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Italia

ITALIA IN CANCRENA 5

Inquinamento selvaggio, inceneritori, spazzatura, malattie 
TORQUATO CARDILLI - Da quando il rottamatore è arrivato al potere, l’unica cosa che è stata ridotta in frantumi è stato il buon senso, l’ideale di una società migliore, più equa, più solidale, più coesa nella lotta contro la disoccupazione, la povertà, la corruzione.
Stando alle enunciazioni ed ai fatti ciò che era di sinistra è diventato di destra e ciò che era di destra è diventato di sinistra, dimostrando che non si è trattato in questi anni di un’alternativa tra due opzioni, ma della continuazione della stessa vecchia politica di favori a chi obbedisce e sta zitto, a chi si prostra, a chi elargisce fondi anche se sono proventi del malaffare, e di un  atteggiamento di supina sottomissione ai poteri forti della finanza internazionale al grido di “ce lo chiede l’Europa”.
Non parliamo delle tasse inique, dei soprusi, dei privilegi anacronistici, delle diseguaglianze che si approfondiscono, ma della vita della gente, compromessa giorno per giorno solo perché il governo non ha il coraggio di attaccare il vero marciume. Si ripetono così gli stessi errori lontani da una politica sana. Si delira di petrolio e di trivelle, nel momento in cui il costo del greggio è precipitato ad un terzo di quello che era appena cinque anni fa, pensando ancora in modo malato, stile anni ’60, come se vivessimo  tutt’ora nell’epoca di La Pira (spesso evocato) e Mattei, anziché proiettarci nel futuro dei prossimi venti anni.
L’Italia in mano a questi signori che scommettono di risanare le finanze trivellando il paese in lungo e in largo può solo piangere per la vita in pericolo delle sue persone e per il definitivo decadimento della nazione.
Negli ultimi tempi abbiamo avuto dei ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare l’uno peggiore dell’altro, che hanno curato solo il proprio ambiente, quello dei loro personali interessi. Per restare all’ultimo decennio i nomi di Matteoli (inquisito), Pecoraro (inquisito), Prestigiacomo, Clini (arrestato), Orlando, Galletti sono quelli che sostenevano le centrali nucleari e che approvano ora la necessità della trivellazione di tutta l’Italia e che sostengono la politica suicida dell’incenerimento dei rifiuti. Persone che, lontane dalle difficoltà della gente comune, vivono in un ambiente dorato di giardini in fiore, di piscine sempre pulite, di quartieri eleganti con la spazzatura portata via giornalmente, riveriti da laudatores e lacchè vari, da amici banchieri, da petrolieri, da lobbisti che non sanno cosa voglia dire avere il mercurio dentro, respirare idrogeno solforato, partorire bambini deformi o che nati sani muoiono per cancro in tenera età, dover emigrare dalle regioni più povere d’Italia in cerca di fortuna.
Come se non ci bastassero i metanodotti dall'Algeria e dalla Libia, il corridoio Sud dell'Adriatico, i rigassificatori, le raffinerie, il raddoppio delle estrazioni di idrocarburi, il Ministero dell’ambiente rinnegando lo scopo del proprio esistere si è fatto cedevole alle lusinghe dei petrolieri desiderosi di mettere le mani sull’oro lasciandone il nero, il colore della morte, alla futura generazione.
La cosa più facile e redditizia è fare soldi a spese dell’ambiente che sembra sopportare tutto senza reclamare dall’avvelenamento dell’acqua a quello dell’aria, salvo poi vedersi presentare il conto a distanza di anni, un conto salato dalle amare conseguenze. Quanto è accaduto nella terra dei fuochi con i verbali dell’apposita commissione parlamentare secretati, conosciuti dai politici è stato volutamente sottaciuto, ignorato, negato.
Il tempo futuro non si declina ripercorrendo ottusamente la strada della distruzione dell’ambiente, ma sviluppando ricerca e programmi di formazione del lavoro nell'industria verde, nelle energie rinnovabili, nelle nanotecnologie, biotecnologie, tecnologie avanzate.
Il triste primato dei reati contro l’ambiente spetta alla Puglia, seguita da Campania, Lazio e Calabria anche se la Liguria e la Lombardia non sono da meno in quanto a corruzione, ed è incomprensibile la recente decisione governativa di smembrare il Corpo Forestale dello Stato per inglobarlo in un’altra forza di polizia. Se un corpo lavora male, bisogna farlo lavorare meglio, riorganizzarlo in modo efficiente, depurarlo delle tossine e non immetterlo come un virus in un altro corpo sano.
A Taranto dopo 50 anni di industrializzazione selvaggia, di depauperizzazione del patrimonio nazionale a favore di speculatori senza vergogna, di sfruttatori che hanno sempre brandito l’arma del ricatto delle migliaia di posti di lavoro senza protezione ambientale, senza controlli, anzi negandoli o addomesticandoli in modo truffaldino d’intesa con la politica, la gente muore per tumore con piombo nell’urina.
A conferma di quanto sia pericoloso trattare di rifiuti, di violazioni ambientali e dei relativi interessi in gioco, nei quali la commistione tra politica, camorra e imprenditoria ha ormai creato uno “stato” alternativo, dagli introiti sempre più remunerativi basta ricordare che il PM della Procura di Napoli Federico Bisceglia è morto in un incidente stradale lungo l’A3 Salerno-Reggio Calabria, nei pressi di Castrovillari (Cosenza). La sua auto è finita inspiegabilmente contro le barriere laterali in un tratto rettilineo, non interessato da cantieri di lavori di ammodernamento, e dopo alcuni testa coda è finita fuori strada. Chi era Bisceglia? Era uno stimato magistrato impegnato in diversi filoni di indagine legati ai rifiuti e alle violazioni ambientali, dalle vicende riguardanti la Terra dei Fuochi ai rifiuti tossici agli sversamenti di liquami nel mare di Capri. Come se avesse avuto una macabra premonizione aveva quasi preannunciato la sua possibile morte in alcuni incontri avuti con gli studenti della città ai quali aveva illustrato la particolare pericolosità dei reati ambientali e delle conseguenze sulla crescita civile nonché per chi aveva intenzione di opporvisi come se si trattasse di fili ad alta tensione con pericolo di restare fulminati.
Per gli inquirenti nessun dubbio sulla dinamica accidentale dell’incidente, che non ha avuto testimoni.
Mah!
La buona politica e il sistema di controlli severi ed efficaci sono il miglior antidoto per debellare le ecomafie, ma il governo del rottamatore, che è andato al potere cavalcando la speranza di un futuro migliore, cosa fa? La stessa politica del governo che l’ha preceduto: si è messo in rotta di collisione con la magistratura per ordinare la riapertura della fabbrica dei tumori in cui gli operati sono inconsapevolmente utilizzati come distributori di morte, mentre il costo del ripristino ambientale viene posto a carico della collettività.
Mentre il Papa, ispirandosi al cantico delle creature, lancia l’enciclica (Laudato si’) in favore della protezione della natura, il Governo con un velenoso blitz di Ferragosto, quando la gente sta al mare, approva il decreto attuativo dell’art. 35 dello “sblocca Italia” che manda letteralmente in fumo l’ambiente, l’economia, la salute, il processo economico del riciclo secondo le normative europee.
Il ministro Galletti, con relativa schiera di tecnici, proni alla lobby dell'incenerimento e alla Confindustria, impone la riduzione del riciclo totale dei rifiuti per favorire la costruzione di 12 nuovi inutili e costosissimi inceneritori. Ribaltando le gerarchie europee sulla gestione dei rifiuti, e attingendo a piene mani dal piano proposto nel 2008 da Confindustria sotto il Governo Berlusconi, ha riscoperto, contro ogni logica, la teoria che l'incenerimento è primario, è strategico, è preferibile alla riduzione dei rifiuti, alla raccolta differenziata ed al recupero della materia riutilizzabile.
Tanto il ministro Galletti quanto il Governo sono l'ossimoro dell'ambiente, non sanno che dal recupero di materia si possono generare 195 mila posti di lavoro, fingono di non sapere che le diossine e gli inceneritori uccidono e mandano in fumo miliardi di euro di denaro pubblico, né si pongono la domanda su chi pagherà le ennesime inevitabili multe che ci saranno inflitte dall’Europa per queste infrazioni.
Tutto questo avviene mentre la Commissione Europea, nella bozza di proposta al Parlamento Europeo di modifica delle direttive sui rifiuti vuole sottrarre del tutto l'incenerimento dal calcolo del recupero energetico e si pone l’obiettivo del riciclo totale della materia, applicando finalmente una visione circolare dell'economia.
Solo adesso si capisce perché un uomo chiave della lobby dell'industria dell'incenerimento come Colucci di Kinexia (che ha annunciato la fusione tra la sua impresa, il gruppo del settore rifiuti Biancamano-Pizzimbone, caro a Dell'Utri, e le cooprosse Manutencoop) fosse presente alle cene di finanziamento del premier, apprezzate da altri frequentatori incarcerati come Odevaine e Buzzi, anche loro interessati alle creste sui rifiuti.
Per legittimare la costruzioni di 12 nuovi inceneritori, che sono né più né meno dei cancro distributori, il Governo si inventa inesistenti paletti di vincoli europei nel calcolo del fabbisogno nazionale di energia non da idrocarburi e impone di bruciare con i rifiuti i soldi pubblici, cioè dei cittadini, la salute della gente e l’economia virtuosa.
Quali sono questi paletti?
1) La raccolta differenziata non può superare il 65%, mentre ci sono già delle realtà virtuose che hanno superato il 70% a livello regionale (Veneto) ed a livello cittadino addirittura l’80% come a Parma ed altri centri medi;
2) l’indifferenziato deve essere necessariamente bruciato; ma la politica europea dice esattamente l’opposto considerando l' incenerimento sempre più marginale;
3) gli impianti di pretrattamento riusciranno a trasformare in combustibile il 65% dell'indifferenziato, cosa questa non vera né dimostrabile;
4) l'indifferenziato non può essere recuperato in materia, mentre è provato dal modello della fabbrica dei materiali, caldeggiato a livello comunale anche da assessori del PD, che l’affermazione è falsa.
E’ in questo contesto che si inserisce la cosiddetta guerra dei rifiuti. Negli ultimi 12 mesi ben 26 impianti di riciclo, compostaggio, trattamento meccanico, selezione, depositi e discariche di rifiuti sono andati a fuoco (vedi elenco), ma gli organi di informazione non ne hanno parlato o al massimo ne hanno fatto cenno in un rigo di cronaca, presto sommersa dai battibecchi inutili sul job act o sulla riforma del Senato.
Esiste un nesso che lega questi incendi oppure si tratta di semplici incidenti di una perfida fatalità? Una verifica è obbligatoria dopo l'approvazione del decreto dei 12 nuovi inceneritori a discapito del riciclo, del compostaggio, del trattamento e del recupero, dato che da anni la lobby delle discariche e degli inceneritori e le ecomafie giocano una sporchissima guerra sui rifiuti, senza esclusione di colpi, per sporchi interessi pur di percorrere la strada della combustione o del delinquenziale seppellimento.

