Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

Identikit di un Presidente

TORQUATO CARDILLI - Dopo 9 anni di incontrastato dominio sulla politica italiana e all’indomani della conclusione del semestre di nostra presidenza dell’UE (chi si è accorto che il nostro governo ha fatto cambiare verso anche all’Europa?) Napolitano ha lasciato il Quirinale.
Quando in altri paesi la più alta carica dello Stato rassegna le dimissioni, nessuno si sbrodola in una melassa alluvionale di solidarietà parolaia e per certi versi ipocrita.
L’Italia, quasi due anni fa, aveva già assistito all’abbandono del ruolo di pontefice, che se permettete ha una valenza mondiale, da parte di Papa Ratzinger, impotente nel riformare la Chiesa data l’ostilità dei cardinali di curia e afflitto, dopo 8 anni di regno, “dall’ingravescente aetate”(88anni). Nessuno gli dedicò tante espressioni di rammarico e di elogio quante se ne sono sentite in questi giorni per Napolitano da parte di politici che per decenni si sono dedicati alla protezione dei propri privilegi mentre il paese andava in sfacelo. I loro commenti sono stati enfatici nell’esaltarne il ruolo insostituibile, la difesa delle istituzioni nel momento più difficile, la guida illuminata, la capacità di aver evitato derive pericolose, la volontà europeista e riformista e via di questo passo.
Agli italiani che hanno la memoria corta, o che come Renzi e le sue pulzelle ministre e deputate non erano ancora nati, andrebbe ricordato il suo elogio alle truppe sovietiche che invasero l’Ungheria nel 1956, al PCUS per l’espulsione di Solzenicyn, al PCI per l’espulsione dei dissidenti del “manifesto”, la sua originaria opposizione al trattato di Roma e alla linea di rigidità morale di Berlinguer. Né si può sorvolare sulla sua richiesta di impeachment del presidente Cossiga, sul fatto che da ministro dell’interno si sia girato dall’altra parte sull’orrenda vicenda dell’inquinamento nella terra dei fuochi,  e sugli errori di valutazione di questi ultimi 9 anni.
Al popolo smagrito dalla crisi, dalla disoccupazione, dalla voracità della classe politica non ha dato alcun esempio di frugalità, continuando a spendere per il Quirinale più della Casa Bianca e dell’Eliseo. Ha firmato con mano veloce le peggiori leggi e decreti voluti da Berlusconi sul falso in bilancio, sugli indulti, sui condoni, sugli scudi, sulla prescrizione, sulla guerra in Afghanistan e in Libia, sull’adesione acritica al fiscal compact, sul pareggio di bilancio inserito in Costituzione e per tre volte ha messo a capo del governo chi non aveva avuto il mandato dalle elezioni (Monti e Renzi) o chi non le aveva vinte (Letta nipote), nominando per giunta come ministri degli emeriti incompetenti.
Gli va riconosciuto solo il buon gusto finale della sobrietà nella cerimonia di addio, molto simile a quella di 70 anni fa quando l’ultimo re d’Italia partì per l’esilio. Ma, e qui sta la differenza, non facciamoci illusioni, perché dopo solo 24 ore, a dispetto dell’età, ha rivendicato le sue prerogative ed ha voluto prendere possesso dell’ufficio al Senato da presidente emerito, dal quale pilotare le manovre per eleggere il suo successore.
Sarebbe stato un gesto troppo nobile rinunciare alla carica di senatore a vita, visto che ha avallato un obbrobrio di riforma costituzionale che prevede praticamente la soppressione della camera Alta?
Adesso i contraenti del patto del Nazareno, sotto il suo sguardo vigile, stanno giocando di fioretto, con finti assalti e ritirate strategiche, mentre gli altri partiti spaccati, a dispetto dei voti conseguiti, si interrogano smarriti su chi debba salire al colle.
I nomi più gettonati che circolano sui media sembrano usciti dalla galleria dell'orrore. Li metteremo in ordine alfabetico per non fare torto a nessuno, visto che il torto se lo fanno da soli con il loro curriculum.
Amato, il superpensionato da 30.000 euro al mese, giudice costituzionale, ex numero due di Craxi, da presidente del Consiglio mise di notte le mani nelle tasche degli italiani portandosi via un mucchio di denari per pianificare i buchi del ladrocinio della cattiva amministrazione del paese. Dicono che sia il più amato da Napolitano e da Berlusconi, ma certo non lo è dagli italiani che ancora ricordano di essere stati fregati da topo gigio;
Bersani, quello che voleva smacchiare il giaguaro e che invece ha perso tutto in un sol colpo: premierato, segreteria del partito, e la faccia con le candidature bocciate di Prodi e Marini nel 2013;
Potevano mancare le donne? No.
Bonino, eterna candidata, si è subito tirata fuori dalla corsa confessando in radio di essere affetta da tumore e che ha già cominciato un ciclo di chemioterapia della durata di 6 mesi;
Casini, detto Pierfurby o il genero d’oro, che ha navigato in tutte le acque mettendo sempre la vela a favor di vento col timone pronto ad evitare secche e scogli; incollato al potere in parlamento da pupillo di Forlani a giovanissimo presidente della Camera;
Castagnetti. Chi? Nome del tutto sconosciuto a più di metà dei deputati attuali, abituati a internet, si tratta di un vecchio DC della scuola Zaccagnini-Martinazzoli, già segretario del PPI dopo Marini, con alle spalle un rinvio a giudizio per tangente, ma il reato fu dichiarato prescritto e per questo eletto fino al 2013 presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere;
Chiamparino, ex allievo dell’Istituto Tecnico Sommeiller (la scuola di Einaudi e Saragat), capogruppo PCI a Moncalieri, poi deputato, sindaco di Torino, presidente dell’Anci, presidente del più importante gruppo bancario italiano, ora presidente della regione Piemonte e della conferenza delle regioni, convertitosi al renzismo;
Fassino, detto la mummia egizia di Torino, con moglie incorporata nel palazzo tanto da rappresentare la coppia più bella del paese con 13 legislature in due, sindaco della seconda città più indebitata d’Italia; già segretario del PD è quello della famosa telefonata “abbiamo una banca”, indicato da De Benedetti come candidato ideale per la sua difesa ad oltranza del Tav in Val di Susa, che significa decine di miliardi dei contribuenti a beneficio delle cooperative rosse e bianche;
Finocchiaro, senatrice siciliana del PD che però, per farsi eleggere, ha scelto il comodo collegio pugliese, quella con il marito medico inquisito, immortalata all’Ikea con gli agenti di scorta che spingono il carrello e che definì Renzi un miserabile solo perché l’aveva criticata;
Grasso, attuale reggente del Paese, che da magistrato anti mafia avrebbe voluto dare “un premio speciale a Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”e che da presidente del Senato è sempre stato il manganello del Governo contro le opposizioni;
Mattarella, altro giudice costituzionale, deputato per oltre 30 anni e padre della legge elettorale cancellata dal duo Berlusconi-Bossi, ritenuto schierato con Renzi, con la pecca di avere il figlio super pagato consulente alle dipendenze della ministro Madia;
Pinotti, arrivata terza nelle primarie per sindaco di Genova e per questo premiata con il Ministero della Difesa, dove ha inciampato nella questione dell’uso a scopo privato dell’aereo militare;
Prodi, sarebbe l’unico della schiera a poter alzare il telefono e parlare direttamente in tedesco alla Merkel, in inglese a Obama e in francese a Hollande, ex presidente dell’UE dal 1999 al 2004, con una profonda conoscenza dello Stato e una reputazione internazionale persino in Africa, ma è odiato da Berlusconi che ha subito da lui due sconfitte elettorali. Ha nelle ali il piombo di essere stato il paladino dell’euro inviso a gran parte dell’opinione pubblica e di essere stato già fatto secco dai 101 voti a tradimento dei renziani nel 2013;
Veltroni, detto l’africano, che prometteva di espatriare in Africa dopo aver fatto il sindaco di Roma, che non si era accorto di quale sentina di malaffare fosse il suo gabinetto; dato per favorito dai bookmaker del palazzo sarebbe il primo presidente non laureato.
Chi manca dal mazzo? I tecnici:
Draghi, ha già detto che non ci tiene a lasciare la presidenza della BCE a Francoforte anche se la Merkel farebbe carte false per farlo sloggiare;
Padoan, gradito agli ambienti economici internazionali per il suo curriculum di economista, ma se ha fatto bene il ministro del Tesoro sarebbe un peccato lasciarlo andare, mentre se ha fatto male, sarebbe improponibile;
Visco, come governatore della Banca d’Italia potrebbe anche essere una persona equilibrata, ma rischierebbe di dare l’impressione che il Quirinale sia riserva di caccia dei banchieri centrali (dopo gli esempi di Einaudi e Ciampi).
Ci sono infine i fiori più profumati, quelli che non farebbero storcere il naso agli italiani, ma che appunto per questo non possono aspirare ai famosi 505 voti dei grandi elettori: Carlassare insigne studiosa, prima donna a ricoprire in Italia la cattedra di diritto costituzionale, si dimise a luglio 2013 dalla Commissione per le riforme istituita per elaborare proposte di modifica della seconda parte della Costituzione, in polemica con la sospensione dei lavori del Parlamento ottenuta dal PdL per l’udienza in Cassazione contro la sentenza che aveva condannato Berlusconi;
Cassese, giurista, docente emerito della Normale di Pisa in diritto internazionale, già ministro della funzione pubblica con Ciampi, presidente della commissione di indagine sul patrimonio immobiliare pubblico, ex giudice della corte costituzionale;
Imposimato, magistrato integerrimo, presidente onorario della Cassazione, già giudice istruttore nei più importanti processi contro cosa nostra, camorra, terrorismo, impegnato ora nella difesa dei diritti umani;
Rodotà, già in testa a tutti i sondaggi, politico di lungo corso, prima radicale poi nel PD, docente emerito di diritto civile, ex garante della privacy, già candidato al Quirinale nel 2013 quando era sostenuto dal M5S e per questo non voluto da Bersani e D’Alema;
Zagrebelski, di origine russa, giurista e docente di diritto costituzionale di fama internazionale, ex presidente della Corte Costituzionale, contrario al progetto di revisione costituzionale voluto dalla Boschi e per questo assolutamente osteggiato dal PD.
Tanto Renzi, quanto Berlusconi, hanno proclamato pubblicamente quali debbano essere le qualità richieste: al nuovo presidente: essere un politico, essere un arbitro, essere super partes, avere un alto profilo internazionale, essere un vero conoscitore della macchina dello Stato, essere il vero garante della costituzione. Provi il lettore ad individuare chi possegga tali qualità in modo eminente come si richiede al pubblico funzionario per essere promosso.
In realtà entrambi i bari del patto del Nazareno puntano allo stesso piatto: vogliono un presidente incolore che sia per davvero un uomo di garanzia, cioè di garanzia per loro. Il primo per rimanere al Governo il più a lungo possibile e poter contare su un firmatutto sempre a disposizione, l'altro per ottenere la tanto reclamata agibilità politica, salvarsi dai processi tuttora aperti a suo carico, rientrare in Parlamento e mantenere in piedi le sue aziende.
Chi corrisponde all'identikit? C’è da temere che chi sarà eletto, più che il garante della costituzione possa diventarne il becchino.

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Un paese da ricostruire e un semestre da dimenticare

TORQUATO CARDILLI - Il cittadino italiano che abbia messo, anche solo una volta, il naso fuori dei confini nazionali, avrà notato per forza che all'estero i vigili urbani sono molto più efficienti, più dignitosi, più garbati, meno trasandati nell'abbigliamento, meno scostumati nell'atteggiamento, meno lavativi di quelli romani. Non c'è pericolo che a Londra o Berlino o Mosca o Tokio i vigili, in coppia o anche in trio, chiacchierino dei fatti loro all'incrocio di grandi strade, con le mani in tasca o la sigaretta in bocca, disinteressandosi del traffico ostacolato da auto in seconda fila in palese divieto, mentre automobilisti strafottenti non rispettano l'obbligo di consentire l'attraversamento pedonale sulle strisce. Altrove la professionalità, la dignità, il rigore di attenersi al proprio dovere senza pause né distrazioni sono la regola.
Questo lo sanno i cittadini comuni, ma nella capitale d'Italia fingono di ignorarlo il Sindaco, il Prefetto, il Ministro dell'interno, il Presidente del Consiglio e tutti invece si meravigliano per l'ennesima manifestazione di menefreghismo registrata con l'assenza dal servizio di quasi l'80% degli addetti al traffico nella notte di capodanno. Nel darne il resoconto si stupiscono anche gli organi di informazione che auspicano severe misure di punizione, come se bastassero alcuni provvedimenti disciplinari, con inevitabile coda di ricorsi, per far tornare tutto a posto.
Lo stesso discorso può essere fatto per i conducenti dei mezzi pubblici dal certificato medico facile, per i quali la divisa è un optional, il garbo nella risposta ad una richiesta di informazioni è sconosciuto, mentre la reazione villana con la parola e col gesto a qualche automobilista che non concede la precedenza è un costume.
Sempre a capodanno il più grande, il più antico, il più prezioso museo archeologico del mondo, quello di Pompei è rimasto chiuso per il solito contenzioso italico tra dipendenti e direzione sul pagamento degli straordinari, di fronte a migliaia di turisti stranieri inconsapevoli e disorientati, mentre a Piazza Armerina i visitatori provvedevano a liberare volontariamente i mosaici romani dalle cartacce, e a Palermo chilometri di strade rimanevano invase dalla spazzatura, ancora oggi indifferenziata, lasciata dai netturbini in rivolta nell'indifferenza delle autorità.
Dunque siamo messi proprio male.
Ma questi dipendenti felloni a chi si ispirano se non a quella massa di parassiti che albergano in Parlamento (99% di assenze per i parlamentari Ghedini, Angelucci; 91% per Verdini, ecc.) o nei consigli regionali, o nelle diecimila aziende partecipate dagli Enti locali con consigli di amministrazione più numerosi dei dipendenti stessi, con migliaia di dirigenti con stipendi venti volte superiori a quelli dei normali lavoratori, con un numero di guardie forestali in Sicilia maggiore di quello della Lombardia, con medici che rilasciano sulla parola certificazioni di malattia a dipendenti pubblici lavativi?
Il problema sociale del paese è dunque sempre lo stesso: privilegi diffusi e anacronistici con diseguaglianze inique, disaffezione al lavoro e assenza di senso del dovere; ciò che andrebbe abolito quale privilegio non compatibile con l'attuale società ed economia viene considerato diritto acquisito alla faccia dei principi della rivoluzione francese di cui ogni tanto ci sciacquiamo la bocca.
Visto che la classe dei parassiti non ha intenzione di mettere un freno alla propria ingordigia, alle manifestazioni di strafottenza, ai pranzi a base di aragoste ostriche e champagne a spese del contribuente, gli altri se ne infischiano e non sono più disposti al minimo sacrificio, al rispetto delle regole.
Mentre l'Italia si dibatte in una burocrazia paralizzante come un cormorano incatramato, il nostro primo ministro è andato a Strasburgo a chiudere il peggior semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, assolutamente privo di contenuti, ma coperto da un profluvio di parole vuote. Rispolverando una tradizione provinciale che, dopo l'aplomb di Monti e la discrezione di Letta sembrava dimenticata, ha superato con un balzo atletico le gesta del suo maestro Berlusconi, dal quale ha ben imparato la lezione di come si possano fare gaffes a ripetizione e sfoggiare una cultura spicciola da quattro soldi con il minimo sforzo.
Ricordate il vertice di Deauville del 2011? Allora Berlusconi, per spezzare l'atmosfera di isolamento in cui l'avevano tenuto gli altri capi di Stato e di Governo, in una conferenza stampa di fronte ai giornalisti basiti, dichiarò che la crisi in Italia non esisteva, che era una pura invenzione della stampa, che i ristoranti erano pieni, che i luoghi di villeggiatura erano iper prenotati, mentre era difficile trovare posto in aereo.
Balle stratosferiche da ubriaco o da venditore di fumo incallito. Bene, Renzi ha fatto di peggio. E' riuscito ad affermare, non in una conferenza stampa fatta ad uso dell'opinione pubblica, ma nell'aula del parlamento Europeo, nel discorso da premier e presidente uscente, di fronte agli sbalorditi volponi come Juncker e Shultz e ad uno sparuto gruppo di deputati europei che lo guardavano stralunati, che in Italia le famiglie si sono arricchite sotto il suo governo. Anche se le televisioni del cosiddetto servizio pubblico non ne hanno fatto cenno, né con servizi in voce né per immagini, in rete circola già il video dell'intervento di Renzi in cui con foga si ostina a sostenere, manipolando la realtà, che la crisi non ha fatto altro che arricchire la nazione. Per Renzi abbiamo registrato il paradosso (ha detto proprio così) perché le famiglie italiane (compresa la vostra cari lettori), hanno accumulato soldi su soldi in banca ed ha citato i capitali di private banking Italiani, come tra i più alti al mondo, omettendo di dire che si riferiva ai capitali sui conti correnti da 500.000 euro in su, in un paese dove il 10% delle famiglie detiene la metà della ricchezza nazionale, dove almeno 1/4 degli italiani è indebitato, dove ormai il numero dei frequentatori italiani delle mense della Caritas ha superato quello degli stranieri, dove ci sono più di tre milioni e mezzo di disoccupati e 10 milioni di pensionati al minimo sui quali scatterà tra poco la mannaia sui ticket sanitari. Renzi oltre ad un bagno di umiltà avrebbe bisogno anche di qualche ripetizione di economia che gli spieghi la differenza tra il modesto risparmio per paura del domani e il puro arricchimento; ma forse, parlando di arricchimento si riferiva alle aziende di famiglia ed alla sua cerchia dagli appalti lucrosi.
Con fare saccente e provinciale, un vero miscuglio tra l'imitazione di Crozza e un affabulatore da bar, si è comportato da tipico rappresentante dell'Italietta spavalda e smargiassa che nel momento di difficoltà tira fuori il sorriso accattivante, ma incapace di fare un'autocritica per l’inconsistenza della sua proposta operativa. Ha scambiato il parlamento europeo per la piazza di Rignano e come un capo claque ha citato il nome del capo dello Stato per chiamare l'applauso e far sentire l’audio di un parlamento semi deserto (questo è il rispetto che si è guadagnato!) che le nostre televisioni hanno evitato di inquadrare.
Contestato dai tre deputati della Lega si è lasciato andare. Ha raccolto la provocazione ed ha replicato che quelli non sono capaci nemmeno di leggere due libri. Ma a quei due libri sembra essersi fermato proprio Renzi che dopo la citazione di Omero di 6 mesi fa, questa volta ha citato Dante. Ed è qui che è riemersa in modo prorompente la natura da borghesuccio che tira fuori la solita chincaglieria del genio italiano che ha fatto la storia. Se ne era già avvalso una prima volta citando Meucci in un inglese maccheronico al convegno Digital Venice, una seconda volta all’inizio del semestre con Leonardo ed ora ha chiuso con Dante. Ve la immaginate una Merkel che tira fuori alla prima occasione internazionale il suo conterraneo Bismarck, Einstein, Beethoven o Hollande che rispolvera il re Sole che regnò per 72 anni, Napoleone, Madame Curie o Giovanna d'Arco?

