Mar09252018

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Italia

STIAMO STUPENDO IL MONDO!…

TORQUATO CARDILLI - Uno dei film più commoventi di Charlot è stato senza dubbio “the kid” (il monello), intriso di riferimenti autobiografici relativi alla sua povera infanzia londinese. Trattandosi di un film muto del 1921, il messaggio è affidato all’espressività delle immagini. Charlot vi impersona un povero vetraio che raccoglie un neonato abbandonato. Il bambino cresce nella miseria e divenuto grandicello anziché giocare coi coetanei al cerchio, cerca di aiutare il padre nell’attività di vetraio ambulante, violando la legge e il buon senso. Precedendolo nelle vie di New York tira sassi alle finestre e scappa. Di lì a poco Charlot passa per la stessa via munito di carrello con i vetri di ricambio sicché viene chiamato dai proprietari danneggiati dal monello a sostituire le vetrate rotte. Questa attività truffaldina viene interrotta quando la sassata rompe i vetri della casa di un poliziotto.
A cosa vi fa pensare questa trama se non alla pantomima dell’IMU agricola? Il premier Renzi intervenendo all’assemblea della Coldiretti di Milano la settimana scorsa  ha detto, da buon vetraio, che la tassa sarà abolita dal 1 gennaio 2016. Ma chi l’ha messa quella tassa per rastrellare un gettito extra di 350 milioni utile a coprire parzialmente il buco degli 80 euro? Chi ha firmato quel decreto legge, scritto con i piedi, solo per fare cassa e colpire nel mucchio, stabilendo un cervellotico criterio della definizione di comune montano che da diritto all’esenzione? Il provvedimento è stato convertito definitivamente in legge dalla Camera con 272 voti favorevoli. Il cittadino si è domandato da quale parte politica siano venuti i sì che hanno approvato questa misura giugulatoria?
Che l’ Italia fosse un paese non in salute, era risaputo, stretto nella morsa tra il Fiscal Compact e il Patto di stabilità in un disperato arrancare in salita sempre con la lingua fuori alla ricerca di risorse economiche; ma anziché tagliare gli sprechi e i privilegi, Renzi preferisce tagliare i servizi con gli arzigogoli di una burocrazia ottusa che fa di tutto per rendere la vita difficile al cittadino anche con tasse inique come l’IMU agricola, da cui sono stati esentati 1.498 comuni, definiti montani, su 8.047 comuni totali. Il decreto della tassa contiene due perle di stupidità ed arroganza che meritano di essere stigmatizzate: 1) in barba allo statuto del contribuente ed alla logica comune è stata fissata la retroattività della norma perché a novembre 2014, ad anno praticamente ormai concluso, si è ordinato ai cittadini di versare un’imposta sui terreni senza rateizzazione (acconto e saldo) per tutto il 2014; 2) il parametro della classificazione montana non considera né il criterio altimetrico in base all’altezza sul livello del mare, né la reale redditività delle colture, prestando il fianco a interminabili controversie con casi che hanno del paradossale. Ad esempio il comune di Gesualdo (AV), posto a 670 metri di altitudine non è considerato montano, mentre lo sono i comuni sardi di Domusnovas e Tratalias (CA) che vengono esentati dal tributo anche se, rispettivamente, a 30 e, addirittura, zero metri sul livello del mare. Viceversa quello di Monte Argentario (GR), località balneare a 5 metri sul livello del mare, è considerato per il nome un comune montano, ma l’etimologia non rende giustizia a Montefiascone (VT) e Montemiletto (AV) situati a 600 metri di altitudine. Al contrario è considerato montano Piedimonte Matese (CE), malgrado si intuisca chiaramente che si tratta di un paese collocato ai piedi di una montagna. C’è poi il caso dei Castelli Romani. I comuni di San Cesareo (312 metri) e Colonna (343 metri) sono considerati montani, mentre quelli con un’altitudine doppia come Rocca di Papa (680 metri) e, soprattutto, Rocca Priora (768 metri) che è anche sede della comunità montana, risultano parzialmente montani come il comune di Roma.
Saremmo felici di vedere il nostro Paese ripartire davvero, come ripete in modo petulante ogni politico del PD che appare in TV, ma è desolante constatare che mentre il resto del mondo cresce a ritmi molto più consistenti, gli italiani sono obbligati ad assistere all’esultanza governativa per alcuni possibili decimali in più di crescita. Il governo se ne arroga il merito, ma non considera che essi sono generati soprattutto da fattori congiunturali esterni quali: la buona stagione turistica (deviazione verso l’Italia per timore del terrorismo dei flussi vacanzieri che fino a qualche anno fa inondavano il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, la Turchia), dall’afa estiva (lievitazione dei consumi elettrici), dal dimezzamento del costo del petrolio, dal rafforzamento del dollaro, dalla iniezione continua di centinaia di miliardi nel circuito economico da parte della BCE con la cosiddetta manovra del QE.
Le previsioni ottimistiche di Palazzo Chigi sono tutte soggette ad un punto interrogativo circa la effettiva conferma in relazione alla titubanza degli organismi come l’OCSE, che ridimensionano l’aumento del PIL del 2016. Ma ciò che preoccupa è la prossima legge di stabilità che sembra impostata su numeri ballerini, sparati a casaccio, come i 17 miliardi di margine sul deficit, poi ridimensionati dallo stesso DEF che parla ora di meno di 13 miliardi di possibile allentamento sul disavanzo.
Ci sono purtroppo ancora migliaia di aziende in difficoltà che aspettano di essere pagate dalla P.A. nonostante la promessa da marinaio lanciata dal premier l’anno scorso con notevole faccia tosta in TV che i pagamenti erano “in itinere” e sarebbero stati onorati entro il 21 settembre del 2014. Ad oggi sono ancora 70 i miliardi di euro dovuti dallo Stato ai privati.
All’inizio di settembre Renzi ha annunciato la decisione del governo di abolire le tasse IMU e TASI dal prossimo anno, invitando gli italiani ad annotare sul calendario la data del 16 dicembre come data del funerale delle tasse sulla prima casa. Per ora, però, l'unico funerale già celebrato è quello della sua proposta da parte dell’Unione Europea che ci tiene al guinzaglio e guarda con molta diffidenza il possibile rallentamento della marcia verso il pareggio di bilancio determinato non già da spese  per investimenti, ma da misure populiste e infelici come questa, fatte in deficit.
L’UE non si fida più di Renzi. Insiste che bisogna ridurre sì le tasse, ma sul lavoro e non sulla proprietà, cosa questa che finirebbe per premiare i grandi possessori mentre sarebbe minimale per milioni di proprietari di abitazioni modeste e del tutto nulla per chi vive in affitto. La Commissione europea ritorna quindi ad insistere sul tema della maggiorazione o quanto meno del mantenimento della tassazione sui consumi e sulla proprietà della casa come l'unica via per aumentare le entrate senza effetti collaterali negativi sulla crescita economica.
E gli italiani hanno già capito che l’eventuale abolizione della tassa sulla prima casa, sarà comunque compensata dall’aumento di altre imposte a livello locale. Del resto il suggerimento dell’UE è accompagnato non da mera propaganda, ma da un'analisi del distorto sistema fiscale che impone tasse relativamente alte sulle compravendite immobiliari e modeste sulla proprietà.
Che il richiamo abbia colpito il bersaglio è confermato dalla reazione stizzita dello stesso Renzi secondo cui sta a lui decidere dove e come mettere le tasse e non a Bruxelles. Affermazione orgogliosa, che assomiglia troppo a quelle che faceva Varufakis, la cui presenza a dispetto del “ce lo siamo tolto” aleggia come il fantasma di Banquo su Macbeth, e che l’UE non gli perdonerà.
Vogliamo ora fare un bilancio dei primi 19 mesi di governo Renzi secondo quanto certifica l’Istat e non i gazzettieri di palazzo Chigi?
Bisogna tenersi forte nella lettura di questo elenco. Aumento del debito pubblico e della spesa pubblica; aumento della disoccupazione giovanile; aumento dei fallimenti e delle delocalizzazioni; legge pro-trivelle e pro-inceneritori; riforma della Scuola imposta a suon di diktat i cui effetti sono difficili da valutare; Jobs Act e abolizione ormai totale dell'art.18; privatizzazioni di asset pubblici; taglio mostruoso di almeno 8 miliardi alla Sanità pubblica, senza incidere sugli sprechi; nessun taglio ai costi e agli stipendi della politica; nessuna legge sul conflitto d'interessi; finta abolizione delle province; finta abolizione delle auto blu; nuova legge elettorale”italicum” che peggiora gli effetti distorsivi e antidemocratici del “porcellum” dichiarato incostituzionale; demolizione di metà della Costituzione con abolizione dell'elettività del Senato; nuova legge bavaglio anti-intercettazioni; depenalizzazione dei reati fiscali; depenalizzazione del voto di scambio; depenalizzazione  ulteriore del falso in bilancio; proposta di abolizione dell'ergastolo e del 41bis per i mafiosi.
E dopo tutto questo il nostro premier viaggiatore, dimenticando le figuracce mondiali della chiusura di Pompei, del Colosseo, della sporcizia di Roma, dell’inagibilità della metropolitana della capitale, osa pavoneggiarsi all’ONU dichiarando che “stiamo stupendo il mondo!...”.

