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Italia

Vignette insanguinate

LUCIA ABBALLE - Nel sangue di Parigi annega l’illusione che esista in Europa un angolo immune da attacchi terroristici. Nell’identificazione degli autori dell’attentato alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, torna a materializzarsi l’incubo dei foreign fighters agitato nelle decapitazioni dell’Isis e pronto a mantenere il proposito di portare “la guerra nel cortile delle vostre case”. Il nemico, dunque, è in casa nostra. È una realtà che si presenta apparentemente integrata ai valori occidentali ma che coltiva segretamente, nei sobborghi di periferia, sogni di vendetta verso ciò che è radicalmente diverso dal fanatismo islamico. Non è da escludere che gli autori della strage di Charlie Hebdo siano tornati in Francia dopo un periodo di addestramento e indottrinamento nei teatri di guerra di Siria ed Iraq. E come loro, potrebbero esserci centinaia o migliaia di elementi di altre nazionalità che, pur vivendo quotidianamente nel tessuto sociale della città che li ospita, sono pronti a colpirla nei suoi simboli civili, come la scuola di Tolosa, il museo ebraico a Bruxelles, il caffè di Sidney, il parlamento di Ottawa e la redazione a Parigi. È questa dimensione indecifrabile che ci scorge tragicamente indifesi di fronte ad azioni poste in essere da piccolissime unità di terroristi difficili da scovare ed in grado di infliggere danni devastanti al tessuto delle nostre società.
La difficoltà risiede nel trovare le misure più efficaci da intraprendere per fronteggiare un terrorismo che non arriva da un altro mondo o da un altro Paese ma si annida, come nel caso della Francia, nei territori nazionali e si mimetizza nelle società multietniche e multinazionali. È il fallimento di un sistema di integrazione che, per decenni, si è basato su un confuso senso dell’accoglienza senza filtri che ha avuto il solo effetto di alimentare odio, risentimento, proselitismo e radicalismo religioso. La Francia e l’Europa tutta si sentono improvvisamente più deboli, indifesi ed esposti a derive politiche e chiusure culturali che potrebbero avere conseguenze drammatiche ed esasperare una situazione di per sé già seriamente compromessa. La strage di Charlie Habdo è stato un attacco al nostro stile di vita e alla nostra “società aperta” fondata sulla libertà di espressione, sulla tolleranza, sulla diversità, sulla critica, sull’ironia, sul rifiuto del dottrinarismo autoritario.
Non c’è nulla che riveli maggiormente il tasso di libertà di una società della satira, soprattutto quella dissacrante e politicamente scorretta di cui Charlie Hebdo è portabandiera. È la democrazia il vero bersaglio dei terroristi. È bastata una vignetta a caricare le armi di chi vuole distruggere la civiltà e gli uomini. Quella matita dissacrante e spietata che ha tracciato i contorni di tanti disegni satirici appartiene alla nostra cultura, alla democrazia dei diritti, è l’architrave delle nostre libertà. Non dobbiamo permettere che la matita di chi fa critica sia la lancia spuntata di una cultura che non oppone resistenza alla ferocia. Anzi, mai come in questo momento dobbiamo tornare ad impugnarla senza fare sconti a nessuno.>

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Un altro anno di cenere e carbone