IMPIANTI DI RICICLO, COMPOSTAGGIO E TRATTAMENTO A FREDDO DANNEGGIATI DA INCENDI IN UN ANNO

  • 28 luglio 2014: Albairate (MI), incendio degli impianti di compostaggio della ditta che aveva vinto la gestione dell'appalto gestione rifiuti per Expo;
  • 18 marzo 2015: Torino, incendio al deposito di smaltimento di rifiuti elettronici della ditta TRANSISTOR srl, facente parte della galassia di Libera, sottratta alla mafia;
  • 18 marzo 2015: Torino, incendio al deposito di smaltimento di rifiuti elettronici della ditta TRANSISTOR srl, facente parte della galassia di Libera, sottratta alla mafia;
  • 12 aprile 2015: Vinovo (TO), incendio doloso alla FARID INDUSTRIE spa;
  • 24 aprile 2015: Collegno (TO), incendio alla AMIAT ex PUBLIREC;
  • 28 maggio 2015: Pontedera (PI), incendio doloso all’impianto Mansider con 70.000 pneumatici;
  • 2 giugno 2015: Perugia, incendio all'area di stoccaggio e riciclo del legno dell'impianto della Genesu;
  • 2 giugno 2015: Roma, incendio all'impianto di trattamento meccanico biologico di Ama Spa;
  • 4 giugno 2015: La Loggia (TO), incendio alla CMT;
  • 5 Giugno 2015: Este (PD) incendio nell'impianto di compostaggio Sesa uno dei più grandi d'Italia;
  • 8 giugno 2015: Cornocchio di Parma (PR), incendio al deposito di rifiuti urbani Iren;
  • 29 giugno 2015: Chieti, incendio della discarica collegata alla gestione dei rifiuti della Campania; distrutti con i rifiuti anche i documenti (mai sequestrati) sulle inchieste della Terra dei Fuochi e sull'inceneritore di Acerra;
  • 10 luglio 2015: Cosmari (MC), rogo nell’impianto di materie plastiche;
  • 10 luglio 2015: Limbiate (MI), incendio doloso dell’impianto di trattamento rifiuti;
  • 13 luglio 2015: Marianna Mantovana (MN), rogo nell'area di stoccaggio della discarica;
  • 13 luglio 2015: Fossano (CN), incendio alla ROSSO srl di materiale destinato allo smaltimento;
  • 13 luglio 2015: Settimo Torinese (TO), incendio al deposito di materiale plastico.
  • 15 luglio 2015: Novate (MI), rogo all’impianto Rieco di riciclo di rifiuti industriali e carta da macero;
  • 15 luglio 2015: Rebecchetto (MI), incendio all'impianto della DPC di stoccaggio di prodotti chimici;
  • 18 luglio 2015: Montoro (TR), incendio alla Green Asm;
  • 20 luglio 2015: Carignano (TO), incendio del deposito del consorzio per i rifiuti COVAR;
  • 2 agosto 2015: Aviano (PN), incendiato per la seconda volta l' impianto di riciclo di plastica Snua; a Giugliano (NA), incendio di 4 discariche su 5 gestite dal Commissario; in ballo ci sono le bonifiche dei terreni inquinati della Terra dei Fuochi;
  • 9 agosto 2015: Gaggio Montano (BO), incendio alla discarica Cosea.
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L’ITALIA IN CANCRENA 4

Mafia capitale, funerale di un boss o della democrazia? 
TORQUATO CARDILLI - Uno straniero che fosse capitato a Roma il 20 agosto 2015, nei pressi della chiesa di Don Bosco (povero Santo, a 200 anni dalla nascita doveva subire questo affronto!) nel quartiere Tuscolano, a poche centinaia di metri da Cinecittà e dall’aeroporto militare di Ciampino, avrebbe creduto di assistere dal vivo alle riprese cinematografiche di un film di malavita.
Lo scenario era perfetto anche se si trattava del quartiere più popoloso di Roma e non di Corleone, con tutti gli ingredienti scenografici del caso: la banda sul sagrato che intonava la colonna sonora del padrino, 2001 odissea nello spazio e My way, i manifesti che inneggiavano sin dentro la chiesa alla conquista del paradiso dopo aver dominato Roma da parte del defunto, ritratto tutto vestito di bianco con la croce al collo come il papa, il carro funebre con fregi barocchi d’oro con un tiro da sei cavalli neri con pennacchio e palafrenieri fatto venire appositamente da Napoli, un corteo di Suv preceduto da una Rolls Royce con una trentina di corone di fiori, l’elicottero che dall’alto benedice le spoglie lanciandovi sopra ceste di petali di rose rosse come nella processione del Corpus Domini, il feretro che esce dalla chiesa portato a spalla, anzi sollevato in alto perché sia visto da tutti, tra due ali di folla pezzente e plaudente, segno questo di un esteso consenso, più che di una messa in scena, che conferma la profondità delle radici mafiose a Roma che ormai hanno avviluppato il tessuto politico, amministrativo, sociale.
L’ignaro turista non può sapere la verità. E come potrebbe conoscerla se questo è il paese dove le menzogne sono spacciate per verità da un parlamento di incapaci (Ruby nipote di Mubarak) e dove tutto avviene all’insaputa di chi dovrebbe sapere? Forse abbiamo dimenticato che la casa di Scajola di fronte al Colosseo è stata pagata da altri a sua insaputa o che la moglie del dissidente Kazako è stata sequestrata a Ostia ad insaputa del Ministro dell’interno Alfano da agenti stranieri che scorrazzavano dal Viminale all’aeroporto? Lo stesso ministro non è quello che ha negato in parlamento di essere a conoscenza della trattativa tra agenti di sicurezza e Jenny la carogna allo Stadio di Roma vista da tutti in TV?
Come farebbe l’ignaro turista a sospettare che si tratta di scene vere se la verità è ignota non solo al Ministro dell’interno ma anche al Sindaco, al Questore, al Prefetto? E chi è tenuto a vegliare sulla sicurezza nazionale, sulla protezione dal cielo dov’era mentre un elicottero privato sorvolava Roma senza piano di volo e ad un’altezza radente non consentita? E chi ha dato i permessi a tre congiunti del defunto di poter lasciare gli arresti domiciliari per partecipare alla funzione?
Insomma un vero paese allo sfascio. Nessuno sa niente, nemmeno il parroco che, credendo appunto in una finzione scenica (ma i soldi che ha ricevuto però sono veri), da perfetto Don Abbondio ha obbedito ai bravi che gli hanno intimato le esequie ignorando il comandamento del Papa di non ammettere in chiesa gli scomunicati.
Ma chi è stato onorato di un tale funerale degno di un capo di Stato, con tanto di servizio d’ordine di vigili urbani e polizia, non certo presentatisi lì in forze spontaneamente, per regolare il traffico di auto fuori serie Lamborghini, Ferrari, Maserati?
Il caro estinto era Vittorio Casamonica.
Come, non lo conoscete neppure voi? Ed allora domandatelo a chi nelle stanze del potere lo ha frequentato direttamente o per interposta persona. Come? Non avete visto la fotografia che gira in rete del solito pranzo di chi mangia con i nostri soldi? Attorno al tavolo di quell’agape svoltasi al centro per rifugiati Baobab c’erano tutti, il sindaco Alemanno del PdL, che suggellava con Casamonica la conclusione della vertenza sulla manutenzione del verde in città (chi si è mai accorto che in cambio dei soldi nostri sono mai state pulite le aiuole di Roma?), Marroni padre garante dei detenuti, la Belviso del PdL, vice sindaco di Alemanno, Tredicine del PdL responsabile delle politiche sociali boss dei baracchini, Marroni figlio deputato del PD, Ozzimo del PD assessore alla casa nella giunta Marino ora detenuto, Buzzi capo della cooperativa 29 giugno ora detenuto, Panzironi AD di Ama arrestato, Poletti del PD, ministro del Lavoro, Luciano Casamonica boss del clan dei Rom, pluripregiudicato.
Forse che le esequie del capo dei clan di nomadi di Roma, da 30 anni protagonista delle cronache della città dalla banda della Magliana a Mafia Capitale poteva avvenire all’insaputa di tutti?
Dunque perché meravigliarsi di questo ennesimo sfregio, di questa pacchiana ostentazione di potere mafioso, messaggio fortissimo trasmesso da tutti i social network per far riconoscere da chiunque in quell’ambiente la propria supremazia?
Con quale faccia tosta il Vicariato di Roma esprime ora imbarazzo di fronte a questa profanazione del rito che fu negato proprio nella stessa chiesa, seppellendo la carità cristiana, al povero Welby morto come un reietto, dopo anni di sofferenze, senza che avesse mai offeso la religione, senza che avesse mai violato una legge dello Stato, senza che avesse mai nuociuto alla società?
Come fa il parroco a sostenere di non sapere chi fosse il defunto se i manifesti erano stati affissi il giorno prima delle esequie, subito dopo gli accordi presi con i familiari? Qui non è in discussione il diritto della famiglia di celebrare i funerali di un suo componente; si tratta della insopportabile ennesima strumentalizzazione di una religiosità di facciata, tanto cara ai boss mafiosi, con la complicità del parroco di turno, necessaria a rafforzare pubblicamente il prestigio e il potere criminale di uno scomunicato.
E con quale coraggio la presidente dell’antimafia Rosy Bindi del PD si dichiara allarmata arrivando a chiedere le dovute indagini sui vari passaggi burocratici delle autorizzazioni, come se nei faldoni esaminati in Parlamento non fosse stato mai menzionato il nome di Casamonica?
Come fa il commissario del Pd a Roma Orfini, quello che avrebbe dovuto fare pulizia da parecchi mesi dopo lo scoppio dello scandalo di mafia capitale a dire che una cosa del genere non dovrà mai più accadere?
Né può destare meraviglia il fatto che il Prefetto di Roma Gabrielli, quello che ha già consegnato la relazione sulla mafia nella città al Ministro dell’Interno Alfano che la tiene gelosamente nel cassetto, dichiari in un comunicato che la Prefettura non aveva contezza della cosa. Avete capito? Ripeto: La Prefettura non aveva contezza. Il Prefetto si nasconde nel burocratese, ammette un difetto di comunicazione e si riserva di decidere dopo che gli uffici avranno relazionato sul caso. Stiamo freschi!
Chi deve tenere sotto controllo i mafiosi, i pregiudicati, quelli agli arresti domiciliari? E la Questura,  il Campidoglio, il Viminale, Palazzo Chigi? Nessuno fiata su una questione che richiederebbe come minimo le dimissioni del Ministro dell’Interno, di quello della Difesa, di quello della Giustizia, dei Comandanti delle forze di sicurezza per la grave dimostrazione di inefficienza, se non vogliamo parlare di sciatteria collusiva, nel farsi sorvolare da un velivolo senza nessun permesso. Roba che se lo vengono a sapere quelli dell’Isis ci riducono in polvere.
A questo punto il rituale degli annunci delle interrogazioni parlamentari avanzate da vari componenti della maggioranza di governo fanno semplicemente ridere; come se bastassero a zittire il moto di sdegno di un intero paese e a soffocare lo tsunami di vergogna che ci sommerge per il fatto che quelle scene siano apparse in tutte le televisioni e i giornali del mondo!

