo, la prova documentale dei loro intrighi amorosi (vedi Hollande) o politici. E' questo il caso di un esponente di spicco dell'establishment americano, non uno qualunque, ma il senatore repubblicano dell’Arizona John Mc Cain, fatto prigioniero e decorato con medaglia d’argento al valor militare nella guerra del Vietnam, già candidato alla Casa Bianca contro Obama, le cui foto hanno percorso in tutta la sua ampiezza la rete informatica mondiale. E che non si tratti di fotomontaggi è stato confermato da fonti della stessa intelligence americana.
Le foto che circolano in internet lo ritraggono accanto all'autoproclamatosi nuovo califfo dello Stato islamico (ISIS) della grande Siria e dell'Iraq, Abu Bakr al-Baghdadi e al suo addetto stampa Abu Musa, quello che aveva sfidato l'America a mandare i suoi marines anziché i droni.
Il senatore americano ha incontrato in Siria nel 2013 i ribelli siriani anti Assad, alla presenza di al-Baghdadi, per far sentire loro la vicinanza degli Stati Uniti che erano intenzionati ad indebolire fino alla caduta il regime del dittatore siriano.
E' legittimo dunque porsi alcune domande. A che gioco gioca l'America? Con la Casa Bianca non funziona il giochetto italiano dell'insaputa, per cui è lecito dedurre che Obama abbia agito da apprendista stregone nel credere di potere manipolare ai propri fini quella galassia di sette, di terroristi, di anarchici che pullulano in Medio Oriente e uscirne indenne. Possibile che non abbia imparato nulla dalla guerra del Vietnam in poi, nonostante le migliaia di suoi soldati rimpatriati nelle bare e centinaia di migliaia di feriti e mutilati? Possibile che gli Stati Uniti ricadano sempre nello stesso errore di armare chi gli si rivolterà contro (vedi mujahidin afghani, tra cui Bin Laden, armati contro i sovietici, o Saddam Hussein in funzione anti Iran, o i ribelli libici anti Gheddafi che poi hanno trucidato l’ambasciatore americano)?
Altra domanda: come mai Washington si è precipitata a varare le sanzioni anti Putin facendo recitare all’Europa il ruolo di mosca cocchiera, mentre non ha imposto ai suoi alleati, né all'Onu di applicare le sanzioni contro l’ISIS che guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al petrolio iracheno venduto tranquillamente all'Occidente tramite la Turchia? Altrettanto dicasi per i patrimoni e per i fiumi di dollari che fanno capo ai capi dell'organizzazione terroristica, sempre ben rifornita e foraggiata: perché non sono stati congelati? E ancora. Perché non è stato avviato nessun procedimento internazionale né alle Nazioni Unite, né presso la Corte penale internazionale (originariamente boicottata proprio dagli USA che non avrebbero mai voluto esservi inquisiti) per crimini di guerra e violazione delle convenzioni internazionali sui prigionieri? Evidentemente un processo pubblico sarebbe stato troppo compromettente per gli americani: non solo per un personaggio come Mc Cain fotografato insieme ad al-Baghdadi, che, guarda un po', compare nella lista dei terroristi stilata dalla CIA già nel 2011, ma per una serie di contatti con l’intelligence USA.
Dopo le esecuzioni degli ostaggi Obama ha dichiarato la  nuova guerra fatta esclusivamente dall’aria con intensi bombardamenti (loro sono maestri in questo tipo di distruzioni come è stato fatto a Montecassino, a Dresda o a Hiroshima ecc.) più che per eliminare il terrorismo per rispondere direttamente alla lobby dei fabbricanti di armi. Costoro non vogliono restare a secco visto il prosciugamento delle commesse che procede parallelamente alla riduzione dell'impegno militare in Afghanistan, ma se Obama volesse realmente strangolare l'ISIS basterebbe togliergli i finanziamenti e gli approvvigionamenti, abbandonare il Medio Oriente a se stesso e stendergli tutto intorno un cordone sanitario oltre il quale nessuno può uscire.
