Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

ITALIA IN CANCRENA 5

Inquinamento selvaggio, inceneritori, spazzatura, malattie 
TORQUATO CARDILLI - Da quando il rottamatore è arrivato al potere, l’unica cosa che è stata ridotta in frantumi è stato il buon senso, l’ideale di una società migliore, più equa, più solidale, più coesa nella lotta contro la disoccupazione, la povertà, la corruzione.
Stando alle enunciazioni ed ai fatti ciò che era di sinistra è diventato di destra e ciò che era di destra è diventato di sinistra, dimostrando che non si è trattato in questi anni di un’alternativa tra due opzioni, ma della continuazione della stessa vecchia politica di favori a chi obbedisce e sta zitto, a chi si prostra, a chi elargisce fondi anche se sono proventi del malaffare, e di un  atteggiamento di supina sottomissione ai poteri forti della finanza internazionale al grido di “ce lo chiede l’Europa”.
Non parliamo delle tasse inique, dei soprusi, dei privilegi anacronistici, delle diseguaglianze che si approfondiscono, ma della vita della gente, compromessa giorno per giorno solo perché il governo non ha il coraggio di attaccare il vero marciume. Si ripetono così gli stessi errori lontani da una politica sana. Si delira di petrolio e di trivelle, nel momento in cui il costo del greggio è precipitato ad un terzo di quello che era appena cinque anni fa, pensando ancora in modo malato, stile anni ’60, come se vivessimo  tutt’ora nell’epoca di La Pira (spesso evocato) e Mattei, anziché proiettarci nel futuro dei prossimi venti anni.
L’Italia in mano a questi signori che scommettono di risanare le finanze trivellando il paese in lungo e in largo può solo piangere per la vita in pericolo delle sue persone e per il definitivo decadimento della nazione.
Negli ultimi tempi abbiamo avuto dei ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare l’uno peggiore dell’altro, che hanno curato solo il proprio ambiente, quello dei loro personali interessi. Per restare all’ultimo decennio i nomi di Matteoli (inquisito), Pecoraro (inquisito), Prestigiacomo, Clini (arrestato), Orlando, Galletti sono quelli che sostenevano le centrali nucleari e che approvano ora la necessità della trivellazione di tutta l’Italia e che sostengono la politica suicida dell’incenerimento dei rifiuti. Persone che, lontane dalle difficoltà della gente comune, vivono in un ambiente dorato di giardini in fiore, di piscine sempre pulite, di quartieri eleganti con la spazzatura portata via giornalmente, riveriti da laudatores e lacchè vari, da amici banchieri, da petrolieri, da lobbisti che non sanno cosa voglia dire avere il mercurio dentro, respirare idrogeno solforato, partorire bambini deformi o che nati sani muoiono per cancro in tenera età, dover emigrare dalle regioni più povere d’Italia in cerca di fortuna.
Come se non ci bastassero i metanodotti dall'Algeria e dalla Libia, il corridoio Sud dell'Adriatico, i rigassificatori, le raffinerie, il raddoppio delle estrazioni di idrocarburi, il Ministero dell’ambiente rinnegando lo scopo del proprio esistere si è fatto cedevole alle lusinghe dei petrolieri desiderosi di mettere le mani sull’oro lasciandone il nero, il colore della morte, alla futura generazione.
La cosa più facile e redditizia è fare soldi a spese dell’ambiente che sembra sopportare tutto senza reclamare dall’avvelenamento dell’acqua a quello dell’aria, salvo poi vedersi presentare il conto a distanza di anni, un conto salato dalle amare conseguenze. Quanto è accaduto nella terra dei fuochi con i verbali dell’apposita commissione parlamentare secretati, conosciuti dai politici è stato volutamente sottaciuto, ignorato, negato.
Il tempo futuro non si declina ripercorrendo ottusamente la strada della distruzione dell’ambiente, ma sviluppando ricerca e programmi di formazione del lavoro nell'industria verde, nelle energie rinnovabili, nelle nanotecnologie, biotecnologie, tecnologie avanzate.
Il triste primato dei reati contro l’ambiente spetta alla Puglia, seguita da Campania, Lazio e Calabria anche se la Liguria e la Lombardia non sono da meno in quanto a corruzione, ed è incomprensibile la recente decisione governativa di smembrare il Corpo Forestale dello Stato per inglobarlo in un’altra forza di polizia. Se un corpo lavora male, bisogna farlo lavorare meglio, riorganizzarlo in modo efficiente, depurarlo delle tossine e non immetterlo come un virus in un altro corpo sano.
A Taranto dopo 50 anni di industrializzazione selvaggia, di depauperizzazione del patrimonio nazionale a favore di speculatori senza vergogna, di sfruttatori che hanno sempre brandito l’arma del ricatto delle migliaia di posti di lavoro senza protezione ambientale, senza controlli, anzi negandoli o addomesticandoli in modo truffaldino d’intesa con la politica, la gente muore per tumore con piombo nell’urina.
A conferma di quanto sia pericoloso trattare di rifiuti, di violazioni ambientali e dei relativi interessi in gioco, nei quali la commistione tra politica, camorra e imprenditoria ha ormai creato uno “stato” alternativo, dagli introiti sempre più remunerativi basta ricordare che il PM della Procura di Napoli Federico Bisceglia è morto in un incidente stradale lungo l’A3 Salerno-Reggio Calabria, nei pressi di Castrovillari (Cosenza). La sua auto è finita inspiegabilmente contro le barriere laterali in un tratto rettilineo, non interessato da cantieri di lavori di ammodernamento, e dopo alcuni testa coda è finita fuori strada. Chi era Bisceglia? Era uno stimato magistrato impegnato in diversi filoni di indagine legati ai rifiuti e alle violazioni ambientali, dalle vicende riguardanti la Terra dei Fuochi ai rifiuti tossici agli sversamenti di liquami nel mare di Capri. Come se avesse avuto una macabra premonizione aveva quasi preannunciato la sua possibile morte in alcuni incontri avuti con gli studenti della città ai quali aveva illustrato la particolare pericolosità dei reati ambientali e delle conseguenze sulla crescita civile nonché per chi aveva intenzione di opporvisi come se si trattasse di fili ad alta tensione con pericolo di restare fulminati.
Per gli inquirenti nessun dubbio sulla dinamica accidentale dell’incidente, che non ha avuto testimoni.
Mah!
La buona politica e il sistema di controlli severi ed efficaci sono il miglior antidoto per debellare le ecomafie, ma il governo del rottamatore, che è andato al potere cavalcando la speranza di un futuro migliore, cosa fa? La stessa politica del governo che l’ha preceduto: si è messo in rotta di collisione con la magistratura per ordinare la riapertura della fabbrica dei tumori in cui gli operati sono inconsapevolmente utilizzati come distributori di morte, mentre il costo del ripristino ambientale viene posto a carico della collettività.
Mentre il Papa, ispirandosi al cantico delle creature, lancia l’enciclica (Laudato si’) in favore della protezione della natura, il Governo con un velenoso blitz di Ferragosto, quando la gente sta al mare, approva il decreto attuativo dell’art. 35 dello “sblocca Italia” che manda letteralmente in fumo l’ambiente, l’economia, la salute, il processo economico del riciclo secondo le normative europee.
Il ministro Galletti, con relativa schiera di tecnici, proni alla lobby dell'incenerimento e alla Confindustria, impone la riduzione del riciclo totale dei rifiuti per favorire la costruzione di 12 nuovi inutili e costosissimi inceneritori. Ribaltando le gerarchie europee sulla gestione dei rifiuti, e attingendo a piene mani dal piano proposto nel 2008 da Confindustria sotto il Governo Berlusconi, ha riscoperto, contro ogni logica, la teoria che l'incenerimento è primario, è strategico, è preferibile alla riduzione dei rifiuti, alla raccolta differenziata ed al recupero della materia riutilizzabile.
Tanto il ministro Galletti quanto il Governo sono l'ossimoro dell'ambiente, non sanno che dal recupero di materia si possono generare 195 mila posti di lavoro, fingono di non sapere che le diossine e gli inceneritori uccidono e mandano in fumo miliardi di euro di denaro pubblico, né si pongono la domanda su chi pagherà le ennesime inevitabili multe che ci saranno inflitte dall’Europa per queste infrazioni.
Tutto questo avviene mentre la Commissione Europea, nella bozza di proposta al Parlamento Europeo di modifica delle direttive sui rifiuti vuole sottrarre del tutto l'incenerimento dal calcolo del recupero energetico e si pone l’obiettivo del riciclo totale della materia, applicando finalmente una visione circolare dell'economia.
Solo adesso si capisce perché un uomo chiave della lobby dell'industria dell'incenerimento come Colucci di Kinexia (che ha annunciato la fusione tra la sua impresa, il gruppo del settore rifiuti Biancamano-Pizzimbone, caro a Dell'Utri, e le cooprosse Manutencoop) fosse presente alle cene di finanziamento del premier, apprezzate da altri frequentatori incarcerati come Odevaine e Buzzi, anche loro interessati alle creste sui rifiuti.
Per legittimare la costruzioni di 12 nuovi inceneritori, che sono né più né meno dei cancro distributori, il Governo si inventa inesistenti paletti di vincoli europei nel calcolo del fabbisogno nazionale di energia non da idrocarburi e impone di bruciare con i rifiuti i soldi pubblici, cioè dei cittadini, la salute della gente e l’economia virtuosa.
Quali sono questi paletti?
1) La raccolta differenziata non può superare il 65%, mentre ci sono già delle realtà virtuose che hanno superato il 70% a livello regionale (Veneto) ed a livello cittadino addirittura l’80% come a Parma ed altri centri medi;
2) l’indifferenziato deve essere necessariamente bruciato; ma la politica europea dice esattamente l’opposto considerando l' incenerimento sempre più marginale;
3) gli impianti di pretrattamento riusciranno a trasformare in combustibile il 65% dell'indifferenziato, cosa questa non vera né dimostrabile;
4) l'indifferenziato non può essere recuperato in materia, mentre è provato dal modello della fabbrica dei materiali, caldeggiato a livello comunale anche da assessori del PD, che l’affermazione è falsa.
E’ in questo contesto che si inserisce la cosiddetta guerra dei rifiuti. Negli ultimi 12 mesi ben 26 impianti di riciclo, compostaggio, trattamento meccanico, selezione, depositi e discariche di rifiuti sono andati a fuoco (vedi elenco), ma gli organi di informazione non ne hanno parlato o al massimo ne hanno fatto cenno in un rigo di cronaca, presto sommersa dai battibecchi inutili sul job act o sulla riforma del Senato.
Esiste un nesso che lega questi incendi oppure si tratta di semplici incidenti di una perfida fatalità? Una verifica è obbligatoria dopo l'approvazione del decreto dei 12 nuovi inceneritori a discapito del riciclo, del compostaggio, del trattamento e del recupero, dato che da anni la lobby delle discariche e degli inceneritori e le ecomafie giocano una sporchissima guerra sui rifiuti, senza esclusione di colpi, per sporchi interessi pur di percorrere la strada della combustione o del delinquenziale seppellimento.

IMPIANTI DI RICICLO, COMPOSTAGGIO E TRATTAMENTO A FREDDO DANNEGGIATI DA INCENDI IN UN ANNO

  • 28 luglio 2014: Albairate (MI), incendio degli impianti di compostaggio della ditta che aveva vinto la gestione dell'appalto gestione rifiuti per Expo;
  • 18 marzo 2015: Torino, incendio al deposito di smaltimento di rifiuti elettronici della ditta TRANSISTOR srl, facente parte della galassia di Libera, sottratta alla mafia;
  • 18 marzo 2015: Torino, incendio al deposito di smaltimento di rifiuti elettronici della ditta TRANSISTOR srl, facente parte della galassia di Libera, sottratta alla mafia;
  • 12 aprile 2015: Vinovo (TO), incendio doloso alla FARID INDUSTRIE spa;
  • 24 aprile 2015: Collegno (TO), incendio alla AMIAT ex PUBLIREC;
  • 28 maggio 2015: Pontedera (PI), incendio doloso all’impianto Mansider con 70.000 pneumatici;
  • 2 giugno 2015: Perugia, incendio all'area di stoccaggio e riciclo del legno dell'impianto della Genesu;
  • 2 giugno 2015: Roma, incendio all'impianto di trattamento meccanico biologico di Ama Spa;
  • 4 giugno 2015: La Loggia (TO), incendio alla CMT;
  • 5 Giugno 2015: Este (PD) incendio nell'impianto di compostaggio Sesa uno dei più grandi d'Italia;
  • 8 giugno 2015: Cornocchio di Parma (PR), incendio al deposito di rifiuti urbani Iren;
  • 29 giugno 2015: Chieti, incendio della discarica collegata alla gestione dei rifiuti della Campania; distrutti con i rifiuti anche i documenti (mai sequestrati) sulle inchieste della Terra dei Fuochi e sull'inceneritore di Acerra;
  • 10 luglio 2015: Cosmari (MC), rogo nell’impianto di materie plastiche;
  • 10 luglio 2015: Limbiate (MI), incendio doloso dell’impianto di trattamento rifiuti;
  • 13 luglio 2015: Marianna Mantovana (MN), rogo nell'area di stoccaggio della discarica;
  • 13 luglio 2015: Fossano (CN), incendio alla ROSSO srl di materiale destinato allo smaltimento;
  • 13 luglio 2015: Settimo Torinese (TO), incendio al deposito di materiale plastico.
  • 15 luglio 2015: Novate (MI), rogo all’impianto Rieco di riciclo di rifiuti industriali e carta da macero;
  • 15 luglio 2015: Rebecchetto (MI), incendio all'impianto della DPC di stoccaggio di prodotti chimici;
  • 18 luglio 2015: Montoro (TR), incendio alla Green Asm;
  • 20 luglio 2015: Carignano (TO), incendio del deposito del consorzio per i rifiuti COVAR;
  • 2 agosto 2015: Aviano (PN), incendiato per la seconda volta l' impianto di riciclo di plastica Snua; a Giugliano (NA), incendio di 4 discariche su 5 gestite dal Commissario; in ballo ci sono le bonifiche dei terreni inquinati della Terra dei Fuochi;
  • 9 agosto 2015: Gaggio Montano (BO), incendio alla discarica Cosea.
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L’ITALIA IN CANCRENA 4

Mafia capitale, funerale di un boss o della democrazia? 
TORQUATO CARDILLI - Uno straniero che fosse capitato a Roma il 20 agosto 2015, nei pressi della chiesa di Don Bosco (povero Santo, a 200 anni dalla nascita doveva subire questo affronto!) nel quartiere Tuscolano, a poche centinaia di metri da Cinecittà e dall’aeroporto militare di Ciampino, avrebbe creduto di assistere dal vivo alle riprese cinematografiche di un film di malavita.
Lo scenario era perfetto anche se si trattava del quartiere più popoloso di Roma e non di Corleone, con tutti gli ingredienti scenografici del caso: la banda sul sagrato che intonava la colonna sonora del padrino, 2001 odissea nello spazio e My way, i manifesti che inneggiavano sin dentro la chiesa alla conquista del paradiso dopo aver dominato Roma da parte del defunto, ritratto tutto vestito di bianco con la croce al collo come il papa, il carro funebre con fregi barocchi d’oro con un tiro da sei cavalli neri con pennacchio e palafrenieri fatto venire appositamente da Napoli, un corteo di Suv preceduto da una Rolls Royce con una trentina di corone di fiori, l’elicottero che dall’alto benedice le spoglie lanciandovi sopra ceste di petali di rose rosse come nella processione del Corpus Domini, il feretro che esce dalla chiesa portato a spalla, anzi sollevato in alto perché sia visto da tutti, tra due ali di folla pezzente e plaudente, segno questo di un esteso consenso, più che di una messa in scena, che conferma la profondità delle radici mafiose a Roma che ormai hanno avviluppato il tessuto politico, amministrativo, sociale.
L’ignaro turista non può sapere la verità. E come potrebbe conoscerla se questo è il paese dove le menzogne sono spacciate per verità da un parlamento di incapaci (Ruby nipote di Mubarak) e dove tutto avviene all’insaputa di chi dovrebbe sapere? Forse abbiamo dimenticato che la casa di Scajola di fronte al Colosseo è stata pagata da altri a sua insaputa o che la moglie del dissidente Kazako è stata sequestrata a Ostia ad insaputa del Ministro dell’interno Alfano da agenti stranieri che scorrazzavano dal Viminale all’aeroporto? Lo stesso ministro non è quello che ha negato in parlamento di essere a conoscenza della trattativa tra agenti di sicurezza e Jenny la carogna allo Stadio di Roma vista da tutti in TV?
Come farebbe l’ignaro turista a sospettare che si tratta di scene vere se la verità è ignota non solo al Ministro dell’interno ma anche al Sindaco, al Questore, al Prefetto? E chi è tenuto a vegliare sulla sicurezza nazionale, sulla protezione dal cielo dov’era mentre un elicottero privato sorvolava Roma senza piano di volo e ad un’altezza radente non consentita? E chi ha dato i permessi a tre congiunti del defunto di poter lasciare gli arresti domiciliari per partecipare alla funzione?
Insomma un vero paese allo sfascio. Nessuno sa niente, nemmeno il parroco che, credendo appunto in una finzione scenica (ma i soldi che ha ricevuto però sono veri), da perfetto Don Abbondio ha obbedito ai bravi che gli hanno intimato le esequie ignorando il comandamento del Papa di non ammettere in chiesa gli scomunicati.
Ma chi è stato onorato di un tale funerale degno di un capo di Stato, con tanto di servizio d’ordine di vigili urbani e polizia, non certo presentatisi lì in forze spontaneamente, per regolare il traffico di auto fuori serie Lamborghini, Ferrari, Maserati?
Il caro estinto era Vittorio Casamonica.
Come, non lo conoscete neppure voi? Ed allora domandatelo a chi nelle stanze del potere lo ha frequentato direttamente o per interposta persona. Come? Non avete visto la fotografia che gira in rete del solito pranzo di chi mangia con i nostri soldi? Attorno al tavolo di quell’agape svoltasi al centro per rifugiati Baobab c’erano tutti, il sindaco Alemanno del PdL, che suggellava con Casamonica la conclusione della vertenza sulla manutenzione del verde in città (chi si è mai accorto che in cambio dei soldi nostri sono mai state pulite le aiuole di Roma?), Marroni padre garante dei detenuti, la Belviso del PdL, vice sindaco di Alemanno, Tredicine del PdL responsabile delle politiche sociali boss dei baracchini, Marroni figlio deputato del PD, Ozzimo del PD assessore alla casa nella giunta Marino ora detenuto, Buzzi capo della cooperativa 29 giugno ora detenuto, Panzironi AD di Ama arrestato, Poletti del PD, ministro del Lavoro, Luciano Casamonica boss del clan dei Rom, pluripregiudicato.
Forse che le esequie del capo dei clan di nomadi di Roma, da 30 anni protagonista delle cronache della città dalla banda della Magliana a Mafia Capitale poteva avvenire all’insaputa di tutti?
Dunque perché meravigliarsi di questo ennesimo sfregio, di questa pacchiana ostentazione di potere mafioso, messaggio fortissimo trasmesso da tutti i social network per far riconoscere da chiunque in quell’ambiente la propria supremazia?
Con quale faccia tosta il Vicariato di Roma esprime ora imbarazzo di fronte a questa profanazione del rito che fu negato proprio nella stessa chiesa, seppellendo la carità cristiana, al povero Welby morto come un reietto, dopo anni di sofferenze, senza che avesse mai offeso la religione, senza che avesse mai violato una legge dello Stato, senza che avesse mai nuociuto alla società?
Come fa il parroco a sostenere di non sapere chi fosse il defunto se i manifesti erano stati affissi il giorno prima delle esequie, subito dopo gli accordi presi con i familiari? Qui non è in discussione il diritto della famiglia di celebrare i funerali di un suo componente; si tratta della insopportabile ennesima strumentalizzazione di una religiosità di facciata, tanto cara ai boss mafiosi, con la complicità del parroco di turno, necessaria a rafforzare pubblicamente il prestigio e il potere criminale di uno scomunicato.
E con quale coraggio la presidente dell’antimafia Rosy Bindi del PD si dichiara allarmata arrivando a chiedere le dovute indagini sui vari passaggi burocratici delle autorizzazioni, come se nei faldoni esaminati in Parlamento non fosse stato mai menzionato il nome di Casamonica?
Come fa il commissario del Pd a Roma Orfini, quello che avrebbe dovuto fare pulizia da parecchi mesi dopo lo scoppio dello scandalo di mafia capitale a dire che una cosa del genere non dovrà mai più accadere?
Né può destare meraviglia il fatto che il Prefetto di Roma Gabrielli, quello che ha già consegnato la relazione sulla mafia nella città al Ministro dell’Interno Alfano che la tiene gelosamente nel cassetto, dichiari in un comunicato che la Prefettura non aveva contezza della cosa. Avete capito? Ripeto: La Prefettura non aveva contezza. Il Prefetto si nasconde nel burocratese, ammette un difetto di comunicazione e si riserva di decidere dopo che gli uffici avranno relazionato sul caso. Stiamo freschi!
Chi deve tenere sotto controllo i mafiosi, i pregiudicati, quelli agli arresti domiciliari? E la Questura,  il Campidoglio, il Viminale, Palazzo Chigi? Nessuno fiata su una questione che richiederebbe come minimo le dimissioni del Ministro dell’Interno, di quello della Difesa, di quello della Giustizia, dei Comandanti delle forze di sicurezza per la grave dimostrazione di inefficienza, se non vogliamo parlare di sciatteria collusiva, nel farsi sorvolare da un velivolo senza nessun permesso. Roba che se lo vengono a sapere quelli dell’Isis ci riducono in polvere.
A questo punto il rituale degli annunci delle interrogazioni parlamentari avanzate da vari componenti della maggioranza di governo fanno semplicemente ridere; come se bastassero a zittire il moto di sdegno di un intero paese e a soffocare lo tsunami di vergogna che ci sommerge per il fatto che quelle scene siano apparse in tutte le televisioni e i giornali del mondo!

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Come si distrugge l'industria alimentare italiana

TORQUATO CARDILLI - Uno dei proverbi che abbiamo ascoltato sin dalla tenera età "non è tutto oro quel che luccica", ripetutoci dagli anziani con l’intento di metterci in guardia da possibili imbrogli materiali, affettivi, spirituali che possono capitare quando si è superficiali nelle valutazioni, è un detto antichissimo. Risale addirittura a Esopo ed ha avuto una larga diffusione, prima nel mondo letterario e poi nell'uso comune, per essere stato inciso da Shakespeare sullo scrigno che lo spasimante principe del Marocco offre a Porzia, nell'opera il mercante di Venezia.
Ma in Europa pare che non sia più così. A Bruxelles hanno scoperto la pietra filosofale per trasformare le sostanze ed arricchire i soliti noti.
A nessuno verrebbe in mente di vendere per oro ciò che oro non è; oppure di vendere per diamante un fondo di bottiglia ben tagliato; oppure per seta pura una semplice fibra artificiale ecc.; se lo facesse sarebbe un falsario, un truffatore a qualsiasi latitudine.
Eppure in Europa sul piano dei prodotti alimentari e della gastronomia non vale la stessa regola e lo stesso metro di giudizio quando c’è da salvaguardare l’interesse delle multinazionali del latte in polvere e le lobby degli affamatori.
Purtroppo per noi cittadini i italiani, i Governi degli ultimi quindici-venti anni non hanno fatto altro che favorire la deindustrializzazione del paese in omaggio ai principi del liberalismo a perdere e , delle privatizzazioni che lasciavano ai privati i profitti ed addossavano alla collettività le perdite.
E’ tramontata l’epoca d’oro del miracolo italiano dell’auto, dell’acciaio, dell’elettronica, della chimica, della telefonia, dell’energia, dell’elettricità. L’Italia è stata rinchiusa dai poteri sovranazionali, con l’acquiescenza dei nostri rappresentanti, nello stretto ambito dei prodotti da sussistenza.
E in Europa, dove ogni giorno vengono prese decisioni sempre più stringenti sull’austerità, sulla limitazione della libertà dei cittadini e della libertà di impresa, abbiamo sempre mandato gli scarti della politica nazionale, sempre assenti al momento delle votazioni decisive (basta guardare le statistiche del Parlamento Europeo). Il che è tutto dire quanto a livello, data la comprovata inettitudine e produttività di quelli che stanno a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Per loro sedere nel Parlamento europeo e nella Commissione europea è sempre stata una vincita alla lotteria, una sine cura, un bancomat di prebende e privilegi, di lussi e di rimborsi facili, anche non dovuti.
Quanto al governo nazionale chi ricorda una battaglia vinta per la difesa degli interessi del suo popolo? Forse che abbiamo dimenticato la vicenda penosa delle multe sulle quote latte?
Pochi giorni fa la Commissione europea ci ha inviato un'ennesima lettera di richiamo. Siamo da tempo sotto schiaffo su temi di grande rilevanza come l'inquinamento ambientale, la giustizia, il pagamento dei debiti della P.A., la corruzione, la libertà di stampa, l’evasione fiscale o le carceri, ma anche per questioni minori come la grandezza delle vongole e dei cetrioli e questa mossa non fa che allungare l'elenco delle materie nelle quali il nostro Governo è imbelle e non sa prendere una posizione.
La diffida che ci chiede di porre fine al divieto vigente, risalente ad una legge italiana del 1974, di detenzione e di utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per la fabbricazione di prodotti lattiero caseari, andrebbe considerata un vero e proprio insulto ai nostri prodotti locali,  un attentato all’economia italiana, al nostro made in Italy alimentare che deve lottare sui mercati del mondo per contrastare le imitazioni e le contraffazioni.
La nostra legge è ritenuta troppo penalizzante contro i surrogati del latte fresco ed è considerata un ostacolo alla conclamata libera circolazione delle merci, dato che nel resto dell’Unione europea è considerato normale la produzione di “latticini senza latte” (formaggi, yogurt, gelati).
Come dire cari italiani a noi di Bruxelles interessa poco che il formaggio lo facciate con il latte fresco, anzi vogliamo che lo si possa fare anche da voi con altri prodotti di base (venduti da noi), che costano meno e ci fanno guadagnare di più e pretendiamo che consentiate a tutti di farlo come diciamo noi. E chi se ne importa della vostra vantata qualità!.
E tutto questo proprio mentre celebriamo con l'Expo di Milano il festival dell'alimentazione sana!.
Poiché dietro ogni decisione c'è un interesse di fondo, bisogna chiedersi a chi fa comodo sollevare il dito accusatorio contro questa legge italiana, varata oltre 40 anni fa, a difesa dei prodotti  tipici delle nostre regioni, a tutela della specificità e della qualità della nostra tradizione alimentare, a garanzia e protezione dei gusti della cucina degli italiani, a sostegno di un artigianato alimentare sempre più spinto in un'area da riserva indiana da parte delle multinazionali.
Per i burocrati di Bruxelles e per i loro mandanti causa, la qualità delle numerose specialità tipicamente italiane, dalla mozzarella al pecorino sardo, dal parmigiano dop alla più plebea caciotta possono essere imitate liberamente utilizzando latte in polvere con l'obiettivo di favorire immonde speculazioni e truffe alimentari.
Il fatto che in tutta Europa venga utilizzato abitualmente latte in polvere e latte concentrato sarebbe un motivo in più per rendere invece ancora più vincolante da parte nostra il mantenimento delle precise caratteristiche organolettiche dei formaggi italiani.
All'Europa che si dimostra ogni giorno sempre più lontana dai bisogni dei cittadini e dal progetto principale di solidarietà e di unione tra i popoli (e lo schiaffo del referendum di Atene ne è una riprova), va detto chiaro e tondo che è ora di finirla con i divieti, con le misure distruttive delle specificità; basta con il predominio globale in economia da parte della Troika e in politica della Germania.
Oggi l'Europa, a dispetto della Mogherini, sparisce quando le si chiede solidarietà ed aiuto (ad esempio sull'emergenza dell'immigrazione) e riappare energicamente pronta ad assecondare le lobby quando si tratta di imporre manovre di austerità come l’ultimatum alla Grecia o di abbassamento di parametri qualitativi. Questo sistema non funziona più.
L'ultimo diktat della burocrazia dell'Ue che ha già partorito troppi danni con incomprensibili decisioni sulla nostra tavola (dal vino senza uva, al cioccolato senza cacao, agli insaccati pieni di polvere di latte, fino alla carne annacquata) che hanno allontanato dai sentimenti dei cittadini e delle imprese l'orgoglio di far parte dell'Europa, va interpretato come un atto di ostilità contro l'economia italiana.
Se la Germania intende comandarci anche nel latte, assecondando le  multinazionali con una congerie di norme fatte ad hoc per danneggiarci dobbiamo opporre un  no alto e forte.
Al primo ministro, che non perde occasione per manifestare la sua lontananza dalla gente del lavoro e la sua vicinanza a quella del capitale, diciamo che è fin troppo facile gridare contro l'Europa e far finta di essere coraggiosi in parlamento, quando si è a distanza di sicurezza. Vada a Bruxelles  e non torni indietro fino a che non avrà portato a casa un risultato.