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IMMIGRAZIONE: CHIESA E STATO A CONFRONTO

LUCIA ABBALLE - I severi giudizi che monsignor Nunzio Galatino ha riservato agli esponenti politici sul tema dell’accoglienza agli immigrati, sembrano aver abbandonato quel senso della misura che distingue un Uomo di Chiesa dal mondo politico, soggetto alla mistificazione e alla provocazione. Ci si aspetta che la realtà, spesso rivista e stravolta da teorie politiche, rispecchi fedelmente lo stato delle cose soprattutto quando a fotografarla sono gli occhi di chi è chiamato, per vocazione e giuramento, a non dire falsa testimonianza, rifuggendo da giudizi affrettati basati su un’ispirazione spirituale che punta alla redenzione delle coscienze. Obiettivo, quest’ultimo, di nobile caratura ma scarsamente supportato da una lettura attenta delle posizioni politiche in tema di immigrazione: la discussione intorno agli extracomunitari non riguarda coloro che vengono in Italia, lavorano regolarmente e rispettano le nostre leggi; ma riguarda i clandestini che, una volta sbarcati, non si integrano e l’unico modo di relazionarsi alla nostra società è quello di delinquere, di usufruire di tutti i servizi a spese degli italiani. Questi politici chiedono misura e discernimento nell’accogliere 200mila migranti l’anno. E non credo che questo atteggiamento interferisca con l’essere cristiano ma riguarda il nodo della sovranità e dell’identità delle Nazioni, tema molto caro alla Chiesa che, attraverso le norme sulla “cittadinanza, la residenza e l’accesso” in vigore nello Stato della Città del Vaticano, difende severamente i confini del proprio territorio. Pretendere di vedere spalancate le porte della Nazione e chiudere con doppia mandata le proprie, fa parte di un antico modo di predicare bene e razzolare male che ha portato, nel corso degli anni, ad un profondo scollamento della Chiesa dalla società civile. Quando un fenomeno di questa portata investe il nostro Paese mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini soprattutto alla luce delle minacce dell’Isis di colpire Roma, non sono le parole né le preghiere a dare la soluzione, bensì servono i fatti, quelli che fanno la differenza e mettono in moto il vero cambiamento. Credo che sia apprezzabile vedere la Chiesa interessarsi alle dinamiche sociali ma, prima di sparare a zero su alcuni esponenti politici, definiti “piazzisti da quattro soldi, che pur di prendere voti, dicono cose straordinariamente insulse”, è necessario recuperare un po’ di credibilità minata dalle recenti trascrizioni pubblicate dalle indagini di Mafia Capitale a Roma in cui risulta chiaro un coinvolgimento delle cooperative bianche e cattoliche nella spartizione di denaro nella gestione dei migranti. Pertanto, prima di additare il mondo politico italiano come “assassino” nel caso in cui respinga i migranti, la Chiesa dovrebbe interrogare la propria coscienza e volgere lo sguardo a quella parte di Europa in cui i Paesi e i Governi con sensibilità diverse, come Ungheria e Germania, hanno stretto le viti dell’accoglienza, ampliando la rete dei cosiddetti “Paesi sicuri” da cui transita il flusso, come Serbia e Macedonia, e dichiarando sin da ora, che i migranti che raggiungono le loro frontiere saranno riaccompagnati in quei Paesi di precedente transito. Ciò non esime lo Stato italiano dal prendersi le proprie responsabilità, registrando su questa materia molti limiti, come quello di demandare ai Comuni e a Enti Locali la sistemazione di un numero sempre più elevato di migranti, dopo aver assolto ai doveri di salvarli in mare, perché non si è dotato mai di un efficace e trasparente sistema di gestione nazionale del fenomeno.
In un momento storico particolarmente delicato, come questo che stiamo vivendo, l’appello alla prudenza risulta essere assolutamente necessario. Non voglio invocare il ritorno ad un’antica e rigida formula di divisione dei poteri quando affermo che in questo momento risulta funzionale alla risoluzione del problema immigrazione dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, ma manifestare sentimenti “antistatali” quando in nome dell’accoglienza si mette a rischio la sicurezza di un intero Paese, risulta essere semplicistico ed inopportuno. Gli uomini di Chiesa Chiesa recuperino quel senso della misura capace di placare esacerbate suscettibilità e inviti i suoi rappresentanti a non dimenticare la missione che sono chiamati a svolgere e, magari, a recitare qualche atto di dolore in più.

