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Italia

ITALIA IN CANCRENA 2

Disastri ambientali
TORQUATO CARDILLI - L’Italia è il secondo paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, ad aver subito i maggiori danni economici a causa di ciò che viene fatto passare sotto il nome di catastrofe naturale; ma mentre in America i tornado sono un fenomeno abituale, causato da una combinazione peculiare di condizioni atmosferiche tropicali sulle quali ben poco può fare l’uomo e per quante precauzioni egli possa prendere gli è difficile rimanerne indenni, in Italia si tratta di danni prevedibili perché causati indirettamente dallo sfruttamento imbecille del suolo, dalla violazione delle leggi, dalla speculazione edilizia, dalla truffa sistematica nelle costruzioni, dalla corruzione che compra dovunque permessi e collaudi da amministratori felloni.
La politica della gestione del territorio è una scienza ignorata dai nostri politicanti che preferiscono continuare ad operare, dopo ogni catastrofe, con il fazzoletto in mano pronto alla lacrima dell’emozione guardando alle opportunità di lavoro e di affari in emergenza, spesso scavalcando conflitti di competenze e palleggiamento di responsabilità tra Protezione Civile, Prefettura, Comune, Provincia, Regione.
La prevenzione che acquista ogni giorno di più un valore strategico è di fatto assente nei programmi del Governo che sembra ignorare lo studio della Organizzazione meteorologica mondiale, secondo cui per ogni euro investito nella prevenzione se ne potrebbero risparmiare circa 7 impiegati in assistenza umanitaria e in ricostruzione. Al contrario in Italia, solo dopo che il disastro ha fatto i suoi danni, 9 euro su 10 vengono spesi, sempre in condizione di emergenza, con appalti di favore.
Secondo il sito http://www.valigiablu.it/ tra alluvioni, frane e valanghe il nostro è un paese ferito: l’82% del territorio nazionale è considerato a rischio idrogeologico; ne sono coinvolti ben 6.633 Comuni su 8.047 (vedi l'elenco dei disastri ambientali di questo secolo con vittime).
Per metterlo in sicurezza ci vorrebbero 15 anni di lavori continui e almeno 40 miliardi, ma lo Stato italiano pur avendo speso in emergenze varie qualche miliarduccio ne stanzia ben pochi per la messa in sicurezza del territorio (monti, fiumi, valli, boschi, litoranee, abitati): basti pensare che per il triennio 2014-2016 sono stati previsti nella legge di stabilità solo 180 milioni di cui 56 per il 2014.
Questi numeri che certificano senza pietà l’assenza di investimenti pubblici, denotano l’ottusità governativa che ritiene le opere e  le infrastrutture destinate a contrastare il dissesto idrogeologico non un  obbiettivo prioritario per la protezione dell’ambiente ed il rilancio dell’economia. Dei 3.395 interventi richiesti a seguito di eventi atmosferici devastanti e inclusi nell’accordo di programma tra Stato e Regioni del 2010 solo il 3,2% risulta concluso per 109 interventi, mentre il 19% è ancora in esecuzione e il 78% è fermo ostaggio della burocrazia.
In un paese ove basta una pioggia violenta per mandare in tilt una città come Roma, allagandone sottopassaggi e metropolitana, per spezzare in due l’Italia interrompendone le linee ferroviarie, dove non si fa assolutamente manutenzione di strade, di fogne, di argini, di vegetazione ecc. non ci si stupisce più di tanto se soldi e opere da eseguire restano custoditi nel baule delle promesse politiche.
L'ultimo disastro del viadotto siciliano crollato a un paio di mesi dall’inaugurazione fatta dall’ANAS (il cui presidente è stato dimissionato con una buonuscita milionaria) ha spaccato a metà l’isola in cui solo 5.000 km di asfalto sono accessibili su una rete di 20.000, dove è chiusa una strada su quattro, dove la distanza tra Enna e Caltanissetta o tra Catania e Palermo è diventata superiore a quella tra Roma e Parigi, dove crollano piloni e viadotti, dove ci si arrampica sulle montagne, attraverso le antiche trazzere borboniche. Ed è proprio su una di queste che i consiglieri regionali del M5S hanno battuto il governo nazionale e regionale provvedendo all’asfalto in proprio della via dell’onestà con 300 mila euro delle loro indennità.
L’elenco delle strade interrotte, crollate o franate è sterminato: sulla strada Statale 626 (Caltanissetta-Gela) il viadotto Geremia si è spezzato in due; allagate e franate sono le strade statali 121 e 191 nei pressi di Mazzarino; nei dintorni di Sutera si registrano movimenti franosi, smottamenti e colate di fango; in provincia di Agrigento (patria di Alfano), oltre al crollo del viadotto di Scorciavacche era già crollato il viadotto Petrulla sulla strada tra Licata e Ravanusa, mentre il viadotto Verdura (Agrigento-Sciacca) era collassato nel 2013. Il dissesto riguarda anche l’asse Palermo-Trapani: si va dalle frane della provinciale 26 al cedimento della 110, dal crollo della statale 113 nei pressi di Trabia fino alla provinciale 18 che collega Palermo a Piana degli Albanesi. L’autostrada 20, l’unica a pagamento in Sicilia che collega Palermo con Messina, che ha richiesto ben 37 anni per essere ultimata e che è stata inaugurata almeno quattro volte (l’ultima nel 2004 dall’allora premier Berlusconi) è una delle autostrade più pericolose del Mezzogiorno (si vola giù dai viadotti protetti da guardrail non a norma, si rimane coinvolti in incidenti perché si sbanda sulle pozzanghere che si formano ad ogni pioggia, si muore per mancanza di manutenzione e di asfalto drenante nei punti più critici).
Per rimettere in sesto le varie strade dell’isola occorrerebbero 650 milioni. I soldi c’erano, erano previsti dai fondi europei Pac e Fes, ma ora non ci sono più perché il governo Renzi li ha scippati insieme a quelli destinati agli alluvionati della Sardegna o alle vittime dell’amianto per dirottarli a favore dell’Expo.
Da Nord a Sud il paese si sfalda. San Vito di Cadore, perla delle Dolomiti, Corigliano e Rossano Calabro, sono nomi di località un tempo ridenti per le vacanze invernali e estive. Oggi sono coperte di fango, devastate  dalla violenza dell’alluvione che ha inghiottito case e cose portando via tre vittime nei gorghi dei torrenti. In poche ore melma e detriti hanno travolto decine di auto, trascinandole a valle o fino al mare ed hanno devastato interi quartieri mettendo a nudo che l’80% delle case distrutte erano state costruite dove è assolutamente vietato.
L'estate 2015 sta per concludersi con nubifragi e temporali su tutto il paese, ma i politici continueranno ad accapigliarsi sulle poltrone (RAITV, CSM, Corte Costituzionale, Enti di governo e sottogoverno vari, riforma del Senato o della legge elettorale, appena varata e già rimessa in discussione), senza che venga data una risposta strutturale adeguata alla vulnerabilità del nostro territorio, continuamente stuprato da costruzioni abusive consentite da tutti gli amministratori collusi.
Matureranno gli elettori di non dare più fiducia a quanti hanno portato il paese al disastro?
 
PS: Questo articolo è la seconda puntata dell’Italia in cancrena. Il primo numero è uscito il 13.8.2015. Il lettore che volesse ulteriori elementi di documentazione potrebbe rifarsi a quanto già pubblicato da un anno a questa parte:
-          Un paese dissestato dalla politica (22.8.2014)
-          La natura non fa credito a un paese dissestato dalla politica (12.10.2014)
-          Piove: governo ladro! (16.10.2014)
-          L'Italia dei disastri, dei regali e del gioco (16.11.2014)
-          La voragine (16.2.15)


Elenco dei disastri ambientali di questo secolo con vittime  
9 settembre 2000. Un’onda mostruosa si abbatte a Soverato in Calabria. 12 morti
30 aprile 2006. Frana a Ischia, in provincia di Napoli. 4 morti e oltre 200 sfollati
3 Luglio 2006. Nubifragio a Vibo Valentia. 4 morti
29 maggio 2008. Alluvione a Villar Pellice, in provincia di Torino. 4 morti
22 ottobre 2008. Alluvione a Capoterra, in provincia di Cagliari. 5 morti
1 ottobre 2009. Alluvione a Giampilieri, Altolia, Briga e Scaletta Zanclea (Messina). 36 morti
4 ottobre 2010. Alluvione a Genova, Sestri Ponente, Varazze e Cogoleto. 1 morto
1 e 2 novembre 2010. Alluvione in Veneto: 540 mm di pioggia in 24 ore. Esondano i fiumi Bacchiglione a Cresole di Caldogno, 3 morti
3 marzo 2011. Alluvione in Romagna, Marche e Abruzzo: Sant'Elpidio a mare (Fermo), Venerotta (Ascoli), Cervia (Ravenna) e Teramo. Esondano i fiumi Vomano, Tronto e altri corsi d'acqua. 5 morti
25 ottobre 2011. Alluvione nello Spezzino e nella Lunigiana. Esondano i fiumi Vara, Magra e Taro. 12 morti:
4 novembre 2011. Alluvione a Genova. Esondano il Bisagno, il Fereggiano, lo Sturla e lo Scrivia: 6 morti
12 novembre 2012. Un nubifragio su Grosseto e i territori meridionali della Maremma. Esondano il fiume Albegna e vari torrenti con piena record dell'Ombrone. 6 morti
22 novembre 2011. A Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) esonda il torrente Longano. 3 morti
5 ottobre 2013. A Massa Marittima (Grosseto) piena del torrente Satello: 2 morti
7 ottobre 2013. A Ginosa (Taranto) un’ondata di acqua e fango travolge l’abitato: 4 morti.
20 novembre 2013 Alluvione a Olbia: 16 morti
2 febbraio 2014: esonda nel Catanese presso Adrano il fiume Simeto in piena: 3 morti
3 maggio 2014. Alluvione a Senigallia (Ancona) e frane e smottamenti in varie zone delle Marche: 2 morti
3 agosto 2014. Una bomba d’acqua piomba sul Molinetto della Croda di Refrontolo (Treviso). 4 morti
3 settembre 2014: Nubifragio sul Gargano Foggia). 1 morto
8-9 ottobre 2014, A Genova esondano lo Scrivia, Fereggiano, Bisagno e Sturla: 1 morto
12 novembre 2014: Frane e smottamenti nel Biellese e sul lago Maggiore: 2 morti
15 novembre 2014 Nuovi allagamenti a Genova e nel Ponente: 3 morti
16 novembre 2014: una frana a Cerro di Laveno (Varese): 2 morti

