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Last updateGio, 28 Dic 2017 11am

Italia

IL CUPOLONE DELLA MALAVITA

TORQUATO CARDILLI - “Non so se valga davvero la pena di  raccontare l'insieme della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata, mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello stile. Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra."
Queste non sono mie parole, ma appartengono alla prefazione che Tito Livio dedica alla sua opera “Ab Urbe Condita” che mi servono per introdurre quello che segue. Non farò qui la cronaca di quanto si apprende ogni giorno di più dalle radio e televisioni sulla ragnatela dei rapporti malavitosi tra politica e delinquenza a Roma, ma mi limiterò a rilevare le analogie con il passato.
E per farlo inizierei dalla constatazione che la tradizione storico-letteraria ci ha tramandato una visione ingannevole di grandezza, trapuntata di frammenti di virtù leggendarie (Pompeo Magno), di eroismo (Orazio Coclite), di onestà (Cincinnato), di sacrificio (Muzio Scevola), di frugalità (Cornelia) di fedeltà alla parola data (Attilio Regolo), di comandante invitto (Giulio Cesare), di saggezza (Augusto) ecc., ma nascondendo tutte le magagne di una società assisa sul delitto continuato riassumibile nelle guerre civili repubblicane e nel triste conteggio di 71 imperatori uccisi o suicidi su 96.

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Sindacato delle mie brame chi è il più furbo del reame?

TORQUATO CARDILLI - Il povero cittadino italiano è quotidianamente bombardato da notizie di interventi della Magistratura e della Guardia di Finanza, intesi  a scovare e reprimere crimini, truffe, corruzioni, abusi di ufficio, concussioni, peculati i cui autori non sono i semplici operai, i lavoratori, i disoccupati, i pensionati al minimo, ma le classi dirigenti del paese, un esercito di politici parassitari e di boiardi a Roma come nelle Regioni. E poi ci si domanda perché il popolo abbia abbandonato in massa le urne, rinunciando al voto, unico strumento democratico ancora non espropriatogli del tutto, anche se svuotato di significato.
Quando il rifiuto di avvalersi di questo diritto così elementare e semplice si fa così generalizzato c'è da rimanerne allarmati perché vuol dire che si è proprio arrivati al fondo. Vuol dire che nell'animo della gente si è fatto strada il convincimento che non c'è nulla da fare per cambiare l'andazzo, e che il prossimo passo, visto che la politica non impara la lezione, potrebbe essere quello della ribellione sociale violenta.
La classe politica ha perso ogni credibilità a livello centrale come a livello locale, sta lì solo per accaparrare prebende, mantenere privilegi, fare il contrario di quello che promette. Quelli che tengono i cordoni della borsa come i banchieri, i cosiddetti poteri forti, si comportano da squali. I grandi industriali del cemento o dell'etere vivono di concessioni statali che scuoiano il cittadino, mentre gli altri delocalizzano e dopo aver preso contributi e incentivi si lasciano alle spalle un paese irrimediabilmente inquinato. Infine, la casta più subdola di tutte, la burocrazia, che si mimetizza nell'ombra, ma che urla come un'aquila ferita se si prova ad intaccarne i privilegi anacronistici scambiati per diritti acquisiti come il direttorio della Banca d’Italia, i segretari generali della Camera, del Senato, del Quirinale, di Palazzo Chigi ecc. che godono di rendite principesche.
Sono parte integrante di questo cast dell'orrore i capi dei sindacati che hanno tradito il mandato ricevuto. Dopo aver smarrito la via indicata dai veri galantuomini del passato, dediti agli insegnamenti virtuosi ed alle lotte per l'equità, hanno fatto di tutto per occultare gli accaparramenti di denaro, per incamerare tutti gli sgravi e le facilitazioni fiscali, per ampliare il proprio patrimonio immobiliare, per godere di tappeto rosso e passamanerie dei palazzi sacri, per mantenere posizioni di potere in una specie di patto leonino tacito: da una parte si coprono i comportamenti dei fannulloni dall'altra ottengono mano libera sul saccheggio delle risorse. Alla loro nota facondia quando si tratta di lanciare slogan ad effetto, quando si tratta di fare continue comparsate in programmi televisivi per dispensare luoghi comuni, per sfoggiare frasi fatte, per ripetere i soliti insulsi appelli in difesa di chi è più debole,  si contrappone la loro idiosincrasia nel fornire i numeri dei denari in ballo: i bilanci sono segreti e non consultabili, i loro emolumenti altrettanto misteriosi, e persino il numero degli iscritti viene autocertificato senza alcuna dimostrazione.
I milioni di tesserati, che si vedono sottrarre una trattenuta automatica dallo stipendio, che può arrivare fino a 120 euro all'anno, forse avrebbero il diritto di sapere in quali tasche ed in quale quantità finiscano i loro soldi (quasi ottocento milioni di euro all'anno).
Il sindacato CISL che si ispira ai valori cattolici dell'equità sociale in passato si accontentava di esprimere figure cui consegnava il lasciapassare diretto per entrare in Parlamento. Il primo Segretario Pastore fu più volte ministro per la DC; il suo successore Storti fu deputato per la DC e poi presidente del CNEL; Macario fu senatore DC; Carniti fu senatore e deputato europeo DC; Marini, deputato, senatore, segretario del PPI, ministro del lavoro, e deputato europeo; d'Antoni prima deputato dell'assemblea siciliana, poi deputato al parlamento, vice ministro, e presidente del Coni Sicilia: Pezzotta è stato nominato deputato, mentre il suo vice segretario generale ragionier Baretta è stato eletto deputato e nominato sottosegretario prima con Letta ed ora con Renzi, nientemeno che al Ministero dell'Economia e Finanze.
In questi giorni ha destato scalpore la scoperta che il borioso Bonanni, ultimo segretario generale della Cisl, è andato in pensione con un trattamento di 8.593 euro mensili, calcolati sulla base dell'ultimo stipendio annuo di 336.000 euro, ben al di là di quanto percepito dal presidente Obama (solo 275.000).
La progressione stipendiale, che questo arringa folle gonfiato si è auto attribuita ad ogni tirata di cinghia del popolo affamato, fa impressione: nel 2006 la sua retribuzione, già di tutto rispetto per un dirigente sindacale, era di 80.000 euro l'anno. Con l'elezione a segretario generale per regolamento interno ha ottenuto sulla carta un aumento del 30% che avrebbe dovuto portarlo a superare di poco i 100.000 euro l'anno. Invece, già qui si riscontra la prima anomalia coperta dall'omertà  generalizzata dell’organizzazione. Nella dichiarazione fatta all'Inps compare la cifra di 118.000 euro, inspiegabilmente più alta del dovuto.
Dopo 12 mesi  l'incremento retributivo da anomalo diventa abnorme con un +40% tanto che nella dichiarazione all'INPS si passa a 171.652 euro l'anno. Ma non basta. Si sa che l'appetito vien mangiando e nel 2009 c'è un altro balzo in avanti con un + 45% che fa arrivare lo stipendio annuo a 255.579 euro. Tutti zitti: consiglio di amministrazione, politici, partiti. Tutti sapevano e nessuno ha mai detto nulla.
Nel 2010 alla faccia della crisi in agguato c'è un aumento, tipo mancetta, di 1.000 euro al mese tanto da arrivare a 267.436 euro all'anno con l’aggiunta di un'altra mancetta fuori busta di ulteriori 2.000 euro al mese per essere membro del CNEL senza averci mai messo piede.
Infine la stangata. Il vero capolavoro di ingordigia famelica si verifica dal 2011 quando l'aumento è di un ulteriore 25% tanto da arrivare all'incredibile cifra di 336.260 l'anno, cioè 921 euro al giorno, domeniche e festività comprese, ben superiore al limite decretato dal Governo Monti di 240.000 euro l’anno che riesce a sfuggire alle tagliole imposte dalle modifiche introdotte prima dalla riforma Dini e poi da quella Fornero.
Tutto questo nel sindacato cattolico. Ma non è che altrove le cose siano andate in modo più morigerato.
Anche in casa socialista della UIL il segretario generale Angeletti proprio in questi giorni ha abbandonato la poltrona per la pensione. Chissà se lo ha fatto in previsione delle prossime elezioni politiche. Resta il fatto che se ne è andato nel momento in cui il sindacato è sprofondato al minimo della sua capacità di rappresentanza, senza aver più la forza di interpretare i bisogni del mercato del lavoro e di quanti il lavoro ancora lo cercano.
Sugli emolumenti percepiti da Angeletti, protetti dalla sua organizzazione in nome della privacy come se si trattasse della password di Fort Knox, le bocche sono assolutamente cucite, anche se è notorio che i suoi compensi almeno fino a qualche anno fa erano simili a quelli di Bonanni e che come lui ha anche intascato i compensi quale consigliere del CNEL.
Chi i suoi predecessori? Tali Benvenuto e Larizza che transitarono direttamente in parlamento e nel CNEL sempre a spese del popolo italiano.  Chi il successore? Un pensionato di 67 anni, tale Barbagallo contornato da una segreteria di cinque ultrasessantenni che aggiungono alla pensione lo stipendio sindacale. Su questo punto la UIL  è molto affezionata alla legge Treu 546 del 1996 che stabilisce che per il calcolo della pensione dei sindacalisti ci si basa sull’ultimo stipendio ricevuto. A un sindacalista basta svolgere la sua attività per pochi mesi per vedersi riconosciuto un assegno a vita calcolato sulla base di quell'ultima busta paga (che potrebbe essere anche nominale). Volete ridere? Angeletti ha dichiarato di ignorare l'esistenza di questa legge da lui ora definita “un privilegio da eliminare”.
Nella sinistra comunista le virtù delle figure storiche alla Buozzi o alla Di Vittorio sono svanite del tutto, salvo il caso di Landini, capo della Fiom, la cui busta paga di 2.259 euro al mese è on line sul sito dell’Organizzazione. Il primo, segretario generale della CGDL costretto dal fascismo a  riparare in Francia, fu arrestato dai tedeschi e rispedito in Italia, per essere poi fucilato dai nazisti a giugno 1944, pochi giorni prima della liberazione di Roma; il secondo protagonista della rinascita del sindacato libero e democratico come segretario generale della CGIL tra il 1944 e il 1948, elaboratore della proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori del 1952, fu anche capace di autocritica nel condannare l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 a differenza di chi oggi continua a lanciare moniti.
I loro eredi dagli anni sessanta in poi hanno sempre scambiato il sindacato come lo scivolo verso posizioni di potere politico per entrare nel parlamento e per restarci alle spalle dei lavoratori, magari alternando lo scranno di Roma con quello di Bruxelles.
Lama, segretario generale della Cgil, diventò senatore del PCI, Pizzinato suo successore stesso percorso, Trentin deputato del PCI poi parlamentare europeo, Cofferati passò per la poltrona di sindaco di Bologna per approdare poi a Bruxelles, Epifani anche lui sta ancora ben assiso a Montecitorio dopo aver occupato la sedia di segretario del PD. Vedremo quale sarà l'approdo finale della Camusso.
Per amore di patria tocchiamo solo di sfuggita i casi di Del Turco, vice segretario generale della CGIL ed anche ultimo segretario nazionale del PSI dopo la caduta di Craxi, ministro delle finanze, presidente della regione Abruzzo finito nelle patrie galere e condannato a 9 anni per associazione a delinquere, corruzione ecc. e quello del dimissionario segretario generale dell’UGL, Cetrella, degno successore della Polverini (approdata al Senato come volevasi dimostrare), finito invischiato in un’inchiesta per utilizzo privato dei fondi del Sindacato e con la casa messa sotto sequestro dalla Guardia di Finanza.
La morale di questa carrellata è una sola: diffidare di quanti imbracciano a parole il vessillo dell’equità sociale, ma che si lasciano subito corrompere dai lussi, dai privilegi, dalle guarentigie del potere.