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ITALIA IN CANCRENA 3

Scavi inagibili, musei in appalto, direttori stranieri e strafalcioni dominanti 
TORQUATO CARDILLI - L’Italia si vanta, a torto, per la vanagloria smisurata del premier di turno, di essere il settimo o addirittura il sesto paese industrializzato del mondo, ma grazie ai suoi 28 secoli di storia è certamente la prima potenza culturale del pianeta, come attesta la classifica dell’Unesco per numero dei siti patrimonio dell’umanità.
La tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione è una prescrizione scolpita nella Costituzione (Art. 9) e moltissimi italiani pensano che l’Italia potrebbe vivere e prosperare solo grazie al turismo culturale se questo fosse ritenuto prioritario dal Governo (altro che caccia F35, o spedizioni a perdere in Afghanistan!) e gestito da patrioti, cioè da persone non solo intelligenti e capaci ma che mettono al primo posto l’interesse nazionale.
Il Ministero dei beni culturali invece, pur avendo il copy right dello slogan “la cultura è il petrolio dell’Italia”, non disdegna di sprecare quei pochi soldi a disposizione sovvenzionando a pioggia, inutilmente, fondazioni superflue o che hanno fatto il loro tempo come l’Istituto Luigi Sturzo (a favore dell’ex ministro Giovannini), la fondazione Gramsci (dei vari Fassino e Sposetti) che ricevono più dell’Accademia della Crusca, la fondazione Bettino Craxi (a favore della figlia Stefania), la fondazione Ugo La Malfa (a favore del figlio Giorgio), la fondazione De Gasperi (del ministro Alfano! Chi l’avrebbe mai detto!), la Magna Carta (gestita da Quagliariello!), Ansaldo (che fa capo a Finmeccanica), e via di questo passo.
In un paese che destina alla cultura un terzo dei fondi impiegati dalla Francia, quasi quanto la Danimarca che ha un quarto dei nostri abitanti e meno di un decimo di patrimonio artistico, e appena poco più della Grecia, c’è da mettersi le mani nei capelli. Negli ultimi dieci anni il bilancio del Ministero dei beni culturali si è quasi dimezzato (0,19% del bilancio dello Stato) tanto che in rete circola la seguente battuta molto amara tra due cittadini in cui il primo dice al secondo:‘…lo sai che il 60% dei beni culturali del mondo è in Italia?” l’altro risponde: “e il resto?” replica il primo: “ah, non ti preoccupare, il resto è in salvo”.
La moneta italiana da 5 centesimi di euro raffigura il monumento più conosciuto al mondo, più famoso delle Piramidi, della Sfinge, della tour Eiffel, ecc. E’ l’anfiteatro Flavio, detto Colosseo,  il più grande e antico anfiteatro della terra, situato nel centro di Roma, dalla capacità di 75.000 spettatori, la cui costruzione, iniziata da Vespasiano che volle restituire al pubblico quell’area espropriata a fini privati da Nerone, fu proseguita da Tito e ultimata da Domiziano, come simbolo della città imperiale.
Con la sua forma ellittica (527 metri di perimetro, un’arena di oltre 3.300 metri quadrati, un’altezza di 48,5 metri ora ridotta rispetto ai 52 metri originari) è talmente colossale che il Presidente Obama, con il notorio buon gusto yankee, lo ha definito con stupore più grande di uno stadio di baseball.
Se il governo decidesse di dedicargli le cure che merita sarebbe un investimento non solo per il prestigio del paese, ma anche per imponenti ritorni economici. E invece pur essendo il nostro monumento più visitato con quasi 5 milioni di ingressi all’anno, l’Erario che sopporta tutti i costi di gestione, restauro e manutenzione con fondi insufficienti, ne ricava un incasso da miseria.
Ci ha pensato con un’operazione pubblicitaria di marketing della Valle che, sostituendosi allo Stato, ha messo a disposizione i capitali necessari (oltre 20 milioni) per il restauro delle facciate nord e sud in cambio dell’esclusiva sull’immagine del monumento per 15 anni con l’uso non replicabile da nessun altro del marchio.
A queste condizioni il Colosseo è regalato, e l’operazione ha innescato una gara negli affari: le sorelle Fendi sono pronte a mettere a disposizione 2 milioni di euro per la Fontana di Trevi e 180.000 euro per il complesso delle Quattro Fontane.
Il PD, che è diventato il partito della provvidenza divina, come ha dimostrato il caso Azzollini, padre padrone della Divina Provvidenza, ha capito che oltre all’immigrazione ed alla spazzatura si può sfruttare anche il filone culturale per battere cassa e per questo propone una legge di defiscalizzazione per i privati che investano nei beni culturali. Al neo mecenatismo peloso non basta più mettere le mani sui monumenti, vuole anche gli incentivi per aumentare i propri utili e portafogli.
Vengono i brividi se si pensa come i nostri siti archeologici sono abbandonati all’incuria per la mancanza di programmi di ordinaria manutenzione, di semplici interventi che non fanno notizia ma che sono utilissimi come la costante pulizia per impedire alle piante ed alle erbe infestanti di sgretolare con le loro radici le antiche mura che hanno resistito agli assalti dei vandali ed alle devastazioni barbariche. Per rendersene conto basta fare un giretto intorno alle mura di Roma sbriciolate in più punti e a rischio di crollo.
La trasmissione Report ha sottolineato nella scandalosa rinuncia dello Stato di avvalersi della importantissima risorsa degli incassi, devoluti alla esternalizzazione dei servizi aggiuntivi, la vera criticità del sistema dei beni culturali. E’ stata una scellerata politica di privatizzazione all’italiana quella di affidare la gestione delle biglietterie e dei punti vendita di audiovisivi, cataloghi e libri dei siti archeologici ai privati, cui va l’80% degli incassi, al netto dell’onere della gestione, del personale, della manutenzione, del restauro.
Le convenzioni dei servizi aggiuntivi sono scadute da diversi anni; ma invece di fare una nuova gara pubblica o di ripensare alla riorganizzazione sono state prorogate. E chi era fino a qualche mese fa il direttore generale per la valorizzazione del patrimonio del Ministero dei beni culturali? Anna Maria Buzzi. Toh! la sorella di Salvatore Buzzi, il capo della Coop 29 giugno, arrestato e tuttora detenuto per lo scandalo di Mafia Capitale. E quali le società che gestiscono i servizi aggiuntivi? Tenetevi forte: la Electa-Mondadori, una società legata allo zio per antonomasia e la Coopculture, della catena rossa Legacoop.
Per consentire un raffronto serio basta comparare la redditività culturale a favore dell’erario italiano con quanto accade all’estero. Qualche esempio. Lo stato italiano dai suoi tesori esposti al pubblico su un incasso totale per la vendita di biglietti di 58 milioni di euro l’anno, ne riceve solo 20, mentre il museo del Louvre di Parigi, da solo, incassa a vantaggio dell’erario francese ben 40 milioni.
Il Colosseo registra 5 milioni e mezzo di visitatori all’anno di cui 4 milioni e mezzo paganti. In teoria lo Stato potrebbe incassare 50 milioni di euro, che sarebbero più che sufficienti per la gestione e i lavori di continuo restauro compresi i Fori Imperiali, ridotti in uno stato miserabile. Invece su un introito lordo di 39 milioni e mezzo, lo Stato ne incassa appena un terzo: 13 milioni; nulla rispetto ai 36 milioni dei musei vaticani. A Pompei con 2 milioni e mezzo di visitatori di cui 2 milioni paganti su un introito lordo di 20 milioni, lo Stato ne incassa poco più del 30% cioè 6 milioni; la Domus Aurea di Roma, dopo un restauro costato allo Stato 18 milioni, è stata riaperta e messa a disposizione di visite guidate a tutto vantaggio dei concessionari privati che trattengono i due terzi degli introiti; la Villa di Catullo a Sirmione produce un incasso di 450.000 euro all’anno di cui solo 145.000 vanno allo Stato. Come si vede questo discorso vale per tutti i monumenti e siti archeologici italiani: gli introiti sono costantemente inferiori alle spese di manutenzione con un delta sempre più largo specialmente dove il numero dei visitatori è insignificante e lo Stato non offre neppure i servizi più elementari (trasporti, caffetterie, toilettes).
Ma i Beni Culturali hanno anche un altro peccato: sono un ottimo pretesto di spesa senza controlli in materia di appalti per lavori di restauro: non lontano da Roma,  a Tivoli, il Tempio di Ercole Vincitore è stato un classico esempio di spreco. Per restaurarlo sono stati spesi oltre 12 milioni di euro, inutilmente. I lavori, appaltati nel 2004, si sono conclusi dopo 7 anni. Nel 2011 il complesso è stato inaugurato con una grande festa, in cui faceva da anfitrione il Ministro del tempo Galan (finito in carcere per corruzione) e la Governatrice della Regione Polverini (dimissionaria con tutta la Giunta per le spese pazze). Dopo 15 giorni il Tempio è stato nuovamente chiuso al pubblico, per alcuni lavori di adeguamento al costo suppletivo di 1 altro milione. La consegna era prevista a metà 2013, ma dopo un altro anno e mezzo non era stato ancora riaperto.
Il Ministro Franceschini, (ex vice segretario del PD, definito dall’attuale premier, ancor prima della sua scalata al potere, il vice disastro di Bersani) persona priva di qualsiasi titolo e competenza nel settore, compare in TV per lamentarsi del taglio dei fondi, o per la “mortificazione” della professionalità dei suoi funzionari, ma poi sceglie ben sette stranieri (3 tedeschi, 2 austriaci, 1 britannico e 1 francese), come nuovi direttori dei più prestigiosi Musei italiani attirandosi l’ira e le critiche di grandi esperti d’arte. Senza considerare che per legge vanno valorizzate le risorse interne e che ci sono nel mondo fiori di italiani direttori di musei (Museum of Contemporary Art di New York, Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra, Tate Gallery di Liverpool, De Appel art center di Amsterdam, Monnaie di Parigi, Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, Moma di New York, National Gallery di Londra, Prado di Madrid) le nuove nomine attribuiscono gli Uffizi (già galleria privata dei Medici, divenuta la più ricca esposizione al mondo dal 13° al 18° secolo con Giotto, Botticelli, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Leonardo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio ed altri ancora) al tedesco Eike Schmidt, il Museo di Capodimonte  a Sylvain Bellenger, la Pinacoteca di Brera a James Bradburne, la Galleria dell'Accademia di Firenze a Cecilie Hollberg, la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino a Peter Aufreiter, il Parco Archeologico di Paestum  a Gabriel Zuchtriegel e il Palazzo Ducale di Mantova a Peter Assmann. Non è per caso che Renzi abbia il complesso di inferiorità rispetto alla Merkel?
Il noto studioso d’arte Philippe Daverio ha definito queste scelte  come il risultato dell’insipienza e della leggerezza pressappochista del Ministro. Per Daverio è stata una scelta “ghibellina" che non aiuterà i nostri musei perché gli stranieri faticheranno a entrare in sintonia con l’ambiente italiano, il tessuto sociale e la realtà locale. Sulla stessa linea si è espresso il noto critico d’arte Sgarbi che non ha risparmiato frecciate all’indirizzo del Ministro incapace di mettere il suo nome sotto le nomine facendosi schermare da una commissione di nullità che ha stravolto il punteggio dei titoli.
Ma il Ministro che ha difeso tali scelte come segno di altissimo valore scientifico, ha fatto anche la bella pensata (sua è l’idea dello slogan per Milano Expo “very bello”) forse su suggerimento della Buzzi, di “valorizzare” tutti i principali Musei italiani, affidandone l’intera gestione a concessionari privati. E’ da sperare che ciò non avvenga e che chi di dovere riceva l’illuminazione di non far gestire i beni culturali da persone prive di qualsiasi competenza, che non hanno mai né studiato né amato la storia, l’arte, l’archeologia, la musica, cioè ciò che fa dell’Italia “l’Italia”.
Non si può traslare meccanicamente l’esperienza manageriale di tipo americano, di un paese senza passato, né arte proteso solo all'utile economico, ad un contesto che trasuda storia, bellezza, civiltà, studio, ricerca, da ogni pietra.
La crisi strutturale della finanza pubblica italiana e la conseguente necessità di procedere ad una rigida selezione delle spese da mantenere a carico dell’erario, non può avere ricadute sull’impoverimento della tutela e della conservazione dei beni storico-artistici, archeologici e monumentali. Se si tratta di beni riconosciuti come patrimonio culturale universale dall’Unesco le spese di gestione debbono assolutamente uscire dal patto di stabilità perché destinate alla salvaguardia del patrimonio culturale a favore delle generazioni future, non solo italiane ma mondiali. Anzi dovrebbero essere fortemente a carico della Istituzione culturale mondiale.
Invece ecco cosa avviene per mancanza di fondi e di programmazione.
Pompei è sicuramente un simbolo del nostro patrimonio culturale pubblico e testimonianza della sua fragilità che necessita di costanti investimenti in risorse umane e finanziarie perché ne siano garantite la tutela e la valorizzazione. Il Ministro, vi ha inaugurato con gran fanfara, accompagnato dal neo governatore campano tale De Luca (il decaduto e risorto) la grande palestra e la mostra ”Pompei e l’Europa”. Tutto a favore di telecamere e telegiornali. Poi chiusura. Ai turisti è stato impedito l’accesso. Eppure erano in migliaia in paziente attesa sotto il sole. Irritazione e sgomento che hanno fatto il giro del mondo. Biglietto pieno per visitare solo il 30% degli scavi.
Nelle settimane scorse ha avuto una grande eco sulla stampa nazionale e internazionale la chiusura per 3 ore del sito a causa di un’assemblea sindacale del personale di vigilanza, mentre migliaia di turisti ignari attendevano spazientiti fuori dei cancelli. Il danno d’immagine causato da questo comportamento irresponsabile (che fa il paio con l’incendio della pineta dell’aeroporto di Fiumicino che ha bloccato il traffico aereo per 24 ore), senza che i dirigenti provvedessero a disinnescare la minaccia è stato amplificato dalla nozione di corruzione e di infiltrazioni mafiose nelle opere pubbliche, comprese quelle relative ai cantieri di restauro o di ricostruzione.
Quando finalmente, a assemblea conclusa, sono stati aperti i cancelli e la fila interminabile ha cominciato ad ondeggiare con passi da lumaca, alcuni addetti hanno informato gli increduli stranieri che era necessario avere in mano i contanti perché il bancomat era guasto. Segno di grande organizzazione privata tornare indietro di 2.000 anni e chiedere il pagamento in denaro sonante!.
Superato l’ingresso due cartelli davano la misura dell’approssimazione italiana: il primo con uno strafalcione storico datava l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei addirittura al 79 a.C., anziché al 79 d.C. Lo sanno pure i sassi che il disastro avvenne in epoca imperiale, nel primo anno di regno dell’imperatore Tito, quello che aveva conquistato Gerusalemme; sul secondo cartello campeggiava l’avvertimento ai visitatori di non portare dentro zaini e borse. Avviso regolarmente ignorato sotto lo sguardo assente e non curante degli addetti, sciatti nell’adempimento del dovere.
Un turista americano, con grande senso civico, si è sostituito ai sorveglianti ed ha acciuffato un giovane visitatore che raccolta una tegola dell’antica Pompei l’aveva infilata furtivamente nello zaino così credendo di poterla fare franca portandosi via un millenario trofeo gratuito. Denunciato il fatto al personale di sorveglianza questo si è scusato di non essere in grado di prevenire simili oltraggi all’area archeologica data l’enorme ampiezza del sito. Ma di esempi di senso civico da parte di stranieri se ne ricordano altri: a Piazza Armerina (Enna) alcuni turisti americani hanno provveduto a raccogliere le cartacce abbandonate sui meravigliosi mosaici romani, nell’indifferenza degli italiani.
Torniamo a Pompei che non è stata risparmiata dai violenti acquazzoni di questi giorni che hanno flagellato larghe zone d’Italia. I turisti scattano senza posa foto a quelli che credono i resti di cittadini pompeiani uccisi dai gas dell’eruzione, ignorando che si tratta di calchi restaurati da poco, che quasi galleggiano in pozze d’acqua. Nell'area ci sono un centinaio di cantieri aperti per la ripavimentazione dei marciapiedi, lungo la centrale via dell’Abbondanza e i lavori di restauro alle domus che lasciano perdere un’emorragia di piccole tessere bianche di antichi mosaici.
La stupenda domus della fontana piccola, riaperta al pubblico dopo un imponente restauro, lascia a bocca aperta per la bellezza degli affreschi deturpati da un gesto villanzone di un’impronta di bacio dato con il rossetto, i piccioni vi entrano clandestinamente in barba al costoso sistema di protezione dai volatili, mentre fuori campeggiano vari contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti, pieni stracolmi, segno evidente che la loro rimozione è saltuaria e disorganizzata.
Nella pagina ufficiale del Ministero su Facebook, un altro strafalcione. Vi si pubblica una bella sequenza di foto dedicate agli scavi archeologici di Cuma, ma la sua descrizione contiene un errore: "Sono attualmente visitabili l’acropoli con i templi di Apollo e di Giove, più il cosiddetto antro della Sibilla". In realtà, quest’ultima struttura, forse la più celebre di tutta l’area archeologica è chiusa da oltre un anno, per cedimenti interni. Lo sa il ministro Franceschini?
Temporali e allagamenti hanno fatto le loro vittime anche in altre strutture museali di prestigio. A Firenze un’improvvisa bomba d’acqua e gradine ha causato gravi danni alla città e infiltrazioni anche a Palazzo Vecchio (salone dei Cinquecento) al museo di Santa Croce e agli Uffizi,  rimasti chiusi.
I guai dell’incuria e del pressappochismo non hanno risparmiato neppure il Museo nazionale delle arti del XXI secolo a Roma, detto MAXXI, presieduto dalla ex ministro Melandri che è cittadina italo-americana. E quegli stessi turisti che avevano subito l’affronto della chiusura di Pompei hanno dovuto sottostare anche alla chiusura del Maxxi per maltempo. E’ bastata una pioggia di mezz’ora a ferragosto perché il museo, che ha appena 5 anni di vita, fosse costretto ad anticipare la chiusura di sette ore e poi a riaprire parzialmente. Ma la figuraccia dell’incuria è stata ulteriormente aggravata dagli strafalcioni dell’avviso affisso per i turisti ed immortalato in centinaia di fotografie, che costituiscono ormai un ricordo da mostrare agli amici nel mondo, di questo tenore:“we are apologize to the visitors but the museum today we’ll be closed” in un linguaggio da trogloditi di broccolino del tipo:”noi siamo scuse ai visitatori ma il museo oggi noi sarà chiuso”. E’ questo un testo che pare troppo simile al modo di esprimersi di Renzi quando parla in inglese maccheronico con i suoi pari grado stranieri. Siamo sempre il paese di Totò e Peppino “noia volevam savuar!...”.
 