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L'ITALIA IN CANCRENA

TORQUATO CARDILLI - In ogni occasione di cerimonia pubblica, il politico di turno canta al popolo, e la propaganda radiotelevisiva pubblica e privata si presta a farne da continuo megafono, il ritornello che l'Italia è un grande paese, che non ha nulla da imparare, che ha da insegnare al resto del mondo, che presto tornerà ad essere guida in Europa, che non bisogna piangersi addosso, che basta di elencare solo le cose che non vanno.
Generalmente chi sente queste baggianate, soprattutto le prime file dei soliti papponi e inquisiti, si crogiola nel compiacimento e nell'autosoddisfazione di sentirsi elogiato e invidiato e poco gli importa se per una mammografia bisogna attendere sei mesi, se i treni dei pendolari fanno schifo, se i precari di una volta adesso sono diventati precari a tempo indeterminato, se milioni di persone non hanno di che mettere sotto i denti, se il 46% dei giovani è senza occupazione, se l’inquinamento delle città e del paesaggio continua peggio di prima, se corruzione e evasione vanno alla grande, se Roma capitale è solo sporcizia, degrado e mafia capitale.
Insomma al potere piace solo chi esulta nell’autoreferenzialità "tutto va bene madama la marchesa!".
Invece è bene aprire gli occhi e le orecchie e tenere viva la memoria su tutte le cose che non vanno, su tutti gli imbrogli, su tutti i tradimenti del nostro atto di fiducia e della volontà popolare (finanziamento ai partiti, nucleare, acqua pubblica, legge elettorale, conflitto di interessi) sui soprusi e le ingiustizie, sui privilegi anacronistici, sui disastri ambientali, insomma su tutto quanto avvelena la vita di ogni cittadino.
Solo prendendo cognizione del tipo di malattia e del suo stadio si può sperare di uscirne curati.
Allora diciamolo subito. L'Italia è in cancrena, putrefatta per la degenerazione del tessuto politico e sociale che trasuda liquidi fetidi. E come insegnano i trattati di medicina la cura di questa malattia può essere solo chirurgica, cioè l’amputazione.
I politici e gli amministratori della cosa pubblica, sia che si tratti di immigrazione, di devastazioni da inondazioni, di spazzatura che degrada le città, di discariche e inceneritori, di inadeguatezza museale e di mancata protezione dei beni culturali, anziché chiamare questi guai con il loro nome usano una definizione ambigua, immutabile, permanente. Forse hanno vergogna di chiamarle manifestazioni cancrenose e con la complicità dei gazzettieri sempre disponibili le chiamano “emergenze”. Negano che si tratti di errori politici cronici di una classe totalmente inetta, inadeguata, curatrice del proprio interesse personale a discapito di quello generale, incapace di programmare e invocano la parola magica “'emergenza” per ottenere fondi aggiuntivi, per scavalcare le procedure, per distribuire appalti agli amici, per dare la colpa a qualcun altro, per evitare di battersi il petto ed anzi sfoggiare i propri meriti inesistenti.
Parliamo oggi di “immigrazione”, rinviando ad altra occasione i temi non meno cruciali delle inondazioni, della spazzatura, dei musei ecc.
Ormai lo sanno persino le singole gocce del mare Mediterraneo o i singoli granelli di sabbia delle coste siciliane cosa sia il fenomeno dell’immigrazione selvaggia degli anni 2000. Ma i nostri politici non l’hanno affatto compreso, continuano a considerarlo come un evento eccezionale, tipo pioggia torrenziale destinata ad esaurirsi dopo un certo periodo per lasciare spazio al sereno. Invece è un problema epocale cronico. Il mezzo milione di profughi arrivato negli ultimi tre anni, non è che l’avanguardia di quella che potrà seguire; come accadde all’epoca delle invasioni barbariche può diventare il grimaldello, suscettibile di far saltare la nostra società.
Questo fenomeno viene indecorosamente sfruttato a fini politici per raccattare voti senza che venga indicato come farvi fronte e a fini malavitosi per alimentare il circuito perverso di affari loschi ad ogni livello locale e nazionale. Il governo tace e non lo affronta con i mezzi adeguati, con una politica seria, con una visione strategica, pensata da uomini capaci di prevedere le conseguenze e non da politicanti che si trastullano tra i due rami del parlamento, nelle segreterie dei partiti e nei sacri palazzi della Presidenza del Consiglio, del Ministero dell’Interno, della Difesa, del Tesoro, degli Esteri, pensando solo di tirare a campare fino a domani.
Gli esponenti dei vari partiti si rinfacciano di continuo colpe e responsabilità, nascondendo all’opinione pubblica che le stesse colpe e le stesse responsabilità sono state equamente condivise tra chi ha governato insieme e chi ha fatto finta opposizione spartendosi poi di notte posti e prebende.
Da una parte il PD e gli alleati di governo si commuovono ipocritamente di fronte ai cadaveri ripescati, accusano di insensibilità l’Europa e si sbracciano in commemorazioni istituendo addirittura in Parlamento la giornata della memoria dell’emigrazione che poi è fonte di lauti guadagni da parte di cooperative e cosche legate alla politica; dall’altra la Lega e Forza Italia lanciano appelli all’emotività della gente, senza avanzare un’ipotesi sensata di soluzione che sia praticabile, in un vuoto politico di idee e di programmi con un balbettio infantile di rimedi immaginari del tipo riportiamoli nel loro paese (quale è il loro paese?), oppure aiutiamoli a casa loro (dove sono al potere governi composti da cricche tribali, da militari violenti, tirannici e predoni delle risorse nazionali), oppure impiantiamo sulla costa africana dei centri di selezione e smistamento (a prescindere dalla necessità di un accordo politico con il governo del posto e le difficoltà di una sistemazione logistica di magnitudine gigantesca).
Ma chi avanza queste proposte sa di che parla? Ha mai assistito in Africa alla fila di una folla che travolge tutto e tutti per un tozzo di pane, per un po’ d’acqua o di farina? Sa che in Africa su 1 miliardo e passa di abitanti ci sono a dir poco 100 milioni di disperati provenienti da un territorio più grande dell’Europa, pronti ad affrontare i disagi dell’anabasi e il rischio dell’affogamento pur di uscire dal continente nero? Ci si rende conto che al giorno d’oggi, anche senza banda larga, in Africa le informazioni e i soldi corrono veloci con più rapidità di quanto si immagini e che al vertice della piramide del commercio di carne umana ci sono i poteri forti, gli stessi che controllano la droga, la prostituzione, le speculazioni finanziarie, la corruzione delle materie prime, la vendita del petrolio ed altri minerali?
Il nostro paese tra i principi sacri della costituzione ha inglobato quello dell’accoglienza obbligatoria di chi scappa dalla guerra e dal pericolo di morte. Quindi si impone con urgenza che il Governo mobiliti ogni struttura e capacità per individuare in tempi brevissimi chi ha diritto ad essere protetto e chi no. Come? I paesi in cui si svolgono guerre e repressioni sono noti e certificati dalle Nazioni Unite: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia. Non ci vuole né la CIA, né il KGB né tantomeno i nostri servizi che non si sono rivelati all’altezza della situazione per capire chi tra i naufraghi rientri in queste categorie, basandosi sul possesso del passaporto o di altro documento (che i profughi buttano a mare o distruggono proprio per evitare l’identificazione), sulla lingua, sul colore della pelle e sui tratti somatici caratteristici. Tra le centinaia di migliaia di profughi e naufraghi salvati dall’annegamento quanti sono quelli certamente non provenienti da zone di guerra ma da paesi come Mali, Niger, Centro Africa, Sudan, Ciad, Camerun, Senegal, Guinea, Nigeria, Togo, Burkina Faso, Congo, ecc.?
L’ho scritto già altre volte. L’immigrazione è ora diventato un fatto epocale e non episodico e come tale va affrontato.
In condizioni di normalità il diritto internazionale regola i rapporti tra Stati e protegge l’inviolabilità dei confini, ma quando lo stato A è disgregato e nessuna sua autorità è riconosciuta sul territorio in cui la fa da padrone la delinquenza che è in grado di controllare chi entra e chi esce dal paese, sta allo Stato B dichiarare i propri confini esattamente sulla battigia dello stato A. In altri termini se la Libia, ora destabilizzata contro i nostri interessi dalla perfida alleanza USA-Gran Bretagna-Francia è in uno stato di caos sta a noi prendere l’iniziativa di difenderci con ogni mezzo ed impedire che dalle sue coste possa essere attuato un qualsiasi movimento di persone verso il nostro paese. Non basta. Tutti quelli che non hanno diritto di asilo vanno riportati indietro da dove hanno iniziato la traversata del Mediterraneo.
Si potrebbe obiettare che il diritto internazionale non lo prevede. Se è per questo non prevede nemmeno i muri di separazione tra USA e Messico o tra Israele e Palestina, o tra Ungheria e Serbia o il filo spinato nel tunnel sotto la Manica e visto che in mare non si possono costruire muri l’unica alternativa è quella di fermare gli invasori sulla costa di partenza. Qualcun altro potrebbe obiettare ancora che sarebbe un atto di guerra violare gli spazi altrui e invece si tratta di una politica di autodifesa, di legittima difesa, di ordine pubblico, fatta anche in nome dei valori europei, di quell’Europa che si è sempre girata dall’altra parte salvo adesso allarmarsi perché allertata da Francia e Gran Bretagna.
 