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PIOVE: GOVERNO LADRO!

TORQUATO CARDILLI - L'eterna storia del potere, sordo alla sofferenza dei più deboli sin dalla più remota antichità, ha collegato un dono di Dio quale è la pioggia all’indebito arricchimento dei potenti.
Già quasi 5.000 anni fa, al  tempo della quarta dinastia dell’antico regno egiziano, il Faraone Cheope, descritto da Erodoto come un tiranno che, avido di denaro per i suoi lussi, avrebbe schiavizzato il suo popolo per erigere il proprio monumento funebre (la famosa piramide maggiore), aveva collegato direttamente l’ammontare delle tasse alle precipitazioni che determinavano le esondazioni del Nilo, il cui limo rendeva il terreno agricolo più fertile da dare due raccolti all’anno.
Nell’antica Roma i magistrati venivano pagati con grano, vino e olio. I soldati ricevevano parte di queste derrate con l’aggiunta, secondo un peso prestabilito,  di sacchi di sale (da cui la parola salario) proveniente dalle saline del Mar Adriatico attraverso la Via Salaria. Se nei giorni di paga pioveva, il sale si impregnava d’acqua con la conseguenza che pesando di più ne veniva distribuito di meno. Per questo i soldati imprecavano contro il sistema che in pratica era un arricchimento indebito dell’Erario, coniando, secondo la leggenda, come prima forma di protesta nei confronti del potere, l’espressione: piove, governo ladro!
Nel Medio Evo e nel Rinascimento la tassazione, che contava una miriade di gabelle, fu estesa alla raccolta di acqua piovana in cisterne, alimentate da grondaie e scolatoi dei palazzi nobiliari, sicché ai poveri non era consentito nemmeno di poter godere di un dono gratuito del cielo.
In tempi più vicini, dopo l’effimero regno d’Italia di Napoleone, quando il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco, il Governo di Vienna, introducendo una specie di IRPEF ante litteram, aveva reso le tasse rigidamente proporzionali al raccolto per cui ai contadini non veniva dato scampo: un’annata piovosa significava inevitabilmente un raccolto più abbondante con conseguente aumento delle tasse. All’arrivo delle piogge gli agricoltori si affrettavano a nascondere le poche derrate di riserva ed a imprecare: piove, governo ladro! E il granduca di Toscana, ricordando l’esperienza dei romani sull’importanza capitale del sale, mise una tassa aggiuntiva sulla sua produzione dando luogo alla nascita del monopolio di Stato, estinto in Italia solo 100 anni dopo con legge del 1966. Poiché la pesa veniva effettuata sempre nei giorni di pioggia, che aumentava il peso del sale, ai produttori non restava che ribellarsi con la stessa espressione di scherno ed ingiuria.
Ma tale forma di protesta ebbe anche una connotazione politica quando i mazziniani avevano predisposto, nel 1861 a Torino, una dimostrazione antimonarchica. Il giorno fissato ci fu un tremendo temporale, che colpì la città senza alcun preallarme, come è accaduto in questi giorni a  Genova, e la manifestazione abortì. Di qui il Pasquino, rivista satirica dell’epoca, pubblicò una vignetta che ritraeva tre manifestanti inzuppati d’acqua che urlavano polemicamente: piove, governo ladro!
Oggi, ottobre 2014, dalla Liguria al Trentino, dalla Toscana al Piemonte, dall’Emilia all’Umbria, si leva alto lo stesso grido, urlato da cittadini impotenti e disperati: Piove, governo ladro!  Non è la parodia da avanspettacolo del guitto che recita gag e slogan a ripetizione contro il governo e contro il potere costituito, colpevole di tutti i mali possibili. No, si tratta dell’ultimo disperato sfogo contro le ruberie di chi per 40 anni ha campato di parole sul sacrificio della povera gente, degli agricoltori, degli operai, degli artigiani, dei piccoli imprenditori, insomma di quelli che dopo una vita di sacrifici al costo di schiene spezzate e di ossa rotte hanno perso tutto: raccolto, bestiame, attrezzature, scorte di magazzino, attività, mobilio, automobili, abbigliamento, ricordi. Tutto portato via dall’acqua o distrutto dal fango, nell’indifferenza di una burocrazia ottusa e di una classe politica fancazzista superpagata per curare e dilatare i propri privilegi.
Di fronte a tanta devastazione è inutile ed ipocrita ogni manifestazione di cordoglio da parte di una classe dirigente che non ha fatto mai nulla per impedire i disastri, che si muove tardi, malamente e solo dopo la catastrofe, ma che non pensa a fare oggi qualcosa di serio per impedire il ripetersi delle stesse tragedie domani.
Con quale coraggio il premier ed il suo modesto governo osano twittare ed annunciare di continuo provvidenze e riduzioni di tasse quando il Prefetto (dipende o no dal Governo?) per conto di Equitalia (che dipende o no dal Tesoro?) sospende il pagamento delle cartelle esattoriali dovute per un giorno, dicasi un giorno, a migliaia di genovesi che hanno perso tutto? Oppure diffondono comunicati, attraverso una task force contro il dissesto idro geologico, appositamente inviata da Palazzo Chigi, non per spalare ma per burocratizzare una disgrazia, sulla possibilità di ricevere un parziale indennizzo a condizione che gli alluvionati portino la fattura di riacquisto delle attrezzature perdute? E il Viminale dell’ineffabile Ministro Alfano, quello che si è fatto soffiare sotto il naso una donna e una bambina da forze straniere, quello dei “vu cumprà”, quello che invia una circolare ai prefetti per mettere in riga i sindaci sulle trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero, tace.
Meglio così. Eppure i cittadini italiani che pagano ogni anno la bellezza di 46 miliardi di euro di tasse dedicate alla protezione dell’ambiente, nascoste in tante altre megatasse (elettricità, gas, carburanti, addizionali varie) sono furiosi perché di quella tassa di scopo il Governo destina alla messa in sicurezza del territorio solo l’1% cioè 460 milioni. Dove va il resto? Ad ingrossare ed ingrassare la pletora di persone che non lavorano e che campano di politica, nel silenzio dei media radiotelevisivi e delle autorità che, a cominciare dall'alto colle, inviano moniti a tempo perso, ma che non fanno mai uno straccio di autocritica abbandonando il campo del paese ridotto in macerie.
Anche questa è un’ulteriore dimostrazione dell’inadeguatezza della classe politica al potere contro cui ci si dovrebbe ribellare.

