Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

Immigrazione: è il momento di cambiare

LUCIA ABBALLE - Ogni episodio che reca in sé un gran numero di vittime è classificabile come tragedia e, ogni volta che accade, ci diciamo che abbiamo raggiunto il colmo e che è arrivato il momento di cambiare. Le  circa 900 persone morte in un barcone in viaggio dalla Libia verso la Sicilia incarnano quella che può essere definita la più grande tragedia di mare dell’ultimo secolo di fronte alla quale, però, l’Italia ha saputo rispondere solo con appelli alla solidarietà e all’accoglienza umana. Anche questa volta si è raggiunto il colmo ed è arrivato il momento di cambiare. È stato questo lo schema dialettico che ha caratterizzato, per molto tempo, le situazioni di crisi internazionale su cui eravamo chiamati a rispondere come Paese di frontiera e che, dopo l’operazione “Mare Nostrum” iniziata con il tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 durante il quale sono stati accertati 366 morti, si pensava di non dover più replicare perché in quell’occasione si era raggiunto il colmo ed era arrivato il momento di cambiare. Dopo l’ultima tragedia del Mediterraneo, dopo le quasi 900 vittime, quanti altri morti saranno necessari affinchè la politica nazionale ed europea decida concretamente di intervenire per arginare il problema dell’immigrazione clandestina? Forse il ripetersi di criminose tragedie, nel tempo, ha reso più assuefatte e meno reattive le coscienze ma non si può liquidare un problema di questa portata levando al massimo qualche grido di dolore all’indifferenza dell’Europa. Ne va della sicurezza dell’Italia che, essendo il Paese di frontiera in questa crisi, ha l’urgenza di elaborare una precisa strategia di intervento da presentare all’Europa, definendone i tempi e le modalità. L’emergenza degli sbarchi è diventata, con il tempo, un problema esclusivamente italiano in quanto, sebbene molti dei migranti siano diretti verso altri Stati europei, l’Italia risulta essere la porta aperta dell’agognata Europa, il trampolino di lancio verso una nuova vita. Pertanto, alla doverosa accoglienza umana si oppone non soltanto una difficoltà oggettiva ad ospitare un numero sempre più crescente di profughi, ma soprattutto un problema di sicurezza interna. Oggi, il flusso più ampio proviene dalla Libia, lasciata colpevolmente nel caos dopo aver immaginato, nella Francia di Sarkozy, che fosse sufficiente togliere di mezzo Gheddafi per instaurare la democrazia. La Libia, le cui coste sono sottratte ad ogni forma di controllo politico- militare, è diventata, quindi, la piattaforma logistica perfetta per tutte le bande e organizzazioni armate che controllano il traffico di esseri umani e tra i profughi che potrebbe raggiungere l’Italia c’è il pericolo, neanche troppo lontano, che tra essi possano nascondersi terroristi e militanti del califfato. Ai migranti libici, si aggiungono quelli provenienti dai Paesi limitrofi, a loro volta resi più fragili dalle nuove emergenze. Basti pensare, ad esempio, alle pesanti difficoltà in cui verte la Tunisia invasa da centinaia di migliaia di libici che hanno esposto la giovane democrazia al terrorismo e all’instabilità economica e sociale.
Di fronte a questo preoccupante scenario l’Italia deve, dunque, cominciare a ragionare sul da farsi, nel caso in cui la comunità internazionale continui a mostrarsi sorda o reticente rispetto alle nostre pressioni; deve pretendere di essere ascoltata in ordine alle soluzioni proposte, tra cui emerge quella dell’approntamento di un blocco navale all’interno delle acque territoriali libiche che la nostra Marina potrebbe perfettamente gestire; deve chiedere più risorse all’Unione europea che si è già distinta per l’esiguo finanziamento destinato all’operazione “Triton”, partita il 1° novembre 2014 con lo scopo di operare il controllo delle frontiere; deve essere promotrice di un cambiamento che ancora oggi stenta a realizzarsi, nonostante le tragedie ed i morti.
Questa volta abbiamo davvero raggiunto il colmo ed è arrivato il momento di cambiare. Ora o mai più.

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Tragedia infinita ed eterna ipocrisia

TORQUATO CARDILLI - Caro Direttore, di fronte alla tragedia infinita dell'ennesimo naufragio con centinaia di morti che altro si può fare per smuovere le coscienze addormentate e gli intelletti intorpiditi degli uomini politici, primi della classe in ipocrisia e altrettanto abili nell'occuparsi solo del proprio orticello?
Sul tuo giornale lo scrivo da anni. Ad un costo economico largamente inferiore a quello che abbiamo sostenuto fino ad ora, ma con il premio di una gloria per il prestigio nazionale restaurato, avremmo dovuto dichiarare subito il mare libico res nullius e occuparlo con un blocco navale fino a quando la Libia, che non esiste più come entità statuale, non rientrerà nel gioco delle nazioni con cui interloquire.
In politica estera conta molto il fatto compiuto. E' per questo che avremmo già dovuto dichiarare unilateralmente che i nostri confini non iniziano in alto mare,  ma sulla spiaggia africana di quello Stato che non è in grado di controllare i movimenti dei suoi natanti.
Non c'è bisogno di aspettare nessuna autorizzazione dell'ONU che non verrà mai perché non sono in gioco gli interessi dell'America, né dell'Europa che se ne fotte; anzi Francia, Germania e Inghilterra in fondo sono felici che l'Italia sia alle prese con questa grossa grana, così ci si impedisce di rialzare la testa. Per noi si tratta non di un'operazione di guerra come in Afghanistan, ipocritamente definita di pace, ma di una questione suprema di difesa e di sicurezza nazionale. Dovremmo partire e poi se l'Europa vorrà accodarsi ben venga.
Il pendolo delle relazioni italo-britanniche, italo-francesi, italo-tedesche ha oscillato dall'amicizia all'inimicizia e viceversa, ma non ci ha mai garantito il rango di parità, quando sono in gioco la potenza militare, l'endurance nazionale, l'intelligence, campi nei quali dobbiamo riconoscere che siamo surclassati per cultura strategica, per tradizione politica, per proiezione  militare.
Ci sarebbe da porsi la domanda come mai le motovedette libiche si permettono di intercettare i nostri pescherecci ma si guardano bene dal controllare chi parte dalle loro coste. Perché? Perché c'è di mezzo un business di 34 miliardi di dollari all'anno che fa gola ai libici, alla camorra, alla mafia, a cosa nostra tanto è vero che i gommoni usati sono forniti dall'Italia, così come i salvagente e i telefoni satellitari con cui chiamare  sistematicamente i soccorsi e garantire a terra i servizi essenziali di prima accoglienza.
Una volta il traffico di esseri umani era gestito direttamente da Gheddafi come arma di pressione nei nostri confronti. Così gli abbiamo regalato le motovedette e Berlusconi gli ha dato tutti gli onori impegnandosi alla costruzione dell'autostrada da 25 miliardi di euro.
Oggi siamo già in ritardo nello stroncare per sempre questo tipo di traffico di esseri umani: piuttosto che piangere e piatire il soccorso europeo in soldi e strumenti, dovremmo  affondare nei porti libici tutti i natanti esistenti e dare un colpo alla criminalità organizzata che specula sui disperati, evitando centinaia di migliaia di profughi e migliaia di morti in fondo al mare.
Certo senza soldi non si fa nulla, ma ancor meno di nulla si fa se non si hanno idee e soprattutto senza avere una strategia.
Forse che qualcuno si è mai domandato cosa voglia l'Italia oggi? Quali obiettivi a lungo termine persegue? Fatta la tara agli annunci propagandistici ed alle promesse lacrimose sui cadaveri di Lampedusa (c'erano tutti due anni fa da Alfano a Grasso, dalla Boldrini a Bersani, da Barroso a Van Rompuy di fronte alle 373 bare) dove sono i fatti? In realtà agli italiani non è mai stato spiegato se vogliamo effettivamente fermare questo commercio di schiavi e risolvere in un senso o nell'altro il puzzle libico.
Due secoli fa, l'ammiraglio americano Stephen Decatur, già eroe della guerra del 1812 contro la Gran Bretagna e della seconda guerra contro la pirateria berbera nel Mediterraneo, nel corso di un banchetto celebrativo, brindò con la frase: "our country in her intercourse with foreign nations may she always be in the right; but right or wrong, our country!".
Questo aforisma ci riporta con amarezza a constatare la miseria morale di una classe politica inadeguata, che pur avendo fatto di tutto nell'ultimo decennio per sminuire l'importanza dell'Italia nel mondo, ancora non si è vergognata abbastanza per aver abbandonato due legionari della marina militare italiana in India.
Forse varrebbe la pena riproporre in un numero speciale gli articoli Mare nostrum a parole del 30.6.2014, Immigrazione e interesse nazionale dell'1.10.2014, La voragine 15.2.2015 e Corsi e Ricorsi del 19.2.2015.
 
 
Mare nostrum a parole (30.6.2014)
Più di tre anni fa, su queste colonne, veniva sottolineata l'importanza del "mare nostrum" (vedi l’articolo del 7.3.2011) per gridare che era arrivato il momento di spezzare la catena delle morti inutili di soldati italiani mandati in Afghanistan, senza farsi ipnotizzare da una propaganda sparsa a piene mani, per cui chi sosteneva che le nostre risorse umane, finanziarie, tecniche andavano indirizzate a fini più immediati di sicurezza nazionale, veniva scambiato per disfattista contrario al benessere del suo Paese.
In questi anni sono cambiati tre governi, ma la musica è rimasta la stessa. Il paese ha continuato a tracannare retorica (dovremmo pure comprare gli F35 che si guastano ad ogni prova!) scambiata per amor di patria, mentre in realtà è solo un trucco per coprire la propria vergogna, per superare la propria incapacità ad indicare un obiettivo concreto, per nascondere le proprie responsabilità morali e politiche, per far dimenticare che alla guida del paese ci sono degli inetti che promettono l’uscita dalla crisi, che parlano solo di speranza e che mentono sui sacrifici che bisogna affrontare ogni giorno.
Ora ci siamo dimenticati della guerra in Afghanistan del servizio reso agli alleati americani di cui abbiamo assecondato tutte le richieste incuranti che al momento opportuno a Washington si decide e si agisce senza consultare Roma (vedi trattative segrete con i Talebani), nonché dell’aiuto offerto ad un signore che ha truccato le elezioni, che ha fatto aumentare il contrabbando, che ci ha superato in fatto di corruzione, che dopo 10 anni di guerra controlla meno della metà del paese.
Insomma in questi anni, nonostante le spese regolarmente approvate da un parlamento di incapaci, non abbiamo risolto nessuno dei nostri problemi di sicurezza. La nostra politica estera è stata assente (non siamo stati neppure capaci di risolvere la questione dei due marò prigionieri in India), quella di sicurezza nazionale è evanescente e incurante di quanto accade nelle nostre città ed ai nostri confini meridionali. Non sono stati ripensati gli orizzonti, non è stata disegnata alcuna strategia più vicina agli interessi degli italiani, ma si è continuato a mentire sui rapporti con l'Europa, sulle responsabilità del non avere impedito l'invasione da Sud dei disperati.
Dall'incendio del Nord Africa e del Medio Oriente, dai sanguinosi eventi di Libia, Tunisia, Egitto, Siria, Iraq non abbiamo tratto nessuna lezione, siamo andati avanti alla cieca facendo finta di nulla di fronte a organizzazioni criminali che accumulano ogni giorno milioni di dollari alle spalle dei disperati e, più a valle, di tutti gli italiani che ne pagano le conseguenze.
L'Italia è la portaerei naturale dell'Europa nel Mediterraneo, un ponte che è facilmente raggiungibile da quel trampolino di lancio che è la Libia. Così si riversano a casa nostra migliaia e migliaia di persone (solo dall’inizio del 2014 sono 60.000) in cerca di libertà e di fortuna, senza renderci conto che andando avanti di questo passo l'invasione da Sud comprometterà per sempre l'equilibrio sociale, economico, sanitario, culturale della nostra società, già piagata dalle scarcerazioni facili, dalla mafia, dalla camorra, dalla criminalità di strada.
Riesumando l'espressione latina "mare nostrum", utilizzata dai romani per avvertire tutti i popoli del Mediterraneo che su quel mare non si poteva scherzare né violare impunemente la legge romana, chi ci governa ha affidato alla nostra Marina Militare il compito di traghettatori gratuiti di quanti hanno pagato ad altri il biglietto di viaggio e di recupero dei cadaveri di quelli che non ce l'hanno fatta.
Perché non utilizzare tutta la nostra forza industriale, di polizia economica, di organizzazione militare per concentrarci sulla difesa di questo mare (che rappresenta solo il 3% delle acque del globo ma che è luogo di transito del 20% dei commerci mondiali) unica barriera offertaci dalla natura?
Per giorni le televisioni racconteranno dei cadaveri stipati sotto coperta dei barconi della morte che fanno rotta verso il canale di Sicilia, gestiti da un’organizzazione di scafisti che non può sfuggire a servizi segreti che si rispettino (dovrebbero sapere persino come si spartiscono i soldi), mentre il pezzo forte dei notiziari sarà la battaglia della riforma del Senato come se questa potesse darci più sicurezza, anziché essere un puntiglio del presidente del Consiglio.
Quante volte, di fronte alle salme dei disperati morti in cerca di fortuna i nostri politici hanno versato lacrime di circostanza e espresso solidarietà vuota alle famiglie? Da Letta alla Boldrini, da Alfano al Capo dello Stato, dal Papa che si è recato a Lampedusa ai leader di partito, tutti hanno recitato la loro parte, mentre ancora una volta il popolo italiano assiste a viaggi tragici nel Canale di Sicilia: un barcone con oltre 600 emigranti, con un carico di una trentina di morti per asfissia, è stato soccorso da una nave della Marina Militare italiana, mentre altre unità della Guardia costiera hanno soccorso altri 7 barconi con più di  1.650 occupanti carichi di disperazione.
Renzi, che per 6 mesi avrà la presidenza di turno, ha fatto ora la scoperta che bisogna chiedere il coinvolgimento dell'Europa. Alfano orgoglioso che la nostra Marina Militare sia svilita a rango di protezione civile ripete che l’operazione Mare nostrum non può durare all'infinito. Sembra che Juncker (designato da 26 paesi su 28 come prossimo presidente dell’UE) convinto dai nostri sia intenzionato ad includere nel suo esecutivo un Commissario ad hoc per l’immigrazione. Parole, intanto, gli ambigui traffici affaristici in Sicilia di organizzatori e profittatori di poveri clandestini continuerà.
Cosa fece la Francia quando la flottiglia di Greenpeace ostacolava i suoi esperimenti nucleari in un atollo del pacifico? Non esitò ad affondare i natanti pacifisti senza chiedere permesso a nessuno, né scusarsi. E come si è comportata l’Australia di fronte alla possibile invasione di vietnamiti e cambogiani?
Come stroncare di netto questo commercio di carne umana (60 mila ingressi nel solo 2014 significano un bottino per la criminalità di almeno 120 milioni di dollari) da parte di trafficanti dotati di tutte le attrezzature necessarie dai telefoni satellitari alle navi madri, nonché delle puntuali informazioni sulle rotte di pattugliamento delle nostre navi militari?
Abbiamo dimenticato la grande tradizione di sensazionali imprese degli incursori di marina come quella dell’isola di Premuda o nei porti di Malta, Alessandria d’Egitto, Gibilterra?
Il Comsubin è uno dei reparti d'elite, con unità di palombari e sommozzatori specializzati nella bonifica degli ordigni in mare e per azioni di commando, di infiltrazione in zone ostili, per attacchi a installazioni portuali e costiere, o per operazioni di sabotaggio e distruzione di unità navali e mercantili in porto o alla fonda.
Sarebbe sufficiente che un pugno di incursori (che sfilano ogni anno a vuoto nella parata del 2 giugno) andasse nei porti libici a sabotare e affondare sul posto tutte le barche in grado di prendere il largo. Poi potremmo permetterci anche il lusso di indennizzare la perdita dei natanti, fornendone di nuovi al governo libico ritenuto responsabile, fabbricati da noi, dotati di microchip rilevabili via satellite.
Guadagneremmo il rispetto di un’Europa incapace di una politica estera e di un atteggiamento solidale e risparmieremmo anche i 40 euro che spendiamo al giorno per ogni immigrato, oltre agli enormi costi sanitari e sociali di una presenza così massiccia di immigrati, che finiscono per ingrossare le fila della malavita e della criminalità.
Se la Libia non è in grado di fermare l'esodo abbiamo tutto il diritto di occupare temporaneamente con delle teste di ponte il litorale da cui partono le barche dei delinquenti, moderni schiavisti. Questa non sarebbe guerra, ma un’operazione di polizia in difesa preventiva del paese. O invece c’è qualcuno da noi che è interessato a far continuare il traffico che significa anche lucrosi contratti in Italia per la sussistenza dei profughi?

Immigrazione e interesse nazionale (1.10.2014)
Il colonnello Gheddafi, nel primo decennio dalla conquista del potere (1970-1980), si impegnò sistematicamente a perseguire la pubblica umiliazione dei paesi considerati imperialisti come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l'Italia. Prima chiuse le basi militari straniere, poi nazionalizzò il petrolio, quindi diede libero sfogo all’assalto delle rispettive ambasciate e espulse in quattro e quattro otto ben 20 mila italiani residenti da anni in Libia dopo averli depredati di tutto.
Non contento di questa rivoluzione domestica non esitò a sostenere il terrorismo internazionale con vari attentati all’estero (discoteca di Berlino, aereo di Lockerbie ecc.). Resosi conto che con noi, vicini di casa, poteva fare la voce grossa senza le bombe si accontentò di sequestrare i pescherecci di Mazara del Vallo per indurci ad ingaggiare defatiganti negoziati che puntualmente si concludevano con la liberazione dei marinai e il dissequestro delle imbarcazioni dietro pagamento di multe e di concessioni politiche in merito ai danni di guerra. Infine intuì che poteva condizionare il nostro atteggiamento e la nostra politica estera ricorrendo ad un altro strumento ben più convincente: la minaccia dell'immigrazione selvaggia.
Prima della guerra scatenata da Francia, Inghilterra e Stati Uniti nel 2011 e del completo disfacimento della Libia, utilizzava l'immigrazione clandestina come una pistola puntata alla nostra tempia quale strumento per ricattarci e per riaffermare di fronte al mondo la sua capacità di tenerci sulla corda, arrivando persino ad ottenere l'umiliazione di Berlusconi chinato a baciargli pubblicamente la mano.
Abbiamo aderito con riluttanza, ma senza condizionamenti e senza prospettive, a quella guerra e i nostri strateghi politici, militari e di intelligence non sono stati capaci di prevederne le conseguenze né di attuare una seria politica di difesa degli interessi nazionali.
Dall'inizio del secolo, a richiesta degli Stati Uniti o della Nato ci siamo svenati con contributi di sangue e finanziando le missioni militari internazionali, ipocritamente definite missioni di pace, dall'Irak all'Afghanistan, con un costo superiore ai 5 miliardi di euro (l'ultimo rifinanziamento di 400 milioni di euro fino al 31 dicembre 2014 risale a qualche settimana fa) ma non abbiamo mai ottenuto nulla.
Non siamo stati capaci nemmeno di condizionare il nostro impegno internazionale militare e finanziario (siamo il quinto contributore al bilancio dell'ONU) alla liberazione dei marò imprigionati in India da due anni ed i vari Governi delle larghe intese, palesi e nascoste, hanno sistematicamente abdicato al dovere della protezione degli interessi nazionali.
Come? Ricorrendo ad una delle tecniche più diffuse, cioè quella di distogliere l'attenzione dei cittadini dalle questioni più scottanti per coinvolgerli in discussioni sui massimi sistemi o su aspetti marginali del funzionamento dello Stato gabbandoli per riforme epocali.
In tempi di spending review, di prelievi forzosi dalle tasche di tutti, di tagli indiscriminati, sarebbe già un grosso risultato se potessimo ridurre il fiume di denaro che spendiamo ogni giorno per sostenere l'afflusso di rifugiati che abbandonano i loro paesi pur di mettersi in salvo. Spesso non ce la fanno e finiscono in fondo al Mediterraneo che ormai è diventato un cimitero di disperati.
Non saprei dire quanti tra Ministri, deputati, senatori, grandi burocrati siano al corrente del contenuto del cosiddetto regolamento Dublino II 2003/343/CE (che ha sostituito la precedente Convenzione di Dublino) e il regolamento Eurodac.
Il Regolamento Dublino II, adottato nel 2003 (chi era al Governo in Italia? E dove era la Lega?) dai dodici stati storici dell'Europa unita (Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito, cui si sono aggiunti nel tempo Austria, Svezia, Finlandia e Svizzera), determina quale sia lo Stato dell'Unione competente ad esaminare la domanda di asilo o di riconoscimento dello status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra, mentre il regolamento Eurodac istituisce la banca dati a livello europeo delle impronte digitali degli immigrati clandestini.
Questi accordi internazionali attribuiscono in modo inequivocabile al primo paese, frontiera di ingresso nell'Unione Europea da parte del profugo, la competenza all'esame della sua domanda di asilo.
Perché è stato adottato? Per impedire ai richiedenti il cosiddetto shopping dell'asilo, cioè la presentazione della domanda a più Stati, nonché per ridurre il numero dei profughi vaganti che si spostano da uno Stato all'altro. A chi faceva comodo questa disposizione? Non certo all’Italia la cui diplomazia sclerotizzata non ha capito le nefaste conseguenze né ha prontamente sconsigliato al governo composto di incapaci e al parlamento di inetti che votano senza sapere quello che fanno, di aderire a scatola chiusa a una misura che ci avrebbe condannato.
Dato che il primo paese d'arrivo è quello ritenuto responsabile di tutta la trafila burocratica è ovvio che l'Italia si è messa da sola il cappio al collo. Il nostro paese è sempre stato considerato, piazzato com'è in mezzo al Mediterraneo, il posto ideale di primo attracco per chi voglia scappare da un teatro di guerra, di persecuzioni, di carestie, di malattie ecc., dove le regole valgono fino ad un certo punto, dove il clima è temperato, dove la gente è normalmente ospitale e solidale, dove si mangia alla grande con l’intento di spostarsi, fortuna permettendo, in paesi dall'economia più forte (Germania, Francia, Svezia, Svizzera).
Sbarcare a Lampedusa, o in Sicilia, o sulla costa calabra è dunque visto come un sogno, che noi non siamo capaci di interrompere, e che frutta ai trafficanti di disperazione centinaia di milioni di euro e ne costa al nostro erario altrettanti.
Solo nei primi nove mesi del 2014 sono arrivati in Italia oltre 140.000 profughi in gran parte lasciati allo sbando ad ingrossare le file della criminalità o dell’industria del falso e se per ipotesi ne arrivassero dall'Africa o dall'Asia uno o due milioni tutti in base ai predetti accordi internazionali dovranno restare nel nostro Paese.
Uno Stato che salvaguardasse gli interessi nazionali (perché gli USA impediscono severamente l'immigrazione clandestina dal Messico, gli Israeliani da Gaza, gli Australiani dal sud est asiatico?) dovrebbe disdettare subito il Regolamento di Dublino e consentire a chi arriva in Italia, la possibilità di scegliersi il Paese che preferisce, magari di cui già conosce la lingua o per favorire ricongiungimenti familiari.
E invece il Ministro degli Esteri Mogherini è scomparso dai radar della politica estera attiva mentre il Ministro dell'Interno Alfano si limita a piagnucolare con l'Europa di rafforzare lo strumento del Frontex in ausilio all'operazione mare nostrum.
Capito in che mani stiamo?
 