PS: Come dicevo all’inizio per tenere viva la memoria invito il lettore a rileggere sull’ argomento quanto pubblicato nell’ultimo anno e mezzo (CLICCARE PER LEGGERE):
Mare nostrum a parole (30.6.2014)
Immigrazione e interesse nazionale (1.10.2014)
Corsi e ricorsi (19.2.2015)
Politica estera, questa sconosciuta  (17.4.2015)
Tragedia infinita ed eterna ipocrisia (20.4.2015)

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UT DEMOSTRANDUM ERAT

TORQUATO CARDILLI - Un vecchio, polveroso, manuale di esercizi di matematica applicata, concludeva la dimostrazione della soluzione di un problema con la dicitura “ut demostrandum erat" (come volevasi dimostrare), già utilizzata, nella versione greca, fin dai tempi di Euclide e Archimede.
Questa espressione calza a pennello con la situazione italiana di paese irrimediabilmente perduto, che non riesce a liberarsi della camicia di forza della corruzione, delle deviazioni di apparati dello Stato, della mafia, della burocrazia ottusa, dei privilegi e dei soprusi, se non viene totalmente sostituita la classe dirigente politica e amministrativa.
Quanto accaduto a Roma, che si ostina senza vergogna a volersi candidare per le Olimpiadi, mentre campeggiano su tutti i giornali mondiali le foto del degrado, della sporcizia, del sudiciume politico, è indicativo.
Non è bastata l’onta sul paese degli scandali del Mose, dell’Expo, dell’Ilva, dei terremoti e delle alluvioni con i loro strascichi di morti. Occorreva anche quella di mafia capitale, dei servizi pubblici cadenti e inefficienti, dei trasporti su gomma, ferrovia e aerei alla mercé degli scioperi improvvisi, delle dimostrazioni di protesta di questa o quella categoria sociale di fronte a Montecitorio con ripercussioni negative per la vita dei cittadini.
Non sono solo i giornali del mondo libero a ricordarci i primati negativi; anche la BCE certifica il nostro stato comatoso quando afferma che la ripresa migliora in Europa, ma l’Italia arranca, ultima nell’eurozona per il Pil pro capite, dove non si fanno più figli, meno che cento anni fa. Per non parlare del rapporto Svimez sul mezzogiorno con dati preoccupanti di sottosviluppo cronico. Al Sud un cittadino su tre è povero, mentre al Nord lo è uno su dieci. L'anno scorso i consumi nell'Italia meridionale (che cresce ad un livello inferiore a quello greco) sono stati i due terzi di quelli del Centro-Nord. Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l'assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedirgli di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
A tutto questo fardello di vergogna si sono aggiunti i nuovi episodi di malcostume e di delinquenza, ancora più ripugnanti per la coscienza comune, perché cucinati nelle stanze del potere, che non hanno fatto altro che confermare l’assunto del paese in rovina. Quanto accaduto nell’arco di 24 ore è la rappresentazione plastica del degrado morale e del mercanteggiamento, i veri pilastri del governo, ed ha dato nuova benzina a quella che viene erroneamente definita antipolitica e che invece significa presa di coscienza dei diritti e dei doveri del cittadino:
1.        La Camera ha concesso l’ennesima fiducia al governo che ormai fa uso di questo bastone permanente nei confronti dei Deputati, animati da un solo desiderio: quello di arrivare indenni alla fine della legislatura senza pregiudicarsi la possibilità di rientravi nella prossima. La fiducia su cosa? Ma sul taglio delle risorse alla Sanità per 2,3 miliardi di euro che sono esattamente quelli che mancavano al bilancio dello Stato per coprire il buco creato dal bonus di 80 euro, come previsto dalla legge di stabilità. Misura del tutto incoerente e contraria al solenne impegno di tagliare le tasse: si toglie quel poco che è rimasto al popolo meno abbiente anziché combattere la corruzione e l’evasione.
2.      Il Ministro Padoan, ha chiesto formalmente per iscritto alla Commissione di Vigilanza di spicciarsi a nominare il nuovo CdA della RAI il cui mandato è scaduto a maggio. La tanto annunciata riforma può attendere. Che si continui pure con la legge Gasparri basata sulla logica spartitoria tra maggioranza e opposizione obbediente. Non si sa mai, dovesse capitare qualche inciampo di legislatura è meglio avere la Rai-TV sotto controllo.

3.      Tutti i partiti con un voto corale hanno affossato gli ordini del giorno presentati dal M5S volti a tagliare 100 milioni dai costi della casta. Tutto va bene madama la marchesa!

4.      Il plurinquisito senatore Verdini ha presentato in pompa magna il suo nuovo gruppo (ALA) fuoriuscito da Forza Italia, per garantire con 10 voti (altro che operazione Razzi-Scilipoti!) sostegno alle riforme di Renzi e accaparrarsi subito il finanziamento di mezzo milione di euro.

5.      L’aula del Senato con 189 voti contrari, 96 sì e 17 astenuti, ha respinto al mittente la richiesta di arresto del senatore Azzollini per il fallimento da mezzo miliardo (di cui 350 milioni sono il debito verso lo Stato) della casa di cura della Divina Provvidenza.
Il provvedimento approvato dal GIP, è stato il risultato di tre anni di indagini della Procura della Repubblica di Trani, che ha formalizzato l’accusa di bancarotta fraudolenta, spreco di denaro pubblico, assunzioni clientelari, bilanci falsificati, stipendi e consulenze d'oro, utilizzo di risorse non finalizzate alla cura dei malati. Sono finiti agli arresti 10 imputati (tra cui tre suore), ma l’undicesimo, il padre padrone dell’opera, Azzollini l’ha fatta franca. Che non esistesse il cosiddetto fumus di persecuzione è dimostrato dal fatto che non solo la richiesta della Procura di Trani era stata convalidata dai giudici del riesame di Bari che avevano ritenuto Azzollini parte attiva nella bancarotta fraudolenta dell’Istituto, ma anche dal fatto che la Giunta aveva fatto un lavoro approfondito (sei riunioni, due audizioni dell’imputato che aveva anche depositato una memoria difensiva) prima di arrivare a formalizzare il parere favorevole all’arresto.
Ma chi è Azzollini? E’ stato per oltre dieci anni presidente della Commissione Bilancio, cioè quello che ha gestito i cordoni della borsa dei soldi pubblici usati per il marchettificio con distribuzione a pioggia a tutti i partiti, di governo e di finta opposizione e a tutti i capi collegi elettorali. E’ lo stesso personaggio inquisito in un altro procedimento di un’altra Procura per la megatruffa del porto di Molfetta per il quale il Senato aveva già proibito alcuni mesi fa l’uso delle intercettazioni, dopo un estenuante pressing del PD su tre suoi dubbiosi senatori che finirono per cedere (Ginetti, Pagliari e l’ineffabile Pezzopane).
E di che partito è Azzollini? Ma “ça va sans dire” appartiene al NCD, al cosiddetto “partito degli onesti” di Alfano che ha ormai più inquisiti che elettori, necessario per la respirazione bocca a bocca del governo in chiara mancanza di ossigeno proprio al Senato.
Cosa è successo? Il Capogruppo del PD Zanda ha notificato a tutti i suoi senatori via mail la libertà di coscienza, cioè il via libera alla difesa degli interessi personali, senza motivare in alcun modo il rovesciamento della posizione della Giunta.  Possibile che Zanda, nel lasciare libertà di coscienza, abbia fatto tutto di testa propria, senza sentire il segretario che è anche presidente del Consiglio? E’ credibile che Zanda possa aver deciso su una questione così spinosa che avrebbe messo sicuramente a repentaglio la vita del Governo senza consultarsi con il Nazareno?
No non è credibile, mentre rientra perfettamente nella logica machiavellica quella di aver fatto la bella figura votando per l’arresto in Giunta e poi ipocritamente, con la motivazione della libertà di coscienza, approvare il contrario in Aula.
Voto davvero libero? Ma nemmeno a parlarne. Il Governo non può fare a meno dei voti del NCD come dell’aria, e pur contando sui nuovi gregari di Verdini, non avrebbe potuto salvare Azzollini se il plotone di 60 senatori avesse votato secondo le indicazioni della Giunta.
E la coscienza? E’ finita sotto i piedi di chi per calcolo di interesse ha calpestato il voto degli stessi esponenti del PD nella Giunta.
Per questo dopo il voto pro Azzollini sono immediatamente scattati gli abbracci, le pacche sulle spalle e le congratulazioni da parte delle solite facce di tolla dei vari Quagliarello, Schifani, Sacconi, Verdini, Albertini, Formigoni ecc., con urla da stadio che hanno rappresentato la più arrogante manifestazione di strafottenza e di insulto verso i cittadini onesti.
E pensare che Renzi qualche mese fa aveva dichiarato di voler “applicare il DASPO per i politici corrotti” e che lo stesso presidente del PD Orfini aveva espresso l’ineluttabilità al voto positivo all’arresto per dare il segnale che si intendeva ripulire il tempio della politica dai mercanti.
Infine il fatto delinquenziale puro. L’aeroporto di Fiumicino, unico hub veramente internazionale dell’Italia, già andato a fuoco due mesi fa per l’incuria e l’inefficienza o sabotaggio dei sistemi antincendio (sapremo mai la verità e saranno mai individuati i responsabili?) ha subito un attentato criminale che ha portato al blocco totale: un incendio chiaramente doloso ha divorato per un’ampiezza di 40 ettari la pineta di Focene che è adiacente alla pista numero uno. Aeroporto nel caos più totale, voli cancellati, nessuna informazione, passeggeri inviperiti, autostrada bloccata per ore. Poi a distanza di 24 ore e decine di voli soppressi è intervenuto un black out elettrico che ha fatto temere il peggio, moltiplicando il caos del giorno precedente. Se l’Alitalia, che ora risponde alla logica di Ittihad, attuerà la minaccia di abbandonare lo scalo di Roma, potremo definitivamente abbassare la saracinesca.