Questo articolo è la terza puntata dell'Italia in cancrena. Il primo numero è uscito il 13.8.2015 e il secondo numero il 17.8.2015

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Il re che non voleva morire

TORQUATO CARDILLI - Uno dei pochi a decifrare i frammenti delle tavolette scritte in caratteri cuneiformi, grazie alle traduzioni che ne avevano tramandato gli Assiri, i Babilonesi, gli Ittiti, gli Urriti, è stato Sitchin, uno studioso nato a Baku, in Azerbaijan, conoscitore della Bibbia in ebraico, dell’archeologia del Medio Oriente, delle lingue semitiche, e della civiltà sumera. E’ stato capace di individuare in quelle poche righe una parte del patrimonio letterario della biblioteca di Assurbanipal, a Ninive. Ma cosa trattavano quelle tavolette? La storia di Gilgamesh, sovrano di Uruk, la biblica Efech, intorno all’anno 2900 a.C., che fece di tutto per sfuggire alla morte, destino comune a tutti gli uomini, il primo caso di ricerca dell’immortalità di cui si abbia notizia raccontato da fonti sumeriche.
La cosa sarebbe rimasta una notizia riservata agli specialisti della materia se Rodari non ne avesse tratto lo spunto per la favola del re che non voleva morire, un sovrano assai potente che si disperava perché nessun mago di corte fosse in grado di sottrarlo alla putrefazione del corpo.
Fece un consulto di saggi del tempo che emisero il verdetto secondo cui il re avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo se avesse ceduto tutti i suoi poteri e privilegi per un giorno all’uomo che gli somigliasse di più, che sarebbe morto al posto suo.
Subito venne fatto un bando a premi in tutto il reame per ricercare i sosia del re. Se ne presentarono a corte parecchi: chi con la stessa barba del sovrano, chi con lo stesso naso, chi con la stessa andatura, ma il re li scartava inesorabilmente per un nonnulla perché non rispondenti al suo ideale.
Della schiera di pretendenti era rimasto il più brutto, storpio, gobbo, mezzo cieco e pieno di croste.
Il più saggio tra i consiglieri lo individuò subito come l’uomo ideale da far morire al posto del re che invece si infuriò per essere accostato ad uno storpio superando l’abisso fisico, sociale  e culturale che li divideva. Ma il sapiente gli obiettò che un re che deve morire somiglia soltanto al più povero, al più disgraziato dei sudditi e lo invitò a sostituirsi al poveretto, da cui farsi sostituire sul trono per un giorno. Il re non volle prestarsi a questo stratagemma e quella sera stessa  morì, triste, anzi arrabbiato, con la corona in testa e lo scettro in pugno, mentre il disgraziato gli sopravvisse per molti anni.
Quale la ragione di tutto questo prologo?
Anche nell’Italia del 2015, dopo 5.000 anni dall’epopea di Gilgamesh,  c’è un re che non si rassegna ad uscire di scena.
Da garante, a parole, della carta costituzionale, nei fatti si è comportato all’opposto preparando vari intrighi di palazzo per defenestrare il primo ministro senza che il parlamento lo avesse delegittimato. Incominciò dopo molti tentennamenti, accertatosi che la manovra extraparlamentare non sarebbe stata troppo criticata, con colui che era inviso a metà degli italiani, a tutto lo schieramento di sinistra e a buona parte degli interlocutori internazionali.
Dopo aver sondato qua e là vari personaggi del potere, anche fuori dei confini, nominò in fretta e furia, un bocconiano estraneo alla politica, circondato da un’aureola di saggezza economica, senatore a vita. Con questo titolo, pur senza investitura popolare, lo catapultò alla guida dell’esecutivo.
La situazione economica era disperata, ma anche il nuovo inquilino di palazzo Chigi anziché andare a rastrellare i soldi dove erano stati accumulati abusivamente contro ogni senso di giustizia e di equità sociale, anziché fare una lotta senza quartiere alla corruzione, al privilegio, all’evasione fiscale, adottò il provvedimento più iniquo dell’Italia repubblicana, creando una nuova categoria sociale, fino ad allora sconosciuta, costituita da centinaia di migliaia di esodati che andarono a sommarsi ai milioni di disoccupati.
Dunque superato il momento cruciale con i risparmi dei più bisognosi, e con la tosatura a sangue del ceto medio, arrivò il tempo non rinviabile di nuove elezioni, che se tenute tre anni prima avrebbero risparmiato un sacco di guai.
A febbraio 2013 le elezioni furono vinte dal M5S, la formazione politica più votata in assoluto in Italia con 8.869.458 voti cioè il 25,5%, ma grazie ai meccanismi di una legge elettorale “porcata” il premio di maggioranza fu dato al PD che con 8.644.523 voti cioè il 25,4% prese il triplo dei deputati del M5S.
Il re che era diventato sordo per l’età e non aveva sentito il boom arrivatogli dal popolo, dopo che lo “smacchiatore” a cui aveva vietato di fare aperture al M5S fu costretto ad ammettere il proprio fallimento compresa la perdita della segreteria del partito, designò come capo dell’esecutivo un personaggio di seconda fila, noto solo per essere il nipote di una specie di Mazzarino, utile a fare il lavoro sporco di regalare alle banche private parecchi miliardi di euro rivalutando le quote della Banca d’Italia, in attesa di prepararne, di lì a un anno, la sostituzione con un esuberante cafoncello, un bulletto di provincia, nemmeno eletto.
Nel frattempo, unico caso nella storia del paese, non pago di aver promulgato le orrende leggi (lodo Alfano, legittimo impedimento, riforma Fornero, sblocca Italia, ecc.) si era fatto rinominare quale successore di se stesso per poter continuare a promulgarne se possibile di peggiori come il  jobs act o non mollare il rigido controllo sulla magistratura, sulle Procure, sul CSM dopo che aveva fatto distruggere le intercettazioni delle conversazioni del suo defunto consigliere giuridico, o a considerare carta straccia un documento parlamentare sulla riduzione delle spese militari dei caccia F35, o a concedere la grazia a militari americani condannati da tribunali italiani mentre non è stato capace di ottenere la liberazione dei nostri due marò, o a mestare con una fantomatica commissione dei 40 per la riforma costituzionale.
E il re che non voleva morire è tornato pubblicamente e ripetutamente proprio su questo tema, non solo come senatore a vita, ma come ex re emerito. Non pago dell’appannaggio, della servitù, della scorta, dei famigli, delle riverenze dovute a un monarca. ha stravolto un’etichetta protocollare, una norma di buona decenza, una forma di rispetto che è dovuta all’istituzione che non è più sua, ha dimenticato il buon gusto napoletano e credendosi ancora in carica ha lanciato un monito con una pubblica lettera su un quotidiano nazionale.
Non c’è stato commentatore politico di spessore, costituzionalista di fama, giurista affermato che non abbia criticato questa mossa improvvida non solo per lo sgarbo istituzionale, ma per l’assurdità di perseverare nel ritenere il disegno di legge costituzionale Boschi come una condotta forzata in cui non ci si possa fermare pur sapendo di sfociare in un insuccesso clamoroso.
La scelta scellerata di insistere per il solo fatto che nel primo passaggio parlamentare Camera e Senato l’hanno approvata è un’argomentazione debolissima. Il Senato non più eletto direttamente dai cittadini, ma scelto dai consigli regionali, infarciti di inquisiti per reati contro lo Stato, contro la sana amministrazione, contro la fede pubblica che così offrono ai neo senatori la guarentigia di protezione dell’immunità parlamentare è un attentato alle regole della democrazia.
Se si voleva porre termine in modo elegante e non autoritario, in forma snella e non ambigua, al bicameralismo perfetto, sarebbe bastato sopprimere tout court il Senato e non ci si sarebbe accapigliati più di tanto; se lo scopo era ridurre le spese della politica poteva essere dimezzato il numero dei senatori e dei deputati senza ricorrere alla finzione che ai nuovi senatori verrebbe concesso solo il rimborso delle spese, lasciando immutato tutto il baraccone cui ora si vorrebbe appioppare il nome di Camera delle Autonomie, lasciando campo libero ad un’infinità di contenziosi e di conflitti di attribuzioni.
In gioco non c’è dunque il problema del doppione dei lavori del bicameralismo, non c’è la questione dell’economia dei conti, non delle competenze, ma unicamente quella dell’uomo solo al comando che decide tutto e dispone di tutto.
Alla ripresa dei lavori parlamentari in autunno si vedrà se l’offensiva dell’opposizione pensante sarà capace di prevalere sulla maggioranza coatta e se il re riottoso toglierà il disturbo, con la corona in testa e lo scettro in mano.