Si fatica a trovare traccia di queste notizie sulla stampa italiana perché il primo modo per garantire un segreto, o nascondere una verità scomoda, è non parlarne. Soprattutto in Italia nessuno deve sapere, né capire cosa stia veramente accadendo in Iraq e in Siria. E non intendo il Parlamento asservito, ma il popolo che deve essere mantenuto all’oscuro. Al Governo italiano, che ha sempre eseguito ciecamente gli ordini di oltre Atlantico senza mai ricavare un utile per il paese (vedi vicenda marò), importa solo inculcare nelle teste dei cittadini che l'ISIS è il nemico da combattere, che il nostro apparato militare non si tirerà indietro, che le ministre di guerra Mogherini e Pinotti sanno fare la faccia truce.
Soprattutto nessuno deve sapere le rivelazioni, fatte trapelare da alcuni blogger internazionali, di Edward Snowden, riparato a Mosca, già tecnico della CIA e fino al giugno del 2013 collaboratore della National Security Agency sui programmi di sorveglianza di massa dei governi Usa e Gran Bretagna, cioè delle intercettazioni telefoniche dei capi di stato e di governo europei. Secondo Snowden dietro gli jihadisti ci sarebbero proprio coloro che dicono di volerli combattere: l’ISIS sarebbe stato addirittura creato dagli apparati di spionaggio e intelligence di USA e Gran Bretagna di concerto con quelli di Israele con la tecnica chiamata in gergo  "nido del calabrone" in modo da attirare e concentrare in un'unica zona tutti i terroristi provenienti non solo dal mondo islamico, ma anche dall'Occidente. E questo sarebbe stato funzionale a garantire internazionalmente la necessità della protezione dello Stato di Israele.
Sempre come prova di questo disegno sta un'altra affermazione di Snowden secondo cui il capo dell'ISIS al-Baghdadi sarebbe stato addestrato militarmente e teologicamente con corsi di eloquenza presso il Mossad, con l'obiettivo anti Assad.
Non ci fidiamo di Snowden rifugiato in Russia, paese ora impegnato in una nuova guerra fredda con gli Stati Uniti? Ed allora riferiamoci ad un altro ex collaboratore della CIA, Steven Kelley che in un'intervista alla televisione privata Press TV in California ha dichiarato che i finanziamenti all'ISIS arrivano dagli Stati Uniti e dai suoi alleati arabi.
C’è anche un'altra gola profonda. Il giornalista australiano Julian Assange, rifugiato nell'Ambasciata dell'Ecuador a Londra, aveva illustrato questo tipo di cospirazione americana nella rivelazione, nota come wikileaks, di montagne di materiale interessante sul comportamento cosiddetto "wrong doing" del governo americano a partire dall’esecuzione di Saddam Hussein: assassini collaterali (video dell’Aprile 2010), la guerra dell'Afghanistan (luglio 2010), la guerra in Iraq (ottobre 2010), 250 mila messaggi diplomatici tra Ambasciate e Dipartimento di Stato (novembre 2010) e l'affare Guantanamo (aprile 2011) che gli valsero l'ambito riconoscimento della medaglia d'oro della pace con giustizia della fondazione della pace di Sydney, attribuita in passato solo a tre altre personalità come Mandela, il Dalai Lama e il leader buddista Daisaku Ikeda.
A proposito di premi, ma il presidente degli Stati Uniti non è lo stesso Obama che è stato insignito del premio Nobel per la pace nel 2009? Ora si capiscono meglio le critiche e le perplessità generate a suo tempo nel mondo per il fatto che essendo appena stato eletto non era prudente basarsi solo sulle sue pubbliche dichiarazioni senza che avesse potuto dimostrare con i fatti la concretezza del suo operato a favore della pace. Dal premio in poi Barak Obama non ha fatto altro che collezionare penosi dietro front rispetto agli impegni presi nella campagna elettorale basata sui valori universali della libertà, della pace, dell’equità sociale, del rispetto dell’individuo: la promessa di uscire dalla guerra in Iraq entro l'anno non è stata mantenuta, quella di chiudere la prigione centrale di tortura di Guantanamo è svanita nel nulla, l'impegno a considerare conclusa la guerra afghana con l'uccisione di Bin Laden, ritenuto il massimo responsabile del terrorismo, è finito nell'abisso dell'oceano indiano insieme alla salma del terrorista, fatta scomparire in fretta e furia. Insomma alle bugie di Bush sul terrorismo, sull'Iraq, sull'Afghanistan, sul Sudan ecc. si sono aggiunte le contraddizioni di un presidente che non ha avuto il coraggio di dire agli americani ed al mondo la verità.