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ITALIA IN CANCRENA 3

Scavi inagibili, musei in appalto, direttori stranieri e strafalcioni dominanti 
TORQUATO CARDILLI - L’Italia si vanta, a torto, per la vanagloria smisurata del premier di turno, di essere il settimo o addirittura il sesto paese industrializzato del mondo, ma grazie ai suoi 28 secoli di storia è certamente la prima potenza culturale del pianeta, come attesta la classifica dell’Unesco per numero dei siti patrimonio dell’umanità.
La tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione è una prescrizione scolpita nella Costituzione (Art. 9) e moltissimi italiani pensano che l’Italia potrebbe vivere e prosperare solo grazie al turismo culturale se questo fosse ritenuto prioritario dal Governo (altro che caccia F35, o spedizioni a perdere in Afghanistan!) e gestito da patrioti, cioè da persone non solo intelligenti e capaci ma che mettono al primo posto l’interesse nazionale.
Il Ministero dei beni culturali invece, pur avendo il copy right dello slogan “la cultura è il petrolio dell’Italia”, non disdegna di sprecare quei pochi soldi a disposizione sovvenzionando a pioggia, inutilmente, fondazioni superflue o che hanno fatto il loro tempo come l’Istituto Luigi Sturzo (a favore dell’ex ministro Giovannini), la fondazione Gramsci (dei vari Fassino e Sposetti) che ricevono più dell’Accademia della Crusca, la fondazione Bettino Craxi (a favore della figlia Stefania), la fondazione Ugo La Malfa (a favore del figlio Giorgio), la fondazione De Gasperi (del ministro Alfano! Chi l’avrebbe mai detto!), la Magna Carta (gestita da Quagliariello!), Ansaldo (che fa capo a Finmeccanica), e via di questo passo.
In un paese che destina alla cultura un terzo dei fondi impiegati dalla Francia, quasi quanto la Danimarca che ha un quarto dei nostri abitanti e meno di un decimo di patrimonio artistico, e appena poco più della Grecia, c’è da mettersi le mani nei capelli. Negli ultimi dieci anni il bilancio del Ministero dei beni culturali si è quasi dimezzato (0,19% del bilancio dello Stato) tanto che in rete circola la seguente battuta molto amara tra due cittadini in cui il primo dice al secondo:‘…lo sai che il 60% dei beni culturali del mondo è in Italia?” l’altro risponde: “e il resto?” replica il primo: “ah, non ti preoccupare, il resto è in salvo”.
La moneta italiana da 5 centesimi di euro raffigura il monumento più conosciuto al mondo, più famoso delle Piramidi, della Sfinge, della tour Eiffel, ecc. E’ l’anfiteatro Flavio, detto Colosseo,  il più grande e antico anfiteatro della terra, situato nel centro di Roma, dalla capacità di 75.000 spettatori, la cui costruzione, iniziata da Vespasiano che volle restituire al pubblico quell’area espropriata a fini privati da Nerone, fu proseguita da Tito e ultimata da Domiziano, come simbolo della città imperiale.
Con la sua forma ellittica (527 metri di perimetro, un’arena di oltre 3.300 metri quadrati, un’altezza di 48,5 metri ora ridotta rispetto ai 52 metri originari) è talmente colossale che il Presidente Obama, con il notorio buon gusto yankee, lo ha definito con stupore più grande di uno stadio di baseball.
Se il governo decidesse di dedicargli le cure che merita sarebbe un investimento non solo per il prestigio del paese, ma anche per imponenti ritorni economici. E invece pur essendo il nostro monumento più visitato con quasi 5 milioni di ingressi all’anno, l’Erario che sopporta tutti i costi di gestione, restauro e manutenzione con fondi insufficienti, ne ricava un incasso da miseria.
Ci ha pensato con un’operazione pubblicitaria di marketing della Valle che, sostituendosi allo Stato, ha messo a disposizione i capitali necessari (oltre 20 milioni) per il restauro delle facciate nord e sud in cambio dell’esclusiva sull’immagine del monumento per 15 anni con l’uso non replicabile da nessun altro del marchio.
A queste condizioni il Colosseo è regalato, e l’operazione ha innescato una gara negli affari: le sorelle Fendi sono pronte a mettere a disposizione 2 milioni di euro per la Fontana di Trevi e 180.000 euro per il complesso delle Quattro Fontane.
Il PD, che è diventato il partito della provvidenza divina, come ha dimostrato il caso Azzollini, padre padrone della Divina Provvidenza, ha capito che oltre all’immigrazione ed alla spazzatura si può sfruttare anche il filone culturale per battere cassa e per questo propone una legge di defiscalizzazione per i privati che investano nei beni culturali. Al neo mecenatismo peloso non basta più mettere le mani sui monumenti, vuole anche gli incentivi per aumentare i propri utili e portafogli.
Vengono i brividi se si pensa come i nostri siti archeologici sono abbandonati all’incuria per la mancanza di programmi di ordinaria manutenzione, di semplici interventi che non fanno notizia ma che sono utilissimi come la costante pulizia per impedire alle piante ed alle erbe infestanti di sgretolare con le loro radici le antiche mura che hanno resistito agli assalti dei vandali ed alle devastazioni barbariche. Per rendersene conto basta fare un giretto intorno alle mura di Roma sbriciolate in più punti e a rischio di crollo.
La trasmissione Report ha sottolineato nella scandalosa rinuncia dello Stato di avvalersi della importantissima risorsa degli incassi, devoluti alla esternalizzazione dei servizi aggiuntivi, la vera criticità del sistema dei beni culturali. E’ stata una scellerata politica di privatizzazione all’italiana quella di affidare la gestione delle biglietterie e dei punti vendita di audiovisivi, cataloghi e libri dei siti archeologici ai privati, cui va l’80% degli incassi, al netto dell’onere della gestione, del personale, della manutenzione, del restauro.
Le convenzioni dei servizi aggiuntivi sono scadute da diversi anni; ma invece di fare una nuova gara pubblica o di ripensare alla riorganizzazione sono state prorogate. E chi era fino a qualche mese fa il direttore generale per la valorizzazione del patrimonio del Ministero dei beni culturali? Anna Maria Buzzi. Toh! la sorella di Salvatore Buzzi, il capo della Coop 29 giugno, arrestato e tuttora detenuto per lo scandalo di Mafia Capitale. E quali le società che gestiscono i servizi aggiuntivi? Tenetevi forte: la Electa-Mondadori, una società legata allo zio per antonomasia e la Coopculture, della catena rossa Legacoop.
Per consentire un raffronto serio basta comparare la redditività culturale a favore dell’erario italiano con quanto accade all’estero. Qualche esempio. Lo stato italiano dai suoi tesori esposti al pubblico su un incasso totale per la vendita di biglietti di 58 milioni di euro l’anno, ne riceve solo 20, mentre il museo del Louvre di Parigi, da solo, incassa a vantaggio dell’erario francese ben 40 milioni.
Il Colosseo registra 5 milioni e mezzo di visitatori all’anno di cui 4 milioni e mezzo paganti. In teoria lo Stato potrebbe incassare 50 milioni di euro, che sarebbero più che sufficienti per la gestione e i lavori di continuo restauro compresi i Fori Imperiali, ridotti in uno stato miserabile. Invece su un introito lordo di 39 milioni e mezzo, lo Stato ne incassa appena un terzo: 13 milioni; nulla rispetto ai 36 milioni dei musei vaticani. A Pompei con 2 milioni e mezzo di visitatori di cui 2 milioni paganti su un introito lordo di 20 milioni, lo Stato ne incassa poco più del 30% cioè 6 milioni; la Domus Aurea di Roma, dopo un restauro costato allo Stato 18 milioni, è stata riaperta e messa a disposizione di visite guidate a tutto vantaggio dei concessionari privati che trattengono i due terzi degli introiti; la Villa di Catullo a Sirmione produce un incasso di 450.000 euro all’anno di cui solo 145.000 vanno allo Stato. Come si vede questo discorso vale per tutti i monumenti e siti archeologici italiani: gli introiti sono costantemente inferiori alle spese di manutenzione con un delta sempre più largo specialmente dove il numero dei visitatori è insignificante e lo Stato non offre neppure i servizi più elementari (trasporti, caffetterie, toilettes).
Ma i Beni Culturali hanno anche un altro peccato: sono un ottimo pretesto di spesa senza controlli in materia di appalti per lavori di restauro: non lontano da Roma,  a Tivoli, il Tempio di Ercole Vincitore è stato un classico esempio di spreco. Per restaurarlo sono stati spesi oltre 12 milioni di euro, inutilmente. I lavori, appaltati nel 2004, si sono conclusi dopo 7 anni. Nel 2011 il complesso è stato inaugurato con una grande festa, in cui faceva da anfitrione il Ministro del tempo Galan (finito in carcere per corruzione) e la Governatrice della Regione Polverini (dimissionaria con tutta la Giunta per le spese pazze). Dopo 15 giorni il Tempio è stato nuovamente chiuso al pubblico, per alcuni lavori di adeguamento al costo suppletivo di 1 altro milione. La consegna era prevista a metà 2013, ma dopo un altro anno e mezzo non era stato ancora riaperto.
Il Ministro Franceschini, (ex vice segretario del PD, definito dall’attuale premier, ancor prima della sua scalata al potere, il vice disastro di Bersani) persona priva di qualsiasi titolo e competenza nel settore, compare in TV per lamentarsi del taglio dei fondi, o per la “mortificazione” della professionalità dei suoi funzionari, ma poi sceglie ben sette stranieri (3 tedeschi, 2 austriaci, 1 britannico e 1 francese), come nuovi direttori dei più prestigiosi Musei italiani attirandosi l’ira e le critiche di grandi esperti d’arte. Senza considerare che per legge vanno valorizzate le risorse interne e che ci sono nel mondo fiori di italiani direttori di musei (Museum of Contemporary Art di New York, Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra, Tate Gallery di Liverpool, De Appel art center di Amsterdam, Monnaie di Parigi, Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, Moma di New York, National Gallery di Londra, Prado di Madrid) le nuove nomine attribuiscono gli Uffizi (già galleria privata dei Medici, divenuta la più ricca esposizione al mondo dal 13° al 18° secolo con Giotto, Botticelli, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Leonardo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio ed altri ancora) al tedesco Eike Schmidt, il Museo di Capodimonte  a Sylvain Bellenger, la Pinacoteca di Brera a James Bradburne, la Galleria dell'Accademia di Firenze a Cecilie Hollberg, la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino a Peter Aufreiter, il Parco Archeologico di Paestum  a Gabriel Zuchtriegel e il Palazzo Ducale di Mantova a Peter Assmann. Non è per caso che Renzi abbia il complesso di inferiorità rispetto alla Merkel?
Il noto studioso d’arte Philippe Daverio ha definito queste scelte  come il risultato dell’insipienza e della leggerezza pressappochista del Ministro. Per Daverio è stata una scelta “ghibellina" che non aiuterà i nostri musei perché gli stranieri faticheranno a entrare in sintonia con l’ambiente italiano, il tessuto sociale e la realtà locale. Sulla stessa linea si è espresso il noto critico d’arte Sgarbi che non ha risparmiato frecciate all’indirizzo del Ministro incapace di mettere il suo nome sotto le nomine facendosi schermare da una commissione di nullità che ha stravolto il punteggio dei titoli.
Ma il Ministro che ha difeso tali scelte come segno di altissimo valore scientifico, ha fatto anche la bella pensata (sua è l’idea dello slogan per Milano Expo “very bello”) forse su suggerimento della Buzzi, di “valorizzare” tutti i principali Musei italiani, affidandone l’intera gestione a concessionari privati. E’ da sperare che ciò non avvenga e che chi di dovere riceva l’illuminazione di non far gestire i beni culturali da persone prive di qualsiasi competenza, che non hanno mai né studiato né amato la storia, l’arte, l’archeologia, la musica, cioè ciò che fa dell’Italia “l’Italia”.
Non si può traslare meccanicamente l’esperienza manageriale di tipo americano, di un paese senza passato, né arte proteso solo all'utile economico, ad un contesto che trasuda storia, bellezza, civiltà, studio, ricerca, da ogni pietra.
La crisi strutturale della finanza pubblica italiana e la conseguente necessità di procedere ad una rigida selezione delle spese da mantenere a carico dell’erario, non può avere ricadute sull’impoverimento della tutela e della conservazione dei beni storico-artistici, archeologici e monumentali. Se si tratta di beni riconosciuti come patrimonio culturale universale dall’Unesco le spese di gestione debbono assolutamente uscire dal patto di stabilità perché destinate alla salvaguardia del patrimonio culturale a favore delle generazioni future, non solo italiane ma mondiali. Anzi dovrebbero essere fortemente a carico della Istituzione culturale mondiale.
Invece ecco cosa avviene per mancanza di fondi e di programmazione.
Pompei è sicuramente un simbolo del nostro patrimonio culturale pubblico e testimonianza della sua fragilità che necessita di costanti investimenti in risorse umane e finanziarie perché ne siano garantite la tutela e la valorizzazione. Il Ministro, vi ha inaugurato con gran fanfara, accompagnato dal neo governatore campano tale De Luca (il decaduto e risorto) la grande palestra e la mostra ”Pompei e l’Europa”. Tutto a favore di telecamere e telegiornali. Poi chiusura. Ai turisti è stato impedito l’accesso. Eppure erano in migliaia in paziente attesa sotto il sole. Irritazione e sgomento che hanno fatto il giro del mondo. Biglietto pieno per visitare solo il 30% degli scavi.
Nelle settimane scorse ha avuto una grande eco sulla stampa nazionale e internazionale la chiusura per 3 ore del sito a causa di un’assemblea sindacale del personale di vigilanza, mentre migliaia di turisti ignari attendevano spazientiti fuori dei cancelli. Il danno d’immagine causato da questo comportamento irresponsabile (che fa il paio con l’incendio della pineta dell’aeroporto di Fiumicino che ha bloccato il traffico aereo per 24 ore), senza che i dirigenti provvedessero a disinnescare la minaccia è stato amplificato dalla nozione di corruzione e di infiltrazioni mafiose nelle opere pubbliche, comprese quelle relative ai cantieri di restauro o di ricostruzione.
Quando finalmente, a assemblea conclusa, sono stati aperti i cancelli e la fila interminabile ha cominciato ad ondeggiare con passi da lumaca, alcuni addetti hanno informato gli increduli stranieri che era necessario avere in mano i contanti perché il bancomat era guasto. Segno di grande organizzazione privata tornare indietro di 2.000 anni e chiedere il pagamento in denaro sonante!.
Superato l’ingresso due cartelli davano la misura dell’approssimazione italiana: il primo con uno strafalcione storico datava l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei addirittura al 79 a.C., anziché al 79 d.C. Lo sanno pure i sassi che il disastro avvenne in epoca imperiale, nel primo anno di regno dell’imperatore Tito, quello che aveva conquistato Gerusalemme; sul secondo cartello campeggiava l’avvertimento ai visitatori di non portare dentro zaini e borse. Avviso regolarmente ignorato sotto lo sguardo assente e non curante degli addetti, sciatti nell’adempimento del dovere.
Un turista americano, con grande senso civico, si è sostituito ai sorveglianti ed ha acciuffato un giovane visitatore che raccolta una tegola dell’antica Pompei l’aveva infilata furtivamente nello zaino così credendo di poterla fare franca portandosi via un millenario trofeo gratuito. Denunciato il fatto al personale di sorveglianza questo si è scusato di non essere in grado di prevenire simili oltraggi all’area archeologica data l’enorme ampiezza del sito. Ma di esempi di senso civico da parte di stranieri se ne ricordano altri: a Piazza Armerina (Enna) alcuni turisti americani hanno provveduto a raccogliere le cartacce abbandonate sui meravigliosi mosaici romani, nell’indifferenza degli italiani.
Torniamo a Pompei che non è stata risparmiata dai violenti acquazzoni di questi giorni che hanno flagellato larghe zone d’Italia. I turisti scattano senza posa foto a quelli che credono i resti di cittadini pompeiani uccisi dai gas dell’eruzione, ignorando che si tratta di calchi restaurati da poco, che quasi galleggiano in pozze d’acqua. Nell'area ci sono un centinaio di cantieri aperti per la ripavimentazione dei marciapiedi, lungo la centrale via dell’Abbondanza e i lavori di restauro alle domus che lasciano perdere un’emorragia di piccole tessere bianche di antichi mosaici.
La stupenda domus della fontana piccola, riaperta al pubblico dopo un imponente restauro, lascia a bocca aperta per la bellezza degli affreschi deturpati da un gesto villanzone di un’impronta di bacio dato con il rossetto, i piccioni vi entrano clandestinamente in barba al costoso sistema di protezione dai volatili, mentre fuori campeggiano vari contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti, pieni stracolmi, segno evidente che la loro rimozione è saltuaria e disorganizzata.
Nella pagina ufficiale del Ministero su Facebook, un altro strafalcione. Vi si pubblica una bella sequenza di foto dedicate agli scavi archeologici di Cuma, ma la sua descrizione contiene un errore: "Sono attualmente visitabili l’acropoli con i templi di Apollo e di Giove, più il cosiddetto antro della Sibilla". In realtà, quest’ultima struttura, forse la più celebre di tutta l’area archeologica è chiusa da oltre un anno, per cedimenti interni. Lo sa il ministro Franceschini?
Temporali e allagamenti hanno fatto le loro vittime anche in altre strutture museali di prestigio. A Firenze un’improvvisa bomba d’acqua e gradine ha causato gravi danni alla città e infiltrazioni anche a Palazzo Vecchio (salone dei Cinquecento) al museo di Santa Croce e agli Uffizi,  rimasti chiusi.
I guai dell’incuria e del pressappochismo non hanno risparmiato neppure il Museo nazionale delle arti del XXI secolo a Roma, detto MAXXI, presieduto dalla ex ministro Melandri che è cittadina italo-americana. E quegli stessi turisti che avevano subito l’affronto della chiusura di Pompei hanno dovuto sottostare anche alla chiusura del Maxxi per maltempo. E’ bastata una pioggia di mezz’ora a ferragosto perché il museo, che ha appena 5 anni di vita, fosse costretto ad anticipare la chiusura di sette ore e poi a riaprire parzialmente. Ma la figuraccia dell’incuria è stata ulteriormente aggravata dagli strafalcioni dell’avviso affisso per i turisti ed immortalato in centinaia di fotografie, che costituiscono ormai un ricordo da mostrare agli amici nel mondo, di questo tenore:“we are apologize to the visitors but the museum today we’ll be closed” in un linguaggio da trogloditi di broccolino del tipo:”noi siamo scuse ai visitatori ma il museo oggi noi sarà chiuso”. E’ questo un testo che pare troppo simile al modo di esprimersi di Renzi quando parla in inglese maccheronico con i suoi pari grado stranieri. Siamo sempre il paese di Totò e Peppino “noia volevam savuar!...”.
 