 
La voragine (16.2.2015)
L’anno 2015, per gli amanti della cabala, sarà un anno infausto. Ricorrono il bicentenario della restaurazione sancita dal congresso di Vienna, chiuso una decina di giorni prima della definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo, e il centenario del nostro ingresso nella carneficina della prima guerra mondiale, i cui foschi ricordi fanno da sfondo ad una realtà molto preoccupante. Qui non si tratta di essere disfattisti, catastrofisti o gufi, ma di aprire gli occhi di fronte all’encefalogramma piatto della nostra politica estera e alla voragine, tipo buco nero, del debito della Grecia e dell’Italia.
Dall'Ucraina alla Siria, dall'Afghanistan allo Yemen, dall'Iraq alla Libia, dall’Egitto alla Nigeria è come se stessimo seduti su una polveriera. Gli attentati terroristici in Europa, intervallati dai raccapriccianti video di esecuzioni dei tagliagola del califfato o dei rapimenti di Boko Haram, si fanno sempre più audaci e le minacce alla nostra sicurezza sempre più gravi, mentre i barconi di disperati che riescono a scampare al naufragio continuano a rovesciare sulle nostre coste centinaia di diseredati e di cadaveri, superstiti rispetto a quelli finiti a fondo.
Fino a quando le nostre relazioni internazionali (su cui torneremo) resteranno affidate a politici di terza o quarta fila che non sono riusciti a venire  capo della vicenda dei marò, che parlano di guerra senza sapere quello che dicono, che vagheggiano la guida di alleanze sulla carta, non c’è speranza che il nostro paese possa esercitare un ruolo neppure nel Mediterraneo.
La Grecia tiene l'Europa con il fiato sospeso per il rifiuto di sottostare al diktat della troika e minaccia di compromettere la stabilità dell’euro zona, mentre in Italia l'economia non tira come promesso e larghe fette della popolazione sono in grave sofferenza.
CORSI E RICORSI (19.2.2015)
 
Mi sono occupato più volte, anche da queste colonne, di Libia, paese dove ho vissuto per quasi quattro anni, per cercare di individuare la politica più rispondente agli interessi nazionali.
I fatti di questi giorni (minacce islamiste, rapimenti, estorsioni, immigrazione clandestina continua, reati vari contro lo Stato) e le reazioni scomposte di alcuni politici italiani ci riportano indietro di 100 anni, alla storia degli antichi rapporti tra Roma e Tripoli. Proviamo a leggerne le similitudini ed evitiamo di ripeterne gli errori.
Nel 1900 l’Italia viveva il cosiddetto periodo giolittiano in cui destra e sinistra avevano perduto quasi ogni significato con molti deputati, che - si diceva allora - entravano in Aula dalla porta di sinistra, facevano qualche esperienza e dopo poco tempo, compiuto il giro del semicerchio, entravano dalla porta di destra, o viceversa. Era una fase politica che alcuni definivano "priva di ideali e di fede"; e che aveva svuotato completamente le rivendicazioni dei lavoratori, Come oggi.
Da tempo l‘Italia aveva stabilito insediamenti commerciali in Tripolitania (il nome romano di Libia sarà utilizzato solo dopo la conquista italiana) con l’apertura in varie città di Consolati, di uffici postali, di scuole, di ambulatori, di agenzie, di banche e molte imprese incoraggiavano l'emigrazione e il commercio. Questa penetrazione pacifica però era osteggiata tanto dai funzionari del governo turco quanto dai beduini retrogradi e conservatori, gelosi della tradizione tribale. Continui erano gli atti di angheria e di sopraffazione in varie parti del territorio ottomano (ci fu il rapimento della figlia sedicenne di un funzionario italiano delle ferrovie, convertita forzatamente all’Islam e data in moglie a un musulmano, l’uccisione di alcuni sacerdoti, le rapine contro commercianti, ecc.). Come oggi.
In Tripolitania l'ostilità delle autorità ottomane, aperta o subdola, aveva l’obiettivo di contrastare gli interessi economici e commerciali dell'Italia. Le domande di concessioni fatte da imprese italiane (acqua, molini, oleifici, impianti tecologici, lavori stradali ecc.) erano sistematicamente boicottate o ritardate per corruzione, rendendo difficili l'acquisto di terreni e le volture catastali mentre persino la missione archeologica italiana, veniva ostacolata; il tutto in flagrante violazione delle capitolazioni.
A Roma gli ambienti nazionalisti, finanziari e religiosi incominciarono ad esercitare pressioni sul governo per una forte presa di posizione, perfino di carattere militare, contro la Turchia e la stampa cattolica alimentava la propaganda imperialista presentando l’eventuale guerra come una nuova "crociata contro gli infedeli" mentre l'occupazione della Tripolitania  avrebbe rappresentato un’acquisizione di anime alla cristianità. Scesero in campo persino vari esponenti della cultura del tempo per celebrare le “canzoni delle gesta d’oltremare” (D’Annunzio) o per divulgare lo slogan “la grande proletaria s’è mossa (Pascoli).
Come oggi.
Sul piano internazionale la Francia non era contenta di vedere l'Italia a ridosso delle sue colonie, ma dopo aver sistemato a fatica la questione marocchina, non poteva avanzare ulteriori rivendicazioni sul Nord Africa; la Russia, viceversa, per via della sua tradizionale ostilità antiturca (il ricordo della guerra di Crimea era ancora vivo) vedeva volentieri un’espansione italiana ai danni dell’impero ottomano, così come l'Inghilterra, che desiderava evitare a tutti i costi l'insediamento nel Mediterraneo della Germania sospettata di mire espansionistiche dopo la Conferenza di Berlino del 1888. Quest’ultima essendo alleata dell’Italia non era intenzionata a incrinare l’alleanza per un lembo di deserto ed anzi era portata a condizionare anche l’impero asburgico verso un atteggiamento di benevolenza.
Su questa tela di fondo, tutto sommato favorevole o non particolarmente ostile da parte delle varie potenze nei confronti dell’espansione italiana, si scorgeva in trasparenza anche il recondito auspicio delle cancellerie europee che l'Italia potesse sbattere in Africa il muso per la seconda volta (dopo la tremenda batosta di Adua di 15 anni prima) dato che negli ambienti militari internazionali, che avevano sperimentato direttamente il valore dei Turchi, l'esercito italiano non riscuoteva una buona reputazione.
Come oggi.
Scontando la neutralità o il disinteresse europeo alla vicenda, il ministro degli esteri Antonino Paternò di San Giuliano interpretò le pressioni dei nazionalisti, dei liberali, dei cattolici, come una spinta a lavare l’onta al prestigio nazionale inferta da Menelik, e assecondando gli interessi economici degli imprenditori, volle passare all’azione nel timore che il trascorrere del tempo potesse rischiare di fargli perdere il momentum favorevole all’impresa.
Come oggi.
Così il 28 settembre 1911 ordinò al nostro incaricato d’affari a Costantinopoli De Martino di consegnare alla Sublime Porta una durissima nota di protesta per le angherie cui erano soggetti a Tripoli gli Italiani e avvertiva che sarebbe stato considerato un atto gravemente ostile l'approdo in quel porto di navi militari turche (pur sapendo, o anzi proprio perché sapeva, e voleva creare il casus belli, che una nave militare aveva già lasciato il Bosforo per Tripoli) che si concludeva con l’ultimatum di accettare l’intervento diretto italiano per la protezione degli interessi dei propri cittadini, ultimatum a cui l’impero ottomano avrebbe dovuto rispondere con soddisfazione entro 24 ore.
Istanbul rispose in modo ritenuto insoddisfacente dal Governo italiano che era ormai intenzionato all’azione militare, perché non garantiva la sicurezza degli italiani, perché la disposizione ad accordare all'Italia le concessioni economiche era condizionata ad una imprecisata compatibilità con la dignità e la tradizione del Paese, e perché la nave con i rifornimenti militari era già arrivata prima della scadenza dell’ultimatum. Parallelamente i capi arabi tripolini telegrafavano al Governo inglese pregandolo di intervenire per impedire l'occupazione italiana. La stampa turca minacciava l'espulsione di tutti i cittadini italiani dall'impero ottomano e la proclamazione della guerra santa, promuovendo comizi e dimostrazioni contro l'Italia, mentre nelle città libiche gli "ulema" predicavano lo sterminio degli infedeli e specialmente degli Italiani. Le stesse cose che dicono oggi i terroristi dello Stato islamico.
Il 29 settembre l’incaricato d’affari italiano per ordine di Vittorio Emanuele III presentò al gran visir questa dichiarazione di guerra: Il termine che il Governo italiano aveva accordato al Governo turco è trascorso senza che gli pervenisse una risposta soddisfacente a conferma del malvolere o dell'impotenza di cui il Governo e le Autorità imperiali hanno già fornito numerose prove specialmente per ciò che concerne la tutela degli interessi o dei diritti italiani in Tripolitania e in Cirenaica. Il governo italiano si vede per conseguenza obbligato a provvedere direttamente alla salvaguardia di quei diritti ed interessi come della dignità e dell'onore del Paese con tutti i mezzi di cui dispone. Gli avvenimenti che seguiranno non potranno essere considerati altrimenti che come la conseguenza necessaria, per quanto penosa, del contegno adottato da lungo tempo dalle Autorità dell'impero di fronte all'Italia. Essendo quindi interrotte le relazioni d'amicizia e di pace fra i due Stati, l'Italia si considera da questo momento in stato di guerra con la Turchia.
La guerra italo-turca iniziò il 30 settembre 1911 con la partenza della squadra navale italiana, forte di 34.000 uomini che diventarono poi col tempo ben 80.000, accompagnata dalle note della canzone “Tripoli bel suol d’amore, sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon”. Essa durò poco più di un anno fino al 18 ottobre 1912 e costò all’Italia 3.431 morti e 4.220 feriti, mentre i turchi, con una forza schierata di poco più di 28.000 uomini aiutati da alcune migliaia di mehalla irregolari ebbero quasi 9.000 morti.
Le operazioni militari furono inframmezzate da episodi di rara crudeltà: 290 bersaglieri attratti in un’imboscata a Sciara Sciatt, nei pressi di Tripoli, furono fatti prigionieri e trucidati dopo indicibili torture (accecati, evirati, crocifissi, bruciati vivi, decapitati, tagliati a pezzi) con inevitabili rappresaglie da parte italiana con procedimenti sommari di fucilazioni e impiccagioni di oltre 1.000 civili.
Come fanno oggi quelli dell’Isis quando sgozzano i civili catturati o trucidano nel dolore i militari fatti prigionieri.
Fin qui la storia di un secolo fa. A 100 anni di distanza da quei fatti, il 17 febbraio 2011 il popolo libico si rivoltava contro Gheddafi che aveva tenuto sotto controllo il paese per 42 anni con un pugno di ferro. Il presidente Sarkozy nel tentativo di recuperare il consenso perduto presso il popolo francese e il premier britannico Cameron, sempre in prima fila quando si tratta di menar le mani, colsero al volo l’occasione dell’aperta rivolta iniziata a Bengasi e propagatasi a Misurata per regolare i conti in sospeso con Gheddafi. I primi raid aerei furono lanciati contro il grosso del potenziale militare di Gheddafi ancor prima che ci fosse una decisione favorevole delle Nazioni Unite e della Nato che servirono come foglia di fico successiva, per nascondere la vergogna di un’aperta violazione delle convenzioni e del diritto internazionale. E l’Italia dapprima riluttante si accodò mestamente all’aggressione temendo di perdere i suoi investimenti ed interessi petroliferi.
La schiacciante superiorità aerea degli alleati costrinse Gheddafi a vedere cadere una alla volta in mano ai rivoltosi le città libiche che avevano resistito eroicamente alle sue cannonate, e a rintanarsi sempre di più nel bunker di Tripoli finché non ne fuggì il 23 agosto per evitare la cattura. Ma ormai era diventato una preda disperata; due mesi dopo, il 20 ottobre 2011, fu catturato a Sirte in u rifugio antiaereo da una banda di rivoluzionari che lo uccisero facendone strazio e filmando il vilipendio del cadavere.
Mentre il Consiglio Nazionale Transitorio dichiarava la "liberazione" della Libia, nessuna delle potenze intervenute a dar man forte ai rivoltosi contro Gheddafi aveva pensato minimamente al dopo, salvo gli americani che si preparavano a ricorrere al vecchio metodo della utilizzazione degli esuli per riportare in Libia il generale libico Haftar (ex comandante di Gheddafi nella guerra del Ciad e riparato negli USA) con lo scopo di creare un governo fantoccio.
L’anno successivo si tennero le prime elezioni libere in cui ebbe il sopravvento l’ala moderata laica di Mahmud Jibril, ma il Paese era in preda alla violenza delle milizie di ex ribelli che non avevano ceduto le armi dopo la caduta del regime, di gruppi di ufficiali e soldati gheddafiani sbandati, di delinquenti comuni che avevano saccheggiato le armerie, di fanatici musulmani che spingevano nel rafforzare le spinte autonomistiche regionali verso l’antico sistema tribale.
In questo clima la ricorrenza dell’anniversario dell’attentato alle torri gemelle di New York, fu festeggiata l’11 settembre 2012, con l’assalto al Consolato degli Stati Uniti a Bengasi da parte di un gruppo di al Qaeda, detto Ansar al Sharia, che non si limitò all’incendio e al saccheggio  dell’immobile ma uccise  l'ambasciatore americano Chris Stevens e tre funzionari della Cia che lì operavano con copertura diplomatica.
Nei mesi successivi altre Ambasciate occidentali vennero prese di mira e costrette a chiudere i battenti per le minacce dei miliziani che assaltarono a Tripoli anche diversi ministeri (Giustizia, Esteri, Interno) per ottenere una specie di riconoscimento politico.
Solo ad ottobre dell’anno dopo (2013) diventò chiaro a tutti lo scopo dell’infiltrazione degli agenti della Cia in Libia: con un blitz di forze speciali americane eliportate da una portaerei riuscirono a catturare a Tripoli Abu Anas al Libi, un responsabile di al Qaeda, considerato l’organizzatore degli attentati del 1998 alle Ambasciate americane in Kenya e Tanzania che causarono centinaia di vittime (al Libi morirà, si dice per malattia, in un carcere americano a gennaio 2015, anche se si è fatta strada l’ipotesi che non abbia resistito alle torture a cui era stato sottoposto).
L’operazione del commando americano scatenò polemiche e proteste che sfociarono nel sequestro popolare del primo ministro Zeidan, ritenuto colluso con gli americani. A quel punto il generale Khalifa Haftar diede il via, con il sostegno finanziario e strumentale americano, all'operazione “dignità" contro le milizie islamiche a Bengasi. Accusato all’inizio di tentativo golpista nei mesi successivi fu riassorbito nelle forze armate regolari contro i jihadisti.
A quattro anni esatti dall’inizio della rivolta contro Gheddafi, nella più colpevole indifferenza dell’Occidente (gli americani come costume conducevano una partita tutta loro senza scambio di informazioni con gli alleati), la Libia sprofondava nella più totale anarchia, teatro di guerra aperta tra bande e milizie islamiche di varie tendenze, spaccato in due, con due parlamenti e due governi (uno a Tobruk di Abdallah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro, distante 1200 kilometri, a Tripoli di Omar al Hassi, vicino ai fratelli musulmani) di cui nessuno autorevole e in controllo della situazione. In mezzo, nella città di Derna, gli estremisti islamici proclamavano la rinascita del califfato e l'alleanza con lo Stato islamico.di Abu Baktr al Baghdadi che, in breve tempo, raggiungeva anche Sirte e i sobborghi di Tripoli.
E proprio qui l’attentato terroristico contro l’hotel Corinthia (gennaio 2015), il più lussuoso della capitale libica, frequentato da diplomatici e uomini d’affari stranieri, segnò il punto di non ritorno nell’escalation terroristica propagandata con il filmato della decapitazione di 21 civili egiziani copti.
Da quel momento la tratta degli esseri umani provenienti per lo più dall’Africa nera si è fatta più intensa, più crudele, più aggressiva, più industriale più organizzata, una macchina da soldi inesauribile, utilizzata con tutti i mezzi disponibili dalle carrette del mare ai moderni gommoni (per lo più di fabbricazione italiana), con l’ausilio di navi madri e la protezione armata tanto da sfidare i nostri guardiacoste accorsi per salvare da morte certa migliaia di naufraghi.
E’ stato in questo frangente che il governo italiano ha denunciato paurosi sbandamenti e mancanza di lucidità politica di due ministri, uno più improvvisatore dell’altra, senza far torto alla parità di genere. Il Ministro degli Esteri e quella della Difesa hanno perso del tutto il senso della misura e della realtà e si sono esposti in modo impietoso all’ironia da avanspettacolo.
L’impacciato Gentiloni, infischiandosene della carta costituzionale e del sentimento popolare, ha dichiarato ai media che l’Italia era pronta alla guerra. Da parte sua l’ineffabile Pinotti, con la faccia truce da commando, gli è andata a ruota dicendo che l’Italia era in prima linea nell’intervento militare e che se aveva mandato 5.000 uomini a combattere in Afghanistan, terra lontana, poteva certamente fare altrettanto con la Libia che è alla porte di casa e dove guiderà la missione ONU.
Ci ha pensato il presidente del Consiglio Renzi a metterci una pezza. Raffreddando gli animi, in attesa che si pronunci il Coniglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha messo in guardia chi si fa trasportare da facile entusiasmo nel passare dall'indifferenza totale all'isteria irragionevole.
Certo le centinaia di morti annegati ad ogni tentativo di traversata verso l’Italia e l’immondo e spregevole mercato di poveri disgraziati che frutta alla criminalità non meno di trecentomila dollari a viaggio, merita una risposta chiara, senza farsi ipnotizzare dalla retorica per cui se dici che le nostre risorse umane, finanziarie, tecniche vanno indirizzate a fini più immediati di sicurezza nazionale, vieni scambiato per militarista.
Bisogna che il governo indichi quale è l’obiettivo che ci prefiggiamo e come conseguirlo, senza facili affidamenti ad altri, Stati o a Organizzazioni internazionali. Se dobbiamo affrontare l’emergenza degli immigrati e il contrasto alla criminalità politica da soli, nell’indifferenza europea (dov’è la Mogherini?) dobbiamo ripagare la comunità internazionale della stessa moneta.  Quanto ci costa la permanenza in Afghanistan? Ritiriamo i nostri militari dall’estero, senza nemmeno pensare all’Ucraina, e dedichiamo le risorse umane, finanziarie e tecniche a stroncare il contrabbando di negrieri sulla pelle di centinaia di migliaia di disperati e a difendere i nostri confini, che in fatto di sicurezza nazionale, di fronte a Stati in dissoluzione, iniziano sulla battigia africana e non alla fine del mare territoriale.
La nostra forza militare e di polizia, e le tasse del popolo italiano non vanno sprecate, ma concentrate per proteggere il nostro equilibrio sociale ed evitare infiltrazioni di esaltati fanatici assassini.
Quale la strategia migliore, più facilmente attuabile in tempi brevi? Un intervento risolutivo, molto lontano, e meno costoso, da quello ipotizzato dal duo Gentiloni-Pinotti: distruggere e affondare sul posto tutte, ma proprio tutte, le barche, barconi, pescherecci, gommoni, natanti, che si trovano sul litorale libico con operazioni di incursori, di commando, con droni, con aerei ecc. Non ci sarebbero vittime a meno che i negrieri non ingaggino un conflitto a fuoco. E che provi qualcuno all'ONU o in Europa a criticare l'Italia che agisce per legittima difesa!. Il Califfato nelle sue varie articolazioni territoriali non si combatte con le bombe, né con le sfilate di politici in passerella per ipocrite manifestazioni di condoglianze e solidarietà che lasciano il tempo che trovano, ma con l'isolamento ermetico, fisico e finanziario. Nessuno deve uscire dai paesi in cui agisce l'Isis e nessuno deve entrarvi. Soprattutto niente armi, niente petrolio e niente soldi e guai a chi viola l’embargo.