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Se lo Stato va a puttane il conto lo paga il popolo

TORQUATO CARDILLI - A seconda dell'epoca storica all'Italia sono stati affibbiati vari epiteti e definizioni dagli stranieri: è stata definita come il paese dell'arte, del bel canto, del gran tour, mera espressione geografica, la sorpresa del boom industriale, la culla del design, della moda, del lusso, della buona cucina, della mafia, delle stangate finanziarie, dell'instabilità politica e così via.
Come ci giudicano ora in Europa? Come il paese con la classe politica più pagata del continente, ma anche la più corrotta e inaffidabile. Meraviglia? No. Basta soffermarsi sul giudizio della nostra Corte dei conti che ne ha stigmatizzato la diffusa corruzione e la capacità di sfruttamento di ogni pertugio per appropriarsi di denaro pubblico a partire dai piccoli contributi e rimborsi spese per finire alle grandi opere come il TAV, l'Expo, le autostrade tipo Salerno-Reggio Calabria, il ponte sullo stretto ecc.
Intendiamoci. Non è che altrove i politici siano indenni da fenomeni corruttivi o immuni da comportamenti contrari alla legge, ma altrove c'è un senso di etica pubblica e di controllo da parte dei media e degli opinionisti sul quale non si può scherzare. Quando il politico è preso con il topo in bocca, non ci sono geremiadi che tengano come quelle dei garantisti nostrani che proclamano l'innocenza fino al terzo grado di giudizio; no, ci si dimette subito e si scompare dalla scena pubblica.
Casi che da noi fanno miseramente sorridere come l'aver copiato 20 anni prima una tesi di laurea, o il non aver pagato i contributi alla domestica o l’aver ricevuto un prestito bancario a condizione di favore o l’aver mentito alla polizia su un incidente stradale o l’aver pagato con fondi pubblici la visione in albergo di un video a luci rosse, all'estero stroncano per sempre qualsiasi carriera pubblica ancor prima del giudizio del Tribunale. Da noi invece tutte le persone coinvolte sono sempre serene e tranquille (salvo poi patteggiare tipo Galan, Scajola, ecc.) mentre è il popolo che ha il sangue agli occhi. Non si dimette nessuno per un avviso di garanzia su fatti corruttivi, né per il rinvio a giudizio con accuse infamanti, e neppure per una condanna in primo grado. Se poi arriva la condanna definitiva (dopo appello e Cassazione) la si tira in lungo con mille cavilli, come è stato per i casi Previti e Berlusconi prima di essere defenestrati dal Parlamento.
In un'Italia così, fatta di politici di banchieri e di industriali con tesori nei paradisi fiscali, di gruppi di potere e corporazioni che dettano legge, di guardie e farabutti che si alleano, tutti si disinteressano di milioni di persone povere, senza lavoro o con pensioni da fame e proseguono imperterriti nei loro traffici con l'unico obbiettivo di accumulare ricchezze liquide e immobiliari (in patria e all’estero) mantenendo intatta la fetta di potere conquistata. Hanno consentito la svendita di industrie e di marchi (a suo tempo sovvenzionati) che avevano fatto la storia della nostra rinascita economica e industriale a francesi, tedeschi, americani, spagnoli, turchi, russi e cinesi che hanno fatto shopping a prezzi stracciati accaparrandosi il meglio. Ciò che non è stato venduto è stato delocalizzato mettendo sulla strada migliaia di famiglie. Capitani d'industria felloni sono scappati con la cassa, per sfuggire al fisco come la Fiat o per imboscare miliardi all'estero come l'Ilva, furbetti hanno tentato scalate speculative e rivenduto il “pacco” ai risparmiatori, mentre i salotti delle banche odorano di cadaveri (dai famosi casi di Sindona e  Calvi in poi) o di tintinnio di manette (Fiorani, Fazio, Berneschi, Mussari, Ponzellini, Zanetti ecc.).
Negli ultimi anni l'Italia, per i demeriti della sua classe dirigente, è retrocessa al nono posto (uscendo quindi dal G8) nella graduatoria internazionale dei maggiori Paesi produttori ed ha sul groppone un debito pubblico arrivato all’incredibile cifra di 2.170.000.000.000 di euro. Avete faticato a leggere questa cifra? No problem, ve la scrivo in un altro modo: si tratta solo di 2.170 miliardi di euro, cioè del 135% del PIL! Mentre la massiccia erosione della base produttiva ha portato alla chiusura di oltre 100 mila imprese e ha generato oltre 1 milione di nuovi disoccupati (ora sono il 13,8%).
Mentre i vari premier e ministri del tesoro ci hanno ammannito con montagne di bugie, con dati falsi, la ottimistica tisana quotidiana che la crisi è alle spalle e che stiamo timidamente imboccando la via della crescita (mai smentita dai commenti farlocchi della televisione di regime), l'unica industria fiorente è quella della malavita, del riciclaggio, del contrabbando, della droga, della prostituzione, del gioco d'azzardo. Siamo sempre più meritevoli del biasimo internazionale e la stampa straniera ce lo ricorda in continuazione.
Cos'è dunque oggi l'Italia? E' una nazione meravigliosa governata e amministrata da un corpo mostruoso, una specie di Idra di Lerna, un serpente o piovra velenosa, dalle mille e mille teste sempre assetate di soldi e privilegi, capace di uccidere persino con il respiro.
Quando si è sull'orlo del baratro ci si aggrappa a tutto, anche ad una corda di carta, a rischio di scivolare più in giù e questo ha fatto il nostro governo accettando la rimodulazione del Pil.
L’Eurostat, per facilitare il rispetto degli assurdi vincoli imposti dal famigerato Fiscal Compact e tentare di fermare l'ondata antieuropea che sta dilagando,  ha terminato i lavori di revisione iniziati quattro anni fa (chi era al governo allora?) dei criteri di calcolo del Pil, includendovi non solo la ricerca e lo sviluppo, ma anche i proventi di molte attività criminali:  prostituzione, contrabbando, ricettazione, usura e spaccio di droga. I grandi cervelli che ci governano hanno pensato che questa innovazione metodologica fosse una bella idea perché l’effetto più immediato sarebbe stato per noi l'aumento del Pil dell’1-2% con correlata diminuzione artificiale del rapporto debito-Pil e l’hanno accettata con incosciente insensatezza. Dunque i fini strateghi economici hanno sorvolato cinicamente sui problemi etici e senza nemmeno sentire il parlamento hanno ignorato le conseguenze negative. La prospettiva di poter rivendere al popolo la sòla che i sacrifici sarebbero stati inferiori al previsto è bastata a governanti incapaci per tirare un sospiro di sollievo. Tutti, da Berlusconi a Monti, a Letta, fino a Renzi hanno accolto l’innovazione come una manna, fatta cadere dal cielo della Commissione Europea e della BCE che hanno benevolmente chiuso un occhio, consentendo di allentare i vincoli di bilancio alla chetichella, senza perdere la faccia.
Perciò i nostri si sono ben guardati dallo stroncare la corruzione e la malavita che costano oltre il 10% del Pil finendo per sposare il manifesto programmatico del politico cialtrone Cetto La Qualunque, sempre pronto a santificare le attività palesemente illegittime e criminali come volano della prosperità economica.
Fino ad oggi il Pil, pur includendo il lavoro nero (soprattutto in edilizia e agricoltura) che da solo ammonta a circa il 17% del reddito complessivo, non conteneva i proventi dell’economia criminale, considerata come una semplice traslazione di ricchezza dalle tasche dei cittadini onesti nei forzieri dei delinquenti e, come tale, non in grado di generare reddito e occupazione. Da adesso siamo entrati invece in una nuova dimensione. A Bruxelles si sono resi conto che anche lo scambio di ricchezza in settori illegali è creatore di retribuzioni e di profitti a favore di chi rivende i beni economici o fa mercimonio sessuale o sfrutta la prostituzione anche se non paga le tasse. La grande pensata dei burocrati di Bruxelles, bevuta d'un fiato dai nostri governanti, miopi o in malafede, purtroppo rischia di peggiorare le nostre condizioni economiche.
Secondo Eurostat, che ci ha considerato più virtuosi della realtà, la monetizzazione dello spaccio di droga, usura, racket, prostituzione e contrabbando, significa per noi l'1% - 2% del Pil. Tutti sanno nei nostri palazzi, ma anche nei vicoli dei quartieri, che l’entità di questo tipo di attività illegale è molto più grande (nel 2013 la GdF, in base ai documenti prodotti dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia e dalla Banca d'Italia, aveva valutato la ricchezza illegale in 170 miliardi di euro) e proprio per questo rifiutano di combatterla sul serio e di quantificarla precisamente. Infatti se ci fosse stato riconosciuto il valore reale sarebbero stati dolori maggiori come vedremo, dato che il nuovo metodo di misurazione del Pil considera il 2011 come anno zero dal quale far ripartire il ricalcolo comunitario.
Al di là degli aspetti puramente etici (su cui non si è sentita una parola da oltre Tevere né dalla CEI), la paradossale rivalutazione del nostro Pil è una fregatura. Apparentemente dà una mano al Tesoro, sempre alle prese con tagli di qua e sforbiciate di là per contenere il rapporto tra debito e prodotto nazionale lordo, perché migliora di 0,2% il rapporto deficit/Pil, ma durante il vertice del 23 e 24 ottobre ci è stato presentato il conto.
L'Europa ci ha chiesto un extra-versamento al bilancio comunitario, che è costituito dai contributi versati da ciascun paese in base al proprio Pil. Cosa significa per noi? Semplicemente dover sborsare 360 milioni di euro in più entro il 1 dicembre. Né può rallegrarci il fatto che alla Gran Bretagna siano stati richiesti  2 miliardi e 125 milioni in più, così come ai Paesi Bassi che dovrebbero sborsare 642,7 milioni. Indubbiamente ci guadagnano Germania e Francia che riceverebbero rispettivamente un rimborso di 779 milioni e 1 miliardo di euro nonché il Belgio per 170,5 milioni, la Danimarca per 321,4 e la Spagna per 168,9.
Il battagliero premier inglese Cameron, quello olandese il calvinista Rutte e in coda Renzi un po’ stralunato hanno detto che rifiutano categoricamente di pagare questo sovrapprezzo al bilancio dell'Unione, scontrandosi con la cancelliera tedesca Merkel e con il presidente francese Hollande che viceversa non accettano di vedere svanire il frutto di un piano messo a punto astutamente da tanto tempo.
Manca poco alla data fatidica per poter verificare se il semestre di presidenza italiana si concluderà con un fiasco o con un successo, ma resta comunque il fatto che a pagare, anche quando lo Stato va a puttane, è il popolo.

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Inesorabile declino

TORQUATO CARDILLI - Gli ultimi due anni hanno messo a nudo la peggiore Italia delle ruberie e della corruzione, che ora qualcuno vorrebbe addirittura candidare per le Olimpiadi del 2024, cioè tra nove anni un tempo inferiore a quello occorso alla città di Roma per dotarsi di una linea di metropolitana tutt’ora non finita.
Mentre la crisi economica e sociale che l'effimero governo Monti, contrariamente alle promesse, non aveva affatto superato, incideva in modo sempre più profondo su milioni di famiglie, il 2013 si apriva con il naufragio nel Tirreno della nave da crociera Costa Concordia, abbandonata dal suo codardo capitano fuggito come un coniglio, incurante della sorte dei passeggeri che avrebbero perso la vita.
Il 2014 si è chiuso con un altro naufragio, questa volta in Adriatico, del traghetto Norman Atlantic, il cui capitano ha abbandonato la nave per ultimo ma è certamente responsabile di avere imbarcato parecchi clandestini senza controlli e di aver chiuso gli occhi di fronte alle carenze delle dotazioni di sicurezza ed all’impreparazione di un equipaggio raffazzonato.
Tra queste due tragedie italiane del mare, che rappresentano la più cruda e vera fotografia del costante declino del nostro paese, si è snodata una sequela lunghissima di altri naufragi di disperati che hanno perso la vita nella traversata della speranza, mentre si assisteva al disgustoso rimpallo di responsabilità da Roma a Bruxelles e viceversa. C’è stato anche un susseguirsi di alluvioni e di terremoti con il relativo carico di vittime e di rovine economiche su terreni saccheggiati dall’uomo e sono venuti alla luce ripetuti fenomeni di corruzione (Mose, Expo, Mafia capitale, interi consigli regionali inquisiti  ecc.) che non avrebbero mai potuto verificarsi senza la collusione tra i peggiori rappresentanti della delinquenza economica e quelli della politica locale e nazionale aiutati da una burocrazia fellona, abilissima nel manipolare il ginepraio di leggi e regolamenti.
Infine una sequela di errori, di sottovalutazioni, di passi falsi della elite della classe politica interessata solo alla salvaguardia del proprio potere.
Chi era al vertice delle istituzioni, ha assistito per troppi anni a questo orrendo spettacolo senza avvertire il grido urlato da milioni di elettori che desideravano una nuova Italia e si è trincerato nel caduco godimento della propria autoreferenzialità senza sforzarsi di capire la gravità della situazione.
Le elezioni politiche anticipate del febbraio 2013 avrebbero potuto segnare una vera svolta per il paese. Invece chi porta più di tutti la responsabilità della progressiva estensione della cancrena, all’insegna della lotta agli “ismi” (populismo, giustizialismo, disfattismo, pessimismo) o all’antipolitica (che è poi costituita da quella fetta di società che non ne può più) ha fatto ancora una volta la scelta peggiore. Sacrificando, in nome della stabilità nella stagnazione, le possibilità di riscossa del paese, ha rifiutato di considerare che solo il coinvolgimento del M5S avrebbe potuto infondere nella politica italiana una nuova linfa, una scossa elettrica per uscire dal labirinto di corruttela diffusa, di burocrazia ottusa, di sfruttamento criminale dell’ambiente, di palese iniquità sociale e fiscale, di protezione sempre e comunque dei potenti a danno dei più deboli.
Dopo il fallimento del tentativo di Bersani, che avrebbe voluto avere mano libera senza purificare alle radici la classe politica, le sorti del paese sono state affidate a Letta nipote, destinato ad essere inesorabilmente impallinato dalla sua stessa maggioranza. Un altro anno perso inutilmente. Quindi è stato  fatto salire alla ribalta del premierato un altro imbonitore, di parecchio più giovane di quello che aveva tenuto gli italiani per 20 anni inchiodati di fronte alle sue televisioni: gli uomini pronti ad invidiare le sue avventure galanti, le donne a desiderare il successo facile del mondo dello spettacolo. Senza passaggio elettorale, né crisi parlamentare, l’Italia veniva trasformata di fatto in una repubblica presidenziale da colui che aveva giustificato i carri armati sovietici in Ungheria o che aveva sottoscritto la richiesta di impeachment contro Cossiga, o che aveva criticato la presa di posizione contro la corruzione assunta da Berlinguer, o che da ministro dell’Interno aveva taciuto sull’inquinamento della terra dei fuochi.
Il nuovo premier, il più giovane che l’Italia abbia mai avuto dalla fondazione dello Stato unitario, ha dato il via ad un susseguirsi di annunci a raffica con impegni e scadenze farlocche in un mare di prosopopea vuota di contenuti. Con l’abilità del piazzista ha sì comprato i voti al modico prezzo di 80 euro, pagato in fondo dagli stessi beneficiari con l’aumento di tanti altri balzelli, dall’IVA sul pallet ai pedaggi autostradali, ma non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale: le imprese ancora aspettano il saldo dei debiti da parte dello Stato, la disoccupazione è aumentata (siamo al record del 13,4%, contro il 6,5% della Germania e il 7% dell’Olanda), le tasse e le tariffe pure.
Il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, brandito come un’arma poderosa per minacciare i partner e convincerli ad abbandonare l’austerità in favore del superamento del limite del 3% del debito con gli investimenti,  è terminato  senza aver portato a casa alcun risultato tangibile. Ha messo sì a sedere sulla poltrona inutile della politica estera europea l’inconcludente Mogherini, ma non ha risolto il dramma dei due marò che rappresenta uno schiaffo permanente dell’India al prestigio nazionale e la dimostrazione che l’Italia in campo internazionale non conta un fico secco.
Ha continuato nella politica delle spese assurde della difesa spacciando per vinta la guerra in realtà persa in Afghanistan che ci è costata 5 miliardi di euro e la vita di 53 soldati e ben 3.000 feriti. Si dirà che è poca cosa rispetto al costo sostenuto dall’America di oltre 1.000 miliardi di dollari e 3.876 caduti, ma anche in questo caso il peso e il costo dello sforzo militare si misurano in base ai risultati ottenuti, che dopo 13 anni sono stati trascurabili: i Talebani controllano più di metà del paese ed il terrorismo non è stato sconfitto, anzi, come vediamo ogni giorno è diventato una bomba a frammentazione. I geni della strategia politica e militare non hanno ancora capito che l’unica misura di sicurezza valida è quella di abbandonare a se stesso quel mondo ostile.
Ha insolentito l’Europa irridendola sulla riservatezza di una lettera spedita da Juncker a Padoan ed annunciando all’allibito parlamento europeo che d’ora innanzi l’Italia non avrebbe più taciuto su questioni di interesse dei cittadini, però continua a mantenere il segreto più impenetrabile e sospetto sul contenuto del patto scellerato del nazareno del quale, ogni giorno che passa, trapelano per logica deduzione dettagli imbarazzanti.
Sulla scia dei pessimi esempi del passato (Berlusconi con le olgettine, Mastella, Calderoli, Brambilla, La Russa, Polverini, Pinotti) anche Renzi non ha resistito alla golosità pacchiana di utilizzare l’aereo di stato privatamente per andare a sciare con la famiglia. Scoperto e denunciato all’opinione pubblica per questo inutile sperpero di denaro si è autoassolto con la scusa-bufala, passatagli dai solerti caudatari con le stellette, secondo cui la motivazione risiede nel protocollo di sicurezza. Come se Cameron che prende un volo di linea per andare in vacanza fosse un temerario imbecille.
Della spending review disegnata da Cottarelli si è persa ogni traccia, il debito pubblico è aumentato, e la sbandierata promessa di risparmio tagliando provincie e costi della politica si è infranta sugli scogli della realtà.
Ha espropriato il parlamento della sua principale funzione legislativa riducendolo ad un votificio di suoi decreti legati alla questione di fiducia imposta con un maxiemendamento governativo protetto dalla ghigliottina del dibattito, che solo in parte può giustificare l’assenteismo di professione di deputati e senatori certificato da openpolis (99% di assenze per l’avvocato Ghedini e il padrone delle cliniche Angelucci; 91% per l’inquisito Verdini ecc.)
Come tocco finale alla vigilia di Natale ha convocato un consiglio dei ministri per varare un decreto di riforma fiscale sulla base delega estorta al parlamento, appunto con la fiducia. Gli italiani si sarebbero aspettata una qualche novità positiva che potesse ridurre il gravame delle tasse alla luce dell’esigenza costituzionale dell’equità fiscale, ed invece il miracolo di Natale riguardava solo gli evasori e i frodatori del fisco ai quali veniva concessa una franchigia fino al 3% del valore dell’importo tassabile con la depenalizzazione del reato. Nulla di nulla per la gente onesta. Un vero e proprio obbrobrio giuridico che ha cancellato di colpo la condanna definitiva a 4 anni inflitta per frode a Berlusconi nonché la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici. Si rimane increduli e stupiti di fronte a un proposito così truffaldino di condonare evasori e frodatori fiscali in misura proporzionale al reddito, che uccide il buon senso della maggioranza della popolazione sospesa tra rabbia e rassegnazione. E’ inutile e meschino prendersela questa volta con i tecnici.
La commissione guidata dall’ex presidente della Consulta Gallo, insediata al Mef a luglio 2014 aveva consegnato in ottobre il testo scritto della riforma al ministro Padoan senza che ci fosse alcuna menzione del famigerato articolo 19 bis. Il testo era pulito. L’aggiunta truffaldina della buona fede di tutti i ministri è stata fatta la sera del 24 dicembre dopo la conclusione del Consiglio dei Ministri su ordine dello stesso Renzi, impartito all’ex comandante dei vigili di Firenze elevata al rango di capo dell’ufficio legislativo di palazzo Chigi.
Per giorni la caccia alla mano che aveva infilato la norma di soppiatto ha nesso in agitazione tutti finché il premier non se ne è assunta pubblicamente e con tracotanza la paternità; ma a questo punto è caduto dalla padella nella brace perché senza dire una parola sulle reali conseguenze del decreto che aveva già fatto esultare i frequentatori di palazzo Grazioli, ha annunciato che la norma sarebbe stata ritirata e ripresentata il 20 febbraio (per chi ha capacità di intendere, dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato).
E cos’è questo se non un messaggio di tipo malavitoso, classico di mafia capitale, per Berlusconi di non fare storie sull’elezione al Quirinale, che poi si vedrà?.
Purtroppo la disgrazia induce gli uomini in errore facendo loro commettere il peccato della tracotanza figlia della mancanza di misura. E Renzi vi è caduto dentro con tutte le scarpe. Beandosi di continuo dell’adorazione dei cortigiani e del consenso del pubblico, manifestatogli con il 40% alle elezioni europee, ha dimenticato il monito di Einstein secondo cui chi è adorato oggi può essere attaccato e persino crocifisso domani.

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PIOVE: GOVERNO LADRO!

