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Italia

LA VORAGINE

Desta raccapriccio constatare come, a dispetto delle tasse e dei sacrifici imposti alle classi meno agiate, il debito pubblico italiano sempre in aumento
TORQUATO CARDILLI - L’anno 2015, per gli amanti della cabala, sarà un anno infausto. Ricorrono il bicentenario della restaurazione sancita dal congresso di Vienna, chiuso una decina di giorni prima della definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo, e il centenario del nostro ingresso nella carneficina della prima guerra mondiale, i cui foschi ricordi fanno da sfondo ad una realtà molto preoccupante. Qui non si tratta di essere disfattisti, catastrofisti o gufi, ma di aprire gli occhi di fronte all’encefalogramma piatto della nostra politica estera e alla voragine, tipo buco nero, del debito della Grecia e dell’Italia.
Dall'Ucraina alla Siria, dall'Afghanistan allo Yemen, dall'Iraq alla Libia, dall’Egitto alla Nigeria è come se stessimo seduti su una polveriera. Gli attentati terroristici in Europa, intervallati dai raccapriccianti video di esecuzioni dei tagliagola del califfato o dei rapimenti di Boko Haram, si fanno sempre più audaci e le minacce alla nostra sicurezza sempre più gravi, mentre i barconi di disperati che riescono a scampare al naufragio continuano a rovesciare sulle nostre coste centinaia di diseredati e di cadaveri, superstiti rispetto a quelli finiti a fondo.
Fino a quando le nostre relazioni internazionali (su cui torneremo) resteranno affidate a politici di terza o quarta fila che non sono riusciti a venire  capo della vicenda dei marò, che parlano di guerra senza sapere quello che dicono, che vagheggiano la guida di alleanze sulla carta, non c’è speranza che il nostro paese possa esercitare un ruolo neppure nel Mediterraneo.
La Grecia tiene l'Europa con il fiato sospeso per il rifiuto di sottostare al diktat della troika e minaccia di compromettere la stabilità dell’euro zona, mentre in Italia l'economia non tira come promesso e larghe fette della popolazione sono in grave sofferenza.
Il disgregamento dello scellerato patto del Nazareno che ha mandato in frantumi la tanto sbandierata convergenza politica tra PD e FI (quella per cui Napolitano ha fatto perdere alla nazione due anni interi) ritenuta necessaria per la riscrittura delle regole non ha indotto il PD a cambiare politica. Renzi non vuole sentire ragioni; si è intestardito di varare a tutti i costi la più orrenda delle riforme costituzionali. Può contare ormai su una ridotta maggioranza ed allora precetta il parlamento come se questo fosse al suo servizio. Risultato: ha ottenuto il voto favorevole di 308 deputati (meno della metà dei 630 componenti l’assemblea) con mezza aula della Camera vuota. Capolavoro di saggezza politica per una riforma che, se tutto dovesse d’ora innanzi filare liscio, entrerebbe in vigore nel 2018. Ne valeva la pena? Come Berlusconi ha inchiodato le Camere per anni sulle leggi ad personam, così Renzi, rinnegando le promesse elettorali di equità, di lotta all’evasione ed alla corruzione, fa per stracciare una delle migliori costituzioni del mondo e sostituirla con un testo di per sé incostituzionale, solo per vanagloria personale. Ma a rimettere le cose a posto provvederà il popolo italiano, con il referendum obbligatorio per il quale non è necessaria la raccolta delle firme.
Lo stesso popolo che chiede invano dall’inizio della legislatura (due anni pieni se ne sono già andati il primo con Letta e il secondo con Renzi) un intervento urgente sull’economia, sul disagio sociale, sulla sanità, sui servizi pubblici.
Assumendo l’incarico a febbraio 2014 il primo ministro, con modi da guascone smargiasso, aveva promesso una riforma al mese, ma i milioni di disoccupati non sono diminuiti, il rapporto deficit pil non ha registrato evoluzioni positive, il debito è aumentato e la spesa pubblica, nonostante i tagli lineari non è diminuita gran che, assestandosi intorno al 50% del PIL, soprattutto a causa della montagna di interessi che hanno devastato qualsiasi ipotesi di ripresa. Insomma un bilancio decisamente negativo.
L'Italia è il paese europeo che ha pagato più interessi, dissanguandosi a discapito della crescita economica. Per convincersene e misurare quanto essi abbiano pesato sul benessere dei cittadini, basta raffrontare la performance dei migliori e dei peggiori della zona euro, secondo una rilevazione del 2010 sul decennio precedente, in miliardi di euro e sull’andamento del nostro debito:
Paese                debito 2010      media int.anno    tasso medio   interessi totali
Italia                    1.851                   76                        4,6%           1.348
Germania            1.988                   67                        2,6              1.119
Francia                1.717                   52                        2,6                782
Spagna                  734                   25                        2,4                 343
Grecia                    355                   15                        7,0                 127
 
Andamento del debito italiano negli ultimi 5 anni in miliardi di euro
Anno           debito                  % sul PIL
2010           1.851                   115,34
2011           1.907                   116,4
2012           1.989                   122,2
2013           2.069                   127,9
2014           2.135                   132,6 (rispetto al 60,7 della Germania)
 
Leggendo queste cifre, pubblicate nel sito del MEF, desta raccapriccio constatare come, a dispetto delle tasse e dei sacrifici imposti alle classi meno agiate, il debito pubblico italiano sempre in aumento, sia praticamente la somma degli interessi semplici e composti degli ultimi 20 anni, prelevati dalle tasche dei cittadini attraverso un opprimente e crescente prelievo fiscale e trasferiti in quelle degli speculatori e del mondo della rendita.
Tutte le leggi finanziarie che si sono susseguite negli ultimi 20 anni (Dini, Ciampi, Amato, Visco, Tremonti, Padoa Schioppa, Monti) presentate al popolo in modo truffaldino come risanatrici, ed approvate da parlamentari che non sanno quello che fanno, sono servite solo a veicolare verso l'estero, e in modo crescente, centinaia di miliardi.
Prima dell’euro gli stranieri non erano particolarmente attratti dall'acquisto di BOT, BTP e CCT sui quali incombeva ciclicamente il pericolo della svalutazione della lira e quindi della diminuzione del capitale investito in termini di altre valute.
Quando divenne evidente che l’Italia sarebbe entrata nell’Euro gli investitori stranieri iniziarono a comprare in modo sempre più cospicuo i titoli ventennali italiani all’interesse del 10%. Scommettendo sulla rivalutazione del capitale hanno realizzato la più grande speculazione finanziaria dell’epoca moderna, non solo perché i titoli di Stato italiani erano meglio remunerati, rispetto ad esempio ai Bund tedeschi, ma perché era venuto a cessare lo spauracchio della svalutazione.
Inoltre mentre gli investitori italiani, bisognosi di un piccolo reddito immediato, compravano titoli a breve termine, meno soggetti al rischio di oscillazione, quelli internazionali sottoscrivevano i titoli pluriennali, che avrebbero certamente consentito una remunerativa speculazione contando sulla crescita della quotazione man mano che sarebbero scesi i tassi correnti. Così gli investitori esteri sono passati da un possesso di circa il 10% di trenta anni prima al 42% del totale del debito pubblico. Ma poiché la loro concentrazione si è riversata sui titoli a lungo termine, che offrono una remunerazione più elevata, è come se detenessero quasi il 60% del nostro debito dato che incassano la maggioranza degli interessi pagati dallo Stato.
Il mercato dei titoli pubblici italiani è per dimensione il terzo al mondo (alla pari con quello della Germania) dopo quello americano e quello giapponese, ma è il più attraente per gli speculatori finanziari. I titoli giapponesi non rendono nulla e per questo sono posseduti per tre quarti da investitori nazionali, piccoli e grandi, e il resto dalla Banca Centrale, mentre il debito americano è detenuto per più della metà da fondi sovrani di altri governi e dalla Federal Reserve.
Dopo la creazione dell’euro e il correlato calo dei tassi di interesse in tutta l’Europa, i nostri titoli decennali e ventennali emessi alla pari al tasso intorno al 10% hanno cominciato ad incrementare il loro valore passando in poco tempo ad una quotazione tra 120 e 130 quindi con un aumento del capitale tra il 20% e il 30%, cui andava sommato l’effetto valuta rispetto al dollaro.
I guadagni ottenuti dagli investitori esteri sull’Italia, non sono stati generati miracolosamente dal "mercato", ma sono derivati esclusivamente dall’aumento costante delle tasse sugli italiani, imposto dagli impegni formali sottoscritti a cuor leggero dei nostri governi, da Mastricht in poi per arrivare al Fiscal Compact, che ci hanno obbligato a realizzare ogni anno un avanzo primario proprio per poter ripagare gli interessi.
Da quasi venti anni, grazie a Berlusconi affaccendato a proteggere se stesso e le sue aziende con l’acquiescenza di una sinistra ottusa, il perno della politica economica italiana è stato costituito da un prelievo di tasse crescenti per garantire il pagamento degli interessi agli investitori e agli speculatori che poi erano gli stessi che determinavano rating e spread, senza che il popolo ne fosse adeguatamente informato.
Secondo le classifiche degli istituti di ricerca, l’Italia non è ritenuta un mercato appetibile per gli investimenti esteri di tipo industriale per l’estesa corruzione, la pesante burocrazia, il costo eccessivo dell’energia, la lentezza della giustizia amministrativa, mentre è una destinazione ideale per le opportunità di investimento sul debito, regalate da un’austerità unidirezionale che getta alle ortiche i sacrifici della gente per creare surplus tra entrate e uscite destinato a ripagare solo gli interessi.
Se queste catene non saranno spezzate (ricordo che la regola del pareggio di bilancio è stata inserita in Costituzione già da 3 anni, ma la riforma ora in discussione non ne prevede l’abrogazione) l’Italia affogherà in questa voragine al pari della Grecia.