TORQUATO CARDILLI - Il 2013 si era chiuso con il volo in picchiata di Letta nipote, malauguratamente per lui che si era auto definito Jo Condor, destinato a sfracellarsi per non aver risolto nessuno dei problemi del paese.
E nel 2014 venne Renzi, il giovane di belle speranze, con il suo fuoco di artificio di annunci, di promesse e di regali (gli 80 euro) che gli fruttarono un immeritato successo elettorale alle elezioni europee. Forte di questo mandato, superiore a quello di qualsiasi altro partito o governo dei 28 paesi dell’Unione, con l’aggiunta dell’autorità derivantegli dalla presidenza di turno dell’UE, avrebbe potuto rivoltare l’Europa come un calzino, fermare le lacrime e mettere nelle vene di tutti l’ormone della crescita. E invece?
Il cittadino comune non si è accorto che l'Italia ha guidato per 6 mesi l'Unione Europea. Quello che è stato sbandierato come un successo, cioè l’aver puntato tutto per imporre l’insignificante Mogherini sulla sedia vuota di finto responsabile della politica estera del continente, in realtà è stata una “fiche” elemosinata dal croupier Merkel per far cuocere il giovanotto nel brodo della sua ambizione.
Sul piano dei conti pubblici siamo stati accomunati a Francia e Belgio, rimandati per l’esame di riparazione a marzo 2015. Non consoliamoci di questa compagnia. Noi avremmo già meritato il declassamento e la procedura di infrazione, ma per una questione di etichetta istituzionale e di garbo internazionale, in quanto presidente di turno, siamo stati affiancati alla Francia anche con l’obiettivo di non offendere eccessivamente Hollande, già indebolito sul fronte interno.
Renzi avrebbe voluto ottenere lo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit, ma al vertice del 18 dicembre non gli è stata fatta nessuna esplicita e significativa apertura, anzi la chiosa di Juncker di rinviare la questione a gennaio, sotto un’altra presidenza non promette nulla di buono.
L’ambizione di far calare la disoccupazione giovanile, che in Italia è a un livello mostruoso (43,3%) è stata accantonata: l’Italia non l’ha spuntata nemmeno sulla richiesta di aumentare di 6 miliardi di euro il fondo relativo. Il summit sul lavoro, annunciato in maniera trionfale, è stato derubricato a semplice conferenza per un banale scambio di idee e per lasciare spazio alle discussioni politiche sull’Ucraina, sull’approccio coordinato contro l’ebola, e sui negoziati del TTIP cioè il Transatlantic Trade and Investment Partnership, argomento sconosciuto in Italia, grazie alla cappa di piombo del governo, dei partiti e dei media compiacenti, sul quale sarà necessario tornare.
Il testo della nostra direttiva per la protezione del “made in” non ha superato il vaglio del Consiglio, principalmente per l’opposizione della Germania che non ha voluto saperne di sancire l’obbligo di indicazione dell’origine dei prodotti con la gioia, si può immaginare, del nostro settore agro alimentare di qualità.
Abbiamo forse ottenuto l’abrogazione delle norme di Dublino sull’obbligo di tenersi gli immigrati? Abbiamo svolto un ruolo nelle crisi del Mediterraneo? Chi ci ha mai consultato? Forse che abbiamo spezzato l’ostracismo che ci tiene fuori dai negoziati del cosiddetto gruppo dei 5+1 con l’Iran sull’energia nucleare? Con quale spirito abbiamo accettato l’imposizione delle sanzioni alla Russia, profittevoli solo per gli USA ma molto pregiudizievoli per la nostra economia in affanno? Nulla di tutto questo. Abbiamo continuato a comportarci come un paese vassallo, rispetto ai voleri degli Stati Uniti e della Germania  senza la capacità di far valere una politica estera degna di questo nome.
Quanto all’immigrazione, il varo dell’operazione Triton, che ha fatto gonfiare come tacchini più di un politico italiano, a cominciare dal Ministro Alfano, appare una quasi sconfitta. Esso doveva costituire uno sforzo aggiuntivo europeo all’operazione mare nostrum della marina italiana in modo che questa fosse alleggerita nel lavoro di controllo delle frontiere marittime ed invece la sostituirà in pieno con una dotazione finanziaria ridotta a un terzo, ben lontano da quanto Renzi aveva perorato e, purtroppo per noi, non sotto il comando di un ammiraglio italiano.
Come se tutto questo non bastasse, a dispetto dei soldi spesi per la presidenza di questo semestre, benché intenzionati a promuovere i negoziati per l’adesione del Montenegro, della Serbia e dell’Albania, la delegazione italiana non si è nemmeno presentata all’ultimo Consiglio di associazione e i lavori sono stati presieduti dal ministro degli esteri della Lettonia, tanto che alcuni delegati, abituali sherpa di questo tipo di riunioni, si sono lasciati andare a commenti impietosi sulla nostra disorganizzazione, sottolineata anche dal fatto che Renzi non ha ancora nominato un ministro per gli affari europei.
Infine una parolina sulla spocchia del nostro premier che arriva in ritardo alle riunioni, che si permette di irridere le istituzioni europee e gli alleati e che utilizza la tribuna mediatica degli incontri internazionali per parlare, di fronte all'allibito ospite straniero, solo di bassa cucina propagandistica interna.
Renzi può certamente fare l’imitazione di Crozza con gli italiani, con gli annunci e le slides, con le battute a vuoto e gli slogan a effetto, con lo sfottò dei suoi avversari politici, perché si sente più furbo, ma questo non può farlo in Europa dove i nostri partner non solo non sono fessi, ma hanno anche una visione più larga del mondo e della vita, ed un’etica radicata su un’educazione secolare.
Insomma abbiamo portato a casa poco o nulla e nella calza della befana gli italiani troveranno anche quest'anno solo cenere e carbone. Il nostro record di disoccupazione (13,2%) resta intatto; il numero dei fallimenti gela il sangue (nel 2014 in media 63 imprese hanno abbassato la saracinesca ogni giorno); più di dieci milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà; i giovani senza un'occupazione, gli esodati, gli incapienti e pensionati (esclusi dagli 80 euro) si sentono abbandonati; i piccoli imprenditori e le partite iva paralizzati dalle tasse riprendono la via dell’emigrazione in cerca di fortuna (+125.000 in sei mesi); il debito pubblico è aumentato di 74 miliardi di euro rispetto a un anno fa arrivando a 2.157 miliardi; il nuovo declassamento a BBB- attribuitoci da Standard and Poors è una ferita all’orgoglio nazionale già compromesso dagli scandali a ripetizione (Mose, Expo, Roma Capitale ecc.) che ci hanno fatto precipitare al 69mo posto nel ranking mondiale della corruzione.
L’ultimo affronto, che è poi l’ennesimo pesce in faccia in politica estera, ci è stato riservato dall’India sulla questione dei fucilieri di marina, prigionieri a New Delhi da quasi tre anni, dopo che tutte le autorità dei Palazzi e dei Ministeri coinvolti avevano pestato l’acqua nel mortaio della retorica, promettendo una soluzione a breve, pena sfracelli. Risultato? Zero.
Dal Quirinale a Palazzo Chigi, da Palazzo Baracchini alla Farnesina, ad ogni ricorrenza nazionale e ad ogni cambio di Governo c’è stata la strombazzata telefonata in video con i marò come atto politico di difesa del buon nome italiano all’estero. Poi solo il silenzio dell’imbarazzo per l’incapacità a chiedere il conto dei nostri sacrifici agli alleati.
Sono rimasti oziosi i primi ministri Monti, Letta e Renzi, i ministri degli Esteri Terzi (e il suo vice De Mistura), Bonino, Mogherini e Gentiloni, i ministri della Difesa Di Paola, Mauro e Pinotti.
A sentire le ultime patetiche dichiarazioni di Gentiloni c’è da mettersi le mani nei capelli. Secondo il neo ministro degli esteri l'Italia torna ad alzare la voce dopo che la Corte Suprema indiana ha respinto le istanze dei due fucilieri, e si riserva tutti i passi necessari nei confronti delle autorità di Nuova Delhi, agendo senza improvvisazioni e con il necessario equilibrio, attraverso una reazione ferma ed unitaria del paese. Per non parlare della patetica difesa della Pinotti che ha affermato “…siamo delusi ed irritati per la decisone della Corte suprema indiana. Il governo metterà in atto tutte le misure possibili per rimediare dato che il caso dei due marò è in cima alla nostra agenda politica”. Ma che si aspettavano? Possibile che non abbiano avuto la più pallida idea della durezza e della doppiezza di quei signori, già descritta da Salgari oltre un secolo fa?
La decisone del richiamo immediato per consultazioni dell’ambasciatore italiano da Nuova Delhi, non è altro che un buffetto e quand’anche si arrivasse al congelamento dei rapporti diplomatici non faremmo che peggiorare la situazione.
Sono anni che si parla di arbitrato internazionale ed ora viene riproposta la cosa come una nuova misura risolutiva. Già a fine 2013 il vice ministro De Mistura si lanciava goffamente in una minaccia che fece ridere mezzo mondo: “l’India ha ora capito con chi ha a che fare. Non ci fermeremo.”
Ma come? Abbiamo menato il can per l’aia per tutto questo tempo ed ora che avevamo in mano l’arma della presidenza europea e la Mogherini come ministra degli Esteri dell’Unione ci siamo lasciati sfuggire l’occasione più preziosa di creare un fronte di alleanze per mettere l’India di fronte alle proprie responsabilità  di aver violato parecchie convenzioni e trattati internazionali?
Perché non siamo stati capaci di coinvolgere al più alto livello l’Europa (siamo pur sempre uno dei paesi fondatori dell’Unione), l’ONU (siamo il maggiore contributore al bilancio in rapporto al PIL e il quinto contributore in assoluto), la NATO (a che cosa serve il nostro continuo sforzo militare offerto sempre gratis a richiesta?), la FAO (che ospitiamo generosamente in Italia), l’Istituto Italo Latino Americano (creato a Roma per rafforzare i legami con l’America Latina) e gli Stati Uniti d’America (a cui non abbiamo mai detto di no subendo un permanente vassallaggio)?. Noi abbiamo accettato passivamente che un soldato americano possa avere ucciso impunemente, ad un posto di blocco in Iraq, il dottor Calipari rappresentante dei nostri servizi di intelligence, ma non abbiamo avuto il coraggio di rivendicare di fronte alla comunità internazionale l’esclusività giurisdizionale sui fatti dei due fucilieri impegnati in una missione avallata dalle Nazioni Unite in funzione anti pirateria. Il nostro presidente della Repubblica, andando al di là delle prescrizioni costituzionali, ha concesso la grazia ad un colonnello americano regolarmente condannato da un tribunale italiano, e poi il Governo non ha il coraggio di pretendere che in amicizia i piatti della bilancia siano in equilibrio?
Tutte queste domande sono destinate a restare senza risposta da parte di principianti che non sanno cosa sia la politica estera. Ma è dalla soluzione di questo caso che si misura la solidità di un paese e la grandezza dello statista che lo governa.

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L'Italia dei disastri, dei regali e del gioco