TORQUATO CARDILLI - L'eterna storia del potere, sordo alla sofferenza dei più deboli sin dalla più remota antichità, ha collegato un dono di Dio quale è la pioggia all’indebito arricchimento dei potenti.
Già quasi 5.000 anni fa, al  tempo della quarta dinastia dell’antico regno egiziano, il Faraone Cheope, descritto da Erodoto come un tiranno che, avido di denaro per i suoi lussi, avrebbe schiavizzato il suo popolo per erigere il proprio monumento funebre (la famosa piramide maggiore), aveva collegato direttamente l’ammontare delle tasse alle precipitazioni che determinavano le esondazioni del Nilo, il cui limo rendeva il terreno agricolo più fertile da dare due raccolti all’anno.
Nell’antica Roma i magistrati venivano pagati con grano, vino e olio. I soldati ricevevano parte di queste derrate con l’aggiunta, secondo un peso prestabilito,  di sacchi di sale (da cui la parola salario) proveniente dalle saline del Mar Adriatico attraverso la Via Salaria. Se nei giorni di paga pioveva, il sale si impregnava d’acqua con la conseguenza che pesando di più ne veniva distribuito di meno. Per questo i soldati imprecavano contro il sistema che in pratica era un arricchimento indebito dell’Erario, coniando, secondo la leggenda, come prima forma di protesta nei confronti del potere, l’espressione: piove, governo ladro!
Nel Medio Evo e nel Rinascimento la tassazione, che contava una miriade di gabelle, fu estesa alla raccolta di acqua piovana in cisterne, alimentate da grondaie e scolatoi dei palazzi nobiliari, sicché ai poveri non era consentito nemmeno di poter godere di un dono gratuito del cielo.
In tempi più vicini, dopo l’effimero regno d’Italia di Napoleone, quando il Lombardo-Veneto era sotto il dominio austriaco, il Governo di Vienna, introducendo una specie di IRPEF ante litteram, aveva reso le tasse rigidamente proporzionali al raccolto per cui ai contadini non veniva dato scampo: un’annata piovosa significava inevitabilmente un raccolto più abbondante con conseguente aumento delle tasse. All’arrivo delle piogge gli agricoltori si affrettavano a nascondere le poche derrate di riserva ed a imprecare: piove, governo ladro! E il granduca di Toscana, ricordando l’esperienza dei romani sull’importanza capitale del sale, mise una tassa aggiuntiva sulla sua produzione dando luogo alla nascita del monopolio di Stato, estinto in Italia solo 100 anni dopo con legge del 1966. Poiché la pesa veniva effettuata sempre nei giorni di pioggia, che aumentava il peso del sale, ai produttori non restava che ribellarsi con la stessa espressione di scherno ed ingiuria.
Ma tale forma di protesta ebbe anche una connotazione politica quando i mazziniani avevano predisposto, nel 1861 a Torino, una dimostrazione antimonarchica. Il giorno fissato ci fu un tremendo temporale, che colpì la città senza alcun preallarme, come è accaduto in questi giorni a  Genova, e la manifestazione abortì. Di qui il Pasquino, rivista satirica dell’epoca, pubblicò una vignetta che ritraeva tre manifestanti inzuppati d’acqua che urlavano polemicamente: piove, governo ladro!
Oggi, ottobre 2014, dalla Liguria al Trentino, dalla Toscana al Piemonte, dall’Emilia all’Umbria, si leva alto lo stesso grido, urlato da cittadini impotenti e disperati: Piove, governo ladro!  Non è la parodia da avanspettacolo del guitto che recita gag e slogan a ripetizione contro il governo e contro il potere costituito, colpevole di tutti i mali possibili. No, si tratta dell’ultimo disperato sfogo contro le ruberie di chi per 40 anni ha campato di parole sul sacrificio della povera gente, degli agricoltori, degli operai, degli artigiani, dei piccoli imprenditori, insomma di quelli che dopo una vita di sacrifici al costo di schiene spezzate e di ossa rotte hanno perso tutto: raccolto, bestiame, attrezzature, scorte di magazzino, attività, mobilio, automobili, abbigliamento, ricordi. Tutto portato via dall’acqua o distrutto dal fango, nell’indifferenza di una burocrazia ottusa e di una classe politica fancazzista superpagata per curare e dilatare i propri privilegi.
Di fronte a tanta devastazione è inutile ed ipocrita ogni manifestazione di cordoglio da parte di una classe dirigente che non ha fatto mai nulla per impedire i disastri, che si muove tardi, malamente e solo dopo la catastrofe, ma che non pensa a fare oggi qualcosa di serio per impedire il ripetersi delle stesse tragedie domani.
Con quale coraggio il premier ed il suo modesto governo osano twittare ed annunciare di continuo provvidenze e riduzioni di tasse quando il Prefetto (dipende o no dal Governo?) per conto di Equitalia (che dipende o no dal Tesoro?) sospende il pagamento delle cartelle esattoriali dovute per un giorno, dicasi un giorno, a migliaia di genovesi che hanno perso tutto? Oppure diffondono comunicati, attraverso una task force contro il dissesto idro geologico, appositamente inviata da Palazzo Chigi, non per spalare ma per burocratizzare una disgrazia, sulla possibilità di ricevere un parziale indennizzo a condizione che gli alluvionati portino la fattura di riacquisto delle attrezzature perdute? E il Viminale dell’ineffabile Ministro Alfano, quello che si è fatto soffiare sotto il naso una donna e una bambina da forze straniere, quello dei “vu cumprà”, quello che invia una circolare ai prefetti per mettere in riga i sindaci sulle trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero, tace.
Meglio così. Eppure i cittadini italiani che pagano ogni anno la bellezza di 46 miliardi di euro di tasse dedicate alla protezione dell’ambiente, nascoste in tante altre megatasse (elettricità, gas, carburanti, addizionali varie) sono furiosi perché di quella tassa di scopo il Governo destina alla messa in sicurezza del territorio solo l’1% cioè 460 milioni. Dove va il resto? Ad ingrossare ed ingrassare la pletora di persone che non lavorano e che campano di politica, nel silenzio dei media radiotelevisivi e delle autorità che, a cominciare dall'alto colle, inviano moniti a tempo perso, ma che non fanno mai uno straccio di autocritica abbandonando il campo del paese ridotto in macerie.
Anche questa è un’ulteriore dimostrazione dell’inadeguatezza della classe politica al potere contro cui ci si dovrebbe ribellare.

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Vignette insanguinate

LUCIA ABBALLE - Nel sangue di Parigi annega l’illusione che esista in Europa un angolo immune da attacchi terroristici. Nell’identificazione degli autori dell’attentato alla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, torna a materializzarsi l’incubo dei foreign fighters agitato nelle decapitazioni dell’Isis e pronto a mantenere il proposito di portare “la guerra nel cortile delle vostre case”. Il nemico, dunque, è in casa nostra. È una realtà che si presenta apparentemente integrata ai valori occidentali ma che coltiva segretamente, nei sobborghi di periferia, sogni di vendetta verso ciò che è radicalmente diverso dal fanatismo islamico. Non è da escludere che gli autori della strage di Charlie Hebdo siano tornati in Francia dopo un periodo di addestramento e indottrinamento nei teatri di guerra di Siria ed Iraq. E come loro, potrebbero esserci centinaia o migliaia di elementi di altre nazionalità che, pur vivendo quotidianamente nel tessuto sociale della città che li ospita, sono pronti a colpirla nei suoi simboli civili, come la scuola di Tolosa, il museo ebraico a Bruxelles, il caffè di Sidney, il parlamento di Ottawa e la redazione a Parigi. È questa dimensione indecifrabile che ci scorge tragicamente indifesi di fronte ad azioni poste in essere da piccolissime unità di terroristi difficili da scovare ed in grado di infliggere danni devastanti al tessuto delle nostre società.
La difficoltà risiede nel trovare le misure più efficaci da intraprendere per fronteggiare un terrorismo che non arriva da un altro mondo o da un altro Paese ma si annida, come nel caso della Francia, nei territori nazionali e si mimetizza nelle società multietniche e multinazionali. È il fallimento di un sistema di integrazione che, per decenni, si è basato su un confuso senso dell’accoglienza senza filtri che ha avuto il solo effetto di alimentare odio, risentimento, proselitismo e radicalismo religioso. La Francia e l’Europa tutta si sentono improvvisamente più deboli, indifesi ed esposti a derive politiche e chiusure culturali che potrebbero avere conseguenze drammatiche ed esasperare una situazione di per sé già seriamente compromessa. La strage di Charlie Habdo è stato un attacco al nostro stile di vita e alla nostra “società aperta” fondata sulla libertà di espressione, sulla tolleranza, sulla diversità, sulla critica, sull’ironia, sul rifiuto del dottrinarismo autoritario.
Non c’è nulla che riveli maggiormente il tasso di libertà di una società della satira, soprattutto quella dissacrante e politicamente scorretta di cui Charlie Hebdo è portabandiera. È la democrazia il vero bersaglio dei terroristi. È bastata una vignetta a caricare le armi di chi vuole distruggere la civiltà e gli uomini. Quella matita dissacrante e spietata che ha tracciato i contorni di tanti disegni satirici appartiene alla nostra cultura, alla democrazia dei diritti, è l’architrave delle nostre libertà. Non dobbiamo permettere che la matita di chi fa critica sia la lancia spuntata di una cultura che non oppone resistenza alla ferocia. Anzi, mai come in questo momento dobbiamo tornare ad impugnarla senza fare sconti a nessuno.>

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Come votano i nostri parlamentari

TORQUATO CARDILLI - Alla Camera dei Deputati la maggioranza di governo (PD, NCD, UDC-SC), la cosiddetta casta a cui appartengono d'ufficio a giorni alterni anche la Lega Nord e Fratelli d'Italia, ha votato contro la riduzione delle pensioni d’oro dei politici e dei manager di Stato e contro l’aumento delle pensioni minime.
Al Senato la stessa musica: PD, NCD, UDC-SC, Lega, più Forza Italia, due settimane fa, hanno votato contro l'ordine del giorno del M5S che chiedeva la sospensione del vitalizio ai politici detenuti in attesa di giudizio (Scajola, Galan, Lusi, Cosentino, Milanese, ecc). Come se non bastasse, il Pd, d'intesa con Forza Italia, ha evitato il voto su un altro odg che avrebbe soppresso il vitalizio ai senatori condannati in via definitiva come Previti (€ 4.235 netti al mese), Dell'Utri (€4.985 netti al mese), Berlusconi (€ 7.965 netti al mese) inglobando ed annacquando la richiesta del M5S dentro un altro ordine del giorno che anziché sopprimere i vitalizi per i condannati, invita il Consiglio di Presidenza a "concludere nel minor tempo possibile l'esame della proposta (depositata il 9 giugno), iniziato il 25 luglio”. Tipico gioco di parole per guadagnare tempo e non decidere nulla.
Per tagliare i privilegi della casta, il M5S aveva anche chiesto la riduzione della indennità, e della diaria dei senatori portandola rispettivamente a un massimo di 5.000 euro lordi mensili e 3.500 euro lordi mensili con la condizionale di erogazione sulla base della effettiva presenza. Ma l'Aula di Palazzo Madama, con la predetta maggioranza di governo e sottogoverno più le frattaglie, ha votato contro, allineata e coperta.
Era stato chiesto anche di abolire da subito l'assegno di fine mandato e di destinarlo alle finanze statali, di ridurre i vitalizi per gli ex senatori, che costano per il 2014 ben 82,5 milioni di euro. La proposta è stata ovviamente bocciata così come quella di una sforbiciata allo spreco delle figure dirigenziali del Senato con un risparmio di 300 mila euro l'anno. Ancora una volta la maggioranza, che nei talk show dichiara di volere cambiare verso, in realtà opera per conservare intatti tutti i privilegi contrari alla decenza di un paese alla fame.
Un’altra prova di questa santa alleanza del malaffare, detta anche del Nazareno, tra un gradasso ed un condannato?
Il senatore Antonio Azzollini  è indagato dal 7.10.2013 dalla Procura di Trani, assieme ad altri 60 funzionari comunali, ex amministratori e politici, per una presunta maxi truffa allo Stato di circa 150 milioni di euro, per associazione a delinquere, per abuso d'ufficio, per  frode in pubbliche forniture, per attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
Un’accusa da gelare il sangue nelle vene che in qualsiasi altro paese avrebbe costretto l'indagato non solo a rassegnare le dimissioni da ogni incarico pubblico, ma a non farsi più vedere in giro fino a conclusione del processo. E invece siamo in Italia: tutto va bene madama la marchesa. Come prima, più di prima!
Chi è Azzolini? E' un politico di lungo corso che sa quello che fa, avvocato, specialista in diritto civile, tributario, societario e commerciale, con alle spalle una militanza nel PDUP, poi nei Verdi, poi nel PCI-PDS dal quale fu espulso, poi transitato nel Partito Popolare per l'approdo finale in Forza Italia, di cui divenne senatore e sindaco nella città natale di Molfetta. Rieletto senatore nel 2013 e presidente della Commissione Bilancio del Senato ha abbandonato Berlusconi per finire nel Nuovo Centro Destra, il partito di Alfano, quello che diceva di volere il partito degli onesti. Questo è il personaggio.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere a nome della maggioranza di governo, inclusa la Lega, dopo nove mesi ha detto no alla richiesta della Procura del 27.1.2014 di uso dei tabulati telefonici e delle intercettazioni a carico dell'indagato per proseguire e sviluppare le indagini sull’ipotesi di reato. Il progetto di costruzione della diga foranea e del porto commerciale di Molfetta, non avrebbe mai dovuto essere varato. La Procura sostiene che Azzollini fosse al corrente della impraticabilità di quelle acque per la presenza sui fondali di migliaia di bombe, residuate della seconda guerra mondiale. L'opera fu appaltata nel 2007, sulla base di attestazioni false di accessibilità dell'area marina, necessarie per ricevere i fondi pubblici, e avrebbe dovuto essere consegnata nel 2008. L’opera non è stata eseguita e l'area è stata sottoposta a sequestro, ma rispetto a un costo previsionale iniziale di 72 milioni di euro, attraverso varianti e rivalutazione dei prezzi il costo è salito a oltre 147 milioni di euro utilizzati per le spese correnti e per coprire buchi di bilancio del Comune che quindi a prima vista appariva in ordine.
Solo i 4 senatori del Movimento 5 Stelle (Buccarella, Crimi, Fucksia e Giarrusso), l’unico di Sel (il presidente Stefàno) e il solitario Felice Casson, relatore per il Pd, hanno votato per l’autorizzazione.
Al contrario. il gruppo dei senatori Pd, (Pezzopane, Cucca, Filippin, Ginetti, Lo Moro, Moscardini, Pagliari), in aperto contrasto con il parere del relatore del proprio partito, ha votato per negare l’uso delle intercettazioni. Dietro questo voto, apparentemente inspiegabile, si è nascosta una procedura abbastanza insolita per non dire di peggio. I senatori democratici, dopo aver ascoltato la relazione di Casson invece di votare hanno preteso dieci minuti di sospensione dei lavori, durante i quali si sono riuniti a porte chiuse con altri esponenti interessati alla vicenda e ne sono usciti con l’ordine di scuderia di sconfessare il relatore.
A questo si aggiunge l’altrettanto misteriosa defezione al momento del voto dei senatori di FI: Casellati, appena stata eletta al Csm non è stata sostituita, mentre gli altri due membri Malan e Caliendo non si sono presentati. Secondo i gossip di palazzo Madama i senatori di FI, avuta la certezza che il PD avrebbe votato compatto contro la richiesta del relatore Casson, avrebbero voluto togliersi lo sfizio di una piccola vendetta  contro chi aveva abbandonato Berlusconi per seguire Alfano.
Alla maggioranza PD che voleva salvare Azzollini si sono aggiunti come gregari portatori d’acqua i senatori di NCD D'Ascola, Giovanardi, Augello, di SC Della Vedova, della Lega  Stefani e del Misto Buemi.
Ma perché questa difesa ad oltranza per un reato così infamante? Cosa c'è di così scomodo in quelle intercettazioni che tutti i partiti, dal Pd a NCD, a SC passando per la Lega, non vogliono siano utilizzate? Si sa per certo che il contratto di appalto fu assegnato ad un'associazione temporanea di imprese composta da tre grandi aziende italiane: la "coop rossa" CMC di Ravenna come capofila (la stessa degli appalti del Tav in Val di Susa, del Dal Molin di Vicenza e dell'EXPO di Milano), la Sidra e la Cidonio.
La parola ora spetta all’Aula, dove la giunta si presenterà con la proposta di dire “no” alla procura di Trani. Lo strappo di Casson, da sempre su posizioni critiche, è l’ennesimo segnale dei rapporti tesi con il Segretario del partito presidente del Consiglio e la ferita aperta dentro il PD non appare sanabile senza ulteriori strascichi.
Se l’Aula confermerà la posizione della giunta, la Procura di Trani non potrà utilizzare il più importante strumento di indagine.
Un altro esempio di inciucio? La deputata Nunzia di Girolamo del NCD, già ministro delle politiche agricole del Governo Letta, dimessasi per lo scandalo di mazzette e corruzione in Campania intorno al funzionamento di alcune Asl, è stata nominata vice presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, grazie ai voti del Pd, il partito del marito, di FI e di NCD. Ve lo immaginate quando la Giunta dovrà votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro la Di Girolamo? Con il presidente La Russa farà senz’altro una bella coppia. Una garanzia contro ogni corruzione e contro ogni conflitto di interesse.

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Che lezione!

TORQUATO CARDILLI - Questo papa Francesco, venuto da lontano, estraneo agli intrallazzi ed agli intrighi della Curia, non finisce di stupire. Ha chiesto perdono per gli abusi di alcuni prelati, ha fatto pulizia intorno a sé con un esempio di austerità e con decisioni forti. Ha rinunciato al sontuoso appartamento papale per vivere in un modesto residence, ha voluto che l’anello piscatorio non fosse d’oro ma d’argento e che la preziosa  croce pettorale fosse di umile ferro, ha fatto portare via il trono dalla sala delle udienze solenni, ha rifiutato le scarpe di marocchino, l’ermellino, e persino di avere il monsignore portaborsa. Poi imitando Gesù, che cacciò i mercanti dal tempio, non ha esitato ad allontanare i porporati sgraditi per la condotta immorale o perché conniventi nel coprire comportamenti di altri uomini di chiesa, censurabili sia sotto il profilo religioso che sotto quello penale; ha licenziato in tronco il comandante della guardia svizzera ed ha sostituito senza tanti complimenti il cardinale segretario di Stato e camerlengo, invitandolo a tornare a fare il salesiano. Detto da un gesuita è il colmo!
Riunendo per gli auguri delle festività natalizie i principali collaboratori e l più alti prelati delle Congregazioni nella sala Clementina, ha denunciato senza mezzi termini i peccati che allontanano gli ecclesiastici da Dio e dagli uomini.
Col capo chino, sotto lo zucchetto violaceo o purpureo, i presenti lo hanno ascoltato atterriti. Improvvisamente gli affreschi dell’Alberti che ritraggono le varie fasi della passione di Cristo si sono trasformati ai loro occhi nel giudizio universale di Michelangelo della cappella Sistina. Si sono sentiti chiamati direttamente in causa con l'accusa di ritenersi immortali, di avere il cuore di pietra, di essere affetti da schizofrenia esistenziale, malati di sete di potere e di beni materiali.
Quale differenza abissale tra questo duro rimprovero, nonostante l’occasione festosa, e il discorso pronunciato qualche giorno prima dal capo dello Stato di fronte alle più alte cariche istituzionali riunite nel salone dei corazzieri al Quirinale. Da una parte un richiamo forte all’autocritica e a fare penitenza, dall’altro quello dell’assoluzione per il governo e del biasimo rivolto alla antipolitica, tacciata pure di velleità eversive, che sarebbe poi rappresentata da quella grande fetta di società che critica le malefatte, l’affarismo e l’inconcludenza dei politici corrotti ed incapaci.
Il papa ha ammonito che un corpo che non fa autocritica, che non si aggiorna e che non cerca di migliorarsi, è un corpo infermo. Ricordando che i cimiteri sono strapieni di persone che si credevano indispensabili e immortali, ha condannato senza perifrasi i sarcofaghi di falso pietismo, affetti dal desiderio di apparire, afflitti da Alzheimer spirituale per la dimenticanza dei propri doveri che li rende schiavi, ubbidienti solo ai propri capricci, passioni, manie, ambizioni.
Ma il papa non si è fermato qui. La lezione ha abbracciato anche il tema del profitto mondano, della malattia dell'accumulo di beni, dell’avidità di potere conseguito attraverso la calunnia, la diffamazione, il discredito verso gli altri, a scapito della giustizia e della trasparenza.
Chi avrebbe mai potuto immaginare che in quel luogo sacro potessero risuonare parole e concetti così sferzanti, già espressi 500 anni fa da Girolamo Savonarola, e per essi stessi scomunicato e bruciato vivo?
Forse il popolo italiano, quello che si batte ipocritamente il petto, quello che rivendica la cristianità come valore contro l’immigrazione, che strilla sulle leggi di interruzione della gravidanza, sull'eutanasia, sulla fecondazione assistita, sulle adozioni da parte di coppie omosessuali, che approva il patto scellerato del nazareno, che fa finta di non vedere la corruzione, farebbe bene a riflettere su questi insegnamenti che possono essere traslati interamente, come condanne senza appello, a buona parte della classe politica italiana.
Gli elettori, prima di consegnare la scheda nell'urna sanno quello che fanno? Si rendono conto che i partiti da anni candidano e nominano proprio quelli che meriterebbero lunghe espiazioni per gli arricchimenti illeciti a spese della gente comune, che sono assolutamente immeritevoli delle posizioni loro affidate per carenza di cultura, di rettitudine, di amore verso il paese e per manifesta violazione del giuramento repubblicano?
Vogliamo provare a passare a volo radente, come un drone munito di metal detector del disonore, sui palazzi Madama e Montecitorio per vedere l’effetto che fa? L’incolpevole marchingegno scoppierebbe a distanza per le troppe vibrazioni rilevate per l’alta concentrazione in parlamento di condannati, imputati  e indagati.
Limitiamoci a fare la radiografia delle Commissioni permanenti, bicamerali, speciali, delle Giunte ecc. tutte istituzioni nelle quali un ruolo di assoluta preminenza è riservato al Presidente che, praticamente, ha potere di veto o di impulso frenetico di una legge, che ne calendarizza la discussione, ne fissa le priorità, attribuendosi anche il ruolo di relatore. Bene, parecchi Presidenti di Commissione e loro vice, nonostante abbiano a carico condanne, processi o indagini in corso, continuano a restare attaccati alla poltrona, che significa un’indennità extra, e continuano ad occuparsi proprio di materie nelle quali proteggono i loro interessi e disonorano l'Italia all'estero.
Perché dico all'estero? Per il semplice fatto che i media italiani non ne parlano, mentre la stampa e le cancellerie straniere sanno bene quale feccia ci siamo scelti come rappresentanti.
Chi è di stomaco debole può fermarsi qui. Se vuole continuare con la lettura del box riprodotto, lo fa a suo rischio e pericolo.