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ITALIA IN CANCRENA 2

Disastri ambientali
TORQUATO CARDILLI - L’Italia è il secondo paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, ad aver subito i maggiori danni economici a causa di ciò che viene fatto passare sotto il nome di catastrofe naturale; ma mentre in America i tornado sono un fenomeno abituale, causato da una combinazione peculiare di condizioni atmosferiche tropicali sulle quali ben poco può fare l’uomo e per quante precauzioni egli possa prendere gli è difficile rimanerne indenni, in Italia si tratta di danni prevedibili perché causati indirettamente dallo sfruttamento imbecille del suolo, dalla violazione delle leggi, dalla speculazione edilizia, dalla truffa sistematica nelle costruzioni, dalla corruzione che compra dovunque permessi e collaudi da amministratori felloni.
La politica della gestione del territorio è una scienza ignorata dai nostri politicanti che preferiscono continuare ad operare, dopo ogni catastrofe, con il fazzoletto in mano pronto alla lacrima dell’emozione guardando alle opportunità di lavoro e di affari in emergenza, spesso scavalcando conflitti di competenze e palleggiamento di responsabilità tra Protezione Civile, Prefettura, Comune, Provincia, Regione.
La prevenzione che acquista ogni giorno di più un valore strategico è di fatto assente nei programmi del Governo che sembra ignorare lo studio della Organizzazione meteorologica mondiale, secondo cui per ogni euro investito nella prevenzione se ne potrebbero risparmiare circa 7 impiegati in assistenza umanitaria e in ricostruzione. Al contrario in Italia, solo dopo che il disastro ha fatto i suoi danni, 9 euro su 10 vengono spesi, sempre in condizione di emergenza, con appalti di favore.
Secondo il sito http://www.valigiablu.it/ tra alluvioni, frane e valanghe il nostro è un paese ferito: l’82% del territorio nazionale è considerato a rischio idrogeologico; ne sono coinvolti ben 6.633 Comuni su 8.047 (vedi l'elenco dei disastri ambientali di questo secolo con vittime).
Per metterlo in sicurezza ci vorrebbero 15 anni di lavori continui e almeno 40 miliardi, ma lo Stato italiano pur avendo speso in emergenze varie qualche miliarduccio ne stanzia ben pochi per la messa in sicurezza del territorio (monti, fiumi, valli, boschi, litoranee, abitati): basti pensare che per il triennio 2014-2016 sono stati previsti nella legge di stabilità solo 180 milioni di cui 56 per il 2014.
Questi numeri che certificano senza pietà l’assenza di investimenti pubblici, denotano l’ottusità governativa che ritiene le opere e  le infrastrutture destinate a contrastare il dissesto idrogeologico non un  obbiettivo prioritario per la protezione dell’ambiente ed il rilancio dell’economia. Dei 3.395 interventi richiesti a seguito di eventi atmosferici devastanti e inclusi nell’accordo di programma tra Stato e Regioni del 2010 solo il 3,2% risulta concluso per 109 interventi, mentre il 19% è ancora in esecuzione e il 78% è fermo ostaggio della burocrazia.
In un paese ove basta una pioggia violenta per mandare in tilt una città come Roma, allagandone sottopassaggi e metropolitana, per spezzare in due l’Italia interrompendone le linee ferroviarie, dove non si fa assolutamente manutenzione di strade, di fogne, di argini, di vegetazione ecc. non ci si stupisce più di tanto se soldi e opere da eseguire restano custoditi nel baule delle promesse politiche.
L'ultimo disastro del viadotto siciliano crollato a un paio di mesi dall’inaugurazione fatta dall’ANAS (il cui presidente è stato dimissionato con una buonuscita milionaria) ha spaccato a metà l’isola in cui solo 5.000 km di asfalto sono accessibili su una rete di 20.000, dove è chiusa una strada su quattro, dove la distanza tra Enna e Caltanissetta o tra Catania e Palermo è diventata superiore a quella tra Roma e Parigi, dove crollano piloni e viadotti, dove ci si arrampica sulle montagne, attraverso le antiche trazzere borboniche. Ed è proprio su una di queste che i consiglieri regionali del M5S hanno battuto il governo nazionale e regionale provvedendo all’asfalto in proprio della via dell’onestà con 300 mila euro delle loro indennità.
L’elenco delle strade interrotte, crollate o franate è sterminato: sulla strada Statale 626 (Caltanissetta-Gela) il viadotto Geremia si è spezzato in due; allagate e franate sono le strade statali 121 e 191 nei pressi di Mazzarino; nei dintorni di Sutera si registrano movimenti franosi, smottamenti e colate di fango; in provincia di Agrigento (patria di Alfano), oltre al crollo del viadotto di Scorciavacche era già crollato il viadotto Petrulla sulla strada tra Licata e Ravanusa, mentre il viadotto Verdura (Agrigento-Sciacca) era collassato nel 2013. Il dissesto riguarda anche l’asse Palermo-Trapani: si va dalle frane della provinciale 26 al cedimento della 110, dal crollo della statale 113 nei pressi di Trabia fino alla provinciale 18 che collega Palermo a Piana degli Albanesi. L’autostrada 20, l’unica a pagamento in Sicilia che collega Palermo con Messina, che ha richiesto ben 37 anni per essere ultimata e che è stata inaugurata almeno quattro volte (l’ultima nel 2004 dall’allora premier Berlusconi) è una delle autostrade più pericolose del Mezzogiorno (si vola giù dai viadotti protetti da guardrail non a norma, si rimane coinvolti in incidenti perché si sbanda sulle pozzanghere che si formano ad ogni pioggia, si muore per mancanza di manutenzione e di asfalto drenante nei punti più critici).
Per rimettere in sesto le varie strade dell’isola occorrerebbero 650 milioni. I soldi c’erano, erano previsti dai fondi europei Pac e Fes, ma ora non ci sono più perché il governo Renzi li ha scippati insieme a quelli destinati agli alluvionati della Sardegna o alle vittime dell’amianto per dirottarli a favore dell’Expo.
Da Nord a Sud il paese si sfalda. San Vito di Cadore, perla delle Dolomiti, Corigliano e Rossano Calabro, sono nomi di località un tempo ridenti per le vacanze invernali e estive. Oggi sono coperte di fango, devastate  dalla violenza dell’alluvione che ha inghiottito case e cose portando via tre vittime nei gorghi dei torrenti. In poche ore melma e detriti hanno travolto decine di auto, trascinandole a valle o fino al mare ed hanno devastato interi quartieri mettendo a nudo che l’80% delle case distrutte erano state costruite dove è assolutamente vietato.
L'estate 2015 sta per concludersi con nubifragi e temporali su tutto il paese, ma i politici continueranno ad accapigliarsi sulle poltrone (RAITV, CSM, Corte Costituzionale, Enti di governo e sottogoverno vari, riforma del Senato o della legge elettorale, appena varata e già rimessa in discussione), senza che venga data una risposta strutturale adeguata alla vulnerabilità del nostro territorio, continuamente stuprato da costruzioni abusive consentite da tutti gli amministratori collusi.
Matureranno gli elettori di non dare più fiducia a quanti hanno portato il paese al disastro?
 
PS: Questo articolo è la seconda puntata dell’Italia in cancrena. Il primo numero è uscito il 13.8.2015. Il lettore che volesse ulteriori elementi di documentazione potrebbe rifarsi a quanto già pubblicato da un anno a questa parte:
-          Un paese dissestato dalla politica (22.8.2014)
-          La natura non fa credito a un paese dissestato dalla politica (12.10.2014)
-          Piove: governo ladro! (16.10.2014)
-          L'Italia dei disastri, dei regali e del gioco (16.11.2014)
-          La voragine (16.2.15)


Elenco dei disastri ambientali di questo secolo con vittime  
9 settembre 2000. Un’onda mostruosa si abbatte a Soverato in Calabria. 12 morti
30 aprile 2006. Frana a Ischia, in provincia di Napoli. 4 morti e oltre 200 sfollati
3 Luglio 2006. Nubifragio a Vibo Valentia. 4 morti
29 maggio 2008. Alluvione a Villar Pellice, in provincia di Torino. 4 morti
22 ottobre 2008. Alluvione a Capoterra, in provincia di Cagliari. 5 morti
1 ottobre 2009. Alluvione a Giampilieri, Altolia, Briga e Scaletta Zanclea (Messina). 36 morti
4 ottobre 2010. Alluvione a Genova, Sestri Ponente, Varazze e Cogoleto. 1 morto
1 e 2 novembre 2010. Alluvione in Veneto: 540 mm di pioggia in 24 ore. Esondano i fiumi Bacchiglione a Cresole di Caldogno, 3 morti
3 marzo 2011. Alluvione in Romagna, Marche e Abruzzo: Sant'Elpidio a mare (Fermo), Venerotta (Ascoli), Cervia (Ravenna) e Teramo. Esondano i fiumi Vomano, Tronto e altri corsi d'acqua. 5 morti
25 ottobre 2011. Alluvione nello Spezzino e nella Lunigiana. Esondano i fiumi Vara, Magra e Taro. 12 morti:
4 novembre 2011. Alluvione a Genova. Esondano il Bisagno, il Fereggiano, lo Sturla e lo Scrivia: 6 morti
12 novembre 2012. Un nubifragio su Grosseto e i territori meridionali della Maremma. Esondano il fiume Albegna e vari torrenti con piena record dell'Ombrone. 6 morti
22 novembre 2011. A Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) esonda il torrente Longano. 3 morti
5 ottobre 2013. A Massa Marittima (Grosseto) piena del torrente Satello: 2 morti
7 ottobre 2013. A Ginosa (Taranto) un’ondata di acqua e fango travolge l’abitato: 4 morti.
20 novembre 2013 Alluvione a Olbia: 16 morti
2 febbraio 2014: esonda nel Catanese presso Adrano il fiume Simeto in piena: 3 morti
3 maggio 2014. Alluvione a Senigallia (Ancona) e frane e smottamenti in varie zone delle Marche: 2 morti
3 agosto 2014. Una bomba d’acqua piomba sul Molinetto della Croda di Refrontolo (Treviso). 4 morti
3 settembre 2014: Nubifragio sul Gargano Foggia). 1 morto
8-9 ottobre 2014, A Genova esondano lo Scrivia, Fereggiano, Bisagno e Sturla: 1 morto
12 novembre 2014: Frane e smottamenti nel Biellese e sul lago Maggiore: 2 morti
15 novembre 2014 Nuovi allagamenti a Genova e nel Ponente: 3 morti
16 novembre 2014: una frana a Cerro di Laveno (Varese): 2 morti

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Correnti insidiose nel governo Renzi