TORQUATO CARDILLI - L'Italia presa d’assalto dai profughi sui barconi affonda nel fango, le città sono in subbuglio, le periferie sono diventate terra di nessuno, le case vengono occupate abusivamente nell'assenza dello Stato, il sindaco di Roma fa la figuraccia da peracottaio con la questione delle multe, i poliziotti mandano all'ospedale gli operai in lotta per il posto di lavoro, l'ex ministro Scajola rivende la casa acquistata a sua insaputa e ci guadagna un milione tondo, Matteo Renzi organizza cene da 1000 euro a coperto e rinsalda il patto del Nazareno con un condannato per frode fiscale per riformare la costituzione, per fare la nuova legge elettorale e per la nomina del nuovo inquilino del Quirinale, ma intanto si costituisce parte civile nel processo proprio contro Berlusconi accusato di aver indotto Tarantini a mentire al PM.
Questi i titoli che campeggiano sui giornali e sui notiziari. Nessuno che parli del gioco e dell'ennesimo regalo del Governo, per negligenza o per connivenza, alla multinazionale delle slot.
Non si tratta del gioco a fine di puro intrattenimento, considerato un passatempo da bambini che non conoscono e non valutano il potere del denaro, che non nutrono la speranza dell'arricchimento facile. No, si tratta del gioco d'azzardo, attività coeva con il mestiere più antico del mondo, che è una droga che riduce in miseria chi spera e che invece arricchisce chi ci specula.
Il gioco d’azzardo, quello che prevede un alto premio in denaro si basa sull’assoluta aleatorietà del risultato compensata dalla illusione o dalla speranza di fare il botto  per aggiudicarsi una somma di gran lunga superiore alla posta giocata. Si va ben al di là del premio riconosciuto dal casinò che paga 36 volte la posta nella roulette. Il vero gioco d'azzardo è quello che promette una vincita milionaria alla slot machine, che accende la fantasia del cercatore d'oro capace di giocarsi non solo lo stipendio ma interi capitali di famiglia, come hanno provato vicende delittuose che hanno coinvolto persino uomini politici.
Lo Stato come al solito, smarrendo la dimensione etica e di ordine pubblico, si comporta in questo settore ipocritamente come per tanti altri consumi di massa viziosi, alcool, fumo, prostituzione, droga che a parole dice di voler combattere. Non si cura di suscitare nei propri cittadini un comportamento virtuoso, ma contando  sulle loro debolezze le blandisce di continuo per lucrare introiti considerati vitali, attraverso offerte sempre più variegate ed incrementandone a dismisura la fruizione.
Anziché sradicare il gioco illegale e le truffe, appena un anno fa il Governo delle larghe intese ha favorito le società del gioco e ha condonato loro addirittura una multa miliardaria mentre ora si ostina a negare i sussidi agli alluvionati, ai terremotati, agli esodati. Occorre rinfrescare un po’ la memoria. Nel 2012, dopo un lungo iter legale, la Corte dei Conti respingendo la richiesta del PM di multa di 90 miliardi alle 10 società concessionarie del gioco d’azzardo per non aver collegato per parecchi anni le slot machines al cervello elettronico dei Monopoli incaricato di controllarne gli incassi, accoglieva la richiesta della difesa comminando loro una multa di 2,5 miliardi di euro, sulla base di 50 euro per ogni ora di mancato collegamento. Ma l’anno dopo, il governo Letta-Berlusconi-Alfano-Monti decise di ridurre tale multa a un quarto: cioè di fare un regalo secco di 1 miliardo e 800 milioni a vantaggio soprattutto della Bplus del famoso Corallo che da solo avrebbe dovuto pagare 845 milioni. E chi era Corallo? Quello che durante una perquisizione della Guardia di Finanza si inventò la scusa che il suo computer era del deputato Laboccetta, il quale trafelatosi nell’ufficio oppose la sua immunità al sequestro. Dopo alcuni mesi la Camera dei Deputati concesse il sequestro, ma il computer era stato già ripulito e reso vergine. Capito come funziona? Torniamo ad oggi.
La diffusione a tappeto in tutto il paese di slot machines (in cui finisce per prevalere la rovina di quelli che, illusi dalla prospettiva una supervincita, sono indotti a giocarsi tutto e a perdere) ha fatto emergere i problemi di sostenibilità sociale del fenomeno, il cui giro d'affari supera in Italia l'incredibile cifra di 80 miliardi.
Per legge fino a poco fa su 100 euro ingoiati dalle macchinette del gioco, 79 euro dovevano essere restituiti ai giocatori in premi, 12 andavano all’erario, percettore anche del valore delle concessioni, e 9 euro andavano ai distributori e ai proprietari delle macchinette. Non è poco. Se si considera che su 10 miliardi di euro giocati gli organizzatori introitavano ben 900 milioni.
Tutto questo in teoria perché le grandi case da gioco hanno guadagnato, come illustrato prima, attraverso vari marchingegni di macchinette truccate ben più di quanto abbia ricevuto lo Stato in termini di entrate erariali. Solo nel 2011 i gestori del gioco (tabaccherie, bar, sale  di slot, ecc.) hanno incassato ben 9,7 miliardi di euro, mentre allo Stato ne sono andati solo 8,6 miliardi.
Se lo stato volesse veramente combattere la ludopatia potrebbe ricorrere ad un semplice strumento informativo come ha fatto per le sigarette bandite da ogni forma di pubblicità ed anzi colpevolizzate sulle malattie più comuni. Basterebbe obbligare all'esposizione di un cartello su ogni macchinetta da gioco che indichi per ogni euro giocato quanto finisce certamente allo Stato, quanto certamente al sistema gioco, quanto certamente al commerciante e quanto ipoteticamente al giocatore tapino che per avere una probabilità di vincere 100 euro dovrebbe giocarne 400.
La crisi ha intaccato la raccolta del gioco e quindi le entrate erariali, ma la nuova legge finanziaria prodotta dai geni economici che ci governano ne ha tenuto conto alla rovescia. Anziché ridurre il prelievo fiscale e dare quindi un colpo alla criminalità organizzata, lo ha aumentato non a carico dei gestori, ma a carico dei giocatori, nell'errata convinzione di poter aumentare il gettito erariale. La percentuale delle somme giocate da restituire ai giocatori è scesa al 70%, mentre aumenta parallelamente quella che finisce nelle casse pubbliche. Discorso da principianti di economia. La riduzione delle probabilità di vincita non solo non fa aumentare gli introiti statali, ma finisce per spostare i giocatori in braccio all'illegalità che non impone trattenute aumentandone il giro d'affari.
Lo Stato (e qui dovremmo chiamare in causa i parlamentari che fanno le leggi prestando orecchio e pulsante elettronico al potere delle lobby del gioco) ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restringere i profitti delle grandi case da gioco. La ex Lottomatica, ad esempio, divenuta GTech, è protagonista dell'ennesimo scandaloso regalo dello Stato che si è letteralmente calato le brache. La GTech si è fusa con la IGT, leader mondiale del settore (International Game Technology) creando una nuova società Georgia Wordwide attraverso un'operazione da 6,4 miliardi, cifra gigantesca, di gran lunga superiore a quella sborsata dalla Fiat di 4,5 miliardi per acquistare il 41,5% della Chrysler dando luogo alla creazione della FCA con sede operativa a Detroit, legale a Amsterdam e fiscale a Londra.
Come nel caso della Fiat la fusione della GTech comporta un enorme fuoriuscita di imposte dato che la nuova società Georgia non sarà più sottoposta alla tassazione italiana, pur conservando - e qui sta l'assurdo - la concessione da parte dei Monopoli di Stato, concessione che invece andrebbe rimessa a gara anziché essere prorogata fino al 2016.
In poche parole un regalo dello Stato, che ne richiama alla mente un altro: quello operato con l'approvazione di un parlamento succube dal morente governo Letta appena 10 mesi fa. Tutti ricorderanno che Jo-condor Letta, alla disperata ricerca di soldi per cancellare l’IMU del 2013, condizione impostagli da Berlusconi per non farlo cadere, fece una pensata diabolica.  Con il solito trucco della polpetta avvelenata (inserimento in un’urgente norma popolare di un provvedimento “porcata”)  infarcì il decreto legge della cancellazione dell’IMU, sottoposto a voto di fiducia, con la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia, portato da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro. Puro regalo alle banche private proprietarie delle quote della Banca d'Italia autorizzate a rivendere le nuove quote rivalutate sul mercato. Così va l'Italia dei disastri, dei regali e del gioco!