Al Senato
  1. Aiello Pietro (NCD), vice presidente della Commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro è indagato per voto di scambio nel processo contro le cosche di ‘ndrangheta di Lamezia Terme. Secondo la Dda di Catanzaro, in occasione delle elezioni regionali del 2010, avrebbe incontrato i boss Giampà e Cappello perottenere voti.
  2. Azzollini Antonio (NCD) presidente della commissione Bilancio, posizione delicatissima specialmente in tempi di legge finanziaria (è riuscito a strappare con l’ultima legge di bilancio 10 milioni proprio a favore dello scalo di Molfetta di cui è stato Sindaco), è accusato di maxitruffa ai danni dello Stato di 150 milioni di euro, abuso d’ufficio, falso ideologico, violazioni delle norme ambientali, violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, violenza e minaccia a pubblico ufficiale in relazione al progetto di costruzione del porto di Molfetta. Quando in Giunta per le autorizzazioni si è dovuto votare sulla richiesta della Procura di Bari di usare le intercettazioni che lo riguardavano i parlamentari del PD hanno ottenuto la sospensione della seduta per riunirsi in una stanza a parte. Il relatore dello stesso partito Casson, che invece aveva proposto l’utilizzazione delle registrazioni è stato sconfitto dalla maggioranza compatta PD+NCD che ha negato l’autorizzazione.
  3. Bruno Donato, (FI) ex candidato alla Corte costituzionale presiede il consiglio di garanzia di Palazzo Madama, organo che deve decidere sui ricorsi dei dipendenti del Senato, fa parte della Commissione affari costituzionali e della Giunta per il regolamento, è indagato per una consulenza di 2,5 milioni di euro nel fallimento dell’ex colosso tessile Ittierre.
  4. Conti Riccardo (FI), vice presidente della Commissione Difesa e componente della commissione sugli infortuni sul lavoro comparirà a processo il 9 gennaio 2015 insieme al senatore Denis Verdini (FI) per una plusvalenza di 19 milioni di euro nella compravendita di un immobile in via della Stamperia, nel centro di Roma.
  5. Di Biagio Aldo (API) eletto all’estero ex dirigente sindacale, vice presidente della commissione Ambiente è indagato per associazione a delinquere e truffa ai danni dell’INPS di 22 milioni. Si proclama estraneo ai fatti e promette di rinunciare all’immunità parlamentare se rinviato a giudizio. Secondo l’accusa, sarebbe stato il beneficiario finale di 443.589 euro ed avrebbe svolto il ruolo di individuare i nominativi da sottoporre all’INPS ed ottenere i rimborsi per centinaia di migliaia di euro.
  6. Fazzone Claudio (FI), vice presidente della Commissione Affari costituzionali e membro delle Commissioni antimafia, per la semplificazione, e della delegazione presso il Consiglio d’Europa, ex poliziotto-autista dell’ex ministro Mancino, ex consigliere regionale del Lazio, è stato rinviato a giudizio per turbativa all’Asl di Latina. Nonostante il processo penale sia tuttora in corso, Berlusconi lo ha nominato a marzo 2014 nel comitato di presidenza di Forza Italia. E come ha votato Fazzone quando era sul tavolo lo scioglimento del Comune di Fondi (il suo Comune) per infiltrazioni mafiose? Provate voi a indovinare.
  7. Formigoni Roberto (NCD) ex governatore della Lombardia continua a fare il presidente della Commissione agricoltura, nonostante sia plurindagato per corruzione e turbativa d’asta nell’inchiesta sulla sanità lombarda, per concussione nell’ambito dell’inchiesta su una discarica a Cremona, nonché imputato di aver tratto benefici personali per 8 milioni di euro (tra vacanze di lusso e l’acquisto a prezzo agevolato di una villa in Sardegna) in cambio dell’erogazione benevola di fondi regionali alla fondazione Maugeri. Dopo l’inizio del processo a maggio scorso, solo il M5S, ne ha chiesto, inascoltato, le dimissioni.
  8. Marcucci Andrea (PD), renziano, presidente della commissione Istruzione e Beni culturali fu condannato nel 1993 per abusi edilizi a 10 mesi di reclusione e 60 milioni di multa.
  9. Margiotta Salvatore (PD) vice presidente della commissione vigilanza Rai è stato condannato in appello a 1 anno e 9 mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici (pena sospesa) per turbativa d’asta e corruzione in riferimento a un appalto per la costruzione del Centro Oli della Total in Basilicata. Margiotta ha avuto almeno il buon gusto di dimettersi l’11 dicembre 2014. Ora ha lasciato il PD, è passato al gruppo misto ma guarda un po’ ha chiesto di far parte della Commissione Lavori pubblici e comunicazioni.
  10. Matteoli Altero (FI), presidente della Commissione Lavori pubblici e comunicazioni,  è indagato per corruzione. Di cosa immaginate che si occupi in Parlamento? Ma ovviamente della legge sugli appalti. Già Ministro dell’ambiente e delle infrastrutture nel governo Berlusconi è accusato di aver preso 12 milioni di euro da un imprenditore per bonifiche ambientali. Mattioli ha sempre respinto le accuse e intanto segue il disegno di legge delega del governo sul recepimento delle direttive europee in materia di appalti pubblici e concessioni. Bella roba!
  11. Pelino Paola (FI) vice presidente della Commissione industria a marzo dell’anno scorso è stata condannata in primo grado per aver acquistato capi di vestiario da una boutique di Pescara per 11.000 euro senza averli mai pagati. Nel processo la Pelino ha addossato la responsabilità ad un errore della sua segreteria, ma il giudice non le ha creduto e l’ha condannata.
  12. Serafini Giancarlo (FI), ex consigliere d’amministrazione dell’INAIL vice presidente della Commissione sugli infortuni, ha patteggiato la pena per corruzione sulla base dell’accusa del PM, di aver fatto parte, insieme ad altri dirigenti, di un sistema di tangenti pagate da imprenditori privati per poter vendere i loro immobili ad Enti pubblici.
Alla Camera dei Deputati
  1. Brambilla Michela (FI), ex ministra, presidente della Commissione per l’infanzia e l’adolescenza è stata salvata dalla Camera che ha negato l’autorizzazione al processo, richiesto dalla Corte d’Appello di Milano per peculato e abuso d’ufficio, avendo usato due spostamenti con voli di stato “senza nessuna comprovata necessità istituzionale” (in uno di questi casi stava raggiungendo il suo comitato elettorale a Rimini). Indovinate chi ha detto si alla richiesta della Magistratura di trasmissione degli atti al Tribunale dei Ministri? Solo i deputati a 5 stelle, l’unico movimento che non ha condannati, non ha imputati, non ha inquisiti in parlamento.
  2. Capezzone Daniele (FI) ex liceale, presidente della Commissione Bilancio è stato condannato definitivamente dalla Corte di Cassazione per diffamazione a mezzo stampa (quando era ancora un radicale seguace di Pannella) per aver dato del “teppista” al pm del processo per l’omicidio della studentessa Marta Russo.
  3. Capua Ilaria (SC), Vice presidente della Commissione Cultura, di professione virologa e scienziata di fama internazionale, è indagata per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso d’ufficio e traffico illecito di virus. Secondo l’accusa avrebbe utilizzato virus altamente patogeni dell’influenza aviaria, di provenienza illecita, per produrre clandestinamente specialità medicinali ad uso veterinario da commercializzare successivamente, sempre in forma illecita, per la loro somministrazione ad allevamenti avicoli intensivi.
  4. De Girolamo Nunzia (NCD), ex ministro dell'agricoltura nel governo Letta, dimessasi dall'incarico a gennaio 2014 a seguito alle accuse di abuso d’ufficio, truffa e turbativa d’asta per le nomine e gli appalti pilotati della Asl Benevento, dopo appena 2 mesi è stata eletta dai colleghi di partito capogruppo e a ottobre scorso è stata addirittura nominata vicepresidente della Giunta per le autorizzazioni e del comitato per i procedimenti di accusa. Cosa fa questa Giunta? Acconsente o nega le indagini della Magistratura, gli arresti e le intercettazioni di deputati indagati. Se per ipotesi la Procura dovesse chiedere l’arresto della Di Girolamo, sarebbe lei stessa a doverselo votare. Gli unici deputati che hanno protestato vibratamente sono stati i 5S, ma il presidente della giunta La Russa ha difeso la Di Girolamo sostenendo che non si sono gli elementi per un procedimento.
  5. Galan Giancarlo (FI), ex ministro ed ex governatore del Veneto presidente della Commissione Cultura, ha raggiunto l’apice del grottesco e della vergogna italiana, per un paese che possiede il 50% dei beni culturali universali censiti dall’Unesco. Agli arresti domiciliari, ha patteggiato una condanna a due anni e 10 mesi per corruzione nella realizzazione del Mose con la restituzione all’Erario di quasi 2 milioni di euro.
  6. Tancredi Paolo (NCD), vice presidente delle Politiche europee e capogruppo, è accusato di corruzione per la costruzione di un inceneritore a Teramo. Nel 2012 la Giunta per le immunità ha negato alla Magistratura il permesso di utilizzare le intercettazioni di Tancredi e del collega De Stefano del PD.
  7. Vargiu Pierpaolo (SC) Presidente della Commissione Affari sociali, è stato accusato di uso illecito di 1 milione di euro di rimborsi ottenuti quando era consigliere regionale in Sardegna, così come, seppure in misura inferiore, la sottosegretaria alla Cultura Paola Barracciu (PD).
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LA NATURA NON FA CREDITO A UN PAESE DISSESTATO DALLA POLITICA

ALBERTO BRUNO - Cari lettori, ve l'avevo detto di metter da parte il mio articolo del 22 agosto. Ora dopo l'ennesimo disastro di Genova provate a rileggerlo ancora una volta per controllare che era stato un triste e purtroppo facile presagio di una tragedia annunciata che poteva essere fatto da chiunque con un minimo di sale in zucca, senza ricorrere a sfere di cristallo o a lettura di tarocchi.
Quegli arnesi magici occorrerebbero invece per far aprire gli occhi agli italiani, dovunque residenti, da Torino a Caltanissetta, da Toronto a Melbourne, perché caccino a pedate nel sedere tutti questi politici fanfaroni e incapaci a livello nazionale e locale, che ci prendono ogni giorno per i fondelli. In Parlamento hanno un’unica preoccupazione: quella di salvaguardare i loro privilegi, di spremere il popolo, di imbrigliare la giustizia, di arricchire loro stessi e i loro amici
A Genova non c'è stato un terremoto, fenomeno che per certi versi è imprevedibile, ma un'altra volta una tremenda alluvione dopo quella del 2011.
Ancora una volta il fiume Bisagno è uscito dal suo letto per distruggere case, negozi, automobili, reclamare anche un morto e riprendersi quello che l'uomo gli aveva tolto.
Duemila anni fa, sotto i Romani il Bisagno era largo quattro volte di più e profondo il doppio. L'uomo non ha fatto altro che rubargli poco alla volta il suo posto, con operazioni di saccheggio del territorio e di cementificazione selvaggia in cui tutti, costruttori e politici, trovavano il proprio tornaconto. In più come se questo stupro della natura non bastasse si è aggiunta l'inciviltà di quanti hanno costruito laddove non era possibile costruire, hanno buttato nei canali ogni genere di rifiuti (dai sanitari agli elettrodomestici in disuso) e l'incuria grave di quanti avrebbero dovuto pulire le caditoie e gli scoli.
La natura ogni tanto si vendica e non fa credito. Con violenza si riprende ciò che era suo e lo fa contando sull'ignavia di quelli che governano che sono degli inetti assoluti, degli approfittatori, degli imbroglioni della buona fede popolare.
All'inizio del 2014 le aziende che dovrebbero fare i lavori di sistemazione del fiume hanno scritto al premier Letta, al ministro dell'Ambiente Orlando, al sindaco Doria, al presidente della Regione  Burlando, denunciando che senza i lavori (bloccati da diatribe da tribunale amministrativo) si sarebbe ripetuto il disastro del 2011. La denuncia è stata ripetuta al premier Renzi. Nessuno si è mosso.
Non hanno ascoltato nemmeno l'avviso della società metereologica italiana che due giorni prima aveva avvertito sul notevole rischio di allagamenti e dissesti.
Eppure la Liguria è la terra di quel tal Scajola ex ministro di FI ed ex ras locale figlio di ras (per fortuna ora agli arresti domiciliari) di quel tal Burlando, presidente di Regione in politica da 30 anni con il PD, pizzicato in autostrada contro mano e con il tesserino da parlamentare scaduto, di quella tale Pinotti, attuale ministro della difesa del PD e aspirante al Quirinale, che non ha esitato a volare con un aereo militare per fare ritorno da Roma a Pegli, con la pietosa e mendace giustificazione data ad una interrogazione parlamentare che si trattava di volo di addestramento, di quel tal Doria sindaco di Genova  che nell'infuriare dell'alluvione se ne stava al teatro, di quel tal prefetto Gabrielli, capo della protezione civile, che ha osato criticare chi contestava l'inettitudine e l'insipienza della protezione civile locale che non ha dato l'allarme, di quella tale funzionaria Trovatore responsabile del centro meteo idrologico della protezione civile ligure che difendeva l'imprevedibilità dell'evento, ma taceva sul fatto che 40 minuti prima della rottura degli argini la sera di venerdì il numero telefonico della protezione civile fosse stato disattivato.
La lista delle responsabilità è lunghissima e il cardinal Bagnasco lo ha denunciato pubblicamente addossando alla macchina statale, cioè agli uomini che la conducono, la colpa di questa imperdonabile inerzia.
Tutte le televisioni hanno mostrato le centinaia di giovani volontari che senza eccepire cavilli sindacali, difficoltà interpretative, ostacoli burocratici, gratuitamente e senza attrezzature ma con arnesi di fortuna, si sono buttati letteralmente nel fango per aiutare quei disgraziati  che hanno perso tutto, merce, mobilio, macchinari di lavoro, automobili, abbigliamento, con danni ingentissimi alle case ed alle attività commerciali.
Solo dopo 48 ore si sono visti sul posto arrivare i primi militari del genio. Ma come? Siamo bravissimi a spendere da dieci anni miliardi, dico miliardi di euro, in missioni militari fasulle in Iraq, Afghanistan, Libano, ecc. a comprare i bombardieri F35 che non ci servono, a regalare armi ai Pesh Merga e a Gibuti tutte cose che appagano l'orgoglio del Ministro della Difesa di turno, a sperperare centinaia di milioni nell'operazione "mare nostrum" tanto per far parlare il Ministro dell'Interno Alfano e non abbiamo la capacità di provvedere entro 6 ore all'emergenza?
Siamo arrivati al rendiconto di 40 anni di inadempienze, di incapacità, di ladrocini, da parte di una classe politica che ha fatto scempio del nostro territorio. Se ne stanno rendendo conto gli italiani?
   
Un paese dissestato dalla politica
Avviso ai lettori: mettete da parte questo articolo e leggetelo tra qualche giorno al  momento opportuno, quando apparirà come cronaca di un disastro annunciato.
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Siamo a fine estate ed è logico attendersi grandinate e temporali che, da parecchi anni, hanno assunto una virulenza ed una frequenza fuori dell'ordinario, con conseguenze disastrose. Non sono a fare notizia solamente le lamentele degli albergatori per la stagione inclemente, gli inutili cinguettii del premier, le rampogne dell’Europa per la nostra inettitudine furbesca nei conti, le brutalità di guerra in Medio Oriente, o gli sbarchi di disperati mentre la criminalità transnazionale continua indisturbata i suoi affari.
Tv, radio e giornali, di qualsiasi tendenza colore ed editore, oramai ripetono stancamente sempre gli stessi titoli: bomba d’acqua, condizioni meteorologiche impreviste e imprevedibili, caso eccezionale, precipitazioni di tot millimetri in pochissimo tempo e in una zona circoscritta, esondazioni e straripamenti, frane e raffiche, impianti devastati, agricoltura in ginocchio, monumenti che cadono, caos del traffico, sottopassaggi invasi dall’acqua, ferrovie interrotte, intervento della protezione civile, vigili del fuoco, volontari ecc., tot dispersi, tot salvati, tot miliardi di danni. 
Tutti i numeri fanno parte ormai di una stanca ripetitiva ritualità di contabilizzazione delle perdite di vite umane, di porzioni di territorio con le relative attività economiche, di degrado del patrimonio culturale e del prestigio nazionale come se tutto questo fosse un’abituale e ineluttabile tassa da pagare alla natura.
Provvedimenti sbandierati: solidarietà dalle alte cariche dello Stato verso i familiari dei morti che avrebbero dovuto essere garantiti dall’amministrazione della cosa pubblica se questa fosse stata un’istituzione onesta e qualche striminzito finanziamento annunciato come strumento risolutivo. Tanto per fare scena!
I pochi politici che non arrossiscono di vergogna e che intervengono per commentare sottolineano la furia imprevista delle avverse condizioni atmosferiche per giustificare la loro partecipazione al rito dello scarica barile delle responsabilità politiche ed amministrative. Mai un Sindaco o un Presidente di regione che di fronte al disastro si dimetta per non aver provveduto in tempo a segnalare il pericolo o per non averne potuto eliminare le cause perché impedito a farlo da una politica sorda alle esigenze della gente.
In America, dove per ogni azione c’è sempre un responsabile anche se si tratta di evento atmosferico, se ad un passante  capita di scivolare su un marciapiede ghiacciato il primo ad essere citato in giudizio è il proprietario della casa prospicente.
In Italia, invece, ogni disastro resta sempre senza uno straccio di responsabile umano. La colpa è divina, di Giove pluvio!
La ripetitività ciclica di tali fenomeni è già un fatto talmente accertato e ricorrente che gli amministratori inetti non possono più ripararsi dietro il paravento dell’imprevedibilità. Una frana si può contenere, il fango può essere deviato, gli sbarramenti temporanei e gli argini possono essere monitorati e rinforzati, gli alvei dei torrenti e fiumi possono essere controllati e ripuliti dai tronchi, le strade (specialmente quelle cittadine) possono essere tenute sempre in ordine senza intralci di fogliame e spazzatura negli scoli, i ponti possono essere tenuti sotto una costante manutenzione, il territorio può essere reso geologicamente sicuro e protetto, le mura antiche e i ruderi storici possono essere curati: abbiamo tutta la tecnologia necessaria per progettare ed eseguire opere e misure di prevenzione. Allora cos’è che non funziona?
Non funziona la politica che è stata complice del dissesto del territorio: autorizzando e condonando la cementificazione laddove è proibita più che dalla legge dalla logica e dal buon senso, mostrandosi indifferente al degrado continuo del patrimonio culturale del luogo e del paesaggio, partecipando sistematicamente, e con maggiore improntitudine e vigliaccheria, negli ultimi 20-30 anni, al banchetto degli affari imbandito dai costruttori a cui l’interesse pubblico fa venire l’orticaria e che anzi si scompisciano nel letto dalle risate quando sentono la notizia di catastrofi che significano appalti milionari.
Mancano i soldi? No, manca la volontà e l’intelligenza di una classe dirigenziale autoreferenziale, interessata solo al proprio benessere. Se la politica (il termine starebbe ad indicare la sana amministrazione della città) che ha tutti gli strumenti per intervenire fa le leggi che non servono a nulla, o che non possono essere applicate per mancanza dei decreti attuativi, o che restano sulla carta per assenza dei finanziamenti, o che vengono bloccate o bypassate per la resistenza delle lobby e della burocrazia non è colpa di Giove pluvio, ma degli uomini immeritatamente elevati al rango di amministratori pubblici mentre in realtà sono professionisti del nulla, maestri dei distinguo cavillosi, profittatori di prebende, sfruttatori di privilegi, percettori di mazzette.
Anziché baloccarsi con la riforma del Senato in senso autoritario, intestardirsi sull’acquisto dei bombardieri F35, inciuciare con un condannato per la riforma della giustizia, chinare il capo di fronte all’imposizione di sanzioni anti Russia, contrarie alla nostra esportazione agricola di eccellenza, lamentarsi a vuoto con Bruxelles per lo sforzo di accoglienza dei disperati, il Governo che deve fronteggiare una recessione senza limiti, avrebbe fatto bene, e può ancora farlo, ad esercitare nel modo più pressante le sue prerogative di presidenza di turno dell’Unione Europea. Come? Varando un colossale piano di protezione ambientale da almeno 40 miliardi di euro, cioè un programma di recupero dei siti archeologici abbandonati al perenne degrado e di messa in sicurezza del territorio, del paesaggio, dei litorali, dei bacini idrografici e fluviali, con la revoca di abitabilità a tutte le costruzioni, abusive e non, edificate in luoghi insicuri e correlato piano di edilizia popolare. Con quali soldi? L’Europa dovrà essere messa di fronte al fatto compiuto di accettare senza obiezioni di sorta uno sforamento dei conti per la salvezza nazionale, così come al popolo vengono di continuo chiesti sacrifici addizionali in nome di un interesse internazionale.
Abbiamo esperti geologi che da anni predicano al vento, archeologi e restauratori pronti a mettersi al servizio del bene comune per la protezione del patrimonio culturale, dipartimenti universitari che sfornano di continuo studi sui pericoli di disastri causati dall’innesco di eventi naturali, genio militare e della protezione civile che sanno benissimo quali sono i punti critici della tutela del territorio, ma il miracolo italiano consiste nella negazione della fisica galileiana: Eppur nessun si muove!