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L'Italia dei disastri, dei regali e del gioco

TORQUATO CARDILLI - L'Italia presa d’assalto dai profughi sui barconi affonda nel fango, le città sono in subbuglio, le periferie sono diventate terra di nessuno, le case vengono occupate abusivamente nell'assenza dello Stato, il sindaco di Roma fa la figuraccia da peracottaio con la questione delle multe, i poliziotti mandano all'ospedale gli operai in lotta per il posto di lavoro, l'ex ministro Scajola rivende la casa acquistata a sua insaputa e ci guadagna un milione tondo, Matteo Renzi organizza cene da 1000 euro a coperto e rinsalda il patto del Nazareno con un condannato per frode fiscale per riformare la costituzione, per fare la nuova legge elettorale e per la nomina del nuovo inquilino del Quirinale, ma intanto si costituisce parte civile nel processo proprio contro Berlusconi accusato di aver indotto Tarantini a mentire al PM.
Questi i titoli che campeggiano sui giornali e sui notiziari. Nessuno che parli del gioco e dell'ennesimo regalo del Governo, per negligenza o per connivenza, alla multinazionale delle slot.
Non si tratta del gioco a fine di puro intrattenimento, considerato un passatempo da bambini che non conoscono e non valutano il potere del denaro, che non nutrono la speranza dell'arricchimento facile. No, si tratta del gioco d'azzardo, attività coeva con il mestiere più antico del mondo, che è una droga che riduce in miseria chi spera e che invece arricchisce chi ci specula.
Il gioco d’azzardo, quello che prevede un alto premio in denaro si basa sull’assoluta aleatorietà del risultato compensata dalla illusione o dalla speranza di fare il botto  per aggiudicarsi una somma di gran lunga superiore alla posta giocata. Si va ben al di là del premio riconosciuto dal casinò che paga 36 volte la posta nella roulette. Il vero gioco d'azzardo è quello che promette una vincita milionaria alla slot machine, che accende la fantasia del cercatore d'oro capace di giocarsi non solo lo stipendio ma interi capitali di famiglia, come hanno provato vicende delittuose che hanno coinvolto persino uomini politici.
Lo Stato come al solito, smarrendo la dimensione etica e di ordine pubblico, si comporta in questo settore ipocritamente come per tanti altri consumi di massa viziosi, alcool, fumo, prostituzione, droga che a parole dice di voler combattere. Non si cura di suscitare nei propri cittadini un comportamento virtuoso, ma contando  sulle loro debolezze le blandisce di continuo per lucrare introiti considerati vitali, attraverso offerte sempre più variegate ed incrementandone a dismisura la fruizione.
Anziché sradicare il gioco illegale e le truffe, appena un anno fa il Governo delle larghe intese ha favorito le società del gioco e ha condonato loro addirittura una multa miliardaria mentre ora si ostina a negare i sussidi agli alluvionati, ai terremotati, agli esodati. Occorre rinfrescare un po’ la memoria. Nel 2012, dopo un lungo iter legale, la Corte dei Conti respingendo la richiesta del PM di multa di 90 miliardi alle 10 società concessionarie del gioco d’azzardo per non aver collegato per parecchi anni le slot machines al cervello elettronico dei Monopoli incaricato di controllarne gli incassi, accoglieva la richiesta della difesa comminando loro una multa di 2,5 miliardi di euro, sulla base di 50 euro per ogni ora di mancato collegamento. Ma l’anno dopo, il governo Letta-Berlusconi-Alfano-Monti decise di ridurre tale multa a un quarto: cioè di fare un regalo secco di 1 miliardo e 800 milioni a vantaggio soprattutto della Bplus del famoso Corallo che da solo avrebbe dovuto pagare 845 milioni. E chi era Corallo? Quello che durante una perquisizione della Guardia di Finanza si inventò la scusa che il suo computer era del deputato Laboccetta, il quale trafelatosi nell’ufficio oppose la sua immunità al sequestro. Dopo alcuni mesi la Camera dei Deputati concesse il sequestro, ma il computer era stato già ripulito e reso vergine. Capito come funziona? Torniamo ad oggi.
La diffusione a tappeto in tutto il paese di slot machines (in cui finisce per prevalere la rovina di quelli che, illusi dalla prospettiva una supervincita, sono indotti a giocarsi tutto e a perdere) ha fatto emergere i problemi di sostenibilità sociale del fenomeno, il cui giro d'affari supera in Italia l'incredibile cifra di 80 miliardi.
Per legge fino a poco fa su 100 euro ingoiati dalle macchinette del gioco, 79 euro dovevano essere restituiti ai giocatori in premi, 12 andavano all’erario, percettore anche del valore delle concessioni, e 9 euro andavano ai distributori e ai proprietari delle macchinette. Non è poco. Se si considera che su 10 miliardi di euro giocati gli organizzatori introitavano ben 900 milioni.
Tutto questo in teoria perché le grandi case da gioco hanno guadagnato, come illustrato prima, attraverso vari marchingegni di macchinette truccate ben più di quanto abbia ricevuto lo Stato in termini di entrate erariali. Solo nel 2011 i gestori del gioco (tabaccherie, bar, sale  di slot, ecc.) hanno incassato ben 9,7 miliardi di euro, mentre allo Stato ne sono andati solo 8,6 miliardi.
Se lo stato volesse veramente combattere la ludopatia potrebbe ricorrere ad un semplice strumento informativo come ha fatto per le sigarette bandite da ogni forma di pubblicità ed anzi colpevolizzate sulle malattie più comuni. Basterebbe obbligare all'esposizione di un cartello su ogni macchinetta da gioco che indichi per ogni euro giocato quanto finisce certamente allo Stato, quanto certamente al sistema gioco, quanto certamente al commerciante e quanto ipoteticamente al giocatore tapino che per avere una probabilità di vincere 100 euro dovrebbe giocarne 400.
La crisi ha intaccato la raccolta del gioco e quindi le entrate erariali, ma la nuova legge finanziaria prodotta dai geni economici che ci governano ne ha tenuto conto alla rovescia. Anziché ridurre il prelievo fiscale e dare quindi un colpo alla criminalità organizzata, lo ha aumentato non a carico dei gestori, ma a carico dei giocatori, nell'errata convinzione di poter aumentare il gettito erariale. La percentuale delle somme giocate da restituire ai giocatori è scesa al 70%, mentre aumenta parallelamente quella che finisce nelle casse pubbliche. Discorso da principianti di economia. La riduzione delle probabilità di vincita non solo non fa aumentare gli introiti statali, ma finisce per spostare i giocatori in braccio all'illegalità che non impone trattenute aumentandone il giro d'affari.
Lo Stato (e qui dovremmo chiamare in causa i parlamentari che fanno le leggi prestando orecchio e pulsante elettronico al potere delle lobby del gioco) ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restringere i profitti delle grandi case da gioco. La ex Lottomatica, ad esempio, divenuta GTech, è protagonista dell'ennesimo scandaloso regalo dello Stato che si è letteralmente calato le brache. La GTech si è fusa con la IGT, leader mondiale del settore (International Game Technology) creando una nuova società Georgia Wordwide attraverso un'operazione da 6,4 miliardi, cifra gigantesca, di gran lunga superiore a quella sborsata dalla Fiat di 4,5 miliardi per acquistare il 41,5% della Chrysler dando luogo alla creazione della FCA con sede operativa a Detroit, legale a Amsterdam e fiscale a Londra.
Come nel caso della Fiat la fusione della GTech comporta un enorme fuoriuscita di imposte dato che la nuova società Georgia non sarà più sottoposta alla tassazione italiana, pur conservando - e qui sta l'assurdo - la concessione da parte dei Monopoli di Stato, concessione che invece andrebbe rimessa a gara anziché essere prorogata fino al 2016.
In poche parole un regalo dello Stato, che ne richiama alla mente un altro: quello operato con l'approvazione di un parlamento succube dal morente governo Letta appena 10 mesi fa. Tutti ricorderanno che Jo-condor Letta, alla disperata ricerca di soldi per cancellare l’IMU del 2013, condizione impostagli da Berlusconi per non farlo cadere, fece una pensata diabolica.  Con il solito trucco della polpetta avvelenata (inserimento in un’urgente norma popolare di un provvedimento “porcata”)  infarcì il decreto legge della cancellazione dell’IMU, sottoposto a voto di fiducia, con la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia, portato da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro. Puro regalo alle banche private proprietarie delle quote della Banca d'Italia autorizzate a rivendere le nuove quote rivalutate sul mercato. Così va l'Italia dei disastri, dei regali e del gioco!

