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Gli emigrati italiani in Argentina hanno regalato all'Italia la compagnia telefonica, l'Italia se la sta svendendo

Edificio dell'ITALCABLE a Buenos Aires (calle s. Martin 318-326) alla fine degli anni '20

L'Italcable, da cui Telecom deriva, venne realizzata da un italiano emigrato in Argentina con capitali raccolti fra la comunità italiana in Argentina dalla Camera di Commercio italiana di Buenos Aires
Stefano Pelaggi - Oggi che la Telecom sta per essere svenduta agli spagnoli, vale la pena di ricordare che furono gli italiani emigrati in Argentina a mettere i soldi per realizzare il progetto di Giovanni Carosio e realizzare quell'Italcable che nel 1994 sarebbe diventata Telecom Italia Spa.

Era il 9 agosto 1921 quando veniva costituita ufficialmente, con sede in Corso Italia a Milano, la Compagnia Italiana dei Cavi Telegrafici Sottomarini (Italcable).
Un aspetto curioso è che da allora in poi molti avrebbero pronunciato Italcable all'inglese non sapendo che "cable" era un termine spagnolo ad indicare proprio la realtà italo-argentina della società.
Giovanni Carosio era emigrato in Argentina negli anni a cavallo del secolo. Non appena giunto a Buenos Aires egli fu tra i fondatori della Compañia industriali de electricidad del Rio de la Plata e della Compañia de electricidad de la Provincia de Buenos Aires. Fu solo l'inizio di una lunga serie di successi come imprenditore nel settore elettricità.
Carosio aveva cominciato a studiare il problema della trasmissione telegrafica via cavo tra l'Europa ed il Sudamerica nel 1918. Giunto in Italia verso la metà del 1921 per esporre al governo il programma per l'installazione di un cavo telegrafico che doveva congiungere l'Italia con gli Stati Uniti e con il Sudamerica, fu in grado di costituire dopo poche settimane la società incaricata di svolgere tale servizio, l'Italcable, mentre nel giro di un mese, alla fine di settembre di quello stesso anno, firmò la prima convenzione con lo stato italiano per la realizzazione esecutiva dei progetti.
Allacciati subito i contatti con gli stati interessati all'iniziativa (il cavo telegrafico, prima di raggiungere l'Argentina, doveva toccare la Spagna, il Portogallo, il Brasile e l'Uruguay), Carosio interessò al suo programma anche gli ambienti economici italiani in Argentina, dando avvio ad una raccolta di capitali attraverso la Camera di commercio italiana di Buenos Aires

I nostri emigrati sentivano l'esigenza di avere collegamenti veloci ed affidabili tra la madre Patria e l'America del Sud sull'onda del disappunto provocato dal notevole ritardo con il quale laggiù si era appresa la fine della Prima Guerra Mondiale con la vittoria italiana sugli austriaci, notizia che oltretutto non era giunta direttamente dall'Italia ma da un collegamento via Londra.
Nonostante la società fosse italiana, e come tale vincolata alle leggi italiane, Carosio riuscì ad ottenere dal governo una deroga alla norma sulla nominatività dei titoli e l'esenzione, per i capitali apportati dalla comunità italiana in Argentina, della tassa sugli utili. Nel 1923, mentre il capitale sociale dell'Italcable veniva portato a 200.000.000 di lire (90 dei quali erano stati sottoscritti in Argentina), egli firmò una seconda convenzione con il governo italiano in base alla quale venivano definiti più precisamente tempi e modi per l'avvio delle trasmissioni telegrafiche.
Inaugurato il cavo telegrafico Anzio-New York il 12 ottobre 1925 e quello con il Sudamerica qualche settimana più tardi (con diversi mesi di anticipo sulla scadenza prevista dalla convenzione del 1923), la società conobbe infatti una notevole espansione con l'apertura negli anni seguenti di sportelli per l'accettazione di telegrammi in diverse città europee. Nel 1924 l'Italia era al settimo posto al mondo con 8930 chilometri nell'estensione delle reti cablografiche sottomarine, mentre nel 1927 era salita al quarto posto con poco meno di 27.000 chilometri. L'Italcable possedeva in quell'anno una rete di 19.000 chilometri che collegavano le 165 agenzie della società; in Italia i suoi cavi telegrafici si estendevano per circa 3900 chilometri, in Spagna per 4900 e in Brasile per 1200 chilometri.
Da questa posizione di forza Carosio, che pur doveva molto del suo successo ai buoni rapporti con il potere politico a Roma, era anche in grado di far accettare al regime non solo che i giornali della comunità italiana in Argentina professassero posizioni ritenute "non favorevoli" dal governo italiano, ma che venisse in qualche modo pure attenuata la censura sulle notizie in partenza dall'Italia verso la repubblica sudamericana (essenzialmente poiché era causa di forti ritardi nell'inoltro dei dispacci). Vi era infatti il serio pericolo che tutte le agenzie di stampa di quel paese si rivolgessero, a Parigi o a New York per ottenere informazioni sull'Italia, a scapito ovviamente degli interessi della compagnia.
Trasferita da Milano a Roma nel 1932 la sede legale e la direzione centrale della società, i rapporti tra l'Italcable e lo stato italiano migliorarono ulteriormente. Benché Carosio venisse in Italia solo saltuariamente, la sua società era ormai considerata in sede governativa come l'azienda leader del settore: ne era prova la convenzione stipulata nel 1935 tra il governo, da una parte, l'Italcable e la Italo-Radio dall'altra, che prevedeva una integrazione a tappe forzate dell'attività delle due società sotto la guida dell'azienda diretta dal Carosio.
Superata con non pochi problemi la parentesi della guerra di Spagna, nel 1938 l'Italcable ottenne un nuovo riconoscimento a livello internazionale con il contratto per il traffico telegrafico tra la Francia e il Brasile.
Insomma l'Italcable degli emigrati italiani in Argentina era leader mondiale nel campo delle comunicazioni. Diventata Telecom Italia, nel giro di meno di vent'anni sta finendo come stiamo vedendo in questi giorni.

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