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L'Italia non è un paese per giovani

TORQUATO CARDILLI - L'Italia si era illusa che il giovane premier, non ancora quarantenne, potesse inaugurare un nuovo ciclo storico di recupero dei ritardi, di crescita, di equità sociale, di benessere, di giustizia, di ricerca, di difesa dell’ambiente.
Invece, passata l'euforia degli annunci a go-go, delle vanterie a vuoto e delle promesse esagerate, digerito il regalo degli 80 euro, è entrata in una depressione da scoraggiamento, alimentata dagli scandali quotidiani che hanno infettato la società.
Chi può dire che le cose siano migliorate in questi 10 mesi di governo di un "banditore di smisurate speranze, arrivato lì senza un ben determinato retroterra?"
Chi può dire che da presidente di turno dell'Unione Europea abbia ottenuto un qualche tangibile risultato per l'Italia se non la solita ramanzina sui conti in rosso, sulle riforme essenziali in attesa e sull'approfondimento del gap di credibilità del paese?
Renzi ora incomincia a fare i conti con la realtà che si era ostinato a non voler vedere, circondato com'è da mezze calzette (uomini e donne non fa differenza) che ripetono il disco rotto della speranza, della svolta, del "cambiamo verso".
Il rottamatore di Firenze dimostra ogni giorno di più un’impreparazione e una superficialità colossali tanto in economia quanto in materia di giustizia che indignano e offendono il popolo italiano. E non mi riferisco solo al fatto che ha tenuto bloccato il parlamento per l'ostinazione cocciuta a concordare con Berlusconi la riforma costituzionale con la cancellazione del Senato, il jobs act e l'abolizione dell'art.18, la legge elettorale detta italicum, ma anche al fatto che ha fallito nel rivitalizzare l'economia nazionale e di quella di ogni famiglia, sempre più immersa nella stagnazione.
La superficialità con cui ha trattato il lavoro di Cottarelli sulla spending review, la cecità di fronte alla pervasività mafioso-camorristica, alla metastasi della corruzione, ai reati finanziari, al conflitto di interessi, al degrado ambientale, l'inadeguatezza della pletora di persone chiamate al Governo incapaci o compromessi da Alfano a Poletti, da Madia a Faraone, da Galletti a Giannini ecc. sono tutti nodi che stanno arrivando drammaticamente al pettine. E sulla tomba dell'anno 2014 che sta per morire, risultano scolpiti i fatti più odiosi come l'alluvione di Genova e di vaste aree dell'emiliano, il verminaio del Mose di Venezia, il bubbone infetto dell'Expo di Milano, il capolavoro criminale di integrazione tra politica nera rossa e malavita a Roma.
Cottarelli aveva svolto un lavoro duro e complesso consegnando a Palazzo Chigi un piano gigantesco sul perché, sul quanto e sul dove tagliare la spesa pubblica. Renzi gli ha chiesto di non divulgarlo perché voleva a tutti i costi vincere le elezioni europee. Lo studio è rimasto nel cassetto e Cottarelli è stato spedito a Washington presso il FMI. Da allora non si parla più di spending review, la spesa pubblica si allarga negli sprechi senza argini, mentre continua a tenere banco nella quotidianità politica italiana il patto leonino del Nazareno concluso con un condannato. Ci si può meravigliare se la corruzione è sempre più estesa?
La promessa crescita non si è vista. Chi era povero dopo la cura da cavallo di Monti-Fornero ora non ha più nemmeno gli occhi per piangere, chi era al limite della sopravvivenza è diventato povero, mentre i ricchi continuano a prosperare e i farabutti a fare affari alle spalle di chi paga le tasse e di chi osserva le leggi.
Renzi aveva promesso di voler mettere mano alle pensioni d’oro dei burocrati di Stato con un tetto insuperabile (per recuperare, secondi i calcoli di Codacons, 2,6 miliardi in 10 anni), ma nella Commissione Bilancio della Camera, presieduta da Boccia (PD) il Mef, cioè il ministro Padoan, ha presentato un emendamento, diverso da quello concordato, che fa salve tutte le pensioni d'oro già in godimento e introduce  la decorrenza del tetto solo sulle pensioni che saranno liquidate dal 2015 in avanti. Vedremo cosa accadrà in Senato ove la maggioranza governativa è più risicata, anche se potrà contare sulla protezione del presidente della Commissione, il senatore Azzollini (ex PdL ora NCD) graziato dal voto della maggioranza (Lega inclusa) contraria all'utilizzazione da parte della magistratura delle intercettazioni che lo riguardano per una presunta frode di 150 milioni di euro per il porto di Molfetta.
Quindi ricapitolando: da decenni si attinge sempre nelle pensioni del cittadino comune per fare cassa, ma mai che vengano colpiti i privilegi, giustificati come diritti acquisiti, da una classe di matusalemme barbogi inchiodati al potere politico, economico, bancario, culturale.
Il Governo in Italia non si occupa dell'età massima e la legge (248 del 2006) che prevede che non possano essere assegnati incarichi dirigenziali a chi abbia raggiunto l’età pensionabile di 67 anni, nei fatti non è osservata. Mentre in Cina i dirigenti del partito al potere debbono lasciare l'incarico appena raggiungono i 68 anni e i ministri e governanti locali addirittura a 65 anni, in Italia per i giudici di pace il limite è di 70 anni. Persino la Chiesa mette inesorabilmente a riposo i vescovi e i cardinali a 75 anni e vieta a quelli con più di 80 anni di partecipare al conclave, mentre da noi la “crème de la crème” che conta è tutta un fiorire di arzilli vecchietti che quel limite l'hanno superato.
L'Italia non è un paese per giovani che non trovano lavoro, ma è il regno della gerontocrazia a cominciare dall'inquilino del Quirinale quasi novantenne. Sono sugli ottanta anni il presidente del gruppo Intesa, il principale gruppo bancario italiano, il presidente della fondazione Cariplo, il presidente di Confcommercio, il presidente del Cnel, il presidente della fondazione Cassamarca, la vice della Compagnia di San Paolo, il commissario dell'Ilva e poi altri 400 personaggi del mondo universitario, legale, sindacale, delle authority che si danno del tu, si frequentano in occasione del meeting Ambrosetti a Cernobbio, della relazione del governatore della banca d’Italia, dell’assemblea della Confindustria, delle riunioni dell’Aspen, a Davos, a Capri o al meeting di Rimini.
Questo ristretto gruppo di boiardi dell'economica, cooptato dalla politica, è corresponsabile del declino italiano anche se la gente non ne ha consapevolezza perché esso controlla tutti i canali di informazione.
Come sarebbe più dinamico il paese se la linea Maginot del bastione della gerontocrazia fosse abbattuto e se a nessuno fosse consentito un qualsiasi incarico pubblico, finanziato direttamente o indirettamente con il denaro della gente, oltre il limite dei 75 anni!

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Se il buon giorno si vede dal mattino..