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TFR o QUIR. Carta vince, carta perde

TORQUATO CARDILLI - Il successo di un'iniziativa che ha un effetto diretto sul bilancio familiare, sottoposta al vaglio delle persone, si misura dal grado spontaneo di adesione trasversale nella società che va ben oltre gli steccati dell'appartenenza politica, perché con il proprio portafoglio la gente fa migliori conti che con la propria coscienza.
Ci siamo già occupati la settimana scorsa sotto l'aspetto costituzionale di QUIR, la cosiddetta quota integrativa della retribuzione, riassunta in un acronimo abbastanza ingannevole.
Ritorniamo ora sull'argomento dal punto di vista meramente economico.
Stando ai primi dati diffusi da Swg e Confesercenti solo uno scarso 5% degli aventi diritto ha optato per il QUIR. Come mai un'adesione così bassa?
La gente ha capito che non si tratta di ricevere un'integrazione della propria retribuzione; se fosse tale (integrazione vuol dire completamento, aggiunta di ciò che manca) sarebbe gratuita. In realtà per ottenerla bisogna prelevare qualche decina di euro in più al mese dai propri risparmi accantonati.
Quelli che hanno aderito è sperabile che abbiano ben ponderato la scelta, che ha il carattere di decisione capestro perché è valida per 40 mesi (una volta presa non si può tornare indietro fino a metà 2018) e cosa ancora più grave sottoporrà questo modesto gruzzoletto ad una volontaria cresta da parte dello Stato. Su di esso infatti grava una tassazione maggiorata rispetto all'aliquota preferenziale ora prevista, con l'aggravante per il lavoratore più agiato di fare scattare anche una maggiorazione di aliquota Irpef.
Chi non ha aderito sa che la liquidazione del TFR continuerà ad essere regolata dalla normativa fino ad ora vigente che consente una tassazione più favorevole e se lasciato in azienda o in un fondo pensione consente una rivalutazione dell'1,5% all'anno più il 75% dell'inflazione.
Dopo tante chiacchiere e fumi propagandistici tipo "carta vince, carta perde" il Quir si è dunque rivelato per quello che è. Prospettando l’opportunità di ricevere un uovo oggi rispetto alla gallina di domani, camuffa uno svantaggio, un gravame aggiuntivo per i lavoratori, infiocchettato a dovere dall’affabulatore fiorentino in cui crede il 37% degli italiani che non si pongono il problema della verifica della realizzabilità delle facili promesse di benessere.
Al lucro cessante della mancata rivalutazione si aggiunge il danno emergente della più pesante tassazione, e come al solito questo danno sarà maggiore per chi percepisce uno stipendio inferiore.
Poniamo il caso di un lavoratore trentenne, quindi con una prospettiva di lavoro di almeno altri trenta anni, con un reddito attuale di 13 mila euro netti l’anno (1.000 al mese più tredicesima) che credendo di poter fare fronte con più agio alle esigenze economiche quotidiane resti irretito dalla prospettiva del Quir. Aderendo a questa offerta pelosa del Governo incasserà mensilmente un'aggiunta di 66 euro netti corrispondenti a 2.800 euro netti nel periodo dei 40 mesi, e rinuncerà al TFR postecipato di 4.288 euro subendo una decurtazione del 35% rispetto a quanto riceverebbe se avesse lasciato il TFR in azienda; per un quarantenne con stipendio netto mensile di 1.500 il Quir sarebbe di 4.520 euro nei 40 mesi, mentre la rinuncia al TFR sarebbe di 6.278 euro con una decurtazione del 28%; infine per un cinquantenne con 2.000 euro netti al mese di stipendio il Quir sarebbe di 5.480 euro con rinuncia ad un TFR di 7.275 cosa che equivarrebbe ad una perdita del 25%.
Queste simulazioni sono state realizzate da Progetica, una società di consulenza in pianificazione finanziaria e previdenziale secondo cui non c'è dubbio che da un punto di vista finanziario grazie a un regime fiscale più favorevole e alla rivalutazione nel tempo, conviene sempre mantenere il Tfr in azienda.
L’opzione del Quir in busta paga è infine decisamente penalizzante dal punto di vista fiscale; le somme ricevute saranno infatti soggette all’aliquota progressiva Irpef. L’operazione può considerarsi neutra solo per i lavoratori con una retribuzione lorda al di sotto dei 15 mila euro l’anno, scaglione al quale si applica l'aliquota marginale del 23%, la stessa che è prevista con la tassazione separata. Salendo negli scaglioni di reddito, le differenze diventano sempre più rilevanti perché sale l’aliquota progressiva.
Per un lavoratore con una retribuzione lorda di 25 mila euro, il Tfr annuo di 1.727 euro, incassato attraverso il Quir in busta paga è soggetto ad una tassazione del 27%, per cui si riduce ad un netto di 1.261 euro l’anno, cioè 105 euro al mese; se fosse invece assoggettato a tassazione separata subirebbe un prelievo fiscale di 60 euro in meno al mese attestandosi a euro 166 per l’intero periodo (primo marzo 2015-30 giugno 2018).
Infine per una retribuzione di 50 mila euro, il Quir di 3.454 euro, sottoposto ad un prelievo fiscale del 38%, si ridurrebbe a 2.141 cioè a 178 euro netti al mese; se incassato senza Quir al momento della pensione le tasse sarebbero inferiori di 307 euro all’anno.
C’è da domandarsi quanti deputati, quanti senatori, quanti ministri, più o meno convintamente piddiferi si siano resi conto di queste cifre e se approvandole pensino sinceramente di fare un favore ai lavoratori ai quali andrebbe invece consigliato di pensare oggi a costruirsi una pensione integrativa visto lo stato dei conti dell'INPS.

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I nostri uomini politici chiedano l’immediata sospensione dell’Accordo di Dublino II e Dublino III

Anche alla luce della recente tragedia con 700 morti
ANGELO PARATICO - La Convenzione di Dublino fu firmata a Dublino, Irlanda, il 15 giugno 1990 ed entrò in vigore il 1 ° settembre 1990. I primi firmatari furono Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Gran Bretagna.
Il 1 ottobre 1997 vi aderirono pure Austria e Svezia e successivamente, il 1 gennaio 1998, vi aderì anche la Finlandia. Con tale trattato si stabilisce quel è lo Stato membro dell'Unione Europea competente a esaminare una domanda d’asilo o a conferire un riconoscimento dello status di rifugiato, il tutto in base alla Convenzione di Ginevra (art. 51).
La Svizzera entrò a farne parte dopo un referendum passato con un 54,6% di sì e andò poi in vigore il 12 dicembre 2008. L’adesione della Svizzera non stupisca nessuno: questa convenzione è per loro assai vantaggiosa ed estremamente svantaggiosa per l’Italia.
Seguì nel 2003 l’accordo Dublino II (2003/343/CE) che non apportava sostanziali modifiche al precedente. L’accordo Dublino III (No 604/2013) - che ha impiazzato il Dublino II – vien oggi applicato in tutti gli stati dell’Unione Europea ad accezione della Danimarca e si basa sugli stessi principi guida dei due precedenti: il Paese che per primo prende le impronte digitali e riceve la richiesta d’asilo è direttamente responsabile per quella persona e per la sua domanda.
Il fine ultimo di chi redasse tali accordi fu di: "Determinare con rapidità quale Stato membro è competente per una domanda d’asilo, evitando richieste multiple in vari stati" e vi si prevede, fra l’altro, il trasferimento d’un richiedente asilo allo Stato membro che per primo aveva accettato la sua domanda. Abbiamo recentemente sentito affermare in televisione a degli autorevoli esponenti del nostro governo che ‘molti di questi profughi, subito dopo lo sbarco sulle nostre coste,  se ne vanno nell’Europa del Nord’quasi a dire che non è affar nostro, ma forse essi ignorano che una volta intercettati debbono essere riportati in Italia e che noi saremo obbligati a riprenderceli e a mantenerli.
Dunque lo Stato membro competente all'esame della domanda d'asilo sarà sempre lo Stato dove il richiedente asilo ha messo piede per la prima volta entro all'Unione Europea. Ai nostri illuminati legislatori sarebbe bastato dare un’occhiata alla cartina geografica, prima di firmare, per capire cosa sarebbe poi successo - cosa che evidentemente non fecero. Infatti è difficile pensare che tutti questi migranti economici sarebbero arrivati a Stoccolma, Berlino e Londra. Molto più probabile che avrebbero puntato, come fanno, sulla Grecia, sull’Italia del Sud e sulla Spagna.
Poiché il primo Paese di sbarco è incaricato di trattare la domanda di asilo, una enorme pressione vien posta su Stati che, spesso, non sono in grado di offrire un adeguato sostegno e la necessaria protezione ai richiedenti asilo.  Non è dunque un caso che tali trattati e le loro macroscopiche falle siano state ripetutamente criticate anche dal Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli (ECRE) e dalla l'UNHCR.  Dopo ECRE e UNHCR altre organizzazioni non governative hanno duramente criticato il trattato di Dublino, specialmente per via della situazione in Grecia, dove la mancanza di protezione e cura per i minori non accompagnati è un fatto particolarmente disdicevole. Per tale motivo molti paesi hanno sospeso la sua applicazione, non effettuando il trasferimento di minori in Grecia. Prima fra tutti sono state la Germania, la Svezia e poi la Norvegia nel 2008, ma quest’ultima poi ha cambiato posizione dicendo che avrebbe deciso caso per caso. Dunque il Dublino non è la Bibbia, e può essere impugnato.
Questo stato di cose rende ancor più drammatica la situazione degli sbarchi: il sistema di accoglienza italiano è al collasso, in tutto simile a un cancello sfondato, e dunque questo spinge masse sempre crescenti di disperati a tentare la sorte su barconi inadatti ad affrontare il mare, con le conseguenze che tutti possiamo vedere.
E’ tempo che i nostri uomini politici cominciano a disertare le tribune politiche e s’impegnino ad affrontare concretamente questo grave problema. Il primo passo può essere uno e uno soltanto: la sospensione immediata del trattato di Dublino!

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Passo, dopo passo, come si demolisce la Costituzione

TORQUATO CARDILLI - Uno degli slogan preferiti dal premier, anche se oramai usurato da centinaia di citazioni in internet, sms, facebook o twitter,  è "passo, dopo passo", entrato nel lessico comune tanto da venire copiato perfino da quell’aquila culturale del Matteo 2.0 (il salvini chi può) della Lega, ridotta a pentolone degli avanzi bolliti di una politica fallimentare, dopo 20 anni di illusioni separatiste, secessioniste, di devolution, di federalismo pasticcione, di insulti a Roma, al Sud, alla bandiera e all’Italia, di riti celtici e di ampolle del Po, per finire abbracciati a casa Pound.
Ma torniamo al premier. Quel passo dopo passo va inteso non come puro slogan propagandistico, ma per quello che è nei fatti. E’ l’applicazione programmatica della demolizione sistematica, appunto mattone dopo mattone, della costituzione repubblicana che rappresenta tuttora il tempio, la casa, il rifugio della democrazia per tutti gli italiani.
Al primo ministro ed alla sua ministra Boschi, madonna del presepio vivente, andrebbero ricordate le origini della nostra Costituzione con le parole di un grande italiano, rivolte agli studenti: “…se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque sia morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.”
Non starò qui a ripetere quello che ormai hanno imparato anche le pietre e cioè che la riforma del Senato, ridotto a sinecura per vegliardi trombati, non eletti ma nominati per la fedeltà al capo, è pessima, né che la riforma elettorale, se raffrontata a quella della DC del 1953, che i comunisti definirono legge truffa (premio di maggioranza a chi avesse ottenuto il 50%+1 dei voti) starebbe nella stessa proporzione tra il veleno e l’elisir di lunga vita.
Solo per riferimento storico vale la pena ricordare che nelle prime elezioni dopo quella legge (che non scattò perché la DC arrivò al 49,5%  e fu presto abrogata) la DC perse ben l’8% dei voti, quindi è bene che Pitti bimbo non si culli nell’illusione del 40,8% delle elezioni europee perché potrebbe risvegliarsi bruscamente con un pugno nello stomaco.
Oltre alla deformazione di queste due pietre angolari vi sono tanti altri mattoni in punti nevralgici della carta fondamentale che Renzi ha deciso di sbriciolare. Il gregge dei suoi deputati e senatori, lo segue appunto passo dopo passo, pedissequamente,  con qualche belato ma senza ragionare, senza vergogna rispetto al rinnegamento del programma elettorale, senza valutare il pericolo di finire nel burrone dell'autoritarismo.
Scuola
Il consiglio dei ministri del 3 marzo, avrebbe dovuto varare il decreto della “buona scuola” per la regolarizzazione di 180.000 precari su 300 mila. Ha fatto solo una discussone generale sul problema disegnando le linee guida e demandando ad altra data l’adozione del provvedimento sotto forma di disegno di legge e non più di decreto. Tuttavia ha già destato scompiglio nell’opinione pubblica il fatto che queste linee guida contengano la previsione di una detrazione fiscale per le scuole private.
Con il classico gioco delle tre carte sono state leggermente cambiate alcune parole  chiave. Il testo originario non parlava di risorse per le scuole private, ma di finanziamenti privati per la scuola pubblica (come dire sponsorizzazione di imprese alla realizzazione di impianti fotovoltaici, ai restauri, alla sicurezza ecc.). Ora invece, per la gioia di Forza Italia e degli ambienti ecclesiastici, si pone l’accento sull’importanza delle scuole paritarie, dove sono iscritti circa 900 mila studenti con la motivazione che questi giovani potrebbero gravare sulle finanze statali se decidessero di entrare nella scuola pubblica. Quindi il passo successivo è la detrazione fiscale (fino a 4mila euro) per studente a favore delle famiglie che decidono di mandare i propri figli alle scuole private. Riuscirà il Movimento 5 Stelle, unica forza politica che ha preso una posizione contraria, in difesa della laicità dello Stato, a impedire ogni tipo di finanziamento diretto o indiretto alle scuole private? Vediamo cosa dice in argomento la costituzione.
L’Art. 30 stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
L’Art. 33. Stabilisce che l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
Tutto si può dire dei padri costituenti, ma non certo che non fossero padroni della lingua italiana e di un’etica laica. Ora qualsiasi persona in grado di capire questi due articoli, si rende conto che l’istruzione è un dovere dei genitori verso i figli e dello stato verso i cittadini, che l’insegnamento è libero nel senso che non ci possono essere discriminazioni di tipo ideologico o religioso all’apertura di scuole private a condizione che queste operino senza oneri per lo Stato e offrano un curriculum equipollente a quello pubblico.
E che cos’è la detrazione fiscale per ogni alunno di scuola privata se non un mancato introito per lo Stato e quindi un onere per le sue casse esauste?
Trattamento di fine rapporto e Risparmio
Come se non bastasse il ginepraio di sigle astruse (Ici, Imu, Tuc, Iuc, Tasi, Cu) con cui si sono sbizzarriti i geni burocratici del ministero delle Finanze ora è arrivato un altro acronimo Quir (quota integrativa della retribuzione) cioè un altro modo di chiamare quello che è comunemente conosciuto come TFR. Il Quir, pagabile mensilmente, è diventato legge dal 1 marzo ed è valido solo per i dipendenti del settore privato con un’anzianità lavorativa di almeno 6 mesi con esclusione dei lavoratori agricoli, delle colf, delle badanti, degli edili, dei cassintegrati. L’opzione ha validità triennale per cui una volta iniziata la procedura non può essere sospesa. Questo trattamento non viene tassato separatamente ed in modo più favorevole come avveniva per il TFR, ma è sottoposto al regime fiscale ordinario con una tassazione più elevata, comprese le addizionali Irpef.
Quindi il Governo fa finta di incrementare di circa 70 euro al mese lo stipendio del lavoratore, ma non gli dà soldi freschi bensì lo disincentiva dal risparmio anticipandogli i soldi suoi che prima venivano accantonati come riserva di tesoretto per la vecchiaia.
Vediamo cosa dice la Costituzione.
L’art. 47 stabilisce che  la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme.
Ora l’istituzione del Quir è l’esatta negazione del risparmio. Ma non basta. Vediamo come è disciplinata dalla Costituzione l’eguaglianza dei cittadini.
L’Art. 3 stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Come è facilmente comprensibile si tratta di un principio di uguaglianza formale e sostanziale inteso come eguale soggezione rispetto alla legge.
Come si fa a non vedere la violazione di questo sacrosanto principio quando i lavoratori vengono distinti in due categorie: quelli che possono usufruire di questo pagamento anticipato e quelli che non possono usufruirne? E soprattutto è ammissibile una discriminazione nella tassazione per cui la stessa quota di denaro del lavoratore, a parità di reddito, se percepita oggi vien tassata in misura superiore a quella percepita a distanza di tempo?
Corruzione e falso in bilancio
Il governo ha trasmesso alla ministra Boschi l'emendamento al ddl sulla corruzione e sul falso in bilancio. L’opinione pubblica si attendeva finalmente un testo limpido che restituisse rispettabilità alla politica. Invece si apprende che se pur sono scomparse le soglie di non punibilità (né in percentuale né rispetto al volume d'affari), viene mantenuta una distinzione tra il falso in bilancio compiuto da società quotate in borsa punito con pene da 3 a 8 anni, e quello compiuto da società non quotate per le quali viene abbassata la pena da un minimo di 1 anno ad un massimo di 5 anni di detenzione. Un osservatore disattento potrebbe dire, con un lieve sospiro, che in fondo non è un grave danno alla correttezza e forse accelera il corso della giustizia. Eh no! Qui sta l’inganno. Con una pena che non supera i cinque anni diventa impossibile l’uso dello strumento investigativo più efficiente, quello delle intercettazioni. L'articolo 266 del codice penale sancisce, infatti, che è presupposto ineludibile per poter autorizzare le intercettazioni la previsione di una pena "superiore nel massimo a 5 anni". Una pena "fino" a 5 anni le impedisce. Tanto difficile da capirsi per quel pozzo di scienza giuridica del ministro guardasigilli Orlando che non è neppure laureato? Ma la ministra Boschi che è avvocato se ne è accorta?
Indipendenza della magistratura. L’Art. 104 della Costituzione prescrive che la Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Questo principio di indipendenza e di terzietà del giudice trova fondamento nell’art. 101 che stabilisce che il giudice è soggetto soltanto alla legge. Con questa formula si rende evidente che qualsiasi sentenza deve essere fondata sulla legge che il giudice è chiamato a interpretare e applicare; ma cosa ancora più importante è rappresentata dall’avverbio “soltanto” per sottolineare l’indipendenza esterna del giudice da qualsiasi interferenza estranea alla legge.
Il Presidente della Repubblica sin dal discorso di insediamento ha precisato il suo pensiero sostenendo che il paese ha sempre più bisogno di legalità e che la giustizia deve essere tempestiva per essere efficace e equa. Lo stesso concetto lo ha ripetuto una settimana fa, in occasione dell’inaugurazione della scuola superiore della magistratura, ed ha citato Pietro Calamandrei per mettere in guardia dall’indifferenza burocratica, dalla assuefazione, dalla irresponsabilità anonima come il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici.
Come se nulla fosse la Camera, a qualche ora di distanza, ha approvato in modo definitivo con 265 voti (cioè meno della metà dei suoi 630 componenti) la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Solo i deputati del M5S si sono opposti perché è stato abolito il filtro che consentiva, in un’apposita udienza, di scremare le cause contro i giudici manifestamente infondate, con ciò facendo uno sberleffo alla Corte Costituzionale che sin dal 1990 aveva evidenziato come l’udienza filtro intesa ad evitare le cause temerarie era la garanzia della indipendenza e imparzialità dei giudici.
Gli antichi dicevano che il giudice deve giudicare “sine spes ac metu” cioè senza speranza di ricevere una ricompensa, né timore di subire una rappresaglia. Ora checché ne dica il ministro Orlando, del tutto privo di competenza e cultura giuridica, quando si affanna a sostenere che con la nuova legge i cittadini sono più tutelati, è evidente che nelle cause civili il giudice a qualcuno deve dare torto. Se una delle parti non è il solito disgraziato in cerca di giustizia, ma il potente dotato di imponenti risorse economiche e di influenze politiche e sociali, è evidente che il timore di dover subire delle conseguenze umilianti lo condizionerà in partenza. Né vale la presunta rassicurazione fornita sempre del malcapitato Orlando che il giudice sarà giudicato da un altro giudice, perché trattandosi di un giudizio indiretto (causa del privato contro lo Stato che poi si rivarrà sul giudice) il magistrato accusato di parzialità non potrebbe nemmeno difendersi nel primo processo. Tantomeno è priva di fondamento l’altra affermazione secondo cui questa legge era urgente perché richiesta dall’Europa. Balla spaziale. Come noto l’UE non ha un testo unico, un codice, un corpo di norme civili, penali, costituzionali che possano essere chiamate diritto europeo.
Insomma per farla breve questa legge, vero mostro giuridico, che va persino al di là del codice mafioso secondo cui non si può intimidire un giudice, offre al condannato ricco e potente non solo un’infinità di mezzi di disturbo della giustizia, ma anche di rovinare un magistrato facendogli sapere sin dall’inizio del processo che ci sarà un quarto grado di giudizio, quello della rivincita per distruggerlo economicamente e nella reputazione.
Se questa legge fosse stata già in vigore all’atto della sentenza Mondadori con la quale Berlusconi è stato condannato a rifondere a de Benedetti la somma di 560 milioni il povero giudice messo in croce dagli scherani del mandante per il colore dei calzini si sarebbe dato malato pur di non pronunciare quella sentenza.
Conquista giuridica o regressione? Non ci sono dubbi, Si torna al principio medioevale dei codici distinti: quello per i galantuomini, per le persone giudicate per bene a prescindere, in base alla condizione socio-economico-politica, che sa misurare il tempo della prescrizione, ed il codice per il cittadino qualunque sempre indifeso di fronte all’arroganza del potente.
Sarà il popolo italiano capace di sopportare ancora la vergogna ed il disgusto per un parlamento per buona parte illegittimo che viola e distrugge non solo la Costituzione della repubblica, ma la dignità civile di ogni cittadino?