Ut demostrandum erat: il mondo si è già convinto che l’Italia così non può andare avanti. E’ ora che se ne convincano anche gli italiani.

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IMMIGRAZIONE: CHIESA E STATO A CONFRONTO

LUCIA ABBALLE - I severi giudizi che monsignor Nunzio Galatino ha riservato agli esponenti politici sul tema dell’accoglienza agli immigrati, sembrano aver abbandonato quel senso della misura che distingue un Uomo di Chiesa dal mondo politico, soggetto alla mistificazione e alla provocazione. Ci si aspetta che la realtà, spesso rivista e stravolta da teorie politiche, rispecchi fedelmente lo stato delle cose soprattutto quando a fotografarla sono gli occhi di chi è chiamato, per vocazione e giuramento, a non dire falsa testimonianza, rifuggendo da giudizi affrettati basati su un’ispirazione spirituale che punta alla redenzione delle coscienze. Obiettivo, quest’ultimo, di nobile caratura ma scarsamente supportato da una lettura attenta delle posizioni politiche in tema di immigrazione: la discussione intorno agli extracomunitari non riguarda coloro che vengono in Italia, lavorano regolarmente e rispettano le nostre leggi; ma riguarda i clandestini che, una volta sbarcati, non si integrano e l’unico modo di relazionarsi alla nostra società è quello di delinquere, di usufruire di tutti i servizi a spese degli italiani. Questi politici chiedono misura e discernimento nell’accogliere 200mila migranti l’anno. E non credo che questo atteggiamento interferisca con l’essere cristiano ma riguarda il nodo della sovranità e dell’identità delle Nazioni, tema molto caro alla Chiesa che, attraverso le norme sulla “cittadinanza, la residenza e l’accesso” in vigore nello Stato della Città del Vaticano, difende severamente i confini del proprio territorio. Pretendere di vedere spalancate le porte della Nazione e chiudere con doppia mandata le proprie, fa parte di un antico modo di predicare bene e razzolare male che ha portato, nel corso degli anni, ad un profondo scollamento della Chiesa dalla società civile. Quando un fenomeno di questa portata investe il nostro Paese mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini soprattutto alla luce delle minacce dell’Isis di colpire Roma, non sono le parole né le preghiere a dare la soluzione, bensì servono i fatti, quelli che fanno la differenza e mettono in moto il vero cambiamento. Credo che sia apprezzabile vedere la Chiesa interessarsi alle dinamiche sociali ma, prima di sparare a zero su alcuni esponenti politici, definiti “piazzisti da quattro soldi, che pur di prendere voti, dicono cose straordinariamente insulse”, è necessario recuperare un po’ di credibilità minata dalle recenti trascrizioni pubblicate dalle indagini di Mafia Capitale a Roma in cui risulta chiaro un coinvolgimento delle cooperative bianche e cattoliche nella spartizione di denaro nella gestione dei migranti. Pertanto, prima di additare il mondo politico italiano come “assassino” nel caso in cui respinga i migranti, la Chiesa dovrebbe interrogare la propria coscienza e volgere lo sguardo a quella parte di Europa in cui i Paesi e i Governi con sensibilità diverse, come Ungheria e Germania, hanno stretto le viti dell’accoglienza, ampliando la rete dei cosiddetti “Paesi sicuri” da cui transita il flusso, come Serbia e Macedonia, e dichiarando sin da ora, che i migranti che raggiungono le loro frontiere saranno riaccompagnati in quei Paesi di precedente transito. Ciò non esime lo Stato italiano dal prendersi le proprie responsabilità, registrando su questa materia molti limiti, come quello di demandare ai Comuni e a Enti Locali la sistemazione di un numero sempre più elevato di migranti, dopo aver assolto ai doveri di salvarli in mare, perché non si è dotato mai di un efficace e trasparente sistema di gestione nazionale del fenomeno.
In un momento storico particolarmente delicato, come questo che stiamo vivendo, l’appello alla prudenza risulta essere assolutamente necessario. Non voglio invocare il ritorno ad un’antica e rigida formula di divisione dei poteri quando affermo che in questo momento risulta funzionale alla risoluzione del problema immigrazione dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, ma manifestare sentimenti “antistatali” quando in nome dell’accoglienza si mette a rischio la sicurezza di un intero Paese, risulta essere semplicistico ed inopportuno. Gli uomini di Chiesa Chiesa recuperino quel senso della misura capace di placare esacerbate suscettibilità e inviti i suoi rappresentanti a non dimenticare la missione che sono chiamati a svolgere e, magari, a recitare qualche atto di dolore in più.