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MATTEO SI RALLEGRA

TORQUATO CARDILLI - Chissà se, venerdì scorso, quando il mondo politico italiano era ancora imballato sulla scheda bianca, l'inventore dell'anagramma del nome del nuovo presidente della repubblica ha svelato la sua trovata, come un oracolo, al premier ed allo stesso nuovo inquilino del Quirinale, in quel momento designato solo in pectore.
Certo è che la pensata di "Matteo si rallegra" come anagramma di "Sergio Mattarella" è forte e dimostra ancora una volta come nella vita il caso si diverta a incastrare i meriti o i demeriti delle persone perfettamente con il loro destino.
Se il Matteo nazionale si è rallegrato per aver superato indenne questa prova, che avrebbe potuto creargli seri problemi in casa e fuori, sono molti quelli che invece hanno dovuto riconoscere di avere sbagliato strategia o fare buon viso a cattivo gioco e rassegnarsi perché difficilmente ci potrà essere un'altra occasione.
E sì, perché in politica i rospi da mandare giù non sono solo le ambizioni personali frustrate, ma anche gli errori di valutazione, di scelta, di alleanza, di tempi. Renzi non aveva fatto mistero che avrebbe fatto un nome secco solo alla vigilia della quarta votazione, e questo non per alimentare la suspence, ma perché non era riuscito a fare accettare la propria scelta a Berlusconi così come questo non era riuscito a far promuovere il suo favorito. I due veti incrociati (uno contro Prodi, gradito alla sinistra e al M5S e l’altro contro Amato, gradito a Napolitano ed agli ex socialisti sparsi tra FI e NcD) si erano elisi a vicenda.
Berlusconi, in fondo, al netto dei declamati requisiti richiesti di imparzialità, di arbitro super partes, di competenza politica ecc., chiedeva il nome di una persona che non gli avesse mai fatto ombra politicamente, che non danneggiasse il suo impero economico e che non fosse ostile alla sua riabilitazione sul piano giudiziario. A Berlusconi del partito, del centro-destra, del paese, del popolo sprofondato nella crisi non interessava granché. Aveva ed ha un solo assillo: quello di difendere il peculio e di mettersi addosso i panni di padre della nuova costituzione, ripuliti dopo l’onta della condanna.
Renzi da parte sua temeva che la ferita subita ad opera dei 29 ribelli del suo partito che gli avevano negato il voto sulla legge elettorale potesse riaprirsi e di fronte ad un Berlusconi speranzoso di una ricompensa per il successo che gli aveva garantito, ha giocato come un professionista del poker. Ha gettato nel cestino tutti i nomi dei pretendenti PD e ha puntato tutte le fiches sul nome secco, senza rose, di Mattarella, uomo storico del suo stesso partito di origine, la Democrazia Cristiana. A tutti ha detto prendere o lasciare e che non ci sarebbe stato un altro candidato.
Pur dando per scontato che il M5S sarebbe rimasto fuori dalla mischia, temeva non tanto per l’insuccesso finale quanto per l’immagine di stratega che ne sarebbe uscita appannata dall’azione dei guastatori del suo partito blanditi o aizzati da Grillo che all'ultimo minuto aveva chiesto pubblicamente a tutti i parlamentari PD di aprire una spiraglio di intesa con lo scopo di rilanciare una candidatura di Prodi. E forse un eventuale cambio di cavallo da parte del M5S con il nome di Prodi al posto di Imposimato avrebbe sparigliato il gioco in modo irreversibile.
Per questo il nervosismo dello staff renziano, celato sotto un’apparente tranquillità,  era al calor bianco. Occorreva partire con i voti in tasca contati prima della “chiama” della quarta votazione con la certezza di superare agevolmente la soglia di 505; era necessario mandare un ukase durissimo a Alfano, ministro dell’interno in bilico di licenziamento se solo avesse provato a votare ancora scheda bianca, come aveva promesso a Berlusconi 24 ore prima, ed attuare la strategia della firma della scheda elettorale da parte di ogni elettore dei vari cespugli a rischio di violazione della segretezza del voto. Insomma una vecchia tecnica di palazzo, per “costringere” non solo i 450 grandi elettori PD, ma anche quelli che a parole avevano detto si, a votare come voleva lui e a farsi identificare attraverso un codice ben distinguibile.
Ben otto le opzioni possibili, identificate dalla senatrice del M5S Taverna e subito pubblicate sul blog, i cui numeri corrispondono ai vari gruppi di votanti: 1) Mattarella; 2) Sergio Mattarella; 3) Mattarella Sergio; 4) Mattarella S.; 5) S. Mattarella; 6) On. Sergio Mattarella; 7) Mattarella On. Sergio; 8) Prof. Mattarella.
Non si sa fino a quanto inconsapevolmente, ma certo in modo plateale e stupido, si sia resa partecipe di questa procedura la Presidente della Camera Boldrini. Chiunque abbia assistito alla spoglio avrà notato, come abbia dato lettura per esteso del nome sulla scheda, compresa la punteggiatura, come si fa alla prima elementare.
Sono già piovute le critiche, ma non è accettabile la giustificazione della invocata fedeltà notarile, perché altrimenti avrebbe dovuto essere data lettura anche del contenuto delle schede nulle, che sono state dichiarate tali per un contenuto presunto indecente o offensivo. Se nel caso delle nulle, il parlamento si è dovuto fidare della dichiarazione “nulla” pronunciata dalla Presidente, parimenti avrebbe dovuto fidarsi se fosse stato letto solo il cognome Mattarella senza prefissi, suffissi, punteggiatura e aggettivi e nessuno avrebbe potuto avere alcunché da ridire.
Mettiamo subito in chiaro che Mattarella è una persona rispettabilissima, migliore dei vari pretendenti Prodi compreso, un signore siciliano che non ha la rudezza né la spregiudicatezza dell’irruento fiorentino che l’ha scelto, ricco di dottrina e di saggezza come si conviene ad un giudice costituzionale, ma il successo dei 665 voti ottenuti è stato il risultato di questa operazione di tipo militare.
Comunque finita la lettura delle carte di identità dei votanti è cominciata la resa dei conti all’interno di quelle formazioni politiche piene di anguille.
Le schede bianche sono state 105. Questo vuol dire che 37 elettori dichiarati per il non voto a favore di Mattarella, anziché mettere nell’urna la scheda bianca intonsa, sotto il catafalco hanno preferito firmarla per il proprio riconoscimento. Chi sono? Quei politici mediocri in attesa di un favore, di uno strapuntino, di uno sguardo benevolo, pulcini al seguito di Alfano (che si è fatto soffiare sotto il naso la Shalabayeva e dice che “gli altri fanno ridere i polli”). Insomma sono quelli per i quali più che l’onor poté la poltrona.
Fedeli alla loro linea politica ed al loro candidato, designato dalla rete, sono rimasti i parlamentari del M5S, i cui 127 voti non sono stati né ricattabili, né comprabili, come quelli, numericamente inferiori, della Lega e di Fratelli d’Italia. Anche se la propaganda considera il voto del M5S come un’occasione persa c’è chi pensa al contrario che esso abbia scongiurato l’elezione di un personaggio indecente, abbia costretto Renzi a rifiutare la proposta berlusconiana e abbia mandato definitivamente in soffitta i vari Amato, Bersani, Grasso, Castagnetti, Chiamparino, Fassino, Finocchiaro, Pinotti, e Veltroni, quello che diceva in inglese maccheronico “I Know my chicken”, e che è finito cotto alla cacciatora.