Questo articolo è la terza puntata dell'Italia in cancrena. Il primo numero è uscito il 13.8.2015 e il secondo numero il 17.8.2015

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L'ORDALIA DELLA DEMOCRAZIA

TORQUATO CARDILLI - La Grecia, madre dell’Europa, nostra culla culturale sta morendo. Essa ci ha dato il nostro sapere, la filosofia, l’arte, la poesia, la matematica, la geometria, la fisica, l’astronomia, la medicina, ci ha tramandato le opere, le gesta, le intuizioni, le scoperte di Fidia, Alessandro, Omero, Aristofane, Sofocle, Erodoto, Euripide, Pericle, Pitagora, Saffo, Diogene, Demostene, Tucidide, Zenone, Plutarco, Senofonte, Ippocrate, Socrate, Platone, Aristotele, ecc.. Già, secondo i suoi insegnamenti la libertà nell'eguaglianza è il presupposto della democrazia, il cui governo è del popolo nel senso che i ricchi non comandino più dei poveri, che non siano solo i primi ad essere sovrani, ma che lo siano tutti secondo rapporti numerici di uguaglianza.
Se facciamo un breve esame di coscienza ci accorgiamo che questo semplice, millenario, principio viene solennemente calpestato non solo all'interno del nostro paese, ma anche nei rapporti tra alleati che dovrebbero vedere prevalere i valori di solidarietà, di sostegno reciproco, di fiducia.
Il popolo greco è stato ridotto alla fame da una classe politica dirigente corrotta e sleale, che, come vedremo, ha truccato i conti d'accordo con i creditori che non hanno fatto altro che continuare a prestarle soldi per ottenerne alti interessi che hanno ampiamente superato negli anni il capitale prestato.
Da cinque mesi ha eletto un nuovo governo con il mandato di operare una rivoluzione culturale rispetto al passato, di spezzare le catene del debito sempre in crescita ed affrancarsi da questa condizione di vassallaggio.
Ovviamente i primi ad essere contrari sono stati i creditori che per anni hanno lucrato interessi da strozzinaggio e che ora hanno visto avvicinarsi le impetuose rivendicazioni di chi non è più disposto ad essere sfruttato. Per questo vogliono rientrare in possesso dei loro capitali ed hanno imposto alla Grecia sacrifici mostruosi che hanno finito per mettere in ginocchio una modesta nazione con un’economia fragilissima, dal PIL irrilevante rispetto a quello europeo, illusa per troppo tempo di poter sedere insieme ai grandi.
I creditori hanno offerto al primo ministro Tsipras, in cambio di nuovi crediti utili solo a ripagare gli interessi, di bere il calice amaro di nuovi tagli allo stato sociale senza scappatoie. Misure capestro che se accettate gli toglierebbero la legittimità conferitagli dal voto popolare che invece gli aveva chiesto di opporsi alle fameliche pretese dei creditori.
Tsipras ha capito che l'obiettivo della Troika (CE, FMI, BCE) non è tanto quello di espellere la Grecia dall'euro, quanto quello di farlo cadere, per sostituirlo con una persona più serva ed accomodante. E i nomi già circolano negli ambienti finanziari. Ecco perché, dopo mesi di imposizioni sempre più pesanti, con un gesto coraggioso e che certamente comprometterà all'inizio l'economia del paese, il premier ateniese ha giocato l’ultima carta, quella di restituire la voce al popolo con un referendum sull'accettazione o sul rifiuto delle condizioni imposte dalla Troika, german style. Votando per il no i greci aprirebbero una nuova fase storica nel rapporto tra nazioni e, rimettendo in moto il proprio paese, contribuirebbero anche allo sviluppo europeo.
I falchi nord europei (che si comportano con la Grecia esattamente come la Lega Nord si comporta con il sud d'Italia), hanno accusato Atene di voler sconvolgere le regole europee e di non volersi dissanguare oltre. Ma sono quanto mai riprovevoli l'ingerenza e le pressioni sul popolo greco del presidente della Commissione europea Junker, che in passato ha consentito alle multinazionali di eludere il sistema fiscale dell’Unione concedendo condizioni di particolare favore a danno si tutti gli europei. In una conferenza stampa, accusando Tsipras di aver fatto saltare in maniera unilaterale il tavolo delle trattative ha invitato i greci a votare il 5 luglio si in favore del saldo dei debiti e dell’accettazione del taglio del welfare.
Si ripete così lo scenario, già sperimentato in Italia, che vide l’estromissione nel 2011 di Berlusconi sostituito in fretta e furia, complice Napolitano, da un personaggio come Monti più cedevole alle pretese del grande capitale internazionale e poi nel 2014 con la cacciata di Letta, anche questa volta con una congiura di palazzo, per offrire la presidenza a Renzi, ritenuto alunno più inesperto e più ubbidiente.
Alla convocazione del referendum greco, Renzi (che era stato accuratamente escluso dai colloqui sul debito della Grecia dal ristretto club dei poteri che contano) si è subito recato a Berlino per rinnovare l’obbedienza alla pantofola della Merkel e dichiarare che ricorrere da parte di Tsipras alla volontà popolare è un errore. Ricorrere alla volontà popolare un errore? Capito il concetto di democrazia di questo sbruffone che ha sprecato il mitico semestre di presidenza europea o la carta della guida della politica estera europea senza ottenere nulla? Che ha offeso il parlamento e milioni di elettori con i  ricatti da 4 soldi sulle sue riforme bislacche? Che non ha mosso un dito in favore del lavoro; che non si è accorto che il suo partito era una prateria di scorrerie di bande?
Ma non sarà l'esito del referendum del 5 luglio a rivoluzionare l'Europa. E' stata l'indizione stessa della consultazione popolare ad aver cambiato il corso della storia: d'ora in poi tutti i popoli europei sapranno che è possibile scegliere insieme, con consapevolezza, le regole del gioco, che non ci potranno essere più diktat esterni e che le colpe dei padri non possono ricadere in eterno sui figli.
Grandi economisti come Piketty, Krugman, Stiglitz, hanno detto e ripetuto che con la prolungata austerità si mette in pericolo non solo l'economia, ma anche la libertà democratica ed hanno offerto il loro sostegno a Tsipras e al suo appello rivolto ai greci di salvare la propria democrazia e di opporsi ai disegni della Troika che ha sbagliato ogni mossa ed ogni ricetta di fronte ad una crisi economica che dura da troppo tempo e che sta riducendo il sud dell'Europa in macerie.
Il francese Piketty considera Syriza come l'ultima spiaggia per smontare le ipocrisie delle Cancellerie europee e non fa mistero di addossare la responsabilità proprio a Junker che per oltre venti anni ha guidato il Lussemburgo alla depredazione dei profitti industriali del resto d'Europa.
Anche la Germania ha la sua bella parte di ingratitudine, incastonata nella volontà di supremazia. La prussiana Merkel ha dimenticato i maxi condoni che la Germania ha ricevuto graziosamente sui propri debiti nel dopo guerra e la manica larga degli alleati europei quando si è trattato di chiudere un occhio sulla violazione dei vincoli di bilancio a seguito della riunificazione con la DDR. Dimenticare queste concessioni che hanno permesso alla Germania di finanziare la ricostruzione e la crescita economica ed accanirsi contro un popolo i cui leader, al soldo del sistema sovranazionale, hanno comprato la permanenza al potere in cambio della spoliazione del paese, è una dimostrazione di ottusità politica, specialmente ora che la muscolarità della NATO e degli Stati Uniti, dopo i disastri del medio Oriente, offre incredibilmente a Putin la chiave per aprire le porte d’Europa.
L'unico modo possibile per salvare la Grecia, ed evitare domani l’effetto domino, è di non costringerla a pagare i debiti fino all'ultimo euro.
Anche per il Nobel per l’economia 2008, l’americano Krugman, la Grecia deve votare no. Lo ha scritto sul New York Times ricordando che la creazione dell’euro, moneta unica per economie molto diverse senza la stessa politica, è stata una scelta terribilmente sbagliata e che il collasso dell'economia greca non è imputabile solo agli errori che il governo di Atene ha fatto fino al 2008, ma soprattutto alle misure di austerità imposte dalla Troika che hanno aggravato l'altissima disoccupazione, imposto il taglio drastico dei servizi sociali, della sanità, della scuola, delle pensioni.
Ma qual è l'origine dei guai di Atene? Il crac della Grecia è stato costruito a tavolino poco alla volta da oltre 15 anni. E’ una storia di conti truccati dal 1999 con l’expertise della Goldman Sachs che dietro compenso di 300 milioni di dollari ha aiutato a falsificare i bilanci.
L’americana Goldman Sachs, una delle più grandi banche d'affari del mondo, che a differenza delle banche commerciali, non ha sportelli per i depositi ma offre servizi di alta finanza nei settori con elevato rischio, ha speculato abbondantemente sulla crisi dei mutui subprime tanto che nel 2010, è stata anche incriminata dalla SEC (la Consob americana) per frode e truffa ai danni dei propri clienti. Più volte sull'orlo del baratro, al centro di macroscopici conflitti di interesse, da far sembrare insignificanti per dimensione e pervasività quelli berlusconiani, è riuscita  sempre a cavarsela per l’abilità con cui ha piazzato i propri uomini nelle istituzioni americane e internazionali, quasi delle quinte colonne, facendoli entrare direttamente nella stanza dei bottoni del governo. È la banca che ha moltiplicato all’inverosimile i prodotti derivati, quei 600mila miliardi di dollari virtuali che stanno strangolando il mondo; che ha mandato nel 2006 il suo AD Henry Paulson a fare il ministro del tesoro di Bush figlio; che dopo il crack di Lehmann Brothers inventò il piano Tarp da 700 miliardi di dollari statali per salvare le banche private anche a costo di far esplodere il debito pubblico Usa e che riuscì ad intascare buona parte dei 180 miliardi destinati al salvataggio dal fallimento del gruppo assicurativo Aig.
E quali sono stati gli italiani nel Board della Banca? Non vi stupirà il nome di Mario Monti (presente anche nel board della Trilaterale e del Bilderberg Group) che ha svolto il ruolo di consigliere per gli affari internazionali per suggerire i migliori affari in circolazione, specie quando uno Stato deve privatizzare le società pubbliche, o come Gianni Letta nonostante il suo ruolo di sottosegretario.
Anche Romano Prodi prima della privatizzazione dell’Iri era stato advisor, per approdare poi alla Presidenza del Consiglio con al suo fianco Massimo Tononi, ex funzionario della sede di Londra e quindi sottosegretario all'economia tra il 2006 e il 2008.
Ma il più noto è certamente Mario Draghi, dal 2002 al 2005 vicepresidente e membro del management Committee responsabile per l'Europa. Lasciò l'incarico per diventare governatore della Banca d'Italia e prendere la presidenza del Financial Stability Board, con il compito di mettere a punto nuove regole per il sistema finanziario globale, misure (dette di Basilea 3) che hanno finito per garantire una tutela della solidità delle banche, ma non hanno certamente limitato le audacie speculative, per finire alla presidenza della Banca Centrale Europea. In quei frangenti, la sua candidatura era stata messa in discussione a causa proprio dei precedenti in Goldman Sachs, coinvolta nella vendita di derivati alla Grecia, anche se Draghi entrato in Goldman Sachs dopo il deal dei derivati se ne è sempre dichiarato completamente all’oscuro.
Va comunque ricordato che ancor prima di assumere formalmente il ruolo di presidente della BCE Draghi aveva scritto, e fatto co-firmare al predecessore Trichet, la lettera segreta con cui il governo Berlusconi veniva messo alle strette: accettare in tempi rapidi le riforme consigliate di tagli draconiani oppure arrendersi al blocco degli acquisti di titoli di Stato e al collasso dell’economia. Berlusconi codardamente preferì lasciare il posto tra i fischi di quanti erano rimasti disgustati dalla sua condotta privata. Ma torniamo alla Grecia.
Negli anni 2000 il Governo greco attestava che il PIL continuava a crescere, con punte anche del 6%: una vera cuccagna, tanto da consentirle nel 2001 di entrare nella moneta unica a vele spiegate. Tre anni dopo, nel novembre 2004, in occasione del cambio di governo (come in Italia destra e sinistra si sono alternate al potere ma suonando la stessa musica: Simitis del Pasok dal 1999 al 2004; Karamanlis di ND dal 2004 al 2009; Papandreu del Pasok dal 2009 al 2012; Papademos larghe intese dal 2011 al 2012; Samaras larghe intese dal 2012 al 2015) l'allora ministro delle finanze alle prese con la voragine causata dalle olimpiadi, ammise che tutti i parametri di budget presentati a Bruxelles per entrare nell'euro erano stati pesantemente falsificati, che il deficit del Paese, almeno dal 1999, era stato di molto superiore alla soglia del 3% e che il gioco di prestigio era riuscito appunto grazie alla consulenza della  Goldman Sachs.
Di questo allarme nessuno si preoccupò (Bush Jr. era appena stato rieletto alla presidenza americana):  sarebbe bastato cambiare il ministro se non il governo greco e tutto avrebbe potuto continuare a filare liscio con personaggi più accomodanti.
Ma l'esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 scoprì irrimediabilmente gli altarini di molte economie disastrate (i cosiddetti PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), e per Atene fu l'inizio del precipizio. Il primo ministro socialista, Papandreou,  rivelò ulteriori dettagli sul come i conti pubblici del Paese e le statistiche inviate a Bruxelles sulla situazione economica fossero stati truccati, superando di oltre 6 punti il cosiddetto parametro di Maastricht del 3%, ovviamente a debito. Un’enormità per un piccolo paese con un debito pubblico salito a 350 miliardi. Papandreu si dimise nel 2011 ed arrivò il governo delle larghe intese di Papademos che fu costretto a chiedere quello che fino a poco prima il suo predecessore aveva rifiutato: gli aiuti internazionali, sotto sorveglianza, poi continuati anche con  Samaras (2012-2015). La Troika accordò ad Atene un primo prestito da 110 miliardi di euro, imponendole rigide misure di austerity.
Lo capirebbe anche un bambino che quando si è oberati dai debiti e si è costretti a pagare interessi che superano il 10%, non si può strangolare con l’austerità un’economia già debole aumentandone la disoccupazione, togliendole i servizi, riducendo il popolo alla fame. Se l’economia non registra una crescita superiore almeno al monte degli interessi si è votati al disastro. Ma non lo capirono o fecero finta di non capirlo gli aguzzini delle IFI che nel 2012 concessero un nuovo prestito a condizioni sempre più stringenti, accusando l’intera nazione greca di non fare abbastanza sacrifici. Il resto è storia di questi giorni.
Certo la cosiddetta Grexit potrebbe comportare immediati problemi di caos finanziario, di riduzione del commercio e degli scambi, di crisi del sistema bancario e incertezze di contagio, ma se dovesse prevalere il volere della Troika, i greci sarebbero costretti ad abbandonare ogni pretesa di indipendenza e subirebbero l’umiliazione di un cambio di governo antidemocratico con l’imposizione di un burattino manovrato dai tecnocrati, dai banchieri e dagli speculatori.
Anche un altro Nobel per l’economia, l’americano Stiglitz, ha duramente criticato la Troika e i macroscopici errori di valutazione del FMI invitando a sostenere il fronte del no.
Secondo Stiglitz i greci debbono riprendere in mano la capacità di determinare democraticamente il proprio futuro, perché non sono responsabili della tragedia in cui sono stati precipitati. Solo una piccola quota dei prestiti concessi dai creditori è andata al popolo; il grosso è servito per pagare gli interessi e restituire parte del capitale ai creditori privati, tra cui molte banche americane, tedesche e francesi, mentre i leader europei continuano a far credere ai greci di essere i loro creditori per poterli ricattare e costringere ad accettare l'inaccettabile.
La Grecia è dunque impegnata nella madre di tutte le battaglie ed ha la possibilità di dare ancora una volta una lezione di democrazia al mondo come ha stigmatizzato il 29 giugno di fronte al parlamento europeo il 93enne partigiano, scrittore e politico greco Manolis Glezo che ha posto una domanda ai colleghi europei: siete disposti a rispettare la volontà libera di un popolo, si o no? Il popolo greco ha deciso con le elezioni che non vuole prestiti, non vuole questo percorso, non vuole essere attaccato dai suoi creditori, ma vuole costruire il proprio futuro. Questa non è una questione del popolo greco, è una questione di democrazia.
Tecnicamente la Grecia è già fallita per non aver rimborsato la rata di debito del 30 giugno al FMI di appena 1 miliardo e 600 milioni, ma occorre valutare quale sia la parte sommersa dell’iceberg della speculazione che ha scommesso su questo debito.
Quali sono state le prese di profitto selvagge che, sulla base della inadempienza greca per un debito non pagato dello 0,5%, hanno fatto perdere agli indici di borsa europei più di 290 miliardi di euro (di cui 30 a Milano) in una sola seduta? Quali e quanti sono stati i derivati venduti e ricomprati in questi giorni? E soprattutto da chi, da quali banche e fondi di investimento? Chi ci ha guadagnato? Non certo il disperato popolo greco che affolla le mense caritatevoli, che dorme sotto i ponti, che vende il sangue per avere mezzi di sussistenza, che non ha più medicine straniere e che si degrada a cose ancora più umilianti. Ci hanno sicuramente guadagnato quelli che con la Grecia hanno saputo sempre fare soldi che hanno snobbato i classici beni rifugio come petrolio e oro per restare nel mercato più redditizio: quello delle economie in ginocchio.
La speculazione si preparava da mesi a questo evento, conoscendo tutti i retroscena della vicenda, delle previsioni sballate del FMI e della Banca Mondiale che avrebbe finito per stringere il laccio intorno al collo di un governo che non sta più al gioco dei falsari.
Possibile che i grandi politici del G7 non abbiano approfondito tutti i risvolti di questa operazione? O forse è più credibile che pur avendo chiara la visione del disastro abbiano preferito riconfermare la loro sudditanza verso gli ambienti dell’economia e della finanza mondiale che li hanno prescelti per quei posti?
Ma chi glielo dice chiaramente al primo ministro italiano che anche Palazzo Chigi è manovrato dalla grande finanza senza che lui e il giglio magico di Boschi, Madia, Lotti se ne sia accorto?
Chi glielo dice al ministro Padoan che sarebbe il caso di far sapere agli italiani la verità, senza arrampicarsi sugli specchi con dichiarazioni fumose circa la ripresa, il contagio, l’ombrello della BCE?
Chi glielo dice a Gentiloni che in politica estera, come dimostra ad abundantiam la tragedia dell’immigrazione e la vicenda dei marò non contiamo un fico secco?
Chi glielo dice alla Mogherini che il semestre di presidenza italiana dell’UE ed il suo ruolo di alto commissario per la politica estera sono stati un vero fiasco?
Glielo diranno gli italiani appena saranno chiamati alle urne.

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ITALIA IN CANCRENA 2

Disastri ambientali
TORQUATO CARDILLI - L’Italia è il secondo paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, ad aver subito i maggiori danni economici a causa di ciò che viene fatto passare sotto il nome di catastrofe naturale; ma mentre in America i tornado sono un fenomeno abituale, causato da una combinazione peculiare di condizioni atmosferiche tropicali sulle quali ben poco può fare l’uomo e per quante precauzioni egli possa prendere gli è difficile rimanerne indenni, in Italia si tratta di danni prevedibili perché causati indirettamente dallo sfruttamento imbecille del suolo, dalla violazione delle leggi, dalla speculazione edilizia, dalla truffa sistematica nelle costruzioni, dalla corruzione che compra dovunque permessi e collaudi da amministratori felloni.
La politica della gestione del territorio è una scienza ignorata dai nostri politicanti che preferiscono continuare ad operare, dopo ogni catastrofe, con il fazzoletto in mano pronto alla lacrima dell’emozione guardando alle opportunità di lavoro e di affari in emergenza, spesso scavalcando conflitti di competenze e palleggiamento di responsabilità tra Protezione Civile, Prefettura, Comune, Provincia, Regione.
La prevenzione che acquista ogni giorno di più un valore strategico è di fatto assente nei programmi del Governo che sembra ignorare lo studio della Organizzazione meteorologica mondiale, secondo cui per ogni euro investito nella prevenzione se ne potrebbero risparmiare circa 7 impiegati in assistenza umanitaria e in ricostruzione. Al contrario in Italia, solo dopo che il disastro ha fatto i suoi danni, 9 euro su 10 vengono spesi, sempre in condizione di emergenza, con appalti di favore.
Secondo il sito http://www.valigiablu.it/ tra alluvioni, frane e valanghe il nostro è un paese ferito: l’82% del territorio nazionale è considerato a rischio idrogeologico; ne sono coinvolti ben 6.633 Comuni su 8.047 (vedi l'elenco dei disastri ambientali di questo secolo con vittime).
Per metterlo in sicurezza ci vorrebbero 15 anni di lavori continui e almeno 40 miliardi, ma lo Stato italiano pur avendo speso in emergenze varie qualche miliarduccio ne stanzia ben pochi per la messa in sicurezza del territorio (monti, fiumi, valli, boschi, litoranee, abitati): basti pensare che per il triennio 2014-2016 sono stati previsti nella legge di stabilità solo 180 milioni di cui 56 per il 2014.
Questi numeri che certificano senza pietà l’assenza di investimenti pubblici, denotano l’ottusità governativa che ritiene le opere e  le infrastrutture destinate a contrastare il dissesto idrogeologico non un  obbiettivo prioritario per la protezione dell’ambiente ed il rilancio dell’economia. Dei 3.395 interventi richiesti a seguito di eventi atmosferici devastanti e inclusi nell’accordo di programma tra Stato e Regioni del 2010 solo il 3,2% risulta concluso per 109 interventi, mentre il 19% è ancora in esecuzione e il 78% è fermo ostaggio della burocrazia.
In un paese ove basta una pioggia violenta per mandare in tilt una città come Roma, allagandone sottopassaggi e metropolitana, per spezzare in due l’Italia interrompendone le linee ferroviarie, dove non si fa assolutamente manutenzione di strade, di fogne, di argini, di vegetazione ecc. non ci si stupisce più di tanto se soldi e opere da eseguire restano custoditi nel baule delle promesse politiche.
L'ultimo disastro del viadotto siciliano crollato a un paio di mesi dall’inaugurazione fatta dall’ANAS (il cui presidente è stato dimissionato con una buonuscita milionaria) ha spaccato a metà l’isola in cui solo 5.000 km di asfalto sono accessibili su una rete di 20.000, dove è chiusa una strada su quattro, dove la distanza tra Enna e Caltanissetta o tra Catania e Palermo è diventata superiore a quella tra Roma e Parigi, dove crollano piloni e viadotti, dove ci si arrampica sulle montagne, attraverso le antiche trazzere borboniche. Ed è proprio su una di queste che i consiglieri regionali del M5S hanno battuto il governo nazionale e regionale provvedendo all’asfalto in proprio della via dell’onestà con 300 mila euro delle loro indennità.
L’elenco delle strade interrotte, crollate o franate è sterminato: sulla strada Statale 626 (Caltanissetta-Gela) il viadotto Geremia si è spezzato in due; allagate e franate sono le strade statali 121 e 191 nei pressi di Mazzarino; nei dintorni di Sutera si registrano movimenti franosi, smottamenti e colate di fango; in provincia di Agrigento (patria di Alfano), oltre al crollo del viadotto di Scorciavacche era già crollato il viadotto Petrulla sulla strada tra Licata e Ravanusa, mentre il viadotto Verdura (Agrigento-Sciacca) era collassato nel 2013. Il dissesto riguarda anche l’asse Palermo-Trapani: si va dalle frane della provinciale 26 al cedimento della 110, dal crollo della statale 113 nei pressi di Trabia fino alla provinciale 18 che collega Palermo a Piana degli Albanesi. L’autostrada 20, l’unica a pagamento in Sicilia che collega Palermo con Messina, che ha richiesto ben 37 anni per essere ultimata e che è stata inaugurata almeno quattro volte (l’ultima nel 2004 dall’allora premier Berlusconi) è una delle autostrade più pericolose del Mezzogiorno (si vola giù dai viadotti protetti da guardrail non a norma, si rimane coinvolti in incidenti perché si sbanda sulle pozzanghere che si formano ad ogni pioggia, si muore per mancanza di manutenzione e di asfalto drenante nei punti più critici).
Per rimettere in sesto le varie strade dell’isola occorrerebbero 650 milioni. I soldi c’erano, erano previsti dai fondi europei Pac e Fes, ma ora non ci sono più perché il governo Renzi li ha scippati insieme a quelli destinati agli alluvionati della Sardegna o alle vittime dell’amianto per dirottarli a favore dell’Expo.
Da Nord a Sud il paese si sfalda. San Vito di Cadore, perla delle Dolomiti, Corigliano e Rossano Calabro, sono nomi di località un tempo ridenti per le vacanze invernali e estive. Oggi sono coperte di fango, devastate  dalla violenza dell’alluvione che ha inghiottito case e cose portando via tre vittime nei gorghi dei torrenti. In poche ore melma e detriti hanno travolto decine di auto, trascinandole a valle o fino al mare ed hanno devastato interi quartieri mettendo a nudo che l’80% delle case distrutte erano state costruite dove è assolutamente vietato.
L'estate 2015 sta per concludersi con nubifragi e temporali su tutto il paese, ma i politici continueranno ad accapigliarsi sulle poltrone (RAITV, CSM, Corte Costituzionale, Enti di governo e sottogoverno vari, riforma del Senato o della legge elettorale, appena varata e già rimessa in discussione), senza che venga data una risposta strutturale adeguata alla vulnerabilità del nostro territorio, continuamente stuprato da costruzioni abusive consentite da tutti gli amministratori collusi.
Matureranno gli elettori di non dare più fiducia a quanti hanno portato il paese al disastro?
 