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Politica estera, questa sconosciuta

TORQUATO CARDILLI - Quasi un anno fa avevo cercato di illustrare come la politica estera italiana, terreno sul quale partiti e governo, parlamento e popolo, a prescindere dalle differenze di opinioni, dovrebbero convergere, fosse nel più completo disarmo e abbandono.
Nessuno dei nostri governi nell’ultimo decennio (Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi) ha avuto la minima idea sul come fronteggiare le varie crisi, controllarle e volgerle nel senso a noi meno sfavorevole, sul come coordinarsi (non solo ubbidire) in modo propositivo con i partner europei ed atlantici, sul come elaborare una strategia politica che salvaguardasse l'interesse dell'Italia in una prospettiva almeno di medio termine.
Anche se i mali sono antichi, fermiamoci a considerare ciò che ha fatto il primo ministro Renzi in questo anno e mezzo di governo, condito di diapositive a colori  e di annunci al peperoncino che poi si sono rivelati delle camomille ingannatrici.
Completamente a digiuno di relazioni internazionali, Renzi ha puntato tutte le sue fiches diplomatiche sul nome della Mogherini, per metterla al posto della Bonino che andava silurata proprio perché troppo esperta, troppo visibile sul piano internazionale, l'unico esponente politico di antica militanza per i diritti umani, con l'esperienza di Commissario all’UE, profonda conoscitrice del mondo islamico, abile nell'esprimersi correntemente in inglese e in francese (merce alquanto rara tra i politici italiani). La neo ministra giovane e poco collaudata, ma sostenuta da Napolitano, è stato il segnale che Renzi considera il Ministero degli Esteri come una mera appendice mondana, trascurabile rispetto ad altri dicasteri più ‘produttivi’ (elettoralmente  ed economicamente) a dispetto della politica classica che lo ritiene invece, ad ogni latitudine, lo strumento indispensabile per disegnare una prospettiva di influenze (in senso geopolitico, economico, militare, sociale, sanitario, di sicurezza) o per inserire il paese utilmente nelle pieghe di una politica estera ormai globale, definita altrove.
Il semestre di presidenza italiana della UE è stato impostato tutto sulla lotta per far traslocare la Mogherini dalla Farnesina a Bruxelles, nell'illusione di poter dare lustro all'Italia con un alto rappresentante della politica estera europea che potesse sedere alla pari di altri grandi. L'averla issata su quel piedistallo di creta è stato come avvolgerla nel mantello del nulla, dato che la sua funzione è esclusivamente quella di conferire prestigio e visibilità a chi ne è titolare. Non ha poteri diretti (ma solo di proposta al Consiglio Europeo) e soprattutto si occupa di questioni la cui competenza non è in alcun modo sottratta al potere di ogni singolo Stato, dato che la politica estera è un affare sul quale il Consiglio Europeo può decidere solo all’unanimità. Se, per intenderci, un Paese anche del tutto marginale e privo di qualsiasi peso politico e negoziale (come l’Italia) decidesse di impedire una qualsiasi decisione dell’Unione in materia di politica estera, altro non dovrebbe fare che alzare il dito in sede di Consiglio e dire “no!”
Tenuto conto dell'ampiezza numerica del Consiglio, della evidente disomogeneità in termini di interessi geo-politici tra i vari componenti dell’Unione, è chiaro che l’indispensabile unanimità prevista per ogni decisione paralizza ogni ipotesi di movimento all'unisono, sicché il ruolo di alto Rappresentante diventa un orpello puramente decorativo. Già il segretario di Stato americano Kissinger, quaranta anni fa, dopo la guerra arabo-israeliana del Kippur e l’embargo petrolifero, chiedeva quale fosse il numero telefonico per poter parlare con l'interlocutore europeo.  Da allora poco è cambiato! Se a Washington si desidera consultare qualcuno si chiama la cancelleria di Berlino, o Downing Street o l'Eliseo.
I volponi capi di Governo del vecchio continente hanno accontentato le pretese del nostro borghesuccio sapendo che quel titolo altisonante significa ben poco, che i portafogli di peso restano nelle loro mani o di chi è più disponibile ad ascoltare la voce di Berlino e che questa italiana sconosciuta non avrebbe distolto la Merkel, né Hollande né Cameron dal continuare a fare la propria politica estera in chiave nazionale infischiandosene allegramente degli altri partners europei, grazie alla propria potenza economica, o in quanto detentori del seggio permanente al Consiglio di Sicurezza, cioè del titolo storico che conferisce il diritto di essere ancora considerati tra i grandi della terra. Ma in cambio hanno preteso la nostra acquiescenza ad una politica muscolare verso Putin, coinvolgendoci in sanzioni per noi disastrose. Come dire che la nomina della Mogherini ci è costata una barca di soldi, perché abbiamo già subito la prima ritorsione russa (di cui ovviamente non si parla) che ha vietato l'importazione dall'Italia di tutti quei prodotti che sono l'incontestabile fiore all'occhiello dell'eccellenza del made in Italy (dopo la bastonata sull'agroalimentare valutato in 700 milioni è arrivato anche l'allarme del settore moda per altri 2 miliardi di euro l’anno). Per non parlare del gas. E’ questo il grande risultato che aspettavamo dal semestre europeo?
Pur avendo accettato la imposizione delle sanzioni alla Russia, non siamo stati capaci di ottenere alcunché per fronteggiare l'invasione da sud dei disperati sfruttati dalla criminalità transnazionale. Con uno Stato dirimpettaio come la Libia, piombato in condizioni di completo sfacelo, avremmo dovuto difendere meglio i nostri confini che non iniziano dal mare territoriale, ma esattamente sulla battigia africana visto che da lì partono a ripetizione, e senza alcun controllo, i barconi della speranza, del malaffare e purtroppo dell'alta probabilità di finire in fondo al mare.
La sostituzione della Mogherini con Gentiloni non ci ha affatto premiato nella considerazione che di noi possono avere gli interlocutori internazionali. Il credito, politico e morale acquisito con la partecipazioni alle guerre di Iraq, Afghanistan, Libia non è stato messo all'incasso e nelle successive crisi dell'Ucraina e del Medio Oriente, con relativi corollari di terrorismo e immigrazione, non siamo stati capaci di avanzare un'idea, di fare una proposta seria, di rivendicare i nostri diritti, né di attrezzarci seriamente a fronteggiare i pericoli che incombono sugli interessi vitali dell'Italia.
Abbiamo semplicemente continuato ad obbedire agli ordini impartitici da Washington o da Berlino, forzando e contorcendo la nostra costituzione con l’avallo di un parlamento ignorante e succube di fronte ad un premier incline alle prove di forza, alle vanterie verso l’alleato maggiore, desideroso di far parte della ristretta cerchia che conta anche se seduto sullo strapuntino, completamente ignaro della tradizione che vuole che il paese sia considerato grande solo se ha una altrettanto grande politica estera, come aveva ben capito, un secolo e mezzo fa, Cavour quando decise di partecipare alla spedizione occidentale in Crimea pur di strappare un riconoscimento internazionale e poter interloquire con le grandi potenze del tempo per sollecitare l'attenzione sulla questione italiana.
Che si sia immersi fino al collo in una crisi spaventosa di politica estera è ormai una verità acclarata. Dal terrorismo, all'immigrazione gestita dalla criminalità senza alcun serio contrasto, dall'espandersi del potere distruttivo dell'ISIS che ha superato i confini di Siria e Iraq per arrivare a lambirci con la pericolosa penetrazione non solo in Libia, ma anche in Tunisia, all'allarme di Boko Haram in Nigeria, dalla crisi dell'Ukraina alla gestione del rapporto con la Turchia sono tutti temi che meriterebbero un'analisi seria per individuare una politica di garanzia per gli interessi italiani. Quale dibattito di politica estera è stato consentito dal governo in parlamento? Nulla.
Come se fosse più importante per la salvezza dell'Italia quell'obbrobrio di riforma costituzionale o quel papocchio di nuova legge elettorale, detta italicum, tutte le attenzioni delle segreterie dei partiti, della stampa, dei commentatori, sono rivolte a spaccare il capello in quattro sui contorsionismi di Bersani e soci che non hanno il coraggio di dire al loro segretario a brutto muso che così gli votano contro!
Obama, dopo tanti pasticci ed errori clamorosi dell'amministrazione americana, è stato capace di uno scatto geniale: arrivare ad un accordo storico con l'Iran sul nucleare dopo 40 anni di sospensione delle relazioni diplomatiche, e di voltare definitivamente pagina nelle relazioni con Cuba anch'esse congelate da mezzo secolo. Mentre noi pur accogliendo ogni giorno centinaia e centinaia di immigrati, stiamo ancora lì a cincischiare con il problema dei marò.
Renzi è andato a baciare la pantofola di Obama a Washington. C'è da sperare che nel colloquio diretto abbia affrontato temi più seri delle sue dichiarazioni, in un inglese approssimativo, rilasciate alla Georgetown University, che hanno suscitato l'ilarità generale, secondo cui "l'Italia è tornata e che entro dieci anni sarà il paese leader in Europa". Roba forte, ed ha aggiunto "this is the reality" dimenticando che in inglese reality è parola che si usa in tutt'altro contesto e sorvolando sul fatto che siamo già paese leader in Europa per reati di mafia e di inquinamento ambientale, leader in corruzione pubblica e privata, leader in evasione e frode fiscale, leader per numero di condoni fiscali, giudiziari, edili, leader per numero di politici condannati o indagati, leader per numero di infrazioni comunitarie con relative sanzioni, leader per tortura, leader per il debito pubblico e per le spese faraoniche del Quirinale, della Camera, del Senato, della Corte Costituzionale, leader per gli stipendi dei politici nazionali e locali, degli alti burocrati e dei boiardi di Stato, leader per l'inefficienza della pubblica amministrazione, leader per i ritardi nei pagamenti dei debiti da parte dello Stato, leader per il costo stratosferico delle opere pubbliche che si sbriciolano subito dopo l'inaugurazione, leader nella lentezza della giustizia e tante altre cose. Di quale leadership parla questo borghesuccio che avrebbe fatto bene a leggere la novella incompiuta le paysan parvenue di Pierre de Marivaux?
A Washington, al di là dei comunicati ufficiali, Renzi avrà ascoltato senza battere ciglio la lezione di Obama sulla Libia (cari italiani vedetevela voi); sull’immigrazione (è cosa che dovete risolvere con l’Europa); sull’obbligatorietà delle sanzioni alla Russia (italiani non fate i furbi); sulla continuazione dell’impegno militare in Afghanistan (non vi permettete di andarvene da Kabul prima delle elezioni americane); sul trattato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) argomento sconosciuto in Italia, grazie alla cappa di piombo del governo, dei partiti e dei media compiacenti, che prevede l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) vale a dire la possibilità da parte delle aziende di fare causa (in un paese terzo favorevole agli USA) contro gli Stati che mettano in pericolo il loro investimento e ciò altererebbe le regole a favore delle imprese, e minerebbe alle fondamenta la sovranità nazionale (italiani non fate scherzi), senza ottenere nulla se non l’ospitalità alla Blair House che si concede al provincialotto, tanto per epater le bourgeois.
Povero Renzi, di ritorno dall'America, non gli resta che il pellegrinaggio alla Madonna di Pompei!

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E' autolesionistico lo smantellamento della nostra diplomazia

Dal 2008 ad oggi il Ministero degli Affari esteri ha subito il taglio di un quarto del suo bilancio, che era già di gran lunga inferiore a quello dei principali partner europei e il personale è diminuito di oltre il 21%. E non è finita qui: si preannunciano tagli ancor più radicali.
Partendo da questa considerazione Mario Vattani interviene su "Libero" in difesa della diplomazia italiana che oltrettutto subisce continuamente attacchi, basati cifre, occorre dirlo, spesso fantasiose, per le retribuzioni del personale all'estero.
Vattani chiede quasi disperatamente un'inversione di rotta perchè la diplomazia, come per altri versi le forze dell'ordine (anch'esse vittime di tagli sconsiderati), garantisce la sicurezza  la sovranità dello Stato.
La sua perorazione è tanto accorata quanto ben documentata. Peccato per il titolo poco felice e assolutamente non rispondente al contenuto dell'articolo scelto dalla redazione "Perchè l'Italia in diplomazia non conta nulla". Vattani non sostiene questo, anzi inizia la sua analisi così: "Di fronte allle minacce globali del terrorismo e dell'immigrazione selvaggia, solo grazie alla sua rete di Ambasciate e Consolati, l'Italia può contare su esperti sul terreno che intrattengono contati a tutti i livelli, intrevedono in anticipo le grandi trasformazioni in corso, per suggerire alleanze, avvertire tempestivamente, anche intervenire sulle evoluzioni che possono minacciare la nostra sicurezza o daneggiare l'economia"

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LA MEMORIA COMUNE DELL’EUROPA DEL FUTURO

LUCIA ABBALLE - La denuncia lanciata da Papa Francesco sulla persecuzione dei cristiani, con esplicito riferimento al genocidio degli armeni, non ha rispettato il consueto protocollo di prudenze e sottigliezze clericali che hanno caratterizzato la Chiesta del passato. Questa volta la commemorazione ufficiale delle vittime delle stragi del 1915 si è materializzata in un’aspra denuncia al «primo genocidio del XX secolo». Niente «massacro» e «annientamento», bensì «genocidio». Una parola, questa, che è bastata da sola a riaccendere un antico contrasto che divide la Turchia dal resto del mondo e che tende inevitabilmente a ripercuotersi anche sotto l’aspetto religioso. Erdogan, infatti, potrebbe cogliere l’occasione per compiere un ulteriore passo nella fusione tra nazionalismo turco ed islamismo, con ripercussioni sui cattolici turchi che potrebbero vedere aumentate le attuali restrizioni di tipo legale e burocratico cui sono sottoposti ma, soprattutto, correre il rischio di essere emarginati perchè «antinazionali».
La denuncia di Papa Francesco potrebbe rappresentare l’espediente valido alle cattive intenzioni di chi vuole leggere nelle frasi pronunciate dal Santo Padre un attacco dei cristiani contro i musulmani, destinato a raffreddare ancor di più le già tiepide trattative tra Turchia ed Unione europea e ad acuirne le reciproche diffidenze. Mentre in questi giorni continua a realizzarsi una crisi diplomatica senza precedenti con la Turchia che, in una fase di pericolose declinazioni islamiste, ha minacciato di ritirare l’ambasciatore in Vaticano ed ha nuovamente rinnovato la negazione del genocidio degli armeni, non può lasciare indifferenti il senso di omertà che ha avvolto, improvvisamente, il mondo politico, a cominciare dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, così prodigo di tweet, di slide e di interviste, non si è lasciato andare ad alcun commento sulla vicenda, lasciando il Papa nella più triste solitudine. Come a voler dire: si arrangi Lui con i suoi cristiani. Una condotta, questa, che stride con le virtù di schiettezza e di pulizia, tanto professate dal nostro Presidente del Consiglio nel Suo progetto di “rottamazione”. Evitare di prendere posizioni non vuol dire essere prudenti, né tantomeno diplomatici: si tratta di fare una certa politica, corroborata da una massiccia dose di convenienza. L’amicizia con la Turchia non dovrebbe realizzarsi esclusivamente attraverso la sottoscrizione di un protocollo diplomatico con l’Italia ma dovrebbe basarsi quantomeno sulla condivisione di presupposti etici, come quello di chiamare «genocidio» il massacro degli armeni nel 1915. Dimenticarlo, o peggio, negarlo, vuol dire ripetere una storia di cui non si vuole avere memoria. Vuol dire mettere in atto un altro genocidio, quello «causato dall’indifferenza generale».
Alla luce di questi episodi, più che mai, bisogna riflettere seriamente sulla prossima entrata della Turchia nell’Unione Europea; perché il Paese che ha l’ambizione di entrare a fare parte del progetto europeo è lo stesso che, nella negazione del genocidio degli armeni, rifiuta di imparare dai propri errori, lasciando ancora aperta una profonda ferita. Il centenario del martirio armeno non deve essere l’occasione per ribadire posizioni cristallizzate, ma per scrivere, finalmente, una storia diversa.

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VANDALI E ONORE

Alfano, un ministro dell’interno pasticcione e pressappochista
TORQUATO CARDILLI - In questi giorni il cittadino italiano è frastornato e preoccupato non solo per la borsa della spesa sempre più vuota, ma anche per gli eventi internazionali, tutti negativi, di carattere politico (crisi libica), militare (crisi ucraina), finanziario (crisi greca), sociale (crisi dell'immigrazione), ai quali si aggiunge la constatazione amara della caduta di credibilità che il nostro paese registra in continuazione nelle classifiche delle Organizzazioni Internazionali. E questo lo sanno bene all’estero se un paese si permette di insultare l’onore della nazione con l’ennesimo rinvio beffa dell’udienza del processo farsa ai marò e se una banda di un migliaio di delinquenti si permette di minacciare con due mesi di anticipo (i filmati che circolano su you tube non ammettono interpretazioni) e poi di ripetere quello che i loro progenitori vandali, visigoti e lanzichenecchi, e ancor prima galli ,avevano fatto alla città di Roma, messa a sacco e lasciata colpevolmente per due giorni in balia di orde di guastatori ubriachi.
Gli ultrà del Feyenoord (Rotterdam), noti per essere gli hooligan più violenti di Europa, hanno brutalmente devastato prima piazza Campo dei Fiori, e il giorno dopo piazza di Spagna, trasformata in discarica e in latrina pubblica, infliggendo uno sfregio permanente al gioiello del Bernini, la famosa fontana della Barcaccia, appena uscita da cinque mesi di restauro, costato 200 mila euro. E i danni non finiscono qui: un centinaio di negozi, vetrine, navette dell’Atac, automobili private, motorini, sono stati incendiati, distrutti o danneggiati, oltre alla spesa di ripulitura.
Ora si assiste al disgustoso spettacolo dello scarica barile tra chi doveva prevenire e non ha adottato un serio piano di sicurezza, tra chi doveva dare i mezzi e li ha negati, tra chi doveva organizzare un servizio efficiente di protezione ed ha letteralmente dormito, tra chi doveva adeguare il numero e l’impegno degli agenti alla pericolosità del compito affidato ed ha sottovalutato.
E’ uno spettacolo rivoltante assistere alle solite scuse barbine di uomini potenti e senza un briciolo di onore, soprattutto se si considera che sono loro i responsabili ad aver stabilito che nella sola capitale d’Italia più di mille addetti alla sicurezza e all’ordine pubblici siano adibiti alla scorta inutile di uomini politici (tra cui molti ex), di sindacalisti, di boiardi di Stato, di giornalisti, di parenti, e pure del supercondannato d’Italia che da solo ne tiene impegnati ben 24.
Poniamoci una buona volta la domanda che cosa sia l’onore.
Per Callistrato l’onore è l’existimatio dignitatis, cioè la stima per la stima, la credibilità di cui si gode per il valore, per la parola data, per la bontà delle azioni rivolte al bene comune, per il sacrificio sopportato nell’adempimento del dovere. E’ il valore morale, l’integrità, la dignità e il merito non considerati in sé ma in quanto conferiscono alla persona il diritto alla stima e al rispetto altrui.
Nell’antica Roma si attribuiva particolare attenzione all'onore pubblico e all’efficienza della struttura che doveva difendere la collettività, cioè l'esercito, qualità che venivano garantite dall’applicazione di punizioni fisiche brutali o anche sociali e psicologiche. Se per infrazioni minori all’onore militare bastava la minaccia di allontanamento dall'esercito con disprezzo, l’addormentarsi al posto di guardia, veniva punito con la morte per la gravità del rischio al quale veniva esposta tutta la collettività civile o militare. Non mancavano punizioni psicologiche per stigmatizzare i comportamenti inadeguati e ritenuti non all'altezza dell’onorabilità. I soldati che non si comportavano valorosamente in battaglia, ricevevano come razione alimentare l’orzo invece del grano e venivano costretti a risiedere fuori dagli accampamenti, mentre ai legionari sopravvissuti a battaglie perse, veniva proibito di entrare in Roma con obbligo di esilio permanente.
Ora sono passati secoli e secoli da quei costumi austeri e troppo draconiani, ma non è tollerabile che quando la sicurezza, la bellezza, il patrimonio di una città come Roma siano sfregiati in modo orrendo, come appena accaduto per una partita di calcio, tutta la scala gerarchica della sicurezza dal Commissario, al Questore, al Prefetto, al Capo della Polizia, al Ministro dell’interno si chiami fuori addossando ad altri le responsabilità.
Il primo a dover lasciare la poltrona, e non lo farà, perché privo di onore, è il Ministro dell’Interno che ha oggettivamente accumulato gaffe ed errori, bugie pubbliche e scuse non più tollerabili. Su di lui è puntato il dito dell’informazione e di quanti hanno un senso dello Stato, anche se sanno che Renzi, già debolissimo sul piano internazionale (continua l’esclusine dell’Italia da ogni foro decisionale: gruppo dei 5+1 per l’Iran, questione ucraina, questione libica; crisi del debito greco ecc.) non lo metterà alla porta.
Già all’esordio da ministro della giustizia si era fatto promotore del famoso lodo che portava il suo nome per proteggere il suo padrone dai processi, inesorabilmente bocciato dalla Corte Costituzionale. Quindi infrangendo una regola d’onore ha guidato la manifestazione di occupazione del Tribunale di Milano contro i giudici incurante del danno al profilo istituzionale suo e del paese.
E’ stato lo zimbello di mezzo mondo nel caso Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Ablyazov, prelevata a Ostia e espulsa con la figlia minorenne con un aereo privato, appositamente noleggiato, su “ordine” arrivato dal Kazakistan, mentre agenti segreti e funzionari dell’ambasciata Kazaka a Roma si muovevano a loro piacimento al Viminale, coartando la volontà dei vari funzionari e persino del magistrato di turno attraverso la presentazione di documenti falsi.
Alfano si difese leggendo penosamente alla Camera un rapporto redattogli per l’occasione dal Capo della Polizia che in modo umiliante per l’Italia, ammetteva che il Ministro fosse all’oscuro della vicenda e scaricava la responsabilità sul capo di gabinetto. Insomma meglio la figura del fesso che rinunciare al posto.
Come se questa performance non fosse stata abbastanza meschina, Alfano si distinse per superficialità nella ricostruzione in parlamento della sparatoria in cui morì Esposito, un tifoso del Napoli nei pressi dello stadio di Roma, arrivando a negare che gli uomini della Questura e della Digos avessero intavolato trattative, che tutti avevano visto in televisione, con il capo degli ultra napoletani Jenny la carogna. Se altrove mentire al Parlamento ed all’opinione pubblica è il peggiore crimine per un politico, in Italia, diventa un fatto normale.
In occasione dell’arresto di Bossetti, presunto assassino di Yara Gambirasio, anticipando le mosse della Procura, Alfano si affrettò ad annunciare trionfante in televisione che l’omicida era stato catturato, dando così una condanna anticipata senza processo. Da  parte di un ministro dell’interno in carica ed ex ministro della giustizia era il colmo!
Ad ogni sbarco di immigrati nel Sud Italia ha gridato contro l’Europa, ma non è stato in grado di fornire ai partner europei un piano credibile, né di eliminare lo sconcio dei centri di raccolta e del sottostante giro di appalti e commesse. Da perfetto ministro dell’interno pasticcione e pressappochista si è vantato di aver mandato le nostre navi in acque libiche per prelevare direttamente dai barconi i clandestini, invece di rispedirli al mittente e stroncare il traffico dei negrieri. Nel 2014 sono arrivati 178.000 immigrati e profughi senza che fosse varata una politica dell’accoglienza o del respingimento, né è stato mosso un dito per imporre all’Europa la modifica del regolamento Dublino III  circa l'obbligo dell'asilo nel primo paese d'arrivo.
La polizia ai suoi ordini non ha esitato, e contro chi è disarmato si è rivelata particolarmente dura,  a manganellare gli operai di Terni o quelli della Sardegna che manifestavano per il lavoro o a proteggere gli spaccatori di teste di gente inerme (casi Magherini, Cucchi, Aldrovandi ecc.).
Infine in occasione delle trattative per l’elezione del Presidente della Repubblica con inctrdibile incoscienza era tornato all’ovile berlusconiano per obbedire al vecchio padrone e negare lui, da ministro dell’interno il voto favorevole a quello che sarebbe sicuramente diventato Capo dello Stato. Renzi gli fece capire che tale gesto sarebbe equivalso a dover dare le dimissioni e improvvisamente il ministro cuor di leone cambiò idea decidendo di appoggiare l’elezione di Mattarella. Quando si dice che si baratta l’onore per l’amore della poltrona!