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Come votano i nostri parlamentari

TORQUATO CARDILLI - Alla Camera dei Deputati la maggioranza di governo (PD, NCD, UDC-SC), la cosiddetta casta a cui appartengono d'ufficio a giorni alterni anche la Lega Nord e Fratelli d'Italia, ha votato contro la riduzione delle pensioni d’oro dei politici e dei manager di Stato e contro l’aumento delle pensioni minime.
Al Senato la stessa musica: PD, NCD, UDC-SC, Lega, più Forza Italia, due settimane fa, hanno votato contro l'ordine del giorno del M5S che chiedeva la sospensione del vitalizio ai politici detenuti in attesa di giudizio (Scajola, Galan, Lusi, Cosentino, Milanese, ecc). Come se non bastasse, il Pd, d'intesa con Forza Italia, ha evitato il voto su un altro odg che avrebbe soppresso il vitalizio ai senatori condannati in via definitiva come Previti (€ 4.235 netti al mese), Dell'Utri (€4.985 netti al mese), Berlusconi (€ 7.965 netti al mese) inglobando ed annacquando la richiesta del M5S dentro un altro ordine del giorno che anziché sopprimere i vitalizi per i condannati, invita il Consiglio di Presidenza a "concludere nel minor tempo possibile l'esame della proposta (depositata il 9 giugno), iniziato il 25 luglio”. Tipico gioco di parole per guadagnare tempo e non decidere nulla.
Per tagliare i privilegi della casta, il M5S aveva anche chiesto la riduzione della indennità, e della diaria dei senatori portandola rispettivamente a un massimo di 5.000 euro lordi mensili e 3.500 euro lordi mensili con la condizionale di erogazione sulla base della effettiva presenza. Ma l'Aula di Palazzo Madama, con la predetta maggioranza di governo e sottogoverno più le frattaglie, ha votato contro, allineata e coperta.
Era stato chiesto anche di abolire da subito l'assegno di fine mandato e di destinarlo alle finanze statali, di ridurre i vitalizi per gli ex senatori, che costano per il 2014 ben 82,5 milioni di euro. La proposta è stata ovviamente bocciata così come quella di una sforbiciata allo spreco delle figure dirigenziali del Senato con un risparmio di 300 mila euro l'anno. Ancora una volta la maggioranza, che nei talk show dichiara di volere cambiare verso, in realtà opera per conservare intatti tutti i privilegi contrari alla decenza di un paese alla fame.
Un’altra prova di questa santa alleanza del malaffare, detta anche del Nazareno, tra un gradasso ed un condannato?
Il senatore Antonio Azzollini  è indagato dal 7.10.2013 dalla Procura di Trani, assieme ad altri 60 funzionari comunali, ex amministratori e politici, per una presunta maxi truffa allo Stato di circa 150 milioni di euro, per associazione a delinquere, per abuso d'ufficio, per  frode in pubbliche forniture, per attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
Un’accusa da gelare il sangue nelle vene che in qualsiasi altro paese avrebbe costretto l'indagato non solo a rassegnare le dimissioni da ogni incarico pubblico, ma a non farsi più vedere in giro fino a conclusione del processo. E invece siamo in Italia: tutto va bene madama la marchesa. Come prima, più di prima!
Chi è Azzolini? E' un politico di lungo corso che sa quello che fa, avvocato, specialista in diritto civile, tributario, societario e commerciale, con alle spalle una militanza nel PDUP, poi nei Verdi, poi nel PCI-PDS dal quale fu espulso, poi transitato nel Partito Popolare per l'approdo finale in Forza Italia, di cui divenne senatore e sindaco nella città natale di Molfetta. Rieletto senatore nel 2013 e presidente della Commissione Bilancio del Senato ha abbandonato Berlusconi per finire nel Nuovo Centro Destra, il partito di Alfano, quello che diceva di volere il partito degli onesti. Questo è il personaggio.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere a nome della maggioranza di governo, inclusa la Lega, dopo nove mesi ha detto no alla richiesta della Procura del 27.1.2014 di uso dei tabulati telefonici e delle intercettazioni a carico dell'indagato per proseguire e sviluppare le indagini sull’ipotesi di reato. Il progetto di costruzione della diga foranea e del porto commerciale di Molfetta, non avrebbe mai dovuto essere varato. La Procura sostiene che Azzollini fosse al corrente della impraticabilità di quelle acque per la presenza sui fondali di migliaia di bombe, residuate della seconda guerra mondiale. L'opera fu appaltata nel 2007, sulla base di attestazioni false di accessibilità dell'area marina, necessarie per ricevere i fondi pubblici, e avrebbe dovuto essere consegnata nel 2008. L’opera non è stata eseguita e l'area è stata sottoposta a sequestro, ma rispetto a un costo previsionale iniziale di 72 milioni di euro, attraverso varianti e rivalutazione dei prezzi il costo è salito a oltre 147 milioni di euro utilizzati per le spese correnti e per coprire buchi di bilancio del Comune che quindi a prima vista appariva in ordine.
Solo i 4 senatori del Movimento 5 Stelle (Buccarella, Crimi, Fucksia e Giarrusso), l’unico di Sel (il presidente Stefàno) e il solitario Felice Casson, relatore per il Pd, hanno votato per l’autorizzazione.
Al contrario. il gruppo dei senatori Pd, (Pezzopane, Cucca, Filippin, Ginetti, Lo Moro, Moscardini, Pagliari), in aperto contrasto con il parere del relatore del proprio partito, ha votato per negare l’uso delle intercettazioni. Dietro questo voto, apparentemente inspiegabile, si è nascosta una procedura abbastanza insolita per non dire di peggio. I senatori democratici, dopo aver ascoltato la relazione di Casson invece di votare hanno preteso dieci minuti di sospensione dei lavori, durante i quali si sono riuniti a porte chiuse con altri esponenti interessati alla vicenda e ne sono usciti con l’ordine di scuderia di sconfessare il relatore.
A questo si aggiunge l’altrettanto misteriosa defezione al momento del voto dei senatori di FI: Casellati, appena stata eletta al Csm non è stata sostituita, mentre gli altri due membri Malan e Caliendo non si sono presentati. Secondo i gossip di palazzo Madama i senatori di FI, avuta la certezza che il PD avrebbe votato compatto contro la richiesta del relatore Casson, avrebbero voluto togliersi lo sfizio di una piccola vendetta  contro chi aveva abbandonato Berlusconi per seguire Alfano.
Alla maggioranza PD che voleva salvare Azzollini si sono aggiunti come gregari portatori d’acqua i senatori di NCD D'Ascola, Giovanardi, Augello, di SC Della Vedova, della Lega  Stefani e del Misto Buemi.
Ma perché questa difesa ad oltranza per un reato così infamante? Cosa c'è di così scomodo in quelle intercettazioni che tutti i partiti, dal Pd a NCD, a SC passando per la Lega, non vogliono siano utilizzate? Si sa per certo che il contratto di appalto fu assegnato ad un'associazione temporanea di imprese composta da tre grandi aziende italiane: la "coop rossa" CMC di Ravenna come capofila (la stessa degli appalti del Tav in Val di Susa, del Dal Molin di Vicenza e dell'EXPO di Milano), la Sidra e la Cidonio.
La parola ora spetta all’Aula, dove la giunta si presenterà con la proposta di dire “no” alla procura di Trani. Lo strappo di Casson, da sempre su posizioni critiche, è l’ennesimo segnale dei rapporti tesi con il Segretario del partito presidente del Consiglio e la ferita aperta dentro il PD non appare sanabile senza ulteriori strascichi.
Se l’Aula confermerà la posizione della giunta, la Procura di Trani non potrà utilizzare il più importante strumento di indagine.
Un altro esempio di inciucio? La deputata Nunzia di Girolamo del NCD, già ministro delle politiche agricole del Governo Letta, dimessasi per lo scandalo di mazzette e corruzione in Campania intorno al funzionamento di alcune Asl, è stata nominata vice presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, grazie ai voti del Pd, il partito del marito, di FI e di NCD. Ve lo immaginate quando la Giunta dovrà votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro la Di Girolamo? Con il presidente La Russa farà senz’altro una bella coppia. Una garanzia contro ogni corruzione e contro ogni conflitto di interesse.

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Se il buon giorno si vede dal mattino..