PS: Questo articolo è la seconda puntata dell’Italia in cancrena. Il primo numero è uscito il 13.8.2015. Il lettore che volesse ulteriori elementi di documentazione potrebbe rifarsi a quanto già pubblicato da un anno a questa parte:
-          Un paese dissestato dalla politica (22.8.2014)
-          La natura non fa credito a un paese dissestato dalla politica (12.10.2014)
-          Piove: governo ladro! (16.10.2014)
-          L'Italia dei disastri, dei regali e del gioco (16.11.2014)
-          La voragine (16.2.15)


Elenco dei disastri ambientali di questo secolo con vittime  
9 settembre 2000. Un’onda mostruosa si abbatte a Soverato in Calabria. 12 morti
30 aprile 2006. Frana a Ischia, in provincia di Napoli. 4 morti e oltre 200 sfollati
3 Luglio 2006. Nubifragio a Vibo Valentia. 4 morti
29 maggio 2008. Alluvione a Villar Pellice, in provincia di Torino. 4 morti
22 ottobre 2008. Alluvione a Capoterra, in provincia di Cagliari. 5 morti
1 ottobre 2009. Alluvione a Giampilieri, Altolia, Briga e Scaletta Zanclea (Messina). 36 morti
4 ottobre 2010. Alluvione a Genova, Sestri Ponente, Varazze e Cogoleto. 1 morto
1 e 2 novembre 2010. Alluvione in Veneto: 540 mm di pioggia in 24 ore. Esondano i fiumi Bacchiglione a Cresole di Caldogno, 3 morti
3 marzo 2011. Alluvione in Romagna, Marche e Abruzzo: Sant'Elpidio a mare (Fermo), Venerotta (Ascoli), Cervia (Ravenna) e Teramo. Esondano i fiumi Vomano, Tronto e altri corsi d'acqua. 5 morti
25 ottobre 2011. Alluvione nello Spezzino e nella Lunigiana. Esondano i fiumi Vara, Magra e Taro. 12 morti:
4 novembre 2011. Alluvione a Genova. Esondano il Bisagno, il Fereggiano, lo Sturla e lo Scrivia: 6 morti
12 novembre 2012. Un nubifragio su Grosseto e i territori meridionali della Maremma. Esondano il fiume Albegna e vari torrenti con piena record dell'Ombrone. 6 morti
22 novembre 2011. A Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) esonda il torrente Longano. 3 morti
5 ottobre 2013. A Massa Marittima (Grosseto) piena del torrente Satello: 2 morti
7 ottobre 2013. A Ginosa (Taranto) un’ondata di acqua e fango travolge l’abitato: 4 morti.
20 novembre 2013 Alluvione a Olbia: 16 morti
2 febbraio 2014: esonda nel Catanese presso Adrano il fiume Simeto in piena: 3 morti
3 maggio 2014. Alluvione a Senigallia (Ancona) e frane e smottamenti in varie zone delle Marche: 2 morti
3 agosto 2014. Una bomba d’acqua piomba sul Molinetto della Croda di Refrontolo (Treviso). 4 morti
3 settembre 2014: Nubifragio sul Gargano Foggia). 1 morto
8-9 ottobre 2014, A Genova esondano lo Scrivia, Fereggiano, Bisagno e Sturla: 1 morto
12 novembre 2014: Frane e smottamenti nel Biellese e sul lago Maggiore: 2 morti
15 novembre 2014 Nuovi allagamenti a Genova e nel Ponente: 3 morti
16 novembre 2014: una frana a Cerro di Laveno (Varese): 2 morti

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PANEM ET CIRCENSES

ovvero come si distrae e si inganna un popolo 
TORQUATO CARDILLI - Il grande poeta laziale Giovenale del I secolo d.C., lasciò scritto nelle sue Satire che la plebe romana desiderava ansiosamente solo due cose: il pane e i giochi (panem et circenses).
Come ebbe ad insegnare Polibio, poi ripreso da Tacito, questa aspirazione, in un’epoca in cui i bisogni dell’uomo erano limitati e la cultura politica si fondava sulle chiacchiere da mercato, rappresentava un impareggiabile meccanismo di potere ed uno straordinario strumento di governo. Coltivata con finalità bassamente demagogiche, consentiva alla élite, che oggi chiameremmo casta, di tenere ben saldo in pugno il potere distraendo il popolo dalla vita politica, dalle spoliazioni sistematiche, dai lussi, dagli sprechi e dalla corruzione della classe dominante.
Pratica che non è morta con i secoli, ma che ha continuato a manifestarsi, pur attraverso la variante borbonica delle tre Effe (farina, feste, forca) o papalina delle tre I (ignoranza, indulgenza, intimidazione) per arrivare immutata fino ai giorni nostri.
Il non accesso alle informazioni e la propaganda del potere hanno continuato ad oscurare le menti del proletariato e della borghesia, mentre i governi, costituiti da politicanti privi di ideali, sfruttando le debolezze caratteriali del popolo, che per natura è volubile, preda di passioni di ogni genere, dalla sfrenata avidità, all’ira, all’imbroglio, alla violenza, alla corruzione, hanno macinato consensi.
Quale che possa essere la rappresentazione che dell’Italia danno le surreali dichiarazioni del primo ministro, le veline di palazzo Chigi, o le adulazioni della nostra stampa provinciale scritta e in video, è ormai cosa accertata che più della metà del popolo si sia allontanata dalla politica rifugiandosi in un pernicioso astensionismo, all’insegna del “sono tutti uguali” che invece ha finito per premiare proprio quelli meno meritevoli di esercitare l’arte di governo.
Renzi nella scalata al potere, ottenuto senza passare per le elezioni, aveva promesso miracoli in 100 giorni. Circondato da un manipolo di mezze calzette che rappresentano il vuoto, l’assenza di una cultura politica, di una visione sociale, di una strategia nazionale ed europea, di una politica estera che abbia al primo punto la difesa degli interessi del popolo italiano, di un equilibrio costituzionale, di una capacità di intercettazione delle esigenze dei meno abbienti, ha miseramente fallito come hanno dimostrato le improvvise emorragie di voti nelle elezioni regionali del 31 maggio.
Dunque che cosa oggi il Governo Renzi, in sella ormai da circa un anno e mezzo, cerca di far dimenticare?
Innanzitutto le mille promesse sparate come fuochi di artificio, che durano il tempo di un battito di ciglia, tanto quanto basta per strappare l’oh di meraviglia e che poi finiscono subito in cenere buia.
Un mese fa nell’articolo “promesse non mantenute e debito pubblico” avevo fatto cenno alla sfida  da gradasso che Renzi aveva improvvidamente lanciato di pagare tutti i debiti (60 miliardi) dovuti ai privati entro il 21 settembre 2014. Promessa scritta sulla sabbia e scomparsa al primo alito di vento, così come la cosiddetta spending review, la riforma del sistema fiscale e del catasto, l’aumento dell’occupazione, la crescita economica, il miglioramento dei servizi al cittadino.
Ma oltre alle promesse Renzi deve far dimenticare la valanga di arresti, e la slavina di avvisi di garanzia che hanno investito a decine gli esponenti del governo e della maggioranza, quasi sempre per reati legati alla corruzione, alla truffa allo Stato, all’evasione fiscale, alla turbativa degli incanti, alla frode.
Dopo le gigantesche vicende corruttive di buona parte dei Consigli regionali, dell’Expo di Milano, del Mose di Venezia, degli appalti pubblici sotto il ministero Lupi e quelli precedenti del G8 e del terremoto dell’Aquila, è arrivata ora la botta di mafia capitale che ha messo in evidenza quanto la corruzione sia radicata nella pubblica amministrazione tanto da essere divenuta sistemica, a prescindere dal colore delle giunte di governo della città.
Nessun sindaco di Roma degli ultimi anni da Rutelli a Veltroni, da Alemanno a Marino può rivendicare di uscirne a testa alta: delle due l’una o sono stati delle pure marionette, inadeguate al governo della capitale e manovrate da banditi senza scrupoli (culpa in vigilando) che hanno lucrato su tutto dalla spazzatura ai Rom, dagli immigrati alle case popolari, oppure sono stati parte attiva nella scelta di pessimi collaboratori rivelatisi dei delinquenti (corresponsabilità oggettiva).
Ma il capitolo della vergogna sui partiti di Governo (il PD e il NCD sono il concentrato del male stigmatizzato da Saviano e persino da Barca) non finisce mai, come ha dimostrato l’ultimo caso della regione Calabria dove la Guardia di Finanza ha scoperchiato un verminaio di corruttela: con i soldi nostri gli assessori e consiglieri hanno acquistato per anni biglietti “gratta e vinci”, gioielli, viaggi, soggiorni e pranzi in alberghi super lusso, ventilatori e paccottiglia varia, vestiario e persino ingressi a spettacoli di lap-dance.
L’operazione investigativa denominata “erga omnes” ha investito la regione più povera d’Italia come uno tsunami di proporzioni epocali: nel registro degli indagati sono finiti 27 politici, tutti gli assessori in carica della giunta guidata da Oliverio (PD), destinatari di provvedimento di sequestro di beni per un ammontare complessivo di 2,5 milioni di euro (Scalzo, attuale presidente del Consiglio, Ciconte, Giccione, De Gaetano (assessore ai trasporti), Adamo che è marito della deputata PD Bossio ecc. Tutti del Pd + l’ex parlamentare Fedele (FI), l’ex consigliere regionale Nucera (UDC), Tripodi (Centro democratico), e Dattolo (UDC).
Poteva mancare dalla retata miracolosa un altro pezzo grosso del NCD?. Ma no, il NCD (per intenderci il partito degli onesti di Alfano) ormai ha più indagati che elettori e quei pesci finiscono sempre nella rete. E di fatti i giudici hanno chiesto formalmente l’arresto del senatore del NCD Giovanni Bilardi alla Presidenza del Senato che è già alle prese con le procedure per consentire l’arresto di un altro senatore del NCD tale Azzollini, presidente da dieci anni della commissione bilancio, quello del crac della casa di salute che, secondo i si dice, avrebbe minacciato di inondare di orina le suore se non avessero obbedito ai suoi ordini, quello sotto processo per la truffa del porto di Molfetta.
A questo punto le solite prefiche continueranno a dire che c’è accanimento giudiziario nei confronti dei partiti di governo (lo stesso refrain usato per anni da Berlusconi e soci). In realtà non si tratta di perseguitati dalla giustizia ma di perseguiti dalla giustizia per le loro malefatte.
Pensate che Renzi si assuma la responsabilità di cacciare a pedate il governatore Oliverio, che ha sempre difeso De Gaetano, oppure di mettere un fermo altolà al partitucolo di Alfano che gli regge il moccolo?
Figuriamoci. Uno che ha candidato un personaggio  come De Luca, sapendo che la legge ne avrebbe imposto la decadenza un secondo dopo la proclamazione e che si è aggrappato agli arzigogoli da azzeccagarbugli dell’avvocatura dello Stato temendo di incorrere in una denuncia penale per abuso d’ufficio ed omissione di atti di ufficio; uno che, sensibile al pizzino di Buzzi, ha dato ordine ai senatori della maggioranza di salvare dalla mozione di sfiducia il sottosegretario Castiglione, indagato per turbativa d'asta sull'appalto per la gestione del centro d’accoglienza per rifugiati di Mineo, feudo del NCD dove il partito di Alfano prende il 40% dei voti; uno che sostituisce nelle commissioni parlamentari in blocco i deputati e i senatori riottosi ma che non fa dimettere un presidente di Commissione come Formigoni inquisito o come Galan già condannato ed agli arresti domiciliari; uno che ha come ministro della giustizia un tale ragioniere Orlando che ha nominato come esperto un avanzo di galera come Sofri condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario di PS Calabresi; uno che… ma lasciamo perdere.
Renzi obbedisce a un solo testo sacro su cui ha prestato giuramento. Non è quello della costituzione repubblicana, ma quello della spregiudicata convenienza politica, ambito nel quale contano solo i numeri ed il potere di ricatto. Per questo ha un bisogno assoluto che il popolo dimentichi.

PANEM
Come abilmente e furbescamente fatto alla vigilia delle elezioni europee, passate ormai alla storia come le elezioni della mancia degli 80 euro al mese, conscio della perdita di consenso per l’inconsistenza dei risultati, ora Renzi cerca di pubblicizzare come una sua elargizione il rimborso ordinatogli dalla Corte Costituzionale dello sblocco delle pensioni per una platea di beneficiari compresi nella forchetta da 1500 a 2000 euro al mese. Dal primo agosto l’Inps pagherà un rimborso una tantum a copertura degli arretrati di 796 euro con un supplemento di aumento dal 1 gennaio 2016 di 41 euro ciascuno, mentre sono in corso i calcoli per corrispondere dal 1 gennaio 2016 anche gli aumenti previsti dal rinnovo dei contratti degli statali, bloccati da anni.

ET CIRCENSES
Un mese fa, ribaltando l’impostazione data dal suo predecessore Monti, ha concesso il benestare governativo alla pretesa di candidare Roma quale sede delle Olimpiadi del 2024. E l’assemblea capitolina, come se Roma non fosse diventata la cloaca massima di tutta la corruzione italiana, ha approvato la mozione firmata anche dalla lista Marchini con 38 voti favorevoli (tutti i partiti dell’area di governo più la finta opposizione di destra di Fratelli d’Italia e di Forza Italia) e 6 voti contrari di cui 4 del M5S, 1 della Lega e 1 dei Radicali.
Qualsiasi cittadino, dotato di buon senso e che abbia un minimo di conoscenza del funzionamento delle altre grandi capitali europee sa che si tratta di una causa persa in partenza. Non si può continuare a puntare esclusivamente sulla bellezza e sulla unicità dei suoi monumenti millenari quando per il resto siamo messi peggio di tante nazioni di piccolo calibro.
Come se non bastassero gli insuccessi economici delle olimpiadi di Atene e di Pechino i cui costi sono triplicati rispetto al preventivo con quale coraggio osiamo proporci in competizione ad esempio con capitali come Parigi, la città più pulita d’Europa, con servizi di trasporti che noi ci sogniamo, con un’amministrazione efficiente, quando siamo indebitati fino al collo ed ogni appalto pubblico non è altro che una cuccagna per i soliti affaristi?
Le Olimpiadi sono la festa dello sport, ma siamo tanto candidi da poter avere la testa alta dopo gli scandali che hanno investito il nostro calcio dalla serie A fino ai dilettanti?
Ciò che stupisce è che si impanchino a illustrare programmi e ambizioni proprio Malagò, presidente del Coni che non si è accorto di nulla e Montezemolo che ha collezionato già un’altra presidenza, quella del Comitato promotore, profumatamente retribuita. E il popolo sarà abilmente bombardato da una propaganda fasulla tanto per tenerlo distratto fino alle prossime elezioni.

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L'ITALIA IN CANCRENA

TORQUATO CARDILLI - In ogni occasione di cerimonia pubblica, il politico di turno canta al popolo, e la propaganda radiotelevisiva pubblica e privata si presta a farne da continuo megafono, il ritornello che l'Italia è un grande paese, che non ha nulla da imparare, che ha da insegnare al resto del mondo, che presto tornerà ad essere guida in Europa, che non bisogna piangersi addosso, che basta di elencare solo le cose che non vanno.
Generalmente chi sente queste baggianate, soprattutto le prime file dei soliti papponi e inquisiti, si crogiola nel compiacimento e nell'autosoddisfazione di sentirsi elogiato e invidiato e poco gli importa se per una mammografia bisogna attendere sei mesi, se i treni dei pendolari fanno schifo, se i precari di una volta adesso sono diventati precari a tempo indeterminato, se milioni di persone non hanno di che mettere sotto i denti, se il 46% dei giovani è senza occupazione, se l’inquinamento delle città e del paesaggio continua peggio di prima, se corruzione e evasione vanno alla grande, se Roma capitale è solo sporcizia, degrado e mafia capitale.
Insomma al potere piace solo chi esulta nell’autoreferenzialità "tutto va bene madama la marchesa!".
Invece è bene aprire gli occhi e le orecchie e tenere viva la memoria su tutte le cose che non vanno, su tutti gli imbrogli, su tutti i tradimenti del nostro atto di fiducia e della volontà popolare (finanziamento ai partiti, nucleare, acqua pubblica, legge elettorale, conflitto di interessi) sui soprusi e le ingiustizie, sui privilegi anacronistici, sui disastri ambientali, insomma su tutto quanto avvelena la vita di ogni cittadino.
Solo prendendo cognizione del tipo di malattia e del suo stadio si può sperare di uscirne curati.
Allora diciamolo subito. L'Italia è in cancrena, putrefatta per la degenerazione del tessuto politico e sociale che trasuda liquidi fetidi. E come insegnano i trattati di medicina la cura di questa malattia può essere solo chirurgica, cioè l’amputazione.
I politici e gli amministratori della cosa pubblica, sia che si tratti di immigrazione, di devastazioni da inondazioni, di spazzatura che degrada le città, di discariche e inceneritori, di inadeguatezza museale e di mancata protezione dei beni culturali, anziché chiamare questi guai con il loro nome usano una definizione ambigua, immutabile, permanente. Forse hanno vergogna di chiamarle manifestazioni cancrenose e con la complicità dei gazzettieri sempre disponibili le chiamano “emergenze”. Negano che si tratti di errori politici cronici di una classe totalmente inetta, inadeguata, curatrice del proprio interesse personale a discapito di quello generale, incapace di programmare e invocano la parola magica “'emergenza” per ottenere fondi aggiuntivi, per scavalcare le procedure, per distribuire appalti agli amici, per dare la colpa a qualcun altro, per evitare di battersi il petto ed anzi sfoggiare i propri meriti inesistenti.
Parliamo oggi di “immigrazione”, rinviando ad altra occasione i temi non meno cruciali delle inondazioni, della spazzatura, dei musei ecc.
Ormai lo sanno persino le singole gocce del mare Mediterraneo o i singoli granelli di sabbia delle coste siciliane cosa sia il fenomeno dell’immigrazione selvaggia degli anni 2000. Ma i nostri politici non l’hanno affatto compreso, continuano a considerarlo come un evento eccezionale, tipo pioggia torrenziale destinata ad esaurirsi dopo un certo periodo per lasciare spazio al sereno. Invece è un problema epocale cronico. Il mezzo milione di profughi arrivato negli ultimi tre anni, non è che l’avanguardia di quella che potrà seguire; come accadde all’epoca delle invasioni barbariche può diventare il grimaldello, suscettibile di far saltare la nostra società.
Questo fenomeno viene indecorosamente sfruttato a fini politici per raccattare voti senza che venga indicato come farvi fronte e a fini malavitosi per alimentare il circuito perverso di affari loschi ad ogni livello locale e nazionale. Il governo tace e non lo affronta con i mezzi adeguati, con una politica seria, con una visione strategica, pensata da uomini capaci di prevedere le conseguenze e non da politicanti che si trastullano tra i due rami del parlamento, nelle segreterie dei partiti e nei sacri palazzi della Presidenza del Consiglio, del Ministero dell’Interno, della Difesa, del Tesoro, degli Esteri, pensando solo di tirare a campare fino a domani.
Gli esponenti dei vari partiti si rinfacciano di continuo colpe e responsabilità, nascondendo all’opinione pubblica che le stesse colpe e le stesse responsabilità sono state equamente condivise tra chi ha governato insieme e chi ha fatto finta opposizione spartendosi poi di notte posti e prebende.
Da una parte il PD e gli alleati di governo si commuovono ipocritamente di fronte ai cadaveri ripescati, accusano di insensibilità l’Europa e si sbracciano in commemorazioni istituendo addirittura in Parlamento la giornata della memoria dell’emigrazione che poi è fonte di lauti guadagni da parte di cooperative e cosche legate alla politica; dall’altra la Lega e Forza Italia lanciano appelli all’emotività della gente, senza avanzare un’ipotesi sensata di soluzione che sia praticabile, in un vuoto politico di idee e di programmi con un balbettio infantile di rimedi immaginari del tipo riportiamoli nel loro paese (quale è il loro paese?), oppure aiutiamoli a casa loro (dove sono al potere governi composti da cricche tribali, da militari violenti, tirannici e predoni delle risorse nazionali), oppure impiantiamo sulla costa africana dei centri di selezione e smistamento (a prescindere dalla necessità di un accordo politico con il governo del posto e le difficoltà di una sistemazione logistica di magnitudine gigantesca).
Ma chi avanza queste proposte sa di che parla? Ha mai assistito in Africa alla fila di una folla che travolge tutto e tutti per un tozzo di pane, per un po’ d’acqua o di farina? Sa che in Africa su 1 miliardo e passa di abitanti ci sono a dir poco 100 milioni di disperati provenienti da un territorio più grande dell’Europa, pronti ad affrontare i disagi dell’anabasi e il rischio dell’affogamento pur di uscire dal continente nero? Ci si rende conto che al giorno d’oggi, anche senza banda larga, in Africa le informazioni e i soldi corrono veloci con più rapidità di quanto si immagini e che al vertice della piramide del commercio di carne umana ci sono i poteri forti, gli stessi che controllano la droga, la prostituzione, le speculazioni finanziarie, la corruzione delle materie prime, la vendita del petrolio ed altri minerali?
Il nostro paese tra i principi sacri della costituzione ha inglobato quello dell’accoglienza obbligatoria di chi scappa dalla guerra e dal pericolo di morte. Quindi si impone con urgenza che il Governo mobiliti ogni struttura e capacità per individuare in tempi brevissimi chi ha diritto ad essere protetto e chi no. Come? I paesi in cui si svolgono guerre e repressioni sono noti e certificati dalle Nazioni Unite: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia. Non ci vuole né la CIA, né il KGB né tantomeno i nostri servizi che non si sono rivelati all’altezza della situazione per capire chi tra i naufraghi rientri in queste categorie, basandosi sul possesso del passaporto o di altro documento (che i profughi buttano a mare o distruggono proprio per evitare l’identificazione), sulla lingua, sul colore della pelle e sui tratti somatici caratteristici. Tra le centinaia di migliaia di profughi e naufraghi salvati dall’annegamento quanti sono quelli certamente non provenienti da zone di guerra ma da paesi come Mali, Niger, Centro Africa, Sudan, Ciad, Camerun, Senegal, Guinea, Nigeria, Togo, Burkina Faso, Congo, ecc.?
L’ho scritto già altre volte. L’immigrazione è ora diventato un fatto epocale e non episodico e come tale va affrontato.
In condizioni di normalità il diritto internazionale regola i rapporti tra Stati e protegge l’inviolabilità dei confini, ma quando lo stato A è disgregato e nessuna sua autorità è riconosciuta sul territorio in cui la fa da padrone la delinquenza che è in grado di controllare chi entra e chi esce dal paese, sta allo Stato B dichiarare i propri confini esattamente sulla battigia dello stato A. In altri termini se la Libia, ora destabilizzata contro i nostri interessi dalla perfida alleanza USA-Gran Bretagna-Francia è in uno stato di caos sta a noi prendere l’iniziativa di difenderci con ogni mezzo ed impedire che dalle sue coste possa essere attuato un qualsiasi movimento di persone verso il nostro paese. Non basta. Tutti quelli che non hanno diritto di asilo vanno riportati indietro da dove hanno iniziato la traversata del Mediterraneo.
Si potrebbe obiettare che il diritto internazionale non lo prevede. Se è per questo non prevede nemmeno i muri di separazione tra USA e Messico o tra Israele e Palestina, o tra Ungheria e Serbia o il filo spinato nel tunnel sotto la Manica e visto che in mare non si possono costruire muri l’unica alternativa è quella di fermare gli invasori sulla costa di partenza. Qualcun altro potrebbe obiettare ancora che sarebbe un atto di guerra violare gli spazi altrui e invece si tratta di una politica di autodifesa, di legittima difesa, di ordine pubblico, fatta anche in nome dei valori europei, di quell’Europa che si è sempre girata dall’altra parte salvo adesso allarmarsi perché allertata da Francia e Gran Bretagna.
 
PS: Come dicevo all’inizio per tenere viva la memoria invito il lettore a rileggere sull’ argomento quanto pubblicato nell’ultimo anno e mezzo (CLICCARE PER LEGGERE):
Mare nostrum a parole (30.6.2014)
Immigrazione e interesse nazionale (1.10.2014)
Corsi e ricorsi (19.2.2015)
Politica estera, questa sconosciuta  (17.4.2015)
Tragedia infinita ed eterna ipocrisia (20.4.2015)

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IL VESTITO SU MISURA DI RENZI

LUCIA ABBALLE - Il vestito che Renzi si è cucito addosso, dal suo ingresso nell’arena politica nazionale, sembra cominciare ad andargli stretto soprattutto quando la promessa di rottamare vecchi metodi e privilegi deve fare i conti con la convenienza politica. Le appena passate elezioni regionali, unite ai deludenti risultati delle elezioni amministrative che trovano in Venezia l’emblema della disfatta del Pd, hanno tracciato un netto confine tra la politica della rottamazione, attivata soprattutto nella fase di ascesa carismatica del giovane e capace leader, e la ragion politica che si nutre di convenevoli  e opportunismi. Il Governo italiano, nella figura del suo Presidente, è entrato nella fase due nella quale contano i numeri e i ricatti. Non c’è da stupirsi, quindi, se alla Camera il Pd ha salvato il sottosegretario Castiglione (Area Popolare), indagato per turbativa d' asta sull' appalto per la gestione del centro d’accoglienza per rifugiati “Cara di Mineo”, nell' ambito dell' inchiesta su Mafia Capitale, mentre in Campidoglio ha preso le distanze dal sindaco Ignazio Marino. Nel primo caso, Renzi non può permettersi oggi un’incrinatura con Alfano ed il suo partito, pena la carenza di numeri per le riforme; nel secondo caso, si tratta di disfarsi di un personaggio diventato scomodo nel marasma romano, pur non essendo egli indagato, così da impedire per riflesso l’ulteriore logoramento del leader. In entrambe le vicende pesa la ragion politica ma gli esiti sono opposti. Pertanto dalla ragion politica al paradosso, il passo è breve. È un paradosso, ad esempio, inserire Adriano Sofri, ex leader di Lotta continua condannato a 22 anni in quanto mandante dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, nel pool di esperti incaricati di avviare la riforma del sistema carcerario. È un paradosso vedere sulle testate le immagini degli arrivi quotidiani di migliaia di immigrati alle stazioni di Roma e Milano e paventare, nei discorsi ufficiali, il ruolo principale che l’Italia ricopre in Europa, soprattutto dopo l’esplicita rinuncia di alcuni Stati europei a trattare sulla politica dell’accoglienza (da ultimo l’Ungheria che ha rifiutato l’asilo ai rifugiati). È un paradosso la riforma della Scuola che presenta, nel testo che licenzierà il Parlamento, tutti i ripensamenti e gli opportunismi politici, trasformandola nel frutto di nuove mediazioni che ne hanno annacquato la sostanza. È un paradosso la nuova riforma elettorale- l’Italicum- che doveva cambiare l’Italia e doveva permettere di conoscere una maggioranza certa la sera stessa dello scrutinio, imponendo un sistema bipartitico. Eppure la medesima riforma è a un passo dall’essere modificata in modo radicale. Renzi prevedeva che presto sarebbe stata copiata da altri Paesi ma persino noi italiani evitiamo di metterla alla prova almeno una volta nella sua “travagliata” vita.
Insomma “l’Italia che doveva essere” resta, al momento, solo nella fantasia di chi ha sperato che qualcosa potesse cambiare. Alcuni hanno provato a mettere in atto il grande progetto di rottamazione renziano; altri hanno azionato le ruspe e hanno brandito il ritorno alla lira; altri ancora minacciano la rivoluzione. Credo che “l’Italia che verrà” dovrà essere prima di tutto un Paese consapevole dei propri limiti e delle proprie potenzialità da cui ripartire per il cambiamento. Ma il problema di questo Paese è sempre lo stesso dal giorno della sua nascita: una volta fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani.