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L’esprit florentin

TORQUATO CARDILLI - I francesi, maestri di corte e di raffinatezze, hanno coniato secoli addietro due espressioni "esprit de finesse" e "esprit florentin" per descrivere ed esaltare la grande qualità positiva della finezza di ingegno e all'opposto per mettere in guardia dalla perversione dell'animo opportunista, abile nel dissimulare il tradimento.
La seconda espressione, nata dall’esperienza nel rapporto politico con gli ambasciatori e i principi toscani, ha finito per essere appioppata per la proprietà transitiva un po' a tutti gli italiani, dipinti come inclini alla doppiezza, manipolatori dell’impasto del compromesso, portati alla tolleranza e alla furbizia, con la vocazione per la menzogna.
Potevamo pretendere di meglio e di più avendo come primo ministro un fiorentino doc per giunta democristiano, pressapochista, vendicativo, smanioso di potere, incline allo stravolgimento delle regole e a negare con altrettanta spavalderia ciò che ha invece spontaneamente e solennemente affermato come verità rivelata?
L’epitaffio (Enrico stai sereno), lanciato al modesto Letta mentre metteva a punto, come si usa tra congiurati, gli ultimi particolari della sua defenestrazione, ha fatto il giro del mondo, varcando le Alpi e gli Oceani. Ciò che più conta di questa ignobile vicenda, coperta, stando alle voci, da chi sull’alto colle aveva qualche cosa da farsi perdonare, non sono tanto i titoli dei giornali internazionali quanto la sottile e perfida venatura di diffidenza che ogni ambasciatore straniero a Roma ha usato per demolire l’affidabilità del nostro, infiorettando il proprio rapporto sulla situazione italiana al proprio Ministro degli Esteri.
In rete circola un’antologia di cose dette e rimangiate, proclamate e rinnegate con la stessa faccia tosta utilizzata per giustificare il patto del Nazareno. L’ultima della serie, su cui vigileranno gli occhiuti partner europei con sguardo arcigno poco propensi a concedere proroghe e slittamenti sul rientro dal debito, è la bufala, spacciata per cosa fatta, che sarà abolita la tassa sulla prima casa e che saranno ridotte le tasse di 50 miliardi in tre anni. Del resto questo è un favore che non si può negare alle famiglie italiane che “si stanno arricchendo” (ipse dixit al Parlamento europeo)!.
Non stiamo a sottilizzare se il Tesoro gli può aver fornito calcoli fondati su 45 miliardi, ma dire 50 miliardi ha un effetto più tondo che fa presa, oppure se ciò che potrebbe essere donato con la mano destra sarà sicuramente ripreso con la mano sinistra colpendo ad esempio i diritti di successione proprio sulla casa, la tassa sulle disgrazie o quella sui funerali.
Una cosa va però sottolineata. E’ scomparsa la sicumera, l’arroganza mista a compassione, con cui lui e i suoi coristi hanno sempre svillaneggiato, spalleggiati dall’informazione televisiva da talk show da pollaio e dalla stampa al soldo, la proposta del M5S di istituzione del salario di cittadinanza, definita puro vaneggiamento populista.
Questa proposta, primo disegno di legge della legislatura presentato dalla minoranza di opposizione (anche se alle elezioni politiche è risultato il partito più votato d’Italia), corredata di tabelle indicative dell’origine dei fondi, se approvata due anni fa avrebbe dato all’economia nazionale quell’impulso necessario per riattivare il mercato interno e togliere dalla disperazione milioni di famiglie, innescando la ripresa anche per l'effetto volano del rientro immediato seppur parziale per le casse dello Stato quale Iva sui consumi.
Il salario di cittadinanza di € 780 al mese per ciascun cittadino senza reddito era stato calcolato in 15-17 miliardi annui, diffuso su una platea di 5 milioni di persone (cioè i poveri) con il meccanismo legato all’integrazione monetaria fino a tale soglia di tutti i redditi inferiori o di quelli inesistenti, offrendo allo steso tempo ai disoccupati una chance di addestramento in attesa di lavoro.
Improvvisamente il mago Zurlenzi ha capito che bisogna allargare la massa monetaria in circolazione e fa l’annuncio clamoroso che però appare da subito come un puro e semplice inganno della buona fede popolare nel tentativo di interrompere la perdita di consensi che si è fatta costante per tutte le vicende giudiziarie ed etiche che hanno investito gli uomini e le donne del PD in questo ultimo periodo a Roma come nel resto d'Italia, nonché per il mancato decollo economico.
Con la promessa di tagliare le tasse per 50 miliardi di euro nel prossimo triennio, dopo aver portato in un anno e mezzo di governo la pressione fiscale fino al 43,5% del Pil (cioè due punti  in più rispetto alla media euro), tenta demagogicamente di replicare la mossa politica attuata alla vigilia delle elezioni europee con il bonus di 80 euro.
Renzi pensa davvero che gli italiani siano rincitrulliti fino al punto da non vedere che questo sistema allargherà il divario economico delle classi sociali, recando i maggiori benefici proprio a chi non ne ha bisogno senza infliggere alcun gravame a chi le tasse non le ha mai pagate?
E dove si prendono i soldi? Come si placano gli allarmi lanciati anche ai più alti livelli istituzionali che ritengono scellerato decidere un’operazione senza coperture che finirà per tracimare in nuove tasse agli Enti locali?
Con aria serafica e dotta lo ha spiegato il guru economico, neo responsabile della spending review (il quarto in tre anni senza che nessuna misura suggerita sia stata attuata) deputato PD Yoram Gutgeld: dobbiamo tagliare gli sprechi della sanità di 10 miliardi subito. Ottima iniziativa se fosse diretta effettivamente alla drastica riduzione degli sprechi. Ma finirà che anziché tagliare le gambe alla corruttela che è la madre dello spreco, anziché cancellare il privilegio che è il padre dello spreco finiranno per essere ridotti i servizi al cittadino. E' sempre stato così. Non può fare le riforme chi è causa del male.
Il tanto decantato job act, si è rivelato una riforma neo liberista sbagliata in modo pazzesco perché in un momento di recessione ha legato l’occupazione alla riduzione delle tutele sociali ed alla decontribuzione per le imprese che però è destinata ad esaurirsi in un triennio, cioè il tempo per arrivare a fine legislatura, anziché agli investimenti.
I fatti dicono che non ha dato i risultati sperati: dall’inizio del 2015 solo uno striminzito +0,5%, dato troppo esiguo per potere parlare di svolta o di ripresa, soprattutto se raffrontato ai miglioramenti di altri paesi europei. Come certificato dall’Istat, che ha smentito clamorosamente l’ottimismo governativo smontando l’obiettivo di un milione di posti di lavoro in più, a maggio 2015 il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 12,4% rispetto al mese precedente.
Dall’inizio dell'attività di questo governo dell'esprit florentin stiamo buttando alle ortiche una straordinaria combinazione positiva di fattori congiunturali, la più favorevole possibile, tipo allineamento dei pianeti, che non durerà a lungo, come il dimezzamento del costo del petrolio, l’inflazione ridotta quasi a zero, lo spread limitato a poco più di 100, il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro di un buon 20%.
Era ancora nell’aria l’annuncio velleitario tipo bolla di sapone quando il Fondo Monetario Internazionale ha pensato bene di farla scoppiare con un siluro micidiale e riportare gli italiani con i piedi per terra: ci vorranno venti anni perché il nostro paese possa tornare ai livelli occupazionali pre crisi, mentre alla Spagna ne basteranno solo dieci.
Gli anziani che hanno portato a questo disastro sperperando le fortune dei loro discendenti si facciano da parte insieme a quanti vendono lucciole per lanterne e i giovani, fatti due conti, non esitino a prendere in mano con risolutezza le sorti dell’Italia se non vorranno invecchiare disperati, senza figli, senza pensione, senza sanità, “en attendant Godot”.