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LA MACCHINA TEDESCA INGOLFATA

LUCIA ABBALLE - È forte la tentazione di vedere nello scandalo della Volkswagen la nemesi storica di un Paese che fino ad oggi, nei suoi numerosi sussulti di orgoglio e dignità, aveva innalzato idealmente un nuovo muro di Berlino capace esclusivamente di creare una distanza culturale tra la Germania ed il resto del mondo. I continui richiami al rispetto degli accordi europei, corredati di esempi teutonici di efficacia ed affidabilità, hanno reso l’Europa sempre più piccola in confronto alla grandezza tedesca rispetto alla quale gli Stati membri, in primis l’Italia, hanno spesso manifestato un inevitabile senso di inferiorità. Viene quasi da rallegrarsi dinnanzi al frantumarsi del mito della perfezione tedesca e alla metamorfosi di una Germania sempre meno teutonica e sempre più “mediterranea”. È la fine di un mito, è la caduta di un altro muro di Berlino.  
Le distanze tra la Germania ed il resto del mondo iniziano ad assottigliarsi alla luce di nuovi dettagli che emergono dall’inchiesta sullo scandalo della Volkswagen: truccare deliberatamente il software di rilevamento delle emissioni per superare i controlli delle Autorità ambientali ci dice qualcosa di più del semplice errore; si tratta di immoralità. La Volkswagen è stata disonesta perché era consapevole di truffare e di arrecare danno alla salute non solo degli acquirenti delle automobili ma di tutti i cittadini. Pare, infatti, che le emissioni nocive dei motori diesel fossero superiori anche quaranta volte il limite fissato dalle autorità americane. Tuttavia, il fine non giustifica i mezzi se per fare più profitti e battere la concorrenza sul mercato automobilistico fosse necessario frodare i consumatori e le leggi degli altri Paesi. Ad ogni modo, prima di qualunque giudizio, bisognerà mettere insieme tutti i tasselli di uno scandalo che ha portato i produttori tedeschi ad eludere il controllo delle autorità americane e a sottovalutare l’enorme rischio finanziario della Germania e dell’intera industria automobilistica che coinvolge anche l’Italia.
Leggere questo scandalo come “un pareggiamento dei conti” ed esserne in qualche modo contenti rischia di diventare un comodo alibi per giustificare le proprie inadempienze con la conseguenza di indebolire ulteriormente un organismo, come l’Unione europea, che sta dimostrando di essere unita solo nelle malefatte. Da questo scandalo l’Europa può ripartire per superare le distanze politiche tra gli Stati e creare un contenitore di idee e soluzioni in cui il rispetto delle regole non è a senso unico ma vale per tutti, dove non c’è chi dà lezioni e si assurge a simbolo morale del vecchio continente. La Germania rimane un grande Paese ma deve fare un passo indietro e recuperare lo spirito costruttivo e affidabile che le ha permesso di risorgere dalle ceneri. Oggi, sotto “il cielo stellato” la morale di Kant non brilla più nello spirito tedesco.