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Il Governo dell’ossimoro

TORQUATO CARDILLI - Se mai qualcuno avesse nutrito dei dubbi sulla onestà politica, sulla coerenza, sulla fedeltà alla parola data, sull'adempimento del giuramento prestato all'atto dell'assunzione della carica (..."di esercitare le funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione") da parte del Matteo nazionale (detto l'esattore, come l'omonimo apostolo, o il premier dei miracoli) e dei suoi compari, provi a compilare la dichiarazione dei redditi del 2014 e si accorgerà quanto sia grande l'ossimoro delle loro dichiarazioni.
Ogni annuncio pubblico, fatto con l'aria di quello "del governo del fare" che vuol mantenere quello che dice, contiene l'antitesi di ciò che viene fatto. L’ultimo, ripetuto fino alla noia dai TG, è che "siamo fuori dalla crisi economica", ma mentre in Europa la disoccupazione cala in Italia quella giovanile ha toccato il 42,6% e quella generale il 12,7%.
Purtroppo i mezzi di informazione, inondati di veline, che ricevono contributi e finanziamenti direttamente o indirettamente, gli reggono il moccolo aggrappandosi alla giustificazione che i problemi attuali sono l'eredità pesante dei predecessori, di destra e di sinistra, che hanno tutti miseramente fallito. Allo stesso modo i ministri menestrelli, i capi bastone e i capi fazione della segreteria del PD del duo Verini-Serracchiani, fanno i cantastorie tanto per ottundere le menti di chi li ascolta, cioè per togliere loro l'acutezza di giudizio, per offuscarne la lucidità politica, il senso morale.
Dunque se il popolo si comportasse come i bambini che fanno sempre il contrario di ciò che viene loro proibito, capirebbe subito come stanno realmente le cose.
Chi non ricorda il roboante annuncio che questo governo aveva varato la più grande operazione di riduzione delle tasse con un taglio di 18 miliardi nella legge di stabilità? La pressione fiscale è invece aumentata al 50,3% e il povero cittadino comune che ora si accinge alla compilazione del modulo della dichiarazione dei redditi trova l'ennesima amara sorpresa: dal 1 gennaio 2015 non è più deducibile il contributo al SSN incluso nella polizza di assicurazione della sua auto. Si dirà che in fondo è poca cosa rispetto agli 80 euro elargiti prima delle elezioni europee. Si è poca roba, ma è quel poco che i potenti con tanto di auto blu o aziendale non pagano a differenza dei tanti poveri che pagano tutto. In Italia ci sono almeno 4 milioni di veicoli non assicurati: ergo sono loro a non essere penalizzati da questa misura, mentre i cittadini ligi alla legge che hanno regolarmente stipulato la polizza si trovano doppiamente penalizzati perché pagano le tasse incorporate anche per gli evasori i quali se ne infischiano della abolita detrazione.
Il ministro del lavoro, quello della foto ricordo con il fior fiore di mafia capitale, afferma che nel primo trimestre 2015 sono già aumentati i posti di lavoro e che ci sono sintomi per un milione di nuovi posti di lavoro. Chi se ne è accorto? In realtà i posti di lavoro sono diminuiti. Negli ultimi 12 mesi il numero di disoccupati è cresciuto di 67.000 unità (quanti sono gli abitanti di Cosenza o di Carpi).
Il Ministro dell'economia, che secondo gli accademici della Crusca non conosce nemmeno la corretta pronuncia del suo cognome, dichiara che l'economia riparte! Forse se n'è accorto chi deve sopravvivere con una pensione da fame, con la cassa integrazione, con la disoccupazione? Basta vedere il numero delle saracinesche chiuse per capire che siamo ancora in piena stagnazione.
Investimenti dall'estero? Nemmeno a parlarne se non si vuol far passare per investimento la svendita a capitalisti ed operatori economici esteri dei migliori gioielli dell'industria e dei marchi nazionali, con quali conseguenze lo si vedrà tra qualche anno, mentre gli altri nostri industriali delocalizzano all'estero per le migliori condizioni fiscali e per l'agilità burocratica.
La riforma della scuola? Basta chiederlo agli alunni e agli studenti, agli insegnanti e ai professori, ai genitori e ai nonni.
Contrazione della spesa pubblica per l'abolizione delle provincie? Un falso clamoroso: basta leggere i dati impietosi forniti dall'Istat e dalla Banca d'Italia. Riduzione delle spese di 500 milioni per il nuovo Senato, che sarà composto da consiglieri regionali, tanto per intenderci quelli delle spese gonfiate per pranzi all'aragosta, mutande verdi e scontrini dell'orinatoio? Una balla spaziale: la riduzione delle spese sarà al massimo di 50 milioni mentre il popolo sarà stato scippato del suo diritto di eleggere i legislatori.
La liberazione dei due marò prigionieri in India da più di tre anni è vicina. Come vicina? Come la Luna,, la vedi e puoi allungare il braccio e quasi toccarla! E così che il premier promise appena insediato un anno fa a Palazzo Chigi.
Intervento in Libia? Come no! Siamo pronti dichiarano all’unisono il ministro degli esteri Gentiloni e quello della difesa Pinotti che azzarda pure la cifra degli uomini già in assetto di guerra: 5.000!
Insomma una balla dietro l'altra come quella della lotta alla corruzione.
Chi non ricorda il minaccioso monito del premier "Daspo per i corrotti?" In realtà la nuova legge appena approvata, che è un totale stravolgimento della proposta Grasso, contiene scappatoie e depenalizzazione per i più furbi, i più potenti, i più ammanigliati al potere, tanto che esclude la punibilità per i reati fino a cinque anni se il fatto è di particolare tenuità e la condotta non è abituale, con il proscioglimento che può essere applicato fin dalla fase delle indagini preliminari e dal PM.
 Ma cosa contiene in realtà la nuova legge anticorruzione?
1. Scambio elettorale politico mafioso: le pene per questo gravissimo reato sono state abbassate da quattro a dieci anni (rispetto alla proposta di 7 e 12 anni) con una riduzione del 42%, con l'esclusione esplicita del reato qualora non venga provato (prova quasi impossibile se non con la confessione) che le modalità di procacciamento di voto, in cambio di controprestazioni, siano avvenute con atti intimidatori tipici mafiosi.
2. Autoriciclaggio: le pene previste da 4 a 12 anni sono state ridotte da 2 a 8 anni e il reato di autoriciclaggio non sussiste se il denaro impiegato (anche se frutto di precedenti reati) viene destinato al mero godimento personale. L’elettore di questi gaglioffi si rende conto su quale presa in giro sia costruita questa norma che è facilmente eludibile e di difficile applicazione? Come dire che è lecito a chi ruba se lo fa per il proprio godimento personale.
3. Reintroduzione del reato di falso in bilancio. Il progetto Grasso abrogava di sana pianta le soglie di non punibilità. Il Governo ha, invece, inserito nel testo le circostanze attenuanti per fatto di lieve entità e per la non abitualità della condotta, come principi di sconti di pena applicabili a prescindere dalle dimensioni e dal fatturato delle società. Vi è mai capitato di leggere la notizia del povero che ruba una mela per mangiare e viene subito denunciato? Si, ma in quel caso la lieve entità non conta. Come si combatte la corruzione? Impedendo che venga scoperta dato che la pena massima di 5 anni per i falsari di bilancio delle società non quotate (che sono circa il 94% di quelle esistenti), esclude l'uso delle intercettazioni, a meno che le falsificazioni di bilancio siano attuate in modo “consapevole” (come se fosse possibile falsificare il bilancio a propria insaputa!) e con modalità “concretamente idonee” ad indurre altri in errore. Povero il Magistrato che dovrà cimentarsi nella prova!
Fun qui i reati che direttamente o indirettamente possono coinvolgere i politici e quindi si capisce la manica larga. Se invece si passa ai reati dei burocrati allora le pene aumentano tutte. Di fatti tutti i reati contro la P.A. (art. 314 peculato; art. 318 corruzione per l’esercizio della funzione; art. 319 corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio; art. 319 ter corruzione in atti giudiziari; art. 319 quater corruzione per induzione; art. 416 bis associazione di tipo mafioso) hanno avuto un aumento generalizzato delle pene. Però siccome questi reati finiscono per favorire la casta politica è bene che la casta dei mandarini resti al suo posto ed infatti governo e maggioranza hanno bocciato le uniche proposte suscettibili di purgare l'Amministrazione pubblica dai malfattori di professione e cioè l’Interdizione perpetua dai Pubblici Uffici per i politici ed amministratori condannati per tutti i reati contro la P.A., l’impossibilità perpetua a contrarre e ad avere futuri rapporti con la P.A., l’Introduzione del più classico strumento investigativo utilizzato negli USA come "l’agente provocatore” o quantomeno ”l’agente sotto copertura” (già previsto in Italia per altri reati tipo terrorismo, droga, pedopornografia, ecc.); l’automatismo della limitazione della libertà personale (carcere) e della disponibilità dei beni (sequestro).
E cosa poteva approvare di diverso da questo grande imbroglio un parlamento come il nostro pieno di indagati, inquisiti e condannati? Un parlamento che sarebbe riduttivo definire “fiera della transumanza” dato che in due anni ben 185 parlamentari hanno tradito gli elettori e cambiato squadra e bandiera?
Ma c’è di più. Poiché è un principio consolidato di diritto quello che estende le norme penali più favorevoli al reo anche con effetto retroattivo (la Corte Costituzionale, la Cassazione e la Corte Europea dei diritti dell’uomo sono unanimi nel dichiarare il "favor rei" sempre applicabile, anche per fatti passati, in ogni stato del processo) l'introduzione del concetto di tenue entità del reato fa sì che ora tutti gli indagati e i condannati siano titolati a chiedere rispettivamente l’archiviazione, il proscioglimento e la revoca degli effetti della condanna per tenuità del fatto. Saranno tutti ripuliti, candidi come gigli e saranno tutti candidabili e compatibili in barba alla legge Severino.
Tra poco meno di due mesi gli elettori italiani andranno alle urne per eleggere gli amministratori in 7 regioni, cioè un terzo dell’Italia. Saranno in grado di vendicare di essere stati turlupinati da destra e da sinistra? Potranno riflettere di non dare con quel voto il lasciapassare ai furfanti? Basterà che ricordino lo slogan “la coop sei tu” ma i ladri sono sempre loro.

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LIBIA: CORSI E RICORSI

TORQUATO CARDILLI - Mi sono occupato più volte, anche da queste colonne, di Libia, paese dove ho vissuto per quasi quattro anni, per cercare di individuare la politica più rispondente agli interessi nazionali.
I fatti di questi giorni (minacce islamiste, rapimenti, estorsioni, immigrazione clandestina continua, reati vari contro lo Stato) e le reazioni scomposte di alcuni politici italiani ci riportano indietro di 100 anni, alla storia degli antichi rapporti tra Roma e Tripoli. Proviamo a leggerne le similitudini ed evitiamo di ripeterne gli errori.
Nel 1900 l’Italia viveva il cosiddetto periodo giolittiano in cui destra e sinistra avevano perduto quasi ogni significato con molti deputati, che - si diceva allora - entravano in Aula dalla porta di sinistra, facevano qualche esperienza e dopo poco tempo, compiuto il giro del semicerchio, entravano dalla porta di destra, o viceversa. Era una fase politica che alcuni definivano "priva di ideali e di fede"; e che aveva svuotato completamente le rivendicazioni dei lavoratori, Come oggi.
Da tempo l‘Italia aveva stabilito insediamenti commerciali in Tripolitania (il nome romano di Libia sarà utilizzato solo dopo la conquista italiana) con l’apertura in varie città di Consolati, di uffici postali, di scuole, di ambulatori, di agenzie, di banche e molte imprese incoraggiavano l'emigrazione e il commercio. Questa penetrazione pacifica però era osteggiata tanto dai funzionari del governo turco quanto dai beduini retrogradi e conservatori, gelosi della tradizione tribale. Continui erano gli atti di angheria e di sopraffazione in varie parti del territorio ottomano (ci fu il rapimento della figlia sedicenne di un funzionario italiano delle ferrovie, convertita forzatamente all’Islam e data in moglie a un musulmano, l’uccisione di alcuni sacerdoti, le rapine contro commercianti, ecc.). Come oggi.
In Tripolitania l'ostilità delle autorità ottomane, aperta o subdola, aveva l’obiettivo di contrastare gli interessi economici e commerciali dell'Italia. Le domande di concessioni fatte da imprese italiane (acqua, molini, oleifici, impianti tecologici, lavori stradali ecc.) erano sistematicamente boicottate o ritardate per corruzione, rendendo difficili l'acquisto di terreni e le volture catastali mentre persino la missione archeologica italiana, veniva ostacolata; il tutto in flagrante violazione delle capitolazioni.
A Roma gli ambienti nazionalisti, finanziari e religiosi incominciarono ad esercitare pressioni sul governo per una forte presa di posizione, perfino di carattere militare, contro la Turchia e la stampa cattolica alimentava la propaganda imperialista presentando l’eventuale guerra come una nuova "crociata contro gli infedeli" mentre l'occupazione della Tripolitania  avrebbe rappresentato un’acquisizione di anime alla cristianità. Scesero in campo persino vari esponenti della cultura del tempo per celebrare le “canzoni delle gesta d’oltremare” (D’Annunzio) o per divulgare lo slogan “la grande proletaria s’è mossa (Pascoli).
Come oggi.
Sul piano internazionale la Francia non era contenta di vedere l'Italia a ridosso delle sue colonie, ma dopo aver sistemato a fatica la questione marocchina, non poteva avanzare ulteriori rivendicazioni sul Nord Africa; la Russia, viceversa, per via della sua tradizionale ostilità antiturca (il ricordo della guerra di Crimea era ancora vivo) vedeva volentieri un’espansione italiana ai danni dell’impero ottomano, così come l'Inghilterra, che desiderava evitare a tutti i costi l'insediamento nel Mediterraneo della Germania sospettata di mire espansionistiche dopo la Conferenza di Berlino del 1888. Quest’ultima essendo alleata dell’Italia non era intenzionata a incrinare l’alleanza per un lembo di deserto ed anzi era portata a condizionare anche l’impero asburgico verso un atteggiamento di benevolenza.
Su questa tela di fondo, tutto sommato favorevole o non particolarmente ostile da parte delle varie potenze nei confronti dell’espansione italiana, si scorgeva in trasparenza anche il recondito auspicio delle cancellerie europee che l'Italia potesse sbattere in Africa il muso per la seconda volta (dopo la tremenda batosta di Adua di 15 anni prima) dato che negli ambienti militari internazionali, che avevano sperimentato direttamente il valore dei Turchi, l'esercito italiano non riscuoteva una buona reputazione.
Come oggi.
Scontando la neutralità o il disinteresse europeo alla vicenda, il ministro degli esteri Antonino Paternò di San Giuliano interpretò le pressioni dei nazionalisti, dei liberali, dei cattolici, come una spinta a lavare l’onta al prestigio nazionale inferta da Menelik, e assecondando gli interessi economici degli imprenditori, volle passare all’azione nel timore che il trascorrere del tempo potesse rischiare di fargli perdere il momentum favorevole all’impresa.
Come oggi.
Così il 28 settembre 1911 ordinò al nostro incaricato d’affari a Costantinopoli De Martino di consegnare alla Sublime Porta una durissima nota di protesta per le angherie cui erano soggetti a Tripoli gli Italiani e avvertiva che sarebbe stato considerato un atto gravemente ostile l'approdo in quel porto di navi militari turche (pur sapendo, o anzi proprio perché sapeva, e voleva creare il casus belli, che una nave militare aveva già lasciato il Bosforo per Tripoli) che si concludeva con l’ultimatum di accettare l’intervento diretto italiano per la protezione degli interessi dei propri cittadini, ultimatum a cui l’impero ottomano avrebbe dovuto rispondere con soddisfazione entro 24 ore.
Istanbul rispose in modo ritenuto insoddisfacente dal Governo italiano che era ormai intenzionato all’azione militare, perché non garantiva la sicurezza degli italiani, perché la disposizione ad accordare all'Italia le concessioni economiche era condizionata ad una imprecisata compatibilità con la dignità e la tradizione del Paese, e perché la nave con i rifornimenti militari era già arrivata prima della scadenza dell’ultimatum. Parallelamente i capi arabi tripolini telegrafavano al Governo inglese pregandolo di intervenire per impedire l'occupazione italiana. La stampa turca minacciava l'espulsione di tutti i cittadini italiani dall'impero ottomano e la proclamazione della guerra santa, promuovendo comizi e dimostrazioni contro l'Italia, mentre nelle città libiche gli "ulema" predicavano lo sterminio degli infedeli e specialmente degli Italiani. Le stesse cose che dicono oggi i terroristi dello Stato islamico.
Il 29 settembre l’incaricato d’affari italiano per ordine di Vittorio Emanuele III presentò al gran visir questa dichiarazione di guerra: Il termine che il Governo italiano aveva accordato al Governo turco è trascorso senza che gli pervenisse una risposta soddisfacente a conferma del malvolere o dell'impotenza di cui il Governo e le Autorità imperiali hanno già fornito numerose prove specialmente per ciò che concerne la tutela degli interessi o dei diritti italiani in Tripolitania e in Cirenaica. Il governo italiano si vede per conseguenza obbligato a provvedere direttamente alla salvaguardia di quei diritti ed interessi come della dignità e dell'onore del Paese con tutti i mezzi di cui dispone. Gli avvenimenti che seguiranno non potranno essere considerati altrimenti che come la conseguenza necessaria, per quanto penosa, del contegno adottato da lungo tempo dalle Autorità dell'impero di fronte all'Italia. Essendo quindi interrotte le relazioni d'amicizia e di pace fra i due Stati, l'Italia si considera da questo momento in stato di guerra con la Turchia.
La guerra italo-turca iniziò il 30 settembre 1911 con la partenza della squadra navale italiana, forte di 34.000 uomini che diventarono poi col tempo ben 80.000, accompagnata dalle note della canzone “Tripoli bel suol d’amore, sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon”. Essa durò poco più di un anno fino al 18 ottobre 1912 e costò all’Italia 3.431 morti e 4.220 feriti, mentre i turchi, con una forza schierata di poco più di 28.000 uomini aiutati da alcune migliaia di mehalla irregolari ebbero quasi 9.000 morti.
Le operazioni militari furono inframmezzate da episodi di rara crudeltà: 290 bersaglieri attratti in un’imboscata a Sciara Sciatt, nei pressi di Tripoli, furono fatti prigionieri e trucidati dopo indicibili torture (accecati, evirati, crocifissi, bruciati vivi, decapitati, tagliati a pezzi) con inevitabili rappresaglie da parte italiana con procedimenti sommari di fucilazioni e impiccagioni di oltre 1.000 civili.
Come fanno oggi quelli dell’Isis quando sgozzano i civili catturati o trucidano nel dolore i militari fatti prigionieri.
Fin qui la storia di un secolo fa. A 100 anni di distanza da quei fatti, il 17 febbraio 2011 il popolo libico si rivoltava contro Gheddafi che aveva tenuto sotto controllo il paese per 42 anni con un pugno di ferro. Il presidente Sarkozy nel tentativo di recuperare il consenso perduto presso il popolo francese e il premier britannico Cameron, sempre in prima fila quando si tratta di menar le mani, colsero al volo l’occasione dell’aperta rivolta iniziata a Bengasi e propagatasi a Misurata per regolare i conti in sospeso con Gheddafi. I primi raid aerei furono lanciati contro il grosso del potenziale militare di Gheddafi ancor prima che ci fosse una decisione favorevole delle Nazioni Unite e della Nato che servirono come foglia di fico successiva, per nascondere la vergogna di un’aperta violazione delle convenzioni e del diritto internazionale. E l’Italia dapprima riluttante si accodò mestamente all’aggressione temendo di perdere i suoi investimenti ed interessi petroliferi.
La schiacciante superiorità aerea degli alleati costrinse Gheddafi a vedere cadere una alla volta in mano ai rivoltosi le città libiche che avevano resistito eroicamente alle sue cannonate, e a rintanarsi sempre di più nel bunker di Tripoli finché non ne fuggì il 23 agosto per evitare la cattura. Ma ormai era diventato una preda disperata; due mesi dopo, il 20 ottobre 2011, fu catturato a Sirte in u rifugio antiaereo da una banda di rivoluzionari che lo uccisero facendone strazio e filmando il vilipendio del cadavere.
Mentre il Consiglio Nazionale Transitorio dichiarava la "liberazione" della Libia, nessuna delle potenze intervenute a dar man forte ai rivoltosi contro Gheddafi aveva pensato minimamente al dopo, salvo gli americani che si preparavano a ricorrere al vecchio metodo della utilizzazione degli esuli per riportare in Libia il generale libico Haftar (ex comandante di Gheddafi nella guerra del Ciad e riparato negli USA) con lo scopo di creare un governo fantoccio.
L’anno successivo si tennero le prime elezioni libere in cui ebbe il sopravvento l’ala moderata laica di Mahmud Jibril, ma il Paese era in preda alla violenza delle milizie di ex ribelli che non avevano ceduto le armi dopo la caduta del regime, di gruppi di ufficiali e soldati gheddafiani sbandati, di delinquenti comuni che avevano saccheggiato le armerie, di fanatici musulmani che spingevano nel rafforzare le spinte autonomistiche regionali verso l’antico sistema tribale.
In questo clima la ricorrenza dell’anniversario dell’attentato alle torri gemelle di New York, fu festeggiata l’11 settembre 2012, con l’assalto al Consolato degli Stati Uniti a Bengasi da parte di un gruppo di al Qaeda, detto Ansar al Sharia, che non si limitò all’incendio e al saccheggio  dell’immobile ma uccise  l'ambasciatore americano Chris Stevens e tre funzionari della Cia che lì operavano con copertura diplomatica.
Nei mesi successivi altre Ambasciate occidentali vennero prese di mira e costrette a chiudere i battenti per le minacce dei miliziani che assaltarono a Tripoli anche diversi ministeri (Giustizia, Esteri, Interno) per ottenere una specie di riconoscimento politico.
Solo ad ottobre dell’anno dopo (2013) diventò chiaro a tutti lo scopo dell’infiltrazione degli agenti della Cia in Libia: con un blitz di forze speciali americane eliportate da una portaerei riuscirono a catturare a Tripoli Abu Anas al Libi, un responsabile di al Qaeda, considerato l’organizzatore degli attentati del 1998 alle Ambasciate americane in Kenya e Tanzania che causarono centinaia di vittime (al Libi morirà, si dice per malattia, in un carcere americano a gennaio 2015, anche se si è fatta strada l’ipotesi che non abbia resistito alle torture a cui era stato sottoposto).
L’operazione del commando americano scatenò polemiche e proteste che sfociarono nel sequestro popolare del primo ministro Zeidan, ritenuto colluso con gli americani. A quel punto il generale Khalifa Haftar diede il via, con il sostegno finanziario e strumentale americano, all'operazione “dignità" contro le milizie islamiche a Bengasi. Accusato all’inizio di tentativo golpista nei mesi successivi fu riassorbito nelle forze armate regolari contro i jihadisti.
A quattro anni esatti dall’inizio della rivolta contro Gheddafi, nella più colpevole indifferenza dell’Occidente (gli americani come costume conducevano una partita tutta loro senza scambio di informazioni con gli alleati), la Libia sprofondava nella più totale anarchia, teatro di guerra aperta tra bande e milizie islamiche di varie tendenze, spaccato in due, con due parlamenti e due governi (uno a Tobruk di Abdallah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro, distante 1200 kilometri, a Tripoli di Omar al Hassi, vicino ai fratelli musulmani) di cui nessuno autorevole e in controllo della situazione. In mezzo, nella città di Derna, gli estremisti islamici proclamavano la rinascita del califfato e l'alleanza con lo Stato islamico.di Abu Baktr al Baghdadi che, in breve tempo, raggiungeva anche Sirte e i sobborghi di Tripoli.
E proprio qui l’attentato terroristico contro l’hotel Corinthia (gennaio 2015), il più lussuoso della capitale libica, frequentato da diplomatici e uomini d’affari stranieri, segnò il punto di non ritorno nell’escalation terroristica propagandata con il filmato della decapitazione di 21 civili egiziani copti.
Da quel momento la tratta degli esseri umani provenienti per lo più dall’Africa nera si è fatta più intensa, più crudele, più aggressiva, più industriale più organizzata, una macchina da soldi inesauribile, utilizzata con tutti i mezzi disponibili dalle carrette del mare ai moderni gommoni (per lo più di fabbricazione italiana), con l’ausilio di navi madri e la protezione armata tanto da sfidare i nostri guardiacoste accorsi per salvare da morte certa migliaia di naufraghi.
E’ stato in questo frangente che il governo italiano ha denunciato paurosi sbandamenti e mancanza di lucidità politica di due ministri, uno più improvvisatore dell’altra, senza far torto alla parità di genere. Il Ministro degli Esteri e quella della Difesa hanno perso del tutto il senso della misura e della realtà e si sono esposti in modo impietoso all’ironia da avanspettacolo.
L’impacciato Gentiloni, infischiandosene della carta costituzionale e del sentimento popolare, ha dichiarato ai media che l’Italia era pronta alla guerra. Da parte sua l’ineffabile Pinotti, con la faccia truce da commando, gli è andata a ruota dicendo che l’Italia era in prima linea nell’intervento militare e che se aveva mandato 5.000 uomini a combattere in Afghanistan, terra lontana, poteva certamente fare altrettanto con la Libia che è alla porte di casa e dove guiderà la missione ONU.
Ci ha pensato il presidente del Consiglio Renzi a metterci una pezza. Raffreddando gli animi, in attesa che si pronunci il Coniglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha messo in guardia chi si fa trasportare da facile entusiasmo nel passare dall'indifferenza totale all'isteria irragionevole.
Certo le centinaia di morti annegati ad ogni tentativo di traversata verso l’Italia e l’immondo e spregevole mercato di poveri disgraziati che frutta alla criminalità non meno di trecentomila dollari a viaggio, merita una risposta chiara, senza farsi ipnotizzare dalla retorica per cui se dici che le nostre risorse umane, finanziarie, tecniche vanno indirizzate a fini più immediati di sicurezza nazionale, vieni scambiato per militarista.
Bisogna che il governo indichi quale è l’obiettivo che ci prefiggiamo e come conseguirlo, senza facili affidamenti ad altri, Stati o a Organizzazioni internazionali. Se dobbiamo affrontare l’emergenza degli immigrati e il contrasto alla criminalità politica da soli, nell’indifferenza europea (dov’è la Mogherini?) dobbiamo ripagare la comunità internazionale della stessa moneta.  Quanto ci costa la permanenza in Afghanistan? Ritiriamo i nostri militari dall’estero, senza nemmeno pensare all’Ucraina, e dedichiamo le risorse umane, finanziarie e tecniche a stroncare il contrabbando di negrieri sulla pelle di centinaia di migliaia di disperati e a difendere i nostri confini, che in fatto di sicurezza nazionale, di fronte a Stati in dissoluzione, iniziano sulla battigia africana e non alla fine del mare territoriale.
La nostra forza militare e di polizia, e le tasse del popolo italiano non vanno sprecate, ma concentrate per proteggere il nostro equilibrio sociale ed evitare infiltrazioni di esaltati fanatici assassini.
Quale la strategia migliore, più facilmente attuabile in tempi brevi? Un intervento risolutivo, molto lontano, e meno costoso, da quello ipotizzato dal duo Gentiloni-Pinotti: distruggere e affondare sul posto tutte, ma proprio tutte, le barche, barconi, pescherecci, gommoni, natanti, che si trovano sul litorale libico con operazioni di incursori, di commando, con droni, con aerei ecc. Non ci sarebbero vittime a meno che i negrieri non ingaggino un conflitto a fuoco. E che provi qualcuno all'ONU o in Europa a criticare l'Italia che agisce per legittima difesa!. Il Califfato nelle sue varie articolazioni territoriali non si combatte con le bombe, né con le sfilate di politici in passerella per ipocrite manifestazioni di condoglianze e solidarietà che lasciano il tempo che trovano, ma con l'isolamento ermetico, fisico e finanziario. Nessuno deve uscire dai paesi in cui agisce l'Isis e nessuno deve entrarvi. Soprattutto niente armi, niente petrolio e niente soldi e guai a chi viola l’embargo.