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Un altro anno di cenere e carbone

TORQUATO CARDILLI - Il 2013 si era chiuso con il volo in picchiata di Letta nipote, malauguratamente per lui che si era auto definito Jo Condor, destinato a sfracellarsi per non aver risolto nessuno dei problemi del paese.
E nel 2014 venne Renzi, il giovane di belle speranze, con il suo fuoco di artificio di annunci, di promesse e di regali (gli 80 euro) che gli fruttarono un immeritato successo elettorale alle elezioni europee. Forte di questo mandato, superiore a quello di qualsiasi altro partito o governo dei 28 paesi dell’Unione, con l’aggiunta dell’autorità derivantegli dalla presidenza di turno dell’UE, avrebbe potuto rivoltare l’Europa come un calzino, fermare le lacrime e mettere nelle vene di tutti l’ormone della crescita. E invece?
Il cittadino comune non si è accorto che l'Italia ha guidato per 6 mesi l'Unione Europea. Quello che è stato sbandierato come un successo, cioè l’aver puntato tutto per imporre l’insignificante Mogherini sulla sedia vuota di finto responsabile della politica estera del continente, in realtà è stata una “fiche” elemosinata dal croupier Merkel per far cuocere il giovanotto nel brodo della sua ambizione.
Sul piano dei conti pubblici siamo stati accomunati a Francia e Belgio, rimandati per l’esame di riparazione a marzo 2015. Non consoliamoci di questa compagnia. Noi avremmo già meritato il declassamento e la procedura di infrazione, ma per una questione di etichetta istituzionale e di garbo internazionale, in quanto presidente di turno, siamo stati affiancati alla Francia anche con l’obiettivo di non offendere eccessivamente Hollande, già indebolito sul fronte interno.
Renzi avrebbe voluto ottenere lo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit, ma al vertice del 18 dicembre non gli è stata fatta nessuna esplicita e significativa apertura, anzi la chiosa di Juncker di rinviare la questione a gennaio, sotto un’altra presidenza non promette nulla di buono.
L’ambizione di far calare la disoccupazione giovanile, che in Italia è a un livello mostruoso (43,3%) è stata accantonata: l’Italia non l’ha spuntata nemmeno sulla richiesta di aumentare di 6 miliardi di euro il fondo relativo. Il summit sul lavoro, annunciato in maniera trionfale, è stato derubricato a semplice conferenza per un banale scambio di idee e per lasciare spazio alle discussioni politiche sull’Ucraina, sull’approccio coordinato contro l’ebola, e sui negoziati del TTIP cioè il Transatlantic Trade and Investment Partnership, argomento sconosciuto in Italia, grazie alla cappa di piombo del governo, dei partiti e dei media compiacenti, sul quale sarà necessario tornare.
Il testo della nostra direttiva per la protezione del “made in” non ha superato il vaglio del Consiglio, principalmente per l’opposizione della Germania che non ha voluto saperne di sancire l’obbligo di indicazione dell’origine dei prodotti con la gioia, si può immaginare, del nostro settore agro alimentare di qualità.
Abbiamo forse ottenuto l’abrogazione delle norme di Dublino sull’obbligo di tenersi gli immigrati? Abbiamo svolto un ruolo nelle crisi del Mediterraneo? Chi ci ha mai consultato? Forse che abbiamo spezzato l’ostracismo che ci tiene fuori dai negoziati del cosiddetto gruppo dei 5+1 con l’Iran sull’energia nucleare? Con quale spirito abbiamo accettato l’imposizione delle sanzioni alla Russia, profittevoli solo per gli USA ma molto pregiudizievoli per la nostra economia in affanno? Nulla di tutto questo. Abbiamo continuato a comportarci come un paese vassallo, rispetto ai voleri degli Stati Uniti e della Germania  senza la capacità di far valere una politica estera degna di questo nome.
Quanto all’immigrazione, il varo dell’operazione Triton, che ha fatto gonfiare come tacchini più di un politico italiano, a cominciare dal Ministro Alfano, appare una quasi sconfitta. Esso doveva costituire uno sforzo aggiuntivo europeo all’operazione mare nostrum della marina italiana in modo che questa fosse alleggerita nel lavoro di controllo delle frontiere marittime ed invece la sostituirà in pieno con una dotazione finanziaria ridotta a un terzo, ben lontano da quanto Renzi aveva perorato e, purtroppo per noi, non sotto il comando di un ammiraglio italiano.
Come se tutto questo non bastasse, a dispetto dei soldi spesi per la presidenza di questo semestre, benché intenzionati a promuovere i negoziati per l’adesione del Montenegro, della Serbia e dell’Albania, la delegazione italiana non si è nemmeno presentata all’ultimo Consiglio di associazione e i lavori sono stati presieduti dal ministro degli esteri della Lettonia, tanto che alcuni delegati, abituali sherpa di questo tipo di riunioni, si sono lasciati andare a commenti impietosi sulla nostra disorganizzazione, sottolineata anche dal fatto che Renzi non ha ancora nominato un ministro per gli affari europei.
Infine una parolina sulla spocchia del nostro premier che arriva in ritardo alle riunioni, che si permette di irridere le istituzioni europee e gli alleati e che utilizza la tribuna mediatica degli incontri internazionali per parlare, di fronte all'allibito ospite straniero, solo di bassa cucina propagandistica interna.
Renzi può certamente fare l’imitazione di Crozza con gli italiani, con gli annunci e le slides, con le battute a vuoto e gli slogan a effetto, con lo sfottò dei suoi avversari politici, perché si sente più furbo, ma questo non può farlo in Europa dove i nostri partner non solo non sono fessi, ma hanno anche una visione più larga del mondo e della vita, ed un’etica radicata su un’educazione secolare.
Insomma abbiamo portato a casa poco o nulla e nella calza della befana gli italiani troveranno anche quest'anno solo cenere e carbone. Il nostro record di disoccupazione (13,2%) resta intatto; il numero dei fallimenti gela il sangue (nel 2014 in media 63 imprese hanno abbassato la saracinesca ogni giorno); più di dieci milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà; i giovani senza un'occupazione, gli esodati, gli incapienti e pensionati (esclusi dagli 80 euro) si sentono abbandonati; i piccoli imprenditori e le partite iva paralizzati dalle tasse riprendono la via dell’emigrazione in cerca di fortuna (+125.000 in sei mesi); il debito pubblico è aumentato di 74 miliardi di euro rispetto a un anno fa arrivando a 2.157 miliardi; il nuovo declassamento a BBB- attribuitoci da Standard and Poors è una ferita all’orgoglio nazionale già compromesso dagli scandali a ripetizione (Mose, Expo, Roma Capitale ecc.) che ci hanno fatto precipitare al 69mo posto nel ranking mondiale della corruzione.
L’ultimo affronto, che è poi l’ennesimo pesce in faccia in politica estera, ci è stato riservato dall’India sulla questione dei fucilieri di marina, prigionieri a New Delhi da quasi tre anni, dopo che tutte le autorità dei Palazzi e dei Ministeri coinvolti avevano pestato l’acqua nel mortaio della retorica, promettendo una soluzione a breve, pena sfracelli. Risultato? Zero.
Dal Quirinale a Palazzo Chigi, da Palazzo Baracchini alla Farnesina, ad ogni ricorrenza nazionale e ad ogni cambio di Governo c’è stata la strombazzata telefonata in video con i marò come atto politico di difesa del buon nome italiano all’estero. Poi solo il silenzio dell’imbarazzo per l’incapacità a chiedere il conto dei nostri sacrifici agli alleati.
Sono rimasti oziosi i primi ministri Monti, Letta e Renzi, i ministri degli Esteri Terzi (e il suo vice De Mistura), Bonino, Mogherini e Gentiloni, i ministri della Difesa Di Paola, Mauro e Pinotti.
A sentire le ultime patetiche dichiarazioni di Gentiloni c’è da mettersi le mani nei capelli. Secondo il neo ministro degli esteri l'Italia torna ad alzare la voce dopo che la Corte Suprema indiana ha respinto le istanze dei due fucilieri, e si riserva tutti i passi necessari nei confronti delle autorità di Nuova Delhi, agendo senza improvvisazioni e con il necessario equilibrio, attraverso una reazione ferma ed unitaria del paese. Per non parlare della patetica difesa della Pinotti che ha affermato “…siamo delusi ed irritati per la decisone della Corte suprema indiana. Il governo metterà in atto tutte le misure possibili per rimediare dato che il caso dei due marò è in cima alla nostra agenda politica”. Ma che si aspettavano? Possibile che non abbiano avuto la più pallida idea della durezza e della doppiezza di quei signori, già descritta da Salgari oltre un secolo fa?
La decisone del richiamo immediato per consultazioni dell’ambasciatore italiano da Nuova Delhi, non è altro che un buffetto e quand’anche si arrivasse al congelamento dei rapporti diplomatici non faremmo che peggiorare la situazione.
Sono anni che si parla di arbitrato internazionale ed ora viene riproposta la cosa come una nuova misura risolutiva. Già a fine 2013 il vice ministro De Mistura si lanciava goffamente in una minaccia che fece ridere mezzo mondo: “l’India ha ora capito con chi ha a che fare. Non ci fermeremo.”
Ma come? Abbiamo menato il can per l’aia per tutto questo tempo ed ora che avevamo in mano l’arma della presidenza europea e la Mogherini come ministra degli Esteri dell’Unione ci siamo lasciati sfuggire l’occasione più preziosa di creare un fronte di alleanze per mettere l’India di fronte alle proprie responsabilità  di aver violato parecchie convenzioni e trattati internazionali?
Perché non siamo stati capaci di coinvolgere al più alto livello l’Europa (siamo pur sempre uno dei paesi fondatori dell’Unione), l’ONU (siamo il maggiore contributore al bilancio in rapporto al PIL e il quinto contributore in assoluto), la NATO (a che cosa serve il nostro continuo sforzo militare offerto sempre gratis a richiesta?), la FAO (che ospitiamo generosamente in Italia), l’Istituto Italo Latino Americano (creato a Roma per rafforzare i legami con l’America Latina) e gli Stati Uniti d’America (a cui non abbiamo mai detto di no subendo un permanente vassallaggio)?. Noi abbiamo accettato passivamente che un soldato americano possa avere ucciso impunemente, ad un posto di blocco in Iraq, il dottor Calipari rappresentante dei nostri servizi di intelligence, ma non abbiamo avuto il coraggio di rivendicare di fronte alla comunità internazionale l’esclusività giurisdizionale sui fatti dei due fucilieri impegnati in una missione avallata dalle Nazioni Unite in funzione anti pirateria. Il nostro presidente della Repubblica, andando al di là delle prescrizioni costituzionali, ha concesso la grazia ad un colonnello americano regolarmente condannato da un tribunale italiano, e poi il Governo non ha il coraggio di pretendere che in amicizia i piatti della bilancia siano in equilibrio?
Tutte queste domande sono destinate a restare senza risposta da parte di principianti che non sanno cosa sia la politica estera. Ma è dalla soluzione di questo caso che si misura la solidità di un paese e la grandezza dello statista che lo governa.

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La sceneggiata e o’ malamente

TORQUATO CARDILLI - In varie occasioni, nei passati otto mesi, è stato notato che Renzi è un gaffeur internazionale, ma questa volta, di fronte ai Capi di Stato e di Governo dell'Europa e al Presidente della Commissione, riuniti a Milano per la conferenza sul lavoro, ha passato il segno.
Il Primo Ministro, che ripete spesso la solita litania di aver conquistato il 41% dei voti alle elezioni europee e di guidare il partito più votato in Europa, si è presentato visibilmente imbarazzato sia per la focosa e urlata manifestazione di contestazione dei lavoratori, contenuta da un imponente schieramento di carabinieri, sia per non avere mantenuto, come dimostrazione della sua capacità di cambiare l'Italia, la promessa di mettere sul tavolo di questo evento, il più importante della presidenza italiana dell'UE, la conferma della fiducia parlamentare sul ”jobs act” che in mattinata aveva dato per acquisita.
In conferenza stampa, telediffusa non solo nei 28 paesi dell'Unione, ma anche sui circuiti extraeuropei, ha osato svillaneggiare il Senato della Repubblica, istituzione che vorrebbe sostituire con un circolo dopolavoristico, dicendo che esso stava impegnato in una sceneggiata che non mutava la sua politica. Ha così offeso l'intero popolo italiano e non solo i senatori schierati su fronti contrapposti: da una parte quelli dall'obbedienza cieca al diktat governativo, dall'altra quelli che denunciavano la delega sulla riforma del lavoro come una cambiale in bianco, che non tutela i diritti dei lavoratori, che non riduce il precariato, che non protegge la piccola  e media impresa. In mezzo ai due schieramenti uno sparuto gruppo di dissidenti del PD che presto dovranno vedersela con la riesumazione della tradizione della purga di origine autoritaria.
In Senato gli scontri verbali e le manifestazioni di ribellione da parte dell'opposizione, abitudinariamente repressa con strumenti legali e forzosi (dai tempi contingentati agli improvvisi cambiamenti all’odg), sono stati la naturale conseguenza dell'arroganza governativa che ha voluto mortificare milioni di lavoratori e dividere l'opinione pubblica anziché unirla nello sforzo di rimettere in moto il paese.
Si può ammettere che la critica politica fatta tra italiani in Parlamento, sulla stampa, nei dibattiti televisivi, sia ampiamente giustificata. Essa, quando si tratta di questioni che attengono alla vita di milioni di famiglie, può anche usare termini forti se è circoscritta entro le mura domestiche (i panni sporchi si lavano in casa); ma quando si è di fronte al mondo, il dileggio delle proprie istituzioni dovrebbe essere proibito ed a maggiore ragione è ancor più riprovevole se esce dalla bocca del capo del Governo. Per lui, più che per gli altri, dovrebbe valere il famoso principio britannico "right or wrong, it is my country".
Già, ma Renzi mastica poco l'inglese e dimostra di saperne ancor meno di etichetta internazionale, di storia e di cosa sia la sceneggiata, un genere di rappresentazione popolare che alterna il canto con la recitazione su uno sfondo drammatico.
Quasi un secolo fa, dopo la terribile disfatta di Caporetto (1917), il Governo a corto di fondi per finanziare la guerra, inasprì le tasse sugli spettacoli di varietà, giudicati frivoli e contrari al culto dell'amor di patria. Il genio napoletano allora, per eludere questa tassazione rafforzata, rispose ideando uno spettacolo misto che, sulla tela di fondo di un motivo canoro molto popolare, intrecciasse sotto forma di rappresentazione teatrale i fili di una storia dai risvolti tragici e satirici insieme. I suoi  temi erano precisi (amore, tradimento, onore, mala vita) e ruotavano intorno a tre personaggi principali: Isso (lui) Essa (lei) e o' malamente (il cattivo) intorno ai quali agivano altre comparse.  Il successo di questa invenzione teatrale fu travolgente tanto da sbarcare ben presto tra le collettività italiane emigrate in America dove oggi parlare di sceneggiata del Senato equivale ad insultare la nazione.
Dunque ripeto che l’aver svilito il dibattito parlamentare per la fiducia al Governo sul tema del lavoro a sceneggiata è stata più che una gaffe un'enorme offesa.
Se volessimo restare a questo genere teatrale identificheremmo Isso con il rubicondo Ministro del lavoro Poletti redattore del testo in uno zoppicante italiano, Issa con la povera ministra delle riforme Boschi che è stata sommersa dai fischi quando ha maldestramente pronunciato la formula della richiesta di fiducia e o’ malamente con il Premier Renzi che non si fa scrupolo di stracciare la Costituzione e ripetere "tireremo diritto".
Ma torniamo alla questione del voto di fiducia su un tema così serio e spinoso. E’ stata posta, per la 21ma volta in 8 mesi di attività, con un maxi emendamento governativo (che non ammette nessuna correzione) di 7 pagine, sconosciuto da tutti i senatori fino ad un’ora prima del dibattito,  su un testo assolutamente diverso da quello che era stato approvato dalla Commissione Lavoro il 18 settembre.
La sola lettura del titolo mozza il fiato, per cui vi consiglio di fare subito un lungo respiro preparatorio: ”Deleghe (plurale) al governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”.
L’art. 76 della Costituzione stabilisce (almeno fino a quando non sarà abolita) che “L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per un tempo limitato e per oggetti definiti.”
Chiarissimo principio di democrazia contro qualsiasi velleitarismo del Governo di fare e disfare a suo piacimento. L’esercizio del conferimento della delega deve essere per la Costituzione una libera scelta del Parlamento e non il suo contrario, cioè imposto al Parlamento con addirittura il voto di fiducia su un testo scritto dal Governo stesso che si auto conferisce i pieni poteri espropriando della funzione legislativa il legittimo titolare. Aver proseguito a testa bassa su questo argomento è stato un atto arrogante del Governo, teso a significare che il lavoro del Parlamento non serve, ma allo stesso tempo ne ha messo a nudo la debolezza morale.
Il Governo, a dispetto dei numeri, è conscio che solo ricorrendo alla minaccia di far perdere ai senatori riottosi il seggio può continuare a restare in sella. La sua composita maggioranza conta al Senato su 170 voti; ne ha ottenuti 165, numero largamente sufficiente, ma rivelatore di crepe difficilmente sanabili: tre senatori del PD (Ricchiuti, Mineo, Casson), hanno votato contro insieme all’opposizione mentre uno (Walter Tocci) obbedendo come un soldato ha votato la fiducia per niente convinto, e per difendere l’onorabilità dell’Istituzione ha annunciato le sue dimissioni dal Senato.
Quelli che hanno approvato costituiscono una maggioranza di convenienze egoistiche tante volte personificata da senatori alla Razzi, Scilipoti, Repetti, specie che alligna anche nel PD e nelle frattaglie di SC e UDC.
Il problema dell'Italia non è l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma le fabbriche che chiudono, la disoccupazione che aumenta, la ripresa che non c’è. Su questo panorama di desolazione si staglia la pervicacia del Premier che vuole mettere all'angolo il Sindacato, schiacciare la minoranza interna del suo partito, fare a meno della democrazia parlamentare, ricondurre gli italiani ad un pensiero unico, accreditarsi come l'uomo forte del paese nello smantellare i diritti del lavoro come dimostra la questione del TFR. Forse non tutti ricordano che il "trattamento di fine rapporto", venne introdotto in Italia 90 anni fa con la Carta del Lavoro pubblicata sulla gazzetta ufficiale del Regno n. 100 del 30.4.1927, che stabiliva il diritto del lavoratore ad un'indennità correlata agli anni di servizio svolti. Insomma una provvidenza istituita da un Duce, che appariva all’estero come la caricatura di un uomo di Stato, e che ora verrebbe azzerata da un Ducetto di paese, giudicato come contro caricatura del primo. 