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IMMIGRAZIONE: CHIESA E STATO A CONFRONTO

LUCIA ABBALLE - I severi giudizi che monsignor Nunzio Galatino ha riservato agli esponenti politici sul tema dell’accoglienza agli immigrati, sembrano aver abbandonato quel senso della misura che distingue un Uomo di Chiesa dal mondo politico, soggetto alla mistificazione e alla provocazione. Ci si aspetta che la realtà, spesso rivista e stravolta da teorie politiche, rispecchi fedelmente lo stato delle cose soprattutto quando a fotografarla sono gli occhi di chi è chiamato, per vocazione e giuramento, a non dire falsa testimonianza, rifuggendo da giudizi affrettati basati su un’ispirazione spirituale che punta alla redenzione delle coscienze. Obiettivo, quest’ultimo, di nobile caratura ma scarsamente supportato da una lettura attenta delle posizioni politiche in tema di immigrazione: la discussione intorno agli extracomunitari non riguarda coloro che vengono in Italia, lavorano regolarmente e rispettano le nostre leggi; ma riguarda i clandestini che, una volta sbarcati, non si integrano e l’unico modo di relazionarsi alla nostra società è quello di delinquere, di usufruire di tutti i servizi a spese degli italiani. Questi politici chiedono misura e discernimento nell’accogliere 200mila migranti l’anno. E non credo che questo atteggiamento interferisca con l’essere cristiano ma riguarda il nodo della sovranità e dell’identità delle Nazioni, tema molto caro alla Chiesa che, attraverso le norme sulla “cittadinanza, la residenza e l’accesso” in vigore nello Stato della Città del Vaticano, difende severamente i confini del proprio territorio. Pretendere di vedere spalancate le porte della Nazione e chiudere con doppia mandata le proprie, fa parte di un antico modo di predicare bene e razzolare male che ha portato, nel corso degli anni, ad un profondo scollamento della Chiesa dalla società civile. Quando un fenomeno di questa portata investe il nostro Paese mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini soprattutto alla luce delle minacce dell’Isis di colpire Roma, non sono le parole né le preghiere a dare la soluzione, bensì servono i fatti, quelli che fanno la differenza e mettono in moto il vero cambiamento. Credo che sia apprezzabile vedere la Chiesa interessarsi alle dinamiche sociali ma, prima di sparare a zero su alcuni esponenti politici, definiti “piazzisti da quattro soldi, che pur di prendere voti, dicono cose straordinariamente insulse”, è necessario recuperare un po’ di credibilità minata dalle recenti trascrizioni pubblicate dalle indagini di Mafia Capitale a Roma in cui risulta chiaro un coinvolgimento delle cooperative bianche e cattoliche nella spartizione di denaro nella gestione dei migranti. Pertanto, prima di additare il mondo politico italiano come “assassino” nel caso in cui respinga i migranti, la Chiesa dovrebbe interrogare la propria coscienza e volgere lo sguardo a quella parte di Europa in cui i Paesi e i Governi con sensibilità diverse, come Ungheria e Germania, hanno stretto le viti dell’accoglienza, ampliando la rete dei cosiddetti “Paesi sicuri” da cui transita il flusso, come Serbia e Macedonia, e dichiarando sin da ora, che i migranti che raggiungono le loro frontiere saranno riaccompagnati in quei Paesi di precedente transito. Ciò non esime lo Stato italiano dal prendersi le proprie responsabilità, registrando su questa materia molti limiti, come quello di demandare ai Comuni e a Enti Locali la sistemazione di un numero sempre più elevato di migranti, dopo aver assolto ai doveri di salvarli in mare, perché non si è dotato mai di un efficace e trasparente sistema di gestione nazionale del fenomeno.
In un momento storico particolarmente delicato, come questo che stiamo vivendo, l’appello alla prudenza risulta essere assolutamente necessario. Non voglio invocare il ritorno ad un’antica e rigida formula di divisione dei poteri quando affermo che in questo momento risulta funzionale alla risoluzione del problema immigrazione dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, ma manifestare sentimenti “antistatali” quando in nome dell’accoglienza si mette a rischio la sicurezza di un intero Paese, risulta essere semplicistico ed inopportuno. Gli uomini di Chiesa Chiesa recuperino quel senso della misura capace di placare esacerbate suscettibilità e inviti i suoi rappresentanti a non dimenticare la missione che sono chiamati a svolgere e, magari, a recitare qualche atto di dolore in più.

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Senza risorse, con il treno dei desideri all’incontrario

TORQUATO CARDILLI - Chissà quale machiavellico e perfido maestro di cerimonie tedesco, un vero e proprio bauer (cioè bifolco, da cui il termine di burino importato nel romanesco) può avere organizzato una simile beffa! Ma certo il nostro primo ministro, quello che si fa ritrarre durante lo spoglio delle schede delle elezioni regionali, mentre gioca alla play station con il commissario del PD romano Orfini, campione di rinnovamento de noantri, possiamo dire che se l'è andata a cercare. 
Arrivando a Garmish Partenkirken per il 41mo summit del G7, cioè dei leader dei sette Paesi più industrializzati del mondo, Renzi non ha trovato la fanfara di un corpo militare ma la banda di paese, in costume bavarese, che in luogo dell'inno nazionale ha intonato una ballata popolare. 
Gli organi di informazione italiani non hanno dato notizia di quale marcetta abbia accompagnato la discesa dall’aereo di Obama (puff a train?) o di Hollande (la vie en rose?) o di Cameron (yellow submarine?), né hanno commentato l’abituale tradizione tedesca di irriverenza nei nostri confronti. Già ci avevano provato con Berlusconi accolto sei anni fa al ritmo della cavatina di Mozart "non più andrai farfallone amoroso…" dato che la notte della elezione di Obama era rimasto in tutte altre faccende affaccendato nel lettone regalatogli da Putin, ma questa volta la marcetta di Celentano "azzurro" per accogliere Renzi ha avuto un carattere di insolenza verso tutti gli italiani, dato l’accostamento delle parole del testo al contesto politico dell’incontro. 
Quelle frasi tra due innamorati possono avere un senso, ma per l'arrivo di un capo di governo del paese con il più alto debito in Europa suonano umilianti. Renzi, talmente tronfio di se stesso, nonostante abbia perso per strada in un anno quasi due milioni di voti, anziché arrossire di  vergogna per gli scandali di Roma Capitale e per gli arresti degli uomini del suo partito, si è presentato con l’aspetto del solito buontempone che ride sempre e difficilmente coglie il senso del ridicolo, perfettamente aderente all’immagine che di  noi hanno i tedeschi. 
Proviamo a rinfrescarci la memoria e a canticchiare quel motivetto? "Cerco l'estate tutto l'anno e all'improvviso eccola qua...il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me, mi accorgo di non avere più risorse, senza di te, e allora io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te, ma il treno dei desideri nei miei pensieri all'incontrario va..." appunto. Il treno dei desideri italiani è proprio contrario a quello degli alleati a cominciare dalla Germania padrone di casa e dagli Stati Uniti play maker della situazione. 
Nelle nostre disastrate condizioni economiche, di disoccupazione, di invasione di profughi, di corruzione dilagante, cosa ci aspettiamo da questi vertici, che assomigliano sempre di più  a lussuose, costose e inutili scampagnate tra potenti a spese del popolo (la bellezza di 130 milioni di euro a carico della Germania più le quote di spesa di ogni singola delegazione)? Una solidarietà fattuale dal G7, dalla Nato, dall’UE, dalle N.U. che non avremo mai.
 Abbiamo bisogno di sostegno all’economia ed invece siamo costretti ad accettare l’appesantimento delle sanzioni alla Russia a danno della nostra industria, della nostra agricoltura, delle nostre esportazioni; abbiamo bisogno di proteggere il made in Italy ed invece dobbiamo rinunciare con l’Europa a questa garanzia e con gli Usa a difenderci dalle clausole del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) argomento sconosciuto in Italia, grazie alla cappa di piombo del governo, dei partiti e dei media compiacenti; abbiamo bisogno di compartecipazione agli sforzi per la redistribuzione degli immigrati e dei profughi ed invece ci accontentiamo che le marine inglese, francese, tedesca raccolgano in Mediterraneo, ben al di là del mare territoriale italiano, i profughi naufraghi e anziché portarseli a casa (le loro navi militari sono territorio loro o no?) li scaricano nei nostri porti; avremmo bisogno di un sostegno politico blindato in favore della vicenda dei marò ed invece siamo costretti ad accontentarci di qualche sorrisetto di commiserazione; avremmo bisogno di ritirarci subito da quello sperpero a vuoto che è la guerra in Afghanistan ed invece siamo costretti a tirare la cinghia e a farla tirare per anni agli italiani per aderire al piano di spese militari imposto da Obama che va ben oltre gli F35; avremmo bisogno di giocare un ruolo di distensione con la Russia ma lasciamo volentieri questa carta al Papa che riceve Putin per la seconda volta; avremmo bisogno di pretendere un allentamento del patto di stabilità ed invece diventiamo più realisti del re nel seguire l’austerità nord europea; avremmo bisogno di promuovere una maggiore solidarietà verso la Grecia se vorremo ottenere eguale trattamento ed invece siamo costretti ad assecondare la politica di rigore della Merkel.
La questione dell’Ucraina e della Grecia, con il corollario delle misure per la crescita, sono stati sbandierati come i temi caldi del G7 insieme all’impegno sul contenimento della temperatura mondiale.
Sulle sanzioni alla Russia dopo l’affondo del presidente USA ("la pressione russa va affrontata con fermezza per contrastare l'aggressione all'Ucraina) si sono esibiti il polacco Tusk, presidente del Consiglio europeo, seguito a ruota dal britannico Cameron che non hanno avuto esitazioni nel dichiarare che le sanzioni stesse contro Mosca andavano rafforzate. Reazione o posizione di Renzi, non pervenuta.
Si è discusso del futuro dell'economia mondiale, di una crescita forte che crei posti di lavoro, di una prospettiva di crescita salda dell'Unione Europea e della sfida climatica. C’è qualcuno che interpretando la fumosa dichiarazione di Renzi secondo cui "la posizione Italiana è totalmente in linea con gli Usa di Obama, ossia dobbiamo fare di più, come Ue, per sostenere la crescita e gli investimenti” sappia dire onestamente quale risultato sia stato raggiunto?<

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Il re che non voleva morire

TORQUATO CARDILLI - Uno dei pochi a decifrare i frammenti delle tavolette scritte in caratteri cuneiformi, grazie alle traduzioni che ne avevano tramandato gli Assiri, i Babilonesi, gli Ittiti, gli Urriti, è stato Sitchin, uno studioso nato a Baku, in Azerbaijan, conoscitore della Bibbia in ebraico, dell’archeologia del Medio Oriente, delle lingue semitiche, e della civiltà sumera. E’ stato capace di individuare in quelle poche righe una parte del patrimonio letterario della biblioteca di Assurbanipal, a Ninive. Ma cosa trattavano quelle tavolette? La storia di Gilgamesh, sovrano di Uruk, la biblica Efech, intorno all’anno 2900 a.C., che fece di tutto per sfuggire alla morte, destino comune a tutti gli uomini, il primo caso di ricerca dell’immortalità di cui si abbia notizia raccontato da fonti sumeriche.
La cosa sarebbe rimasta una notizia riservata agli specialisti della materia se Rodari non ne avesse tratto lo spunto per la favola del re che non voleva morire, un sovrano assai potente che si disperava perché nessun mago di corte fosse in grado di sottrarlo alla putrefazione del corpo.
Fece un consulto di saggi del tempo che emisero il verdetto secondo cui il re avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo se avesse ceduto tutti i suoi poteri e privilegi per un giorno all’uomo che gli somigliasse di più, che sarebbe morto al posto suo.
Subito venne fatto un bando a premi in tutto il reame per ricercare i sosia del re. Se ne presentarono a corte parecchi: chi con la stessa barba del sovrano, chi con lo stesso naso, chi con la stessa andatura, ma il re li scartava inesorabilmente per un nonnulla perché non rispondenti al suo ideale.
Della schiera di pretendenti era rimasto il più brutto, storpio, gobbo, mezzo cieco e pieno di croste.
Il più saggio tra i consiglieri lo individuò subito come l’uomo ideale da far morire al posto del re che invece si infuriò per essere accostato ad uno storpio superando l’abisso fisico, sociale  e culturale che li divideva. Ma il sapiente gli obiettò che un re che deve morire somiglia soltanto al più povero, al più disgraziato dei sudditi e lo invitò a sostituirsi al poveretto, da cui farsi sostituire sul trono per un giorno. Il re non volle prestarsi a questo stratagemma e quella sera stessa  morì, triste, anzi arrabbiato, con la corona in testa e lo scettro in pugno, mentre il disgraziato gli sopravvisse per molti anni.
Quale la ragione di tutto questo prologo?
Anche nell’Italia del 2015, dopo 5.000 anni dall’epopea di Gilgamesh,  c’è un re che non si rassegna ad uscire di scena.
Da garante, a parole, della carta costituzionale, nei fatti si è comportato all’opposto preparando vari intrighi di palazzo per defenestrare il primo ministro senza che il parlamento lo avesse delegittimato. Incominciò dopo molti tentennamenti, accertatosi che la manovra extraparlamentare non sarebbe stata troppo criticata, con colui che era inviso a metà degli italiani, a tutto lo schieramento di sinistra e a buona parte degli interlocutori internazionali.
Dopo aver sondato qua e là vari personaggi del potere, anche fuori dei confini, nominò in fretta e furia, un bocconiano estraneo alla politica, circondato da un’aureola di saggezza economica, senatore a vita. Con questo titolo, pur senza investitura popolare, lo catapultò alla guida dell’esecutivo.
La situazione economica era disperata, ma anche il nuovo inquilino di palazzo Chigi anziché andare a rastrellare i soldi dove erano stati accumulati abusivamente contro ogni senso di giustizia e di equità sociale, anziché fare una lotta senza quartiere alla corruzione, al privilegio, all’evasione fiscale, adottò il provvedimento più iniquo dell’Italia repubblicana, creando una nuova categoria sociale, fino ad allora sconosciuta, costituita da centinaia di migliaia di esodati che andarono a sommarsi ai milioni di disoccupati.
Dunque superato il momento cruciale con i risparmi dei più bisognosi, e con la tosatura a sangue del ceto medio, arrivò il tempo non rinviabile di nuove elezioni, che se tenute tre anni prima avrebbero risparmiato un sacco di guai.
A febbraio 2013 le elezioni furono vinte dal M5S, la formazione politica più votata in assoluto in Italia con 8.869.458 voti cioè il 25,5%, ma grazie ai meccanismi di una legge elettorale “porcata” il premio di maggioranza fu dato al PD che con 8.644.523 voti cioè il 25,4% prese il triplo dei deputati del M5S.
Il re che era diventato sordo per l’età e non aveva sentito il boom arrivatogli dal popolo, dopo che lo “smacchiatore” a cui aveva vietato di fare aperture al M5S fu costretto ad ammettere il proprio fallimento compresa la perdita della segreteria del partito, designò come capo dell’esecutivo un personaggio di seconda fila, noto solo per essere il nipote di una specie di Mazzarino, utile a fare il lavoro sporco di regalare alle banche private parecchi miliardi di euro rivalutando le quote della Banca d’Italia, in attesa di prepararne, di lì a un anno, la sostituzione con un esuberante cafoncello, un bulletto di provincia, nemmeno eletto.
Nel frattempo, unico caso nella storia del paese, non pago di aver promulgato le orrende leggi (lodo Alfano, legittimo impedimento, riforma Fornero, sblocca Italia, ecc.) si era fatto rinominare quale successore di se stesso per poter continuare a promulgarne se possibile di peggiori come il  jobs act o non mollare il rigido controllo sulla magistratura, sulle Procure, sul CSM dopo che aveva fatto distruggere le intercettazioni delle conversazioni del suo defunto consigliere giuridico, o a considerare carta straccia un documento parlamentare sulla riduzione delle spese militari dei caccia F35, o a concedere la grazia a militari americani condannati da tribunali italiani mentre non è stato capace di ottenere la liberazione dei nostri due marò, o a mestare con una fantomatica commissione dei 40 per la riforma costituzionale.
E il re che non voleva morire è tornato pubblicamente e ripetutamente proprio su questo tema, non solo come senatore a vita, ma come ex re emerito. Non pago dell’appannaggio, della servitù, della scorta, dei famigli, delle riverenze dovute a un monarca. ha stravolto un’etichetta protocollare, una norma di buona decenza, una forma di rispetto che è dovuta all’istituzione che non è più sua, ha dimenticato il buon gusto napoletano e credendosi ancora in carica ha lanciato un monito con una pubblica lettera su un quotidiano nazionale.
Non c’è stato commentatore politico di spessore, costituzionalista di fama, giurista affermato che non abbia criticato questa mossa improvvida non solo per lo sgarbo istituzionale, ma per l’assurdità di perseverare nel ritenere il disegno di legge costituzionale Boschi come una condotta forzata in cui non ci si possa fermare pur sapendo di sfociare in un insuccesso clamoroso.
La scelta scellerata di insistere per il solo fatto che nel primo passaggio parlamentare Camera e Senato l’hanno approvata è un’argomentazione debolissima. Il Senato non più eletto direttamente dai cittadini, ma scelto dai consigli regionali, infarciti di inquisiti per reati contro lo Stato, contro la sana amministrazione, contro la fede pubblica che così offrono ai neo senatori la guarentigia di protezione dell’immunità parlamentare è un attentato alle regole della democrazia.
Se si voleva porre termine in modo elegante e non autoritario, in forma snella e non ambigua, al bicameralismo perfetto, sarebbe bastato sopprimere tout court il Senato e non ci si sarebbe accapigliati più di tanto; se lo scopo era ridurre le spese della politica poteva essere dimezzato il numero dei senatori e dei deputati senza ricorrere alla finzione che ai nuovi senatori verrebbe concesso solo il rimborso delle spese, lasciando immutato tutto il baraccone cui ora si vorrebbe appioppare il nome di Camera delle Autonomie, lasciando campo libero ad un’infinità di contenziosi e di conflitti di attribuzioni.
In gioco non c’è dunque il problema del doppione dei lavori del bicameralismo, non c’è la questione dell’economia dei conti, non delle competenze, ma unicamente quella dell’uomo solo al comando che decide tutto e dispone di tutto.
Alla ripresa dei lavori parlamentari in autunno si vedrà se l’offensiva dell’opposizione pensante sarà capace di prevalere sulla maggioranza coatta e se il re riottoso toglierà il disturbo, con la corona in testa e lo scettro in mano.

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BOCCIATO!

TORQUATO CARDILLI - Maggio, il mese delle rose, si è trasformato per il premier in un mese di spine, tali e tante sono state le punture sanguinanti ricevute da parte della società civile, del lavoro, della scuola, della Corte costituzionale, delle Istituzioni europee, delle Istituzioni internazionali, che rischiano di diventare una corona il giorno delle elezioni regionali.
Con le chiacchiere e la scenografia, di cui si è mostrato maestro, degno erede e continuatore di Berlusconi, rispetto al grigiore di Monti e di Letta, può ingannare i babbei sempre più abituati alle sue sortite da provinciale, ma non può stravolgere i numeri; con l’arroganza può sottoporre a torsioni, al limite della “democratura”, i deputati riottosi (defenestrati in blocco dalla Commissione che esaminava il testo della riforma elettorale) o l’intero parlamento, ma non può piegare le Istituzioni italiane, europee o internazionali che se ne impipano allegramente delle sue sparate da guappo e che gli chiedono invece il rispetto integrale della norma, dei trattati, delle regole.
Cominciamo dalla scuola.
Renzi ha ottenuto sulla sua riforma della “buona scuola” la fiducia da poco più di mezzo parlamento di inquisiti, di abusivi, di professionisti della poltrona  e di voltagabbana, ma non quella della società, degli addetti e degli studenti. Lo sciopero di tutti i sindacati uniti ha contestato la riforma che dà ai presidi un potere eccessivo compreso quello della chiamata diretta dei docenti, alla scuola privata un finanziamento surrettizio e incostituzionale, che mantiene le classi pollaio di quella pubblica, che riduce gli insegnanti di sostegno, che non modifica la fatiscenza degli edifici e l’inadeguatezza delle strutture, che non premia la ricerca ecc.
La scena del premier - maestrino di scuola di fronte alla lavagna con i gessetti colorati è stata già abbondantemente commentata dal senatore Morra del M5S che gli ha rimproverato persino un errore di italiano (la scuola umanista!) rifilandogli un’insufficienza. Povero Renzi, bocciato.
Sentenza della Corte Costituzionale del 6 maggio sulle pensioni.
Il governo Monti, come noto, con il decreto “Salva Italia” aveva bloccato l’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Anche i ciechi e i sordi avrebbero visto il pericolo di una bocciatura della Corte e sentito l’urlo di milioni di pensionati. Non così i grandi esperti della politica italiana! Da allora, Quirinale, Parlamento di pasticcioni, Governo Monti, Governo Letta e Governo Renzi si sono fidati della solita cerchia di consiglieri prezzolati e adulatori, con il risultato che conosciamo.
Ed ora che fa Renzi in coppia con il ministro delle finanze Padoan? Il primo si è affrettato a manifestare il rispetto per la Corte e ad accreditarsi presso il pubblico con la faccia buona, ma il secondo ha fatto la faccia truce contro i giudici. Insomma si sono comportati come il gatto e la volpe nei confronti dell’elettore.
Renzi, che valuta tutto politicamente in termini di consenso elettorale, tentando di accalappiare il voto di qualche milione di persone (come era avvenuto con il regalo degli 80 euro mensili, prima delle europee) ha annunciato furbescamente che dal 1agosto saranno restituiti in media 500 euro a testa (da 250 a 750 a seconda del livello di pensione) ad una platea appena inferiore a 4 milioni di persone che percepiscono meno di 3.000 euro lordi. Si tratterà di un bonus “una tantum” per gli arretrati con un costo di 2 miliardi di euro a fronte dei quasi 18 che sarebbero necessari per un’applicazione integrale della sentenza della Corte nei confronti di tutti i 16 milioni di pensionati. Il secondo, cioè Padoan, ha invece criticato fortemente la Corte accusandola di non aver valutato l’impatto della sentenza sulla finanza pubblica. Secondo lui la Corte avrebbe dovuto concordare con il Governo la sentenza sulla base appunto dei soldi che mancano dalla cassa. Gli ha subito risposto il presidente Criscuolo, affermando che il compito della Corte è quello di fare valutazioni di costituzionalità e non valutazioni economiche o di convenienza politica. Come dire che Padoan parla a vanvera e che il solo seguirlo nel ragionamento equivarrebbe ad andare contro la legge, anche se gli italiani si stanno abituando alle autorità che disonorano e offendono le leggi.
Agli studenti di giurisprudenza (e Renzi che è laureato in questa disciplina non può ignorarlo) viene insegnato che il rispetto della legge non consente sentimentalismi di sorta, che di fronte ad una sentenza non ci si può innamorare della propria tesi, e che le sentenze si applicano. E invece Palazzo Chigi sembra incline a prendere la direzione opposta, così come fece il Quirinale di fronte alla sentenza che dichiarava incostituzionale il premio di maggioranza previsto dal porcellum che avrebbe richiesto un’immediata modifica della legge elettorale con conseguente ricorso subitaneo alle urne. Secondo i soliti ben informati Renzi sarebbe orientato a varare un inghippo per segare a metà la sentenza della Corte e non restituire a tutti il mal tolto ed avrebbe in animo la recondita intenzione di consumare una vendetta fiorentina contro i giudici, tagliando loro i fondi destinati alla Corte costituzionale.
C’è da sperare che si renda conto in tempo del pericolo di essere sommerso da un’altra valanga di ricorsi e che lo scontro istituzionale non gli potrà essere favorevole, soprattutto dopo che l’Unione Europea ha acceso i riflettori sulla vicenda con l’ammonimento che non è consentito il minimo sforamento nei conti. Bocciato un’altra volta.
Capitolo immigrazione selvaggia.
Sul palcoscenico della politica c’è un trio che non potrebbe essere peggio assortito e meno efficace: il premier Renzi, il ministro dell’interno Alfano e  il commissario per la politica estera UE Mogherini, mentre inspiegabilmente resta in penombra il ministro degli Esteri Gentiloni, che invece dovrebbe essere il vero motore della soluzione e girare a maggiore velocità degli altri, in soccorso del quale si è mossa la ministra della difesa Pinotti tutta giuliva per la rivendicazione del comando italiano della missione navale di contrasto affidato all’ammiraglio Credendino.
Cominciamo con la vicenda delle quote e della mancata solidarietà verso l’Italia da parte degli altri membri dell’Unione. Dopo il tragico naufragio nel mare antistante la Sicilia che ha inghiottito in un colpo più di mille disperati tanto Renzi quanto Alfano avevano lanciato fulmini e fiamme contro l’insensibilità europea minacciando di costringere l’Europa con le cattive a prendersi carico dei migranti e degli aspiranti all’asilo.
Siamo stati respinti con perdite per le obiezioni di una nutrita pattuglia di paesi (Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, paesi baltici, Ungheria). A Bruxelles si sono lavate le mani del problema mettendo mano al portafoglio per tirare fuori qualche spicciolo, cioè un obolo finanziario che riporta le risorse di “Triton” a quanto l’Italia spendeva da sola per “mare nostrum” ed hanno rifiutato di farsi carico della ripartizione dei migranti applicando né più né meno la politica del boicottaggio delle direttive romane sull’accoglienza dei migranti, propugnata dalla Lega nei territori dove è più forte. La disponibilità europea ad accettare complessivamente 1.000 migranti nuovi al mese per due anni, purché di due sole nazionalità (siriana ed eritrea), è una pura beffa che merita una risposta decisa che Renzi non è in grado di dare.
La Mogherini, visto che a Bruxelles e a Strasburgo nessuno se la fila, è persino volata a New York nella speranza di impietosire BanKiMoon ed indurre il Consiglio di Sicurezza a varare un piano di emergenza. Ma si sa, il CdS delle Nazioni Unite è un cagnolino che risponde solo a quel fischio che viene da Washington, pronto a decretare sanzioni o ad autorizzare guerre per il mondo se così vuole la Casa bianca, ma non a frenare questo esodo senza limiti.
Risultato: ancora una volta Renzi bocciato.
Lotta al terrorismo e cattura del marocchino Tawil.
Anche in questo caso il duo Renzi-Alfano ha esagerato con lo scambio di messaggi e tweet di felicitazioni per la sagacia, la prontezza, la capacità delle nostre forze dell’ordine (le stesse che hanno assistito impassibili al saccheggio di Milano il 1 maggio o a quello della fontana “la barcaccia” a Roma o che hanno partecipato al pestaggio degli inermi pastori sardi o dei disoccupati dell’Alcoa, di Terni e di tante altre fabbriche) nello scovare il presunto terrorista marocchino con una raffinata operazione di intelligence. Roba che stando ai comunicati ufficiali ed alle veline televisive il cittadino qualunque potrebbe avere ricavato l’impressione di appartenere ad uno Stato di “ganzi”, di professionisti della cattura di pericolosi terroristi, che fanno mangiare la polvere a quelli della CIA e del KGB.
Ma rimaniamo con i piedi per terra senza esaltarci troppo. Incominciamo con il dire che l’informazione è venuta dai servizi tunisini, altra organizzazione famosa per acume e profondità di analisi, per vastità di rete informativa e per scambi di informazione con l’occidente che è stata colta completamente alla sprovvista in occasione dell’attentato al museo del Bardo. E su che basi era fondata la richiesta di arresto tramite Interpol? Sul fatto che fosse stato reperito a Tunisi il passaporto di Tawil. Quindi è stata richiesta la cattura internazionale. Ma come hanno fatto i nostri prodi a scovare Tawil in un paesetto della Lombardia? Solo perché  la mamma del ragazzo si era presentata in Questura per denunciare lo smarrimento del passaporto del figlio. Inserito il nome nel sistema informatico è stato il computer a rivelare che Tawil era il personaggio segnalato dai tunisini e che doveva essere arrestato. Ecco in che cosa è consistita la bravura dei nostri agenti.
L’intervento del Ministro Alfano alla Camera su questo argomento è stato a dir poco penoso. Alfano, che non è un omonimo del personaggio che si è fatto soffiare sotto il naso la Shalabayeva, o che ha sbandierato ai quattro venti che era stato arrestato l’assassinio di Yara Gambirasio, si è vantato dell’avvenuto arresto del pericoloso terrorista  senza dire che nei giorni dell’attentato a Tunisi il soggetto era a scuola in Italia, come provato dai registri di presenza. Ed allora scoperto il pasticcio ha fatto marcia indietro cambiando versione ed accettando a scatola chiusa il teorema tunisino: il marocchino non avrebbe partecipato all’attentato, ma ne sarebbe stato uno degli organizzatori se non addirittura il regista! Ma il premier che non era stato avvertito della cosa in un comizio elettorale in Liguria ha addirittura accusato chi criticava l’operazione di arresto di doversi sottoporre a trattamento psichiatrico.
Che bocciatura doppia!.
Questione dell’IVA e buco da 700 milioni. Come se tutto questo non bastasse, alla vigilia del voto amministrativo ci si è messa di nuovo l’UE a bocciare senza appello la procedura del cosiddetto “reverse charge” sull’IVA, architettato da un gruppetto di menti finissime del nostro Governo e da quella pletora di azzeccagarbugli del Tesoro.
A leggere le motivazioni c’è da sbellicarsi dalle risate. Il Governo ha varato e contabilizzato questa manovra con l'obiettivo di ridurre l'evasione dell'Iva, dato che con la cosiddetta "inversione contabile", l'obbligo di versare l'Iva passa da chi acquista il bene o il servizio a chi lo fornisce. Detto in parole povere, mentre fino ad ora l’IVA è pagata dall’acquirente per ogni merce comprata e poi viene versata all’Erario dal venditore, con l’arzigogolo del “reverse charge” il venditore (grande distribuzione) anticipa l’IVA allo Stato ancor prima di averla incassata nella vendita della merce. La Commissione europea ha comunicato la sua opposizione alla richiesta italiana, che vale ben 730 milioni di euro per il 2015, non solo perché non è in linea con l'articolo 395 della direttiva comunitaria sull'Iva (in termini nazionali diremmo che si tratta di una bocciatura di misura incostituzionale) ma anche perché è giudicata una misura insufficiente a contrastare le frodi. Gli si può dar torto? La Guardia di Finanza e il Ministero sanno benissimo dove si nasconde l’evasione dell’IVA, ma il Governo alla vigilia delle elezioni voleva esclusivamente far cassa liquida immediata, senza sporcarsi le mani nel colpire i grandi gruppi di potere, la camorra, la mafia e stringere il cerchio nei confronti dei grandi centri del potere economico: banche, assicurazioni, cooperative, fondazioni, Onlus, Sindacati, Chiesa, tutti soggetti che godono di un trattamento di favore da parte del Fisco.
Come si fa ora a riempire questo buco di bilancio già messo in contabilità? Come al solito si pensa di scaricarne il costo sul cittadino ricorrendo alla cosiddetta clausola di salvaguardia che consiste nell’aumento delle accise sui carburanti dopo il 30 giugno.
Insomma il governo anche in questo caso non avendo tenuto in nessun conto le pesanti critiche avanzate da chi riteneva la manovra un prestito forzoso all'erario, ha dimostrato di agire come un furbetto di quart’ordine con un mix micidiale di dilettantismo e di fraudolenza. Pur sapendo che l’Europa avrebbe bocciato la misura ci ha provato lo stesso pur di non portare avanti la vera lotta all’evasione fiscale. Bocciatura solenne.
Equitalia nel mirino. Ma non è finita: un’altra nuvola nera già incombe minacciosa. La Corte Costituzionale sta per deliberare sulla incostituzionalità dell’aggio a carico del contribuente preteso da Equitalia nella riscossione delle cartelle. Che vuol dire? Che si profila un altro buco di due miliardi di euro di rimborsi dovuti a chi ha già pagato e di mancati introiti per il futuro. 
Conclusione? Renzi è bocciato sonoramente anche sul fisco.
Diradato il vapore delle bolle di sapone spacciate per riforme epocali si vedono e si sentono solo le bastonate al popolo sovrano. Guai ai gufi che fiatano appellandosi alla costituzione, alla legge Severino sulle candidature degli impresentabili (soprattutto in Puglia e Campania), o che criticano l’ingiustizia dei favori e dei privilegi  medioevali.
E’ facile prevedere che nelle elezioni regionali indette per domenica 31 maggio con leggi del tutto disomogenee per rinnovare i corpi della politica più corrotti e infetti d’Italia, il PD di Emiliano, De Luca, Moretti, Paita, Rossi, Marini, Ceriscioli perderà complessivamente almeno il 5% dei voti presi un anno fa. Resta da vedere se il popolo sarà capace di avere un sussulto, dopo gli esempi di Grecia e Spagna, e riappropriarsi di quei voti prestati sulla fiducia per cambiare veramente il corso delle cose.