LUCIA ABBALLE - Quando Matteo Renzi, con i voti di alcuni adepti, liquidò l’allora premier Enrico Letta per subentrare al suo posto e prendere in mano le redini del partito e del Governo, sottovalutò uno dei peggiori vizi endemici di cui si è macchiata negli ultimi anni la sinistra italiana: il logoramento del suo leader nel momento di maggiore forza del partito. Infatti da Prodi a Renzi, passando per Letta, la sinistra ha scelto di ricattare il suo leader e capo di Governo, creando correnti avverse ed insidiose soprattutto laddove i numeri per l’approvazione dei provvedimenti risultano essere risicati.
Ed ecco, quindi, che al Senato l’emendamento al quarto articolo del disegno di legge sulla Rai, riguardante la delega all’esecutivo per la riforma del canone, è stato votato non soltanto dall’opposizione che l’aveva presentato (Forza Italia, Lega e M5S) ma anche da diciannove senatori della minoranza dem, proseguendo, così, quel processo di logoramento del Governo Renzi, reo di «aver snaturato il partito, facendolo diventare una forza di centro». Nei giorni passati, si è fatta molta retorica sul presunto supporto dei verdiniani alle riforme renziane e la minoranza ha strumentalizzato l’evento per mettere in difficoltà il premier, dipingendolo come un capo spregiudicato pronto a barattare la sinistra del suo partito con il drappello dei transfughi ex berlusconiani.
Poco importa, poi, se gli stessi verdiniani ieri non siano accorsi in supporto di Renzi, facendo mancare alla maggioranza i numeri necessari per l’approvazione dell’emendamento incriminato. È in questa confusa definizione di equilibri politici che la minoranza dem tende a comportarsi come un partito nel partito, disponibile forse a stipulare tregue ed intese con il Governo sulla base di trattative capaci di soddisfarla. Non basta minacciare le elezioni anticipate per ristabilire la calma se la stessa minaccia diventa un mantra rispolverato all’occorrenza dal premier, capace solo di spaventare i senatori che hanno come priorità quella di sopravvivere e durare; fino a quando questa minaccia non sarà credibile, si continuerà a fare esattamente come si è fatto ieri al Senato: assestare al Governo colpi mirati e chirurgici per indebolirlo senza mai dargli il colpo di grazia. Il Senato, quindi, è tornato ad essere il luogo dove ciascun voto è una rendita di posizione.
È necessario che Renzi avvii un serio negoziato all’interno del suo partito, se non altro perché la prossima tappa della battaglia è la riforma del Senato e la lotta sarà ancora più dura, le lacerazioni dentro il Pd più forti. L’ottimismo del premier, che si dice convinto di vincere qualora si andasse alle elezioni, dovrà fare i conti con un Senato in cui la minoranza dem ha la golden share e l’obiettivo dichiarato di logorare il suo leader.  L’ottimismo non basta, servono i numeri parlamentari. 

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L'ITALIA IN CANCRENA

TORQUATO CARDILLI - In ogni occasione di cerimonia pubblica, il politico di turno canta al popolo, e la propaganda radiotelevisiva pubblica e privata si presta a farne da continuo megafono, il ritornello che l'Italia è un grande paese, che non ha nulla da imparare, che ha da insegnare al resto del mondo, che presto tornerà ad essere guida in Europa, che non bisogna piangersi addosso, che basta di elencare solo le cose che non vanno.
Generalmente chi sente queste baggianate, soprattutto le prime file dei soliti papponi e inquisiti, si crogiola nel compiacimento e nell'autosoddisfazione di sentirsi elogiato e invidiato e poco gli importa se per una mammografia bisogna attendere sei mesi, se i treni dei pendolari fanno schifo, se i precari di una volta adesso sono diventati precari a tempo indeterminato, se milioni di persone non hanno di che mettere sotto i denti, se il 46% dei giovani è senza occupazione, se l’inquinamento delle città e del paesaggio continua peggio di prima, se corruzione e evasione vanno alla grande, se Roma capitale è solo sporcizia, degrado e mafia capitale.
Insomma al potere piace solo chi esulta nell’autoreferenzialità "tutto va bene madama la marchesa!".
Invece è bene aprire gli occhi e le orecchie e tenere viva la memoria su tutte le cose che non vanno, su tutti gli imbrogli, su tutti i tradimenti del nostro atto di fiducia e della volontà popolare (finanziamento ai partiti, nucleare, acqua pubblica, legge elettorale, conflitto di interessi) sui soprusi e le ingiustizie, sui privilegi anacronistici, sui disastri ambientali, insomma su tutto quanto avvelena la vita di ogni cittadino.
Solo prendendo cognizione del tipo di malattia e del suo stadio si può sperare di uscirne curati.
Allora diciamolo subito. L'Italia è in cancrena, putrefatta per la degenerazione del tessuto politico e sociale che trasuda liquidi fetidi. E come insegnano i trattati di medicina la cura di questa malattia può essere solo chirurgica, cioè l’amputazione.
I politici e gli amministratori della cosa pubblica, sia che si tratti di immigrazione, di devastazioni da inondazioni, di spazzatura che degrada le città, di discariche e inceneritori, di inadeguatezza museale e di mancata protezione dei beni culturali, anziché chiamare questi guai con il loro nome usano una definizione ambigua, immutabile, permanente. Forse hanno vergogna di chiamarle manifestazioni cancrenose e con la complicità dei gazzettieri sempre disponibili le chiamano “emergenze”. Negano che si tratti di errori politici cronici di una classe totalmente inetta, inadeguata, curatrice del proprio interesse personale a discapito di quello generale, incapace di programmare e invocano la parola magica “'emergenza” per ottenere fondi aggiuntivi, per scavalcare le procedure, per distribuire appalti agli amici, per dare la colpa a qualcun altro, per evitare di battersi il petto ed anzi sfoggiare i propri meriti inesistenti.
Parliamo oggi di “immigrazione”, rinviando ad altra occasione i temi non meno cruciali delle inondazioni, della spazzatura, dei musei ecc.
Ormai lo sanno persino le singole gocce del mare Mediterraneo o i singoli granelli di sabbia delle coste siciliane cosa sia il fenomeno dell’immigrazione selvaggia degli anni 2000. Ma i nostri politici non l’hanno affatto compreso, continuano a considerarlo come un evento eccezionale, tipo pioggia torrenziale destinata ad esaurirsi dopo un certo periodo per lasciare spazio al sereno. Invece è un problema epocale cronico. Il mezzo milione di profughi arrivato negli ultimi tre anni, non è che l’avanguardia di quella che potrà seguire; come accadde all’epoca delle invasioni barbariche può diventare il grimaldello, suscettibile di far saltare la nostra società.
Questo fenomeno viene indecorosamente sfruttato a fini politici per raccattare voti senza che venga indicato come farvi fronte e a fini malavitosi per alimentare il circuito perverso di affari loschi ad ogni livello locale e nazionale. Il governo tace e non lo affronta con i mezzi adeguati, con una politica seria, con una visione strategica, pensata da uomini capaci di prevedere le conseguenze e non da politicanti che si trastullano tra i due rami del parlamento, nelle segreterie dei partiti e nei sacri palazzi della Presidenza del Consiglio, del Ministero dell’Interno, della Difesa, del Tesoro, degli Esteri, pensando solo di tirare a campare fino a domani.
Gli esponenti dei vari partiti si rinfacciano di continuo colpe e responsabilità, nascondendo all’opinione pubblica che le stesse colpe e le stesse responsabilità sono state equamente condivise tra chi ha governato insieme e chi ha fatto finta opposizione spartendosi poi di notte posti e prebende.
Da una parte il PD e gli alleati di governo si commuovono ipocritamente di fronte ai cadaveri ripescati, accusano di insensibilità l’Europa e si sbracciano in commemorazioni istituendo addirittura in Parlamento la giornata della memoria dell’emigrazione che poi è fonte di lauti guadagni da parte di cooperative e cosche legate alla politica; dall’altra la Lega e Forza Italia lanciano appelli all’emotività della gente, senza avanzare un’ipotesi sensata di soluzione che sia praticabile, in un vuoto politico di idee e di programmi con un balbettio infantile di rimedi immaginari del tipo riportiamoli nel loro paese (quale è il loro paese?), oppure aiutiamoli a casa loro (dove sono al potere governi composti da cricche tribali, da militari violenti, tirannici e predoni delle risorse nazionali), oppure impiantiamo sulla costa africana dei centri di selezione e smistamento (a prescindere dalla necessità di un accordo politico con il governo del posto e le difficoltà di una sistemazione logistica di magnitudine gigantesca).
Ma chi avanza queste proposte sa di che parla? Ha mai assistito in Africa alla fila di una folla che travolge tutto e tutti per un tozzo di pane, per un po’ d’acqua o di farina? Sa che in Africa su 1 miliardo e passa di abitanti ci sono a dir poco 100 milioni di disperati provenienti da un territorio più grande dell’Europa, pronti ad affrontare i disagi dell’anabasi e il rischio dell’affogamento pur di uscire dal continente nero? Ci si rende conto che al giorno d’oggi, anche senza banda larga, in Africa le informazioni e i soldi corrono veloci con più rapidità di quanto si immagini e che al vertice della piramide del commercio di carne umana ci sono i poteri forti, gli stessi che controllano la droga, la prostituzione, le speculazioni finanziarie, la corruzione delle materie prime, la vendita del petrolio ed altri minerali?
Il nostro paese tra i principi sacri della costituzione ha inglobato quello dell’accoglienza obbligatoria di chi scappa dalla guerra e dal pericolo di morte. Quindi si impone con urgenza che il Governo mobiliti ogni struttura e capacità per individuare in tempi brevissimi chi ha diritto ad essere protetto e chi no. Come? I paesi in cui si svolgono guerre e repressioni sono noti e certificati dalle Nazioni Unite: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia. Non ci vuole né la CIA, né il KGB né tantomeno i nostri servizi che non si sono rivelati all’altezza della situazione per capire chi tra i naufraghi rientri in queste categorie, basandosi sul possesso del passaporto o di altro documento (che i profughi buttano a mare o distruggono proprio per evitare l’identificazione), sulla lingua, sul colore della pelle e sui tratti somatici caratteristici. Tra le centinaia di migliaia di profughi e naufraghi salvati dall’annegamento quanti sono quelli certamente non provenienti da zone di guerra ma da paesi come Mali, Niger, Centro Africa, Sudan, Ciad, Camerun, Senegal, Guinea, Nigeria, Togo, Burkina Faso, Congo, ecc.?
L’ho scritto già altre volte. L’immigrazione è ora diventato un fatto epocale e non episodico e come tale va affrontato.
In condizioni di normalità il diritto internazionale regola i rapporti tra Stati e protegge l’inviolabilità dei confini, ma quando lo stato A è disgregato e nessuna sua autorità è riconosciuta sul territorio in cui la fa da padrone la delinquenza che è in grado di controllare chi entra e chi esce dal paese, sta allo Stato B dichiarare i propri confini esattamente sulla battigia dello stato A. In altri termini se la Libia, ora destabilizzata contro i nostri interessi dalla perfida alleanza USA-Gran Bretagna-Francia è in uno stato di caos sta a noi prendere l’iniziativa di difenderci con ogni mezzo ed impedire che dalle sue coste possa essere attuato un qualsiasi movimento di persone verso il nostro paese. Non basta. Tutti quelli che non hanno diritto di asilo vanno riportati indietro da dove hanno iniziato la traversata del Mediterraneo.
Si potrebbe obiettare che il diritto internazionale non lo prevede. Se è per questo non prevede nemmeno i muri di separazione tra USA e Messico o tra Israele e Palestina, o tra Ungheria e Serbia o il filo spinato nel tunnel sotto la Manica e visto che in mare non si possono costruire muri l’unica alternativa è quella di fermare gli invasori sulla costa di partenza. Qualcun altro potrebbe obiettare ancora che sarebbe un atto di guerra violare gli spazi altrui e invece si tratta di una politica di autodifesa, di legittima difesa, di ordine pubblico, fatta anche in nome dei valori europei, di quell’Europa che si è sempre girata dall’altra parte salvo adesso allarmarsi perché allertata da Francia e Gran Bretagna.
 