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L'Italia non è un paese per giovani

TORQUATO CARDILLI - L'Italia si era illusa che il giovane premier, non ancora quarantenne, potesse inaugurare un nuovo ciclo storico di recupero dei ritardi, di crescita, di equità sociale, di benessere, di giustizia, di ricerca, di difesa dell’ambiente.
Invece, passata l'euforia degli annunci a go-go, delle vanterie a vuoto e delle promesse esagerate, digerito il regalo degli 80 euro, è entrata in una depressione da scoraggiamento, alimentata dagli scandali quotidiani che hanno infettato la società.
Chi può dire che le cose siano migliorate in questi 10 mesi di governo di un "banditore di smisurate speranze, arrivato lì senza un ben determinato retroterra?"
Chi può dire che da presidente di turno dell'Unione Europea abbia ottenuto un qualche tangibile risultato per l'Italia se non la solita ramanzina sui conti in rosso, sulle riforme essenziali in attesa e sull'approfondimento del gap di credibilità del paese?
Renzi ora incomincia a fare i conti con la realtà che si era ostinato a non voler vedere, circondato com'è da mezze calzette (uomini e donne non fa differenza) che ripetono il disco rotto della speranza, della svolta, del "cambiamo verso".
Il rottamatore di Firenze dimostra ogni giorno di più un’impreparazione e una superficialità colossali tanto in economia quanto in materia di giustizia che indignano e offendono il popolo italiano. E non mi riferisco solo al fatto che ha tenuto bloccato il parlamento per l'ostinazione cocciuta a concordare con Berlusconi la riforma costituzionale con la cancellazione del Senato, il jobs act e l'abolizione dell'art.18, la legge elettorale detta italicum, ma anche al fatto che ha fallito nel rivitalizzare l'economia nazionale e di quella di ogni famiglia, sempre più immersa nella stagnazione.
La superficialità con cui ha trattato il lavoro di Cottarelli sulla spending review, la cecità di fronte alla pervasività mafioso-camorristica, alla metastasi della corruzione, ai reati finanziari, al conflitto di interessi, al degrado ambientale, l'inadeguatezza della pletora di persone chiamate al Governo incapaci o compromessi da Alfano a Poletti, da Madia a Faraone, da Galletti a Giannini ecc. sono tutti nodi che stanno arrivando drammaticamente al pettine. E sulla tomba dell'anno 2014 che sta per morire, risultano scolpiti i fatti più odiosi come l'alluvione di Genova e di vaste aree dell'emiliano, il verminaio del Mose di Venezia, il bubbone infetto dell'Expo di Milano, il capolavoro criminale di integrazione tra politica nera rossa e malavita a Roma.
Cottarelli aveva svolto un lavoro duro e complesso consegnando a Palazzo Chigi un piano gigantesco sul perché, sul quanto e sul dove tagliare la spesa pubblica. Renzi gli ha chiesto di non divulgarlo perché voleva a tutti i costi vincere le elezioni europee. Lo studio è rimasto nel cassetto e Cottarelli è stato spedito a Washington presso il FMI. Da allora non si parla più di spending review, la spesa pubblica si allarga negli sprechi senza argini, mentre continua a tenere banco nella quotidianità politica italiana il patto leonino del Nazareno concluso con un condannato. Ci si può meravigliare se la corruzione è sempre più estesa?
La promessa crescita non si è vista. Chi era povero dopo la cura da cavallo di Monti-Fornero ora non ha più nemmeno gli occhi per piangere, chi era al limite della sopravvivenza è diventato povero, mentre i ricchi continuano a prosperare e i farabutti a fare affari alle spalle di chi paga le tasse e di chi osserva le leggi.
Renzi aveva promesso di voler mettere mano alle pensioni d’oro dei burocrati di Stato con un tetto insuperabile (per recuperare, secondi i calcoli di Codacons, 2,6 miliardi in 10 anni), ma nella Commissione Bilancio della Camera, presieduta da Boccia (PD) il Mef, cioè il ministro Padoan, ha presentato un emendamento, diverso da quello concordato, che fa salve tutte le pensioni d'oro già in godimento e introduce  la decorrenza del tetto solo sulle pensioni che saranno liquidate dal 2015 in avanti. Vedremo cosa accadrà in Senato ove la maggioranza governativa è più risicata, anche se potrà contare sulla protezione del presidente della Commissione, il senatore Azzollini (ex PdL ora NCD) graziato dal voto della maggioranza (Lega inclusa) contraria all'utilizzazione da parte della magistratura delle intercettazioni che lo riguardano per una presunta frode di 150 milioni di euro per il porto di Molfetta.
Quindi ricapitolando: da decenni si attinge sempre nelle pensioni del cittadino comune per fare cassa, ma mai che vengano colpiti i privilegi, giustificati come diritti acquisiti, da una classe di matusalemme barbogi inchiodati al potere politico, economico, bancario, culturale.
Il Governo in Italia non si occupa dell'età massima e la legge (248 del 2006) che prevede che non possano essere assegnati incarichi dirigenziali a chi abbia raggiunto l’età pensionabile di 67 anni, nei fatti non è osservata. Mentre in Cina i dirigenti del partito al potere debbono lasciare l'incarico appena raggiungono i 68 anni e i ministri e governanti locali addirittura a 65 anni, in Italia per i giudici di pace il limite è di 70 anni. Persino la Chiesa mette inesorabilmente a riposo i vescovi e i cardinali a 75 anni e vieta a quelli con più di 80 anni di partecipare al conclave, mentre da noi la “crème de la crème” che conta è tutta un fiorire di arzilli vecchietti che quel limite l'hanno superato.
L'Italia non è un paese per giovani che non trovano lavoro, ma è il regno della gerontocrazia a cominciare dall'inquilino del Quirinale quasi novantenne. Sono sugli ottanta anni il presidente del gruppo Intesa, il principale gruppo bancario italiano, il presidente della fondazione Cariplo, il presidente di Confcommercio, il presidente del Cnel, il presidente della fondazione Cassamarca, la vice della Compagnia di San Paolo, il commissario dell'Ilva e poi altri 400 personaggi del mondo universitario, legale, sindacale, delle authority che si danno del tu, si frequentano in occasione del meeting Ambrosetti a Cernobbio, della relazione del governatore della banca d’Italia, dell’assemblea della Confindustria, delle riunioni dell’Aspen, a Davos, a Capri o al meeting di Rimini.
Questo ristretto gruppo di boiardi dell'economica, cooptato dalla politica, è corresponsabile del declino italiano anche se la gente non ne ha consapevolezza perché esso controlla tutti i canali di informazione.
Come sarebbe più dinamico il paese se la linea Maginot del bastione della gerontocrazia fosse abbattuto e se a nessuno fosse consentito un qualsiasi incarico pubblico, finanziato direttamente o indirettamente con il denaro della gente, oltre il limite dei 75 anni!

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Un premier autocratico ed un parlamento di incapaci

TORQUATO CARDILLI - Il premier autocratico, gaffeur e indisponente, attaccato dai gufi, dai rosiconi, dai professoroni, dai sindacati, dai pubblici dipendenti, parvenu che ha scoperto l’aereo di Stato, per ora sta bene al parlamento composto da allegri festaioli (lavorano al massimo tre giorni alla settimana) incapaci di occuparsi del benessere del popolo, ma attenti a difendere a spada tratta i loro privilegi. Hanno votato in prima lettura, su ordine di scuderia, senza colpo ferire, la riforma della legge elettorale e la riforma della Costituzione.
Si tratta di due leggi mostruose: la prima non elimina affatto i vizi di incostituzionalità rilevati dalla Corte Costituzionale contenuti nella legge elettorale vigente, cosiddetta porcellum, mentre la seconda svilisce il Senato a rango di dopolavoro di sindaci e consiglieri regionali (ai quali viene riconosciuta però l'immunità parlamentare) che ovviamente in questi anni si sono distinti per ruberie, uso privato e sperpero di fondi pubblici.
Nell'uno e nell'altro caso i conati di reazione da parte del gruppetto dei cosiddetti dissidenti del PD, non ha prodotto gran sugo; alla faccia della previsione costituzionale che statuisce per i parlamentari “l’assenza del vincolo di mandato" essi sono stati richiamati all'obbedienza; dopo tante grida e mugugni non hanno fatto nessuno dei minacciati sfracelli anche perché il giovanotto fiorentino sa usare i metodi violenti. Se cade non si fa da parte, ma manda tutti a casa e da segretario del partito provvederà a fare le liste elettorali solo con suoi fidi, così come fece a suo tempo Berlusconi. L'ex cavaliere, condannato con sentenza definitiva per frode fiscale, assistito dal consigliere plurinquisito per bancarotta fraudolenta Verdini, a dispetto di quanto affermino le ministre Boschi e Madia, icone della banalità, è il vero play maker della situazione: tiene per il collo Renzi con il patto del Nazareno, senza del quale il premier finirebbe per alzare bandiera bianca di fronte all'opposizione interna ed a quella esterna del M5S.
La maggioranza di governo allargata al Nazareno, poco più di un anno e mezzo fa, in occasione della campagna elettorale, aveva promesso di restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti, ora ha aggiunto al danno la beffa; aveva promesso la soppressione delle provincie, ma si è trattato di una soppressione del diritto di voto dei cittadini e di una moltiplicazione di poltrone per i cooptati dei poteri locali; aveva promesso la crescita economica ma ha fatto aumentare la povertà; aveva promesso la riduzione della spesa pubblica ma ha solo tagliato i servizi ai cittadini; aveva promesso l'abolizione del finanziamento dei partiti, ma questa è stata rinviata di tre anni con l'istituzione del finanziamento del 5 per mille. Insomma ce n'è abbastanza per dire che sono state tradite tutte le promesse e tutte le aspettative.
Come se questo non bastasse non c'è giorno che la Costituzione repubblicana non venga picconata, aggirata, violentata, con il beneplacito di chi per istituto deve garantirne invece il rispetto rigoroso.
Tra i tanti episodi che hanno costellato questo scorcio di legislatura, vorrei citarne alcuni che hanno a che fare con la tutela dei cittadini.
L'articolo 1 della Costituzione (l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro) è da considerare morto e sepolto anche se viene citato ipocritamente a sproposito in ogni occasione proprio da coloro che, di fronte alla crescente disoccupazione, hanno fatto di tutto per tartassare il cittadino fino allo sfinimento.
L'articolo 35 (la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni) è salito in negativo agli onori della cronaca perché nonostante la drammatica crisi economica, il Governo dopo un'inutile discussione sull'abolizione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, ha deciso di porre proprio su questo tema la questione di fiducia.
L'articolo 47 (la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme) è palesemente violato quando lo Stato invita al boicottaggio del risparmio che è la più importante attività economica dell'uomo. Non vi pare che le nuove idee governative sull'uso anticipato del TFR siano la legale dilapidazione del risparmio anziché la sua protezione? Che modo è quello di dire ti aumento la busta paga invitandoti a ritirare il TFR per farti spendere di più, così a fine vita di  lavoro non ti troverai più il tesoretto del risparmio? Il TFR sono soldi del lavoratore e lo Stato non può incitare il cittadino a non risparmiare, né può obbligare le piccole e medie imprese, che usano quel circolante per sopravvivere, ad un ulteriore salasso economico. E dove finisce l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art.3 della Costituzione) se questo ipotetico prelievo del TFR non si applica ai dipendenti pubblici perché lo Stato non ha versato i contributi e gli accantonamenti perché non ha i soldi?
Passiamo alla credibilità internazionale.
Lo spettacolo che il parlamento offre da parecchie settimane sulla questione della elezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale è da un lato avvilente e dall'altro trascina nel disprezzo della pubblica opinione anche le alte cariche che cercano di imporre non solo nomi sgraditi, non imparziali, ma addirittura privi dei requisiti di legge.
L'articolo 104 della Costituzione prescrive che i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, eletti dal Parlamento, debbano essere scelti tra i professori ordinari di Università in materie giuridiche ed avvocati dopo 15 anni di esercizio.
Eravamo abituati a tutto ma non certo a subire di fronte agli occhi degli osservatori stranieri l’umiliazione di vedere espulsa dal CSM, il primo giorno di riunione del Plenum, la dottoressa Teresa Bene (già consigliera del Ministro Orlando, ma guarda un po’ l’attuale ministro della Giustizia!) sponsorizzata dal PD perché priva dei requisiti di legge.
Per l’elezione alla Corte Costituzionale non è che le cose siano andate meglio. Anzi, la figuraccia è diventata planetaria.
L’accordo FI-PD (ripetiamolo è questo l'attuale governo) ha previsto il ticket Catricalà-Violante. Il magistrato Catricalà, già imposto come sottosegretario da Berlusconi a Letta, ha pensato bene di rinunciare dopo una decina di tentativi andati a vuoto. Al suo posto FI ha designato l'avvocato senatore Bruno, con ventennale esperienza parlamentare, ma soprattutto amico di Berlusconi, attraverso Previti e con un pedigree da giudice costituzionale da fare spavento: nel 1997, assieme a Giovanardi, fu  promotore dell'emendamento che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti; nel 1998 lottò a spada tratta, senza successo, per ottenere l'amnistia per i reati di corruzione a favore di Previti; nel 1999 presentò un emendamento in base al quale il giudice sarebbe stato costretto a dimezzare la pena quando l'imputato era incensurato o aveva superato il 65mo anno di età (entrambi requisiti di Previti); nel 2002 tornò alla carica sull'amnistia; due anni dopo sciolse le campane a festa per elogiare la madre di tutte le leggi ad personam, il lodo Schifani, sull'immunità per Berlusconi dichiarando ai quattro venti che non offriva appigli di incostituzionalità, ma fu seccamente smentito, di lì a poco, dalla Corte Costituzionale che cassava il provvedimento perché contrario al principio di eguaglianza dei cittadini.
Con questa credenziale in tasca veniva proposto da Berlusconi nel 2005 per l'elezione alla Corte Costituzionale, guarda un po', insieme proprio a Violante sul quale però Berlusconi aveva posto il veto mandando all'aria le velleità del ticket che ora ci ha riprovato. Nel 2009 suggerì la riforma della Costituzione con  il ripristino dell'immunità parlamentare nella formula originaria. Solo l'anno scorso propose lo stravolgimento della Costituzione con il semipresidenzialismo  e la riforma del CSM, ma suscitò un tale vespaio di polemiche che lo steso Berlusconi, co-gestore delle larghe intese, lo fece desistere.
Questa volta il colpo di grazia alla sua candidatura è venuto dalla Procura di Isernia che lo ha messo sotto indagini per concorso in “interesse privato del curatore negli atti del fallimento” avendo ricevuto una consulenza su una pratica fallimentare affidata come curatore al suo collega di studio da quell'altro galantuomo di Scajola, ministro dello sviluppo economico.
A questo punto FI dopo tanti voti negativi cambia cavallo e propone Caramazza, un nome una garanzia. Chi è Caramazza? E' il magistrato che ha rappresentato il Quirinale nel conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo sulle intercettazioni relative alla trattativa Stato-mafia su cui ora dovrà deporre Napolitano. Una vera autorità in materia di conflitti tra i poteri dello Stato divenuto famoso qualche anno fa quando, per la trasparenza retributiva voluta dal governo Monti, si scoprì che percepiva due stipendi, cioè uno stipendio da avvocato generale dello stato di 289 mila euro più una propina di altri 324 mila euro (cioè una regalia medioevale per prestazioni extra di avvocati, magistrati, e simili ma anche dei componenti le commissioni esaminatrici degli esami di laurea).
Bene, anche Caramazza come curriculum non scherza. Ma al 17mo scrutinio, azzoppato in malo modo per la terza volta nel segreto dell’urna, ha avuto un sussulto di dignità ed ha gettato la spugna.
L’esponente designato dalla sinistra Violante invece, ha resistito impassibile con faccia di bronzo tetragono nel rifiutare di ritirarsi nonostante che il parlamento gli abbia rifiutato la fiducia per 17 volte consecutive. Lo si deve all’iniziativa dei deputati del M5S se è stato passato al vaglio il suo curriculum per la verifica del possesso dei requisiti di legge, nel silenzio assoluto dei partiti, dei media, dei politologi, degli analisti e commentatori. Ma data la risonanza della questione anche Brunetta, capogruppo di FI alla Camera, chiede ora un'indagine sui titoli.
Secondo l’articolo 135 della Costituzione un terzo dei componenti della Corte è nominato dal parlamento in seduta comune, scelti tra i magistrati, anche a riposo, delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative (Avvocatura generale dello Stato, Suprema Corte di Cassazione e Consiglio di Stato), i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni d'esercizio.
Violante, fortemente voluto dal PD e da chi lo protegge dall’alto colle, non è magistrato (neanche a riposo) delle giurisdizioni superiori, non ha mai esercitato la professione di avvocato e non è più professore ordinario in alcuna Università da almeno cinque anni (né ha mai svolto attività accademica a tempo pieno da quando è in politica).
Insomma non ha nessuno dei requisiti previsti: è solo un  politico di professione, per trenta anni (otto legislature) membro del parlamento prima col PCI, poi con il PDS, DS, PD, cioè proprio la caratteristica che la Costituzione aveva previsto non potesse essere posseduta da un supremo magistrato costituzionale, super partes, garante della legittimità legislativa.
Ma chi è davvero Violante? E’ lo stesso personaggio, comunista integralista, che da PM, prima di entrare in politica nel 1979, istruì il processo contro la medaglia d’oro della resistenza Ambasciatore Edgardo Sogno imputato di colpo di Stato, poi assolto da ogni accusa.
Già Presidente della Camera dei Deputati, è uscito dal parlamento nel 2008 con il corposo assegno di reinserimento  nella società civile di 278 mila euro di liquidazione esentasse e percepisce un vitalizio di 9.363 euro mensili, mentre continua a godere di tutti i privilegi previsti per gli ex presidenti di Monte Citorio.
E poi il Premier va a dire in giro che l’Italia tornerà ad essere grande!

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IL CUPOLONE DELLA MALAVITA

TORQUATO CARDILLI - “Non so se valga davvero la pena di  raccontare l'insieme della storia romana. Se anche lo sapessi, non oserei dirlo, perché mi rendo conto che si tratta di un'operazione tanto antica quanto praticata, mentre gli storici moderni o credono di poter portare qualche contributo più documentato nella narrazione dei fatti, o di poter superare la rozzezza degli antichi nel campo dello stile. Comunque vada, sarà pur sempre degno di gratitudine il fatto che io abbia provveduto, nei limiti delle mie possibilità, a perpetuare la memoria delle gesta compiute dal più grande popolo della terra."
Queste non sono mie parole, ma appartengono alla prefazione che Tito Livio dedica alla sua opera “Ab Urbe Condita” che mi servono per introdurre quello che segue. Non farò qui la cronaca di quanto si apprende ogni giorno di più dalle radio e televisioni sulla ragnatela dei rapporti malavitosi tra politica e delinquenza a Roma, ma mi limiterò a rilevare le analogie con il passato.
E per farlo inizierei dalla constatazione che la tradizione storico-letteraria ci ha tramandato una visione ingannevole di grandezza, trapuntata di frammenti di virtù leggendarie (Pompeo Magno), di eroismo (Orazio Coclite), di onestà (Cincinnato), di sacrificio (Muzio Scevola), di frugalità (Cornelia) di fedeltà alla parola data (Attilio Regolo), di comandante invitto (Giulio Cesare), di saggezza (Augusto) ecc., ma nascondendo tutte le magagne di una società assisa sul delitto continuato riassumibile nelle guerre civili repubblicane e nel triste conteggio di 71 imperatori uccisi o suicidi su 96.

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Il premier tradisce San Matteo e si appella a San Francesco