Il neo Ministro degli Esteri Gentiloni? Nulla sugli italiani all'estero
TORQUATO CARDILLI - Dopo 8 mesi di politica estera evanescente, condita da qualche gaffe, affidata ad una perfetta sconosciuta al grande pubblico come la ministra Mogherini, ora andata a sostituire un'altra nullità in Europa come Lady Ashton (chi ne ricorda un risultato positivo?), era necessario riempire quella casella, che detto per inciso non è una casella qualunque, ma quella di numero due del Governo.
Renzi avrebbe voluto in quel posto un'altra pollastrella per poter fare il galletto indisturbato, ed è salito al Quirinale portando con sé una rosa di nomi al femminile. Napolitano gli ha fatto capire che non se ne parlava, ha puntato i piedi e gli ha chiesto di dargli un nome incolore da non fare ombra a nessuno, ma con una esperienza di governo, capace di galleggiare tra le onde della crisi internazionale, una persona che avesse familiarità con i meandri delle mediazioni, con i fruscii delle tonache vaticane, che non fosse sgradito né all'altro contraente del patto del Nazareno, né agli Stati Uniti.
E' così che è stato fatto il nome di Gentiloni, proveniente dalla Margherita, cioè quella che era stata la stessa casa di Renzi. Gentiloni che era arrivato terzo alle primarie come Sindaco di Roma dietro Marino e Sassoli, aveva l'esperienza di aver attraversato il palcoscenico della politica italiana facendo sosta nei vari schieramenti e partiti dal movimento studentesco di Capanna a Democrazia proletaria, dal movimento dei lavoratori per il socialismo al partito di unità proletaria per approdare alla corte di Rutelli,  prima come addetto stampa e portavoce del Sindaco e poi come assessore al turismo e al Giubileo; ottimo trampolino per spiccare il volo verso Montecitorio, coronato dalla nomina a Ministro delle comunicazioni nel governo Prodi.
In questa veste avrebbe potuto realizzare il riassetto del settore televisivo (cioè riformare la legge Gasparri secondo i rilievi della Commissione Europea) ma preferì garantire a Mediaset la sua posizione di favore nel mondo mediatico italiano (leggi accentramento degli incassi pubblicitari: su un monte totale di 4,7 miliardi di euro le quote sono di 3,1 miliardi a Publitalia-Mediaset e 1,4 miliardi a Sipra-Rai), senza applicare la sentenza della Corte costituzionale del 1994 che aveva sancito che Rete 4 dovesse essere assegnata ad un altro operatore in omaggio al pluralismo delle frequenze. Tutti sanno come è andata a finire.
Ma torniamo alla nomina. L'appartenenza di Gentiloni alla Commissione Esteri della Camera, la sua presidenza della sezione Italia-Stati Uniti dell'unione interparlamentare, con il vantaggio di essere laureato in scienze politiche, ricco e di nobile famiglia, e, dicono i bene informati, conoscitore di tre lingue,  ne hanno fatto l'uomo ideale da far attraccare al parallelepipedo bianco della Farnesina, che per troppi anni è stato un guscio vuoto.
Anche se non manca qualche agiografo che gli accredita la funzione di ponte tra Washington e Gerusalemme menzionando la non casualità del viaggio negli Stati Uniti alla vigilia della nomina e dell'incontro, appena rientrato in Italia, con i maggiori rappresentanti della comunità ebraica italiana, nell'opinione pubblica non è stato suscitato nessun entusiasmo, nessun senso di rinnovamento, nessuna speranza di difesa degli interessi nazionali.
Chi sperava in una figura che potesse ridare dignità ad una politica estera abbandonata a se stessa, che potesse rivitalizzare un'amministrazione sclerotizzata che fosse capace di disegnare una strategia di lungo respiro è rimasto deluso. La sua prima dichiarazione pubblica, piatta, banale, sintatticamente scricchiolante, che qui riportiamo, ha disegnato sul viso dell'ascoltatore una smorfia di delusione " lavorerò in continuità con i governi precedenti (ma qui mica siamo a un cambio di governo!) e con il lavoro di Federica Mogherini (e che ha fatto la Mogherini?). L'Italia è un grande paese e la nostra politica estera deve contribuire sulle politiche dei diritti umani, sulle politiche globali, sul mediterraneo al ruolo che deve avere un grande paese"(sic!). Nulla di specifico sulla crisi economica internazionale, sull'Europa, sui rifornimenti energetici, sulla crisi ucraina, sulla nostra partecipazione alle missioni militari all'estero, sull'immigrazione illegale costante e sugli italiani nel mondo.
Quindi come primo atto il neo ministro non si è sottratto al rito teatrale della telefonata ai marò prigionieri in India per il solito bla, bla.
Se il buon giorno si vede dal mattino...

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IL CUPOLONE DELLA MALAVITA

TORQUATO CARDILLI - “Non so se valga davvero la pena di  raccontare l'insieme della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata, mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello stile. Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra."
Queste non sono mie parole, ma appartengono alla prefazione che Tito Livio dedica alla sua opera “Ab Urbe Condita” che mi servono per introdurre quello che segue. Non farò qui la cronaca di quanto si apprende ogni giorno di più dalle radio e televisioni sulla ragnatela dei rapporti malavitosi tra politica e delinquenza a Roma, ma mi limiterò a rilevare le analogie con il passato.
E per farlo inizierei dalla constatazione che la tradizione storico-letteraria ci ha tramandato una visione ingannevole di grandezza, trapuntata di frammenti di virtù leggendarie (Pompeo Magno), di eroismo (Orazio Coclite), di onestà (Cincinnato), di sacrificio (Muzio Scevola), di frugalità (Cornelia) di fedeltà alla parola data (Attilio Regolo), di comandante invitto (Giulio Cesare), di saggezza (Augusto) ecc., ma nascondendo tutte le magagne di una società assisa sul delitto continuato riassumibile nelle guerre civili repubblicane e nel triste conteggio di 71 imperatori uccisi o suicidi su 96.

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Se lo Stato va a puttane il conto lo paga il popolo