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I NAUMACHIARI O MORITURI

TORQUATO CARDILLI - Se incontrate al centro di Roma un Senatore della Repubblica che cammina rasente muro, potete tranquillamente apostrofarlo naumachiaro, senza che possa sentirsene offeso o accusarvi di mancanza di rispetto.
Credo non vi sia italiano che non conosca la frase "ave Caesar, morituri te salutant" che la tradizione popolare avrebbe attribuito ai gladiatori nell'arena, mentre stando a quanto narra Svetonio nelle vite dei 12 Cesari (c’è una bella traduzione in volgar fiorentino del 1738) il saluto venne pronunciato dai naumachiari all'indirizzo dell'imperatore Claudio nel 52 d.C., prima della naumachia di 50 vascelli, indetta per dare l'avvio ai lavori di prosciugamento del lago del Fucino.
La naumachia era una spettacolare e cruenta rappresentazione, riservata alla celebrazione della divinità dell’imperatore in occasioni eccezionali, consistente in un’imponente battaglia navale, più micidiale del duello dei gladiatori perché si concludeva con l'uccisione di tutti i combattenti che erano scelti tra i condannati a morte.
Perché questo paragone? Per chi non l’avesse ancora capito mi riferisco al suicidio volontario dei Senatori della Repubblica di oggi che per viltà, per timore reverenziale verso il Cesare di turno, sperando di restare attaccato a quella poltrona fino al 2018 per mantenere la pensione a vita, per pusillanimità senza dignità fatta passare per lungimiranza, piegati nell’umiliazione, peggiore delle forche caudine, di dover certificare la propria inutilità, obbediscono al volere di chi ha comandato dal più alto colle di Roma credendosi un imperatore immortale. Gli esecutori del suo volere? Lo sbruffoncello fiorentino e la ministra aretina delle riforme che, nonostante gli studi di diritto, si sono rivelati degli analfabeti costituzionali. Si sono ritenuti all’altezza dei padri costituenti del calibro di De Gasperi, Togliatti, Calamandrei, Guarino, Basso, Mortati, Bozzi, La Malfa, La Pira, ecc., ed invece si sono rivelati dei pessimi replicanti.
Hanno proposto questa riforma dall’8 aprile 2014 ed hanno tenuto inchiodato il parlamento e i partiti su una discussione che interessa solo marginalmente al popolo italiano alle prese con la disoccupazione e con l’impoverimento. Ma quando mai in una repubblica parlamentare è il capo del governo, arrivato lì per una manovra quirinalesca senza essere investito da mandato popolare, a presentare una riforma costituzionale che è esclusiva competenza del Parlamento? Ma chi si crede di essere? De Gaulle?
La ragion vera di questa riforma è l’evidente volontà di imprimere un taglio decisamente autoritario dopo aver già messo nel carniere, con il ricatto della fiducia, la nuova legge elettorale detta “italicum” che nomina a tavolino i quattro quinti del parlamento e conferisce al primo partito, anche se di un soffio, un premio abnorme di maggioranza assoluta, per altro già bocciato dalla Corte Costituzionale.
Premesso che la riforma dei naumachiari morituri non consiste in semplici emendamenti alla costituzione vigente, ma in una sua rielaborazione gigantesca nella forma e nella sostanza, concordata tra uno spregiudicato ed un pregiudicato con quel patto scellerato del nazareno, sarebbe stato quanto mai auspicabile che fosse demandata a dei luminari costituenti e non a quattro gatti che, nonostante le origini toscane si esprimono male in italiano, licenziando un testo scritto da emeriti azzeccagarbugli.
La prova? Leggiamo insieme il testo di alcuni articoli scelti a caso, già approvati dal Senato e restituiti dalla Camera con le varianti in grassetto, in attesa della seconda lettura, facendo attenzione al lessico ed alla punteggiatura:
Art.1… Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali (N.d.A.: che c’entra questo con la non eleggibilità su base territoriale?). Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica e tra questi ultimi e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Concorre alla valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni, alla verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato nonché all’espressione dei pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge. (N.d.A.: Capita l’ampiezza della vaghezza?)
C’è poi, tra i tanti, un altro articolo, detto matrioska, perché contiene troppi rinvii che fanno rabbrividire e che non si limita a fissare dei principi generali, ma che scende in particolari e in dettagli non degni di comparire in un testo costituzionale:
«Art. 70. – La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. (N.d.A.: avete ancora fiato e il vostro cervello non è confuso? Allora continuate la lettura dell’articolo mostro). Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
Per tali disegni di legge le disposizioni di cui al comma precedente si applicano nelle medesime materie e solo qualora il Senato della Repubblica abbia deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati». (N.d.A.: E’ finita la lettura dell’articolo; roba da rimanerne tramortiti se si è dotati di un’intelligenza e una cultura normali, figuriamoci poi se a votare questo testo sono tipi come Razzi!)
I senatori del PD, che è il maggior partito di governo, come una Finocchiaro (ma sì, è proprio lei, parlamentare da 28 anni, quella del carrello della spesa all’Ikea, candidata al Quirinale, che aveva dato del miserabile a chi l’aveva criticata), una Lanzillotta (pure lei incistata nel potere, anche se non nello stesso partito, da decenni), uno Sposetti (che sa tutto sulle finanze del PD e che perciò, a differenza del Comune di Sesto S. Giovanni e della provincia di Milano nel processo sulle tangenti a Penati ha deciso di non costituirsi parte civile), una Fedeli (issata alla vicepresidenza dei morituri chissà per quali meriti sindacali CGIL o familiari), una Giannini (transfuga confluita nel PD da Scelta Civica, di cui è stata pure segretario, per conservare la poltrona di ministro), un Esposito (quello dei cori volgari anti Roma, nominato assessore al traffico della giunta Marino senza sapere un’acca di come sia la circolazione nella capitale), un Ichino (fantasioso ispiratore del job act), una Idem (dimessasi per una tassa non pagata), un Latorre e un Manconi (dal passato comunista e radicale a corrente alternata ed ora pronti a benedire il patto del nazareno), un Micheoni (che ha imparato poco o nulla dal rigore della Svizzera ove era emigrato come Razzi e che accetta il taglio del cordone ombelicale tra Senato e italiani all’estero), un Minniti (quello con la delega sui servizi che, a quanto se ne sa, hanno avuto occhi chiusi sui traffici mediterranei), un Mucchetti (avrà buttato alle ortiche le sue analisi da talkshow?), una Pezzopane (quella del toy boy), una Pinotti (che crede di essere ministra della difesa senza rendersi conto che sono i generali a tirare le fila delle sue azioni), una Puglisi e una Puppato (sarebbero queste le nuove leve?), un Turano (altro emigrato che pur laureato in economia aziendale sa di affari costituzionali come l’ortolano di fisica nucleare), uno Zanda (capo gruppo dalla capigliatura da istrice che aveva criticato allo spasimo la riforma Berlusconi non certo peggiore) e uno Zavoli (dopo un passato glorioso non meritava di fare questa fine) che credibilità potranno mai vantare?
E questi sono solo dei nomi presi a caso dal partito egemone del premier. Ma ci sono altri senatori altrettanto innominabili del partito di Alfano come Formigoni, Viceconte, Vicari, Sacconi, Quagliariello, Di Biagio, Colucci, Casini, Albertini, Bonaiuti, Bilardi (la giunta ne ha votato l’arresto), Azzollini (arrestabile per la giunta, ma salvato dall’aula per non far cadere il governo), per non parlare poi del terzo genere, di quelli cioè che non sono né carne, né pesce o che sono l’uno e l’altro in stato avariato come Della Vedova, Monti, Biondi, Repetti, Tremonti, Verdini, Scilipoti e giù giù fino alle ultime truppe dell’ex cavaliere.
Vogliamo fare un po’ di chiarezza su questa madre di tutte le riforme? Con quali motivazioni è stata giustificata la necessità di partorire questo mostriciattolo di disegno di legge costituzionale, stroncato da ogni costituzionalista di fama da Zagrebelsky a Rodotà, da Pellegrino a Ainis, da Carlassare a Urbinati ecc.?
La relatrice Finocchiaro non ci fa certo una bella figura nel firmare una relazione, che appare  scritta a palazzo Chigi tali e tanti sono i riferimenti di plauso al governo in carica e le espressioni burocratiche di tipo toscano, ripetute a iosa, certamente estranee al suo lessico siciliano. Essa elenca i  motivi della riforma nella debolezza cronica dell’esecutivo, nella lentezza e farraginosità del provvedimento legislativo, nel ricorso eccessivo per numero e per eterogeneità di contenuti alla decretazione di urgenza, nella prassi dei voti di fiducia su maxiemendamenti governativi. Tutti questi mali sono indicati come sintomi di una patologia degenerativa, ma non uno di essi viene sconfitto o scalfito dalla riforma, anzi quanto a farraginosità del meccanismo legislativo c’è una maggiore confusione arrivando a ben 12 possibili tappe ad ostacoli per approvare una legge. Infatti, contrariamente a quanto annunciato il ping pong di leggi tra Camera e Senato continuerà in una miriade di casi. Basta considerare la disposizione che il Senato possa chiedere alla Camera di esprimersi sui suoi disegni di legge entro 6 mesi o formulare osservazioni sulle leggi approvate dalla Camera, la quale poi dovrà nuovamente esprimersi. E cos’è questo se non un bicameralismo confusionario, differenziato e pasticciato che dilata i tempi del procedimento legislativo, anziché restringerli?
Nessuno dice che la lentezza attuale deriva dalla litigiosità dei partiti e dalla compattezza politica della maggioranza che mercanteggia su tutto, ma che quando vuole vara le leggi in un batter d’occhio: la legge Fornero è stata approvata da entrambe le Camere in soli 16 giorni, salvo poi venire cancellata dalla Corte Costituzionale così come il famoso lodo Alfano e la legge elettorale porcellum, leggi varate in 20 giorni e dichiarate anch’esse incostituzionali.
Allora non è il bicameralismo a dare  fastidio, ma il passaggio del voto di fiducia a Palazzo Madama.
Togliere questo potere al Senato è la chiara indicazione che chi siede a Palazzo Chigi non ha interesse alla velocizzazione delle leggi (quanti sono i provvedimenti che giacciono tuttora nei suoi cassetti o in quelli del parlamento con l’avviso di non tirarli fuori o che sono bloccati nei meandri burocratici?), ma solo ad evitare le imboscate dei Senatori che da sempre hanno dato il cardiopalma al Governo per via della differente legge elettorale che non offre lo stesso grado di controllabilità della maggioranza garantita invece alla Camera.
Il tema della presunta riduzione delle spese sbandierato dallo stesso Renzi che in Parlamento ha parlato di un’economia di mezzo miliardo di euro è una pura bufala. Riducendo il numero dei senatori da 315 a 100 e togliendo loro solo l’indennità, ma non tutto il resto, si prende in giro la buona fede popolare perché la riduzione delle spese sarà molto limitata, quasi marginale. Continueranno a correre tutti gli oneri di gestione del personale e del palazzo, comprese le diarie, le aggiunte e i rimborsi ai nuovi Senatori, tenuto conto che già oggi la voce di spesa maggiore è rappresentata da 102 milioni per il personale del Senato, da 83 milioni per il trattamento di quiescenza del personale cessato dal servizio, da 143 milioni per il vitalizio agli ex Senatori (anche se condannati come Previti, Berlusconi, Sciascia, ecc.) e che continuerà ad essere corrisposto, anche a quelli che oggi dicono di essere pronti a votare per il proprio suicidio.
Insomma le motivazioni addotte per giustificare questo straccio di riforma che umilia il parlamento ed il popolo sono la sublimazione di un cumulo di bugie inclusa la falsa affermazione che lo sforzo riformatore sia largamente condiviso.
I nuovi 100 senatori che dureranno in carica il tempo del mandato di chi li ha scelti saranno così ripartiti: 21 sindaci dei capoluoghi di regione e 74 consiglieri regionali che anziché essere scelti dal popolo saranno scelti dai Consigli regionali fra i propri componenti. Tutti quindi avranno un doppio lavoro e andranno a Palazzo Madama a ore, pur rinunciando all’indennità. In cambio, ecco il regalo che come un coniglio esce dal cappello del prestigiatore, avranno la piena immunità parlamentare. E già. Era questo l’obiettivo per salvare i politici più squalificati e malfamati della nazione inquisiti o condannati per reati di corruzione, peculato, abuso d’ufficio, turbativa d’asta (tipo Cota, Scopelliti, Formigoni, Cuffaro, Fiorito, Gramazio, Minetti, Penati, Del Turco, Galan, ecc.). Forse dalle parti di palazzo Chigi si saranno detti che in un parlamento di inquisiti (già oggi sono 80) che allignano anche nel governo, qualche altra pecora nera non avrebbe alterato troppo la policromia penale.
A questi 95 senatori se ne aggiungeranno altri 5 nominati dal Presidente della Repubblica (che c’entrano questi nominati con la rappresentatività territoriale?) per una durata di 7 anni (dunque non la stessa degli altri 95), non ripetibile. Dulcis in fundo nelle norme transitorie si prevede che lo status degli attuali senatori a vita resterà per sempre com’è ora. E perché mai? Per dare a Napolitano la soddisfazione di morire con questo titolo.
Una vera riforma, dopo 70 anni di Repubblica, avrebbe dovuto abrogare per sempre questo ferrovecchio della prerogativa regia. Ma si sa, certi privilegi non sono morituri.
A quando la prossima naumachia per celebrare che so, la candidatura alle Olimpiadi o il ponte sullo Stretto?