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Identikit di un Presidente

TORQUATO CARDILLI - Dopo 9 anni di incontrastato dominio sulla politica italiana e all’indomani della conclusione del semestre di nostra presidenza dell’UE (chi si è accorto che il nostro governo ha fatto cambiare verso anche all’Europa?) Napolitano ha lasciato il Quirinale.
Quando in altri paesi la più alta carica dello Stato rassegna le dimissioni, nessuno si sbrodola in una melassa alluvionale di solidarietà parolaia e per certi versi ipocrita.
L’Italia, quasi due anni fa, aveva già assistito all’abbandono del ruolo di pontefice, che se permettete ha una valenza mondiale, da parte di Papa Ratzinger, impotente nel riformare la Chiesa data l’ostilità dei cardinali di curia e afflitto, dopo 8 anni di regno, “dall’ingravescente aetate”(88anni). Nessuno gli dedicò tante espressioni di rammarico e di elogio quante se ne sono sentite in questi giorni per Napolitano da parte di politici che per decenni si sono dedicati alla protezione dei propri privilegi mentre il paese andava in sfacelo. I loro commenti sono stati enfatici nell’esaltarne il ruolo insostituibile, la difesa delle istituzioni nel momento più difficile, la guida illuminata, la capacità di aver evitato derive pericolose, la volontà europeista e riformista e via di questo passo.
Agli italiani che hanno la memoria corta, o che come Renzi e le sue pulzelle ministre e deputate non erano ancora nati, andrebbe ricordato il suo elogio alle truppe sovietiche che invasero l’Ungheria nel 1956, al PCUS per l’espulsione di Solzenicyn, al PCI per l’espulsione dei dissidenti del “manifesto”, la sua originaria opposizione al trattato di Roma e alla linea di rigidità morale di Berlinguer. Né si può sorvolare sulla sua richiesta di impeachment del presidente Cossiga, sul fatto che da ministro dell’interno si sia girato dall’altra parte sull’orrenda vicenda dell’inquinamento nella terra dei fuochi,  e sugli errori di valutazione di questi ultimi 9 anni.
Al popolo smagrito dalla crisi, dalla disoccupazione, dalla voracità della classe politica non ha dato alcun esempio di frugalità, continuando a spendere per il Quirinale più della Casa Bianca e dell’Eliseo. Ha firmato con mano veloce le peggiori leggi e decreti voluti da Berlusconi sul falso in bilancio, sugli indulti, sui condoni, sugli scudi, sulla prescrizione, sulla guerra in Afghanistan e in Libia, sull’adesione acritica al fiscal compact, sul pareggio di bilancio inserito in Costituzione e per tre volte ha messo a capo del governo chi non aveva avuto il mandato dalle elezioni (Monti e Renzi) o chi non le aveva vinte (Letta nipote), nominando per giunta come ministri degli emeriti incompetenti.
Gli va riconosciuto solo il buon gusto finale della sobrietà nella cerimonia di addio, molto simile a quella di 70 anni fa quando l’ultimo re d’Italia partì per l’esilio. Ma, e qui sta la differenza, non facciamoci illusioni, perché dopo solo 24 ore, a dispetto dell’età, ha rivendicato le sue prerogative ed ha voluto prendere possesso dell’ufficio al Senato da presidente emerito, dal quale pilotare le manovre per eleggere il suo successore.
Sarebbe stato un gesto troppo nobile rinunciare alla carica di senatore a vita, visto che ha avallato un obbrobrio di riforma costituzionale che prevede praticamente la soppressione della camera Alta?
Adesso i contraenti del patto del Nazareno, sotto il suo sguardo vigile, stanno giocando di fioretto, con finti assalti e ritirate strategiche, mentre gli altri partiti spaccati, a dispetto dei voti conseguiti, si interrogano smarriti su chi debba salire al colle.
I nomi più gettonati che circolano sui media sembrano usciti dalla galleria dell'orrore. Li metteremo in ordine alfabetico per non fare torto a nessuno, visto che il torto se lo fanno da soli con il loro curriculum.
Amato, il superpensionato da 30.000 euro al mese, giudice costituzionale, ex numero due di Craxi, da presidente del Consiglio mise di notte le mani nelle tasche degli italiani portandosi via un mucchio di denari per pianificare i buchi del ladrocinio della cattiva amministrazione del paese. Dicono che sia il più amato da Napolitano e da Berlusconi, ma certo non lo è dagli italiani che ancora ricordano di essere stati fregati da topo gigio;
Bersani, quello che voleva smacchiare il giaguaro e che invece ha perso tutto in un sol colpo: premierato, segreteria del partito, e la faccia con le candidature bocciate di Prodi e Marini nel 2013;
Potevano mancare le donne? No.
Bonino, eterna candidata, si è subito tirata fuori dalla corsa confessando in radio di essere affetta da tumore e che ha già cominciato un ciclo di chemioterapia della durata di 6 mesi;
Casini, detto Pierfurby o il genero d’oro, che ha navigato in tutte le acque mettendo sempre la vela a favor di vento col timone pronto ad evitare secche e scogli; incollato al potere in parlamento da pupillo di Forlani a giovanissimo presidente della Camera;
Castagnetti. Chi? Nome del tutto sconosciuto a più di metà dei deputati attuali, abituati a internet, si tratta di un vecchio DC della scuola Zaccagnini-Martinazzoli, già segretario del PPI dopo Marini, con alle spalle un rinvio a giudizio per tangente, ma il reato fu dichiarato prescritto e per questo eletto fino al 2013 presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere;
Chiamparino, ex allievo dell’Istituto Tecnico Sommeiller (la scuola di Einaudi e Saragat), capogruppo PCI a Moncalieri, poi deputato, sindaco di Torino, presidente dell’Anci, presidente del più importante gruppo bancario italiano, ora presidente della regione Piemonte e della conferenza delle regioni, convertitosi al renzismo;
Fassino, detto la mummia egizia di Torino, con moglie incorporata nel palazzo tanto da rappresentare la coppia più bella del paese con 13 legislature in due, sindaco della seconda città più indebitata d’Italia; già segretario del PD è quello della famosa telefonata “abbiamo una banca”, indicato da De Benedetti come candidato ideale per la sua difesa ad oltranza del Tav in Val di Susa, che significa decine di miliardi dei contribuenti a beneficio delle cooperative rosse e bianche;
Finocchiaro, senatrice siciliana del PD che però, per farsi eleggere, ha scelto il comodo collegio pugliese, quella con il marito medico inquisito, immortalata all’Ikea con gli agenti di scorta che spingono il carrello e che definì Renzi un miserabile solo perché l’aveva criticata;
Grasso, attuale reggente del Paese, che da magistrato anti mafia avrebbe voluto dare “un premio speciale a Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”e che da presidente del Senato è sempre stato il manganello del Governo contro le opposizioni;
Mattarella, altro giudice costituzionale, deputato per oltre 30 anni e padre della legge elettorale cancellata dal duo Berlusconi-Bossi, ritenuto schierato con Renzi, con la pecca di avere il figlio super pagato consulente alle dipendenze della ministro Madia;
Pinotti, arrivata terza nelle primarie per sindaco di Genova e per questo premiata con il Ministero della Difesa, dove ha inciampato nella questione dell’uso a scopo privato dell’aereo militare;
Prodi, sarebbe l’unico della schiera a poter alzare il telefono e parlare direttamente in tedesco alla Merkel, in inglese a Obama e in francese a Hollande, ex presidente dell’UE dal 1999 al 2004, con una profonda conoscenza dello Stato e una reputazione internazionale persino in Africa, ma è odiato da Berlusconi che ha subito da lui due sconfitte elettorali. Ha nelle ali il piombo di essere stato il paladino dell’euro inviso a gran parte dell’opinione pubblica e di essere stato già fatto secco dai 101 voti a tradimento dei renziani nel 2013;
Veltroni, detto l’africano, che prometteva di espatriare in Africa dopo aver fatto il sindaco di Roma, che non si era accorto di quale sentina di malaffare fosse il suo gabinetto; dato per favorito dai bookmaker del palazzo sarebbe il primo presidente non laureato.
Chi manca dal mazzo? I tecnici:
Draghi, ha già detto che non ci tiene a lasciare la presidenza della BCE a Francoforte anche se la Merkel farebbe carte false per farlo sloggiare;
Padoan, gradito agli ambienti economici internazionali per il suo curriculum di economista, ma se ha fatto bene il ministro del Tesoro sarebbe un peccato lasciarlo andare, mentre se ha fatto male, sarebbe improponibile;
Visco, come governatore della Banca d’Italia potrebbe anche essere una persona equilibrata, ma rischierebbe di dare l’impressione che il Quirinale sia riserva di caccia dei banchieri centrali (dopo gli esempi di Einaudi e Ciampi).
Ci sono infine i fiori più profumati, quelli che non farebbero storcere il naso agli italiani, ma che appunto per questo non possono aspirare ai famosi 505 voti dei grandi elettori: Carlassare insigne studiosa, prima donna a ricoprire in Italia la cattedra di diritto costituzionale, si dimise a luglio 2013 dalla Commissione per le riforme istituita per elaborare proposte di modifica della seconda parte della Costituzione, in polemica con la sospensione dei lavori del Parlamento ottenuta dal PdL per l’udienza in Cassazione contro la sentenza che aveva condannato Berlusconi;
Cassese, giurista, docente emerito della Normale di Pisa in diritto internazionale, già ministro della funzione pubblica con Ciampi, presidente della commissione di indagine sul patrimonio immobiliare pubblico, ex giudice della corte costituzionale;
Imposimato, magistrato integerrimo, presidente onorario della Cassazione, già giudice istruttore nei più importanti processi contro cosa nostra, camorra, terrorismo, impegnato ora nella difesa dei diritti umani;
Rodotà, già in testa a tutti i sondaggi, politico di lungo corso, prima radicale poi nel PD, docente emerito di diritto civile, ex garante della privacy, già candidato al Quirinale nel 2013 quando era sostenuto dal M5S e per questo non voluto da Bersani e D’Alema;
Zagrebelski, di origine russa, giurista e docente di diritto costituzionale di fama internazionale, ex presidente della Corte Costituzionale, contrario al progetto di revisione costituzionale voluto dalla Boschi e per questo assolutamente osteggiato dal PD.
Tanto Renzi, quanto Berlusconi, hanno proclamato pubblicamente quali debbano essere le qualità richieste: al nuovo presidente: essere un politico, essere un arbitro, essere super partes, avere un alto profilo internazionale, essere un vero conoscitore della macchina dello Stato, essere il vero garante della costituzione. Provi il lettore ad individuare chi possegga tali qualità in modo eminente come si richiede al pubblico funzionario per essere promosso.
In realtà entrambi i bari del patto del Nazareno puntano allo stesso piatto: vogliono un presidente incolore che sia per davvero un uomo di garanzia, cioè di garanzia per loro. Il primo per rimanere al Governo il più a lungo possibile e poter contare su un firmatutto sempre a disposizione, l'altro per ottenere la tanto reclamata agibilità politica, salvarsi dai processi tuttora aperti a suo carico, rientrare in Parlamento e mantenere in piedi le sue aziende.
Chi corrisponde all'identikit? C’è da temere che chi sarà eletto, più che il garante della costituzione possa diventarne il becchino.