TORQUATO CARDILLI - A seconda dell'epoca storica all'Italia sono stati affibbiati vari epiteti e definizioni dagli stranieri: è stata definita come il paese dell'arte, del bel canto, del gran tour, mera espressione geografica, la sorpresa del boom industriale, la culla del design, della moda, del lusso, della buona cucina, della mafia, delle stangate finanziarie, dell'instabilità politica e così via.
Come ci giudicano ora in Europa? Come il paese con la classe politica più pagata del continente, ma anche la più corrotta e inaffidabile. Meraviglia? No. Basta soffermarsi sul giudizio della nostra Corte dei conti che ne ha stigmatizzato la diffusa corruzione e la capacità di sfruttamento di ogni pertugio per appropriarsi di denaro pubblico a partire dai piccoli contributi e rimborsi spese per finire alle grandi opere come il TAV, l'Expo, le autostrade tipo Salerno-Reggio Calabria, il ponte sullo stretto ecc.
Intendiamoci. Non è che altrove i politici siano indenni da fenomeni corruttivi o immuni da comportamenti contrari alla legge, ma altrove c'è un senso di etica pubblica e di controllo da parte dei media e degli opinionisti sul quale non si può scherzare. Quando il politico è preso con il topo in bocca, non ci sono geremiadi che tengano come quelle dei garantisti nostrani che proclamano l'innocenza fino al terzo grado di giudizio; no, ci si dimette subito e si scompare dalla scena pubblica.
Casi che da noi fanno miseramente sorridere come l'aver copiato 20 anni prima una tesi di laurea, o il non aver pagato i contributi alla domestica o l’aver ricevuto un prestito bancario a condizione di favore o l’aver mentito alla polizia su un incidente stradale o l’aver pagato con fondi pubblici la visione in albergo di un video a luci rosse, all'estero stroncano per sempre qualsiasi carriera pubblica ancor prima del giudizio del Tribunale. Da noi invece tutte le persone coinvolte sono sempre serene e tranquille (salvo poi patteggiare tipo Galan, Scajola, ecc.) mentre è il popolo che ha il sangue agli occhi. Non si dimette nessuno per un avviso di garanzia su fatti corruttivi, né per il rinvio a giudizio con accuse infamanti, e neppure per una condanna in primo grado. Se poi arriva la condanna definitiva (dopo appello e Cassazione) la si tira in lungo con mille cavilli, come è stato per i casi Previti e Berlusconi prima di essere defenestrati dal Parlamento.
In un'Italia così, fatta di politici di banchieri e di industriali con tesori nei paradisi fiscali, di gruppi di potere e corporazioni che dettano legge, di guardie e farabutti che si alleano, tutti si disinteressano di milioni di persone povere, senza lavoro o con pensioni da fame e proseguono imperterriti nei loro traffici con l'unico obbiettivo di accumulare ricchezze liquide e immobiliari (in patria e all’estero) mantenendo intatta la fetta di potere conquistata. Hanno consentito la svendita di industrie e di marchi (a suo tempo sovvenzionati) che avevano fatto la storia della nostra rinascita economica e industriale a francesi, tedeschi, americani, spagnoli, turchi, russi e cinesi che hanno fatto shopping a prezzi stracciati accaparrandosi il meglio. Ciò che non è stato venduto è stato delocalizzato mettendo sulla strada migliaia di famiglie. Capitani d'industria felloni sono scappati con la cassa, per sfuggire al fisco come la Fiat o per imboscare miliardi all'estero come l'Ilva, furbetti hanno tentato scalate speculative e rivenduto il “pacco” ai risparmiatori, mentre i salotti delle banche odorano di cadaveri (dai famosi casi di Sindona e  Calvi in poi) o di tintinnio di manette (Fiorani, Fazio, Berneschi, Mussari, Ponzellini, Zanetti ecc.).
Negli ultimi anni l'Italia, per i demeriti della sua classe dirigente, è retrocessa al nono posto (uscendo quindi dal G8) nella graduatoria internazionale dei maggiori Paesi produttori ed ha sul groppone un debito pubblico arrivato all’incredibile cifra di 2.170.000.000.000 di euro. Avete faticato a leggere questa cifra? No problem, ve la scrivo in un altro modo: si tratta solo di 2.170 miliardi di euro, cioè del 135% del PIL! Mentre la massiccia erosione della base produttiva ha portato alla chiusura di oltre 100 mila imprese e ha generato oltre 1 milione di nuovi disoccupati (ora sono il 13,8%).
Mentre i vari premier e ministri del tesoro ci hanno ammannito con montagne di bugie, con dati falsi, la ottimistica tisana quotidiana che la crisi è alle spalle e che stiamo timidamente imboccando la via della crescita (mai smentita dai commenti farlocchi della televisione di regime), l'unica industria fiorente è quella della malavita, del riciclaggio, del contrabbando, della droga, della prostituzione, del gioco d'azzardo. Siamo sempre più meritevoli del biasimo internazionale e la stampa straniera ce lo ricorda in continuazione.
Cos'è dunque oggi l'Italia? E' una nazione meravigliosa governata e amministrata da un corpo mostruoso, una specie di Idra di Lerna, un serpente o piovra velenosa, dalle mille e mille teste sempre assetate di soldi e privilegi, capace di uccidere persino con il respiro.
Quando si è sull'orlo del baratro ci si aggrappa a tutto, anche ad una corda di carta, a rischio di scivolare più in giù e questo ha fatto il nostro governo accettando la rimodulazione del Pil.
L’Eurostat, per facilitare il rispetto degli assurdi vincoli imposti dal famigerato Fiscal Compact e tentare di fermare l'ondata antieuropea che sta dilagando,  ha terminato i lavori di revisione iniziati quattro anni fa (chi era al governo allora?) dei criteri di calcolo del Pil, includendovi non solo la ricerca e lo sviluppo, ma anche i proventi di molte attività criminali:  prostituzione, contrabbando, ricettazione, usura e spaccio di droga. I grandi cervelli che ci governano hanno pensato che questa innovazione metodologica fosse una bella idea perché l’effetto più immediato sarebbe stato per noi l'aumento del Pil dell’1-2% con correlata diminuzione artificiale del rapporto debito-Pil e l’hanno accettata con incosciente insensatezza. Dunque i fini strateghi economici hanno sorvolato cinicamente sui problemi etici e senza nemmeno sentire il parlamento hanno ignorato le conseguenze negative. La prospettiva di poter rivendere al popolo la sòla che i sacrifici sarebbero stati inferiori al previsto è bastata a governanti incapaci per tirare un sospiro di sollievo. Tutti, da Berlusconi a Monti, a Letta, fino a Renzi hanno accolto l’innovazione come una manna, fatta cadere dal cielo della Commissione Europea e della BCE che hanno benevolmente chiuso un occhio, consentendo di allentare i vincoli di bilancio alla chetichella, senza perdere la faccia.
Perciò i nostri si sono ben guardati dallo stroncare la corruzione e la malavita che costano oltre il 10% del Pil finendo per sposare il manifesto programmatico del politico cialtrone Cetto La Qualunque, sempre pronto a santificare le attività palesemente illegittime e criminali come volano della prosperità economica.
Fino ad oggi il Pil, pur includendo il lavoro nero (soprattutto in edilizia e agricoltura) che da solo ammonta a circa il 17% del reddito complessivo, non conteneva i proventi dell’economia criminale, considerata come una semplice traslazione di ricchezza dalle tasche dei cittadini onesti nei forzieri dei delinquenti e, come tale, non in grado di generare reddito e occupazione. Da adesso siamo entrati invece in una nuova dimensione. A Bruxelles si sono resi conto che anche lo scambio di ricchezza in settori illegali è creatore di retribuzioni e di profitti a favore di chi rivende i beni economici o fa mercimonio sessuale o sfrutta la prostituzione anche se non paga le tasse. La grande pensata dei burocrati di Bruxelles, bevuta d'un fiato dai nostri governanti, miopi o in malafede, purtroppo rischia di peggiorare le nostre condizioni economiche.
Secondo Eurostat, che ci ha considerato più virtuosi della realtà, la monetizzazione dello spaccio di droga, usura, racket, prostituzione e contrabbando, significa per noi l'1% - 2% del Pil. Tutti sanno nei nostri palazzi, ma anche nei vicoli dei quartieri, che l’entità di questo tipo di attività illegale è molto più grande (nel 2013 la GdF, in base ai documenti prodotti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia e dalla Banca d'Italia, aveva valutato la ricchezza illegale in 170 miliardi di euro) e proprio per questo rifiutano di combatterla sul serio e di quantificarla precisamente. Infatti se ci fosse stato riconosciuto il valore reale sarebbero stati dolori maggiori come vedremo, dato che il nuovo metodo di misurazione del Pil considera il 2011 come anno zero dal quale far ripartire il ricalcolo comunitario.
Al di là degli aspetti puramente etici (su cui non si è sentita una parola da oltre Tevere né dalla CEI), la paradossale rivalutazione del nostro Pil è una fregatura. Apparentemente dà una mano al Tesoro, sempre alle prese con tagli di qua e sforbiciate di là per contenere il rapporto tra debito e prodotto nazionale lordo, perché migliora di 0,2% il rapporto deficit/Pil, ma durante il vertice del 23 e 24 ottobre ci è stato presentato il conto.
L'Europa ci ha chiesto un extra-versamento al bilancio comunitario, che è costituito dai contributi versati da ciascun paese in base al proprio Pil. Cosa significa per noi? Semplicemente dover sborsare 360 milioni di euro in più entro il 1 dicembre. Né può rallegrarci il fatto che alla Gran Bretagna siano stati richiesti  2 miliardi e 125 milioni in più, così come ai Paesi Bassi che dovrebbero sborsare 642,7 milioni. Indubbiamente ci guadagnano Germania e Francia che riceverebbero rispettivamente un rimborso di 779 milioni e 1 miliardo di euro nonché il Belgio per 170,5 milioni, la Danimarca per 321,4 e la Spagna per 168,9.
Il battagliero premier inglese Cameron, quello olandese il calvinista Rutte e in coda Renzi un po’ stralunato hanno detto che rifiutano categoricamente di pagare questo sovrapprezzo al bilancio dell'Unione, scontrandosi con la cancelliera tedesca Merkel e con il presidente francese Hollande che viceversa non accettano di vedere svanire il frutto di un piano messo a punto astutamente da tanto tempo.
Manca poco alla data fatidica per poter verificare se il semestre di presidenza italiana si concluderà con un fiasco o con un successo, ma resta comunque il fatto che a pagare, anche quando lo Stato va a puttane, è il popolo.

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Sindacato delle mie brame chi è il più furbo del reame?