TORQUATO CARDILLI - Dopo l'esito delle trionfali elezioni europee fummo tra i primi a riconoscere correttamente la vittoria di Matteo Renzi (vedi articolo "Giù il cappello" del 26 maggio) che aveva saputo interpretare gli umori della nazione, stanca dei vecchi politici ed affascinata dall'energia propositiva del giovane sindaco che prometteva 80 euro al mese. Come era accaduto a Berlusconi che il giorno prima delle elezioni vittoriose si impegnò a cancellare l’IMU, così Renzi ha ottenuto un plebiscito di fiducia da parte del popolo italiano, illuso che tutte le promesse  di sostanziali riforme strutturali, snocciolate con diapositive e disegnini appena insediato a Palazzo Chigi, avrebbero potuto effettivamente essere realizzate nei primi 100 giorni di governo.
Come ha riferito l'Ansa, il 17 febbraio il premier  prometteva: “entro il mese di febbraio un lavoro urgente sulla riforma della legge elettorale e sulle riforme istituzionali, nel mese di marzo la riforma del lavoro, in aprile quella della pubblica amministrazione e in maggio il fisco” secondo la formula di una riforma ogni trenta giorni.
Era solo l’inizio. Il 24 febbraio, in occasione del voto di fiducia, e poi il 12 marzo, durante la conferenza stampa con le slide  da venditore di tappeti, annunciava gli obiettivi economici in agenda a portata di mano.
Nel suo discorso programmatico in Senato aveva, come suol dirsi,  messo la faccia sul pagamento "to-ta-le" (scandendo le sillabe con foga oratoria come se si fosse trattato di rivelare al mondo incredulo la rivelazione del terzo segreto di Fatima) dei debiti dello Stato prima delle ferie di agosto.
Due mesi dopo, in una trasmissione televisiva (conscio di aver promesso troppo, fece una mezza marcia indietro sui tempi) promise sul suo onore che entro il 21 settembre, equinozio di autunno, e giorno di San Matteo ci sarebbe stato il pagamento  integrale dei debiti contratti con i privati dalla pubblica amministrazione e dagli Enti locali. All'incredulità sorniona del conduttore della trasmissione ribatteva addirittura lanciando il guanto di sfida di una scommessa di andare in pellegrinaggio a piedi da Firenze al santuario di Monte Senario.
Evidentemente aver scelto il giorno di San Matteo, il famoso pubblicano esattore di tasse, protettore dei banchieri, come termine per il pagamento dei debiti non gli ha portato fortuna, svelando il più grosso imbroglio dell'opinione pubblica. Colpisce quindi la trasbordante dote di superficialità del premier che non serve a cancellare la cattiva nomea dello Stato italiano quale peggiore pagatore d’Europa, ben oltre le lentezze di Grecia, Cipro, Serbia e Bosnia, con un ritardo medio di 165 giorni rispetto al limite europeo di 30 giorni previsto dalla Direttiva 2011/7/UE del 16 febbraio 2011.
Basta ascoltare quello che si dice negli ambienti economici dalla Confindustria alla Confcommercio, o consultare il sito del Mef o leggere le note dell'autorevole CGA di Mestre per scoprire che allo stato attuale sono stati effettivamente erogati solo 35 miliardi su circa 60 miliardi dovuti, in gran parte stanziati dai governi precedenti, per cui i meriti di Renzi sono pressoché irrilevanti.
Se qualcuno volesse prendersi la briga del cosiddetto "fact checking" anche sugli altri obbiettivi, resterebbe allibito dall’assenza di risultati concreti. Riforma della legge elettorale e riforma istituzionale? Riforma del  lavoro? Sicurezza nelle scuole? Garanzie per i giovani?
Oggi a otto mesi di distanza il vento è cambiato. All'entusiasmo della gente è subentrata la delusione per lo sbriciolarsi delle promesse vendute come cose già fatte: la riforma elettorale che doveva eliminare le storture del "porcellum" non garantisce affatto al cittadino di poter scegliere il proprio rappresentante, né che il potere di Governo venga affidato alla maggioranza degli elettori; quella costituzionale approvata in prima lettura al Senato è stata subissata da una valanga di critiche da parte dei più illustri costituzionalisti; la "spending review" non ha prodotto effetti a favore dei cittadini; la vendita su e-bay delle auto blu è stato un flop colossale, la riforma del lavoro (jobs act) si è impantanata sull'abolizione dell'articolo 18 senza favorire un posto di lavoro in più.
Cose realizzate? Ha effettivamente dato in busta paga gli 80 euro promessi, ma tra una decina di giorni arriva la legge di stabilità e saranno guai per le finanze pubbliche e per le tasche dei cittadini.
Con il passare delle settimane e dei mesi, mentre fioccano sul suo tavolo le tabelle sempre più allarmanti e pessimistiche dei vari uffici studi (Banca d'Italia, Confindustria, OCSE, FMI, BCE, EU) sulle prospettive economiche del paese, in peggioramento rispetto alla situazione dei governi Monti e Letta (calo del PIL oltre ogni immaginazione, aumento della disoccupazione),  Renzi si è reso conto di aver ecceduto ed allora al grido di "mille asili nido in mille giorni", ha chiesto di portare il tempo necessario a realizzare il cambiamento appunto a 1.000 giorni cioè al 2017. Quindi siamo passati da un’annunciata riforma al mese, ad un traguardo spostato di ben 3 anni. Poi piano piano, senza che nessuno glielo ricordasse questo termine è stato fatto slittare di un ulteriore anno al 2018, cioè al compimento naturale della legislatura (cioè altri 4 anni).
L'immagine dell'uomo nuovo della politica italiana sta progressivamente offuscandosi mentre serpeggia nell'opinione pubblica l’insofferenza per alcuni comportamenti goliardici che rivelano la fragilità temperamentale del personaggio sempre più emulo di Berlusconi, ossessionato dalla conquista del di lui elettorato moderato a rischio di compromettere l’avvenire del paese.
Insomma quella che sembrava una cavalcata trionfale, drogata dal successo elettorale e dal supporto di Berlusconi con il patto del Nazareno, comincia ad assumere le sembianze di una marcia con l'affanno, mentre affiorano crepe nella squadra della maggioranza e si alzano critiche da settori influenti. I giornali d’opinione non sono stati teneri per l’assenza di risultati, direttori di fama come De Bortoli o Scalfari hanno criticato senza mezzi termini la sua vanagloria caduca. Nel mondo industriale il fiorentino Della Valle gli ha dato del sola ed ha esplicitato la sua delusione per la sottomissione del premier a Marchionne (che solo un anno fa lo aveva insolentito come sindaco di una piccola città), per la debolezza e l'impreparazione della squadra di governo, per il ruolo lasciato giocare a Berlusconi e Verdini nel condizionarne le riforme. Tra quelli che sprezzantemente chiama i “professoroni” Rodotà ha chiarito che il rapporto di Renzi con il potere è estremamente concentrato su se stesso ed autoritario, perché insofferente al contatto con chi ne sa più di lui in diritto costituzionale, in diritto amministrativo e del lavoro, in politica estera.
Infine nel partito si sentono paurosi scricchiolii: i rottamati Bersani e D’Alema, che ancora rimuginano sulla congiura anti Prodi,  hanno usato ironia e sarcasmo per picconare il piedistallo del premier che dopo aver conquistato la Segreteria e disarcionato come capo del Governo quello che era il numero due del suo predecessore, sa di doversi confrontare con l’intera sinistra del paese. Ancora più gravi della guerriglia dei cosiddetti dissidenti sono stati gli atteggiamenti politici nel voto in Direzione PD sul "jobs act": il  capogruppo alla Camera Speranza si è astenuto e il presidente della Commissione lavoro Damiano ha votato contro.
Allo stato attuale, in attesa delle prossime mosse parlamentari non è ancora individuabile quale sia il confine tra la smisurata sete di potere e l’incoscienza temeraria di volere a tutti i costi asfaltare chi avanza critiche e distinguo al suo operato.
Volendo far credere di portare il ramoscello d’ulivo è andato in pellegrinaggio ad Assisi, nel giorno di San Francesco, patrono nazionale per cercare di ingraziarsi gli italiani che nutrono una profonda devozione per il santo poverello.
Ma l'Europa è restia ad abboccare a questi trucchetti. Non manca di ricordargli che se le riforme non produrranno presto risultati, lo spettro della troika è dietro l'angolo. Se non vuole essere accantonato in malo modo, come è stato per Berlusconi o per Letta, da parte degli stessi apparati che lo hanno catapultato a Palazzo Chigi, dovrà sbrigarsi. Draghi glielo aveva adombrato in un incontro segreto a Città della Pieve lo scorso agosto. Se la legge di stabilità da presentare entro ottobre all’Europa non sarà convincente, dovrà prepararsi ad una cessione di sovranità a favore di un triumvirato che avrà la forza e il potere di imporre un'ulteriore contrazione dei diritti sociali.
Con un semestre di presidenza italiana dell’UE oltre metà percorso, senza aver inciso sugli assetti e sulle politiche europee (l’aver ottenuto la nomina della Mogherini quale responsabile a parole della politica estera europea sarà un boomerang pazzesco) Renzi non si rende conto di quello che la sua presenza e il suo ruolo significhino per la conservazione dei valori e della dignità nazionale. Molto probabilmente si sta ritagliando nei libri di storia del prossimo decennio un paio di righe come il premier più giovane della Repubblica che ha spalancato le porte Scee d'Italia alla Troika.

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Sindacato delle mie brame chi è il più furbo del reame?

TORQUATO CARDILLI - Il povero cittadino italiano è quotidianamente bombardato da notizie di interventi della Magistratura e della Guardia di Finanza, intesi  a scovare e reprimere crimini, truffe, corruzioni, abusi di ufficio, concussioni, peculati i cui autori non sono i semplici operai, i lavoratori, i disoccupati, i pensionati al minimo, ma le classi dirigenti del paese, un esercito di politici parassitari e di boiardi a Roma come nelle Regioni. E poi ci si domanda perché il popolo abbia abbandonato in massa le urne, rinunciando al voto, unico strumento democratico ancora non espropriatogli del tutto, anche se svuotato di significato.
Quando il rifiuto di avvalersi di questo diritto così elementare e semplice si fa così generalizzato c'è da rimanerne allarmati perché vuol dire che si è proprio arrivati al fondo. Vuol dire che nell'animo della gente si è fatto strada il convincimento che non c'è nulla da fare per cambiare l'andazzo, e che il prossimo passo, visto che la politica non impara la lezione, potrebbe essere quello della ribellione sociale violenta.
La classe politica ha perso ogni credibilità a livello centrale come a livello locale, sta lì solo per accaparrare prebende, mantenere privilegi, fare il contrario di quello che promette. Quelli che tengono i cordoni della borsa come i banchieri, i cosiddetti poteri forti, si comportano da squali. I grandi industriali del cemento o dell'etere vivono di concessioni statali che scuoiano il cittadino, mentre gli altri delocalizzano e dopo aver preso contributi e incentivi si lasciano alle spalle un paese irrimediabilmente inquinato. Infine, la casta più subdola di tutte, la burocrazia, che si mimetizza nell'ombra, ma che urla come un'aquila ferita se si prova ad intaccarne i privilegi anacronistici scambiati per diritti acquisiti come il direttorio della Banca d’Italia, i segretari generali della Camera, del Senato, del Quirinale, di Palazzo Chigi ecc. che godono di rendite principesche.
Sono parte integrante di questo cast dell'orrore i capi dei sindacati che hanno tradito il mandato ricevuto. Dopo aver smarrito la via indicata dai veri galantuomini del passato, dediti agli insegnamenti virtuosi ed alle lotte per l'equità, hanno fatto di tutto per occultare gli accaparramenti di denaro, per incamerare tutti gli sgravi e le facilitazioni fiscali, per ampliare il proprio patrimonio immobiliare, per godere di tappeto rosso e passamanerie dei palazzi sacri, per mantenere posizioni di potere in una specie di patto leonino tacito: da una parte si coprono i comportamenti dei fannulloni dall'altra ottengono mano libera sul saccheggio delle risorse. Alla loro nota facondia quando si tratta di lanciare slogan ad effetto, quando si tratta di fare continue comparsate in programmi televisivi per dispensare luoghi comuni, per sfoggiare frasi fatte, per ripetere i soliti insulsi appelli in difesa di chi è più debole,  si contrappone la loro idiosincrasia nel fornire i numeri dei denari in ballo: i bilanci sono segreti e non consultabili, i loro emolumenti altrettanto misteriosi, e persino il numero degli iscritti viene autocertificato senza alcuna dimostrazione.
I milioni di tesserati, che si vedono sottrarre una trattenuta automatica dallo stipendio, che può arrivare fino a 120 euro all'anno, forse avrebbero il diritto di sapere in quali tasche ed in quale quantità finiscano i loro soldi (quasi ottocento milioni di euro all'anno).
Il sindacato CISL che si ispira ai valori cattolici dell'equità sociale in passato si accontentava di esprimere figure cui consegnava il lasciapassare diretto per entrare in Parlamento. Il primo Segretario Pastore fu più volte ministro per la DC; il suo successore Storti fu deputato per la DC e poi presidente del CNEL; Macario fu senatore DC; Carniti fu senatore e deputato europeo DC; Marini, deputato, senatore, segretario del PPI, ministro del lavoro, e deputato europeo; d'Antoni prima deputato dell'assemblea siciliana, poi deputato al parlamento, vice ministro, e presidente del Coni Sicilia: Pezzotta è stato nominato deputato, mentre il suo vice segretario generale ragionier Baretta è stato eletto deputato e nominato sottosegretario prima con Letta ed ora con Renzi, nientemeno che al Ministero dell'Economia e Finanze.
In questi giorni ha destato scalpore la scoperta che il borioso Bonanni, ultimo segretario generale della Cisl, è andato in pensione con un trattamento di 8.593 euro mensili, calcolati sulla base dell'ultimo stipendio annuo di 336.000 euro, ben al di là di quanto percepito dal presidente Obama (solo 275.000).
La progressione stipendiale, che questo arringa folle gonfiato si è auto attribuita ad ogni tirata di cinghia del popolo affamato, fa impressione: nel 2006 la sua retribuzione, già di tutto rispetto per un dirigente sindacale, era di 80.000 euro l'anno. Con l'elezione a segretario generale per regolamento interno ha ottenuto sulla carta un aumento del 30% che avrebbe dovuto portarlo a superare di poco i 100.000 euro l'anno. Invece, già qui si riscontra la prima anomalia coperta dall'omertà  generalizzata dell’organizzazione. Nella dichiarazione fatta all'Inps compare la cifra di 118.000 euro, inspiegabilmente più alta del dovuto.
Dopo 12 mesi  l'incremento retributivo da anomalo diventa abnorme con un +40% tanto che nella dichiarazione all'INPS si passa a 171.652 euro l'anno. Ma non basta. Si sa che l'appetito vien mangiando e nel 2009 c'è un altro balzo in avanti con un + 45% che fa arrivare lo stipendio annuo a 255.579 euro. Tutti zitti: consiglio di amministrazione, politici, partiti. Tutti sapevano e nessuno ha mai detto nulla.
Nel 2010 alla faccia della crisi in agguato c'è un aumento, tipo mancetta, di 1.000 euro al mese tanto da arrivare a 267.436 euro all'anno con l’aggiunta di un'altra mancetta fuori busta di ulteriori 2.000 euro al mese per essere membro del CNEL senza averci mai messo piede.
Infine la stangata. Il vero capolavoro di ingordigia famelica si verifica dal 2011 quando l'aumento è di un ulteriore 25% tanto da arrivare all'incredibile cifra di 336.260 l'anno, cioè 921 euro al giorno, domeniche e festività comprese, ben superiore al limite decretato dal Governo Monti di 240.000 euro l’anno che riesce a sfuggire alle tagliole imposte dalle modifiche introdotte prima dalla riforma Dini e poi da quella Fornero.
Tutto questo nel sindacato cattolico. Ma non è che altrove le cose siano andate in modo più morigerato.
Anche in casa socialista della UIL il segretario generale Angeletti proprio in questi giorni ha abbandonato la poltrona per la pensione. Chissà se lo ha fatto in previsione delle prossime elezioni politiche. Resta il fatto che se ne è andato nel momento in cui il sindacato è sprofondato al minimo della sua capacità di rappresentanza, senza aver più la forza di interpretare i bisogni del mercato del lavoro e di quanti il lavoro ancora lo cercano.
Sugli emolumenti percepiti da Angeletti, protetti dalla sua organizzazione in nome della privacy come se si trattasse della password di Fort Knox, le bocche sono assolutamente cucite, anche se è notorio che i suoi compensi almeno fino a qualche anno fa erano simili a quelli di Bonanni e che come lui ha anche intascato i compensi quale consigliere del CNEL.
Chi i suoi predecessori? Tali Benvenuto e Larizza che transitarono direttamente in parlamento e nel CNEL sempre a spese del popolo italiano.  Chi il successore? Un pensionato di 67 anni, tale Barbagallo contornato da una segreteria di cinque ultrasessantenni che aggiungono alla pensione lo stipendio sindacale. Su questo punto la UIL  è molto affezionata alla legge Treu 546 del 1996 che stabilisce che per il calcolo della pensione dei sindacalisti ci si basa sull’ultimo stipendio ricevuto. A un sindacalista basta svolgere la sua attività per pochi mesi per vedersi riconosciuto un assegno a vita calcolato sulla base di quell'ultima busta paga (che potrebbe essere anche nominale). Volete ridere? Angeletti ha dichiarato di ignorare l'esistenza di questa legge da lui ora definita “un privilegio da eliminare”.
Nella sinistra comunista le virtù delle figure storiche alla Buozzi o alla Di Vittorio sono svanite del tutto, salvo il caso di Landini, capo della Fiom, la cui busta paga di 2.259 euro al mese è on line sul sito dell’Organizzazione. Il primo, segretario generale della CGDL costretto dal fascismo a  riparare in Francia, fu arrestato dai tedeschi e rispedito in Italia, per essere poi fucilato dai nazisti a giugno 1944, pochi giorni prima della liberazione di Roma; il secondo protagonista della rinascita del sindacato libero e democratico come segretario generale della CGIL tra il 1944 e il 1948, elaboratore della proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori del 1952, fu anche capace di autocritica nel condannare l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 a differenza di chi oggi continua a lanciare moniti.
I loro eredi dagli anni sessanta in poi hanno sempre scambiato il sindacato come lo scivolo verso posizioni di potere politico per entrare nel parlamento e per restarci alle spalle dei lavoratori, magari alternando lo scranno di Roma con quello di Bruxelles.
Lama, segretario generale della Cgil, diventò senatore del PCI, Pizzinato suo successore stesso percorso, Trentin deputato del PCI poi parlamentare europeo, Cofferati passò per la poltrona di sindaco di Bologna per approdare poi a Bruxelles, Epifani anche lui sta ancora ben assiso a Montecitorio dopo aver occupato la sedia di segretario del PD. Vedremo quale sarà l'approdo finale della Camusso.
Per amore di patria tocchiamo solo di sfuggita i casi di Del Turco, vice segretario generale della CGIL ed anche ultimo segretario nazionale del PSI dopo la caduta di Craxi, ministro delle finanze, presidente della regione Abruzzo finito nelle patrie galere e condannato a 9 anni per associazione a delinquere, corruzione ecc. e quello del dimissionario segretario generale dell’UGL, Cetrella, degno successore della Polverini (approdata al Senato come volevasi dimostrare), finito invischiato in un’inchiesta per utilizzo privato dei fondi del Sindacato e con la casa messa sotto sequestro dalla Guardia di Finanza.
La morale di questa carrellata è una sola: diffidare di quanti imbracciano a parole il vessillo dell’equità sociale, ma che si lasciano subito corrompere dai lussi, dai privilegi, dalle guarentigie del potere.

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Immigrazione e interesse nazionale

TORQUATO CARDILLI - Il colonnello Gheddafi, nel primo decennio dalla conquista del potere (1970-1980), si impegnò sistematicamente a perseguire la pubblica umiliazione dei paesi considerati imperialisti come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia. Prima chiuse le basi militari straniere, poi nazionalizzò il petrolio, quindi diede libero sfogo all’assalto delle rispettive ambasciate e espulse in quattro e quattro otto ben 20 mila italiani residenti da anni in Libia dopo averli depredati di tutto.
Non contento di questa rivoluzione domestica non esitò a sostenere il terrorismo internazionale con vari attentati all’estero (discoteca di Berlino, aereo di Lockerbie ecc.). Resosi conto che con noi, vicini di casa, poteva fare la voce grossa senza le bombe si accontentò di sequestrare i pescherecci di Mazara del Vallo per indurci ad ingaggiare defatiganti negoziati che puntualmente si concludevano con la liberazione dei marinai e il dissequestro delle imbarcazioni dietro pagamento di multe e di concessioni politiche in merito ai danni di guerra. Infine intuì che poteva condizionare il nostro atteggiamento e la nostra politica estera ricorrendo ad un altro strumento ben più convincente: la minaccia dell'immigrazione selvaggia.
Prima della guerra scatenata da Francia, Inghilterra e Stati Uniti nel 2011 e del completo disfacimento della Libia, utilizzava l'immigrazione clandestina come una pistola puntata alla nostra tempia quale strumento per ricattarci e per riaffermare di fronte al mondo la sua capacità di tenerci sulla corda, arrivando persino ad ottenere l'umiliazione di Berlusconi chinato a baciargli pubblicamente la mano.
Abbiamo aderito con riluttanza, ma senza condizionamenti e senza prospettive, a quella guerra e i nostri strateghi politici, militari e di intelligence non sono stati capaci di prevederne le conseguenze né di attuare una seria politica di difesa degli interessi nazionali.
Dall'inizio del secolo, a richiesta degli Stati Uniti o della Nato ci siamo svenati con contributi di sangue e finanziando le missioni militari internazionali, ipocritamente definite missioni di pace, dall'Irak all'Afghanistan, con un costo superiore ai 5 miliardi di euro (l'ultimo rifinanziamento di 400 milioni di euro fino al 31 dicembre 2014 risale a qualche settimana fa) ma non abbiamo mai ottenuto nulla.
Non siamo stati capaci nemmeno di condizionare il nostro impegno internazionale militare e finanziario (siamo il quinto contributore al bilancio dell'ONU) alla liberazione dei marò imprigionati in India da due anni ed i vari Governi delle larghe intese, palesi e nascoste, hanno sistematicamente abdicato al dovere della protezione degli interessi nazionali.
Come? Ricorrendo ad una delle tecniche più diffuse, cioè quella di distogliere l'attenzione dei cittadini dalle questioni più scottanti per coinvolgerli in discussioni sui massimi sistemi o su aspetti marginali del funzionamento dello Stato gabbandoli per riforme epocali.
In tempi di spending review, di prelievi forzosi dalle tasche di tutti, di tagli indiscriminati, sarebbe già un grosso risultato se potessimo ridurre il fiume di denaro che spendiamo ogni giorno per sostenere l'afflusso di rifugiati che abbandonano i loro paesi pur di mettersi in salvo. Spesso non ce la fanno e finiscono in fondo al Mediterraneo che ormai è diventato un cimitero di disperati.
Non saprei dire quanti tra Ministri, deputati, senatori, grandi burocrati siano al corrente del contenuto del cosiddetto regolamento Dublino II 2003/343/CE (che ha sostituito la precedente Convenzione di Dublino) e il regolamento Eurodac.
Il Regolamento Dublino II, adottato nel 2003 (chi era al Governo in Italia? E dove era la Lega?) dai dodici stati storici dell'Europa unita (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito, cui si sono aggiunti nel tempo Austria, Svezia, Finlandia e Svizzera), determina quale sia lo Stato dell'Unione competente ad esaminare la domanda di asilo o di riconoscimento dello status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra, mentre il regolamento Eurodac istituisce la banca dati a livello europeo delle impronte digitali degli immigrati clandestini.
Questi accordi internazionali attribuiscono in modo inequivocabile al primo paese, frontiera di ingresso nell'Unione Europea da parte del profugo, la competenza all'esame della sua domanda di asilo.
Perché è stato adottato? Per impedire ai richiedenti il cosiddetto shopping dell'asilo, cioè la presentazione della domanda a più Stati, nonché per ridurre il numero dei profughi vaganti che si spostano da uno Stato all'altro. A chi faceva comodo questa disposizione? Non certo all’Italia la cui diplomazia sclerotizzata non ha capito le nefaste conseguenze né ha prontamente sconsigliato al governo composto di incapaci e al parlamento di inetti che votano senza sapere quello che fanno, di aderire a scatola chiusa a una misura che ci avrebbe condannato.
Dato che il primo paese d'arrivo è quello ritenuto responsabile di tutta la trafila burocratica è ovvio che l'Italia si è messa da sola il cappio al collo. Il nostro paese è sempre stato considerato, piazzato com'è in mezzo al Mediterraneo, il posto ideale di primo attracco per chi voglia scappare da un teatro di guerra, di persecuzioni, di carestie, di malattie ecc., dove le regole valgono fino ad un certo punto, dove il clima è temperato, dove la gente è normalmente ospitale e solidale, dove si mangia alla grande con l’intento di spostarsi, fortuna permettendo, in paesi dall'economia più forte (Germania, Francia, Svezia, Svizzera).
Sbarcare a Lampedusa, o in Sicilia, o sulla costa calabra è dunque visto come un sogno, che noi non siamo capaci di interrompere, e che frutta ai trafficanti di disperazione centinaia di milioni di euro e ne costa al nostro erario altrettanti.
Solo nei primi nove mesi del 2014 sono arrivati in Italia oltre 140.000 profughi in gran parte lasciati allo sbando ad ingrossare le file della criminalità o dell’industria del falso e se per ipotesi ne arrivassero dall'Africa o dall'Asia uno o due milioni tutti in base ai predetti accordi internazionali dovranno restare nel nostro Paese.
Uno Stato che salvaguardasse gli interessi nazionali (perché gli USA impediscono severamente l'immigrazione clandestina dal Messico, gli Israeliani da Gaza, gli Australiani dal sud est asiatico?) dovrebbe disdettare subito il Regolamento di Dublino e consentire a chi arriva in Italia, la possibilità di scegliersi il Paese che preferisce, magari di cui già conosce la lingua o per favorire ricongiungimenti familiari.
E invece il Ministro degli Esteri Mogherini è scomparso dai radar della politica estera attiva mentre il Ministro dell'Interno Alfano si limita a piagnucolare con l'Europa di rafforzare lo strumento del Frontex in ausilio all'operazione mare nostrum.
Capito in che mani stiamo?