Il neo Ministro degli Esteri Gentiloni? Nulla sugli italiani all'estero
TORQUATO CARDILLI - Dopo 8 mesi di politica estera evanescente, condita da qualche gaffe, affidata ad una perfetta sconosciuta al grande pubblico come la ministra Mogherini, ora andata a sostituire un'altra nullità in Europa come Lady Ashton (chi ne ricorda un risultato positivo?), era necessario riempire quella casella, che detto per inciso non è una casella qualunque, ma quella di numero due del Governo.
Renzi avrebbe voluto in quel posto un'altra pollastrella per poter fare il galletto indisturbato, ed è salito al Quirinale portando con sé una rosa di nomi al femminile. Napolitano gli ha fatto capire che non se ne parlava, ha puntato i piedi e gli ha chiesto di dargli un nome incolore da non fare ombra a nessuno, ma con una esperienza di governo, capace di galleggiare tra le onde della crisi internazionale, una persona che avesse familiarità con i meandri delle mediazioni, con i fruscii delle tonache vaticane, che non fosse sgradito né all'altro contraente del patto del Nazareno, né agli Stati Uniti.
E' così che è stato fatto il nome di Gentiloni, proveniente dalla Margherita, cioè quella che era stata la stessa casa di Renzi. Gentiloni che era arrivato terzo alle primarie come Sindaco di Roma dietro Marino e Sassoli, aveva l'esperienza di aver attraversato il palcoscenico della politica italiana facendo sosta nei vari schieramenti e partiti dal movimento studentesco di Capanna a Democrazia proletaria, dal movimento dei lavoratori per il socialismo al partito di unità proletaria per approdare alla corte di Rutelli,  prima come addetto stampa e portavoce del Sindaco e poi come assessore al turismo e al Giubileo; ottimo trampolino per spiccare il volo verso Montecitorio, coronato dalla nomina a Ministro delle comunicazioni nel governo Prodi.
In questa veste avrebbe potuto realizzare il riassetto del settore televisivo (cioè riformare la legge Gasparri secondo i rilievi della Commissione Europea) ma preferì garantire a Mediaset la sua posizione di favore nel mondo mediatico italiano (leggi accentramento degli incassi pubblicitari: su un monte totale di 4,7 miliardi di euro le quote sono di 3,1 miliardi a Publitalia-Mediaset e 1,4 miliardi a Sipra-Rai), senza applicare la sentenza della Corte costituzionale del 1994 che aveva sancito che Rete 4 dovesse essere assegnata ad un altro operatore in omaggio al pluralismo delle frequenze. Tutti sanno come è andata a finire.
Ma torniamo alla nomina. L'appartenenza di Gentiloni alla Commissione Esteri della Camera, la sua presidenza della sezione Italia-Stati Uniti dell'unione interparlamentare, con il vantaggio di essere laureato in scienze politiche, ricco e di nobile famiglia, e, dicono i bene informati, conoscitore di tre lingue,  ne hanno fatto l'uomo ideale da far attraccare al parallelepipedo bianco della Farnesina, che per troppi anni è stato un guscio vuoto.
Anche se non manca qualche agiografo che gli accredita la funzione di ponte tra Washington e Gerusalemme menzionando la non casualità del viaggio negli Stati Uniti alla vigilia della nomina e dell'incontro, appena rientrato in Italia, con i maggiori rappresentanti della comunità ebraica italiana, nell'opinione pubblica non è stato suscitato nessun entusiasmo, nessun senso di rinnovamento, nessuna speranza di difesa degli interessi nazionali.
Chi sperava in una figura che potesse ridare dignità ad una politica estera abbandonata a se stessa, che potesse rivitalizzare un'amministrazione sclerotizzata che fosse capace di disegnare una strategia di lungo respiro è rimasto deluso. La sua prima dichiarazione pubblica, piatta, banale, sintatticamente scricchiolante, che qui riportiamo, ha disegnato sul viso dell'ascoltatore una smorfia di delusione " lavorerò in continuità con i governi precedenti (ma qui mica siamo a un cambio di governo!) e con il lavoro di Federica Mogherini (e che ha fatto la Mogherini?). L'Italia è un grande paese e la nostra politica estera deve contribuire sulle politiche dei diritti umani, sulle politiche globali, sul mediterraneo al ruolo che deve avere un grande paese"(sic!). Nulla di specifico sulla crisi economica internazionale, sull'Europa, sui rifornimenti energetici, sulla crisi ucraina, sulla nostra partecipazione alle missioni militari all'estero, sull'immigrazione illegale costante e sugli italiani nel mondo.
Quindi come primo atto il neo ministro non si è sottratto al rito teatrale della telefonata ai marò prigionieri in India per il solito bla, bla.
Se il buon giorno si vede dal mattino...

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LA NATURA NON FA CREDITO A UN PAESE DISSESTATO DALLA POLITICA

ALBERTO BRUNO - Cari lettori, ve l'avevo detto di metter da parte il mio articolo del 22 agosto. Ora dopo l'ennesimo disastro di Genova provate a rileggerlo ancora una volta per controllare che era stato un triste e purtroppo facile presagio di una tragedia annunciata che poteva essere fatto da chiunque con un minimo di sale in zucca, senza ricorrere a sfere di cristallo o a lettura di tarocchi.
Quegli arnesi magici occorrerebbero invece per far aprire gli occhi agli italiani, dovunque residenti, da Torino a Caltanissetta, da Toronto a Melbourne, perché caccino a pedate nel sedere tutti questi politici fanfaroni e incapaci a livello nazionale e locale, che ci prendono ogni giorno per i fondelli. In Parlamento hanno un’unica preoccupazione: quella di salvaguardare i loro privilegi, di spremere il popolo, di imbrigliare la giustizia, di arricchire loro stessi e i loro amici
A Genova non c'è stato un terremoto, fenomeno che per certi versi è imprevedibile, ma un'altra volta una tremenda alluvione dopo quella del 2011.
Ancora una volta il fiume Bisagno è uscito dal suo letto per distruggere case, negozi, automobili, reclamare anche un morto e riprendersi quello che l'uomo gli aveva tolto.
Duemila anni fa, sotto i Romani il Bisagno era largo quattro volte di più e profondo il doppio. L'uomo non ha fatto altro che rubargli poco alla volta il suo posto, con operazioni di saccheggio del territorio e di cementificazione selvaggia in cui tutti, costruttori e politici, trovavano il proprio tornaconto. In più come se questo stupro della natura non bastasse si è aggiunta l'inciviltà di quanti hanno costruito laddove non era possibile costruire, hanno buttato nei canali ogni genere di rifiuti (dai sanitari agli elettrodomestici in disuso) e l'incuria grave di quanti avrebbero dovuto pulire le caditoie e gli scoli.
La natura ogni tanto si vendica e non fa credito. Con violenza si riprende ciò che era suo e lo fa contando sull'ignavia di quelli che governano che sono degli inetti assoluti, degli approfittatori, degli imbroglioni della buona fede popolare.
All'inizio del 2014 le aziende che dovrebbero fare i lavori di sistemazione del fiume hanno scritto al premier Letta, al ministro dell'Ambiente Orlando, al sindaco Doria, al presidente della Regione  Burlando, denunciando che senza i lavori (bloccati da diatribe da tribunale amministrativo) si sarebbe ripetuto il disastro del 2011. La denuncia è stata ripetuta al premier Renzi. Nessuno si è mosso.
Non hanno ascoltato nemmeno l'avviso della società metereologica italiana che due giorni prima aveva avvertito sul notevole rischio di allagamenti e dissesti.
Eppure la Liguria è la terra di quel tal Scajola ex ministro di FI ed ex ras locale figlio di ras (per fortuna ora agli arresti domiciliari) di quel tal Burlando, presidente di Regione in politica da 30 anni con il PD, pizzicato in autostrada contro mano e con il tesserino da parlamentare scaduto, di quella tale Pinotti, attuale ministro della difesa del PD e aspirante al Quirinale, che non ha esitato a volare con un aereo militare per fare ritorno da Roma a Pegli, con la pietosa e mendace giustificazione data ad una interrogazione parlamentare che si trattava di volo di addestramento, di quel tal Doria sindaco di Genova  che nell'infuriare dell'alluvione se ne stava al teatro, di quel tal prefetto Gabrielli, capo della protezione civile, che ha osato criticare chi contestava l'inettitudine e l'insipienza della protezione civile locale che non ha dato l'allarme, di quella tale funzionaria Trovatore responsabile del centro meteo idrologico della protezione civile ligure che difendeva l'imprevedibilità dell'evento, ma taceva sul fatto che 40 minuti prima della rottura degli argini la sera di venerdì il numero telefonico della protezione civile fosse stato disattivato.
La lista delle responsabilità è lunghissima e il cardinal Bagnasco lo ha denunciato pubblicamente addossando alla macchina statale, cioè agli uomini che la conducono, la colpa di questa imperdonabile inerzia.
Tutte le televisioni hanno mostrato le centinaia di giovani volontari che senza eccepire cavilli sindacali, difficoltà interpretative, ostacoli burocratici, gratuitamente e senza attrezzature ma con arnesi di fortuna, si sono buttati letteralmente nel fango per aiutare quei disgraziati  che hanno perso tutto, merce, mobilio, macchinari di lavoro, automobili, abbigliamento, con danni ingentissimi alle case ed alle attività commerciali.
Solo dopo 48 ore si sono visti sul posto arrivare i primi militari del genio. Ma come? Siamo bravissimi a spendere da dieci anni miliardi, dico miliardi di euro, in missioni militari fasulle in Iraq, Afghanistan, Libano, ecc. a comprare i bombardieri F35 che non ci servono, a regalare armi ai Pesh Merga e a Gibuti tutte cose che appagano l'orgoglio del Ministro della Difesa di turno, a sperperare centinaia di milioni nell'operazione "mare nostrum" tanto per far parlare il Ministro dell'Interno Alfano e non abbiamo la capacità di provvedere entro 6 ore all'emergenza?
Siamo arrivati al rendiconto di 40 anni di inadempienze, di incapacità, di ladrocini, da parte di una classe politica che ha fatto scempio del nostro territorio. Se ne stanno rendendo conto gli italiani?
   