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Correnti insidiose nel governo Renzi

LUCIA ABBALLE - Quando Matteo Renzi, con i voti di alcuni adepti, liquidò l’allora premier Enrico Letta per subentrare al suo posto e prendere in mano le redini del partito e del Governo, sottovalutò uno dei peggiori vizi endemici di cui si è macchiata negli ultimi anni la sinistra italiana: il logoramento del suo leader nel momento di maggiore forza del partito. Infatti da Prodi a Renzi, passando per Letta, la sinistra ha scelto di ricattare il suo leader e capo di Governo, creando correnti avverse ed insidiose soprattutto laddove i numeri per l’approvazione dei provvedimenti risultano essere risicati.
Ed ecco, quindi, che al Senato l’emendamento al quarto articolo del disegno di legge sulla Rai, riguardante la delega all’esecutivo per la riforma del canone, è stato votato non soltanto dall’opposizione che l’aveva presentato (Forza Italia, Lega e M5S) ma anche da diciannove senatori della minoranza dem, proseguendo, così, quel processo di logoramento del Governo Renzi, reo di «aver snaturato il partito, facendolo diventare una forza di centro». Nei giorni passati, si è fatta molta retorica sul presunto supporto dei verdiniani alle riforme renziane e la minoranza ha strumentalizzato l’evento per mettere in difficoltà il premier, dipingendolo come un capo spregiudicato pronto a barattare la sinistra del suo partito con il drappello dei transfughi ex berlusconiani.
Poco importa, poi, se gli stessi verdiniani ieri non siano accorsi in supporto di Renzi, facendo mancare alla maggioranza i numeri necessari per l’approvazione dell’emendamento incriminato. È in questa confusa definizione di equilibri politici che la minoranza dem tende a comportarsi come un partito nel partito, disponibile forse a stipulare tregue ed intese con il Governo sulla base di trattative capaci di soddisfarla. Non basta minacciare le elezioni anticipate per ristabilire la calma se la stessa minaccia diventa un mantra rispolverato all’occorrenza dal premier, capace solo di spaventare i senatori che hanno come priorità quella di sopravvivere e durare; fino a quando questa minaccia non sarà credibile, si continuerà a fare esattamente come si è fatto ieri al Senato: assestare al Governo colpi mirati e chirurgici per indebolirlo senza mai dargli il colpo di grazia. Il Senato, quindi, è tornato ad essere il luogo dove ciascun voto è una rendita di posizione.
È necessario che Renzi avvii un serio negoziato all’interno del suo partito, se non altro perché la prossima tappa della battaglia è la riforma del Senato e la lotta sarà ancora più dura, le lacerazioni dentro il Pd più forti. L’ottimismo del premier, che si dice convinto di vincere qualora si andasse alle elezioni, dovrà fare i conti con un Senato in cui la minoranza dem ha la golden share e l’obiettivo dichiarato di logorare il suo leader.  L’ottimismo non basta, servono i numeri parlamentari. 

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Promesse non mantenute e debito pubblico

TORQUATO CARDILLI - Pur se affetti da smemoratezza cronica, gli italiani forse ricorderanno la sfida da gradasso che il premier fece pubblicamente, promettendo, a pena di essere chiamato buffone, il pagamento di tutti i debiti arretrati (60  miliardi) della pubblica amministrazione verso i privati entro luglio 2014, tempo poi dilatato fino al 21 settembre (giorno di San Matteo).
La promessa fatta nel salotto di Porta a Porta, sull'onda dell'euforia per la vittoria alle elezioni europee, non meravigliò più di tanto lo scettico Vespa che anzi raccolse il guanto di sfida rilanciando con una scommessa, dando per certo il fallimento dell'impegno.
La posta: un pellegrinaggio a piedi fino al Monte Senario.
Come sono andate le cose?
Nessuno dei due ha fatto il pellegrinaggio: entrambi hanno sostenuto di aver vinto la scommessa. Tipica soluzione italiana, come accade dopo le elezioni quando tutti proclamano di aver vinto. Eppure, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, che sono poi quelli reali, nelle casse vive delle imprese creditrici sono arrivati appena 30 miliardi sui 60 dovuti.
Per spiegare l’ennesimo caso in cui la politica riesce a far diventare la matematica un’opinione, bisogna leggere le motivazioni date dal premier, come nelle sentenze: Renzi ha chiarito (ma lo ha fatto dopo, quando gli è stato chiamato il bluff) che intendeva riferirsi alle somme che il governo avrebbe messo a disposizione, mentre la Cgia di Mestre a quelle effettivamente incassate dai creditori. Il Ministero del Tesoro in effetti sulla base di vari provvedimenti aveva messo a disposizione per i pagamenti arretrati 56 miliardi, ma, come detto, appena la metà era entrata nel ciclo economico delle imprese. E per ottenere quei denari, corrispondenti a fatture per forniture e servizi erogati negli anni anteriori al 2013, le imprese avevano dovuto sottostare ad un complicato iter procedurale consistente nel farsi prima certificare il credito e poi cederlo con la formula del cosiddetto "pro soluto" alle banche o agli intermediari finanziari convenzionati, che sono diventati i creditori della PA: tutto questo non gratis ma a pagamento da parte dei creditori.
Non siamo alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma ci troviamo sicuramente di fronte ad un gioco di prestigio perché alla fine le imprese hanno dovuto pagare gli interessi sull'incasso del credito ed il debito pubblico si è accollato il capitale.
Al 30 gennaio 2015 risultavano effettivamente erogati solo 42,8 miliardi di euro (su 60) appena 2,7 miliardi in più rispetto alla rilevazione del 31 ottobre 2014 che era di 40,1 miliardi.
Comunque, come sottolinea sempre la Cgia, pur con questi pagamenti parziali lo Stato italiano rimane il peggiore pagatore d’Europa.
La Direttiva europea 2011/7/UE impone alle PA di pagare le forniture commerciali entro 30 giorni, tranne alcune eccezioni (esempio i servizi sanitari), per le quali il limite massimo è di 60 giorni, ma lo Stato italiano da questo orecchio non ci sente. Secondo Intrum Justitia, la media di attesa europea di 58 giorni è largamente superata: in Italia l’attesa media se tutto va bene è di 165 giorni, ben oltre il limite dei ritardatari cronici come Grecia, Spagna e Portogallo, tutti al di là dei 100 giorni, mentre i migliori pagatori sono la Finlandia con 24 giorni, e l’Estonia con 25, seguite da Islanda, Norvegia, Svezia, Germania e Danimarca (vedi tabella 1).
Ma sul piano dei conti c'è un'altra brutta notizia certificata dall'Istat e dalla Banca d'Italia. Essa riguarda l'indebitamento netto del paese, riferito al periodo 2011-2014.
Come noto, il Protocollo sulla procedura per i deficit eccessivi (PDE) annesso al Trattato di Maastricht, prevede che i Paesi europei comunichino due volte all'anno (entro il 31 Marzo e entro il 30 Settembre) i livelli dell'indebitamento netto, del debito pubblico e di altre grandezze di finanza pubblica relative ai quattro anni precedenti, nonché le previsioni ufficiali degli stessi per l'anno in corso. Questi dati, certificati per noi non dal Governo che sarebbe sempre pronto a truccare i conti, ma dall'Istat e dalla Banca d'Italia, costituiscono le principali grandezze di riferimento per le politiche di convergenza per l'Unione Monetaria Europea (UME) e sono sottoposti al processo di verifica di Eurostat (che è l'Istat europeo).
Andiamo al sodo.
I dati dell'indebitamento dello Stato italiano per gli anni 2011-2014, diffusi on line dallo scorso aprile, ci dicono purtroppo che alla fine del 2014 il debito pubblico era di 2.134.920 milioni di euro (detto in lettere duemila miliardi e 135 milioni di euro) pari al 132,1% del Pil e che nel solo 2014 l'indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche è stato di 49 miliardi e 56 milioni di euro (pari al 3% del Pil), con un aumento di circa 1,6 miliardi rispetto al 2013 (quando era stato di 47 miliardi e 455 milioni di euro, corrispondente al 2,9% del Pil).
Il saldo primario (cioè l’indebitamento al netto della spesa per gli interessi) è stato dell'1,6% del Pil, con una diminuzione di 0,3 punti percentuali rispetto al 2013, mentre la spesa per gli interessi, seppure in diminuzione di uno striminzito 0,1% è stata pari al 4,7% del Pil.
Chi volesse aprire meglio gli occhi di fronte a questa voragine, che è un vero e proprio disastro di finanza pubblica, non ha che da esaminare la tabella 2, redatta in miliardi di euro, che evidenzia in modo drammatico come il 2014 (anno di governo Renzi) non abbia prodotto i grandi risultati sbandierati.
Dopo l’ubriacatura della finanza allegra cosiddetta creativa e delle cartolarizzazioni di Tremonti (con tutti i guasti della privatizzazione di Energia, Autostrade, Trasporti, Comunicazioni, ecc. e il saccheggio dei nostri gioielli industriali) si è passati alla cura da cavallo di Monti improntata alla vecchia, ottusa, iniqua logica dei tagli lineari di spesa e della tosatura a sangue dei contribuenti onesti, anziché essere indirizzata a colpire l’evasione, ad azzerare gli sprechi, ad abolire i privilegi a cominciare da quelli della classe politica nazionale e locale. Nonostante i duri sacrifici imposti al popolo italiano in fatto di aumento di tasse, di riduzioni di proventi, di blocco delle pensioni, di taglio ai servizi, dal 2012 non si è ottenuta una sostanziale riduzione del debito che invece ha continuato ad accumularsi, tanto che nel 2014 ha superato i livelli del 2012 e del 2013 (rigo 1).
Può uno straccio di uomo politico, di parlamentare, di dirigente di quelli che vomitano in continuazione nei talk show improperi contro questo e quello, dando la colpa del disastro a chi fino ad ora non è mai stato nella stanza dei bottoni, spiegare per favore che cosa hanno fatto con i soldi dei sacrifici degli italiani? Forse che è stata completata la Salerno-Reggio Calabria? Sono migliorati i servizi al cittadino? E' stata protetta la maternità con asili nido pubblici? E’ stato fatto il ponte sullo Stretto? Sono state risanate le scuole che cadono a pezzi? E’ stato messo in sicurezza dal dissesto idrogeologico il paese? Sono stati indennizzati i terremotati e gli alluvionati abruzzesi, sardi, liguri, emiliani, veneti, piemontesi? E’ stato bonificato il sito dell’ILVA di Taranto o della terra dei fuochi? E’ stato concesso il reddito di cittadinanza? E’ stata ricostruita l’Aquila? E’ stata realizzata la banda larga? E' stato risolto il problema dell'immigrazione? Nulla di tutto questo. Hanno continuato a gozzovigliare come prima, mentre i sacrifici degli italiani non sono bastati neppure per pagare gli interessi sul debito.
Ciò che più spaventa è l’evidente  incapacità di questa classe dirigente di creare lavoro, di incentivare il ciclo economico, di aggredire il mostro del debito pubblico che non conosce sosta nella voracità di sempre maggiori risorse (rigo 3) come del resto confermato dalla sua incidenza sul Pil (rigo 4). 
L’unico marginale elemento positivo lo si riscontra nell’andamento in discesa del montante degli interessi pagati annualmente sul debito (rigo 5) ma questo non è il frutto di una politica economica del governo, di un negoziato ferreo con l'Europa, è bensì la risultante congiunturale di condizioni esterne quali la discesa dei tassi di interesse, l’intervento della BCE, il deprezzamento dell’euro, il drastico calo del costo dell’energia. Tuttavia poiché il Pil è in decrescita (rigo 10) l’incidenza degli interessi passivi su di esso rimane stazionaria (rigo 6) così come la variazione del debito (rigo 7).
Dunque ci si può rallegrare per il saldo primario raddoppiato tra il 2011 e il 2012 e poi avviato in fase discendente (rigo 8)? No, non ci si può rallegrare perché questo balzo in avanti nel 2012 ha rappresentato esclusivamente il sangue dei sacrifici italiani la cui incidenza sul Pil (rigo 9) sta a significare che la sbandierata spending review non è stata applicata per cancellare gli sprechi e i privilegi, ma solo per diminuire il welfare e torchiare ancora di più il paese.
Lo terranno presente gli elettori che saranno chiamati a rinnovare tra una settimana le amministrazioni di sette regioni italiane?
 
TAB. 1 - Tempi di pagamento nei paesi europei da parte dell’amministrazione pubblica                                      

Paese
Giorni di attesa
per il pagamento
Giorni di discostamento
dalla media europea
Italia 165 +107
Grecia 155 +96
Spagna 154 +96
Portogallo 129 +71
Cipro 84 +26
Belgio 68 +10
Croazia 62 +4
Francia 59 +1
Bulgaria 57 -1
Slovacchia 55 -3
Ungheria 54 -4
Lituania 52 -6
Slovenia 51 -7
Romania 46 -12
Repubb. Ceca 44 -14
Irlanda 44 -14
Olanda 44 -14
Austria 40 -18
Svizzera 40 -18
Regno Unito 40 -18
Polonia 38 -20
Lettonia 37 -21
Danimarca 35 -23
Germania 35 -23
Svezia 35 -23
Norvegia 34 -24
Islanda 33 -25
Estonia 25 -33
Finlandia 24 -34
MEDIA EUROPEA 58  


TAB. 2 - Debito pubblico italiano certificato dall'ISTAT (aprile 2015)

Voce 2011 2012 2013 2014
  1.Debito netto annuo 57,154 48,310 47,455 49,056
  2. % PIL 3,5 3,0 2,9 3,0
  3. Debito pubblico totale 1.907.479 1.938.901 2.068.722 2.134.920  
  4. % sul PIL 116,4 123,1 129,5 132,1  
  5. Interessi passivi annuali 74,416 84,086 77,942 75,182  
  6. % sul PIL 4,7 5,2 4,8 4,7  
  7. Variazione debito sul PIL 3,4 5,0 5,0 4,1  
  8. Saldo primario 19,262 35,776 30,487 26,126  
  9. % sul PIL 1,2 2,2 1,9 1,6  
10. PIL 1.638.857 1.615.131 1.609.462 1.616.048  
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UT DEMOSTRANDUM ERAT

TORQUATO CARDILLI - Un vecchio, polveroso, manuale di esercizi di matematica applicata, concludeva la dimostrazione della soluzione di un problema con la dicitura “ut demostrandum erat" (come volevasi dimostrare), già utilizzata, nella versione greca, fin dai tempi di Euclide e Archimede.
Questa espressione calza a pennello con la situazione italiana di paese irrimediabilmente perduto, che non riesce a liberarsi della camicia di forza della corruzione, delle deviazioni di apparati dello Stato, della mafia, della burocrazia ottusa, dei privilegi e dei soprusi, se non viene totalmente sostituita la classe dirigente politica e amministrativa.
Quanto accaduto a Roma, che si ostina senza vergogna a volersi candidare per le Olimpiadi, mentre campeggiano su tutti i giornali mondiali le foto del degrado, della sporcizia, del sudiciume politico, è indicativo.
Non è bastata l’onta sul paese degli scandali del Mose, dell’Expo, dell’Ilva, dei terremoti e delle alluvioni con i loro strascichi di morti. Occorreva anche quella di mafia capitale, dei servizi pubblici cadenti e inefficienti, dei trasporti su gomma, ferrovia e aerei alla mercé degli scioperi improvvisi, delle dimostrazioni di protesta di questa o quella categoria sociale di fronte a Montecitorio con ripercussioni negative per la vita dei cittadini.
Non sono solo i giornali del mondo libero a ricordarci i primati negativi; anche la BCE certifica il nostro stato comatoso quando afferma che la ripresa migliora in Europa, ma l’Italia arranca, ultima nell’eurozona per il Pil pro capite, dove non si fanno più figli, meno che cento anni fa. Per non parlare del rapporto Svimez sul mezzogiorno con dati preoccupanti di sottosviluppo cronico. Al Sud un cittadino su tre è povero, mentre al Nord lo è uno su dieci. L'anno scorso i consumi nell'Italia meridionale (che cresce ad un livello inferiore a quello greco) sono stati i due terzi di quelli del Centro-Nord. Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l'assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedirgli di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.
A tutto questo fardello di vergogna si sono aggiunti i nuovi episodi di malcostume e di delinquenza, ancora più ripugnanti per la coscienza comune, perché cucinati nelle stanze del potere, che non hanno fatto altro che confermare l’assunto del paese in rovina. Quanto accaduto nell’arco di 24 ore è la rappresentazione plastica del degrado morale e del mercanteggiamento, i veri pilastri del governo, ed ha dato nuova benzina a quella che viene erroneamente definita antipolitica e che invece significa presa di coscienza dei diritti e dei doveri del cittadino:
1.        La Camera ha concesso l’ennesima fiducia al governo che ormai fa uso di questo bastone permanente nei confronti dei Deputati, animati da un solo desiderio: quello di arrivare indenni alla fine della legislatura senza pregiudicarsi la possibilità di rientravi nella prossima. La fiducia su cosa? Ma sul taglio delle risorse alla Sanità per 2,3 miliardi di euro che sono esattamente quelli che mancavano al bilancio dello Stato per coprire il buco creato dal bonus di 80 euro, come previsto dalla legge di stabilità. Misura del tutto incoerente e contraria al solenne impegno di tagliare le tasse: si toglie quel poco che è rimasto al popolo meno abbiente anziché combattere la corruzione e l’evasione.
2.      Il Ministro Padoan, ha chiesto formalmente per iscritto alla Commissione di Vigilanza di spicciarsi a nominare il nuovo CdA della RAI il cui mandato è scaduto a maggio. La tanto annunciata riforma può attendere. Che si continui pure con la legge Gasparri basata sulla logica spartitoria tra maggioranza e opposizione obbediente. Non si sa mai, dovesse capitare qualche inciampo di legislatura è meglio avere la Rai-TV sotto controllo.

3.      Tutti i partiti con un voto corale hanno affossato gli ordini del giorno presentati dal M5S volti a tagliare 100 milioni dai costi della casta. Tutto va bene madama la marchesa!

4.      Il plurinquisito senatore Verdini ha presentato in pompa magna il suo nuovo gruppo (ALA) fuoriuscito da Forza Italia, per garantire con 10 voti (altro che operazione Razzi-Scilipoti!) sostegno alle riforme di Renzi e accaparrarsi subito il finanziamento di mezzo milione di euro.