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Voilà l'Italicum: pregi e difetti

LUCIA ABBALLE - Soltanto un Paese afflitto da amnesia storica può definire la riforma sulla legge elettorale uno strappo rispetto al passato. Di certo, l’introduzione del premio di maggioranza alla lista che supera il 40 per cento dei consensi e la possibilità del ballottaggio nel caso in cui non ci fosse un vincitore al primo turno, favorisce Governi più stabili e una semplificazione del sistema partitico. L’Italicum garantisce, con il ballottaggio, che emerga da subito un vincitore dalla competizione elettorale e che questi sia espressione di una lista partitica e non di una colazione. Tutto questo  ci immunizza da nuovi anomali compromessi storici tra destra e sinistra che, con troppa facilità, si sono consumati, all’indomani delle elezioni, in notori e convenienti inciuci tra partiti politici. Allo stesso tempo, il premio alla lista inaugura la formazione di un sistema bipartitico e supera la frammentazione politica che, nel corso della seconda Repubblica, ha rappresentato una forma di ricatto molto utilizzata dai piccoli partiti costretti ad una convivenza forzata con anime diverse e lontane tra loro. Dunque, sotto questo punto di vista, l’Italicum appare molto meglio di ciò che ci ha concesso la storia sino ad ora.
Nel nuovo progetto di legge elettorale esiste, però, un “difetto di fabbricazione” che attiene ai fondamenti stessi della democrazia e che, nonostante le numerose critiche che hanno ispirato la penna di editorialisti e gli interventi di molti politici (di destra e di sinistra), si continua a perpetuare: la lista bloccata. Sarebbe come voler rimettere in piedi il commercio delle indulgenze mentre ancora non si sono smaltiti tutti gli effetti del terremoto luterano. Al di là di ogni provocazione, sembra di ieri l’ondata di indignazione suscitata dalla vecchia riforma elettorale che ha trasformato il Parlamento in un’assemblea di nominati ed ha imposto ai cittadini scelte prese dall’alto. Se non fosse che ci andrebbe di mezzo l’intero Paese verrebbe voglia di limitarsi ad osservare gli autori di questa scelta mentre meditano di attuare, il prima possibile, questa singolare forma di suicidio collettivo; perché a morire è soprattutto la democrazia.
Tradotto in numeri: l’Italia verrà divisa in 100 circoscrizioni e ogni partito che conquisterà i seggi eleggerà innanzitutto il capolista, cioè la persona scelta dal partito stesso; il partito più votato che, grazie al maggioritario eleggerà 340 deputati, avrà ben 100 deputati “nominati” dall’alto e 240 scelti con le preferenze. Avremo, pertanto, un Parlamento che sarà espressione diretta dei poteri politici più forti, anziché della società, e al quale mancherà uno degli elementi essenziali della nostra democrazia: la rappresentatività. In pratica, un sistema fortemente elitario voluto da tutta la classe politica che ha perso, ancora una volta, l’occasione di ricostruire un dialogo diretto con il suo elettorato. Le preferenze non sono affatto, come recita una propaganda interessata, un modo per “dare al cittadino la possibilità di scegliere”. Le preferenze hanno l’effetto di sovrapporre alla competizione fra i partiti quella dentro i partiti, fra i candidati dello stesso partito. Ma questa distorsione del gioco democratico indotta dalle preferenze non è l’unica conseguenza grave di questo strumento politico. Le preferenze favoriscono clientele e gruppi organizzati,  introducendo il rischio di criminalizzazione attraverso il voto di scambio.
I collegi uninominali sono l’alternativa valida al voto di preferenza in quanto è l’unico istituto che garantisce, più di ogni altro, la rappresentatività: i candidati non possono contare su lobby ristrette per vincere il seggio, come nel caso del voto di preferenza, ma devono cercare consensi tra tutti gli elettori del collegio, favorendo un rapporto decisamente più stretto tra eletti ed elettori.
Qualunque sia la motivazione che sottende tali scelte e, a prescindere dal partito o dal leader che le ha fortemente volute, questo Governo ha dimostrato di avere dei gravi limiti da cui deriva la responsabilità politica e morale di essere stato incapace di superarli.
Lucia Abballe

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Un paese da ricostruire e un semestre da dimenticare