Un paese dissestato dalla politica
Avviso ai lettori: mettete da parte questo articolo e leggetelo tra qualche giorno al  momento opportuno, quando apparirà come cronaca di un disastro annunciato.
***
Siamo a fine estate ed è logico attendersi grandinate e temporali che, da parecchi anni, hanno assunto una virulenza ed una frequenza fuori dell'ordinario, con conseguenze disastrose. Non sono a fare notizia solamente le lamentele degli albergatori per la stagione inclemente, gli inutili cinguettii del premier, le rampogne dell’Europa per la nostra inettitudine furbesca nei conti, le brutalità di guerra in Medio Oriente, o gli sbarchi di disperati mentre la criminalità transnazionale continua indisturbata i suoi affari.
Tv, radio e giornali, di qualsiasi tendenza colore ed editore, oramai ripetono stancamente sempre gli stessi titoli: bomba d’acqua, condizioni meteorologiche impreviste e imprevedibili, caso eccezionale, precipitazioni di tot millimetri in pochissimo tempo e in una zona circoscritta, esondazioni e straripamenti, frane e raffiche, impianti devastati, agricoltura in ginocchio, monumenti che cadono, caos del traffico, sottopassaggi invasi dall’acqua, ferrovie interrotte, intervento della protezione civile, vigili del fuoco, volontari ecc., tot dispersi, tot salvati, tot miliardi di danni. 
Tutti i numeri fanno parte ormai di una stanca ripetitiva ritualità di contabilizzazione delle perdite di vite umane, di porzioni di territorio con le relative attività economiche, di degrado del patrimonio culturale e del prestigio nazionale come se tutto questo fosse un’abituale e ineluttabile tassa da pagare alla natura.
Provvedimenti sbandierati: solidarietà dalle alte cariche dello Stato verso i familiari dei morti che avrebbero dovuto essere garantiti dall’amministrazione della cosa pubblica se questa fosse stata un’istituzione onesta e qualche striminzito finanziamento annunciato come strumento risolutivo. Tanto per fare scena!
I pochi politici che non arrossiscono di vergogna e che intervengono per commentare sottolineano la furia imprevista delle avverse condizioni atmosferiche per giustificare la loro partecipazione al rito dello scarica barile delle responsabilità politiche ed amministrative. Mai un Sindaco o un Presidente di regione che di fronte al disastro si dimetta per non aver provveduto in tempo a segnalare il pericolo o per non averne potuto eliminare le cause perché impedito a farlo da una politica sorda alle esigenze della gente.
In America, dove per ogni azione c’è sempre un responsabile anche se si tratta di evento atmosferico, se ad un passante  capita di scivolare su un marciapiede ghiacciato il primo ad essere citato in giudizio è il proprietario della casa prospicente.
In Italia, invece, ogni disastro resta sempre senza uno straccio di responsabile umano. La colpa è divina, di Giove pluvio!
La ripetitività ciclica di tali fenomeni è già un fatto talmente accertato e ricorrente che gli amministratori inetti non possono più ripararsi dietro il paravento dell’imprevedibilità. Una frana si può contenere, il fango può essere deviato, gli sbarramenti temporanei e gli argini possono essere monitorati e rinforzati, gli alvei dei torrenti e fiumi possono essere controllati e ripuliti dai tronchi, le strade (specialmente quelle cittadine) possono essere tenute sempre in ordine senza intralci di fogliame e spazzatura negli scoli, i ponti possono essere tenuti sotto una costante manutenzione, il territorio può essere reso geologicamente sicuro e protetto, le mura antiche e i ruderi storici possono essere curati: abbiamo tutta la tecnologia necessaria per progettare ed eseguire opere e misure di prevenzione. Allora cos’è che non funziona?
Non funziona la politica che è stata complice del dissesto del territorio: autorizzando e condonando la cementificazione laddove è proibita più che dalla legge dalla logica e dal buon senso, mostrandosi indifferente al degrado continuo del patrimonio culturale del luogo e del paesaggio, partecipando sistematicamente, e con maggiore improntitudine e vigliaccheria, negli ultimi 20-30 anni, al banchetto degli affari imbandito dai costruttori a cui l’interesse pubblico fa venire l’orticaria e che anzi si scompisciano nel letto dalle risate quando sentono la notizia di catastrofi che significano appalti milionari.
Mancano i soldi? No, manca la volontà e l’intelligenza di una classe dirigenziale autoreferenziale, interessata solo al proprio benessere. Se la politica (il termine starebbe ad indicare la sana amministrazione della città) che ha tutti gli strumenti per intervenire fa le leggi che non servono a nulla, o che non possono essere applicate per mancanza dei decreti attuativi, o che restano sulla carta per assenza dei finanziamenti, o che vengono bloccate o bypassate per la resistenza delle lobby e della burocrazia non è colpa di Giove pluvio, ma degli uomini immeritatamente elevati al rango di amministratori pubblici mentre in realtà sono professionisti del nulla, maestri dei distinguo cavillosi, profittatori di prebende, sfruttatori di privilegi, percettori di mazzette.
Anziché baloccarsi con la riforma del Senato in senso autoritario, intestardirsi sull’acquisto dei bombardieri F35, inciuciare con un condannato per la riforma della giustizia, chinare il capo di fronte all’imposizione di sanzioni anti Russia, contrarie alla nostra esportazione agricola di eccellenza, lamentarsi a vuoto con Bruxelles per lo sforzo di accoglienza dei disperati, il Governo che deve fronteggiare una recessione senza limiti, avrebbe fatto bene, e può ancora farlo, ad esercitare nel modo più pressante le sue prerogative di presidenza di turno dell’Unione Europea. Come? Varando un colossale piano di protezione ambientale da almeno 40 miliardi di euro, cioè un programma di recupero dei siti archeologici abbandonati al perenne degrado e di messa in sicurezza del territorio, del paesaggio, dei litorali, dei bacini idrografici e fluviali, con la revoca di abitabilità a tutte le costruzioni, abusive e non, edificate in luoghi insicuri e correlato piano di edilizia popolare. Con quali soldi? L’Europa dovrà essere messa di fronte al fatto compiuto di accettare senza obiezioni di sorta uno sforamento dei conti per la salvezza nazionale, così come al popolo vengono di continuo chiesti sacrifici addizionali in nome di un interesse internazionale.
Abbiamo esperti geologi che da anni predicano al vento, archeologi e restauratori pronti a mettersi al servizio del bene comune per la protezione del patrimonio culturale, dipartimenti universitari che sfornano di continuo studi sui pericoli di disastri causati dall’innesco di eventi naturali, genio militare e della protezione civile che sanno benissimo quali sono i punti critici della tutela del territorio, ma il miracolo italiano consiste nella negazione della fisica galileiana: Eppur nessun si muove!