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LA MIGLIORE OFFERTA

LUCIA ABBALLE - La cessione del controllo della società Pirelli al colosso statale cinese China National Chemical Corporetion (ChemChina), potrebbe essere letta come una rivisitazione aggiornata, in chiave nazionalistica, de La migliore Offerta. Proprio come nel film del 2013 di Giuseppe Tornatore, l’Italia subisce molto frequentemente autorevoli battitori d’aste che riescono quasi sempre ad impossessarsi, a basso costo, di “tele”- o meglio- di società di grandissimo valore, restando il più delle volte vittima di un finissimo gioco di apparenze e mistificazioni. La migliore offerta davanti agli occhi distratti di un Governo incapace di fare sistema e che rischia di trasformare l’Italia in una colonia del mondo. Lungi dal voler essere una provocazione, ma l’attenzione riservata in questi ultimi giorni alla vicenda di Maurizio Lupi e alla relativa assegnazione del dicastero dal medesimo presieduto, unitamente alla retorica sulle possibili dimissioni dei sottosegretari che hanno problemi con la giustizia, hanno praticamente asfaltato la notizia del passaggio della Pirelli, una delle maggiori società industriali private di questo Paese, da una proprietà italiana ad una proprietà cinese. Basti guardare le prime pagine dei giornali e la collocazione delle notizie per rendersi conto di come la questione sembri essere marginale, percepita come “normale” amministrazione di una politica industriale che non c’è. È come se la politica industriale fosse una questione che riguarda solo ed esclusivamente i mercati e che, a tratti, lambisce l’attività di un Governo che continua a considerarla come un vecchio arnese da museo, un simbolo di un’epoca passata. Per cui basta invocare la rottamazione del passato e la volontà di fare le riforme per restituire all’Italia una nuova identità.
L’Italia di Matteo Renzi, più giovane, audace ed ambiziosa, ha dimostrato- proprio nelle manifestazioni di stima ed apprezzamento all’operazione messa in atto da Marco Tronchetti Provera, numero uno del gruppo di pneumatici Pirelli- di non riuscire a riconoscere i limiti di un sistema Italia che ha avuto il solo effetto di allungare la lista di acquisizioni straniere di aziende italiane di prima grandezza. Pirelli è solo l’ultima delle tante imprese italiane che, negli ultimi anni, sono passate sotto il controllo estero; tra queste: Bulgari, Loro Piana, Parmalat, le Acciaierie di Piombino, Alitalia. Un altro gruppo estero potrebbe comprare l’Ilva. Imprese cinesi hanno stretto accordi strategici con Finmeccanica, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Nel caso di Pirelli, non si può negare che il carattere di urgenza ed emergenza che soggiaceva alle operazioni della società sui mercati internazionali, abbia spinto Marco Tronchetti Provera all’accordo con la Cina, viste le scarse prospettive di crescita delineate che avrebbero reso finanziariamente più fragile l’impresa stessa, esposta al rischio di Opa predatorie alle quali non sarebbe stato possibile opporre una barriera. Pertanto, pur riconoscendo per certi aspetti la necessità dell’operazione messa in atto da Tronchetti Provera, non ci si può consolare con irrilevanti clausole contenuti nell’accordo (come quella che garantisce la sede legale, gli headquarter e i centri di ricerca in Italia, revocabile solo con una maggioranza del 90 per cento) per rivendicare l’italianità dell’operazione capace solo di irretire un residuale nazionalismo. Tuttavia- sebbene i cinesi nei prossimi 5 anni non avranno la maggioranza, e non è scontato che ce l’abbiamo nemmeno dopo- le decisioni sugli investimenti, sulle aperture e sulle chiusure di nuovi centri produttivi saranno prese a Pechino e non in Italia. Si tratta comunque di una cessione di sovranità decisionale sulle creature italiane, nate dall’ingegno, dalla creatività e dalla professionalità di eccellenze che tutto il mondo ci invidia. Va bene preoccuparsi di lavoro, di occupazione e di futuro ma non ci si domanda quali possano essere i riflessi di questi mutamenti economici sull’economia italiana, quando il futuro dei nostri giovani dipenderà dalla scelta di Paesi stranieri. È inutile parlare di riforme quando non si ha una visione economica del futuro, quando ciò che importa è circoscritta nella miopia del presente e non si lavora affinchè si sviluppi un retroterra nazionale finanziario in grado di dare ossigeno alle piccole medie-imprese e di farle tornare ad essere fortemente competitive sugli scenari internazionali. Bisogna, sin da subito, creare le condizioni più appropriate per l’innesco di un processo di crescita consistente e durevole; varare un’efficace politica industriale che valga a rafforzare le potenzialità del sistema produttivo italiano, con riguardo sia al suo attuale modello di specializzazione sia al suo ingresso in nuovi settori di attività; migliorare l’impiego delle risorse umane e adottare valide politiche attive del lavoro; dar corso ad una serie di misure che rafforzino o modernizzino, a seconda dei casi, un complesso di infrastrutture materiali e immateriali a supporto dell’economia reale; implementare una filiera di servizi e di reti che siano funzionali all’espansione degli scambi non solo nella zona euro- atlantica ma anche in quella euro- mediterranea.
Soltanto così riusciremo a capire se dietro la migliore offerta si nasconde un falso o un’inestimabile opera d’arte.

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LA VORAGINE

Desta raccapriccio constatare come, a dispetto delle tasse e dei sacrifici imposti alle classi meno agiate, il debito pubblico italiano sempre in aumento
TORQUATO CARDILLI - L’anno 2015, per gli amanti della cabala, sarà un anno infausto. Ricorrono il bicentenario della restaurazione sancita dal congresso di Vienna, chiuso una decina di giorni prima della definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo, e il centenario del nostro ingresso nella carneficina della prima guerra mondiale, i cui foschi ricordi fanno da sfondo ad una realtà molto preoccupante. Qui non si tratta di essere disfattisti, catastrofisti o gufi, ma di aprire gli occhi di fronte all’encefalogramma piatto della nostra politica estera e alla voragine, tipo buco nero, del debito della Grecia e dell’Italia.
Dall'Ucraina alla Siria, dall'Afghanistan allo Yemen, dall'Iraq alla Libia, dall’Egitto alla Nigeria è come se stessimo seduti su una polveriera. Gli attentati terroristici in Europa, intervallati dai raccapriccianti video di esecuzioni dei tagliagola del califfato o dei rapimenti di Boko Haram, si fanno sempre più audaci e le minacce alla nostra sicurezza sempre più gravi, mentre i barconi di disperati che riescono a scampare al naufragio continuano a rovesciare sulle nostre coste centinaia di diseredati e di cadaveri, superstiti rispetto a quelli finiti a fondo.
Fino a quando le nostre relazioni internazionali (su cui torneremo) resteranno affidate a politici di terza o quarta fila che non sono riusciti a venire  capo della vicenda dei marò, che parlano di guerra senza sapere quello che dicono, che vagheggiano la guida di alleanze sulla carta, non c’è speranza che il nostro paese possa esercitare un ruolo neppure nel Mediterraneo.
La Grecia tiene l'Europa con il fiato sospeso per il rifiuto di sottostare al diktat della troika e minaccia di compromettere la stabilità dell’euro zona, mentre in Italia l'economia non tira come promesso e larghe fette della popolazione sono in grave sofferenza.
Il disgregamento dello scellerato patto del Nazareno che ha mandato in frantumi la tanto sbandierata convergenza politica tra PD e FI (quella per cui Napolitano ha fatto perdere alla nazione due anni interi) ritenuta necessaria per la riscrittura delle regole non ha indotto il PD a cambiare politica. Renzi non vuole sentire ragioni; si è intestardito di varare a tutti i costi la più orrenda delle riforme costituzionali. Può contare ormai su una ridotta maggioranza ed allora precetta il parlamento come se questo fosse al suo servizio. Risultato: ha ottenuto il voto favorevole di 308 deputati (meno della metà dei 630 componenti l’assemblea) con mezza aula della Camera vuota. Capolavoro di saggezza politica per una riforma che, se tutto dovesse d’ora innanzi filare liscio, entrerebbe in vigore nel 2018. Ne valeva la pena? Come Berlusconi ha inchiodato le Camere per anni sulle leggi ad personam, così Renzi, rinnegando le promesse elettorali di equità, di lotta all’evasione ed alla corruzione, fa per stracciare una delle migliori costituzioni del mondo e sostituirla con un testo di per sé incostituzionale, solo per vanagloria personale. Ma a rimettere le cose a posto provvederà il popolo italiano, con il referendum obbligatorio per il quale non è necessaria la raccolta delle firme.
Lo stesso popolo che chiede invano dall’inizio della legislatura (due anni pieni se ne sono già andati il primo con Letta e il secondo con Renzi) un intervento urgente sull’economia, sul disagio sociale, sulla sanità, sui servizi pubblici.
Assumendo l’incarico a febbraio 2014 il primo ministro, con modi da guascone smargiasso, aveva promesso una riforma al mese, ma i milioni di disoccupati non sono diminuiti, il rapporto deficit pil non ha registrato evoluzioni positive, il debito è aumentato e la spesa pubblica, nonostante i tagli lineari non è diminuita gran che, assestandosi intorno al 50% del PIL, soprattutto a causa della montagna di interessi che hanno devastato qualsiasi ipotesi di ripresa. Insomma un bilancio decisamente negativo.
L'Italia è il paese europeo che ha pagato più interessi, dissanguandosi a discapito della crescita economica. Per convincersene e misurare quanto essi abbiano pesato sul benessere dei cittadini, basta raffrontare la performance dei migliori e dei peggiori della zona euro, secondo una rilevazione del 2010 sul decennio precedente, in miliardi di euro e sull’andamento del nostro debito:
Paese                debito 2010      media int.anno    tasso medio   interessi totali
Italia                    1.851                   76                        4,6%           1.348
Germania            1.988                   67                        2,6              1.119
Francia                1.717                   52                        2,6                782
Spagna                  734                   25                        2,4                 343
Grecia                    355                   15                        7,0                 127
 
Andamento del debito italiano negli ultimi 5 anni in miliardi di euro
Anno           debito                  % sul PIL
2010           1.851                   115,34
2011           1.907                   116,4
2012           1.989                   122,2
2013           2.069                   127,9
2014           2.135                   132,6 (rispetto al 60,7 della Germania)
 
Leggendo queste cifre, pubblicate nel sito del MEF, desta raccapriccio constatare come, a dispetto delle tasse e dei sacrifici imposti alle classi meno agiate, il debito pubblico italiano sempre in aumento, sia praticamente la somma degli interessi semplici e composti degli ultimi 20 anni, prelevati dalle tasche dei cittadini attraverso un opprimente e crescente prelievo fiscale e trasferiti in quelle degli speculatori e del mondo della rendita.
Tutte le leggi finanziarie che si sono susseguite negli ultimi 20 anni (Dini, Ciampi, Amato, Visco, Tremonti, Padoa Schioppa, Monti) presentate al popolo in modo truffaldino come risanatrici, ed approvate da parlamentari che non sanno quello che fanno, sono servite solo a veicolare verso l'estero, e in modo crescente, centinaia di miliardi.
Prima dell’euro gli stranieri non erano particolarmente attratti dall'acquisto di BOT, BTP e CCT sui quali incombeva ciclicamente il pericolo della svalutazione della lira e quindi della diminuzione del capitale investito in termini di altre valute.
Quando divenne evidente che l’Italia sarebbe entrata nell’Euro gli investitori stranieri iniziarono a comprare in modo sempre più cospicuo i titoli ventennali italiani all’interesse del 10%. Scommettendo sulla rivalutazione del capitale hanno realizzato la più grande speculazione finanziaria dell’epoca moderna, non solo perché i titoli di Stato italiani erano meglio remunerati, rispetto ad esempio ai Bund tedeschi, ma perché era venuto a cessare lo spauracchio della svalutazione.
Inoltre mentre gli investitori italiani, bisognosi di un piccolo reddito immediato, compravano titoli a breve termine, meno soggetti al rischio di oscillazione, quelli internazionali sottoscrivevano i titoli pluriennali, che avrebbero certamente consentito una remunerativa speculazione contando sulla crescita della quotazione man mano che sarebbero scesi i tassi correnti. Così gli investitori esteri sono passati da un possesso di circa il 10% di trenta anni prima al 42% del totale del debito pubblico. Ma poiché la loro concentrazione si è riversata sui titoli a lungo termine, che offrono una remunerazione più elevata, è come se detenessero quasi il 60% del nostro debito dato che incassano la maggioranza degli interessi pagati dallo Stato.
Il mercato dei titoli pubblici italiani è per dimensione il terzo al mondo (alla pari con quello della Germania) dopo quello americano e quello giapponese, ma è il più attraente per gli speculatori finanziari. I titoli giapponesi non rendono nulla e per questo sono posseduti per tre quarti da investitori nazionali, piccoli e grandi, e il resto dalla Banca Centrale, mentre il debito americano è detenuto per più della metà da fondi sovrani di altri governi e dalla Federal Reserve.
Dopo la creazione dell’euro e il correlato calo dei tassi di interesse in tutta l’Europa, i nostri titoli decennali e ventennali emessi alla pari al tasso intorno al 10% hanno cominciato ad incrementare il loro valore passando in poco tempo ad una quotazione tra 120 e 130 quindi con un aumento del capitale tra il 20% e il 30%, cui andava sommato l’effetto valuta rispetto al dollaro.
I guadagni ottenuti dagli investitori esteri sull’Italia, non sono stati generati miracolosamente dal "mercato", ma sono derivati esclusivamente dall’aumento costante delle tasse sugli italiani, imposto dagli impegni formali sottoscritti a cuor leggero dei nostri governi, da Mastricht in poi per arrivare al Fiscal Compact, che ci hanno obbligato a realizzare ogni anno un avanzo primario proprio per poter ripagare gli interessi.
Da quasi venti anni, grazie a Berlusconi affaccendato a proteggere se stesso e le sue aziende con l’acquiescenza di una sinistra ottusa, il perno della politica economica italiana è stato costituito da un prelievo di tasse crescenti per garantire il pagamento degli interessi agli investitori e agli speculatori che poi erano gli stessi che determinavano rating e spread, senza che il popolo ne fosse adeguatamente informato.
Secondo le classifiche degli istituti di ricerca, l’Italia non è ritenuta un mercato appetibile per gli investimenti esteri di tipo industriale per l’estesa corruzione, la pesante burocrazia, il costo eccessivo dell’energia, la lentezza della giustizia amministrativa, mentre è una destinazione ideale per le opportunità di investimento sul debito, regalate da un’austerità unidirezionale che getta alle ortiche i sacrifici della gente per creare surplus tra entrate e uscite destinato a ripagare solo gli interessi.
Se queste catene non saranno spezzate (ricordo che la regola del pareggio di bilancio è stata inserita in Costituzione già da 3 anni, ma la riforma ora in discussione non ne prevede l’abrogazione) l’Italia affogherà in questa voragine al pari della Grecia.