TORQUATO CARDILLI - Il cittadino italiano che abbia messo, anche solo una volta, il naso fuori dei confini nazionali, avrà notato per forza che all'estero i vigili urbani sono molto più efficienti, più dignitosi, più garbati, meno trasandati nell'abbigliamento, meno scostumati nell'atteggiamento, meno lavativi di quelli romani. Non c'è pericolo che a Londra o Berlino o Mosca o Tokio i vigili, in coppia o anche in trio, chiacchierino dei fatti loro all'incrocio di grandi strade, con le mani in tasca o la sigaretta in bocca, disinteressandosi del traffico ostacolato da auto in seconda fila in palese divieto, mentre automobilisti strafottenti non rispettano l'obbligo di consentire l'attraversamento pedonale sulle strisce. Altrove la professionalità, la dignità, il rigore di attenersi al proprio dovere senza pause né distrazioni sono la regola.
Questo lo sanno i cittadini comuni, ma nella capitale d'Italia fingono di ignorarlo il Sindaco, il Prefetto, il Ministro dell'interno, il Presidente del Consiglio e tutti invece si meravigliano per l'ennesima manifestazione di menefreghismo registrata con l'assenza dal servizio di quasi l'80% degli addetti al traffico nella notte di capodanno. Nel darne il resoconto si stupiscono anche gli organi di informazione che auspicano severe misure di punizione, come se bastassero alcuni provvedimenti disciplinari, con inevitabile coda di ricorsi, per far tornare tutto a posto.
Lo stesso discorso può essere fatto per i conducenti dei mezzi pubblici dal certificato medico facile, per i quali la divisa è un optional, il garbo nella risposta ad una richiesta di informazioni è sconosciuto, mentre la reazione villana con la parola e col gesto a qualche automobilista che non concede la precedenza è un costume.
Sempre a capodanno il più grande, il più antico, il più prezioso museo archeologico del mondo, quello di Pompei è rimasto chiuso per il solito contenzioso italico tra dipendenti e direzione sul pagamento degli straordinari, di fronte a migliaia di turisti stranieri inconsapevoli e disorientati, mentre a Piazza Armerina i visitatori provvedevano a liberare volontariamente i mosaici romani dalle cartacce, e a Palermo chilometri di strade rimanevano invase dalla spazzatura, ancora oggi indifferenziata, lasciata dai netturbini in rivolta nell'indifferenza delle autorità.
Dunque siamo messi proprio male.
Ma questi dipendenti felloni a chi si ispirano se non a quella massa di parassiti che albergano in Parlamento (99% di assenze per i parlamentari Ghedini, Angelucci; 91% per Verdini, ecc.) o nei consigli regionali, o nelle diecimila aziende partecipate dagli Enti locali con consigli di amministrazione più numerosi dei dipendenti stessi, con migliaia di dirigenti con stipendi venti volte superiori a quelli dei normali lavoratori, con un numero di guardie forestali in Sicilia maggiore di quello della Lombardia, con medici che rilasciano sulla parola certificazioni di malattia a dipendenti pubblici lavativi?
Il problema sociale del paese è dunque sempre lo stesso: privilegi diffusi e anacronistici con diseguaglianze inique, disaffezione al lavoro e assenza di senso del dovere; ciò che andrebbe abolito quale privilegio non compatibile con l'attuale società ed economia viene considerato diritto acquisito alla faccia dei principi della rivoluzione francese di cui ogni tanto ci sciacquiamo la bocca.
Visto che la classe dei parassiti non ha intenzione di mettere un freno alla propria ingordigia, alle manifestazioni di strafottenza, ai pranzi a base di aragoste ostriche e champagne a spese del contribuente, gli altri se ne infischiano e non sono più disposti al minimo sacrificio, al rispetto delle regole.
Mentre l'Italia si dibatte in una burocrazia paralizzante come un cormorano incatramato, il nostro primo ministro è andato a Strasburgo a chiudere il peggior semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, assolutamente privo di contenuti, ma coperto da un profluvio di parole vuote. Rispolverando una tradizione provinciale che, dopo l'aplomb di Monti e la discrezione di Letta sembrava dimenticata, ha superato con un balzo atletico le gesta del suo maestro Berlusconi, dal quale ha ben imparato la lezione di come si possano fare gaffes a ripetizione e sfoggiare una cultura spicciola da quattro soldi con il minimo sforzo.
Ricordate il vertice di Deauville del 2011? Allora Berlusconi, per spezzare l'atmosfera di isolamento in cui l'avevano tenuto gli altri capi di Stato e di Governo, in una conferenza stampa di fronte ai giornalisti basiti, dichiarò che la crisi in Italia non esisteva, che era una pura invenzione della stampa, che i ristoranti erano pieni, che i luoghi di villeggiatura erano iper prenotati, mentre era difficile trovare posto in aereo.
Balle stratosferiche da ubriaco o da venditore di fumo incallito. Bene, Renzi ha fatto di peggio. E' riuscito ad affermare, non in una conferenza stampa fatta ad uso dell'opinione pubblica, ma nell'aula del parlamento Europeo, nel discorso da premier e presidente uscente, di fronte agli sbalorditi volponi come Juncker e Shultz e ad uno sparuto gruppo di deputati europei che lo guardavano stralunati, che in Italia le famiglie si sono arricchite sotto il suo governo. Anche se le televisioni del cosiddetto servizio pubblico non ne hanno fatto cenno, né con servizi in voce né per immagini, in rete circola già il video dell'intervento di Renzi in cui con foga si ostina a sostenere, manipolando la realtà, che la crisi non ha fatto altro che arricchire la nazione. Per Renzi abbiamo registrato il paradosso (ha detto proprio così) perché le famiglie italiane (compresa la vostra cari lettori), hanno accumulato soldi su soldi in banca ed ha citato i capitali di private banking Italiani, come tra i più alti al mondo, omettendo di dire che si riferiva ai capitali sui conti correnti da 500.000 euro in su, in un paese dove il 10% delle famiglie detiene la metà della ricchezza nazionale, dove almeno 1/4 degli italiani è indebitato, dove ormai il numero dei frequentatori italiani delle mense della Caritas ha superato quello degli stranieri, dove ci sono più di tre milioni e mezzo di disoccupati e 10 milioni di pensionati al minimo sui quali scatterà tra poco la mannaia sui ticket sanitari. Renzi oltre ad un bagno di umiltà avrebbe bisogno anche di qualche ripetizione di economia che gli spieghi la differenza tra il modesto risparmio per paura del domani e il puro arricchimento; ma forse, parlando di arricchimento si riferiva alle aziende di famiglia ed alla sua cerchia dagli appalti lucrosi.
Con fare saccente e provinciale, un vero miscuglio tra l'imitazione di Crozza e un affabulatore da bar, si è comportato da tipico rappresentante dell'Italietta spavalda e smargiassa che nel momento di difficoltà tira fuori il sorriso accattivante, ma incapace di fare un'autocritica per l’inconsistenza della sua proposta operativa. Ha scambiato il parlamento europeo per la piazza di Rignano e come un capo claque ha citato il nome del capo dello Stato per chiamare l'applauso e far sentire l’audio di un parlamento semi deserto (questo è il rispetto che si è guadagnato!) che le nostre televisioni hanno evitato di inquadrare.
Contestato dai tre deputati della Lega si è lasciato andare. Ha raccolto la provocazione ed ha replicato che quelli non sono capaci nemmeno di leggere due libri. Ma a quei due libri sembra essersi fermato proprio Renzi che dopo la citazione di Omero di 6 mesi fa, questa volta ha citato Dante. Ed è qui che è riemersa in modo prorompente la natura da borghesuccio che tira fuori la solita chincaglieria del genio italiano che ha fatto la storia. Se ne era già avvalso una prima volta citando Meucci in un inglese maccheronico al convegno Digital Venice, una seconda volta all’inizio del semestre con Leonardo ed ora ha chiuso con Dante. Ve la immaginate una Merkel che tira fuori alla prima occasione internazionale il suo conterraneo Bismarck, Einstein, Beethoven o Hollande che rispolvera il re Sole che regnò per 72 anni, Napoleone, Madame Curie o Giovanna d'Arco?

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Il SOGNO DI UN PARLAMENTO PULITO