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Se lo Stato va a puttane il conto lo paga il popolo

TORQUATO CARDILLI - A seconda dell'epoca storica all'Italia sono stati affibbiati vari epiteti e definizioni dagli stranieri: è stata definita come il paese dell'arte, del bel canto, del gran tour, mera espressione geografica, la sorpresa del boom industriale, la culla del design, della moda, del lusso, della buona cucina, della mafia, delle stangate finanziarie, dell'instabilità politica e così via.
Come ci giudicano ora in Europa? Come il paese con la classe politica più pagata del continente, ma anche la più corrotta e inaffidabile. Meraviglia? No. Basta soffermarsi sul giudizio della nostra Corte dei conti che ne ha stigmatizzato la diffusa corruzione e la capacità di sfruttamento di ogni pertugio per appropriarsi di denaro pubblico a partire dai piccoli contributi e rimborsi spese per finire alle grandi opere come il TAV, l'Expo, le autostrade tipo Salerno-Reggio Calabria, il ponte sullo stretto ecc.
Intendiamoci. Non è che altrove i politici siano indenni da fenomeni corruttivi o immuni da comportamenti contrari alla legge, ma altrove c'è un senso di etica pubblica e di controllo da parte dei media e degli opinionisti sul quale non si può scherzare. Quando il politico è preso con il topo in bocca, non ci sono geremiadi che tengano come quelle dei garantisti nostrani che proclamano l'innocenza fino al terzo grado di giudizio; no, ci si dimette subito e si scompare dalla scena pubblica.
Casi che da noi fanno miseramente sorridere come l'aver copiato 20 anni prima una tesi di laurea, o il non aver pagato i contributi alla domestica o l’aver ricevuto un prestito bancario a condizione di favore o l’aver mentito alla polizia su un incidente stradale o l’aver pagato con fondi pubblici la visione in albergo di un video a luci rosse, all'estero stroncano per sempre qualsiasi carriera pubblica ancor prima del giudizio del Tribunale. Da noi invece tutte le persone coinvolte sono sempre serene e tranquille (salvo poi patteggiare tipo Galan, Scajola, ecc.) mentre è il popolo che ha il sangue agli occhi. Non si dimette nessuno per un avviso di garanzia su fatti corruttivi, né per il rinvio a giudizio con accuse infamanti, e neppure per una condanna in primo grado. Se poi arriva la condanna definitiva (dopo appello e Cassazione) la si tira in lungo con mille cavilli, come è stato per i casi Previti e Berlusconi prima di essere defenestrati dal Parlamento.
In un'Italia così, fatta di politici di banchieri e di industriali con tesori nei paradisi fiscali, di gruppi di potere e corporazioni che dettano legge, di guardie e farabutti che si alleano, tutti si disinteressano di milioni di persone povere, senza lavoro o con pensioni da fame e proseguono imperterriti nei loro traffici con l'unico obbiettivo di accumulare ricchezze liquide e immobiliari (in patria e all’estero) mantenendo intatta la fetta di potere conquistata. Hanno consentito la svendita di industrie e di marchi (a suo tempo sovvenzionati) che avevano fatto la storia della nostra rinascita economica e industriale a francesi, tedeschi, americani, spagnoli, turchi, russi e cinesi che hanno fatto shopping a prezzi stracciati accaparrandosi il meglio. Ciò che non è stato venduto è stato delocalizzato mettendo sulla strada migliaia di famiglie. Capitani d'industria felloni sono scappati con la cassa, per sfuggire al fisco come la Fiat o per imboscare miliardi all'estero come l'Ilva, furbetti hanno tentato scalate speculative e rivenduto il “pacco” ai risparmiatori, mentre i salotti delle banche odorano di cadaveri (dai famosi casi di Sindona e  Calvi in poi) o di tintinnio di manette (Fiorani, Fazio, Berneschi, Mussari, Ponzellini, Zanetti ecc.).
Negli ultimi anni l'Italia, per i demeriti della sua classe dirigente, è retrocessa al nono posto (uscendo quindi dal G8) nella graduatoria internazionale dei maggiori Paesi produttori ed ha sul groppone un debito pubblico arrivato all’incredibile cifra di 2.170.000.000.000 di euro. Avete faticato a leggere questa cifra? No problem, ve la scrivo in un altro modo: si tratta solo di 2.170 miliardi di euro, cioè del 135% del PIL! Mentre la massiccia erosione della base produttiva ha portato alla chiusura di oltre 100 mila imprese e ha generato oltre 1 milione di nuovi disoccupati (ora sono il 13,8%).
Mentre i vari premier e ministri del tesoro ci hanno ammannito con montagne di bugie, con dati falsi, la ottimistica tisana quotidiana che la crisi è alle spalle e che stiamo timidamente imboccando la via della crescita (mai smentita dai commenti farlocchi della televisione di regime), l'unica industria fiorente è quella della malavita, del riciclaggio, del contrabbando, della droga, della prostituzione, del gioco d'azzardo. Siamo sempre più meritevoli del biasimo internazionale e la stampa straniera ce lo ricorda in continuazione.
Cos'è dunque oggi l'Italia? E' una nazione meravigliosa governata e amministrata da un corpo mostruoso, una specie di Idra di Lerna, un serpente o piovra velenosa, dalle mille e mille teste sempre assetate di soldi e privilegi, capace di uccidere persino con il respiro.
Quando si è sull'orlo del baratro ci si aggrappa a tutto, anche ad una corda di carta, a rischio di scivolare più in giù e questo ha fatto il nostro governo accettando la rimodulazione del Pil.
L’Eurostat, per facilitare il rispetto degli assurdi vincoli imposti dal famigerato Fiscal Compact e tentare di fermare l'ondata antieuropea che sta dilagando,  ha terminato i lavori di revisione iniziati quattro anni fa (chi era al governo allora?) dei criteri di calcolo del Pil, includendovi non solo la ricerca e lo sviluppo, ma anche i proventi di molte attività criminali:  prostituzione, contrabbando, ricettazione, usura e spaccio di droga. I grandi cervelli che ci governano hanno pensato che questa innovazione metodologica fosse una bella idea perché l’effetto più immediato sarebbe stato per noi l'aumento del Pil dell’1-2% con correlata diminuzione artificiale del rapporto debito-Pil e l’hanno accettata con incosciente insensatezza. Dunque i fini strateghi economici hanno sorvolato cinicamente sui problemi etici e senza nemmeno sentire il parlamento hanno ignorato le conseguenze negative. La prospettiva di poter rivendere al popolo la sòla che i sacrifici sarebbero stati inferiori al previsto è bastata a governanti incapaci per tirare un sospiro di sollievo. Tutti, da Berlusconi a Monti, a Letta, fino a Renzi hanno accolto l’innovazione come una manna, fatta cadere dal cielo della Commissione Europea e della BCE che hanno benevolmente chiuso un occhio, consentendo di allentare i vincoli di bilancio alla chetichella, senza perdere la faccia.
Perciò i nostri si sono ben guardati dallo stroncare la corruzione e la malavita che costano oltre il 10% del Pil finendo per sposare il manifesto programmatico del politico cialtrone Cetto La Qualunque, sempre pronto a santificare le attività palesemente illegittime e criminali come volano della prosperità economica.
Fino ad oggi il Pil, pur includendo il lavoro nero (soprattutto in edilizia e agricoltura) che da solo ammonta a circa il 17% del reddito complessivo, non conteneva i proventi dell’economia criminale, considerata come una semplice traslazione di ricchezza dalle tasche dei cittadini onesti nei forzieri dei delinquenti e, come tale, non in grado di generare reddito e occupazione. Da adesso siamo entrati invece in una nuova dimensione. A Bruxelles si sono resi conto che anche lo scambio di ricchezza in settori illegali è creatore di retribuzioni e di profitti a favore di chi rivende i beni economici o fa mercimonio sessuale o sfrutta la prostituzione anche se non paga le tasse. La grande pensata dei burocrati di Bruxelles, bevuta d'un fiato dai nostri governanti, miopi o in malafede, purtroppo rischia di peggiorare le nostre condizioni economiche.
Secondo Eurostat, che ci ha considerato più virtuosi della realtà, la monetizzazione dello spaccio di droga, usura, racket, prostituzione e contrabbando, significa per noi l'1% - 2% del Pil. Tutti sanno nei nostri palazzi, ma anche nei vicoli dei quartieri, che l’entità di questo tipo di attività illegale è molto più grande (nel 2013 la GdF, in base ai documenti prodotti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia e dalla Banca d'Italia, aveva valutato la ricchezza illegale in 170 miliardi di euro) e proprio per questo rifiutano di combatterla sul serio e di quantificarla precisamente. Infatti se ci fosse stato riconosciuto il valore reale sarebbero stati dolori maggiori come vedremo, dato che il nuovo metodo di misurazione del Pil considera il 2011 come anno zero dal quale far ripartire il ricalcolo comunitario.
Al di là degli aspetti puramente etici (su cui non si è sentita una parola da oltre Tevere né dalla CEI), la paradossale rivalutazione del nostro Pil è una fregatura. Apparentemente dà una mano al Tesoro, sempre alle prese con tagli di qua e sforbiciate di là per contenere il rapporto tra debito e prodotto nazionale lordo, perché migliora di 0,2% il rapporto deficit/Pil, ma durante il vertice del 23 e 24 ottobre ci è stato presentato il conto.
L'Europa ci ha chiesto un extra-versamento al bilancio comunitario, che è costituito dai contributi versati da ciascun paese in base al proprio Pil. Cosa significa per noi? Semplicemente dover sborsare 360 milioni di euro in più entro il 1 dicembre. Né può rallegrarci il fatto che alla Gran Bretagna siano stati richiesti  2 miliardi e 125 milioni in più, così come ai Paesi Bassi che dovrebbero sborsare 642,7 milioni. Indubbiamente ci guadagnano Germania e Francia che riceverebbero rispettivamente un rimborso di 779 milioni e 1 miliardo di euro nonché il Belgio per 170,5 milioni, la Danimarca per 321,4 e la Spagna per 168,9.
Il battagliero premier inglese Cameron, quello olandese il calvinista Rutte e in coda Renzi un po’ stralunato hanno detto che rifiutano categoricamente di pagare questo sovrapprezzo al bilancio dell'Unione, scontrandosi con la cancelliera tedesca Merkel e con il presidente francese Hollande che viceversa non accettano di vedere svanire il frutto di un piano messo a punto astutamente da tanto tempo.
Manca poco alla data fatidica per poter verificare se il semestre di presidenza italiana si concluderà con un fiasco o con un successo, ma resta comunque il fatto che a pagare, anche quando lo Stato va a puttane, è il popolo.