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Il re che non voleva morire

TORQUATO CARDILLI - Uno dei pochi a decifrare i frammenti delle tavolette scritte in caratteri cuneiformi, grazie alle traduzioni che ne avevano tramandato gli Assiri, i Babilonesi, gli Ittiti, gli Urriti, è stato Sitchin, uno studioso nato a Baku, in Azerbaijan, conoscitore della Bibbia in ebraico, dell’archeologia del Medio Oriente, delle lingue semitiche, e della civiltà sumera. E’ stato capace di individuare in quelle poche righe una parte del patrimonio letterario della biblioteca di Assurbanipal, a Ninive. Ma cosa trattavano quelle tavolette? La storia di Gilgamesh, sovrano di Uruk, la biblica Efech, intorno all’anno 2900 a.C., che fece di tutto per sfuggire alla morte, destino comune a tutti gli uomini, il primo caso di ricerca dell’immortalità di cui si abbia notizia raccontato da fonti sumeriche.
La cosa sarebbe rimasta una notizia riservata agli specialisti della materia se Rodari non ne avesse tratto lo spunto per la favola del re che non voleva morire, un sovrano assai potente che si disperava perché nessun mago di corte fosse in grado di sottrarlo alla putrefazione del corpo.
Fece un consulto di saggi del tempo che emisero il verdetto secondo cui il re avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo se avesse ceduto tutti i suoi poteri e privilegi per un giorno all’uomo che gli somigliasse di più, che sarebbe morto al posto suo.
Subito venne fatto un bando a premi in tutto il reame per ricercare i sosia del re. Se ne presentarono a corte parecchi: chi con la stessa barba del sovrano, chi con lo stesso naso, chi con la stessa andatura, ma il re li scartava inesorabilmente per un nonnulla perché non rispondenti al suo ideale.
Della schiera di pretendenti era rimasto il più brutto, storpio, gobbo, mezzo cieco e pieno di croste.
Il più saggio tra i consiglieri lo individuò subito come l’uomo ideale da far morire al posto del re che invece si infuriò per essere accostato ad uno storpio superando l’abisso fisico, sociale  e culturale che li divideva. Ma il sapiente gli obiettò che un re che deve morire somiglia soltanto al più povero, al più disgraziato dei sudditi e lo invitò a sostituirsi al poveretto, da cui farsi sostituire sul trono per un giorno. Il re non volle prestarsi a questo stratagemma e quella sera stessa  morì, triste, anzi arrabbiato, con la corona in testa e lo scettro in pugno, mentre il disgraziato gli sopravvisse per molti anni.
Quale la ragione di tutto questo prologo?
Anche nell’Italia del 2015, dopo 5.000 anni dall’epopea di Gilgamesh,  c’è un re che non si rassegna ad uscire di scena.
Da garante, a parole, della carta costituzionale, nei fatti si è comportato all’opposto preparando vari intrighi di palazzo per defenestrare il primo ministro senza che il parlamento lo avesse delegittimato. Incominciò dopo molti tentennamenti, accertatosi che la manovra extraparlamentare non sarebbe stata troppo criticata, con colui che era inviso a metà degli italiani, a tutto lo schieramento di sinistra e a buona parte degli interlocutori internazionali.
Dopo aver sondato qua e là vari personaggi del potere, anche fuori dei confini, nominò in fretta e furia, un bocconiano estraneo alla politica, circondato da un’aureola di saggezza economica, senatore a vita. Con questo titolo, pur senza investitura popolare, lo catapultò alla guida dell’esecutivo.
La situazione economica era disperata, ma anche il nuovo inquilino di palazzo Chigi anziché andare a rastrellare i soldi dove erano stati accumulati abusivamente contro ogni senso di giustizia e di equità sociale, anziché fare una lotta senza quartiere alla corruzione, al privilegio, all’evasione fiscale, adottò il provvedimento più iniquo dell’Italia repubblicana, creando una nuova categoria sociale, fino ad allora sconosciuta, costituita da centinaia di migliaia di esodati che andarono a sommarsi ai milioni di disoccupati.
Dunque superato il momento cruciale con i risparmi dei più bisognosi, e con la tosatura a sangue del ceto medio, arrivò il tempo non rinviabile di nuove elezioni, che se tenute tre anni prima avrebbero risparmiato un sacco di guai.
A febbraio 2013 le elezioni furono vinte dal M5S, la formazione politica più votata in assoluto in Italia con 8.869.458 voti cioè il 25,5%, ma grazie ai meccanismi di una legge elettorale “porcata” il premio di maggioranza fu dato al PD che con 8.644.523 voti cioè il 25,4% prese il triplo dei deputati del M5S.
Il re che era diventato sordo per l’età e non aveva sentito il boom arrivatogli dal popolo, dopo che lo “smacchiatore” a cui aveva vietato di fare aperture al M5S fu costretto ad ammettere il proprio fallimento compresa la perdita della segreteria del partito, designò come capo dell’esecutivo un personaggio di seconda fila, noto solo per essere il nipote di una specie di Mazzarino, utile a fare il lavoro sporco di regalare alle banche private parecchi miliardi di euro rivalutando le quote della Banca d’Italia, in attesa di prepararne, di lì a un anno, la sostituzione con un esuberante cafoncello, un bulletto di provincia, nemmeno eletto.
Nel frattempo, unico caso nella storia del paese, non pago di aver promulgato le orrende leggi (lodo Alfano, legittimo impedimento, riforma Fornero, sblocca Italia, ecc.) si era fatto rinominare quale successore di se stesso per poter continuare a promulgarne se possibile di peggiori come il  jobs act o non mollare il rigido controllo sulla magistratura, sulle Procure, sul CSM dopo che aveva fatto distruggere le intercettazioni delle conversazioni del suo defunto consigliere giuridico, o a considerare carta straccia un documento parlamentare sulla riduzione delle spese militari dei caccia F35, o a concedere la grazia a militari americani condannati da tribunali italiani mentre non è stato capace di ottenere la liberazione dei nostri due marò, o a mestare con una fantomatica commissione dei 40 per la riforma costituzionale.
E il re che non voleva morire è tornato pubblicamente e ripetutamente proprio su questo tema, non solo come senatore a vita, ma come ex re emerito. Non pago dell’appannaggio, della servitù, della scorta, dei famigli, delle riverenze dovute a un monarca. ha stravolto un’etichetta protocollare, una norma di buona decenza, una forma di rispetto che è dovuta all’istituzione che non è più sua, ha dimenticato il buon gusto napoletano e credendosi ancora in carica ha lanciato un monito con una pubblica lettera su un quotidiano nazionale.
Non c’è stato commentatore politico di spessore, costituzionalista di fama, giurista affermato che non abbia criticato questa mossa improvvida non solo per lo sgarbo istituzionale, ma per l’assurdità di perseverare nel ritenere il disegno di legge costituzionale Boschi come una condotta forzata in cui non ci si possa fermare pur sapendo di sfociare in un insuccesso clamoroso.
La scelta scellerata di insistere per il solo fatto che nel primo passaggio parlamentare Camera e Senato l’hanno approvata è un’argomentazione debolissima. Il Senato non più eletto direttamente dai cittadini, ma scelto dai consigli regionali, infarciti di inquisiti per reati contro lo Stato, contro la sana amministrazione, contro la fede pubblica che così offrono ai neo senatori la guarentigia di protezione dell’immunità parlamentare è un attentato alle regole della democrazia.
Se si voleva porre termine in modo elegante e non autoritario, in forma snella e non ambigua, al bicameralismo perfetto, sarebbe bastato sopprimere tout court il Senato e non ci si sarebbe accapigliati più di tanto; se lo scopo era ridurre le spese della politica poteva essere dimezzato il numero dei senatori e dei deputati senza ricorrere alla finzione che ai nuovi senatori verrebbe concesso solo il rimborso delle spese, lasciando immutato tutto il baraccone cui ora si vorrebbe appioppare il nome di Camera delle Autonomie, lasciando campo libero ad un’infinità di contenziosi e di conflitti di attribuzioni.
In gioco non c’è dunque il problema del doppione dei lavori del bicameralismo, non c’è la questione dell’economia dei conti, non delle competenze, ma unicamente quella dell’uomo solo al comando che decide tutto e dispone di tutto.
Alla ripresa dei lavori parlamentari in autunno si vedrà se l’offensiva dell’opposizione pensante sarà capace di prevalere sulla maggioranza coatta e se il re riottoso toglierà il disturbo, con la corona in testa e lo scettro in mano.

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Il servo spietato e il Deus ex machina