Elenco sommario dei deputati che hanno votato per fare entrare in Senato i delinquenti, fra gli eletti all'estero Picchi (FI), Tacconi (ex M5S), Fitzgerald (Per l'Italia), Garavini, Fedi e Porta (PD)
TORQUATO CARDILLI - La legge disciplina e regolamenta l’accesso alle attività economiche e professionali allo scopo di selezionare un corpo di persone affidabili e di provata onestà da far interagire con il cittadino in un’atmosfera di fiducia e di tranquillità.
Così l’art. 71 del decreto legislativo 59 del 26.3.2010 stabilisce che non possa esercitare l’attività commerciale di vendita e somministrazione di beni e servizi chi abbia la tendenza a delinquere e chi abbia riportato una condanna con sentenza passata in giudicato per delitto non colposo. L’obiettivo della legge è quello di offrire al cliente che entri in un esercizio commerciale o che si affidi ad un professionista, l’assicurazione di poter presumere di avere un rapporto all’interno di un ambiente gestito da una persona onesta.
Anche l’esercizio dell’attività di bar e ristorazione è disciplinato con severità. Le garanzie per il cittadino sono blindate: chi voglia aprire un esercizio commerciale di questo tipo deve rivolgersi al Comune che verifica la sussistenza dei requisiti morali e professionali. Anche per gli aspiranti esercenti nel settore della ristorazione occorre il possesso di requisiti personali che escludono senza eccezioni chi sia stato già condannato con sentenza passata in giudicato per delitto non colposo e per ricettazione, riciclaggio, insolvenza, bancarotta, usura, rapina, estorsione, delitti contro la persona. Insomma anche in questo caso quando si va a prendere un caffè si è tranquilli di entrare in un locale rispettabile.
La stessa cosa vale se avete bisogno di valori bollati o di sigarette. Potete stare certi che la identica certificazione con l’aggiunta di quella antimafia è obbligatoria per l’esercente che inalberi l’insegna con la T maiuscola ottenuta con una apposita licenza onerosa.
Nel campo delle opere pubbliche l’art. 38 del codice degli appalti pretende che l’imprenditore sia persona moralmente accettabile con cui sia possibile trattare senza rischiare di trovarsi in casa mafiosi, delinquenti, evasori fiscali, o in generale dei condannati. L’imprenditore deve dichiarare il proprio curriculum giudiziario “ab initio”, compresi eventuali patteggiamenti o decreti penali di condanna a sanzioni amministrative per fatti bagatellari, emessi senza processo e non annotati nel casellario giudiziale. Il curriculum giudiziario di una vita è dunque la fonte della “moralità professionale”.
Di fronte a maglie così strette, di norme così stringenti che escludono da appalti, subappalti e forniture di servizi, chi non valichi la linea rossa al di là della quale c’è l’area del reato, è lecito domandarsi  come sia possibile la continua scoperta di fatti corruttivi nel campo degli appalti pubblici. E’ possibile che risponda il Magistrato Cantone.
Entriamo nel raggio delle attività che hanno il loro riflesso direttamente sui cittadini, cioè nel pubblico impiego. Non può avervi accesso chi sia escluso dall'elettorato politico attivo, nonché chi sia decaduto o sia stato destituito o dispensato dall'impiego.
Se poi si tratta di accesso in uffici delicati come la Presidenza del Consiglio, la polizia di Stato, la giustizia ordinaria e speciale e in genere gli uffici che esercitano istituzionalmente funzioni di protezione diplomatica degli interessi nazionali e di difesa dello Stato, la richiesta di una condotta civile morale e politica "illibata" è perentoria e legata alla certificazione del requisito della buona condotta.
A questo punto il lettore tirerà un sospiro di sollievo ritenendosi abbastanza tutelato ed invece non sa che proprio al centro del potere, nel parlamento c’è la più alta percentuale di indagati, di rinviati a giudizio, di condannati, di qualsiasi altra categoria professionale. Tutti i politici urlano e strepitano nelle trasmissioni televisive della sera, diventate dei veri pollai, contro la semplificazione che li vorrebbe tutti eguali, ma nessuno che possa dire che la selezione della classe dirigente del proprio partito avvenga attraverso la lente dell’onestà, dell’illibatezza dei candidati (si chiamano così perché a Roma si presentavano al Foro con una veste candida, sinonimo del  rispetto della legge, per essere riconosciuti e votati). Solo il M5S ha fatto la selezione attraverso il filtro giudiziario.
Chi sia curioso, e voglia consultare l’elenco dei nostri uomini politici con i conti in rosso nei confronti della giustizia, non ha che da collegarsi con il sito, che viene costantemente aggiornato, http://www.lincredibileparlamentoitaliano.yolasite.com/; vi troverà un allucinante elenco di personaggi dei partiti storici (deputati e senatori con tanto di foto segnaletica e di riassunto giudiziario) sui quali gli organi di informazione mantengono un aurea di pubblica onorabilità come persone al di sopra di ogni sospetto. E invece!
Si dirà, sì ma adesso con Renzi e l’Italia che cambia verso, con il PD che ha una schiacciante maggioranza, le cose miglioreranno; non per niente sono in discussione in parlamento la riforma costituzionale  e la riforma della legge elettorale. Dopo di che si riparte alla grande. Chiacchiere. Pura fuffa.
Quel gruppo di deputati scatenati del M5S, giudicato dai conservatori benpensanti e dagli ignoranti vittime della propaganda di regime, come una banda di ragazzacci incapace di costruire, aveva suggerito di cancellare i vitalizi tout court, poi in seconda battuta di congelare la retribuzione parlamentare per quanti sono in attesa di giudizio, poi infine di sospenderla (o di cancellare il vitalizio) per quelli che sono in carcere o agli arresti domiciliari (Cuffaro, Dell’Utri, Galan, Genovese, Cosentino, Lusi, ecc.). Risultato? Zero. La casta si è chiusa a riccio ed ha fatto muro: destra, sinistra, centro e frattaglie tutti amorevolmente abbracciati nel respingere l’assalto alla Bastiglia.
Solita argomentazione dei diritti acquisiti, come se il privilegio fosse un diritto; ancorché concesso da una legge può sempre essere cancellato o ridotto come è stato fatto dall’oggi al domani per le pensioni dei meno protetti.
Si sperava che nell’ambito della riforma costituzionale del Senato, falsamente sbandierata dal Premier come strumento di risparmio, ci potesse essere una rimodulazione dei criteri di selezione della classe politica. Macché! Il M5S ha presentato alla Camera un emendamento di un rigo e mezzo all’art. 57 della Costituzione che dice testualmente “non possono ricoprire la carica di senatore coloro che sono stati condannati con sentenza definitiva per delitto non colposo”. Magnifico! Finalmente l’Italia poteva togliersi di dosso quella fama antipatica di paese protettore di farabutti con le guarentigie parlamentari! Invece tutto è finito nel macero. I risultati della votazione apparsi vergognosamente sul tabellone sono devastanti per la rispettabilità del paese.
Presenti 448 ; Votanti 445; astenuti 3; Maggioranza 223; Favorevoli 69; Contrari 376. Avete letto bene. Il provvedimento è stato respinto con l’83,9% dei voti, roba da vera cupola, compresi i compagnucci della parrocchietta eletti all’estero (Fedi, Garavini, Nissoli, Picchi, Porta, + Tacconi già espulso dal M5S).
Quindi si può dare torto a quanti urlano “tutti a casa” o si rifiutano di votare per questa classe politica infetta o collusa?
Chi è forte di stomaco scorra l’elenco che segue con i nomi più in vista di quelli che proteggono i condannati ritenendoli meritevoli di sedere in Senato, di quelli senza orgoglio e senza onore che hanno colpevolmente piegato il capo di fronte all’ordine perentorio di scuderia, frutto dell’accordo del Nazareno, della obbedienza assoluta, pena la non ricandidatura.
Se nell’elenco non c’è il nome che cercate, non fatevi illusioni: quel deputato non ha avuto il coraggio che avreste avuto voi di presentarsi e dire si, era semplicemente assente.