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La sceneggiata e o’ malamente

TORQUATO CARDILLI - In varie occasioni, nei passati otto mesi, è stato notato che Renzi è un gaffeur internazionale, ma questa volta, di fronte ai Capi di Stato e di Governo dell'Europa e al Presidente della Commissione, riuniti a Milano per la conferenza sul lavoro, ha passato il segno.
Il Primo Ministro, che ripete spesso la solita litania di aver conquistato il 41% dei voti alle elezioni europee e di guidare il partito più votato in Europa, si è presentato visibilmente imbarazzato sia per la focosa e urlata manifestazione di contestazione dei lavoratori, contenuta da un imponente schieramento di carabinieri, sia per non avere mantenuto, come dimostrazione della sua capacità di cambiare l'Italia, la promessa di mettere sul tavolo di questo evento, il più importante della presidenza italiana dell'UE, la conferma della fiducia parlamentare sul ”jobs act” che in mattinata aveva dato per acquisita.
In conferenza stampa, telediffusa non solo nei 28 paesi dell'Unione, ma anche sui circuiti extraeuropei, ha osato svillaneggiare il Senato della Repubblica, istituzione che vorrebbe sostituire con un circolo dopolavoristico, dicendo che esso stava impegnato in una sceneggiata che non mutava la sua politica. Ha così offeso l'intero popolo italiano e non solo i senatori schierati su fronti contrapposti: da una parte quelli dall'obbedienza cieca al diktat governativo, dall'altra quelli che denunciavano la delega sulla riforma del lavoro come una cambiale in bianco, che non tutela i diritti dei lavoratori, che non riduce il precariato, che non protegge la piccola  e media impresa. In mezzo ai due schieramenti uno sparuto gruppo di dissidenti del PD che presto dovranno vedersela con la riesumazione della tradizione della purga di origine autoritaria.
In Senato gli scontri verbali e le manifestazioni di ribellione da parte dell'opposizione, abitudinariamente repressa con strumenti legali e forzosi (dai tempi contingentati agli improvvisi cambiamenti all’odg), sono stati la naturale conseguenza dell'arroganza governativa che ha voluto mortificare milioni di lavoratori e dividere l'opinione pubblica anziché unirla nello sforzo di rimettere in moto il paese.
Si può ammettere che la critica politica fatta tra italiani in Parlamento, sulla stampa, nei dibattiti televisivi, sia ampiamente giustificata. Essa, quando si tratta di questioni che attengono alla vita di milioni di famiglie, può anche usare termini forti se è circoscritta entro le mura domestiche (i panni sporchi si lavano in casa); ma quando si è di fronte al mondo, il dileggio delle proprie istituzioni dovrebbe essere proibito ed a maggiore ragione è ancor più riprovevole se esce dalla bocca del capo del Governo. Per lui, più che per gli altri, dovrebbe valere il famoso principio britannico "right or wrong, it is my country".
Già, ma Renzi mastica poco l'inglese e dimostra di saperne ancor meno di etichetta internazionale, di storia e di cosa sia la sceneggiata, un genere di rappresentazione popolare che alterna il canto con la recitazione su uno sfondo drammatico.
Quasi un secolo fa, dopo la terribile disfatta di Caporetto (1917), il Governo a corto di fondi per finanziare la guerra, inasprì le tasse sugli spettacoli di varietà, giudicati frivoli e contrari al culto dell'amor di patria. Il genio napoletano allora, per eludere questa tassazione rafforzata, rispose ideando uno spettacolo misto che, sulla tela di fondo di un motivo canoro molto popolare, intrecciasse sotto forma di rappresentazione teatrale i fili di una storia dai risvolti tragici e satirici insieme. I suoi  temi erano precisi (amore, tradimento, onore, mala vita) e ruotavano intorno a tre personaggi principali: Isso (lui) Essa (lei) e o' malamente (il cattivo) intorno ai quali agivano altre comparse.  Il successo di questa invenzione teatrale fu travolgente tanto da sbarcare ben presto tra le collettività italiane emigrate in America dove oggi parlare di sceneggiata del Senato equivale ad insultare la nazione.
Dunque ripeto che l’aver svilito il dibattito parlamentare per la fiducia al Governo sul tema del lavoro a sceneggiata è stata più che una gaffe un'enorme offesa.
Se volessimo restare a questo genere teatrale identificheremmo Isso con il rubicondo Ministro del lavoro Poletti redattore del testo in uno zoppicante italiano, Issa con la povera ministra delle riforme Boschi che è stata sommersa dai fischi quando ha maldestramente pronunciato la formula della richiesta di fiducia e o’ malamente con il Premier Renzi che non si fa scrupolo di stracciare la Costituzione e ripetere "tireremo diritto".
Ma torniamo alla questione del voto di fiducia su un tema così serio e spinoso. E’ stata posta, per la 21ma volta in 8 mesi di attività, con un maxi emendamento governativo (che non ammette nessuna correzione) di 7 pagine, sconosciuto da tutti i senatori fino ad un’ora prima del dibattito,  su un testo assolutamente diverso da quello che era stato approvato dalla Commissione Lavoro il 18 settembre.
La sola lettura del titolo mozza il fiato, per cui vi consiglio di fare subito un lungo respiro preparatorio: ”Deleghe (plurale) al governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”.
L’art. 76 della Costituzione stabilisce (almeno fino a quando non sarà abolita) che “L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per un tempo limitato e per oggetti definiti.”
Chiarissimo principio di democrazia contro qualsiasi velleitarismo del Governo di fare e disfare a suo piacimento. L’esercizio del conferimento della delega deve essere per la Costituzione una libera scelta del Parlamento e non il suo contrario, cioè imposto al Parlamento con addirittura il voto di fiducia su un testo scritto dal Governo stesso che si auto conferisce i pieni poteri espropriando della funzione legislativa il legittimo titolare. Aver proseguito a testa bassa su questo argomento è stato un atto arrogante del Governo, teso a significare che il lavoro del Parlamento non serve, ma allo stesso tempo ne ha messo a nudo la debolezza morale.
Il Governo, a dispetto dei numeri, è conscio che solo ricorrendo alla minaccia di far perdere ai senatori riottosi il seggio può continuare a restare in sella. La sua composita maggioranza conta al Senato su 170 voti; ne ha ottenuti 165, numero largamente sufficiente, ma rivelatore di crepe difficilmente sanabili: tre senatori del PD (Ricchiuti, Mineo, Casson), hanno votato contro insieme all’opposizione mentre uno (Walter Tocci) obbedendo come un soldato ha votato la fiducia per niente convinto, e per difendere l’onorabilità dell’Istituzione ha annunciato le sue dimissioni dal Senato.
Quelli che hanno approvato costituiscono una maggioranza di convenienze egoistiche tante volte personificata da senatori alla Razzi, Scilipoti, Repetti, specie che alligna anche nel PD e nelle frattaglie di SC e UDC.
Il problema dell'Italia non è l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma le fabbriche che chiudono, la disoccupazione che aumenta, la ripresa che non c’è. Su questo panorama di desolazione si staglia la pervicacia del Premier che vuole mettere all'angolo il Sindacato, schiacciare la minoranza interna del suo partito, fare a meno della democrazia parlamentare, ricondurre gli italiani ad un pensiero unico, accreditarsi come l'uomo forte del paese nello smantellare i diritti del lavoro come dimostra la questione del TFR. Forse non tutti ricordano che il "trattamento di fine rapporto", venne introdotto in Italia 90 anni fa con la Carta del Lavoro pubblicata sulla gazzetta ufficiale del Regno n. 100 del 30.4.1927, che stabiliva il diritto del lavoratore ad un'indennità correlata agli anni di servizio svolti. Insomma una provvidenza istituita da un Duce, che appariva all’estero come la caricatura di un uomo di Stato, e che ora verrebbe azzerata da un Ducetto di paese, giudicato come contro caricatura del primo. 

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