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Il partito contrario all’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra

GIAN LUIGI FERRETTI - Una marea di profughi, famiglie intere, 300.000 uomini, donne, vecchi e tanti bambini. Fuggono da una guerra terribile, hanno visto parenti ed amici torturati e uccisi. Sono scappati terrorizzati portando con sé poche masserizie. Hanno fame, hanno sete.
Al loro arrivo non trovano umana pietà. Quelli là, di quel partito rozzo e cattivo, li accolgono con insulti, fischi e sputi. Quelli là pretendono che a tutti vengano prese le impronte digitali. Quelli là urlano “tornate da dove venite”. Il loro giornale di partito scrive: "Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane".
I treni merci che li trasportano stipati fra la paglia vengono presi a sassate da giovani che sventolano la bandiera col simbolo di quel partito.
Deve intervenire l’esercito per proteggerli da quelli là di quel partito che sembrano partecipare ad una gara di crudeltà. Per esempio riescono a non fare fermare il treno nella stazione dove organizzazioni caritatevoli hanno predisposto cibo e bevande per rifocillare i profughi. In un’altra stazione c’è chi si fa fotografare con orgoglio mentre getta sui binari il latte destinato ai bambini.

No, gli esuli di cui vi parlo non sono siriani, né pachistani, né nigeriani, ma italiani che fuggirono dall’Istria e dalla Dalmazia occupate da Tito.
Quelli là non erano leghisti, ma comunisti. Quel partito era il Partito Comunista Italiano. Era su L’Unità che si leggeva: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città…(i profughi) forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi".
Fra coloro che in questi giorni si riempiono la bocca di parole come solidarietà e accoglienza forse ci sono alcuni di quelli che versarono il latte sui binari perché i figli dei profughi non lo bevessero.
Malgrado tutto il suo impegno di cattiveria la sinistra italiana non riuscì a bloccare la  diaspora dei trecentomila esuli che raggiunse molte città italiane, dove vennero ospitati in 120 campi profughi. Altro che alberghi a 4 stelle, altro che 35 euro al giorno, altro che schede telefoniche e paghetta. Fu dato solo qualche pasto e un po’ d’acqua a questi poveri italiani osteggiati, schifati, odiati da altri italiani.
E’ giusto commuoversi davanti alla foto del bimbo siriano morto sulla spiaggia. Perdonatemi se io continuo a commuovermi (e ad incazzarmi) davanti alla foto dei comunisti italiani che versano il latte sui binari per evitare che lo bevano i bambini che hanno di fronte e li guardano con i loro occhioni tristi.

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Cosa vuol dire emigrare 3 - Programma di azione politica e di integrazione decennale di lungo respiro

TORQUATO CARDILLI - E' opportuno chiedersi se si debbano accogliere o respingere coloro che bussano alla nostra porta? Credo che chi si pone questo quesito non si renda conto dell’ineluttabilità del processo di globalizzazione che non può essere solo limitato al mercato, alle merci, alla tecnologia ed ai profitti, ma che finirà per mettere insieme risorse umane e risorse materiali.
Il problema è troppo grande per essere affrontato e risolto da un solo paese. Occorre una vera solidarietà europea e mondiale che superi gli egoismi nazionali. Per questo sono necessari due percorsi in contemporanea sul piano comunitario e su quello nazionale, come aveva ipotizzato nel lontano 2005 il ministro degli italiani nel mondo Tremaglia lanciando l’idea di un piano straordinario europeo da 25 miliardi di euro, tipo Piano Marshall, per ancorare gli africani all’Africa. Nessuno lo sostenne nel governo e nel parlamento e la cosa morì là per la fine della legislatura.
 
Sul piano comunitario
Siamo ad un vero tornante della storia e per questo è obbligatorio che l’Europa agisca da subito come motore di un nuovo processo di integrazione mondiale.
Dopo ogni cataclisma politico, la comunità internazionale ha preso coscienza dell’opportunità di interventi radicali per stilare regole di convivenza comune. Come ha fatto fin dall’ottocento con il Congresso di Vienna della restaurazione post napoleonica del 1815, con  le Convenzioni di Ginevra del 1864 sulla Croce Rossa, del 1929 sul trattamento nei campi di prigionia, la Conferenza di San Francisco del 1945 che diede la nascita all’ONU, la Convenzione di Ginevra del 1949 sui prigionieri di guerra e sulla protezione dei civili, o la Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche occorre che venga indetta quanto prima una Conferenza sulle migrazioni per stabilire l’obbligatorietà per tutti gli stati di aderirvi e di rispettare le regole comuni.
L’ipotesi di un flusso migratorio verso l’Europa di 15-20 milioni obbliga sin d’ora a prevedere un diritto di asilo europeo, non più nazionale, e di ripartirne il peso con equità in rapporto alla popolazione esistente e all’estensione territoriale del paese ricevente, obbligando tutti ad un sacrificio.
Chi decidesse di restare fuori da questo programma dovrebbe anche accomodarsi fuori dall’Europa e dalla società delle nazioni da cui non potrà più avere trattamenti privilegiati.
L’Europa dovrebbe scodellare la soluzione già confezionata all’organizzazione delle NU riportandola in vita dopo anni di catalessi e di spese inutili per mantenere il suo gigantesco e improduttivo apparato.
I punti salienti di una Convenzione del genere dovrebbero essere:

  1. lo straniero è tenuto ad osservare fedelmente le leggi e i regolamenti del paese di accoglienza; ogni violazione della legge locale equivale al tradimento del principio dell’ospitalità e comporta un aggravante da cui far derivare una pena doppia;
  2. gli Stati aderenti riconoscono il diritto di asilo europeo per consentire l’equa ripartizione dei richiedenti asilo;
  3. gli Stati aderenti e si obbligano ad uniformare le leggi nazionali entro un anno per applicare il principio dello scambio dei detenuti di un altro paese per qualsiasi ragione imprigionati e a ricevere senza obiezioni i propri cittadini condannati all’estero o imputati di reati;
  4. lo Stato che riceva da un altro Paese un proprio cittadino condannato si obbliga a tenerlo in detenzione nelle sue carceri fino ad espiazione della pena irrogatagli dal giudice del paese di provenienza o ad istruire il processo ove il suo cittadino si fosse trovato in attesa di giudizio;
  5. solo lo Stato che adempia alle disposizioni della Convenzione ha diritto ad accedere ai fondi della cooperazione internazionale che può essere sospesa in caso di violazione;
  6. l’organizzazione delle NU sovrintende all’integrale applicazione delle disposizioni della Convenzione irrogando le sanzioni previste dalla carta per la sua violazione;
  7. le sanzioni per violazione della Convenzione non possono essere soggette a veto;
  8. gli stati aderenti si impegnano a consegnare i responsabili del commercio dei migranti alla giustizia internazionale;
  9. in attesa che le disposizioni della Convenzione diventino esecutive le Nazioni Unite si impegnano a realizzare ed a gestire campi di raccolta, controllo e smistamento dei profughi in tutti i paesi ove le autorità locali ne facciano richiesta.