TORQUATO CARDILLI - Un padrone volle fare i conti con i suoi debitori e incominciò con il servo che gli doveva di più, ben diecimila denari. Il poveraccio non disponeva nemmeno di un centesimo della somma ed il padrone, senza compassione, ordinò che fosse venduto insieme alla moglie, ai figli e alle sue povere cose e che con il ricavato si saldasse il debito.
Il servo miserabile gli si prostrò lavandogli i piedi con le lacrime e lo supplicò di dargli tempo e modo per la restituzione del debito. Di fronte allo strazio umano il padrone, che non aveva affatto bisogno di quel denaro, lo lasciò andare condonandogli il debito.
Il servo, dopo essere scampato ad una sorte orribile, sulla strada di casa incontrò un altro servo, nella sua stessa condizione di indigenza, che gli doveva appena mezzo denaro. Lo afferrò per il collo intimandogli il pagamento immediato. Quello gettatosi in ginocchio lo supplicava di dargli tempo e modo per la restituzione, ma il servo creditore non ebbe pietà e lo fece imprigionare.
La cosa fu riferita al padrone che, chiamato il servo da lui condonato, gli rimproverò la spietatezza di carattere e lo mise in mano agli aguzzini fino al pagamento dell’ultimo centesimo.
Questo raccontava duemila anni fa un personaggio di nome Gesù, di fronte ai farisei intrisi nell’egoismo, poco propensi a condonare i debiti.
In giorni più vicini a noi c’era un paese forte, ricco, ordinato che però perse una guerra fatta per sete di dominio (uber alles) e fu costretto dai vincitori a pagarne le dure conseguenze. Queste erano talmente pesanti che il paese sconfitto, ritenendole giugulatorie, si ribellò facendo un’altra guerra più atroce e sanguinosa della precedente. Perse pure quella in modo catastrofico, ma il vincitore (lo stesso della precedente) mosso a pietà e per convenienza geopolitica gli condonò il debito consentendogli di rinascere dalle ceneri e di rimettersi in piedi nella comunità internazionale.
Alcuni anni dopo quel paese ringalluzzito, decise di allargare la propria casa in favore dei fratelli separati, a spese dei cugini con i quali si era messo in società, condividendo politica, economia, scambi, trattati, frontiere, sicurezza, ecc.
I cugini benevolmente chiusero un occhio alle sue violazioni delle regole consentendogli di contrarre i debiti necessari che gli permisero di ridiventare egemone con una famiglia più grande ed una casa più sfarzosa.
Uno di questi cugini che era un debitore incallito, pur di sedere alla sua mensa lo aveva ingannato presentandogli dei conti fasulli ed occultandogli lo spaventoso debito che aveva dissipato in anni di gestione clientelare, di privilegi anacronistici riservati a pochi, di spregiudicate operazioni finanziarie. Scoperta la realtà il paese egemone pretese il saldo dei debiti pena l’espulsione dalla famiglia.
Ma girato l’angolo, ci si accorgiamo che un altro paese, intimo di quello ricco e forte, è sull’orlo della bancarotta. Per evitare il fallimento chiede ai creditori che sono proprio del paese ricco di mettersi una mano sul cuore e tagliare il debito per salvarlo dal fallimento. La vicenda contrariamente a quanto possiate immaginare non riguarda più il debito della Grecia o qualche altro paese cicala del Mediterraneo, ma la severissima Austria. In questo caso non viene recitata la tragedia, ma la commedia a lieto fine. Il paese ricco, che è sempre lo stesso, attraverso un accordo tra le due regioni più coinvolte (Baviera e Carinzia), taglia il debito all’Austria, ristrutturando quasi 1 miliardo e mezzo di euro, cioè quanto la Grecia non ha potuto rimborsare al FMI alla scadenza del 30 giugno, per cui è scoppiato il pandemonio.
Spiegata così ai bambini questa è la situazione di oggi: l’Europa, la cui carta fondamentale, dal trattato di Maastricht del 1992 e  successivi aggiornamenti di Amsterdam del 1997, di Nizza del 2001, e di Lisbona del 2007, aveva come obiettivi capisaldi quello di rafforzare la legittimità delle istituzioni, sviluppare la dimensione sociale della Comunità, istituire una politica estera e di sicurezza comune, prendere decisioni il più vicino possibile ai cittadini, rischia di andare in pezzi.
Secondo i canoni classici della tragedia, gli attori recitano dietro una maschera per nascondersi agli spettatori ai quali celano anche i veri interessi e i reali rapporti di forza: da una parte il primo ministro greco che ha prima sbaragliato in casa i governanti predecessori che avevano tradito il paese facendo debiti su debiti d’accordo con i creditori, e poi ha vinto un referendum popolare basato sull’orgoglio nazionale, dall’altra la cancelliera di ferro che deve guardarsi le spalle dall’inflessibile mastino, suo ministro delle finanze; in un lato la direttrice del FMI che pur parlando la stessa lingua del presidente francese, che appare sempre più suonato, non riesce a trovare una via d’uscita; in mezzo il super governatore della BCE che si è deciso a mettere in campo vagonate di soldi per salvare l’euro e, in un angolo, il premier italiano che si crede mediatore girando a vuoto su se stesso e che nessuno calcola, mentre sullo sfondo una serie di comparse nane ultime arrivate, più o meno al soldo, fanno la voce grossa aggrappate l’una all’altra per non cadere.
E’ una partita di bluff con continui rilanci e rialzi della posta. Un vero gioco delle parti: tutti sanno che Atene non potrà mai ripagare il debito attuale; i presidenti e ministri europei comprano tempo con annunci decrittabili solo da pochi, mentre le loro banche e i loro speculatori vendono e comprano denaro. In pochi giorni le borse vanno in altalena da mozzafiato giù e su, come sulle montagne russe, per centinaia di miliardi di euro che non si sono volatilizzati ma che sono finiti in ben noti forzieri.
La Grecia, paese con il più alto debito rispetto al PIL, è con il cappio al collo, uncinata dalla Germania con condizioni capestro: in tre giorni dovrebbe effettuare il taglio alle pensioni, l’innalzamento dell’Iva, la riforma del codice civile, la riforma del fisco, i tagli alla difesa, la riforma della pubblica amministrazione, la riforma dell’Istituto di Statistica, la cessione di sovranità in favore della Troika che si installerebbe ad Atene, l’accettazione di un fondo speciale di garanzia sotto la supervisione della Troika, la rinuncia a qualsiasi taglio del debito, ecc. Se non si piega niente negoziato sul finanziamento di nuovi prestiti che servono, si badi bene, non a rimettere in moto l’economia e la crescita, ma a pagare le rate che nel frattempo maturano a scadenza dei vecchi prestiti.
In questo modo il debitore è sempre permanentemente a rischio fallimento: se non riceve i prestiti non può rimborsare le rate in scadenza.
In termini più semplici, l’effetto finale della crisi sarebbe per la Grecia scegliere la via dell’indebitamento sempre maggiore per continuare a dare soldi alle banche e ai grandi speculatori, che in passato hanno acconsentito ad una modesta ristrutturazione del debito (definita dai tecnici come un “haircut”) scambiando i titoli greci di cui erano pieni con quelli nuovi emessi dal Fondo salva Stati costituito dai Paese dell’Eurozona. Ora le banche, originari prestatori, stanno  al sicuro, perché hanno riversato sui governi europei i crediti da farsi rimborsare da Atene naturalmente con il pagamento preliminare degli interessi. E a chi andranno questi interessi? Ma ai prestatori originari poiché sono stati loro a prestare i soldi ai Governi che hanno ricomprato il debito greco: insomma gira e rigira sono sempre le stesse banche del famoso taglio di capelli. Dopo aver lucrato per anni interessi da strozzinaggio, hanno rivenduto il loro credito agli Stati ai quali hanno prestato i soldi per la transazione e quindi finiscono per incassare comunque gli interessi che vengono dalle tasse del paese più indebitato. E gli  Stati europei sono ridotti al ruolo di esattori degli interessi pagati dai cittadini!
Dove sia finito lo spirito comunitario europeo della crescita, del benessere, della cooperazione nessuno lo sa o forse non è mai esistito.
Tutti sanno invece che la Grecia non può ripagare il suo debito di oltre 380 miliardi di euro equivalente al 177% del PIL che è crollato ad appena 220 miliardi, con un’economia disastrata dopo una recessione che dura dal 2008 con una disoccupazione del 27%.
Anche la semplice massaia sa che se guadagna 3 con un debito di 100 non può pagare 10 (come gli viene richiesto dal creditore) se non allungando temporaneamente la corda della sua impiccagione che consiste nel fare debiti nuovi per pagare i debiti vecchi.
Secondo lo stesso FMI la Grecia dovrebbe registrare un incremento del PIL del 3% all’anno per poter ripagare circa 200 miliardi (cioè poco più della metà del debito) entro il 2064 cioè entro 50 anni!
Ci si potrebbe porre la domanda sul perché l’Europa abbia trascinato per tanto tempo la questione greca senza risolverla alla radice da almeno quattro anni. La risposta sta nel fatto che la Francia e soprattutto la Germania non hanno voluto perdere un quattrino, ed hanno fatto di tutto per salvare le proprie banche che erano esposte con il debito greco lucrando altissimi interessi.
Nel 2010 quando ci fu la prima tornata negoziale sul debito le banche di Francia, Germania e Svizzera possedevano più della metà del debito greco.
Tra il 2010 e il 2012 il piano di aiuti europeo alla Grecia di 255 miliardi di euro non è servito a risanare il bilancio (vedi specchietto) ma solo a ripagare i creditori della Grecia: per metà è stato utilizzato per ricomprare quel debito e pagare gli interessi, il 20% è andato alle banche greche e il resto per le attività di ristrutturazione. In definitiva, più dell’80% dei cosiddetti “aiuti” della troika è andato a beneficio diretto o indiretto del settore finanziario, soprattutto tedesco e francese che ha ridotto in egual misura la propria esposizione, mentre il severo programma di austerità fiscale e salariale imposto bruciava un quarto del reddito nazionale e riduceva  in povertà milioni di persone, portando l’intero paese sull’orlo della destabilizzazione. Nel frattempo il debito della Grecia è esploso, passando dal 130% del Pil del 2010 al 177% di oggi.
Ma di quei soldi della Troika ben poco è andato speso in favore del popolo greco che con le nuove misure draconiane, definite il catalogo dell’orrore, continuerebbe a pagare per ciò che non ha ricevuto con ciò che non ha.
Questi dati mostrano quanto sia stata ingannatrice la propaganda nord europea secondo cui “i soldi dei contribuenti” siano serviti a salvare la Grecia; la verità è che, con la scusa di salvare le “cicale greche”, i soldi di tutti noi sono stati utilizzati per salvare ancora una volta le grandi banche del ristretto mondo finanziario.
Il referendum greco, contro cui si era schierata mezza Europa da Juncker a Shultz, da Merkel a Tusk, da Hollande a Draghi, compreso il nostro primo ministro, ha messo al centro del tavolo la questione della democrazia e del debito. Tsipras aveva promesso che in caso di vittoria avrebbe chiesto la cancellazione di buona parte del valore nominale del debito pubblico ed un significativo periodo di moratoria sul rimborso della parte rimanente.
Se la Grecia accettasse supinamente quanto gli chiedono i falchi dell’Europa finirebbe per dover pagare 25 miliardi all’anno per quaranta anni (cioè la bella somma di 1000 miliardi) per un debito che oggi è inferiore ai 400 miliardi, mentre per innescare la rinascita del paese con grandi investimenti pubblici in una traiettoria economicamente sostenibile bisognerebbe che quel debito fosse dimezzato.
La vittoria del popolo greco nel referendum ha fatto venire l’herpes o l’orticaria ai presidenti europei: oggi il debito greco solo per il 15% è in mano al settore privato, mentre oltre il 65% del totale è rappresentato da crediti dei governi dell’eurozona ed il 20% è diviso tra Fondo monetario internazionale e BCE.
Dopo una maratona negoziale durata 48 ore, distribuite in quattro vertici anche con sedute notturne e in vari incontri bilaterali conditi da qualche insulto e gesto forte, in un’atmosfera cupa di disastro imminente è arrivato, come nel canovaccio della tragedia greca classica, l’intervento del deus ex machina. Improvvisamente l’accordo è stato raggiunto all’unanimità, spezzando le reni alla resistenza greca.
Forse un giorno sapremo se quel Deus avrà avuto le sembianze di un intervento drastico da oltre oceano. Non è infatti un mistero che il governo USA sia atterrito dall’idea che l’alleato ellenico, umiliato e espulso come un appestato possa rivolgersi abbandonando la Nato al nemico di sempre, alla Russia, contro cui si vuole erigere la cintura di sicurezza.

