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La grande opera

LUCIA ABBALLE - La liturgia della solidarietà che la classe politica rispolvera nel marasma degli eventi catastrofici che da diversi anni stanno interessando l’Italia, tende ad esorcizzare la violenza e la crudeltà del ciclone che ha colpito la Sardegna per evitare responsabilità individuali e collettive. Troppo facile decretare lo stato di emergenza, maledire l’eccezionalità dell’evento. Quelle che chiamiamo “calamità naturali” non sono soltanto prodotte dalla furia degli elementi ma sono legate alla responsabilità politica di chi, per dovere d’ufficio, non si occupa della cura del territorio e della sua sicurezza.
Soltanto sei anni fa, nel 2007, fu convocata in Italia la Conferenza governativa sui cambiamenti climatici per elaborare un “Piano nazionale di adattamento e di prevenzione” che ebbe come unico risultato il graduale azzeramento dei fondi per l’apertura di mille cantieri contro il dissesto idrogeologico e per la difesa del suolo. Un mese fa, in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, il capo della Protezione civile- Franco Gabrielli- , aveva denunciato l’assenza, in almeno 6 Regioni, di Cdf (Centri Funzionali Decentrati), destinati a coordinare i soccorsi in caso di necessità. Sempre nella Commissione Ambiente della Camera dei Deputati è stata recentemente approvata una risoluzione a firma Realacci in cui si chiede al Governo di stanziare 500 milioni di euro annui per la sicurezza del territorio nazionale.
E cosa dire dei 30 milioni di euro previsti nell’attuale legge di Stabilità per la difesa del suolo? Insomma, di parole ce ne sono state tante così come tante, forse troppe, sono state le catastrofi che hanno sconvolto l’Italia. Non si può sempre liquidare una tragedia archiviandola sotto la categoria dell’eccezionalità perché se da un lato è effettivamente singolare che “in 24 ore sia caduta la pioggia di sei mesi”, dall’altro ci sono stati almeno 15 anni, se non di più, per porre le basi ad una politica ambientale seria e ragionata fondata soprattutto sulla prevenzione.
Se solo il territorio sardo si fosse munito di strumenti necessari a contrastare eventuali emergenze ambientali, oggi le operazioni di intervento sarebbero costate un quinto ma soprattutto non ci sarebbero stati morti. C’è evidentemente un problema culturale e di priorità; è come se le “grandi opere” fossero le sole urbanizzazioni pubbliche e private, le costruzioni di autostrade e di edifici pubblici inclini a soddisfare più il gusto estetico dell’arte plastica che l’ aspetto funzionale della loro realizzazione. Le bonifiche, la cementificazione delle coste e dei fiumi, l’urbanizzazione delle città non si inaugurano con tagli di nastro, non portano voti.
Da tempo si parla di messa in sicurezza del territorio, soprattutto dopo aver assistito inermi alla devastazione di intere città che, a distanza di anni, ne portano ancora i segni. Ma finchè si continuerà a sottovalutare lo stato d’emergenza che, da almeno 15 anni, investe il nostro Paese il rischio di altre “bombe d’acqua” diventa incombente. Lo Stato non interviene, si direbbe, perché non ci sono i soldi, anche se poi in qualche modo i soldi si trovano sempre dopo le catastrofi per rimediare alla meno peggio ai danni. Ma intanto si muore perché non ci sono i soldi o per rispettare i patti con Bruxelles oppure, ancora peggio, perché troppi fondi restano inutilizzati per inefficienze delle Regioni e degli enti locali. Insomma si muore perché non si può spendere a dovere per quella “grande opera” italiana che deve essere la messa in sicurezza del territorio, sia per i rischi idrogeologici che per quelli sismici.
La sicurezza del territorio non soltanto ci precluderebbe di vivere, anche solo da spettatori, episodi tragici come quello che ha sconvolto la Sardegna, ma rilancerebbe l’economia e l’occupazione, fornendo una risposta convincente alla crisi economica.  L’Europa dovrebbe prenderne atto e concedere all’Italia la possibilità di accedere a quei fondi lasciati fuori dal perimetro del deficit pubblico. Certo, questo non servirà a restituire la vita alle vittime, né a risarcire il lutto delle loro famiglie e neppure a cancellare le terribili ore vissute dagli sfollati; ma bisogna pur sempre cominciare da qualche parte per impedire che l’eccezione diventi la regola. Bisogna cominciare a lavorare alla “grande opera” . Questo sì, sarebbe un risultato davvero “eccezionale”.

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