Elenco sommario dei deputati che hanno votato per fare entrare in Senato i delinquenti
Per AP: Adornato Fernando (figuriamoci, un politico inchiodato da decenni alla sedia conquistata per la prima volta con i radicali), Bianchi Dorina (una abituata al cambio di casacca), Binetti Paola (che difende a spada tratta l’interpretazione più retrograda e conservatrice della famiglia), De Mita Giuseppe (con quel cognome!),Roccella Eugenia (altra ex radicale da salotto), Saltamartini Barbara (saltatrice anche di fossati politici), Scopelliti Rosanna (in nomen omen, basta la parola);
Per Forza Italia: Bergamini Deborah (da dipendente di Berlusconi in Finivest ne ha viste di cotte e di crude), Bianconi Maurizio (ex cassiere del partito), Brunetta Renato (ex ministro, capo gruppo, editore e direttore del “mattinale” che da la linea ai suoi deputati), Calabria Anna Grazia (eletta per le sue grazie), Capezzone Daniele (ex radicale con una condanna sulle spalle), Garnero Santanchè Daniela (avevate dubbi?), Giammanco Gabriella (un’altra favorita dalle grazie), Longo Piero (avvocato di Berlusconi), Picchi Guglielmo (eletto all’estero), Polverini Renata (ex governatore del Lazio, dimissionaria per le ruberie di vari consiglieri), Prestigiacomo Stefania (ex ministra dell’ambiente, protettrice del suo successore Clini, finito agli arresti), Ravetto Laura (detta l’arrabbiata in tutte le trasmissioni televisive contro il malgoverno), Romano Saverio (ex ministro dell’agricoltura),  Sisto Francesco Paolo (il genio della riforma costituzionale),
Per la Lega Nord: Bossi Umberto (con condanna sulle spalle), Giorgetti Giancarlo (quello della tangente Enimont);
Per gruppo Misto: Tacconi Alessio (espulso dal M5S eletto all’estero)
Per Per l'Italia: Fitzgerald Nissoli (eletta all’estero)
Per Scelta Civica: D’Ambruoso Stefano (ex magistrato, questore della camera, quello del pugno in viso ad una deputata del M5S),Tinagli Irene (professoressa di economia, ma non di legalità), Vezzali Valentina (poliziotta e campionessa di scherma, oltreché di assenze);
Per il PD: Berretta Giuseppe (ex sindacalista, ora sottosegretario), Bindi Rosy (presidente dell’antimafia), Boccuzzi Antonio (ex operaio sopravvissuto all’incendio della Thyssen), Carbone Ernesto (renziano, in attesa di giudizio), Carloni Anna Maria (moglie di Bassolino), Carrozza Maria Chiara (ex ministra), Cuperlo Giovanni (a parole oppositore di Renzi), D’Attorre Alfonso (a parole bersaniano), Fassina Stefano (quello dell’opposizione a Renzi), Fedi Marco (eletto all’estero) Fioroni Giuseppe (buon sangue DC non mente), Garavini Laura (eletta all’estero) Giachetti Roberto (quello dello sciopero della fame per la riforma della legge elettorale porcellum), Gozi Sandro (sottosegretario agli affari europei, bella figura), Gutgeld Itzhak Yoram, (consigliere economico di Renzi) Morani Alessia (new entry dei talk shaw), Oliverio Nicodemo (a processo per bancarotta fraudolente), Orfini Matteo (presidente del PD), Pollastrini Barbara (un’altra inchiodata alla sedia), Porta Fabio (eletto all’estero), Quartapelle Lia (quella che doveva fare la ministra degli esteri), Realacci Ermete (ex esponente ambientalista), Richetti Matteo (indagato per peculato), Scalfarotto Ivan (sottosegretario), Sereni Marina (fino al 2013 vice presidente del PD ed ora vice presidente della Camera), Stumpo Nicola (ex uomo stampa di Bersani), Verini Walter (vice segretario del partito), Zoggia Davide (della segreteria Bersani).

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Inesorabile declino

TORQUATO CARDILLI - Gli ultimi due anni hanno messo a nudo la peggiore Italia delle ruberie e della corruzione, che ora qualcuno vorrebbe addirittura candidare per le Olimpiadi del 2024, cioè tra nove anni un tempo inferiore a quello occorso alla città di Roma per dotarsi di una linea di metropolitana tutt’ora non finita.
Mentre la crisi economica e sociale che l'effimero governo Monti, contrariamente alle promesse, non aveva affatto superato, incideva in modo sempre più profondo su milioni di famiglie, il 2013 si apriva con il naufragio nel Tirreno della nave da crociera Costa Concordia, abbandonata dal suo codardo capitano fuggito come un coniglio, incurante della sorte dei passeggeri che avrebbero perso la vita.
Il 2014 si è chiuso con un altro naufragio, questa volta in Adriatico, del traghetto Norman Atlantic, il cui capitano ha abbandonato la nave per ultimo ma è certamente responsabile di avere imbarcato parecchi clandestini senza controlli e di aver chiuso gli occhi di fronte alle carenze delle dotazioni di sicurezza ed all’impreparazione di un equipaggio raffazzonato.
Tra queste due tragedie italiane del mare, che rappresentano la più cruda e vera fotografia del costante declino del nostro paese, si è snodata una sequela lunghissima di altri naufragi di disperati che hanno perso la vita nella traversata della speranza, mentre si assisteva al disgustoso rimpallo di responsabilità da Roma a Bruxelles e viceversa. C’è stato anche un susseguirsi di alluvioni e di terremoti con il relativo carico di vittime e di rovine economiche su terreni saccheggiati dall’uomo e sono venuti alla luce ripetuti fenomeni di corruzione (Mose, Expo, Mafia capitale, interi consigli regionali inquisiti  ecc.) che non avrebbero mai potuto verificarsi senza la collusione tra i peggiori rappresentanti della delinquenza economica e quelli della politica locale e nazionale aiutati da una burocrazia fellona, abilissima nel manipolare il ginepraio di leggi e regolamenti.
Infine una sequela di errori, di sottovalutazioni, di passi falsi della elite della classe politica interessata solo alla salvaguardia del proprio potere.
Chi era al vertice delle istituzioni, ha assistito per troppi anni a questo orrendo spettacolo senza avvertire il grido urlato da milioni di elettori che desideravano una nuova Italia e si è trincerato nel caduco godimento della propria autoreferenzialità senza sforzarsi di capire la gravità della situazione.
Le elezioni politiche anticipate del febbraio 2013 avrebbero potuto segnare una vera svolta per il paese. Invece chi porta più di tutti la responsabilità della progressiva estensione della cancrena, all’insegna della lotta agli “ismi” (populismo, giustizialismo, disfattismo, pessimismo) o all’antipolitica (che è poi costituita da quella fetta di società che non ne può più) ha fatto ancora una volta la scelta peggiore. Sacrificando, in nome della stabilità nella stagnazione, le possibilità di riscossa del paese, ha rifiutato di considerare che solo il coinvolgimento del M5S avrebbe potuto infondere nella politica italiana una nuova linfa, una scossa elettrica per uscire dal labirinto di corruttela diffusa, di burocrazia ottusa, di sfruttamento criminale dell’ambiente, di palese iniquità sociale e fiscale, di protezione sempre e comunque dei potenti a danno dei più deboli.
Dopo il fallimento del tentativo di Bersani, che avrebbe voluto avere mano libera senza purificare alle radici la classe politica, le sorti del paese sono state affidate a Letta nipote, destinato ad essere inesorabilmente impallinato dalla sua stessa maggioranza. Un altro anno perso inutilmente. Quindi è stato  fatto salire alla ribalta del premierato un altro imbonitore, di parecchio più giovane di quello che aveva tenuto gli italiani per 20 anni inchiodati di fronte alle sue televisioni: gli uomini pronti ad invidiare le sue avventure galanti, le donne a desiderare il successo facile del mondo dello spettacolo. Senza passaggio elettorale, né crisi parlamentare, l’Italia veniva trasformata di fatto in una repubblica presidenziale da colui che aveva giustificato i carri armati sovietici in Ungheria o che aveva sottoscritto la richiesta di impeachment contro Cossiga, o che aveva criticato la presa di posizione contro la corruzione assunta da Berlinguer, o che da ministro dell’Interno aveva taciuto sull’inquinamento della terra dei fuochi.
Il nuovo premier, il più giovane che l’Italia abbia mai avuto dalla fondazione dello Stato unitario, ha dato il via ad un susseguirsi di annunci a raffica con impegni e scadenze farlocche in un mare di prosopopea vuota di contenuti. Con l’abilità del piazzista ha sì comprato i voti al modico prezzo di 80 euro, pagato in fondo dagli stessi beneficiari con l’aumento di tanti altri balzelli, dall’IVA sul pallet ai pedaggi autostradali, ma non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale: le imprese ancora aspettano il saldo dei debiti da parte dello Stato, la disoccupazione è aumentata (siamo al record del 13,4%, contro il 6,5% della Germania e il 7% dell’Olanda), le tasse e le tariffe pure.
Il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, brandito come un’arma poderosa per minacciare i partner e convincerli ad abbandonare l’austerità in favore del superamento del limite del 3% del debito con gli investimenti,  è terminato  senza aver portato a casa alcun risultato tangibile. Ha messo sì a sedere sulla poltrona inutile della politica estera europea l’inconcludente Mogherini, ma non ha risolto il dramma dei due marò che rappresenta uno schiaffo permanente dell’India al prestigio nazionale e la dimostrazione che l’Italia in campo internazionale non conta un fico secco.
Ha continuato nella politica delle spese assurde della difesa spacciando per vinta la guerra in realtà persa in Afghanistan che ci è costata 5 miliardi di euro e la vita di 53 soldati e ben 3.000 feriti. Si dirà che è poca cosa rispetto al costo sostenuto dall’America di oltre 1.000 miliardi di dollari e 3.876 caduti, ma anche in questo caso il peso e il costo dello sforzo militare si misurano in base ai risultati ottenuti, che dopo 13 anni sono stati trascurabili: i Talebani controllano più di metà del paese ed il terrorismo non è stato sconfitto, anzi, come vediamo ogni giorno è diventato una bomba a frammentazione. I geni della strategia politica e militare non hanno ancora capito che l’unica misura di sicurezza valida è quella di abbandonare a se stesso quel mondo ostile.
Ha insolentito l’Europa irridendola sulla riservatezza di una lettera spedita da Juncker a Padoan ed annunciando all’allibito parlamento europeo che d’ora innanzi l’Italia non avrebbe più taciuto su questioni di interesse dei cittadini, però continua a mantenere il segreto più impenetrabile e sospetto sul contenuto del patto scellerato del nazareno del quale, ogni giorno che passa, trapelano per logica deduzione dettagli imbarazzanti.
Sulla scia dei pessimi esempi del passato (Berlusconi con le olgettine, Mastella, Calderoli, Brambilla, La Russa, Polverini, Pinotti) anche Renzi non ha resistito alla golosità pacchiana di utilizzare l’aereo di stato privatamente per andare a sciare con la famiglia. Scoperto e denunciato all’opinione pubblica per questo inutile sperpero di denaro si è autoassolto con la scusa-bufala, passatagli dai solerti caudatari con le stellette, secondo cui la motivazione risiede nel protocollo di sicurezza. Come se Cameron che prende un volo di linea per andare in vacanza fosse un temerario imbecille.
Della spending review disegnata da Cottarelli si è persa ogni traccia, il debito pubblico è aumentato, e la sbandierata promessa di risparmio tagliando provincie e costi della politica si è infranta sugli scogli della realtà.
Ha espropriato il parlamento della sua principale funzione legislativa riducendolo ad un votificio di suoi decreti legati alla questione di fiducia imposta con un maxiemendamento governativo protetto dalla ghigliottina del dibattito, che solo in parte può giustificare l’assenteismo di professione di deputati e senatori certificato da openpolis (99% di assenze per l’avvocato Ghedini e il padrone delle cliniche Angelucci; 91% per l’inquisito Verdini ecc.)
Come tocco finale alla vigilia di Natale ha convocato un consiglio dei ministri per varare un decreto di riforma fiscale sulla base delega estorta al parlamento, appunto con la fiducia. Gli italiani si sarebbero aspettata una qualche novità positiva che potesse ridurre il gravame delle tasse alla luce dell’esigenza costituzionale dell’equità fiscale, ed invece il miracolo di Natale riguardava solo gli evasori e i frodatori del fisco ai quali veniva concessa una franchigia fino al 3% del valore dell’importo tassabile con la depenalizzazione del reato. Nulla di nulla per la gente onesta. Un vero e proprio obbrobrio giuridico che ha cancellato di colpo la condanna definitiva a 4 anni inflitta per frode a Berlusconi nonché la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici. Si rimane increduli e stupiti di fronte a un proposito così truffaldino di condonare evasori e frodatori fiscali in misura proporzionale al reddito, che uccide il buon senso della maggioranza della popolazione sospesa tra rabbia e rassegnazione. E’ inutile e meschino prendersela questa volta con i tecnici.
La commissione guidata dall’ex presidente della Consulta Gallo, insediata al Mef a luglio 2014 aveva consegnato in ottobre il testo scritto della riforma al ministro Padoan senza che ci fosse alcuna menzione del famigerato articolo 19 bis. Il testo era pulito. L’aggiunta truffaldina della buona fede di tutti i ministri è stata fatta la sera del 24 dicembre dopo la conclusione del Consiglio dei Ministri su ordine dello stesso Renzi, impartito all’ex comandante dei vigili di Firenze elevata al rango di capo dell’ufficio legislativo di palazzo Chigi.
Per giorni la caccia alla mano che aveva infilato la norma di soppiatto ha nesso in agitazione tutti finché il premier non se ne è assunta pubblicamente e con tracotanza la paternità; ma a questo punto è caduto dalla padella nella brace perché senza dire una parola sulle reali conseguenze del decreto che aveva già fatto esultare i frequentatori di palazzo Grazioli, ha annunciato che la norma sarebbe stata ritirata e ripresentata il 20 febbraio (per chi ha capacità di intendere, dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato).
E cos’è questo se non un messaggio di tipo malavitoso, classico di mafia capitale, per Berlusconi di non fare storie sull’elezione al Quirinale, che poi si vedrà?.
Purtroppo la disgrazia induce gli uomini in errore facendo loro commettere il peccato della tracotanza figlia della mancanza di misura. E Renzi vi è caduto dentro con tutte le scarpe. Beandosi di continuo dell’adorazione dei cortigiani e del consenso del pubblico, manifestatogli con il 40% alle elezioni europee, ha dimenticato il monito di Einstein secondo cui chi è adorato oggi può essere attaccato e persino crocifisso domani.