5.      L’aula del Senato con 189 voti contrari, 96 sì e 17 astenuti, ha respinto al mittente la richiesta di arresto del senatore Azzollini per il fallimento da mezzo miliardo (di cui 350 milioni sono il debito verso lo Stato) della casa di cura della Divina Provvidenza.
Il provvedimento approvato dal GIP, è stato il risultato di tre anni di indagini della Procura della Repubblica di Trani, che ha formalizzato l’accusa di bancarotta fraudolenta, spreco di denaro pubblico, assunzioni clientelari, bilanci falsificati, stipendi e consulenze d'oro, utilizzo di risorse non finalizzate alla cura dei malati. Sono finiti agli arresti 10 imputati (tra cui tre suore), ma l’undicesimo, il padre padrone dell’opera, Azzollini l’ha fatta franca. Che non esistesse il cosiddetto fumus di persecuzione è dimostrato dal fatto che non solo la richiesta della Procura di Trani era stata convalidata dai giudici del riesame di Bari che avevano ritenuto Azzollini parte attiva nella bancarotta fraudolenta dell’Istituto, ma anche dal fatto che la Giunta aveva fatto un lavoro approfondito (sei riunioni, due audizioni dell’imputato che aveva anche depositato una memoria difensiva) prima di arrivare a formalizzare il parere favorevole all’arresto.
Ma chi è Azzollini? E’ stato per oltre dieci anni presidente della Commissione Bilancio, cioè quello che ha gestito i cordoni della borsa dei soldi pubblici usati per il marchettificio con distribuzione a pioggia a tutti i partiti, di governo e di finta opposizione e a tutti i capi collegi elettorali. E’ lo stesso personaggio inquisito in un altro procedimento di un’altra Procura per la megatruffa del porto di Molfetta per il quale il Senato aveva già proibito alcuni mesi fa l’uso delle intercettazioni, dopo un estenuante pressing del PD su tre suoi dubbiosi senatori che finirono per cedere (Ginetti, Pagliari e l’ineffabile Pezzopane).
E di che partito è Azzollini? Ma “ça va sans dire” appartiene al NCD, al cosiddetto “partito degli onesti” di Alfano che ha ormai più inquisiti che elettori, necessario per la respirazione bocca a bocca del governo in chiara mancanza di ossigeno proprio al Senato.
Cosa è successo? Il Capogruppo del PD Zanda ha notificato a tutti i suoi senatori via mail la libertà di coscienza, cioè il via libera alla difesa degli interessi personali, senza motivare in alcun modo il rovesciamento della posizione della Giunta.  Possibile che Zanda, nel lasciare libertà di coscienza, abbia fatto tutto di testa propria, senza sentire il segretario che è anche presidente del Consiglio? E’ credibile che Zanda possa aver deciso su una questione così spinosa che avrebbe messo sicuramente a repentaglio la vita del Governo senza consultarsi con il Nazareno?
No non è credibile, mentre rientra perfettamente nella logica machiavellica quella di aver fatto la bella figura votando per l’arresto in Giunta e poi ipocritamente, con la motivazione della libertà di coscienza, approvare il contrario in Aula.
Voto davvero libero? Ma nemmeno a parlarne. Il Governo non può fare a meno dei voti del NCD come dell’aria, e pur contando sui nuovi gregari di Verdini, non avrebbe potuto salvare Azzollini se il plotone di 60 senatori avesse votato secondo le indicazioni della Giunta.
E la coscienza? E’ finita sotto i piedi di chi per calcolo di interesse ha calpestato il voto degli stessi esponenti del PD nella Giunta.
Per questo dopo il voto pro Azzollini sono immediatamente scattati gli abbracci, le pacche sulle spalle e le congratulazioni da parte delle solite facce di tolla dei vari Quagliarello, Schifani, Sacconi, Verdini, Albertini, Formigoni ecc., con urla da stadio che hanno rappresentato la più arrogante manifestazione di strafottenza e di insulto verso i cittadini onesti.
E pensare che Renzi qualche mese fa aveva dichiarato di voler “applicare il DASPO per i politici corrotti” e che lo stesso presidente del PD Orfini aveva espresso l’ineluttabilità al voto positivo all’arresto per dare il segnale che si intendeva ripulire il tempio della politica dai mercanti.
Infine il fatto delinquenziale puro. L’aeroporto di Fiumicino, unico hub veramente internazionale dell’Italia, già andato a fuoco due mesi fa per l’incuria e l’inefficienza o sabotaggio dei sistemi antincendio (sapremo mai la verità e saranno mai individuati i responsabili?) ha subito un attentato criminale che ha portato al blocco totale: un incendio chiaramente doloso ha divorato per un’ampiezza di 40 ettari la pineta di Focene che è adiacente alla pista numero uno. Aeroporto nel caos più totale, voli cancellati, nessuna informazione, passeggeri inviperiti, autostrada bloccata per ore. Poi a distanza di 24 ore e decine di voli soppressi è intervenuto un black out elettrico che ha fatto temere il peggio, moltiplicando il caos del giorno precedente. Se l’Alitalia, che ora risponde alla logica di Ittihad, attuerà la minaccia di abbandonare lo scalo di Roma, potremo definitivamente abbassare la saracinesca.

Ut demostrandum erat: il mondo si è già convinto che l’Italia così non può andare avanti. E’ ora che se ne convincano anche gli italiani.

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PER UNA SCUOLA VERAMENTE BUONA

LUCIA ABBALLE - Abbiamo imparato sui libri di scuola che il 5 maggio 1821 Napoleone Bonaparte moriva in esilio sull’isola di Sant’Elena e che a Lui Alessandro Manzoni ha dedicato un’ode che reca nel titolo la data della Sua morte. Ieri, 5 maggio 2015, nell’esaltazione di studenti ed insegnati che protestavano contro la riforma della scuola proposta dal Governo Renzi, riempiendo le piazze e lasciando vuote le aule, si è celebrato, a parere mio, un altro funerale: quello della “Buona scuola”. Senza voler entrare nel merito della riforma, pur riconoscendo alla medesima il coraggio di avviare un cambiamento in favore dell’autonomia e dei poteri dei presidi, dei criteri meritocratici e di valutazione, non è sensato attribuire alla scuola la responsabilità di una crisi educativa che investe l’intera società. La portata dello sciopero indetto nella giornata di ieri, così come le affermazioni di alcuni intervistati secondo cui le devastazioni del 1° maggio a Milano sono il “prodotto della scuola di oggi”, sono una dimostrazione di come sia solito scaricare sulla scuola le carenze di un sistema educativo che coinvolge più piani della nostra società. Sicuramente la scuola ha sedimentato, nel tempo, molti errori ispirati a teorie psico-pedagogiche degli anni Sessanta e Settanta fondate su principi educativi astratti e inattuali; così come ha sbagliato nel mancato riconoscimento del merito di taluni insegnati a cui venivano attribuiti premi economici solo sulla base dell’anzianità di servizio, cioè al tempo trascorso in cattedra. Senza dilungarmi nella lista degli errori accademici che una parte del mondo scolastico, ma soprattutto sindacale, cerca di nascondere nel grido della protesta in piazza additando quelli che sono reputati i punti critici di questa riforma, c’è qualcosa che sfugge all’opinione pubblica nell’analisi della crisi sociologica che investe la nostra società; c’è qualcosa che la scuola ha perso negli ultimi anni: il rapporto diretto con la famiglia. È nella spaccatura del rapporto tra scuola e famiglia che risiede la crisi non solo del sistema educativo ma di tutta la società. In passato, la famiglia difendeva la scuola, così come la scuola confidava moltissimo nella collaborazione della famiglia. Oggi, al contrario, i genitori sono pronti a far causa alla scuola per un cattivo voto dato ai loro figli che, quindi, privati di ogni responsabilità, si sentono vittime di un sistema ingiusto di fronte al quale poter fare poco o niente.
Pertanto, prima di ogni giudizio sarebbe opportuno che ogni settore di questa società si assumesse le proprie responsabilità e intervenisse in quelle che sono le proprie carenze. La scuola è in crisi, è vero, ma, ancor prima, lo è la famiglia, un’istituzione che appare sempre più fragile di fronte alle sfide di una società moderna, veloce e “formale”. E' stato approvato il divorzio breve, ad esempio; la facilità con la quale d’ora in avanti sarà possibile divorziare rispecchia un po’ il cambiamento di atteggiamento che coinvolge la maggior parte di noi italiani rispetto alle difficoltà e alle responsabilità; una maggioranza divenuta intollerante alla fatica, ai sacrifici, al perdono, alle rinunce e, in alcuni casi, persino alla sopportazione. Se i giovani continueranno a forgiarsi su un sistema di valori precario, a tempo determinato, magari a tutele crescenti, per perpetuare nella leggerezza di un’eterna adolescenza, non ci stupiamo poi se questo Paese non cambia. Non è solo colpa della scuola, né solo della famiglia, ma del nesso scuola- famiglia come asse portante della formazione delle future generazioni; o lo ripristiniamo o dobbiamo cercarne al più presto un altro, perché le leggi ed i cambiamenti veri li fanno gli uomini e non i bambini. 

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L’esprit florentin

TORQUATO CARDILLI - I francesi, maestri di corte e di raffinatezze, hanno coniato secoli addietro due espressioni "esprit de finesse" e "esprit florentin" per descrivere ed esaltare la grande qualità positiva della finezza di ingegno e all'opposto per mettere in guardia dalla perversione dell'animo opportunista, abile nel dissimulare il tradimento.
La seconda espressione, nata dall’esperienza nel rapporto politico con gli ambasciatori e i principi toscani, ha finito per essere appioppata per la proprietà transitiva un po' a tutti gli italiani, dipinti come inclini alla doppiezza, manipolatori dell’impasto del compromesso, portati alla tolleranza e alla furbizia, con la vocazione per la menzogna.
Potevamo pretendere di meglio e di più avendo come primo ministro un fiorentino doc per giunta democristiano, pressapochista, vendicativo, smanioso di potere, incline allo stravolgimento delle regole e a negare con altrettanta spavalderia ciò che ha invece spontaneamente e solennemente affermato come verità rivelata?
L’epitaffio (Enrico stai sereno), lanciato al modesto Letta mentre metteva a punto, come si usa tra congiurati, gli ultimi particolari della sua defenestrazione, ha fatto il giro del mondo, varcando le Alpi e gli Oceani. Ciò che più conta di questa ignobile vicenda, coperta, stando alle voci, da chi sull’alto colle aveva qualche cosa da farsi perdonare, non sono tanto i titoli dei giornali internazionali quanto la sottile e perfida venatura di diffidenza che ogni ambasciatore straniero a Roma ha usato per demolire l’affidabilità del nostro, infiorettando il proprio rapporto sulla situazione italiana al proprio Ministro degli Esteri.
In rete circola un’antologia di cose dette e rimangiate, proclamate e rinnegate con la stessa faccia tosta utilizzata per giustificare il patto del Nazareno. L’ultima della serie, su cui vigileranno gli occhiuti partner europei con sguardo arcigno poco propensi a concedere proroghe e slittamenti sul rientro dal debito, è la bufala, spacciata per cosa fatta, che sarà abolita la tassa sulla prima casa e che saranno ridotte le tasse di 50 miliardi in tre anni. Del resto questo è un favore che non si può negare alle famiglie italiane che “si stanno arricchendo” (ipse dixit al Parlamento europeo)!.
Non stiamo a sottilizzare se il Tesoro gli può aver fornito calcoli fondati su 45 miliardi, ma dire 50 miliardi ha un effetto più tondo che fa presa, oppure se ciò che potrebbe essere donato con la mano destra sarà sicuramente ripreso con la mano sinistra colpendo ad esempio i diritti di successione proprio sulla casa, la tassa sulle disgrazie o quella sui funerali.
Una cosa va però sottolineata. E’ scomparsa la sicumera, l’arroganza mista a compassione, con cui lui e i suoi coristi hanno sempre svillaneggiato, spalleggiati dall’informazione televisiva da talk show da pollaio e dalla stampa al soldo, la proposta del M5S di istituzione del salario di cittadinanza, definita puro vaneggiamento populista.
Questa proposta, primo disegno di legge della legislatura presentato dalla minoranza di opposizione (anche se alle elezioni politiche è risultato il partito più votato d’Italia), corredata di tabelle indicative dell’origine dei fondi, se approvata due anni fa avrebbe dato all’economia nazionale quell’impulso necessario per riattivare il mercato interno e togliere dalla disperazione milioni di famiglie, innescando la ripresa anche per l'effetto volano del rientro immediato seppur parziale per le casse dello Stato quale Iva sui consumi.
Il salario di cittadinanza di € 780 al mese per ciascun cittadino senza reddito era stato calcolato in 15-17 miliardi annui, diffuso su una platea di 5 milioni di persone (cioè i poveri) con il meccanismo legato all’integrazione monetaria fino a tale soglia di tutti i redditi inferiori o di quelli inesistenti, offrendo allo steso tempo ai disoccupati una chance di addestramento in attesa di lavoro.
Improvvisamente il mago Zurlenzi ha capito che bisogna allargare la massa monetaria in circolazione e fa l’annuncio clamoroso che però appare da subito come un puro e semplice inganno della buona fede popolare nel tentativo di interrompere la perdita di consensi che si è fatta costante per tutte le vicende giudiziarie ed etiche che hanno investito gli uomini e le donne del PD in questo ultimo periodo a Roma come nel resto d'Italia, nonché per il mancato decollo economico.
Con la promessa di tagliare le tasse per 50 miliardi di euro nel prossimo triennio, dopo aver portato in un anno e mezzo di governo la pressione fiscale fino al 43,5% del Pil (cioè due punti  in più rispetto alla media euro), tenta demagogicamente di replicare la mossa politica attuata alla vigilia delle elezioni europee con il bonus di 80 euro.
Renzi pensa davvero che gli italiani siano rincitrulliti fino al punto da non vedere che questo sistema allargherà il divario economico delle classi sociali, recando i maggiori benefici proprio a chi non ne ha bisogno senza infliggere alcun gravame a chi le tasse non le ha mai pagate?
E dove si prendono i soldi? Come si placano gli allarmi lanciati anche ai più alti livelli istituzionali che ritengono scellerato decidere un’operazione senza coperture che finirà per tracimare in nuove tasse agli Enti locali?
Con aria serafica e dotta lo ha spiegato il guru economico, neo responsabile della spending review (il quarto in tre anni senza che nessuna misura suggerita sia stata attuata) deputato PD Yoram Gutgeld: dobbiamo tagliare gli sprechi della sanità di 10 miliardi subito. Ottima iniziativa se fosse diretta effettivamente alla drastica riduzione degli sprechi. Ma finirà che anziché tagliare le gambe alla corruttela che è la madre dello spreco, anziché cancellare il privilegio che è il padre dello spreco finiranno per essere ridotti i servizi al cittadino. E' sempre stato così. Non può fare le riforme chi è causa del male.
Il tanto decantato job act, si è rivelato una riforma neo liberista sbagliata in modo pazzesco perché in un momento di recessione ha legato l’occupazione alla riduzione delle tutele sociali ed alla decontribuzione per le imprese che però è destinata ad esaurirsi in un triennio, cioè il tempo per arrivare a fine legislatura, anziché agli investimenti.
I fatti dicono che non ha dato i risultati sperati: dall’inizio del 2015 solo uno striminzito +0,5%, dato troppo esiguo per potere parlare di svolta o di ripresa, soprattutto se raffrontato ai miglioramenti di altri paesi europei. Come certificato dall’Istat, che ha smentito clamorosamente l’ottimismo governativo smontando l’obiettivo di un milione di posti di lavoro in più, a maggio 2015 il tasso di disoccupazione è rimasto invariato al 12,4% rispetto al mese precedente.
Dall’inizio dell'attività di questo governo dell'esprit florentin stiamo buttando alle ortiche una straordinaria combinazione positiva di fattori congiunturali, la più favorevole possibile, tipo allineamento dei pianeti, che non durerà a lungo, come il dimezzamento del costo del petrolio, l’inflazione ridotta quasi a zero, lo spread limitato a poco più di 100, il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro di un buon 20%.
Era ancora nell’aria l’annuncio velleitario tipo bolla di sapone quando il Fondo Monetario Internazionale ha pensato bene di farla scoppiare con un siluro micidiale e riportare gli italiani con i piedi per terra: ci vorranno venti anni perché il nostro paese possa tornare ai livelli occupazionali pre crisi, mentre alla Spagna ne basteranno solo dieci.
Gli anziani che hanno portato a questo disastro sperperando le fortune dei loro discendenti si facciano da parte insieme a quanti vendono lucciole per lanterne e i giovani, fatti due conti, non esitino a prendere in mano con risolutezza le sorti dell’Italia se non vorranno invecchiare disperati, senza figli, senza pensione, senza sanità, “en attendant Godot”.

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Ormai la frittata è fatta

TORQUATO CARDILLI - A nulla sono valsi gli appelli inviati per mesi da chi mastica di storia e di diritto, da chi ha il senso dell'onore e della fedeltà al giuramento di obbedienza alla costituzione, da chi voglia difendere la democrazia per la quale, 70 anni fa, tanti giovani, uomini e donne, preferirono affrontare la prigionia e le torture, o sacrificare la vita.
La Camera ha approvato in via definitiva,  con una maggioranza risicata, e con l’opposizione fuori dell’aula, attraverso il voto di fiducia una legge elettorale mostruosa e infelice. A partire dal nome "italicum" che fa tanto pensare all' espressione acetum italicum tipica del mondo del teatro, che indica il genere dotato di astuzia e mordacità con un certo retrogusto di amaro, tramandato dalla satira oraziana. Ma Orazio si dedicò alla satira dopo la sconfitta subita a Filippi, quale tribuno militare dell'esercito di Bruto, mentre Renzi, che ancora non è stato defenestrato da palazzo Chigi, insieme ai suoi ministri, sottosegretari, dirigenti di partito, tutti corifei di ambo i sessi, stanno facendo un bel tirocinio di satira e farsa ripetendo a iosa che nella storia d'Italia ci sono stati due precedenti di legge elettorale simili all'italicum, nel 1953 e nel 1923.
Potevano risparmiarsi simili paragoni che vanno a tutto loro svantaggio.
La legge elettorale voluta da De Gasperi nel 1953 prevedeva l'assegnazione di un premio di maggioranza per il partito che avesse riportato il 50%+1 dei voti alle elezioni. Cioè una legge che non trasformava la minoranza in maggioranza, ma che consentiva al vincitore delle elezioni (ripeto vincitore onesto e diretto con la maggioranza assoluta) di governare più agevolmente.  Se l'ambizioso e contraddittorio premier di oggi avesse veramente avuto a cuore il funzionamento della macchina statale e la difesa della democrazia, avrebbe potuto proporre una legge come quella ed avrebbe ottenuto un consenso plebiscitario del paese. Invece non è stato così.
Detto per inciso la legge del 1953 non portò bene a De Gasperi: le sinistre unite, con il PCI in testa, scatenarono una feroce campagna contraria: pur sapendo che essa non avrebbe sovvertito i valori in campo, ma avrebbe agevolato solo la forma di governo, la definirono "legge truffa". Alle elezioni la DC si fermò al 49% per cui non scattò il premio di maggioranza e la legge fu abrogata dal parlamento l’anno dopo.
La nuova legge Boschi, attribuisce il 55% dei seggi cioè 340 su 630, a chi raggiunga il 40% dei voti o a chi vinca il ballottaggio al secondo turno con qualsiasi risultato, mentre tolti i 12 seggi riservati agli elettori all'estero, che continuano ad essere attribuiti con le regole vigenti dal 2006 (questa è una disparità di trattamento incostituzionale), i restanti  278 seggi saranno attribuiti proporzionalmente ai partiti che abbiano superato il 3% dei voti.
Stando ai sondaggi più accreditati, nessun partito viene dato al di là della soglia del 35-37%, cioè lo stesso limite attribuito all'area dell'astensionismo. Chi vincesse in questo modo, pur rappresentando solo il 26% dell'elettorato, prenderebbe tutto: maggioranza ferrea alla Camera, scelta e nomina del presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, della RAI-TV ecc. instaurando un vero e proprio regime ed infischiandosene del parere del 74% della popolazione. Ciò significa che una minoranza (e non di poco conto) diventerà ipso facto maggioranza, alla faccia della democrazia.
A ben vedere, non solo viene ripristinato sotto mentite spoglie l'abnorme premio di maggioranza della legge “porcellum”, partorita da quel genio di Calderoli, e bocciata dalla Consulta, ma viene ribadita la violazione del sacrosanto principio costituzionale del voto uguale, libero e segreto. Che vuol dire voto uguale? Vuol dire che il peso, il valore, l’effetto di ogni voto deve essere identico e quindi che non ci possa essere mai un voto che valga più di un altro, come invece prevede espressamente la nuova legge che finirebbe per assegnare premi immeritati ed assegnazioni di seggi forzose.
I punti controversi della nuova legge che a differenza di quella del 1953 finisce per sovvertire la volontà popolare, non cessano qui. Ve ne sono altri: la legge è valida solo per la  Camera dei Deputati, in vista della riforma costituzionale che abolisce l'elettività popolare del Senato, per cui se questa non andasse in porto avremmo due leggi elettorali assolutamente diverse una per la Camera ed  una per il Senato;  non entra in vigore subito, ma solo il 1 luglio 2016, per cui la minaccia di andare a votare con il “porcellum” se questa legge fosse stata bocciata era un vero bluff, una minaccia del calibro di una pistola ad acqua: se il Presidente della Repubblica avesse sciolto le Camere in base alla sentenza della Corte Costituzionale si sarebbe votato comunque con la legge proporzionale precedente.
C'è poi la questione dei capi lista bloccati in ciascuno dei 100 collegi elettorali (ancora da stabilire) che rappresenterebbero i favoriti del principe, cioè i deputati nominati direttamente dal vertice del partito in base a principi di obbedienza e non di capacità o di collegamento con il territorio, con l’aggiunta dello specchietto per le allodole che consente ai capilista la candidatura plurima fino a un massimo di 10 collegi; l'elettore avrà la possibilità di esprimere due preferenze, obbligatoriamente di genere diverso, quindi non premiando il merito o la competenza, ma esclusivamente il sesso; il partito con il maggiore resto dovrà cederlo a quello più piccolo; potranno partecipare alla competizione elettorale solo i partiti con uno statuto e non i movimenti di opinione.
L'altro precedente richiamato da Renzi e compagni è ancora più raccapricciante perché risale alla legge elettorale Acerbo varata nel 1923. Con essa Mussolini, superando il sistema proporzionale in vigore, attribuì i 2/3 dei deputati alla lista che avesse superato il 25% dei voti, sancendo la fine della rappresentatività democratica e l’inizio della fascistizzazione delle istituzioni con il partito unico nazionale. Il richiamo a questo precedente è un vero e proprio autogol per le sue impressionanti e preoccupanti analogie, tanto dettagliatamente illustrate nel blog dell’economista Federico Dezzani dal quale sono stati tratti le notizie e i fatti che seguono.
Cominciamo con la scalata al potere. Le analogie tra Renzi e Mussolini travalicano la semplice età anagrafica: a 39 anni entrambi salgono al Quirinale, non in base ad una vittoria elettorale, ma a seguito di un’oscura crisi di governo, e vi trovano un complice decisivo nell’assegnare loro l’incarico di primo ministro. Pur disponendo di un esiguo numero di parlamentari strettamente fedeli, ambiscono ad attuare riforme decisive per le sorti dello Stato: la riforma della Costituzione e della legge elettorale.
Mussolini, anticlericale ed ateo fino alla morte, non nutrì mai simpatia verso la massoneria ma, memore dell’aiuto decisivo ricevutone durante la marcia su Roma (i vertici militari che sconsigliarono il Re dal proclamare lo stato d’assedio e la grande industria e finanza), restò in ottimi rapporti con la loggia di Piazza del Gesù, manifestando la sua “simpatia per “un ordine nazionale che all’infuori di ogni settarismo serve la Patria con fedeltà al Governo nazionale”.
Nell'editoriale di addio al Corriere della Sera del 30 aprile 2015 il direttore Ferruccio De Bortoli parlando di Renzi lo ha definito un giovane caudillo maleducato di talento che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche, sottolineando che c’è da diffidare fortemente del suo modo di interpretare il potere e c'è da augurarsi che il Presidente Mattarella non firmi l’Italicum che è una legge sbagliata.  Già alcuni mesi prima, a settembre 2014, De Bortoli facendo cenno alla ostentata politica muscolare renziana, che tradiva una disarmante debolezza per l'inconsistenza della squadra dei ministri, uomini e donne scelti in base alla fedeltà invece che per la competenza, alludeva al fatto che intorno a Renzi ed al patto del nazareno si sentisse un certo odore stantio di massoneria.
Non ci sono prove notarili per affermare con sicurezza che Renzi appartenga a qualche loggia dal grembiulino e dal compasso, ma è certo che i personaggi che lo hanno assistito nella fulminea carriera politica e nell’ascesa a palazzo Chigi sono riconducibili alle Logge ed ai suoi principi. Dice Dezzani “massone è la maggioranza politica che lo insedia a Palazzo Vecchio, spodestando gli ex-PDS Leonardo Domenici e Graziano Cioni, ostili, secondo il piduista Licio Gelli, alle potentissimi logge massoniche di Firenze; massone di rito scozzese è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intimo degli ambienti nord-atlantici fin dagli anni ’70; massone è Denis Verdini, il braccio destro di Silvio Berlusconi che soprintende alla stesura ed all’esecuzione del Patto del Nazareno e che sarebbe pronto a votare l’Italicum per poi fondersi con i suoi fedelissimi nel futuro Partito della Nazione”.
Renzi sapeva che la sua posizione era in bilico ed aveva urgenza di blindarsi modificando in senso maggioritario la legge elettorale e abrogando il bicameralismo perfetto. La modifica della legge elettorale, di cui è fatto indefesso sostenitore Giorgio Napolitano, è stata la sua stella polare sin dalla sua nomina a segretario del PD. Un mese prima di sfrattare in malo modo Letta da palazzo Chigi  (complice Napolitano), durante una direzione del partito delineò già a grandi linee la riforma elettorale affibbiandogli il soprannome di Italicum. La minoranza del PD insorse e lui, conscio di non poter contare sui voti degli ex-DS, allacciò un canale diretto con Silvio Berlusconi, sigillato quegli stessi giorni dal Patto del Nazareno, auspice il conterraneo Verdini. Il capolavoro di astuzia politica dei due fiorentini e di imbecillità della minoranza PD si consumò al Senato il 27 gennaio 2015. Renzi era perfettamente consapevole che senza i voti determinanti di FI a Palazzo Madama non avrebbe potuto portare a casa nessuna riforma. Il Patto del Nazareno svolse alla perfezione il suo scopo e l’Italicum fu approvato con il sostegno decisivo di Silvio Berlusconi.
A quel punto Renzi cinicamente si rimangiò la parola sul candidato al Quirinale provocando la rottura del patto del Nazareno di cui non aveva più bisogno dato che il percorso dell’Italicum era diventato in discesa con un Berlusconi messo fuori gioco.
Tuttavia per non avere complicazioni proprio all’interno del partito il 20 aprile 2015 Matteo Renzi ha epurato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera i dieci esponenti della minoranza interna del Pd, in modo da impedire che fossero apportate modifiche alla riforma licenziata dal Senato sostituendoli con deputati fidati ed obbedienti.
Quindi l’imposizione del voto di fiducia contro il quale ben poco hanno potuto i dissenzienti dell’ultima ora.
Non c'è altro da aggiungere su questo capolavoro di incoerenza democratica, approvato da un parlamento pieno di abusivi, di inquisiti, di condannati, di ignoranti attaccati alla poltrona insensibili alle esigenze del popolo, di spergiuri di fronte al programma elettorale sul quale avevano chiesto il voto, indegni di rappresentare la nazione