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ERCOLE IMPRIGIONATO

TORQUATO CARDILLI - Per una maledizione del destino, a volte, il nome vuol dire esattamente quello che si è o si fa, non per niente per i latini il nome era un presagio (in nomen omen).
E' notizia riportata dalle cronache di queste ore che l'ingegnere Ercole Incalza (ma guarda un po' il significato bizzarro di questo nome che vuol dire inseguire qualcuno che fugge senza dargli tregua o sollecitare qualcuno con insistenza) super dirigente alle Grandi Opere è stato arrestato per corruzione, concussione e altri gravissimi reati in vari scandali di lavori pubblici.
Diamo uno sguardo alla storia di questo 71enne, prototipo della casta di altissimi funzionari, boiardi intoccabili che, nonostante i cambi di governo, restano per troppi anni ancorati ai loro posti di comando, come guardiani dei poteri forti ed eminenze grigie di ministri incompetenti.
Incalza, Capo della Struttura Tecnica di Missione, organismo di supporto del Comitato Interministeriale per la programmazione economica (CIPE) autorità che dà il via libera a tutte le grandi opere, in pratica ministro ombra delle infrastrutture, è stato un vero recordman di proscioglimenti, un campione di slalom processuale avendo evitato svariati procedimenti penali, anche grazie alle leggi berlusconiane quale è la famigerata ex Cirielli, che ha ridotto i tempi della prescrizione.
Nel 1980 dirigente della Cassa del Mezzogiorno, passa nel 1985 alla Motorizzazione Civile  e nel 1991 diventa AD della società TAV controllata dalle Ferrovie dello Stato. Insieme a Lorenzo Necci, ex AD di FS, inquisito 42 volte, condannato per corruzione, e morto misteriosamente (si dice per aver ricevuto documenti riservatissimi dei servizi segreti, scomparsi dalla sua borsa nel luogo dell'incidente automobilistico, come l'agenda rossa di Borsellino) riuscì a garantire, senza gara, svariati miliardi di appalti per la costruzione dell’alta-velocità ad IRI, ENI e Fiat. Il fatto che l’alta velocità sia costata ai cittadini ben 93 miliardi di euro anziché i 15,5 previsti fa poca differenza, per un sistema politico abituato a vedere tranquillamente lievitare i costi con ricarichi ingiustificati di oltre il 40% per la creazione di provviste di fondi neri per la corruttela.
Nel 1996 Incalza viene coinvolto nel processo di Genova sul terzo valico (la linea ferroviaria Tortona-Novi Ligure-Genova). L’accusa era truffa aggravata e tra gli imputati c’erano anche vecchie conoscenze: l'ex senatore di Forza Italia Luigi Grillo (che Berlusconi dice di non conoscere) arrestato recentemente per lo scandalo EXPO e un tal Bruno Binasco (già condannato assieme a Primo Greganti, il famoso compagno G del PD) per finanziamento illecito ai partiti, tutti salvati dalla prescrizione. Nel 1998 Incalza è arrestato nell’ambito di un processo per corruzione in atti giudiziari del magistrato Squillante (vi dice niente il processo SME che vedeva imputato oltre a Squillante anche Berlusconi?).
Con questo pedigree di manipolazione, roba forte da vere fatiche di Ercole, portate avanti per anni in quell'ambiente opaco politico-affaristico, entra al Ministero dei Lavori Pubblici nel 2001 come capo della segreteria tecnica del Ministro Lunardi (PdL) e vi rimane anche dopo l'uscita di scena del suo mentore scalando i gradini della carriera interna fino alla sommità di Direttore Generale, incarico mantenuto in tutti i governi Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, che hanno manifestato la stessa identica propensione agli affari.
L'arresto del 16 marzo 2015 è il risultato dell'inchiesta per corruzione e abuso di ufficio sugli appalti per la costruzione del TAV di Firenze che ha anche lati oscuri di smaltimento illecito di rifiuti dell’opera, in cui sarebbe coinvolta una ditta legata al clan dei casalesi e che avrebbe visto anche l'arresto dell'ex presidente della regione Umbria e Presidente dell'Italferr la PD Maria Pia Lorenzetti per aver favorito negli appalti la Coopesette, una delle numerose cooperative rosse che monopolizzano tutti i lavori pubblici in diverse regioni d’Italia.
Per un altro perverso scherzo del destino l'anagramma del DG Ercole Incalza sta per "Dire Colleganza". E Con chi era collegato Incalza? Stando alle intercettazioni, di cui si fa cenno nell’ordinanza di arresto, con politici di tutte le tendenze: gli ex sottosegretari Vito Bonsignore del PdL, Antonio Bargone del PD, Stefano Saglia del NCD. In quelle conversazioni vi compare, per caso s'intende, anche il sottosegretario Nencini del Psi e il figlio di un uomo politico con le iniziali L.L. che non sono un errore di trascrizione per NN, ma l’indicazione di Luca Lupi, figlio del ministro delle infrastrutture, che sarebbe stato gratificato di regali insieme al padre e indirettamente di un incarico retribuito.
E pensare che solo tre giorni fa il premier Matteo Renzi, visitando il sito in costruzione dell'Expo di Milano aveva detto che era finito il tempo degli scandali e delle tangenti!. Peccato che non abbia sentito il dovere  di chiamare in disparte Lupi e consigliargli di mollare la poltrona.
Piuttosto che dare annunci alla Crozza, perché non ordina al suo capo gruppo al Senato Zanda di far mettere all'ordine del giorno immediatamente il disegno di legge anti-corruzione, congelato da 731 giorni in un loculo della morgue del Senato?
Due anni fa il senatore Grasso, ancor prima di essere eletto presidente, depositò quel testo che per accordo tacito di maggioranza fu chiuso nel sepolcro delle speranze morte del popolo italiano, nonostante le continue sollecitazioni del Movimento 5 Stelle.
Ma non è finita qui! Il genero di Incalza, Alberto Donati avrebbe dichiarato alla Guardia di Finanza  che l’architetto Zampolini, meglio noto  come il veicolatore degli assegni circolari di Anemone, esattamente come fece per la casa fronte Colosseo dell’ex-Ministro Scajola (arrestato per aver favorito la fuga dell’ex-deputato di FI Matacena, condannato per mafia) lo avrebbe aiutato ad acquistare con 820 mila euro una dimora da sogno a pochi passi da Piazza del Popolo dal costo di 1,2 milioni di euro.
Tutte queste cose denunciate in parlamento il 2 luglio 2014 dal deputato Di Battista, scivolarono come acqua sul granito e il Ministro Lupi fece spallucce.
E' accettabile che un soggetto con questo “curriculum ” possa essere stato riconfermato in una posizione di comando e responsabilità sulle grandi opere in un Ministero così delicato come quello delle Infrastrutture?
E' tollerabile che il Ministro non conoscesse questa sfilza di precedenti di un suo altissimo funzionario finito indagato per associazione a delinquere sulla realizzazione delle opere legate al trasporto nazionale?  E’ tollerabile che il Ministro Lupi di fronte alle accuse pesantissime rivoltegli addirittura in parlamento a luglio 2014 non abbia trovato di meglio che difendere Incalza a spada tratta, ed oggi si capisce "pour cause", con le parole "Incalza è un tecnico tra i più autorevoli"?
E' credibile un Presidente del Consiglio che parla di misure urgenti anti-corruzione ma che non rimuove da posizioni influenti personaggi così indecorosi?

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MATTEO SI RALLEGRA

TORQUATO CARDILLI - Chissà se, venerdì scorso, quando il mondo politico italiano era ancora imballato sulla scheda bianca, l'inventore dell'anagramma del nome del nuovo presidente della repubblica ha svelato la sua trovata, come un oracolo, al premier ed allo stesso nuovo inquilino del Quirinale, in quel momento designato solo in pectore.
Certo è che la pensata di "Matteo si rallegra" come anagramma di "Sergio Mattarella" è forte e dimostra ancora una volta come nella vita il caso si diverta a incastrare i meriti o i demeriti delle persone perfettamente con il loro destino.
Se il Matteo nazionale si è rallegrato per aver superato indenne questa prova, che avrebbe potuto creargli seri problemi in casa e fuori, sono molti quelli che invece hanno dovuto riconoscere di avere sbagliato strategia o fare buon viso a cattivo gioco e rassegnarsi perché difficilmente ci potrà essere un'altra occasione.
E sì, perché in politica i rospi da mandare giù non sono solo le ambizioni personali frustrate, ma anche gli errori di valutazione, di scelta, di alleanza, di tempi. Renzi non aveva fatto mistero che avrebbe fatto un nome secco solo alla vigilia della quarta votazione, e questo non per alimentare la suspence, ma perché non era riuscito a fare accettare la propria scelta a Berlusconi così come questo non era riuscito a far promuovere il suo favorito. I due veti incrociati (uno contro Prodi, gradito alla sinistra e al M5S e l’altro contro Amato, gradito a Napolitano ed agli ex socialisti sparsi tra FI e NcD) si erano elisi a vicenda.
Berlusconi, in fondo, al netto dei declamati requisiti richiesti di imparzialità, di arbitro super partes, di competenza politica ecc., chiedeva il nome di una persona che non gli avesse mai fatto ombra politicamente, che non danneggiasse il suo impero economico e che non fosse ostile alla sua riabilitazione sul piano giudiziario. A Berlusconi del partito, del centro-destra, del paese, del popolo sprofondato nella crisi non interessava granché. Aveva ed ha un solo assillo: quello di difendere il peculio e di mettersi addosso i panni di padre della nuova costituzione, ripuliti dopo l’onta della condanna.
Renzi da parte sua temeva che la ferita subita ad opera dei 29 ribelli del suo partito che gli avevano negato il voto sulla legge elettorale potesse riaprirsi e di fronte ad un Berlusconi speranzoso di una ricompensa per il successo che gli aveva garantito, ha giocato come un professionista del poker. Ha gettato nel cestino tutti i nomi dei pretendenti PD e ha puntato tutte le fiches sul nome secco, senza rose, di Mattarella, uomo storico del suo stesso partito di origine, la Democrazia Cristiana. A tutti ha detto prendere o lasciare e che non ci sarebbe stato un altro candidato.
Pur dando per scontato che il M5S sarebbe rimasto fuori dalla mischia, temeva non tanto per l’insuccesso finale quanto per l’immagine di stratega che ne sarebbe uscita appannata dall’azione dei guastatori del suo partito blanditi o aizzati da Grillo che all'ultimo minuto aveva chiesto pubblicamente a tutti i parlamentari PD di aprire una spiraglio di intesa con lo scopo di rilanciare una candidatura di Prodi. E forse un eventuale cambio di cavallo da parte del M5S con il nome di Prodi al posto di Imposimato avrebbe sparigliato il gioco in modo irreversibile.
Per questo il nervosismo dello staff renziano, celato sotto un’apparente tranquillità,  era al calor bianco. Occorreva partire con i voti in tasca contati prima della “chiama” della quarta votazione con la certezza di superare agevolmente la soglia di 505; era necessario mandare un ukase durissimo a Alfano, ministro dell’interno in bilico di licenziamento se solo avesse provato a votare ancora scheda bianca, come aveva promesso a Berlusconi 24 ore prima, ed attuare la strategia della firma della scheda elettorale da parte di ogni elettore dei vari cespugli a rischio di violazione della segretezza del voto. Insomma una vecchia tecnica di palazzo, per “costringere” non solo i 450 grandi elettori PD, ma anche quelli che a parole avevano detto si, a votare come voleva lui e a farsi identificare attraverso un codice ben distinguibile.
Ben otto le opzioni possibili, identificate dalla senatrice del M5S Taverna e subito pubblicate sul blog, i cui numeri corrispondono ai vari gruppi di votanti: 1) Mattarella; 2) Sergio Mattarella; 3) Mattarella Sergio; 4) Mattarella S.; 5) S. Mattarella; 6) On. Sergio Mattarella; 7) Mattarella On. Sergio; 8) Prof. Mattarella.
Non si sa fino a quanto inconsapevolmente, ma certo in modo plateale e stupido, si sia resa partecipe di questa procedura la Presidente della Camera Boldrini. Chiunque abbia assistito alla spoglio avrà notato, come abbia dato lettura per esteso del nome sulla scheda, compresa la punteggiatura, come si fa alla prima elementare.
Sono già piovute le critiche, ma non è accettabile la giustificazione della invocata fedeltà notarile, perché altrimenti avrebbe dovuto essere data lettura anche del contenuto delle schede nulle, che sono state dichiarate tali per un contenuto presunto indecente o offensivo. Se nel caso delle nulle, il parlamento si è dovuto fidare della dichiarazione “nulla” pronunciata dalla Presidente, parimenti avrebbe dovuto fidarsi se fosse stato letto solo il cognome Mattarella senza prefissi, suffissi, punteggiatura e aggettivi e nessuno avrebbe potuto avere alcunché da ridire.
Mettiamo subito in chiaro che Mattarella è una persona rispettabilissima, migliore dei vari pretendenti Prodi compreso, un signore siciliano che non ha la rudezza né la spregiudicatezza dell’irruento fiorentino che l’ha scelto, ricco di dottrina e di saggezza come si conviene ad un giudice costituzionale, ma il successo dei 665 voti ottenuti è stato il risultato di questa operazione di tipo militare.
Comunque finita la lettura delle carte di identità dei votanti è cominciata la resa dei conti all’interno di quelle formazioni politiche piene di anguille.
Le schede bianche sono state 105. Questo vuol dire che 37 elettori dichiarati per il non voto a favore di Mattarella, anziché mettere nell’urna la scheda bianca intonsa, sotto il catafalco hanno preferito firmarla per il proprio riconoscimento. Chi sono? Quei politici mediocri in attesa di un favore, di uno strapuntino, di uno sguardo benevolo, pulcini al seguito di Alfano (che si è fatto soffiare sotto il naso la Shalabayeva e dice che “gli altri fanno ridere i polli”). Insomma sono quelli per i quali più che l’onor poté la poltrona.
Fedeli alla loro linea politica ed al loro candidato, designato dalla rete, sono rimasti i parlamentari del M5S, i cui 127 voti non sono stati né ricattabili, né comprabili, come quelli, numericamente inferiori, della Lega e di Fratelli d’Italia. Anche se la propaganda considera il voto del M5S come un’occasione persa c’è chi pensa al contrario che esso abbia scongiurato l’elezione di un personaggio indecente, abbia costretto Renzi a rifiutare la proposta berlusconiana e abbia mandato definitivamente in soffitta i vari Amato, Bersani, Grasso, Castagnetti, Chiamparino, Fassino, Finocchiaro, Pinotti, e Veltroni, quello che diceva in inglese maccheronico “I Know my chicken”, e che è finito cotto alla cacciatora.

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E' partito il programma di Francesca Alderisi

E' partito l'atteso programnma "Cara Francesca" con Francssca Alderisi, che sarà un appuntamento fisso di di Rai Italia con gli italiani e i discendenti nel mondo: ogni giorno un telespettatore diventa il protagonista di una puntata a lui interamente dedicata attraverso un collegamento telefonico con la popolare conduttrice
L'intervista è arricchita dalle istantanee che l’ospite stesso decide di condividere e commentare e da un breve video amatoriale, con uno spaccato della sua quotidianità.
Lunedì 16 Marzo
A Tegucigalpa, Honduras, vive una piccolissima comunità italiana. In collegamento telefonico Renata Sacerdoti, professoressa che ha insegnato per circa trenta anni all’Università. Oggi, nonostante sia in pensione continua ad insegnare italiano ai ragazzi.
Martedì 17 Marzo
Philadelphia, Stati Uniti. In collegamento telefonico Antonio D’Alessandro, italiano che, partito da un piccolissimo laboratorio di sartoria, ha fondato un’azienda con 80 dipendenti, dove si producono le divise degli ufficiali americani. Antonio è impegnato anche nell’integrazione dei giovani italiani che decidono di trasferirsi a Philadelphia.
Mercoledì 18 Marzo
Da Santa Rosa–La Pampa, Argentina, collegamento telefonico con Elvira Talamo, italiana che ha deciso di seguire all’estero il grande amore conosciuto grazie ad una sua amica. Elvira racconta anche la sua passione per la lingua italiana.
Giovedì 19 Marzo
Protagonista della puntata è Antonio Giacovazzi, detto Nino, che gestisce un bed and breakfast a pochi chilometri da Johannesburg, Sud Africa, dove c’è una delle più grandi comunità italiane presenti in Africa.
Venerdì 20 Marzo
A Valparaiso, Cile, vivono molti discendenti di italiani. Brunella Moggia, nipote di italiani emigrati dalla Liguria, si dedica con molta passione agli eventi per mantenere viva la cultura italiana. Nel 2008 è stata una delle organizzatrici, a Roma, della Conferenza Mondiale per i giovani italiani.

Programmazione
Rai Italia 1 (Americhe): New York/Toronto da lunedì a venerdì ore 12.15; Buenos Aires da lunedì a venerdì ore 13.15
Rai Italia 2 (Australia - Asia): Pechino/Perth lunedì ore 10.15, da martedì a venerdì ore 10.00; Sydney lunedì ore 13.15, da martedì a venerdì ore 13.00
Rai Italia 3 (Africa): Johannesburg da lunedì a venerdì ore 13.45.

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Voilà l'Italicum: pregi e difetti

LUCIA ABBALLE - Soltanto un Paese afflitto da amnesia storica può definire la riforma sulla legge elettorale uno strappo rispetto al passato. Di certo, l’introduzione del premio di maggioranza alla lista che supera il 40 per cento dei consensi e la possibilità del ballottaggio nel caso in cui non ci fosse un vincitore al primo turno, favorisce Governi più stabili e una semplificazione del sistema partitico. L’Italicum garantisce, con il ballottaggio, che emerga da subito un vincitore dalla competizione elettorale e che questi sia espressione di una lista partitica e non di una colazione. Tutto questo  ci immunizza da nuovi anomali compromessi storici tra destra e sinistra che, con troppa facilità, si sono consumati, all’indomani delle elezioni, in notori e convenienti inciuci tra partiti politici. Allo stesso tempo, il premio alla lista inaugura la formazione di un sistema bipartitico e supera la frammentazione politica che, nel corso della seconda Repubblica, ha rappresentato una forma di ricatto molto utilizzata dai piccoli partiti costretti ad una convivenza forzata con anime diverse e lontane tra loro. Dunque, sotto questo punto di vista, l’Italicum appare molto meglio di ciò che ci ha concesso la storia sino ad ora.
Nel nuovo progetto di legge elettorale esiste, però, un “difetto di fabbricazione” che attiene ai fondamenti stessi della democrazia e che, nonostante le numerose critiche che hanno ispirato la penna di editorialisti e gli interventi di molti politici (di destra e di sinistra), si continua a perpetuare: la lista bloccata. Sarebbe come voler rimettere in piedi il commercio delle indulgenze mentre ancora non si sono smaltiti tutti gli effetti del terremoto luterano. Al di là di ogni provocazione, sembra di ieri l’ondata di indignazione suscitata dalla vecchia riforma elettorale che ha trasformato il Parlamento in un’assemblea di nominati ed ha imposto ai cittadini scelte prese dall’alto. Se non fosse che ci andrebbe di mezzo l’intero Paese verrebbe voglia di limitarsi ad osservare gli autori di questa scelta mentre meditano di attuare, il prima possibile, questa singolare forma di suicidio collettivo; perché a morire è soprattutto la democrazia.
Tradotto in numeri: l’Italia verrà divisa in 100 circoscrizioni e ogni partito che conquisterà i seggi eleggerà innanzitutto il capolista, cioè la persona scelta dal partito stesso; il partito più votato che, grazie al maggioritario eleggerà 340 deputati, avrà ben 100 deputati “nominati” dall’alto e 240 scelti con le preferenze. Avremo, pertanto, un Parlamento che sarà espressione diretta dei poteri politici più forti, anziché della società, e al quale mancherà uno degli elementi essenziali della nostra democrazia: la rappresentatività. In pratica, un sistema fortemente elitario voluto da tutta la classe politica che ha perso, ancora una volta, l’occasione di ricostruire un dialogo diretto con il suo elettorato. Le preferenze non sono affatto, come recita una propaganda interessata, un modo per “dare al cittadino la possibilità di scegliere”. Le preferenze hanno l’effetto di sovrapporre alla competizione fra i partiti quella dentro i partiti, fra i candidati dello stesso partito. Ma questa distorsione del gioco democratico indotta dalle preferenze non è l’unica conseguenza grave di questo strumento politico. Le preferenze favoriscono clientele e gruppi organizzati,  introducendo il rischio di criminalizzazione attraverso il voto di scambio.
I collegi uninominali sono l’alternativa valida al voto di preferenza in quanto è l’unico istituto che garantisce, più di ogni altro, la rappresentatività: i candidati non possono contare su lobby ristrette per vincere il seggio, come nel caso del voto di preferenza, ma devono cercare consensi tra tutti gli elettori del collegio, favorendo un rapporto decisamente più stretto tra eletti ed elettori.
Qualunque sia la motivazione che sottende tali scelte e, a prescindere dal partito o dal leader che le ha fortemente volute, questo Governo ha dimostrato di avere dei gravi limiti da cui deriva la responsabilità politica e morale di essere stato incapace di superarli.
Lucia Abballe

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LA SINEDDOCHE COSTITUZIONALE