PS: Come dicevo all’inizio per tenere viva la memoria invito il lettore a rileggere sull’ argomento quanto pubblicato nell’ultimo anno e mezzo (CLICCARE PER LEGGERE):
Mare nostrum a parole (30.6.2014)
Immigrazione e interesse nazionale (1.10.2014)
Corsi e ricorsi (19.2.2015)
Politica estera, questa sconosciuta  (17.4.2015)
Tragedia infinita ed eterna ipocrisia (20.4.2015)

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UT DEMOSTRANDUM ERAT

TORQUATO CARDILLI - Un vecchio, polveroso, manuale di esercizi di matematica applicata, concludeva la dimostrazione della soluzione di un problema con la dicitura “ut demostrandum erat" (come volevasi dimostrare), già utilizzata, nella versione greca, fin dai tempi di Euclide e Archimede.
Questa espressione calza a pennello con la situazione italiana di paese irrimediabilmente perduto, che non riesce a liberarsi della camicia di forza della corruzione, delle deviazioni di apparati dello Stato, della mafia, della burocrazia ottusa, dei privilegi e dei soprusi, se non viene totalmente sostituita la classe dirigente politica e amministrativa.
Quanto accaduto a Roma, che si ostina senza vergogna a volersi candidare per le Olimpiadi, mentre campeggiano su tutti i giornali mondiali le foto del degrado, della sporcizia, del sudiciume politico, è indicativo.
Non è bastata l’onta sul paese degli scandali del Mose, dell’Expo, dell’Ilva, dei terremoti e delle alluvioni con i loro strascichi di morti. Occorreva anche quella di mafia capitale, dei servizi pubblici cadenti e inefficienti, dei trasporti su gomma, ferrovia e aerei alla mercé degli scioperi improvvisi, delle dimostrazioni di protesta di questa o quella categoria sociale di fronte a Montecitorio con ripercussioni negative per la vita dei cittadini.
Non sono solo i giornali del mondo libero a ricordarci i primati negativi; anche la BCE certifica il nostro stato comatoso quando afferma che la ripresa migliora in Europa, ma l’Italia arranca, ultima nell’eurozona per il Pil pro capite, dove non si fanno più figli, meno che cento anni fa. Per non parlare del rapporto Svimez sul mezzogiorno con dati preoccupanti di sottosviluppo cronico. Al Sud un cittadino su tre è povero, mentre al Nord lo è uno su dieci. L'anno scorso i consumi nell'Italia meridionale (che cresce ad un livello inferiore a quello greco) sono stati i due terzi di quelli del Centro-Nord. Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l'assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedirgli di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
A tutto questo fardello di vergogna si sono aggiunti i nuovi episodi di malcostume e di delinquenza, ancora più ripugnanti per la coscienza comune, perché cucinati nelle stanze del potere, che non hanno fatto altro che confermare l’assunto del paese in rovina. Quanto accaduto nell’arco di 24 ore è la rappresentazione plastica del degrado morale e del mercanteggiamento, i veri pilastri del governo, ed ha dato nuova benzina a quella che viene erroneamente definita antipolitica e che invece significa presa di coscienza dei diritti e dei doveri del cittadino:
1.        La Camera ha concesso l’ennesima fiducia al governo che ormai fa uso di questo bastone permanente nei confronti dei Deputati, animati da un solo desiderio: quello di arrivare indenni alla fine della legislatura senza pregiudicarsi la possibilità di rientravi nella prossima. La fiducia su cosa? Ma sul taglio delle risorse alla Sanità per 2,3 miliardi di euro che sono esattamente quelli che mancavano al bilancio dello Stato per coprire il buco creato dal bonus di 80 euro, come previsto dalla legge di stabilità. Misura del tutto incoerente e contraria al solenne impegno di tagliare le tasse: si toglie quel poco che è rimasto al popolo meno abbiente anziché combattere la corruzione e l’evasione.
2.      Il Ministro Padoan, ha chiesto formalmente per iscritto alla Commissione di Vigilanza di spicciarsi a nominare il nuovo CdA della RAI il cui mandato è scaduto a maggio. La tanto annunciata riforma può attendere. Che si continui pure con la legge Gasparri basata sulla logica spartitoria tra maggioranza e opposizione obbediente. Non si sa mai, dovesse capitare qualche inciampo di legislatura è meglio avere la Rai-TV sotto controllo.

3.      Tutti i partiti con un voto corale hanno affossato gli ordini del giorno presentati dal M5S volti a tagliare 100 milioni dai costi della casta. Tutto va bene madama la marchesa!

4.      Il plurinquisito senatore Verdini ha presentato in pompa magna il suo nuovo gruppo (ALA) fuoriuscito da Forza Italia, per garantire con 10 voti (altro che operazione Razzi-Scilipoti!) sostegno alle riforme di Renzi e accaparrarsi subito il finanziamento di mezzo milione di euro.

5.      L’aula del Senato con 189 voti contrari, 96 sì e 17 astenuti, ha respinto al mittente la richiesta di arresto del senatore Azzollini per il fallimento da mezzo miliardo (di cui 350 milioni sono il debito verso lo Stato) della casa di cura della Divina Provvidenza.
Il provvedimento approvato dal GIP, è stato il risultato di tre anni di indagini della Procura della Repubblica di Trani, che ha formalizzato l’accusa di bancarotta fraudolenta, spreco di denaro pubblico, assunzioni clientelari, bilanci falsificati, stipendi e consulenze d'oro, utilizzo di risorse non finalizzate alla cura dei malati. Sono finiti agli arresti 10 imputati (tra cui tre suore), ma l’undicesimo, il padre padrone dell’opera, Azzollini l’ha fatta franca. Che non esistesse il cosiddetto fumus di persecuzione è dimostrato dal fatto che non solo la richiesta della Procura di Trani era stata convalidata dai giudici del riesame di Bari che avevano ritenuto Azzollini parte attiva nella bancarotta fraudolenta dell’Istituto, ma anche dal fatto che la Giunta aveva fatto un lavoro approfondito (sei riunioni, due audizioni dell’imputato che aveva anche depositato una memoria difensiva) prima di arrivare a formalizzare il parere favorevole all’arresto.
Ma chi è Azzollini? E’ stato per oltre dieci anni presidente della Commissione Bilancio, cioè quello che ha gestito i cordoni della borsa dei soldi pubblici usati per il marchettificio con distribuzione a pioggia a tutti i partiti, di governo e di finta opposizione e a tutti i capi collegi elettorali. E’ lo stesso personaggio inquisito in un altro procedimento di un’altra Procura per la megatruffa del porto di Molfetta per il quale il Senato aveva già proibito alcuni mesi fa l’uso delle intercettazioni, dopo un estenuante pressing del PD su tre suoi dubbiosi senatori che finirono per cedere (Ginetti, Pagliari e l’ineffabile Pezzopane).
E di che partito è Azzollini? Ma “ça va sans dire” appartiene al NCD, al cosiddetto “partito degli onesti” di Alfano che ha ormai più inquisiti che elettori, necessario per la respirazione bocca a bocca del governo in chiara mancanza di ossigeno proprio al Senato.
Cosa è successo? Il Capogruppo del PD Zanda ha notificato a tutti i suoi senatori via mail la libertà di coscienza, cioè il via libera alla difesa degli interessi personali, senza motivare in alcun modo il rovesciamento della posizione della Giunta.  Possibile che Zanda, nel lasciare libertà di coscienza, abbia fatto tutto di testa propria, senza sentire il segretario che è anche presidente del Consiglio? E’ credibile che Zanda possa aver deciso su una questione così spinosa che avrebbe messo sicuramente a repentaglio la vita del Governo senza consultarsi con il Nazareno?
No non è credibile, mentre rientra perfettamente nella logica machiavellica quella di aver fatto la bella figura votando per l’arresto in Giunta e poi ipocritamente, con la motivazione della libertà di coscienza, approvare il contrario in Aula.
Voto davvero libero? Ma nemmeno a parlarne. Il Governo non può fare a meno dei voti del NCD come dell’aria, e pur contando sui nuovi gregari di Verdini, non avrebbe potuto salvare Azzollini se il plotone di 60 senatori avesse votato secondo le indicazioni della Giunta.
E la coscienza? E’ finita sotto i piedi di chi per calcolo di interesse ha calpestato il voto degli stessi esponenti del PD nella Giunta.
Per questo dopo il voto pro Azzollini sono immediatamente scattati gli abbracci, le pacche sulle spalle e le congratulazioni da parte delle solite facce di tolla dei vari Quagliarello, Schifani, Sacconi, Verdini, Albertini, Formigoni ecc., con urla da stadio che hanno rappresentato la più arrogante manifestazione di strafottenza e di insulto verso i cittadini onesti.
E pensare che Renzi qualche mese fa aveva dichiarato di voler “applicare il DASPO per i politici corrotti” e che lo stesso presidente del PD Orfini aveva espresso l’ineluttabilità al voto positivo all’arresto per dare il segnale che si intendeva ripulire il tempio della politica dai mercanti.
Infine il fatto delinquenziale puro. L’aeroporto di Fiumicino, unico hub veramente internazionale dell’Italia, già andato a fuoco due mesi fa per l’incuria e l’inefficienza o sabotaggio dei sistemi antincendio (sapremo mai la verità e saranno mai individuati i responsabili?) ha subito un attentato criminale che ha portato al blocco totale: un incendio chiaramente doloso ha divorato per un’ampiezza di 40 ettari la pineta di Focene che è adiacente alla pista numero uno. Aeroporto nel caos più totale, voli cancellati, nessuna informazione, passeggeri inviperiti, autostrada bloccata per ore. Poi a distanza di 24 ore e decine di voli soppressi è intervenuto un black out elettrico che ha fatto temere il peggio, moltiplicando il caos del giorno precedente. Se l’Alitalia, che ora risponde alla logica di Ittihad, attuerà la minaccia di abbandonare lo scalo di Roma, potremo definitivamente abbassare la saracinesca.

Ut demostrandum erat: il mondo si è già convinto che l’Italia così non può andare avanti. E’ ora che se ne convincano anche gli italiani.

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