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Il servo spietato e il Deus ex machina

TORQUATO CARDILLI - Un padrone volle fare i conti con i suoi debitori e incominciò con il servo che gli doveva di più, ben diecimila denari. Il poveraccio non disponeva nemmeno di un centesimo della somma ed il padrone, senza compassione, ordinò che fosse venduto insieme alla moglie, ai figli e alle sue povere cose e che con il ricavato si saldasse il debito.
Il servo miserabile gli si prostrò lavandogli i piedi con le lacrime e lo supplicò di dargli tempo e modo per la restituzione del debito. Di fronte allo strazio umano il padrone, che non aveva affatto bisogno di quel denaro, lo lasciò andare condonandogli il debito.
Il servo, dopo essere scampato ad una sorte orribile, sulla strada di casa incontrò un altro servo, nella sua stessa condizione di indigenza, che gli doveva appena mezzo denaro. Lo afferrò per il collo intimandogli il pagamento immediato. Quello gettatosi in ginocchio lo supplicava di dargli tempo e modo per la restituzione, ma il servo creditore non ebbe pietà e lo fece imprigionare.
La cosa fu riferita al padrone che, chiamato il servo da lui condonato, gli rimproverò la spietatezza di carattere e lo mise in mano agli aguzzini fino al pagamento dell’ultimo centesimo.
Questo raccontava duemila anni fa un personaggio di nome Gesù, di fronte ai farisei intrisi nell’egoismo, poco propensi a condonare i debiti.
In giorni più vicini a noi c’era un paese forte, ricco, ordinato che però perse una guerra fatta per sete di dominio (uber alles) e fu costretto dai vincitori a pagarne le dure conseguenze. Queste erano talmente pesanti che il paese sconfitto, ritenendole giugulatorie, si ribellò facendo un’altra guerra più atroce e sanguinosa della precedente. Perse pure quella in modo catastrofico, ma il vincitore (lo stesso della precedente) mosso a pietà e per convenienza geopolitica gli condonò il debito consentendogli di rinascere dalle ceneri e di rimettersi in piedi nella comunità internazionale.
Alcuni anni dopo quel paese ringalluzzito, decise di allargare la propria casa in favore dei fratelli separati, a spese dei cugini con i quali si era messo in società, condividendo politica, economia, scambi, trattati, frontiere, sicurezza, ecc.
I cugini benevolmente chiusero un occhio alle sue violazioni delle regole consentendogli di contrarre i debiti necessari che gli permisero di ridiventare egemone con una famiglia più grande ed una casa più sfarzosa.
Uno di questi cugini che era un debitore incallito, pur di sedere alla sua mensa lo aveva ingannato presentandogli dei conti fasulli ed occultandogli lo spaventoso debito che aveva dissipato in anni di gestione clientelare, di privilegi anacronistici riservati a pochi, di spregiudicate operazioni finanziarie. Scoperta la realtà il paese egemone pretese il saldo dei debiti pena l’espulsione dalla famiglia.
Ma girato l’angolo, ci si accorgiamo che un altro paese, intimo di quello ricco e forte, è sull’orlo della bancarotta. Per evitare il fallimento chiede ai creditori che sono proprio del paese ricco di mettersi una mano sul cuore e tagliare il debito per salvarlo dal fallimento. La vicenda contrariamente a quanto possiate immaginare non riguarda più il debito della Grecia o qualche altro paese cicala del Mediterraneo, ma la severissima Austria. In questo caso non viene recitata la tragedia, ma la commedia a lieto fine. Il paese ricco, che è sempre lo stesso, attraverso un accordo tra le due regioni più coinvolte (Baviera e Carinzia), taglia il debito all’Austria, ristrutturando quasi 1 miliardo e mezzo di euro, cioè quanto la Grecia non ha potuto rimborsare al FMI alla scadenza del 30 giugno, per cui è scoppiato il pandemonio.
Spiegata così ai bambini questa è la situazione di oggi: l’Europa, la cui carta fondamentale, dal trattato di Maastricht del 1992 e  successivi aggiornamenti di Amsterdam del 1997, di Nizza del 2001, e di Lisbona del 2007, aveva come obiettivi capisaldi quello di rafforzare la legittimità delle istituzioni, sviluppare la dimensione sociale della Comunità, istituire una politica estera e di sicurezza comune, prendere decisioni il più vicino possibile ai cittadini, rischia di andare in pezzi.
Secondo i canoni classici della tragedia, gli attori recitano dietro una maschera per nascondersi agli spettatori ai quali celano anche i veri interessi e i reali rapporti di forza: da una parte il primo ministro greco che ha prima sbaragliato in casa i governanti predecessori che avevano tradito il paese facendo debiti su debiti d’accordo con i creditori, e poi ha vinto un referendum popolare basato sull’orgoglio nazionale, dall’altra la cancelliera di ferro che deve guardarsi le spalle dall’inflessibile mastino, suo ministro delle finanze; in un lato la direttrice del FMI che pur parlando la stessa lingua del presidente francese, che appare sempre più suonato, non riesce a trovare una via d’uscita; in mezzo il super governatore della BCE che si è deciso a mettere in campo vagonate di soldi per salvare l’euro e, in un angolo, il premier italiano che si crede mediatore girando a vuoto su se stesso e che nessuno calcola, mentre sullo sfondo una serie di comparse nane ultime arrivate, più o meno al soldo, fanno la voce grossa aggrappate l’una all’altra per non cadere.
E’ una partita di bluff con continui rilanci e rialzi della posta. Un vero gioco delle parti: tutti sanno che Atene non potrà mai ripagare il debito attuale; i presidenti e ministri europei comprano tempo con annunci decrittabili solo da pochi, mentre le loro banche e i loro speculatori vendono e comprano denaro. In pochi giorni le borse vanno in altalena da mozzafiato giù e su, come sulle montagne russe, per centinaia di miliardi di euro che non si sono volatilizzati ma che sono finiti in ben noti forzieri.
La Grecia, paese con il più alto debito rispetto al PIL, è con il cappio al collo, uncinata dalla Germania con condizioni capestro: in tre giorni dovrebbe effettuare il taglio alle pensioni, l’innalzamento dell’Iva, la riforma del codice civile, la riforma del fisco, i tagli alla difesa, la riforma della pubblica amministrazione, la riforma dell’Istituto di Statistica, la cessione di sovranità in favore della Troika che si installerebbe ad Atene, l’accettazione di un fondo speciale di garanzia sotto la supervisione della Troika, la rinuncia a qualsiasi taglio del debito, ecc. Se non si piega niente negoziato sul finanziamento di nuovi prestiti che servono, si badi bene, non a rimettere in moto l’economia e la crescita, ma a pagare le rate che nel frattempo maturano a scadenza dei vecchi prestiti.
In questo modo il debitore è sempre permanentemente a rischio fallimento: se non riceve i prestiti non può rimborsare le rate in scadenza.
In termini più semplici, l’effetto finale della crisi sarebbe per la Grecia scegliere la via dell’indebitamento sempre maggiore per continuare a dare soldi alle banche e ai grandi speculatori, che in passato hanno acconsentito ad una modesta ristrutturazione del debito (definita dai tecnici come un “haircut”) scambiando i titoli greci di cui erano pieni con quelli nuovi emessi dal Fondo salva Stati costituito dai Paese dell’Eurozona. Ora le banche, originari prestatori, stanno  al sicuro, perché hanno riversato sui governi europei i crediti da farsi rimborsare da Atene naturalmente con il pagamento preliminare degli interessi. E a chi andranno questi interessi? Ma ai prestatori originari poiché sono stati loro a prestare i soldi ai Governi che hanno ricomprato il debito greco: insomma gira e rigira sono sempre le stesse banche del famoso taglio di capelli. Dopo aver lucrato per anni interessi da strozzinaggio, hanno rivenduto il loro credito agli Stati ai quali hanno prestato i soldi per la transazione e quindi finiscono per incassare comunque gli interessi che vengono dalle tasse del paese più indebitato. E gli  Stati europei sono ridotti al ruolo di esattori degli interessi pagati dai cittadini!
Dove sia finito lo spirito comunitario europeo della crescita, del benessere, della cooperazione nessuno lo sa o forse non è mai esistito.
Tutti sanno invece che la Grecia non può ripagare il suo debito di oltre 380 miliardi di euro equivalente al 177% del PIL che è crollato ad appena 220 miliardi, con un’economia disastrata dopo una recessione che dura dal 2008 con una disoccupazione del 27%.
Anche la semplice massaia sa che se guadagna 3 con un debito di 100 non può pagare 10 (come gli viene richiesto dal creditore) se non allungando temporaneamente la corda della sua impiccagione che consiste nel fare debiti nuovi per pagare i debiti vecchi.
Secondo lo stesso FMI la Grecia dovrebbe registrare un incremento del PIL del 3% all’anno per poter ripagare circa 200 miliardi (cioè poco più della metà del debito) entro il 2064 cioè entro 50 anni!
Ci si potrebbe porre la domanda sul perché l’Europa abbia trascinato per tanto tempo la questione greca senza risolverla alla radice da almeno quattro anni. La risposta sta nel fatto che la Francia e soprattutto la Germania non hanno voluto perdere un quattrino, ed hanno fatto di tutto per salvare le proprie banche che erano esposte con il debito greco lucrando altissimi interessi.
Nel 2010 quando ci fu la prima tornata negoziale sul debito le banche di Francia, Germania e Svizzera possedevano più della metà del debito greco.
Tra il 2010 e il 2012 il piano di aiuti europeo alla Grecia di 255 miliardi di euro non è servito a risanare il bilancio (vedi specchietto) ma solo a ripagare i creditori della Grecia: per metà è stato utilizzato per ricomprare quel debito e pagare gli interessi, il 20% è andato alle banche greche e il resto per le attività di ristrutturazione. In definitiva, più dell’80% dei cosiddetti “aiuti” della troika è andato a beneficio diretto o indiretto del settore finanziario, soprattutto tedesco e francese che ha ridotto in egual misura la propria esposizione, mentre il severo programma di austerità fiscale e salariale imposto bruciava un quarto del reddito nazionale e riduceva  in povertà milioni di persone, portando l’intero paese sull’orlo della destabilizzazione. Nel frattempo il debito della Grecia è esploso, passando dal 130% del Pil del 2010 al 177% di oggi.
Ma di quei soldi della Troika ben poco è andato speso in favore del popolo greco che con le nuove misure draconiane, definite il catalogo dell’orrore, continuerebbe a pagare per ciò che non ha ricevuto con ciò che non ha.
Questi dati mostrano quanto sia stata ingannatrice la propaganda nord europea secondo cui “i soldi dei contribuenti” siano serviti a salvare la Grecia; la verità è che, con la scusa di salvare le “cicale greche”, i soldi di tutti noi sono stati utilizzati per salvare ancora una volta le grandi banche del ristretto mondo finanziario.
Il referendum greco, contro cui si era schierata mezza Europa da Juncker a Shultz, da Merkel a Tusk, da Hollande a Draghi, compreso il nostro primo ministro, ha messo al centro del tavolo la questione della democrazia e del debito. Tsipras aveva promesso che in caso di vittoria avrebbe chiesto la cancellazione di buona parte del valore nominale del debito pubblico ed un significativo periodo di moratoria sul rimborso della parte rimanente.
Se la Grecia accettasse supinamente quanto gli chiedono i falchi dell’Europa finirebbe per dover pagare 25 miliardi all’anno per quaranta anni (cioè la bella somma di 1000 miliardi) per un debito che oggi è inferiore ai 400 miliardi, mentre per innescare la rinascita del paese con grandi investimenti pubblici in una traiettoria economicamente sostenibile bisognerebbe che quel debito fosse dimezzato.
La vittoria del popolo greco nel referendum ha fatto venire l’herpes o l’orticaria ai presidenti europei: oggi il debito greco solo per il 15% è in mano al settore privato, mentre oltre il 65% del totale è rappresentato da crediti dei governi dell’eurozona ed il 20% è diviso tra Fondo monetario internazionale e BCE.
Dopo una maratona negoziale durata 48 ore, distribuite in quattro vertici anche con sedute notturne e in vari incontri bilaterali conditi da qualche insulto e gesto forte, in un’atmosfera cupa di disastro imminente è arrivato, come nel canovaccio della tragedia greca classica, l’intervento del deus ex machina. Improvvisamente l’accordo è stato raggiunto all’unanimità, spezzando le reni alla resistenza greca.
Forse un giorno sapremo se quel Deus avrà avuto le sembianze di un intervento drastico da oltre oceano. Non è infatti un mistero che il governo USA sia atterrito dall’idea che l’alleato ellenico, umiliato e espulso come un appestato possa rivolgersi abbandonando la Nato al nemico di sempre, alla Russia, contro cui si vuole erigere la cintura di sicurezza.

UTILIZZAZIONE DEI FONDI DELLA TROIKA
in miliardi di euro

32% perscadenze del debito 81,3
19% per ricapitalizzazione banche 48,2
16% pagamento interessi 40,6
14% taglio ai bond sovrani 34,6
6% deficit primario 15,3
5% per fabbisogno di cassa 11,7
4% per riacquisto del debito 11,3
3% per restituzione al FMI 9,1
1% per restituzione a lFSS 2,3
100% Totale 254,4
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MALEDETTI DERIVATI

TORQUATO CARDILLI - L'ambizione più persistente dell'uomo è quella di cercare un perché,  e di rispondervi, su tutto quanto lo circondi; tuttavia molte, moltissime, sono le cose che sfuggono alla sua comprensione. Per questo Shakespeare mette in bocca ad Amleto il celebre aforisma secondo cui ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne possiamo immaginare. Ma chi riesce, prima di altri, a dare la risposta alla domanda si trova in posizione di vantaggio che si tramuta sempre in una condizione di predominanza economica sui suoi simili.
In un senso molto grossolano, stando a quanto racconta Aristotele, il precursore dello sfruttamento di un’idea al fine economico della massimizzazione del profitto, sarebbe stato nientemeno che Talete di Mileto. Tra il VII e VI secolo a.C., il filosofo geografo e matematico, fece la previsione, quand'era ancora in pieno inverno, in base a calcoli astronomici e climatici, di un’abbondante raccolta di olive. Disponendo di poco denaro ricorse al credito, indebitandosi, per acquistare tutti i frantoi di Mileto e di Chio per una cifra tutto sommato modesta, perché nessuno ne faceva richiesta. Quando giunse il tempo della raccolta, molti contadini furono costretti, dalla necessità di provvedere alla molitura, a rivolgersi a Talete che affittò i suoi frantoi al prezzo da lui imposto, accumulando così una ricchezza di proporzioni sconosciute ad una economia primordiale.
In questa storia, a cavallo tra la realtà e la leggenda, l'aspetto rilevante non consiste tanto nella previsione del raccolto abbondante, ma nell'aver comprato tutti i frantoi disponibili ad un prezzo conveniente, come forma di assicurazione per il futuro, applicando inconsciamente la teoria della formazione del cosiddetto derivato.
Ci vollero altri 25 secoli perché tale strumento si consolidasse come leva economica. Nell'ottocento i contadini americani portavano il raccolto al mercato senza sapere a che prezzo lo avrebbero venduto, sperando che il ricavato li potesse ripagare della fatica e consentisse loro una crescita economica. Poteva succedere però che, a causa di un eccesso di produzione per il maggior numero di terre coltivate, i prezzi crollassero e senza compratori la merce restava invenduta e deperiva. Al contrario, poteva anche accadere che il raccolto risultasse scarso e che il compratore fosse costretto a pagare un prezzo molto elevato pur di rifornirsi. In entrambi i casi la situazione presentava un'alea notevole con rischio di rovina o di pregiudizio alle prospettive di un'attività economica redditizia. Allora produttori agricoli e commercianti si ingegnarono per proteggersi dalle perdite economiche e iniziarono a stipulare contratti che prevedevano la consegna futura della merce: il contadino si garantiva un mercato di sbocco sicuro e il commerciante una determinata quantità di prodotto da commercializzare.
Ma questo abbozzo di contratto sul futuro non eliminava del tutto il rischio d'impresa, perché non offriva garanzie sulle oscillazioni del prezzo, sulla quantità o sulla sua qualità del prodotto. Nacquero così, alla borsa merci di Chicago, i veri "futures", cioè i contratti che davano la garanzia della qualità, della quantità della merce, del luogo e del momento della sua consegna; si trattava di contratti non vincolati all’economia reale, ma a un suo derivato (il bene sottostante detto underlying asset) dipendente da tante variabili. I primi contratti erano stipulati esclusivamente sulle materie prime di largo consumo: cereali, cacao, zucchero, legname, metalli ma poi si estesero anche ad altri settori merceologici a più alto valore intrinseco, permettendo di gestire il rischio tanto per il venditore quanto per l'acquirente. Il contratto, con il prezzo vincolato al valore della cosa o dell’attività a cui si riferiva, diede un enorme impulso all'attività economica consentendone la stabilizzazione con una certa prevedibilità di risultati.
Un esempio pratico vale più di mille parole teoriche: due aziende, una di trasporti e l'altra di prodotti petroliferi, in rapporti di affari, pur perseguendo un interesse opposto, si trovano entrambe di fronte al rischio della fluttuazione del costo del greggio. In caso di rialzo del prezzo del petrolio, l'azienda petrolifera ci guadagna mentre quella di trasporti che dovrà sostenere l’aumento del costo del carburante, ci perde.
Volendo sterilizzare l’effetto delle oscillazioni del prezzo del petrolio, le due parti sottoscrivono un contratto derivato simmetrico, cioè un future sul petrolio, con il quale si impegnano ad effettuare un’operazione a data e prezzo concordato. Con quali conseguenze? L’azienda di trasporti, nel caso di aumento del greggio, perderebbe subito soldi sul gasolio consumato dai suoi camion, ma guadagnerebbe dalla posizione acquisita sul future a prezzo già determinato. In modo altrettanto speculare l’azienda petrolifera guadagnerebbe più soldi subito dal petrolio venduto, ma registrerebbe una perdita sul contratto future da onorare in seguito ad un prezzo inferiore a quello di mercato.
Le due imprese hanno così perfettamente sterilizzato per i loro bilanci l’effetto dell’aumento del prezzo del petrolio. Ma lo strumento finanziario può essere anche definito asimmetrico se si concorda che sia solo il venditore obbligato a soddisfare la volontà del compratore, che pagando un prezzo aggiuntivo, detto premio, acquista il diritto di decidere in data futura se effettuare oppure no l’acquisto del bene.
Poiché l’appetito, come si dice, viene mangiando, i capitalisti americani pensarono che l’oggetto origine del derivato non dovesse essere per forza una derrata alimentare o una merce qualsiasi, ma che lo strumento tecnico, indispensabile per gestire il rischio (monetario, economico, di interesse, di prezzo, di cambio e così via) potesse anche essere utilizzato in altri settori ed avere una natura prettamente finanziaria (come ad esempio i titoli azionari, i tassi di interesse e di cambio, gli indici di borsa).
Occorre un altro esempio dedicato alla moneta per capire cosa si nasconda dietro la fluttuazione dei cambi. Se una società che opera in euro fa un contratto con un’altra società per una commessa da pagare dopo sei mesi o un anno in dollari, entrambe pensano di assicurarsi contro le possibili fluttuazioni del cambio euro-dollaro perché il prezzo pattuito di 100 potrebbe valere 120 oppure 80 in termini di altra moneta. Allora si accordano di sottoscrivere un futures con una rivalutazione-svalutazione ipotetica predeterminata che faccia da scudo per la somma di denaro contrattata, alle eventuali oscillazioni, anche brusche, di cambio. Alla scadenza del futures la somma pattuita viene liquidata: il contraente A paga al contraente B il dovuto assieme all’eventuale differenza pattuita di fluttuazione consentita (ad esempio il 5% in più o in meno a prescindere dal cambio effettivo). Dunque si dimostra che il prodotto finanziario non ha più correlazione con l'oggetto materiale del contratto, ma solo con la cifra di denaro per cui il futures è stato sottoscritto.
Proprio questa mancanza di legame all’economia reale ha permesso il circolo vizioso che si è creato attorno ai derivati, nati per contribuire alla stabilità, e che invece approfittando della mancata vigilanza delle istituzioni preposte e della politica, a volte disattenta per ignoranza ed a volte per connivenza, sono stati impropriamente utilizzati da gruppi finanziari come grimaldelli per la speculazione più selvaggia e il saccheggio di risorse pubbliche, con costi rilevantissimi per la società e per l’economia mondiale destabilizzandola e sprofondandola in una crisi sistemica che ci ha avviluppato da otto anni, seppure in misura diversa da paese a paese.
Con il tempo, dal rapporto diretto tra le parti si è passati all’intermediazione di una banca (broker-dealer) che in caso di rescissione da parte di un contraente, funge da rivenditore del contratto stesso (cosa che sarebbe stata impossibile se le due parti avessero fatto il contratto senza mediatori) denominato OTC (over the counter), cioè abbastanza liquido.
Se invece le parti fanno a meno della banca broker e negoziano il loro affare direttamente sul mercato di borsa, il contratto è definito molto liquido: in caso di rescissione, la parte insoddisfatta può rivendere il contratto sul mercato stesso molto facilmente a chiunque, pur perdendoci.
Grazie all’assenza di regole che vietassero troppi “passaggi” di mano e speculazioni, poco alla volta il sistema si è fatto sempre più complicato tipo scatole cinesi, tanto che meno del 2% dei futures vengono ora effettivamente portati alla loro “fine naturale” dagli attori originari, mentre il 98% viene venduto e ricontrattato a fini speculativi varie volte, perdendo qualsiasi legame con il futures iniziale e diventando di fatto, una mera scommessa di carta, immessa nel calderone di titoli tossici di ogni banca o fondo.
Non era impossibile prevedere che il progressivo mutamento della natura dello strumento, connesso ad un aumento accelerato di liquidità, contenesse il germe della crisi, ma gli esperti di ogni governo (dagli Stati Uniti in giù) hanno preferito tacere per non svelare i conflitti di interesse e  per non essere costretti a confessare gli errori commessi. Una banca che si fosse trovata improvvisamente a corto di liquidità avrebbe lasciato scoperti e non assicurati contro i rischi sterilizzati dai derivati, tutti i clienti che l’avevano usata come intermediario di riferimento. E così è accaduto nel caso della banca d’affari Lehman Brothers e di tante altre: sono saltati gli equilibri su cui si basava il complicato sistema di scatole cinesi. Quando gli investitori hanno cercato di riscuotere i vari titoli emessi, si è scoperto che dietro di essi non vi era nessuna garanzia e si sono ritrovati in mano titoli che non corrispondevano più a niente, solo carta straccia.
Il fallimento della Lehman Brothers ha segnato l’inizio della crisi mondiale, generando tali e tante ripercussioni a valanga sul sistema finanziario che le autorità politiche e monetarie si sono concertate per procedere a salvare ove possibile il proprio sistema bancario. Questo spiega tante cose anche a livello italiano con il regalo di 7 miliardi fatto dal governo Letta e dal parlamento (PD+FI) alle banche private con la rivalutazione delle quote della banca d’Italia, mescolata alla sterilizzazione dell’Imu, o con la vicenda del Monte Paschi di Siena o dell’Unicredit, o della Banca Carige ecc.
Purtroppo anche il Tesoro italiano è entrato ottusamente da molti anni, all’insaputa dell’opinione pubblica senza che i media ne facessero parola, nel gioco delle scommesse sconsiderate sui derivati che hanno bruciato le tasse  dei contribuenti e possono in prospettiva far saltare i conti del paese.
Alternativamente fonti di palazzo Chigi o di Via XX Settembre lasciano trapelare entusiasmo per i benefici determinati dal calo degli interessi sul debito pubblico, o dal “quantitative easing” deciso dalla BCE a favore delle banche, ma non dicono nulla sui 160 miliardi di contratti sottoscritti dal Tesoro, in gran parte nel periodo 1990-2000 e nei primi anni del secolo, con le maggiori banche d’affari internazionali.
Secondo Eurostat i derivati di Stato hanno già pesato sul debito pubblico per circa 17 miliardi di euro dal 2011-2014 (governi Berlusconi, Monti, Letta) e per oltre 5 miliardi solo l’anno scorso (governo Renzi) e l’entità dei derivati sottoscritti dall’Italia può essere considerata come una bomba ad orologeria dell’Eurozona. C’è chi parla di 42 miliardi di euro di perdite potenziali (non ancora ascrivibili nei bilanci dello Stato perché riferiti  a operazioni finanziarie da saldare al momento della scadenza, tra vari anni) e chi parla di una cifra largamente più alta. Nel silenzio del Governo nonostante le interrogazioni parlamentari dell’opposizione, è lecita ogni supposizione sull’opacità di una gestione complessiva avvalorata dalla mancata costituzione quale parte civile nel processo di Trani contro le agenzie di rating Sandard&Poor’s e Fitch, che secondo l’accusa avrebbero fraudolentemente pilotato il giudizio negativo sull’affidabilità del paese proprio per speculare sui derivati.

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