Ora siamo alla dichiarazione di guerra permanente con l'intento di coinvolgere ancora una volta una larga coalizione di servi sciocchi che non c'entrano per nulla con le vicende del terrorismo. Questo nuovo premio Nobel per la guerra qualche giorno fa dichiarava in una conferenza stampa di non avere una strategia per sconfiggere l'ISIS, ma i suoi generali devono averlo convinto che soprattutto con la ricorrenza dell'11 settembre era conveniente mantenere un'alta mobilitazione morale e materiale del paese e gli hanno sfoderato un piano in tre fasi che dovrebbe concludersi dopo la sua definitiva uscita dalla Casa Bianca e quindi soggetto a continuazione con il nuovo inquilino.
All’obiezione di dover soprattutto convincere un’opinione pubblica dubbiosa sulla necessità di agire, anche militarmente, contro l'estremismo islamico è stato risposto con la rassicurazione che il paese non verrà trascinato in una nuova guerra di terra come quelle in Iraq e Afghanistan, combattute in questo decennio a prezzo di migliaia di soldati morti. Il piano anti-terrorismo elaborato da CIA e Pentagono è diverso da quello attuato in Yemen o in Pakistan o in Somalia. Non saranno più i droni a colpire i gruppi terroristici, ma i bombardieri e i missili come avvenne contro Milosevic e Gheddafi. L’importante è, secondo i militari, che Obama mantenga la guida di una grande coalizione che coinvolga i 28 paesi membri della Nato e una dozzina di stati appartenenti alla Lega araba e forse anche l'Iran momentaneamente alleato per abbattere il nuovo califfo sunnita.
I raid aerei potrebbero estendersi dal Kurdistan iracheno sulla città di Raqqa, in Siria, dichiarata capitale dello stato islamico e sulle altre roccaforti li disseminate, lasciando che gli altri stati della coalizione mettano i soldati sul terreno in aiuto ai ribelli anti Assad e contro l’ISIS. Come dire agli arabi vedetevela tra di voi sul campo, noi non mandiamo neppure un marine. Per questo il Segretario di Stato Kerry è andato a Gedda dove ha riunito gli alleati arabi dall'Egitto alle monarchie del Golfo e anche quelli che fraternizzano con i terroristi.
Una seconda fase prevede l'addestramento e l'equipaggiamento del nuovo esercito iracheno (quello esistente sotto al-Maliki, equipaggiato e rifornito in questi dieci anni di occupazione americana, si è dileguato con armi e bagagli confluendo nelle fila dell'ISIS).
Come se il mondo non ne avesse abbastanza di guerre e di crisi dell’economia Obama ha chiesto al Congresso di autorizzarlo alla spesa supplementare di 500 milioni di dollari per addestrare e armare i ribelli siriani pro-occidentali. Stiamo certi che prima o poi il conto arriverà anche sulle nostre tasche. I peshmerga vogliono ben altro che i rottami di armamento leggero sequestrato dall'Italia 20 anni fa.
Credo che non ci sia anima viva che non  abbia provato orrore per la decapitazione in diretta degli ostaggi (due americani ed un inglese: scavando sotto sotto vieni a sapere che avevano un passato collegato con i servizi segreti e con lo spionaggio israeliano), ma sbaglia chi attribuisce tale crimine all'Islam. Anche se l'ISIS proclama di agire per conto dell'Islam, nessuna pratica di assassinio può essere onestamente ricollegata a quella religione. I video trasmessi mostrano solo il comportamento barbaro di alcuni fanatici, che non hanno nulla a che fare con la dottrina coranica, ma che si avvalgono del forte potere mediatico per ritorcere contro l'America la responsabilità di ogni morte, inscenando esecuzioni capitali di condannati vestiti come i prigionieri di Guantanamo.
Possiamo stare certi che anche se il califfo al-Baghdadi scomparisse dalla scena domani mattina, dopo di lui sorgeranno altri califfi e altri invasati per un conflitto senza fine, mentre Obama passerà alla storia come un premio Nobel che ha tradito la pace per la guerra.

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