I deputati del PD eletti all'estero non hanno avuto dubbi nell’approvare la soppressione dei 6 senatori spettanti alla circoscrizione estera
TORQUATO CARDILLI - Chi abbia studiato la grammatica avrà incontrato quella figura retorica che consiste nella sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo una relazione quantitativa per cui serve ad indicare la parte per il tutto. Ora potrà avere la dimostrazione plastica di come la sineddoche possa applicarsi alla Costituzione. Vediamo perché.
L’Italia è una repubblica parlamentare e l’iniziativa legislativa è prerogativa del Parlamento e non del Governo. In un paese appena decente, che si vanta di essere la culla del diritto, nessuno, e a maggior ragione il Governo, oserebbe riproporre una riforma simile a quella bocciata qualche anno prima, a meno che non  sia mosso da profondo disprezzo per la volontà popolare (per la verità è diventata un’abitudine infischiarsene del voto popolare come è accaduto per il finanziamenti dei partiti).
Questa volta la ministra Boschi, che molto ingenuamente ha messo la sua firma sotto il disegno di legge con la stessa faciloneria che può essere applicata nel redigere il regolamento di una bocciofila, ha fatto confusione tra due termini contrari. Non si tratta di riforma della costituzione che implica il concetto di miglioramento, ma del suo stravolgimento con riduzione di tutte le garanzie politiche contenutevi.
Il nuovo testo della nuova Carta, sorta di sineddoche della vecchia limitandosi ad una parte per il tutto, non ha alcuna parentela con la democrazia, con l'equilibrio dei poteri, con le garanzie di libertà.
Dieci anni fa, prima dell'approvazione della riforma della Carta costituzionale, targata Berlusconi-Fini-Bossi-Calderoli, sonoramente bocciata l’anno successivo dal referendum popolare, un deputato moderato pronunciò un severo discorso per richiamare il precedente, vecchio di quasi 60 anni, quando il primo parlamento democratico approvò la legge fondamentale della repubblica.
Nell’esprimere il suo voto contrario, volle sottolineare la distinzione tra la dimensione parlamentare e quella governativa e ricordò che nel 1946, durante il processo di costruzione della Costituzione, ai banchi del governo non sedeva il premier (che detto tra parentesi aveva la statura culturale, morale e intellettuale di un De Gasperi), ma la commissione dei 75 composta da tutti i gruppi parlamentari. Ma c'è un passaggio di quel discorso che merita di essere citato per intero e che, letto oggi, potrebbe essere scambiato per un discorso del M5S: "oggi voi del governo e della maggioranza state facendo la vostra Costituzione. L’avete preparata e la volete approvare voi da soli, pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni alla maggioranza ... avete sistematicamente escluso ogni disponibilità ad esaminare le proposte dell'opposizione o anche soltanto a discutere con essa, perché non volevate rischiare di modificare gli accordi al vostro interno, i vostri difficili accordi interni."
Che discorso profetico da parte di quel deputato! Si trattava nientemeno che di Sergio Mattarella.
Chi avrebbe mai immaginato allora che oggi, dopo dieci anni, lo stesso discorso potesse essere letteralmente ripetuto parola per parola per manifestare l'opposizione a quell'obbrobrio di riforma costituzionale targato Renzi-Alfano?
L’opinione dei più illustri costituzionalisti è che questo Parlamento non è legittimato a cambiare la costituzione visto che la Suprema Corte lo ha dichiarato composto con una legge elettorale, dichiarata in parte incostituzionale. Pura logica e senso dello Stato avrebbero voluti che si modificasse subito la legge elettorale, si andasse di nuivo al voto e soltanto dopo si riscrivesse la Costituzione.
Come se la negazione del buon senso non bastasse il metodo utilizzato per tappare la bocca a qualsiasi voce critica, con sedute fiume, con tempi contingentati, con “canguri” per ghigliottinare in un colpo solo migliaia di emendamenti, con ordini perentori del Governo e delle presidenze delle Camere, è stato di una violenza inaudita.
La Boschi, inadeguata ministra ma yeswoman del premier, deve essere rimasta ammaliata dal verso dell'infinito leopardiano "e il naufragar m'è dolce in questi mare", e azzardiamo che sarà un naufragio doloso e doloroso quando su quel testo, che non potrà ottenere i due terzi dei voti necessari, si esprimerà nel 2016 il popolo.
Cosa prevede nel concreto il testo di riforma già varato dal Senato e approvato ora dalla Camera? Incominciamo con il dire che la presentazione che ne era stata fatta da Renzi come lo strumento per far risparmiare al paese sui costi della politica è una vera e propria truffa semantica per far credere agli italiani di aver abolito il Senato, di aver ridotto i costi della politica, di aver reso più snello ed efficiente il percorso di formazione delle leggi. Nulla di tutto questo. Lo scopo vero della riforma, a dispetto della democrazia, è quello di centralizzare il potere nelle mani di chi si è impadronito del paese senza essere stato eletto, con un colpo di palazzo.
Nuovo Senato. La camera alta non si chiamerà più Senato della repubblica, bensì Senato delle Autonomie. Bella conquista!. Esso sarà composto da 100 senatori, più gli ex capi di Stato, che saranno gli unici senatori a vita. Il presidente avrà il potere di nominare 5 senatori a sua scelta per altissimi meriti specifici che resteranno in carica 7 anni, mentre gli altri 95 saranno eletti dai consigli regionali per la stessa durata del mandato dell’organo che li ha eletti. Quindi dopo ogni elezione regionale il consiglio nominerà i senatori spettanti alla regione nel numero assegnato da un’apposita legge che indicherà anche quanti posti vadano occupati da alcuni sindaci. Insomma un guazzabuglio pazzesco: senatori che durano a vita, altri che durano 7 anni, altri ancora che durano quanto dura l’organo che li spedisce a Roma, con tanto di immunità, magari per sottrarli ai procedimenti giudiziari, visto l’andazzo nelle regioni.
Costi. In più di un’occasione Renzi ha detto (i filmati della TV di Stato possono testimoniarlo se non sono stati distrutti) che la misura farà risparmiare 500 milioni l’anno. Balla spaziale. L’erario, cioè i soldi dei cittadini, oltre a continuare a sostenere tutti i costi della struttura del Senato e del personale in quiescenza, corrisponderà ai nuovi senatori, che manterranno lo stipendio di sindaco o di consigliere, anche tutti i rimborsi delle spese connesse con l’esercizio della funzione e i benefit della casta. Non sarà loro corrisposta l’indennità fissa, che rispetto ai costi generali, è un decimo di quanto dichiarato dal Premier.
Funzioni. Il nuovo Senato, che rappresenta le istituzioni territoriali, con funzioni di raccordo tra lo stato e gli enti locali, sarà privato del diritto di dare o negare la fiducia al Governo. Sull’approvazione delle leggi non avremo più il bicameralismo perfetto, ma avremo un altro guazzabuglio perché il Senato voterà le leggi insieme alla Camera solo in alcuni casi, tipo revisione della Costituzione, attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di referendum popolare, temi etici o relativi alla famiglia e alla salute, e adeguamento agli indirizzi dell’Unione europea. Quindi, per fare un esempio, se i senatori per non perdere qualche privilegio si mettessero di traverso contro una nuova modifica costituzionale renderebbero la muova Costituzione immutabile come le tavole di Mosè.
Il presidente del Senato non sarà più il supplente del Capo dello stato (questa funzione passerà al presidente di Montecitorio). Ma la cosa più curiosa è che la Camera, istituzione praticamente di primo rango, rispetto al Senato, potrà essere sciolta dal Presidente della Repubblica, mentre il Senato no.
Corte Costituzionale. I cinque membri di elezione parlamentare anziché essere scelti in seduta comune dalle due Camere, saranno oggetto di pura lottizzazione: tre saranno eletti a Montecitorio  e due a palazzo Madama.
Leggi di iniziativa popolare e referendum. Le costituzioni sono strumenti a garanzia dei diritti del popolo, ma questa volta, tanto per imporre agli italiani una difficoltà in più, viene stabilito che il numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare passa da 50 mila a 150 mila (come se le centinaia di migliaia di firma già raccolte e depositate siano servite a qualche cosa), mentre quello per la richiesta dei referendum passa da 500 mila a 800 mila.
Elezione del Presidente della Repubblica. Qui gli azzeccagarbugli si sono esercitati alla grande, stabilendo una casistica cervellotica: dal primo al quarto scrutinio saranno necessari i due terzi dei voti di deputati e senatori (senza delegati regionali); dal quinto scrutinio sarà sufficiente la maggioranza dei tre quinti, mentre dal nono scrutinio basterà la maggioranza assoluta. Nessuno si è chiesto con quale logica il Senato detto delle Autonomie sia chiamato ad eleggere il Presidente della Repubblica, né si è posto il problema che il partito vincente le elezioni con l’italicum potrebbe da solo eleggere il Capo dello Stato alla faccia dell'unità della Nazione.
Legge elettorale. Si ipotizza addirittura la possibilità di un giudizio preventivo di costituzionalità da parte della Corte costituzionale. Cosa dell’altro mondo ottenere il giudizio prima del fatto. E come commissariare il parlamento. Un’innovazione degna di Giustiniano!
Questo sgorbio di riforma è stato approvato il 10 marzo alla Camera dei Deputati con 357 voti favorevoli (il 56,6% dei suoi 630 componenti) del Pd e dei partitucoli della maggioranza, mentre Forza Italia che aveva già dato il voto favorevole al Senato questa volta ha votato contro. Con un gesto altamente simbolico il M5S ha preferito non condividere in nulla questo voto farsa ed ha abbandonato l’aula.
I 357 voti a favore hanno un nome e un cognome, una faccia e un collegio elettorale a cui rispondere. Tra di essi troviamo anche le patetiche figure dei dissidenti di cartone del PD da Bersani a D’Attorre, da Cuperlo alla Bindi, da Damiano a Epifani, da Stumpo a Zoggia, che non hanno esitato a coprirsi di ridicolo quando hanno giustificato questo sì come fedeltà alla “ditta” e non all’Italia ed hanno indirizzato al Premier l’ultimatum, duro quanto una bolla di sapone, “questa è l’ultima volta!”.  Troppo tardi, perché nei prossimi due passaggi (uno al Senato ed uno alla Camera) non sarà più possibile apportare emendamenti. Si voterà per il si o per il no e sarà uno spettacolo vedere questi deputati cuor di leone raccogliere il guanto di sfida della fine legislatura con un voto contrario.
Una notazione particolare va fatta infine anche per l’atteggiamento favorevole dei deputati eletti all’estero i piddini Porta, Fedi, Farina, Garavini, La Marca che non hanno avuto dubbi nell’approvare la soppressione dei 6 senatori spettanti alla circoscrizione estera, la cui funzione in favore degli italiani nel mondo deve essere stata giudicata, con quel voto, del tutto inutile.

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Il SOGNO DI UN PARLAMENTO PULITO

Elenco sommario dei deputati che hanno votato per fare entrare in Senato i delinquenti, fra gli eletti all'estero Picchi (FI), Tacconi (ex M5S), Fitzgerald (Per l'Italia), Garavini, Fedi e Porta (PD)
TORQUATO CARDILLI - La legge disciplina e regolamenta l’accesso alle attività economiche e professionali allo scopo di selezionare un corpo di persone affidabili e di provata onestà da far interagire con il cittadino in un’atmosfera di fiducia e di tranquillità.
Così l’art. 71 del decreto legislativo 59 del 26.3.2010 stabilisce che non possa esercitare l’attività commerciale di vendita e somministrazione di beni e servizi chi abbia la tendenza a delinquere e chi abbia riportato una condanna con sentenza passata in giudicato per delitto non colposo. L’obiettivo della legge è quello di offrire al cliente che entri in un esercizio commerciale o che si affidi ad un professionista, l’assicurazione di poter presumere di avere un rapporto all’interno di un ambiente gestito da una persona onesta.
Anche l’esercizio dell’attività di bar e ristorazione è disciplinato con severità. Le garanzie per il cittadino sono blindate: chi voglia aprire un esercizio commerciale di questo tipo deve rivolgersi al Comune che verifica la sussistenza dei requisiti morali e professionali. Anche per gli aspiranti esercenti nel settore della ristorazione occorre il possesso di requisiti personali che escludono senza eccezioni chi sia stato già condannato con sentenza passata in giudicato per delitto non colposo e per ricettazione, riciclaggio, insolvenza, bancarotta, usura, rapina, estorsione, delitti contro la persona. Insomma anche in questo caso quando si va a prendere un caffè si è tranquilli di entrare in un locale rispettabile.
La stessa cosa vale se avete bisogno di valori bollati o di sigarette. Potete stare certi che la identica certificazione con l’aggiunta di quella antimafia è obbligatoria per l’esercente che inalberi l’insegna con la T maiuscola ottenuta con una apposita licenza onerosa.
Nel campo delle opere pubbliche l’art. 38 del codice degli appalti pretende che l’imprenditore sia persona moralmente accettabile con cui sia possibile trattare senza rischiare di trovarsi in casa mafiosi, delinquenti, evasori fiscali, o in generale dei condannati. L’imprenditore deve dichiarare il proprio curriculum giudiziario “ab initio”, compresi eventuali patteggiamenti o decreti penali di condanna a sanzioni amministrative per fatti bagatellari, emessi senza processo e non annotati nel casellario giudiziale. Il curriculum giudiziario di una vita è dunque la fonte della “moralità professionale”.
Di fronte a maglie così strette, di norme così stringenti che escludono da appalti, subappalti e forniture di servizi, chi non valichi la linea rossa al di là della quale c’è l’area del reato, è lecito domandarsi  come sia possibile la continua scoperta di fatti corruttivi nel campo degli appalti pubblici. E’ possibile che risponda il Magistrato Cantone.
Entriamo nel raggio delle attività che hanno il loro riflesso direttamente sui cittadini, cioè nel pubblico impiego. Non può avervi accesso chi sia escluso dall'elettorato politico attivo, nonché chi sia decaduto o sia stato destituito o dispensato dall'impiego.
Se poi si tratta di accesso in uffici delicati come la Presidenza del Consiglio, la polizia di Stato, la giustizia ordinaria e speciale e in genere gli uffici che esercitano istituzionalmente funzioni di protezione diplomatica degli interessi nazionali e di difesa dello Stato, la richiesta di una condotta civile morale e politica "illibata" è perentoria e legata alla certificazione del requisito della buona condotta.
A questo punto il lettore tirerà un sospiro di sollievo ritenendosi abbastanza tutelato ed invece non sa che proprio al centro del potere, nel parlamento c’è la più alta percentuale di indagati, di rinviati a giudizio, di condannati, di qualsiasi altra categoria professionale. Tutti i politici urlano e strepitano nelle trasmissioni televisive della sera, diventate dei veri pollai, contro la semplificazione che li vorrebbe tutti eguali, ma nessuno che possa dire che la selezione della classe dirigente del proprio partito avvenga attraverso la lente dell’onestà, dell’illibatezza dei candidati (si chiamano così perché a Roma si presentavano al Foro con una veste candida, sinonimo del  rispetto della legge, per essere riconosciuti e votati). Solo il M5S ha fatto la selezione attraverso il filtro giudiziario.
Chi sia curioso, e voglia consultare l’elenco dei nostri uomini politici con i conti in rosso nei confronti della giustizia, non ha che da collegarsi con il sito, che viene costantemente aggiornato, http://www.lincredibileparlamentoitaliano.yolasite.com/; vi troverà un allucinante elenco di personaggi dei partiti storici (deputati e senatori con tanto di foto segnaletica e di riassunto giudiziario) sui quali gli organi di informazione mantengono un aurea di pubblica onorabilità come persone al di sopra di ogni sospetto. E invece!
Si dirà, sì ma adesso con Renzi e l’Italia che cambia verso, con il PD che ha una schiacciante maggioranza, le cose miglioreranno; non per niente sono in discussione in parlamento la riforma costituzionale  e la riforma della legge elettorale. Dopo di che si riparte alla grande. Chiacchiere. Pura fuffa.
Quel gruppo di deputati scatenati del M5S, giudicato dai conservatori benpensanti e dagli ignoranti vittime della propaganda di regime, come una banda di ragazzacci incapace di costruire, aveva suggerito di cancellare i vitalizi tout court, poi in seconda battuta di congelare la retribuzione parlamentare per quanti sono in attesa di giudizio, poi infine di sospenderla (o di cancellare il vitalizio) per quelli che sono in carcere o agli arresti domiciliari (Cuffaro, Dell’Utri, Galan, Genovese, Cosentino, Lusi, ecc.). Risultato? Zero. La casta si è chiusa a riccio ed ha fatto muro: destra, sinistra, centro e frattaglie tutti amorevolmente abbracciati nel respingere l’assalto alla Bastiglia.
Solita argomentazione dei diritti acquisiti, come se il privilegio fosse un diritto; ancorché concesso da una legge può sempre essere cancellato o ridotto come è stato fatto dall’oggi al domani per le pensioni dei meno protetti.
Si sperava che nell’ambito della riforma costituzionale del Senato, falsamente sbandierata dal Premier come strumento di risparmio, ci potesse essere una rimodulazione dei criteri di selezione della classe politica. Macché! Il M5S ha presentato alla Camera un emendamento di un rigo e mezzo all’art. 57 della Costituzione che dice testualmente “non possono ricoprire la carica di senatore coloro che sono stati condannati con sentenza definitiva per delitto non colposo”. Magnifico! Finalmente l’Italia poteva togliersi di dosso quella fama antipatica di paese protettore di farabutti con le guarentigie parlamentari! Invece tutto è finito nel macero. I risultati della votazione apparsi vergognosamente sul tabellone sono devastanti per la rispettabilità del paese.
Presenti 448 ; Votanti 445; astenuti 3; Maggioranza 223; Favorevoli 69; Contrari 376. Avete letto bene. Il provvedimento è stato respinto con l’83,9% dei voti, roba da vera cupola, compresi i compagnucci della parrocchietta eletti all’estero (Fedi, Garavini, Nissoli, Picchi, Porta, + Tacconi già espulso dal M5S).
Quindi si può dare torto a quanti urlano “tutti a casa” o si rifiutano di votare per questa classe politica infetta o collusa?
Chi è forte di stomaco scorra l’elenco che segue con i nomi più in vista di quelli che proteggono i condannati ritenendoli meritevoli di sedere in Senato, di quelli senza orgoglio e senza onore che hanno colpevolmente piegato il capo di fronte all’ordine perentorio di scuderia, frutto dell’accordo del Nazareno, della obbedienza assoluta, pena la non ricandidatura.
Se nell’elenco non c’è il nome che cercate, non fatevi illusioni: quel deputato non ha avuto il coraggio che avreste avuto voi di presentarsi e dire si, era semplicemente assente.

Elenco sommario dei deputati che hanno votato per fare entrare in Senato i delinquenti
Per AP: Adornato Fernando (figuriamoci, un politico inchiodato da decenni alla sedia conquistata per la prima volta con i radicali), Bianchi Dorina (una abituata al cambio di casacca), Binetti Paola (che difende a spada tratta l’interpretazione più retrograda e conservatrice della famiglia), De Mita Giuseppe (con quel cognome!),Roccella Eugenia (altra ex radicale da salotto), Saltamartini Barbara (saltatrice anche di fossati politici), Scopelliti Rosanna (in nomen omen, basta la parola);
Per Forza Italia: Bergamini Deborah (da dipendente di Berlusconi in Finivest ne ha viste di cotte e di crude), Bianconi Maurizio (ex cassiere del partito), Brunetta Renato (ex ministro, capo gruppo, editore e direttore del “mattinale” che da la linea ai suoi deputati), Calabria Anna Grazia (eletta per le sue grazie), Capezzone Daniele (ex radicale con una condanna sulle spalle), Garnero Santanchè Daniela (avevate dubbi?), Giammanco Gabriella (un’altra favorita dalle grazie), Longo Piero (avvocato di Berlusconi), Picchi Guglielmo (eletto all’estero), Polverini Renata (ex governatore del Lazio, dimissionaria per le ruberie di vari consiglieri), Prestigiacomo Stefania (ex ministra dell’ambiente, protettrice del suo successore Clini, finito agli arresti), Ravetto Laura (detta l’arrabbiata in tutte le trasmissioni televisive contro il malgoverno), Romano Saverio (ex ministro dell’agricoltura),  Sisto Francesco Paolo (il genio della riforma costituzionale),
Per la Lega Nord: Bossi Umberto (con condanna sulle spalle), Giorgetti Giancarlo (quello della tangente Enimont);
Per gruppo Misto: Tacconi Alessio (espulso dal M5S eletto all’estero)
Per Per l'Italia: Fitzgerald Nissoli (eletta all’estero)
Per Scelta Civica: D’Ambruoso Stefano (ex magistrato, questore della camera, quello del pugno in viso ad una deputata del M5S),Tinagli Irene (professoressa di economia, ma non di legalità), Vezzali Valentina (poliziotta e campionessa di scherma, oltreché di assenze);
Per il PD: Berretta Giuseppe (ex sindacalista, ora sottosegretario), Bindi Rosy (presidente dell’antimafia), Boccuzzi Antonio (ex operaio sopravvissuto all’incendio della Thyssen), Carbone Ernesto (renziano, in attesa di giudizio), Carloni Anna Maria (moglie di Bassolino), Carrozza Maria Chiara (ex ministra), Cuperlo Giovanni (a parole oppositore di Renzi), D’Attorre Alfonso (a parole bersaniano), Fassina Stefano (quello dell’opposizione a Renzi), Fedi Marco (eletto all’estero) Fioroni Giuseppe (buon sangue DC non mente), Garavini Laura (eletta all’estero) Giachetti Roberto (quello dello sciopero della fame per la riforma della legge elettorale porcellum), Gozi Sandro (sottosegretario agli affari europei, bella figura), Gutgeld Itzhak Yoram, (consigliere economico di Renzi) Morani Alessia (new entry dei talk shaw), Oliverio Nicodemo (a processo per bancarotta fraudolente), Orfini Matteo (presidente del PD), Pollastrini Barbara (un’altra inchiodata alla sedia), Porta Fabio (eletto all’estero), Quartapelle Lia (quella che doveva fare la ministra degli esteri), Realacci Ermete (ex esponente ambientalista), Richetti Matteo (indagato per peculato), Scalfarotto Ivan (sottosegretario), Sereni Marina (fino al 2013 vice presidente del PD ed ora vice presidente della Camera), Stumpo Nicola (ex uomo stampa di Bersani), Verini Walter (vice segretario del partito), Zoggia Davide (della segreteria Bersani).

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Un uomo solo al comando

LUCIA ABBALLE - Spero proprio si tratti di un temporaneo effetto collaterale della parabola discendente del berlusconismo e, di conseguenza, del centrodestra; ma, le diverse anime che vivono nei partiti politici e che si materializzano, quasi quotidianamente, nei nuovi adepti del contenitore renziano, rischiano di creare un vero e proprio caos identitario. Il tradizionale bipolarismo ed il relativo scontro tra schieramenti opposti hanno lasciato spazio ad un disturbo dissociativo interno ai partiti e distribuito per aree geografiche. Prendiamo, ad esempio, la Puglia, dove Forza Italia è divisa tra berlusconiani e fittiani; come riusciranno ad orientarsi gli elettori di centrodestra tra due fazioni incompatibili? In Liguria o in Campania si registrano alleanze diverse, così come in Veneto non si capisce ancora quante Leghe e quante Forza Italia ci saranno.
Il caos identitario dei partiti si rifletterà sicuramente sulla partecipazione dei cittadini alla prossima tornata elettorale che potrebbe registrare un’elevata astensione. Le divisioni politiche degli ultimi tempi, unitamente alle posizioni drastiche assunte in relazione ai progetti di riforma costituzionale del Senato e della legge elettorale, fanno immaginare uno scenario in cui alle prossime elezioni regionali si presenteranno solamente partiti con personalità multiple e a votare ci andrà solo chi ha una convenienza in ballo. Ciò avrebbe l’effetto non solo di disorientare l’elettorale combattuto tra questa o quella fazione, ma di alimentare il fronte renziano che, già da adesso, raccoglie le contraddizioni di una minoranza che un passo dopo l’altro sta perdendo la guerra.
E non c’è da meravigliarsi se, a fronte di tali contorsioni, il semplice andare avanti del premier cominci a somigliare sempre più ad una marcia trionfale dell’uomo solo al comando. Renzi procede spedito senza avere avversari o oppositori che possano frenarne i piani di riforma e le ambizioni: all’interno c’è la minoranza del Partito Democratico che sembra battersi soprattutto per non vedere cancellata la propria identità ed il proprio residuale prestigio, minacciando una resa dei conti che non arriva mai, supplendo a tale carenza con ripicche e ricatti (voto contrario, astensione, uscita dall’aula etc.); all’esterno ci sono i dissidenti del M5Stelle che sono pronti ad entrare in maggioranza, pretendendo addirittura un ministero; c’è il centrodestra, con Forza Italia ai minimi storici, che si è ritrovato improvvisamente afasico e privo di progetti se non fosse per quelli mutuati dalla sua ala più radicale in materia di sicurezza, immigrazione, anti-euro e antieuropeismo, col risultato di diventare stampella della Lega Nord e di doverne subire la crescente egemonia sul piano dell’immagine.
La votazione di ieri di Forza Italia alla Camera, in opposizione alla riforma costituzionale del Senato, è stata, a detta degli azzurri, un gesto di “lealtà ed affetto” verso il vecchio capo; a conferma che non esiste più un programma, un’identità, una strategia, ma solo “affetto”, appunto, che, si sa, in politica è una prerogativa non richiesta e che se c’è, dura poco. L’idea stessa di collaborare con Renzi nel segno della responsabilità istituzionale e nazionale, fomentata prima dal Cavaliere e ora dalla frangia verdiniana, oltre ad essere costata cara all’intero centrodestra in termini di consensi ma anche di riforme concedendo spazi alle decisioni sulla legge elettorale, è sembrata essere più dettata dal bisogno di salvaguardare interessi personali che da una ragione politica generale.
Mentre aumentano i personaggi in cerca di autore - o meglio - di un partito, i fatti accaduti ieri alla Camera dovrebbe far riflettere coloro che, pur denunciando da settimane la svolta autoritaria del Governo e l’avvento del fascismo, non hanno fatto nulla per evitare un epilogo del genere. Anzi. E’ proprio grazie ai loro errori e alle loro contraddizioni se oggi in Italia c’è un uomo solo al comando.

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Berlusconi e Alfano candidano il nemico n. 1 degli italiani all’estero

E così Berlusconi e Alfano si sono messi d’accordo per bruciare Martino prima di eleggere Amato.
Antonio Martino, iscritto alla loggia massonica di Messina, è sempre stato nemico giurato del voto degli italiani all’estero. Si battè contro l’approvazione della legge Tremaglia  e presentò un disegno di legge, scritto assieme a Tana de Zulueta, senatrice dei DS-Ulivo, per fare votare solo coloro che sono temporaneamente all’estero perché i veri emigrati non pagano le tasse in Italia. Fu uno dei pochissimi nel centrodestra a votare contro la stessa legge Tremaglia nella votazione decisiva. E Tremaglia gli tolse il saluto.

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