Sul piano nazionale
Quanto ai provvedimenti di carattere interno urgenti l’Italia dovrebbe:

  • imporre con la forza un argine dissuasivo alle continue ondate di profughi via mare per un tempo di almeno 6 mesi sufficiente a prendere dei provvedimenti strutturali e a dotarsi di un’organizzazione tuttora inesistente;
  • predisporre tendopoli di raccolta degli immigrati clandestini, gestite dall’esercito, in cui operino a ritmo continuo le commissioni addette al riconoscimento della qualifica di profugo degno di asilo politico e un Tribunale volante;
  • rimpatriare anche coattivamente chi non abbia diritto al riconoscimento di asilo politico come profugo, a meno che non accetti un’offerta di lavoro seguendo le prescritte regole previdenziali e fiscali;
  • varare un serio piano carceri da completare in un arco di tempo non superiore a 18 mesi, riabilitando vecchi istituti di pena o altri edifici disponibili come caserme in disuso ecc. i cui costi non rientrano nel rispetto dei vincoli di spesa europei del patto di stabilità;
  • abrogare tutta la normativa penale di natura perdonistica che impedisce la carcerazione per reati che prevedano una pena inferiore ai 4 anni;
  • varare una legge sulla sopportazione dei costi della detenzione che non può più essere posta a carico dello Stato, cioè della collettività, ma che deve restare esclusivamente a carico del reo. Chi non disponesse di risorse economiche sufficienti sarebbe tenuto a svolgere un lavoro in favore dello Stato il cui compenso coprirebbe le spese di detenzione..

PRIMA PARTE           SECONDA PARTE

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I profughi, i buonisti e la lezione della Storia

GIAN LUIGI FERRETTI - Arrivano in massa alle frontiere. Scappano dalla guerra. Macilenti, con le famiglie, implorano di entrare.
Sono 200.000 profughi Goti che, tra l'estate e l'autunno del 376, fuggono l'avanzata unna quelli e si presentano sulle rive del Danubio chiedendo "asilo politico".
L'Impero romano sceglie un atteggiamento buonista, o meglio buonista-opportunista (alla Merkel, per intenderci) perchè, in piena crisi demografica, ha bisogno di manodopera a buon mercato e di uomini per rimpolpare l'esercito.
Fu organizzata “l’accoglienza” – anche i romani usarono un termine burocratico, la receptio – ai confini furono installati magazzini per la distribuzione immediata di generi di vestiario e alimentari ai profughi molti dei quali annegano nella corsa per attraversare la frontiera.
Ma, ahimè, la Roma d'allora non era così diversa dalla Roma di oggi. La fornitura delle razioni per i migranti venne data in appalto in cambio di tangenti, raccontano gli storici romani, con il conseguente interesse a far durare l’emergenza più a lungo possibile così da massimizzare i guadagni per corrotti pubblici e corruttori privati.
Comunque l'imperatore Valente venne lodato per la lungimiranza con la quale aveva sistemato le famiglie nelle zone da coltivare ed aveva arruolato nelle legioni i giovani maschi.
Ma finì male, anzi malissimo. I profughi, man mano che aumentavano di numero, si trasformarono in invasori. E quando l'Impero cercò di reagire subì la più grave sconfitta della sua storia ad Adrianopoli.
E da allora nulla fu più come prima.
“Non c’è provincia dove non si siano stanziati i  barbari”, lamentava l’anonimo Cronista del 452. E un altro: “Gli antichi romani erano temuti; ora siamo noi che temiamo. I barbari pagavano loro i tributi; ora siamo noi a pagare tributi ai barbari. Ci fanno pagare perfino la luce del giorno, dovendo noi comprare il diritto alla vita. Dobbiamo addirittura ringraziare i barbari per il diritto di riscattarci. Cosa c’è di più miserevole e umiliante!”.
L'arrivo dei Goti fu un momento di svolta nella storia dell'impero romano, dando inizio ad una serie di eventi che portarono al collasso dell'Impero romano d'Occidente un secolo dopo. Insomma si può affermare che l'Impero romano crollò a causa dell'immigrazione.

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Cosa vuol dire emigrare 2- Come si è arrivati a questo punto?