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Berlusconi e Alfano candidano il nemico n. 1 degli italiani all’estero

E così Berlusconi e Alfano si sono messi d’accordo per bruciare Martino prima di eleggere Amato.
Antonio Martino, iscritto alla loggia massonica di Messina, è sempre stato nemico giurato del voto degli italiani all’estero. Si battè contro l’approvazione della legge Tremaglia  e presentò un disegno di legge, scritto assieme a Tana de Zulueta, senatrice dei DS-Ulivo, per fare votare solo coloro che sono temporaneamente all’estero perché i veri emigrati non pagano le tasse in Italia. Fu uno dei pochissimi nel centrodestra a votare contro la stessa legge Tremaglia nella votazione decisiva. E Tremaglia gli tolse il saluto.

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Vignette insanguinate

LUCIA ABBALLE - Nel sangue di Parigi annega l’illusione che esista in Europa un angolo immune da attacchi terroristici. Nell’identificazione degli autori dell’attentato alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, torna a materializzarsi l’incubo dei foreign fighters agitato nelle decapitazioni dell’Isis e pronto a mantenere il proposito di portare “la guerra nel cortile delle vostre case”. Il nemico, dunque, è in casa nostra. È una realtà che si presenta apparentemente integrata ai valori occidentali ma che coltiva segretamente, nei sobborghi di periferia, sogni di vendetta verso ciò che è radicalmente diverso dal fanatismo islamico. Non è da escludere che gli autori della strage di Charlie Hebdo siano tornati in Francia dopo un periodo di addestramento e indottrinamento nei teatri di guerra di Siria ed Iraq. E come loro, potrebbero esserci centinaia o migliaia di elementi di altre nazionalità che, pur vivendo quotidianamente nel tessuto sociale della città che li ospita, sono pronti a colpirla nei suoi simboli civili, come la scuola di Tolosa, il museo ebraico a Bruxelles, il caffè di Sidney, il parlamento di Ottawa e la redazione a Parigi. È questa dimensione indecifrabile che ci scorge tragicamente indifesi di fronte ad azioni poste in essere da piccolissime unità di terroristi difficili da scovare ed in grado di infliggere danni devastanti al tessuto delle nostre società.
La difficoltà risiede nel trovare le misure più efficaci da intraprendere per fronteggiare un terrorismo che non arriva da un altro mondo o da un altro Paese ma si annida, come nel caso della Francia, nei territori nazionali e si mimetizza nelle società multietniche e multinazionali. È il fallimento di un sistema di integrazione che, per decenni, si è basato su un confuso senso dell’accoglienza senza filtri che ha avuto il solo effetto di alimentare odio, risentimento, proselitismo e radicalismo religioso. La Francia e l’Europa tutta si sentono improvvisamente più deboli, indifesi ed esposti a derive politiche e chiusure culturali che potrebbero avere conseguenze drammatiche ed esasperare una situazione di per sé già seriamente compromessa. La strage di Charlie Habdo è stato un attacco al nostro stile di vita e alla nostra “società aperta” fondata sulla libertà di espressione, sulla tolleranza, sulla diversità, sulla critica, sull’ironia, sul rifiuto del dottrinarismo autoritario.
Non c’è nulla che riveli maggiormente il tasso di libertà di una società della satira, soprattutto quella dissacrante e politicamente scorretta di cui Charlie Hebdo è portabandiera. È la democrazia il vero bersaglio dei terroristi. È bastata una vignetta a caricare le armi di chi vuole distruggere la civiltà e gli uomini. Quella matita dissacrante e spietata che ha tracciato i contorni di tanti disegni satirici appartiene alla nostra cultura, alla democrazia dei diritti, è l’architrave delle nostre libertà. Non dobbiamo permettere che la matita di chi fa critica sia la lancia spuntata di una cultura che non oppone resistenza alla ferocia. Anzi, mai come in questo momento dobbiamo tornare ad impugnarla senza fare sconti a nessuno.>

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