UTILIZZAZIONE DEI FONDI DELLA TROIKA
in miliardi di euro

32% perscadenze del debito 81,3
19% per ricapitalizzazione banche 48,2
16% pagamento interessi 40,6
14% taglio ai bond sovrani 34,6
6% deficit primario 15,3
5% per fabbisogno di cassa 11,7
4% per riacquisto del debito 11,3
3% per restituzione al FMI 9,1
1% per restituzione a lFSS 2,3
100% Totale 254,4
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Correnti insidiose nel governo Renzi

LUCIA ABBALLE - Quando Matteo Renzi, con i voti di alcuni adepti, liquidò l’allora premier Enrico Letta per subentrare al suo posto e prendere in mano le redini del partito e del Governo, sottovalutò uno dei peggiori vizi endemici di cui si è macchiata negli ultimi anni la sinistra italiana: il logoramento del suo leader nel momento di maggiore forza del partito. Infatti da Prodi a Renzi, passando per Letta, la sinistra ha scelto di ricattare il suo leader e capo di Governo, creando correnti avverse ed insidiose soprattutto laddove i numeri per l’approvazione dei provvedimenti risultano essere risicati.
Ed ecco, quindi, che al Senato l’emendamento al quarto articolo del disegno di legge sulla Rai, riguardante la delega all’esecutivo per la riforma del canone, è stato votato non soltanto dall’opposizione che l’aveva presentato (Forza Italia, Lega e M5S) ma anche da diciannove senatori della minoranza dem, proseguendo, così, quel processo di logoramento del Governo Renzi, reo di «aver snaturato il partito, facendolo diventare una forza di centro». Nei giorni passati, si è fatta molta retorica sul presunto supporto dei verdiniani alle riforme renziane e la minoranza ha strumentalizzato l’evento per mettere in difficoltà il premier, dipingendolo come un capo spregiudicato pronto a barattare la sinistra del suo partito con il drappello dei transfughi ex berlusconiani.
Poco importa, poi, se gli stessi verdiniani ieri non siano accorsi in supporto di Renzi, facendo mancare alla maggioranza i numeri necessari per l’approvazione dell’emendamento incriminato. È in questa confusa definizione di equilibri politici che la minoranza dem tende a comportarsi come un partito nel partito, disponibile forse a stipulare tregue ed intese con il Governo sulla base di trattative capaci di soddisfarla. Non basta minacciare le elezioni anticipate per ristabilire la calma se la stessa minaccia diventa un mantra rispolverato all’occorrenza dal premier, capace solo di spaventare i senatori che hanno come priorità quella di sopravvivere e durare; fino a quando questa minaccia non sarà credibile, si continuerà a fare esattamente come si è fatto ieri al Senato: assestare al Governo colpi mirati e chirurgici per indebolirlo senza mai dargli il colpo di grazia. Il Senato, quindi, è tornato ad essere il luogo dove ciascun voto è una rendita di posizione.
È necessario che Renzi avvii un serio negoziato all’interno del suo partito, se non altro perché la prossima tappa della battaglia è la riforma del Senato e la lotta sarà ancora più dura, le lacerazioni dentro il Pd più forti. L’ottimismo del premier, che si dice convinto di vincere qualora si andasse alle elezioni, dovrà fare i conti con un Senato in cui la minoranza dem ha la golden share e l’obiettivo dichiarato di logorare il suo leader.  L’ottimismo non basta, servono i numeri parlamentari. 

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Come si distrugge l'industria alimentare italiana

TORQUATO CARDILLI - Uno dei proverbi che abbiamo ascoltato sin dalla tenera età "non è tutto oro quel che luccica", ripetutoci dagli anziani con l’intento di metterci in guardia da possibili imbrogli materiali, affettivi, spirituali che possono capitare quando si è superficiali nelle valutazioni, è un detto antichissimo. Risale addirittura a Esopo ed ha avuto una larga diffusione, prima nel mondo letterario e poi nell'uso comune, per essere stato inciso da Shakespeare sullo scrigno che lo spasimante principe del Marocco offre a Porzia, nell'opera il mercante di Venezia.
Ma in Europa pare che non sia più così. A Bruxelles hanno scoperto la pietra filosofale per trasformare le sostanze ed arricchire i soliti noti.
A nessuno verrebbe in mente di vendere per oro ciò che oro non è; oppure di vendere per diamante un fondo di bottiglia ben tagliato; oppure per seta pura una semplice fibra artificiale ecc.; se lo facesse sarebbe un falsario, un truffatore a qualsiasi latitudine.
Eppure in Europa sul piano dei prodotti alimentari e della gastronomia non vale la stessa regola e lo stesso metro di giudizio quando c’è da salvaguardare l’interesse delle multinazionali del latte in polvere e le lobby degli affamatori.
Purtroppo per noi cittadini i italiani, i Governi degli ultimi quindici-venti anni non hanno fatto altro che favorire la deindustrializzazione del paese in omaggio ai principi del liberalismo a perdere e , delle privatizzazioni che lasciavano ai privati i profitti ed addossavano alla collettività le perdite.
E’ tramontata l’epoca d’oro del miracolo italiano dell’auto, dell’acciaio, dell’elettronica, della chimica, della telefonia, dell’energia, dell’elettricità. L’Italia è stata rinchiusa dai poteri sovranazionali, con l’acquiescenza dei nostri rappresentanti, nello stretto ambito dei prodotti da sussistenza.
E in Europa, dove ogni giorno vengono prese decisioni sempre più stringenti sull’austerità, sulla limitazione della libertà dei cittadini e della libertà di impresa, abbiamo sempre mandato gli scarti della politica nazionale, sempre assenti al momento delle votazioni decisive (basta guardare le statistiche del Parlamento Europeo). Il che è tutto dire quanto a livello, data la comprovata inettitudine e produttività di quelli che stanno a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Per loro sedere nel Parlamento europeo e nella Commissione europea è sempre stata una vincita alla lotteria, una sine cura, un bancomat di prebende e privilegi, di lussi e di rimborsi facili, anche non dovuti.
Quanto al governo nazionale chi ricorda una battaglia vinta per la difesa degli interessi del suo popolo? Forse che abbiamo dimenticato la vicenda penosa delle multe sulle quote latte?
Pochi giorni fa la Commissione europea ci ha inviato un'ennesima lettera di richiamo. Siamo da tempo sotto schiaffo su temi di grande rilevanza come l'inquinamento ambientale, la giustizia, il pagamento dei debiti della P.A., la corruzione, la libertà di stampa, l’evasione fiscale o le carceri, ma anche per questioni minori come la grandezza delle vongole e dei cetrioli e questa mossa non fa che allungare l'elenco delle materie nelle quali il nostro Governo è imbelle e non sa prendere una posizione.
La diffida che ci chiede di porre fine al divieto vigente, risalente ad una legge italiana del 1974, di detenzione e di utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per la fabbricazione di prodotti lattiero caseari, andrebbe considerata un vero e proprio insulto ai nostri prodotti locali,  un attentato all’economia italiana, al nostro made in Italy alimentare che deve lottare sui mercati del mondo per contrastare le imitazioni e le contraffazioni.
La nostra legge è ritenuta troppo penalizzante contro i surrogati del latte fresco ed è considerata un ostacolo alla conclamata libera circolazione delle merci, dato che nel resto dell’Unione europea è considerato normale la produzione di “latticini senza latte” (formaggi, yogurt, gelati).
Come dire cari italiani a noi di Bruxelles interessa poco che il formaggio lo facciate con il latte fresco, anzi vogliamo che lo si possa fare anche da voi con altri prodotti di base (venduti da noi), che costano meno e ci fanno guadagnare di più e pretendiamo che consentiate a tutti di farlo come diciamo noi. E chi se ne importa della vostra vantata qualità!.
E tutto questo proprio mentre celebriamo con l'Expo di Milano il festival dell'alimentazione sana!.
Poiché dietro ogni decisione c'è un interesse di fondo, bisogna chiedersi a chi fa comodo sollevare il dito accusatorio contro questa legge italiana, varata oltre 40 anni fa, a difesa dei prodotti  tipici delle nostre regioni, a tutela della specificità e della qualità della nostra tradizione alimentare, a garanzia e protezione dei gusti della cucina degli italiani, a sostegno di un artigianato alimentare sempre più spinto in un'area da riserva indiana da parte delle multinazionali.
Per i burocrati di Bruxelles e per i loro mandanti causa, la qualità delle numerose specialità tipicamente italiane, dalla mozzarella al pecorino sardo, dal parmigiano dop alla più plebea caciotta possono essere imitate liberamente utilizzando latte in polvere con l'obiettivo di favorire immonde speculazioni e truffe alimentari.
Il fatto che in tutta Europa venga utilizzato abitualmente latte in polvere e latte concentrato sarebbe un motivo in più per rendere invece ancora più vincolante da parte nostra il mantenimento delle precise caratteristiche organolettiche dei formaggi italiani.
All'Europa che si dimostra ogni giorno sempre più lontana dai bisogni dei cittadini e dal progetto principale di solidarietà e di unione tra i popoli (e lo schiaffo del referendum di Atene ne è una riprova), va detto chiaro e tondo che è ora di finirla con i divieti, con le misure distruttive delle specificità; basta con il predominio globale in economia da parte della Troika e in politica della Germania.
Oggi l'Europa, a dispetto della Mogherini, sparisce quando le si chiede solidarietà ed aiuto (ad esempio sull'emergenza dell'immigrazione) e riappare energicamente pronta ad assecondare le lobby quando si tratta di imporre manovre di austerità come l’ultimatum alla Grecia o di abbassamento di parametri qualitativi. Questo sistema non funziona più.
L'ultimo diktat della burocrazia dell'Ue che ha già partorito troppi danni con incomprensibili decisioni sulla nostra tavola (dal vino senza uva, al cioccolato senza cacao, agli insaccati pieni di polvere di latte, fino alla carne annacquata) che hanno allontanato dai sentimenti dei cittadini e delle imprese l'orgoglio di far parte dell'Europa, va interpretato come un atto di ostilità contro l'economia italiana.
Se la Germania intende comandarci anche nel latte, assecondando le  multinazionali con una congerie di norme fatte ad hoc per danneggiarci dobbiamo opporre un  no alto e forte.
Al primo ministro, che non perde occasione per manifestare la sua lontananza dalla gente del lavoro e la sua vicinanza a quella del capitale, diciamo che è fin troppo facile gridare contro l'Europa e far finta di essere coraggiosi in parlamento, quando si è a distanza di sicurezza. Vada a Bruxelles  e non torni indietro fino a che non avrà portato a casa un risultato.

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