TORQUATO CARDILLI - L’Europa si è trasformata da grande fonte di emigrazione a grande bacino di attrazione di flussi migratori, tanto che si calcola siano già presenti oggi sul suo territorio dai 25 ai 30 milioni di stranieri, in gran parte extracomunitari e clandestini, provenienti dai paesi della ex cortina di ferro e soprattutto dall’Africa, dal Vicino e dal Medio Oriente.
La riunificazione tedesca, l'allargamento della UE, della NATO, il ritiro sovietico dall'Afghanistan, la dissoluzione dell'URSS, della Yugolsavia, la crisi somala, le guerre Iraq-Iran, in Kuwait, in Kossovo, nuovamente in Iraq e in Afghanistan, le cosiddette rivoluzioni della “primavera araba”, la disgregazione della Siria e della Libia, la crisi ucraina, la fame e la generale disoccupazione in Africa sono i fattori che hanno alimentato le migrazioni nelle attuali enormi proporzioni, mai verificatesi prima nella storia per magnitudine e per estensione geografica.
Un’emigrazione di massa che, dalla caduta del muro di Berlino, come uno tsunami ha investito e destabilizzato la società europea, a cominciare dagli anelli più deboli (Italia, Spagna e Grecia), fino a quelli più robusti del Nord i cui governi solo ora scoprono la gravità del problema che li ha colti del tutto impreparati.
Non sarebbe stato difficile prevederne il devastante ingrossamento, ma le autorità di tutti i paesi europei e persino extraeuropei (come Stati Uniti, Canada e Giappone del gruppo del G7), hanno sempre sottovalutato il fenomeno dell’emigrazione moderna, relegandolo in un angolo della loro agenda politica, pensando ciascuno a proteggere i propri confini e contando sul fatto che i paesi sulla linea del fronte mediterraneo fossero capaci di cavarsela da soli.
Noi invece da perfetti inconcludenti non siamo stati all’altezza di farvi fronte. Abbiamo consentito, tra urla disordinate di autorità incapaci dirette all’Europa e commoventi gesti spontanei di solidarietà da parte della popolazione, l’insediamento illegale a gruppi o alla spicciolata in centri di raccolta o in strutture alberghiere a spese del contribuente italiano, di migliaia di disperati, in cerca del riconoscimento dello status di rifugiato o di un’occupazione qualsiasi, o di utilizzare l’Italia come transito verso altri paesi.
Il governo non ha indicato chiare e precise regole sui diritti e soprattutto sui doveri degli immigrati, mettendo a nudo la più assoluta disorganizzazione nella accoglienza, solo in piccola parte compensata dallo spontaneismo volontaristico. Oscillando fra posizioni di permissivismo e rigide limitazioni di normative velleitarie (operiamo ancora con le leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini perseguendo il reato di immigrazione clandestina con la farsesca consegna del foglio di via!) ha trasformato il paese in un colabrodo, permeabile a migliaia di persone che, senza una prospettiva certa, senza un’occupazione dignitosa, hanno finito per costituire l’esercito della manovalanza del lavoro nero nelle campagne, nello smercio di prodotti contraffatti o nello spaccio della droga arrivando a controllare interi quartieri delle periferie. Molti clandestini hanno anche finito per cedere all’attrattiva della delinquenza pesante per la facilità con cui si possono commettere reati senza pagarne lo scotto arrivando a odiosi fatti di sangue che hanno suscitato sentimenti xenofobi.
Tutti i governi che si sono succeduti dal 2011 sono stati miopi, inetti, quando non collusi con un diffuso sistema speculativo di malaffare per fare soldi sulle disgrazie altrui o per macinare consenso elettorale tra coloro che finivano per ottenere un tornaconto economico. Politici, intellettuali, commentatori, dirigenti sindacali, economisti e prelati si sono cimentati in dibattiti insulsi e a vuoto senza impostare un minimo di misure effettive che restituissero dignità al paese, dando solo ossigeno alla paura e all’ignoranza, alla ricerca di qualche voto in più.
Questa classe politica assolutamente inadeguata, si è accontentata di vivere alla giornata, di fare proclami qua e là, di versare qualche lacrima ai funerali o alle commemorazioni dei poveracci annegati, paga del plauso proveniente dal basso, espresso acriticamente dalla corte di funzionari lacchè incapaci di indicare una prospettiva operativa, e della copertura blindata da parte dei vertici dello Stato che per età, per forma mentis, per ideologia politica non riescono a comprendere le dinamiche dirompenti di popolazioni che scappano da paesi devastati dal colonialismo (antico e moderno) da dittatori sanguinari, dalle guerre fatte o fomentate dallo stesso Occidente che parla a vanvera di democrazia.
Politici che pur sapendo benissimo come fosse articolata e retribuita la rete degli schiavisti e dei loro supporter in Italia, con un atteggiamento al limite dell’incoscienza, alla faccia dei vari comitati di sicurezza parlamentari, regionali e nazionali, per non turbare gli equilibri consolidati di governo e di sottogoverno hanno fatto finta di credere alle informative fasulle dei servizi di intelligence che non hanno prodotto un’analisi chiara del fenomeno, né suggerito una misura di contenimento e o di smantellamento.
Come accaduto in altri paesi europei siamo stati riluttanti a comprendere che non si trattava di una crisi passeggera, di un fatto emergenziale episodico, ma di una tendenza storica inarrestabile che avrebbe coinvolto per anni milioni di persone. Molto colpevolmente il nostro Governo non ha saputo far altro che ragliare alla luna perché lasciato solo dall’Europa e dimostrare un’incapacità pazzesca nella gestione della crisi senza coinvolgere il parlamento nel mettere a punto alcun programma serio di vasta portata temporale, economica e territoriale.
Se le politiche dei governi Berlusconi, Monti e Letta sono state disastrose, al governo Renzi va imputato di non aver preteso la sospensione del trattato di Dublino, l’obbligo per le navi militari straniere, impegnate nelle operazioni di soccorso in mare, di portare i profughi e o i naufraghi nei propri paesi di bandiera e di aver perso inutilmente un anno e mezzo, quello più cruciale, sprecando due carte importantissime. Abbiamo avuto per sei mesi, nella seconda parte del 2014, la Presidenza dell’Unione Europea (cosa che non ci capiterà di nuovo prima del 2028) e siamo rimasti afoni, abulici, irrilevanti, capaci solo di battute da guitti, mentre il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel si incontravano ripetutamente in formato a due, lasciando fuori della porta il nostro premier addirittura senza nemmeno informarlo.
Abbiamo fatto una trattativa con il nuovo Capo della Commissione Juncker e con gli altri paesi perché a noi fosse concesso un ruolo di rilievo in Europa e ci siamo incaponiti per la sedia inutile di Alto Rappresentante per la politica estera. Risultato: la politica estera europea non esiste. Abbiamo però conseguito il record di rappresentare con la Mogherini il vuoto pneumatico.
I ripetuti naufragi, le centinaia, le migliaia di cadaveri finiti in fondo al mare o pietosamente raccolti dalla nostra Marina hanno offerto lo spunto per inutili passerelle di politici italiani ed europei, compresi i presidenti di Camera e Senato, senza che fosse nei fatti varato alcun provvedimento capace di imprimere una svolta al fenomeno. Sono state impegnate le nostre forze militari per un’opera di soccorso ai profughi senza porsi il problema se questo significava un aiuto indiretto ai traffici schifosi degli schiavisti, sono state impiegati ingenti risorse per foraggiare imprese e cooperative, ma non è stata concepita un’idea sul come arginare questi ingressi incontrollati sul come distinguere tra disgraziati in cerca di asilo politico e emigranti economici.
Personalmente, dopo aver assistito nel 1991 alla fiumana di 20.000 albanesi ammucchiati uno sull’altro come formiche sulla nave mercantile Vlora, arrivata a Bari, avevo preavvertito il nostro Governo che quell’esodo di massa era la prova che bastava far saltare il tappo della repressione dittatoriale (il comunismo era caduto in Albania da tre mesi) per far uscire dal recinto le fiere e che l’Europa e noi per primi saremmo stati sottoposti ad una pressione di centinaia di migliaia di aspiranti profughi.
Ovviamente nessuno nel Governo e nel Parlamento italiano se ne diede per inteso, al contrario tutti i partiti del tempo, di concerto con le cancellerie occidentali, furono concordi nell’assecondare i piani militari della Nato in Serbia e in kossovo. Non contenti hanno continuato a dare corda alla cocciutaggine americana nel voler vendicare l’attentato alle torri gemelle del 2001 attribuendone falsamente la paternità ad al Qaida e a Saddam Hussein accusato di possedere armi di distruzione di massa, con prove dichiaratamente fabbricate ad hoc. La guerra del 2003 in cui ci lasciammo ancora una volta coinvolgere senza che l’Iraq avesse rappresentato alcuna minaccia per l’Italia o per la Nato ci è costata molto in termini di vite umane, in termini finanziari, in termini di credibilità internazionale, senza che ne venisse all’Italia il minimo giovamento. Da quel momento è stato tutto un susseguirsi di altri errori politici e militari. Giustiziato Saddam Hussein, senza aver trovato un briciolo delle famose armi di distruzione di massa e dopo aver disarticolato completamente la società e le strutture amministrative in Iraq, l’America si è diretta verso un altro nemico Osama Bin Laden in Afghanistan con un’altra guerra, che, è inutile girarci intorno, è stata persa, durata più della seconda guerra mondiale, costata anche a noi morti e lutti senza alcun risultato pratico.
La catena di errori, sempre ispirata dall’America cui ci siamo accodati come automi, è continuata con la destabilizzazione della Libia e della Siria. Risultato? Il terrorismo che avremmo dovuto sconfiggere è più vivo di prima; gli attentati sono ormai globali in tutto il mondo; il commercio delle armi è floridissimo, gli estremisti islamici del Califfato, molto più pericolosi dei Talebani, vivono nel delirio dell’espansione dalla culla siro-irachena nell’Asia, in Africa (ove contano sui fanatici di Boko Haram e degli Shabab) e in Europa che è letteralmente presa d’assalto dal mare e dalla terra da centinaia di migliaia di disperati.
Un fenomeno di tale ampiezza, innescato dalle politiche assurde dell’Occidente, avrebbe meritato un’attenta analisi e uno studio approfondito delle motivazioni, una gestione diretta, seria e temporanea dell’emergenza, un programma a media e lunga scadenza per la soluzione definitiva.
Invece abbiamo reagito in modo scomposto, oscillando fra un’accoglienza umanitaria e una serie di dichiarazioni di fermezza che poi venivano regolarmente disattese.
Al ritmo demografico attuale, stabilizzatosi molto vicino alla “crescita zero”, si calcola che nei prossimi venti anni i quattro maggiori Paesi europei (Germania 80,6 milioni di abitanti, Francia 66 milioni, Regno Unito 64 milioni e Italia 60 milioni) vedranno aumentare complessivamente la loro popolazione di appena un milione di persone cioè uno striminzito 0,37% su una popolazione complessiva di 270,6 milioni, mentre nello stesso periodo i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, dai quali scappano profughi e emigranti, aumenteranno la loro popolazione di 200 milioni di unità che si sommeranno alle centinaia di milioni di disoccupati.
Riuscirà l’Europa a resistere alla pressione migratoria di tutta questa gente e ad attrezzarsi per gestire nel modo migliore un’invasione di queste dimensioni? Per farlo ci vogliono idee chiare e regole precise per tutti, e soprattutto qualcuno che le faccia rispettare.