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L'Italia dei disastri, dei regali e del gioco

TORQUATO CARDILLI - L'Italia presa d’assalto dai profughi sui barconi affonda nel fango, le città sono in subbuglio, le periferie sono diventate terra di nessuno, le case vengono occupate abusivamente nell'assenza dello Stato, il sindaco di Roma fa la figuraccia da peracottaio con la questione delle multe, i poliziotti mandano all'ospedale gli operai in lotta per il posto di lavoro, l'ex ministro Scajola rivende la casa acquistata a sua insaputa e ci guadagna un milione tondo, Matteo Renzi organizza cene da 1000 euro a coperto e rinsalda il patto del Nazareno con un condannato per frode fiscale per riformare la costituzione, per fare la nuova legge elettorale e per la nomina del nuovo inquilino del Quirinale, ma intanto si costituisce parte civile nel processo proprio contro Berlusconi accusato di aver indotto Tarantini a mentire al PM.
Questi i titoli che campeggiano sui giornali e sui notiziari. Nessuno che parli del gioco e dell'ennesimo regalo del Governo, per negligenza o per connivenza, alla multinazionale delle slot.
Non si tratta del gioco a fine di puro intrattenimento, considerato un passatempo da bambini che non conoscono e non valutano il potere del denaro, che non nutrono la speranza dell'arricchimento facile. No, si tratta del gioco d'azzardo, attività coeva con il mestiere più antico del mondo, che è una droga che riduce in miseria chi spera e che invece arricchisce chi ci specula.
Il gioco d’azzardo, quello che prevede un alto premio in denaro si basa sull’assoluta aleatorietà del risultato compensata dalla illusione o dalla speranza di fare il botto  per aggiudicarsi una somma di gran lunga superiore alla posta giocata. Si va ben al di là del premio riconosciuto dal casinò che paga 36 volte la posta nella roulette. Il vero gioco d'azzardo è quello che promette una vincita milionaria alla slot machine, che accende la fantasia del cercatore d'oro capace di giocarsi non solo lo stipendio ma interi capitali di famiglia, come hanno provato vicende delittuose che hanno coinvolto persino uomini politici.
Lo Stato come al solito, smarrendo la dimensione etica e di ordine pubblico, si comporta in questo settore ipocritamente come per tanti altri consumi di massa viziosi, alcool, fumo, prostituzione, droga che a parole dice di voler combattere. Non si cura di suscitare nei propri cittadini un comportamento virtuoso, ma contando  sulle loro debolezze le blandisce di continuo per lucrare introiti considerati vitali, attraverso offerte sempre più variegate ed incrementandone a dismisura la fruizione.
Anziché sradicare il gioco illegale e le truffe, appena un anno fa il Governo delle larghe intese ha favorito le società del gioco e ha condonato loro addirittura una multa miliardaria mentre ora si ostina a negare i sussidi agli alluvionati, ai terremotati, agli esodati. Occorre rinfrescare un po’ la memoria. Nel 2012, dopo un lungo iter legale, la Corte dei Conti respingendo la richiesta del PM di multa di 90 miliardi alle 10 società concessionarie del gioco d’azzardo per non aver collegato per parecchi anni le slot machines al cervello elettronico dei Monopoli incaricato di controllarne gli incassi, accoglieva la richiesta della difesa comminando loro una multa di 2,5 miliardi di euro, sulla base di 50 euro per ogni ora di mancato collegamento. Ma l’anno dopo, il governo Letta-Berlusconi-Alfano-Monti decise di ridurre tale multa a un quarto: cioè di fare un regalo secco di 1 miliardo e 800 milioni a vantaggio soprattutto della Bplus del famoso Corallo che da solo avrebbe dovuto pagare 845 milioni. E chi era Corallo? Quello che durante una perquisizione della Guardia di Finanza si inventò la scusa che il suo computer era del deputato Laboccetta, il quale trafelatosi nell’ufficio oppose la sua immunità al sequestro. Dopo alcuni mesi la Camera dei Deputati concesse il sequestro, ma il computer era stato già ripulito e reso vergine. Capito come funziona? Torniamo ad oggi.
La diffusione a tappeto in tutto il paese di slot machines (in cui finisce per prevalere la rovina di quelli che, illusi dalla prospettiva una supervincita, sono indotti a giocarsi tutto e a perdere) ha fatto emergere i problemi di sostenibilità sociale del fenomeno, il cui giro d'affari supera in Italia l'incredibile cifra di 80 miliardi.
Per legge fino a poco fa su 100 euro ingoiati dalle macchinette del gioco, 79 euro dovevano essere restituiti ai giocatori in premi, 12 andavano all’erario, percettore anche del valore delle concessioni, e 9 euro andavano ai distributori e ai proprietari delle macchinette. Non è poco. Se si considera che su 10 miliardi di euro giocati gli organizzatori introitavano ben 900 milioni.
Tutto questo in teoria perché le grandi case da gioco hanno guadagnato, come illustrato prima, attraverso vari marchingegni di macchinette truccate ben più di quanto abbia ricevuto lo Stato in termini di entrate erariali. Solo nel 2011 i gestori del gioco (tabaccherie, bar, sale  di slot, ecc.) hanno incassato ben 9,7 miliardi di euro, mentre allo Stato ne sono andati solo 8,6 miliardi.
Se lo stato volesse veramente combattere la ludopatia potrebbe ricorrere ad un semplice strumento informativo come ha fatto per le sigarette bandite da ogni forma di pubblicità ed anzi colpevolizzate sulle malattie più comuni. Basterebbe obbligare all'esposizione di un cartello su ogni macchinetta da gioco che indichi per ogni euro giocato quanto finisce certamente allo Stato, quanto certamente al sistema gioco, quanto certamente al commerciante e quanto ipoteticamente al giocatore tapino che per avere una probabilità di vincere 100 euro dovrebbe giocarne 400.
La crisi ha intaccato la raccolta del gioco e quindi le entrate erariali, ma la nuova legge finanziaria prodotta dai geni economici che ci governano ne ha tenuto conto alla rovescia. Anziché ridurre il prelievo fiscale e dare quindi un colpo alla criminalità organizzata, lo ha aumentato non a carico dei gestori, ma a carico dei giocatori, nell'errata convinzione di poter aumentare il gettito erariale. La percentuale delle somme giocate da restituire ai giocatori è scesa al 70%, mentre aumenta parallelamente quella che finisce nelle casse pubbliche. Discorso da principianti di economia. La riduzione delle probabilità di vincita non solo non fa aumentare gli introiti statali, ma finisce per spostare i giocatori in braccio all'illegalità che non impone trattenute aumentandone il giro d'affari.
Lo Stato (e qui dovremmo chiamare in causa i parlamentari che fanno le leggi prestando orecchio e pulsante elettronico al potere delle lobby del gioco) ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restringere i profitti delle grandi case da gioco. La ex Lottomatica, ad esempio, divenuta GTech, è protagonista dell'ennesimo scandaloso regalo dello Stato che si è letteralmente calato le brache. La GTech si è fusa con la IGT, leader mondiale del settore (International Game Technology) creando una nuova società Georgia Wordwide attraverso un'operazione da 6,4 miliardi, cifra gigantesca, di gran lunga superiore a quella sborsata dalla Fiat di 4,5 miliardi per acquistare il 41,5% della Chrysler dando luogo alla creazione della FCA con sede operativa a Detroit, legale a Amsterdam e fiscale a Londra.
Come nel caso della Fiat la fusione della GTech comporta un enorme fuoriuscita di imposte dato che la nuova società Georgia non sarà più sottoposta alla tassazione italiana, pur conservando - e qui sta l'assurdo - la concessione da parte dei Monopoli di Stato, concessione che invece andrebbe rimessa a gara anziché essere prorogata fino al 2016.
In poche parole un regalo dello Stato, che ne richiama alla mente un altro: quello operato con l'approvazione di un parlamento succube dal morente governo Letta appena 10 mesi fa. Tutti ricorderanno che Jo-condor Letta, alla disperata ricerca di soldi per cancellare l’IMU del 2013, condizione impostagli da Berlusconi per non farlo cadere, fece una pensata diabolica.  Con il solito trucco della polpetta avvelenata (inserimento in un’urgente norma popolare di un provvedimento “porcata”)  infarcì il decreto legge della cancellazione dell’IMU, sottoposto a voto di fiducia, con la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia, portato da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro. Puro regalo alle banche private proprietarie delle quote della Banca d'Italia autorizzate a rivendere le nuove quote rivalutate sul mercato. Così va l'Italia dei disastri, dei regali e del gioco!

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Totem e tabù dell'era renziana

LUCIA ABBALLE - La minoranza di sinistra del Pd ha trovato nella difesa dell’articolo 18 e nell’opposizione al Job Act, proposto dal Governo Renzi, la sua ultima ed estrema frontiera di lotta. Le asprezze del dibattito consumatosi intorno al tema del lavoro trascende la ratio dei meriti e demeriti della riforma stessa. L’abolizione quasi definitiva dell’articolo 18 è diventata qualcosa di più di una semplice riforma; qualcosa che da tempo si sedimenta negli interventi carichi di animosità, livore e voglia di rivalsa. Essa rappresenta l’emblema della nuova sinistra italiana. L’articolo 18 ha mantenuto il suo valore simbolico e, nella sua parziale abolizione, il premier vuole misurare la propria capacità di cambiare non solo lo Stato ma il suo stesso partito. Pertanto, bloccare il Job Act in Parlamento è diventato un modo, ultimo e definitivo, per salvaguardare la tradizione di una sinistra italiana che si è nascosta, per decenni, dietro le proprie fortezze ideologiche e le ha usate per impedire ogni cambiamento vissuto come una profanazione, un tradimento della propria identità. La sinistra che proviene dall’esperienza del Pci e dalla Cgil nobilita ogni difesa corporativa con il richiamo rituale ai sacri principi violati dall’ ”usurpatore” di turno. Il carnefice di oggi si chiama Matteo Renzi e alla sua figura è legato il 40,8 per cento dei consensi alle ultime elezioni europee. La riforma del lavoro rivela tutte le scorie della rottamazione, più psicologiche che politiche, che non sono state smaltite. La geografia del Pd è ancora confusa e la sua definizione dipenderà dall’esito dell’esame in Parlamento della riforma del lavoro. 
A palazzo Madama, come è noto, i numeri assicurano a Renzi una maggioranza assai risicata: sette voti di scarto, che potrebbero venire a mancare per via dei dissidenti del Pd. Coloro, dunque, che durante la Direzione si sono divisi tra contrari e astenuti, consentendo un apparente accordo sull’abolizione parziale dell’articolo 18, potrebbero tornare ad unirsi quando la parola passerà ai gruppi parlamentari di Camera e Senato. Il mancato sostegno dei dissidenti del Pd alla riforma del lavoro potrebbe costringere il premier ad accettare i voti in Aula di Forza Italia. Pertanto, la vita del Governo rischia di essere appesa alle decisioni che assumerà Berlusconi al riguardo. Ciò autorizzerebbe gli avversari interni del Pd, che alle pulsioni antiberlusconiane non hanno mai rinunciato, essendosi politicamente formati con il mito negativo del Cavaliere, a trarne le ovvie conseguenze: la crisi di Governo. Un atteggiamento, questo, paradossale in quanto, al momento, una crisi dell’esecutivo, che prelude alle elezioni anticipate, non converrebbe né a Berlusconi né, tantomeno, alla minoranza interna del Pd che rischierebbe di vedere decimati i propri parlamentari. Ma negli arcaici rituali della politica italiana, non esistono solo rotture clamorose e voti anticipati: esiste la lenta agonia del leader. Renzi, al fine di esorcizzare la pulsione fratricida, suicida e nichilista che ha ispirato sino ad oggi la sinistra italiana, dovrà decidere, nei prossimi giorni, quale strategia adottare: continuare a sfidare tabù consolidati e apparentemente invalicabili oppure cedere ad un minimalismo di compromesso che, forse, potrebbe salvare “l’anima” della sinistra antica ma farebbe fallire, per l’ennesima volta, l’ambizione di una sinistra moderna e non più prigioniera dei suoi schemi.

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Se il buon giorno si vede dal mattino..

Il neo Ministro degli Esteri Gentiloni? Nulla sugli italiani all'estero
TORQUATO CARDILLI - Dopo 8 mesi di politica estera evanescente, condita da qualche gaffe, affidata ad una perfetta sconosciuta al grande pubblico come la ministra Mogherini, ora andata a sostituire un'altra nullità in Europa come Lady Ashton (chi ne ricorda un risultato positivo?), era necessario riempire quella casella, che detto per inciso non è una casella qualunque, ma quella di numero due del Governo.
Renzi avrebbe voluto in quel posto un'altra pollastrella per poter fare il galletto indisturbato, ed è salito al Quirinale portando con sé una rosa di nomi al femminile. Napolitano gli ha fatto capire che non se ne parlava, ha puntato i piedi e gli ha chiesto di dargli un nome incolore da non fare ombra a nessuno, ma con una esperienza di governo, capace di galleggiare tra le onde della crisi internazionale, una persona che avesse familiarità con i meandri delle mediazioni, con i fruscii delle tonache vaticane, che non fosse sgradito né all'altro contraente del patto del Nazareno, né agli Stati Uniti.
E' così che è stato fatto il nome di Gentiloni, proveniente dalla Margherita, cioè quella che era stata la stessa casa di Renzi. Gentiloni che era arrivato terzo alle primarie come Sindaco di Roma dietro Marino e Sassoli, aveva l'esperienza di aver attraversato il palcoscenico della politica italiana facendo sosta nei vari schieramenti e partiti dal movimento studentesco di Capanna a Democrazia proletaria, dal movimento dei lavoratori per il socialismo al partito di unità proletaria per approdare alla corte di Rutelli,  prima come addetto stampa e portavoce del Sindaco e poi come assessore al turismo e al Giubileo; ottimo trampolino per spiccare il volo verso Montecitorio, coronato dalla nomina a Ministro delle comunicazioni nel governo Prodi.
In questa veste avrebbe potuto realizzare il riassetto del settore televisivo (cioè riformare la legge Gasparri secondo i rilievi della Commissione Europea) ma preferì garantire a Mediaset la sua posizione di favore nel mondo mediatico italiano (leggi accentramento degli incassi pubblicitari: su un monte totale di 4,7 miliardi di euro le quote sono di 3,1 miliardi a Publitalia-Mediaset e 1,4 miliardi a Sipra-Rai), senza applicare la sentenza della Corte costituzionale del 1994 che aveva sancito che Rete 4 dovesse essere assegnata ad un altro operatore in omaggio al pluralismo delle frequenze. Tutti sanno come è andata a finire.
Ma torniamo alla nomina. L'appartenenza di Gentiloni alla Commissione Esteri della Camera, la sua presidenza della sezione Italia-Stati Uniti dell'unione interparlamentare, con il vantaggio di essere laureato in scienze politiche, ricco e di nobile famiglia, e, dicono i bene informati, conoscitore di tre lingue,  ne hanno fatto l'uomo ideale da far attraccare al parallelepipedo bianco della Farnesina, che per troppi anni è stato un guscio vuoto.
Anche se non manca qualche agiografo che gli accredita la funzione di ponte tra Washington e Gerusalemme menzionando la non casualità del viaggio negli Stati Uniti alla vigilia della nomina e dell'incontro, appena rientrato in Italia, con i maggiori rappresentanti della comunità ebraica italiana, nell'opinione pubblica non è stato suscitato nessun entusiasmo, nessun senso di rinnovamento, nessuna speranza di difesa degli interessi nazionali.
Chi sperava in una figura che potesse ridare dignità ad una politica estera abbandonata a se stessa, che potesse rivitalizzare un'amministrazione sclerotizzata che fosse capace di disegnare una strategia di lungo respiro è rimasto deluso. La sua prima dichiarazione pubblica, piatta, banale, sintatticamente scricchiolante, che qui riportiamo, ha disegnato sul viso dell'ascoltatore una smorfia di delusione " lavorerò in continuità con i governi precedenti (ma qui mica siamo a un cambio di governo!) e con il lavoro di Federica Mogherini (e che ha fatto la Mogherini?). L'Italia è un grande paese e la nostra politica estera deve contribuire sulle politiche dei diritti umani, sulle politiche globali, sul mediterraneo al ruolo che deve avere un grande paese"(sic!). Nulla di specifico sulla crisi economica internazionale, sull'Europa, sui rifornimenti energetici, sulla crisi ucraina, sulla nostra partecipazione alle missioni militari all'estero, sull'immigrazione illegale costante e sugli italiani nel mondo.
Quindi come primo atto il neo ministro non si è sottratto al rito teatrale della telefonata ai marò prigionieri in India per il solito bla, bla.
Se il buon giorno si vede dal mattino...

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Crisi Euro: Il MAIE proponeva, Tabacci irrideva

Dallo scorso agosto in Colorado (USA) è attivo il sistema della quasi moneta COjacks per rilanciare l’economia locale
Solo pochi mesi fa- eravamo in piena campagna elettorale per le europee - l’on. Ricardo Merlo ospite di Porta a Porta ne aveva parlato come di una possibile soluzione per uscire dallo stallo delle economie locali di certi paesi europei, come la Grecia e l’Italia.
In studio, il collega Bruno Tabacci aveva manifestato la sua insofferenza rispetto alla proposta, ostentando un atteggiamento di sufficienza, come a dire ” non accettiamo lezioni di economia da un italiano del Sudamerica”.
E anche Bruno Vespa non aveva nascosto una certa diffidenza per questa idea.
Ricardo Merlo, nel corso di quella puntata di Porta a Porta,  aveva solo anticipato quello che è, da poche settimane,  un “fatto” anche nell’economia del Colorado: i COjacks sono stati  ufficialmente lanciati  il 22 agosto.
“ L'obiettivo di queste “quasi monete", o valute parallele,  è  dare liquidità alle economie,  soprattutto a quelle che si trovano in uno stallo recessivo, come quella italiana”.
“Adesso anche il Colorado  ha intrapreso questa strada, perché si è capito che per rilanciare l’economia bisogna incentivare i consumi all’interno di comunità circoscritte - ha spiegato il Presidente del MAIE, e ha aggiunto - A certi soloni dell'economia voglio dire solo questo: guardiamo agli esempi “esterni” senza pregiudizi e senza diffidenza, ma con curiosità. I pregiudizi sono figli dell'ignoranza.  Forse abbiamo sotto il naso la soluzione per uscire dalla crisi e potrebbero essere proprio gli italiani all’estero  a suggerirla. Pochi giorni fa, anche la Radiotelevisión Española (RTVE)  aveva trattato il tem a, raccontando l’esperienza della quasi-moneta in questo paese. Vi invito a guardare il video con molta attenzione” – ha concluso il Presidente del MAIE.

Guarda il VIDEO

Vedi anche l'ARTICOLO dell'economista Pier Giorgio Gawronski sul Fatto Quotidiano

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