TORQUATO CARDILLI - Il povero cittadino italiano è quotidianamente bombardato da notizie di interventi della Magistratura e della Guardia di Finanza, intesi  a scovare e reprimere crimini, truffe, corruzioni, abusi di ufficio, concussioni, peculati i cui autori non sono i semplici operai, i lavoratori, i disoccupati, i pensionati al minimo, ma le classi dirigenti del paese, un esercito di politici parassitari e di boiardi a Roma come nelle Regioni. E poi ci si domanda perché il popolo abbia abbandonato in massa le urne, rinunciando al voto, unico strumento democratico ancora non espropriatogli del tutto, anche se svuotato di significato.
Quando il rifiuto di avvalersi di questo diritto così elementare e semplice si fa così generalizzato c'è da rimanerne allarmati perché vuol dire che si è proprio arrivati al fondo. Vuol dire che nell'animo della gente si è fatto strada il convincimento che non c'è nulla da fare per cambiare l'andazzo, e che il prossimo passo, visto che la politica non impara la lezione, potrebbe essere quello della ribellione sociale violenta.
La classe politica ha perso ogni credibilità a livello centrale come a livello locale, sta lì solo per accaparrare prebende, mantenere privilegi, fare il contrario di quello che promette. Quelli che tengono i cordoni della borsa come i banchieri, i cosiddetti poteri forti, si comportano da squali. I grandi industriali del cemento o dell'etere vivono di concessioni statali che scuoiano il cittadino, mentre gli altri delocalizzano e dopo aver preso contributi e incentivi si lasciano alle spalle un paese irrimediabilmente inquinato. Infine, la casta più subdola di tutte, la burocrazia, che si mimetizza nell'ombra, ma che urla come un'aquila ferita se si prova ad intaccarne i privilegi anacronistici scambiati per diritti acquisiti come il direttorio della Banca d’Italia, i segretari generali della Camera, del Senato, del Quirinale, di Palazzo Chigi ecc. che godono di rendite principesche.
Sono parte integrante di questo cast dell'orrore i capi dei sindacati che hanno tradito il mandato ricevuto. Dopo aver smarrito la via indicata dai veri galantuomini del passato, dediti agli insegnamenti virtuosi ed alle lotte per l'equità, hanno fatto di tutto per occultare gli accaparramenti di denaro, per incamerare tutti gli sgravi e le facilitazioni fiscali, per ampliare il proprio patrimonio immobiliare, per godere di tappeto rosso e passamanerie dei palazzi sacri, per mantenere posizioni di potere in una specie di patto leonino tacito: da una parte si coprono i comportamenti dei fannulloni dall'altra ottengono mano libera sul saccheggio delle risorse. Alla loro nota facondia quando si tratta di lanciare slogan ad effetto, quando si tratta di fare continue comparsate in programmi televisivi per dispensare luoghi comuni, per sfoggiare frasi fatte, per ripetere i soliti insulsi appelli in difesa di chi è più debole,  si contrappone la loro idiosincrasia nel fornire i numeri dei denari in ballo: i bilanci sono segreti e non consultabili, i loro emolumenti altrettanto misteriosi, e persino il numero degli iscritti viene autocertificato senza alcuna dimostrazione.
I milioni di tesserati, che si vedono sottrarre una trattenuta automatica dallo stipendio, che può arrivare fino a 120 euro all'anno, forse avrebbero il diritto di sapere in quali tasche ed in quale quantità finiscano i loro soldi (quasi ottocento milioni di euro all'anno).
Il sindacato CISL che si ispira ai valori cattolici dell'equità sociale in passato si accontentava di esprimere figure cui consegnava il lasciapassare diretto per entrare in Parlamento. Il primo Segretario Pastore fu più volte ministro per la DC; il suo successore Storti fu deputato per la DC e poi presidente del CNEL; Macario fu senatore DC; Carniti fu senatore e deputato europeo DC; Marini, deputato, senatore, segretario del PPI, ministro del lavoro, e deputato europeo; d'Antoni prima deputato dell'assemblea siciliana, poi deputato al parlamento, vice ministro, e presidente del Coni Sicilia: Pezzotta è stato nominato deputato, mentre il suo vice segretario generale ragionier Baretta è stato eletto deputato e nominato sottosegretario prima con Letta ed ora con Renzi, nientemeno che al Ministero dell'Economia e Finanze.
In questi giorni ha destato scalpore la scoperta che il borioso Bonanni, ultimo segretario generale della Cisl, è andato in pensione con un trattamento di 8.593 euro mensili, calcolati sulla base dell'ultimo stipendio annuo di 336.000 euro, ben al di là di quanto percepito dal presidente Obama (solo 275.000).
La progressione stipendiale, che questo arringa folle gonfiato si è auto attribuita ad ogni tirata di cinghia del popolo affamato, fa impressione: nel 2006 la sua retribuzione, già di tutto rispetto per un dirigente sindacale, era di 80.000 euro l'anno. Con l'elezione a segretario generale per regolamento interno ha ottenuto sulla carta un aumento del 30% che avrebbe dovuto portarlo a superare di poco i 100.000 euro l'anno. Invece, già qui si riscontra la prima anomalia coperta dall'omertà  generalizzata dell’organizzazione. Nella dichiarazione fatta all'Inps compare la cifra di 118.000 euro, inspiegabilmente più alta del dovuto.
Dopo 12 mesi  l'incremento retributivo da anomalo diventa abnorme con un +40% tanto che nella dichiarazione all'INPS si passa a 171.652 euro l'anno. Ma non basta. Si sa che l'appetito vien mangiando e nel 2009 c'è un altro balzo in avanti con un + 45% che fa arrivare lo stipendio annuo a 255.579 euro. Tutti zitti: consiglio di amministrazione, politici, partiti. Tutti sapevano e nessuno ha mai detto nulla.
Nel 2010 alla faccia della crisi in agguato c'è un aumento, tipo mancetta, di 1.000 euro al mese tanto da arrivare a 267.436 euro all'anno con l’aggiunta di un'altra mancetta fuori busta di ulteriori 2.000 euro al mese per essere membro del CNEL senza averci mai messo piede.
Infine la stangata. Il vero capolavoro di ingordigia famelica si verifica dal 2011 quando l'aumento è di un ulteriore 25% tanto da arrivare all'incredibile cifra di 336.260 l'anno, cioè 921 euro al giorno, domeniche e festività comprese, ben superiore al limite decretato dal Governo Monti di 240.000 euro l’anno che riesce a sfuggire alle tagliole imposte dalle modifiche introdotte prima dalla riforma Dini e poi da quella Fornero.
Tutto questo nel sindacato cattolico. Ma non è che altrove le cose siano andate in modo più morigerato.
Anche in casa socialista della UIL il segretario generale Angeletti proprio in questi giorni ha abbandonato la poltrona per la pensione. Chissà se lo ha fatto in previsione delle prossime elezioni politiche. Resta il fatto che se ne è andato nel momento in cui il sindacato è sprofondato al minimo della sua capacità di rappresentanza, senza aver più la forza di interpretare i bisogni del mercato del lavoro e di quanti il lavoro ancora lo cercano.
Sugli emolumenti percepiti da Angeletti, protetti dalla sua organizzazione in nome della privacy come se si trattasse della password di Fort Knox, le bocche sono assolutamente cucite, anche se è notorio che i suoi compensi almeno fino a qualche anno fa erano simili a quelli di Bonanni e che come lui ha anche intascato i compensi quale consigliere del CNEL.
Chi i suoi predecessori? Tali Benvenuto e Larizza che transitarono direttamente in parlamento e nel CNEL sempre a spese del popolo italiano.  Chi il successore? Un pensionato di 67 anni, tale Barbagallo contornato da una segreteria di cinque ultrasessantenni che aggiungono alla pensione lo stipendio sindacale. Su questo punto la UIL  è molto affezionata alla legge Treu 546 del 1996 che stabilisce che per il calcolo della pensione dei sindacalisti ci si basa sull’ultimo stipendio ricevuto. A un sindacalista basta svolgere la sua attività per pochi mesi per vedersi riconosciuto un assegno a vita calcolato sulla base di quell'ultima busta paga (che potrebbe essere anche nominale). Volete ridere? Angeletti ha dichiarato di ignorare l'esistenza di questa legge da lui ora definita “un privilegio da eliminare”.
Nella sinistra comunista le virtù delle figure storiche alla Buozzi o alla Di Vittorio sono svanite del tutto, salvo il caso di Landini, capo della Fiom, la cui busta paga di 2.259 euro al mese è on line sul sito dell’Organizzazione. Il primo, segretario generale della CGDL costretto dal fascismo a  riparare in Francia, fu arrestato dai tedeschi e rispedito in Italia, per essere poi fucilato dai nazisti a giugno 1944, pochi giorni prima della liberazione di Roma; il secondo protagonista della rinascita del sindacato libero e democratico come segretario generale della CGIL tra il 1944 e il 1948, elaboratore della proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori del 1952, fu anche capace di autocritica nel condannare l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 a differenza di chi oggi continua a lanciare moniti.
I loro eredi dagli anni sessanta in poi hanno sempre scambiato il sindacato come lo scivolo verso posizioni di potere politico per entrare nel parlamento e per restarci alle spalle dei lavoratori, magari alternando lo scranno di Roma con quello di Bruxelles.
Lama, segretario generale della Cgil, diventò senatore del PCI, Pizzinato suo successore stesso percorso, Trentin deputato del PCI poi parlamentare europeo, Cofferati passò per la poltrona di sindaco di Bologna per approdare poi a Bruxelles, Epifani anche lui sta ancora ben assiso a Montecitorio dopo aver occupato la sedia di segretario del PD. Vedremo quale sarà l'approdo finale della Camusso.
Per amore di patria tocchiamo solo di sfuggita i casi di Del Turco, vice segretario generale della CGIL ed anche ultimo segretario nazionale del PSI dopo la caduta di Craxi, ministro delle finanze, presidente della regione Abruzzo finito nelle patrie galere e condannato a 9 anni per associazione a delinquere, corruzione ecc. e quello del dimissionario segretario generale dell’UGL, Cetrella, degno successore della Polverini (approdata al Senato come volevasi dimostrare), finito invischiato in un’inchiesta per utilizzo privato dei fondi del Sindacato e con la casa messa sotto sequestro dalla Guardia di Finanza.
La morale di questa carrellata è una sola: diffidare di quanti imbracciano a parole il vessillo dell’equità sociale, ma che si lasciano subito corrompere dai lussi, dai privilegi, dalle guarentigie del potere.