PRIMA PARTE             TERZA PARTE

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Boccadutri il compaesano di Dell'Utri

ALBERTO BRUNO - Chi non ricorda la canzone, lanciata quasi mezzo secolo fa da De André “bocca di rosa”? Faceva così:
La chiamavano bocca di rosa, metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione nel paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero che non si trattava di un missionario.
Qualche buontempone, dopo quanto accaduto giorni fa in Parlamento, si è divertito a riformularla e ne è venuta fuori una ironica muova versione:
Lo chiamavano Boccadutri, ma era paesano di dell’Utri
Appena parlò lentamente in quel posto così elitario
tutti capirono immediatamente che gli serviva un abbecedario,
con Boccadutri soldi a palate, dal PD fino alla Lega
se li spartiscono per le mangiate e dei cittadini chi se ne frega
Il lettore comune si chiederà chi sia mai questo Boccadutri. E’ un quarantenne parlamentare palermitano, eletto però a Roma, ex pacifista che ha dichiarato guerra alla lingua italiana, ex cassiere di rifondazione comunista, poi cassiere di SEL sotto la cui bandiera si è fatto eleggere alla Camera e poi transfuga, al seguito degli scissionisti di Migliore, si è intruppato, con armi e bagagli nel PD. Tanto per inquadrare il personaggio è un deputato che ha votato contro la legge sull’abolizione del finanziamento ai partiti (quindi a favore del finanziamento), contro la sfiducia al ministro Cancellieri, al Ministro Alfano e al Sottosegretario Castiglione (quindi a favore di personaggi discussi), ed ha votato anche a favore dell’italicum.
Fin qui direte che è tutto normale data la natura di voltagabbana dei politici italiani che passano dalla destra alla sinistra e dalla sinistra alla destra sempre per interesse personale, mai per una battaglia ideale. Quello che invece fa venire il voltastomaco ai lavoratori è il tradimento della volontà popolare sempre portata in palmo di mano in campagna elettorale.
Facciamo un passettino indietro, per inquadrare anche lo scenario.
Nel 1993, cioè ben 22 anni fa, gli italiani disgustati dalle ruberie del pentapartito, ma anche dalle mazzette del compagno Greganti e soci del PCI, bocciarono solennemente con un referendum il finanziamento dei partiti. Poteva finire così in un paese come l’Italia con la classe politica più squalificata d’Europa? No, Tutti d’accordo, compresi quelli che non avevano rubato, misero in piedi trucchi e contorti marchingegni legislativi per continuare ad arraffare quei soldi che il popolo aveva negato, varando una legge ipocritamente detta dei rimborsi delle spese elettorali nella misura di un tanto per elettore anche per conto dei non votanti, ben oltre le spese effettivamente sostenute.
Tutto è filato liscio come l’olio per 20 anni, che sono stati gli anni delle ruberie in massa dalle tasche degli italiani di oltre 10 miliardi di euro che hanno consentito le creste dei vari Lusi, Bossi e Belsito ecc., fino a quando è comparso all’orizzonte della scena politica italiana il M5S che ha impostato una martellante campagna su tre cardini: niente soldi ai partiti, riduzione dello stipendio dei parlamentari e abolizione dei privilegi. Promesse mantenute integralmente con la rinuncia espressa ai contributi e ai rimborsi pubblici, a metà dello stipendio, ai privilegi collegati alle cariche.
Come era accaduto dopo Mani Pulite, a seguito dei risultati delle elezioni del 2013 la Casta si è spaventata ed ha compreso che era arrivato il momento di fermare il dissanguamento popolare se non voleva essere spazzata via. Il governo Letta ha fatto perciò approvare una legge che avrebbe ridotto progressivamente i finanziamenti ai partiti fino a farli scomparire nel 2017 (con il voto contrario di Boccadutri). Ma i furbacchioni sanno quello che fanno e sono abilissimi nel cospargere il terreno di trappole  e trabocchetti. I cosiddetti rimborsi ridimensionati sarebbero stati concessi solo ai partiti che avessero presentato i conti in ordine, verificati da un’apposita Commissione di garanzia.
Tanto era bastato al PD per ribadire in ogni occasione che il finanziamento era stato abolito. Solita bugia  perché i rimborsi avrebbero continuato ad essere versati per altri 4 anni.
La Commissione di garanzia che aveva il compito di verificare la regolarità dei bilanci dei partiti per poter comunicare alle presidenze delle Camere che poteva essere erogata la rata annuale di finanziamento pubblico, è stata istituita solo sulla carta, ma in tutto questo tempo non le sono state concesse le risorse umane per procedere ai controlli, che per essere efficaci avrebbero dovuto essere fatti da personale apposito della Corte dei conti e della guardia di finanza. Risultato: il 30 giugno il magistrato contabile Calamaro, presidente della Commissione, ha scritto a Grasso a Boldrini per dire che non aveva potuto eseguire i controlli di legge sulle migliaia e migliaia di pezze d’appoggio e che conseguentemente i fondi del 2013 non potevano essere erogati. Apriti cielo!
I partiti, entrati da tempo nella dimensione in cui il valore delle persone non si misura sull’onestà, sulla coerenza, sulla fedeltà al patto con gli elettori, ma sui denari, si son fatti prendere dal panico e come tante idrovore a secco hanno cominciato a girare a vuoto con rischio di fusione.
A rimettere l’olio negli ingranaggi e a togliere le castagne dal fuoco, alla ripresa dei lavori dopo le vacanze estive, ci ha appunto pensato Boccadutri. Coerente con la sua natura di maneggiatore di denari ha presentato una legge truffa che, guarda caso, è stata prontamente approvata da tutti i partiti, quelli di governo e quelli di finta opposizione, assetati di quattrini e cioè PD+NCD+UDC+PA+FI+LEGA+SC+FdI+Misto, con gli unici voti contrari del M5S.
Non c’è da meravigliarsi più di tanto: il popolo è abituato a questi calci sui denti da parte di chi vive di politica senza calli alle mani, senza sudore, senza fatica.
Ci sono però due cose che fanno gridare vendetta al cospetto del cittadino onesto: la difesa di una appropriazione indebita basata sulla menzogna, su un sofisma da bugiardi e su strafalcioni grammaticali.
Il Boccadutri nel dibattito parlamentare non sapendo come giustificare la sua proposta di legge, mentendo ha affermato che il M5S “non ha rinunciato proprio a nulla (dei 42 milioni che gli sarebbero spettati come rimborsi elettorali) dato che semplicemente non ha diritto ad alcun finanziamento non avendo depositato alcun documento relativo al bilancio, come previsto dalla legge". La realtà è ben diversa. Il M5S coerentemente al suo programma ha spontaneamente rinunciato a ogni tipo di finanziamento pubblico e dato che la legge impone la presentazione della richiesta entro 30 giorni dalle elezioni a pena di decadenza, ha fato tranquillamente scadere il termine senza formulare alcuna domanda per lasciare tale somma nelle casse dello Stato. Quindi è inaccettabile il sofisma secondo cui il M5S non avrebbe diritto ai rimborsi perché non ha presentato la domanda.
Lo stesso discorso vale per il contributo statale del 2 per mille (approvato nonostante l’opposizione del M5S), il cui ammontare, non dimentichiamolo, rappresenta pur sempre un gruzzolo milionario sottratto alle risorse dello Stato (meno asili nido, meno sussidi ai più bisognosi, ecc.) per mantenere le burocrazie dei partiti. Ma il Boccadutri per esaltare la bontà della scelta del 2 per mille ha fatto una dichiarazione in Parlamento che è diventata virale e che chiunque può ascoltare in rete "i cittadini hanno uscito il loro portafoglio ed hanno dato i soldi ai partiti" .
Ecco chi è il Boccadutri, compaesano di dell’Utri.