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PIOVE: GOVERNO LADRO!

TORQUATO CARDILLI - L'eterna storia del potere, sordo alla sofferenza dei più deboli sin dalla più remota antichità, ha collegato un dono di Dio quale è la pioggia all’indebito arricchimento dei potenti.
Già quasi 5.000 anni fa, al  tempo della quarta dinastia dell’antico regno egiziano, il Faraone Cheope, descritto da Erodoto come un tiranno che, avido di denaro per i suoi lussi, avrebbe schiavizzato il suo popolo per erigere il proprio monumento funebre (la famosa piramide maggiore), aveva collegato direttamente l’ammontare delle tasse alle precipitazioni che determinavano le esondazioni del Nilo, il cui limo rendeva il terreno agricolo più fertile da dare due raccolti all’anno.
Nell’antica Roma i magistrati venivano pagati con grano, vino e olio. I soldati ricevevano parte di queste derrate con l’aggiunta, secondo un peso prestabilito,  di sacchi di sale (da cui la parola salario) proveniente dalle saline del Mar Adriatico attraverso la Via Salaria. Se nei giorni di paga pioveva, il sale si impregnava d’acqua con la conseguenza che pesando di più ne veniva distribuito di meno. Per questo i soldati imprecavano contro il sistema che in pratica era un arricchimento indebito dell’Erario, coniando, secondo la leggenda, come prima forma di protesta nei confronti del potere, l’espressione: piove, governo ladro!
Nel Medio Evo e nel Rinascimento la tassazione, che contava una miriade di gabelle, fu estesa alla raccolta di acqua piovana in cisterne, alimentate da grondaie e scolatoi dei palazzi nobiliari, sicché ai poveri non era consentito nemmeno di poter godere di un dono gratuito del cielo.
In tempi più vicini, dopo l’effimero regno d’Italia di Napoleone, quando il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco, il Governo di Vienna, introducendo una specie di IRPEF ante litteram, aveva reso le tasse rigidamente proporzionali al raccolto per cui ai contadini non veniva dato scampo: un’annata piovosa significava inevitabilmente un raccolto più abbondante con conseguente aumento delle tasse. All’arrivo delle piogge gli agricoltori si affrettavano a nascondere le poche derrate di riserva ed a imprecare: piove, governo ladro! E il granduca di Toscana, ricordando l’esperienza dei romani sull’importanza capitale del sale, mise una tassa aggiuntiva sulla sua produzione dando luogo alla nascita del monopolio di Stato, estinto in Italia solo 100 anni dopo con legge del 1966. Poiché la pesa veniva effettuata sempre nei giorni di pioggia, che aumentava il peso del sale, ai produttori non restava che ribellarsi con la stessa espressione di scherno ed ingiuria.
Ma tale forma di protesta ebbe anche una connotazione politica quando i mazziniani avevano predisposto, nel 1861 a Torino, una dimostrazione antimonarchica. Il giorno fissato ci fu un tremendo temporale, che colpì la città senza alcun preallarme, come è accaduto in questi giorni a  Genova, e la manifestazione abortì. Di qui il Pasquino, rivista satirica dell’epoca, pubblicò una vignetta che ritraeva tre manifestanti inzuppati d’acqua che urlavano polemicamente: piove, governo ladro!
Oggi, ottobre 2014, dalla Liguria al Trentino, dalla Toscana al Piemonte, dall’Emilia all’Umbria, si leva alto lo stesso grido, urlato da cittadini impotenti e disperati: Piove, governo ladro!  Non è la parodia da avanspettacolo del guitto che recita gag e slogan a ripetizione contro il governo e contro il potere costituito, colpevole di tutti i mali possibili. No, si tratta dell’ultimo disperato sfogo contro le ruberie di chi per 40 anni ha campato di parole sul sacrificio della povera gente, degli agricoltori, degli operai, degli artigiani, dei piccoli imprenditori, insomma di quelli che dopo una vita di sacrifici al costo di schiene spezzate e di ossa rotte hanno perso tutto: raccolto, bestiame, attrezzature, scorte di magazzino, attività, mobilio, automobili, abbigliamento, ricordi. Tutto portato via dall’acqua o distrutto dal fango, nell’indifferenza di una burocrazia ottusa e di una classe politica fancazzista superpagata per curare e dilatare i propri privilegi.
Di fronte a tanta devastazione è inutile ed ipocrita ogni manifestazione di cordoglio da parte di una classe dirigente che non ha fatto mai nulla per impedire i disastri, che si muove tardi, malamente e solo dopo la catastrofe, ma che non pensa a fare oggi qualcosa di serio per impedire il ripetersi delle stesse tragedie domani.
Con quale coraggio il premier ed il suo modesto governo osano twittare ed annunciare di continuo provvidenze e riduzioni di tasse quando il Prefetto (dipende o no dal Governo?) per conto di Equitalia (che dipende o no dal Tesoro?) sospende il pagamento delle cartelle esattoriali dovute per un giorno, dicasi un giorno, a migliaia di genovesi che hanno perso tutto? Oppure diffondono comunicati, attraverso una task force contro il dissesto idro geologico, appositamente inviata da Palazzo Chigi, non per spalare ma per burocratizzare una disgrazia, sulla possibilità di ricevere un parziale indennizzo a condizione che gli alluvionati portino la fattura di riacquisto delle attrezzature perdute? E il Viminale dell’ineffabile Ministro Alfano, quello che si è fatto soffiare sotto il naso una donna e una bambina da forze straniere, quello dei “vu cumprà”, quello che invia una circolare ai prefetti per mettere in riga i sindaci sulle trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero, tace.
Meglio così. Eppure i cittadini italiani che pagano ogni anno la bellezza di 46 miliardi di euro di tasse dedicate alla protezione dell’ambiente, nascoste in tante altre megatasse (elettricità, gas, carburanti, addizionali varie) sono furiosi perché di quella tassa di scopo il Governo destina alla messa in sicurezza del territorio solo l’1% cioè 460 milioni. Dove va il resto? Ad ingrossare ed ingrassare la pletora di persone che non lavorano e che campano di politica, nel silenzio dei media radiotelevisivi e delle autorità che, a cominciare dall'alto colle, inviano moniti a tempo perso, ma che non fanno mai uno straccio di autocritica abbandonando il campo del paese ridotto in macerie.
Anche questa è un’ulteriore dimostrazione dell’inadeguatezza della classe politica al potere contro cui ci si dovrebbe ribellare.

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