 

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Cosa vuol dire emigrare 1 - Cos’è stata l’emigrazione nella storia

TORQUATO CARDILLI - “Tu proverai si come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e il salir per l’altrui scale”.
Con questi versetti Dante parla ai suoi contemporanei della dura, penosa, umiliante vita dell’esiliato, che è in ogni tempo infinitamente migliore di quella dell’emigrante o del profugo, costretti dal bisogno, o dal pericolo di morte, a lasciare la terra natale per trovare rifugio in un mondo nuovo.
Iniziarono gli uomini primitivi a migrare alla ricerca di ambienti più salubri e vivibili o dove vi fossero in abbondanza acqua, cacciagione, terre fertili senza il costante pericolo di bestie feroci.
Nella storia, dalla mitica migrazione di Abramo che da Ur si trasferì in Palestina al viaggio da profugo di Giuseppe, Maria e bambinello che dalla Palestina fuggirono in Egitto per scampare alla persecuzione di Erode, fino ai giorni nostri le indicibili privazioni e le sofferenze dell’emigrante e del profugo si sono mischiate al sangue, alla miseria, alla segregazione, alla cattività.
Le migrazioni dei popoli sono state un fenomeno persistente durante tutta la storia dell’umanità con punte di particolare intensità e ferocia. A partire dalla cattività degli Ebrei deportati a Babilonia ai tempi di Nabucodonosor, che ispirò l’opera di Verdi con il famoso coro tanto caro alla Lega, per passare alla migrazione di Mosè che riportò dall’Egitto gli Ebrei in Palestina, o alla loro diaspora nel mondo, ordinata da Tito, conquistatore di Gerusalemme, per finire con l’invasione dei barbari (Ostrogoti, Vandali, Alani, Svevi, Alemanni, Visigoti, Unni) che dalle regioni più periferiche investirono l’impero romano con massicce ondate migratorie arrivando a colpirlo fino al cuore, a Roma.
L’impero aveva dimostrato nei secoli una grande capacità di sapere assorbire le culture più disparate, le razze più diverse, le religioni anche se antitetiche al politeismo pagano, mescolando in un incredibile crogiolo i patrizi, i plebei, i cavalieri, i liberti e gli schiavi. Diede vita ad una società perfettamente integrata fondata nel rispetto assoluto della legge romana dura e inflessibile con tutti a vantaggio della collettività con un sistema giuridico di prim’ordine, un’amministrazione civile efficientissima, un esercito invincibile pur con qualche disastro di comandanti inetti, con le cariche pubbliche accessibili a tutti tanto è vero che più d’uno arrivò al trono imperiale pur avendo origini straniere (dal libico Settimio Severo, all’albanese Diocleziano, al tedesco Germanico, all’inglese Britannico, agli spagnoli Adriano, Traiano ecc.).
Con il tempo i costumi austeri subirono progressivamente una perniciosa corruzione per avidità di denaro con conseguente affievolimento del sentimento patriottico, dell’onore pubblico, del valore nella difesa con le armi della civiltà, sicché le persistenti scorrerie dei barbari nelle zone di confine si trasformarono in vere e proprie migrazioni di intere popolazioni, che si insediarono nel nuovo territorio imperiale, smembrato poi in una moltitudine di stati.
Le migrazioni continuarono fino al Medio Evo, prima con gli Arabi entrati in Europa attraverso la Spagna e la Sicilia e poi con gli Ottomani arrivati fino alle porte di Vienna, tanto che la popolazione europea odierna può essere definita il risultato di quella lunghissima convivenza con gli immigrati di origine africana e asiatica. E nei secoli bui del cristianesimo e dell’assolutismo gli Ebrei furono perseguitati, ghettizzati, espulsi in tutta l’Europa compresa la Russia.
Con la scoperta dell’America le migrazioni cambiarono destinazione. La sete di dominio dei regni e delle corti europee a più solida struttura statuale, diede luogo alla nascita degli imperi coloniali e al trasferimento forzato in schiavitù di oltre 7 milioni di neri dall’Africa nelle nuove terre sottratte agli abitanti autoctoni.
Nella seconda metà dell’Ottocento, la mancanza di risorse sufficienti per una popolazione in crescita spinse grandi masse di manodopera europea verso territori inesplorati e poco abitati delle Americhe e poi ancora dell’Australia con una motivazione esclusivamente di sopravvivenza economica. Al gruppo etnico irlandese spinto dalla terribile carestia che aveva determinato 250 mila morti, seguì ben presto quello italiano, dal povero Veneto alla poverissima Sicilia, quello polacco e quello tedesco anch’essi costretti a lottare con un’indigenza assoluta e ad emigrare per gli identici motivi che spingono oggi marocchini, egiziani, tunisini, senegalesi, ghanesi, nigeriani, somali, eritrei, cingalesi, siriani, iracheni, afghani, pakistani a lasciarsi alle spalle la fame, le malattie, le guerre, le persecuzioni e la disperazione.
Di questa massiccia migrazione di braccianti e operai italiani, per lo più analfabeti e scarsamente qualificati si sono occupati parecchi storici e saggisti che hanno messo in luce come fosse facile per la delinquenza mafiosa mimetizzarsi tra i migranti per poi arricchirsi a suon di traffici illegittimi e di delitti.
Verso metà del XX secolo ebbero luogo nuove migrazioni e deportazioni di popolazioni intere avviate ai campi di concentramento e di sterminio nazisti in Polonia e Germania o stalinisti in Siberia segnando il culmine della tragedia umana con milioni di morti. La fine della seconda guerra mondiale chiudeva questo doloroso capitolo, ma conteneva le premesse per aprirne un altro che dura tutt’ora della espulsione di milioni di Arabi dalla Palestina storica e dalla Cisgiordania, terre abitate da secoli, ad opera del nuovo stato di Israele creato per raccogliervi gli Ebrei provenienti dai quattro angoli del mondo.
E’ un peccato che nell’Italia di oggi, anche a causa di una crisi economica che dura da sette anni e di una complessiva inettitudine della classe politica, parlamentare e di governo, si sia fatta strada per via di una propaganda meschina un’intossicazione delle menti, amplificata da programmi televisivi dove pare trionfare chi grida di più e chi la spara più grossa, fondata sul più sordo individualismo e sulla falsa convinzione di appartenere ad una civiltà superiore. Mentre emerge la mentalità del borghesuccio e del bottegaio che guarda solo al proprio piccolo interesse privato, si dimentica che soltanto due o tre generazioni fa erano per l’appunto i nostri  avi e parenti, sopravvissuti ai naufragi ed alle malattie, ad essere trattati da emigranti come bestie, come schiavi, come rifiuti umani utili solo come forza lavoro, brutalmente spremuti ed emarginati.
Molti rappresentanti della politica locale soprattutto dal Veneto e dalla Lombardia, ma anche dalla Sicilia, Sardegna ed altre regioni hanno fatto a gara, in questi ultimi anni, per andare a visitare, a spese dei cittadini, i discendenti dei loro antenati in Brasile, Argentina, Cile, USA, Canada, Australia, Francia, Germania, Belgio e riscoprire questo passato di sacrifici e di lotta per la sopravvivenza che ora non può essere sotterrato, mettendosi dalla parte dell’oppressione razziale e della discriminazione nei confronti dei profughi di altri paesi più poveri e più deboli del nostro, ai quali va riconosciuta senza limitazioni la dignità umana.
Chi non si ribella all’idea di superiorità razziale e al modo in cui vengono trattati i migranti e i profughi che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente, umiliati in una finta accoglienza ipocrita e sfruttati fino all’ultima goccia di sangue da un caporalato tollerato nei fatti dalle autorità di Governo centrale e locale, dal Sindacato e dalla Chiesa, è oggettivamente complice degli aguzzini e dei profittatori.
Il popolo italiano deve rendersi conto che tacendo, rimanendo indifferente, voltando la testa dall’altra parte di fronte al trattamento schiavistico riservato agli immigrati, non offende soltanto la loro dignità, ma danneggia anche il proprio benessere e il proprio futuro.

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