Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

SUL PROPRIO ONORE

TORQUATO CARDILLI - Già in altre occasioni è stato trattato il tema dell’onore, ma in tempi in cui chi meno ne ha più se ne vanta è bene tornare sull’argomento.
L’onore è una dignità personale, strettamente correlata alla professione, alla funzione nella società, all’età, alla formazione culturale ecc., derivante dalla altrui considerazione. E’ questa valutazione o riconoscimento esterno che conferisce valore morale e merito degni di stima e di rispetto che però possono scemare o scomparire del tutto in caso di colpa, di macchia, di onta per un’azione moralmente indegna secondo il cosiddetto senso comune, tanto che pensatori e scrittori, antichi e moderni, non hanno esitato a dire che “l’onore è come l’anima, non ritorna da dove se n’è andata”(Publilio Siro), oppure che “ la gloria la si deve acquistare, l'onore invece basta non perderlo”(Schopenhauer), oppure che “l'onore lo si può solo perdere” (Cechov).
In epoca medioevale il concetto di onore era connesso all’esistenza di qualità guida come il coraggio, la moralità, la lealtà, l'onestà.
L'onore di un uomo, quello di sua moglie, o quello della sua famiglia e dei parenti, anche se defunti, costituivano una questione importante in ogni sfaccettatura e l’uomo d’onore restava sempre in guardia contro insulti, effettivi o solo sospettati, che avrebbero menomato la sua rispettabilità.
Dunque la parola "onore" è sempre stata utilizzata per descrivere la caratteristica di uomini e donne con un alto senso morale ispirato a quelle qualità guida, o in grado di raggiungere le più alte vette del successo senza mai perdere la fiducia della società. In questo senso anche un uomo analfabeta che avesse in sé vivo il sentimento di onore e di fedeltà, poteva sopravanzare un accademico narcisista pronto ad ogni cortigianeria pur di farsi avanti nella società o un generale vigliacco privo di dirittura morale perché come dice Chamfort la stima vale più della celebrità, la considerazione più della fama, l'onore più della gloria.
Dall’onore è nato l’aggettivo onorevole per indicare chi è degno d'onore, di rispetto, di stima.
Nella letteratura del XVI secolo si trova l’utilizzazione di questo epiteto nel famoso discorso politico di Antonio sulle spoglie di Cesare nella tragedia di Shakespeare (atto 3, scena 2): “… Il nobile Bruto ha detto che Cesare era un ambizioso: se lo è stato si tratta di una grave colpa e gravemente Cesare ne ha pagato il fio. ...Bruto dice che Cesare fu ambizioso; e Bruto è un uomo onorevole … tutti avete visto come Cesare per tre volte abbia rifiutato la corona: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore...”
In Italia l’aggettivo è stato sostantivato e trasformato in un titolo attribuito ai membri del parlamento che l’hanno interpretato, al di là del suo significato, come il diritto a godere di una dignità superiore a quella dei cittadini, con la quale rinchiudersi in una torre d’avorio castale che ha finito per accrescere nella coscienza popolare il senso di distacco e di scollamento tra classe politica e paese reale. Questa usanza iniziò nel 1848 nella Camera subalpina quando venne letta una lettera del deputato Tola che cominciava con "Onorevoli deputati", anziché con la formula preesistente “Signori Deputati”. Da allora l’uso è diventato prassi e con la prassi ne è stato svilito ed inflazionato il significato.
La Costituzione della repubblica italiana impone l’onore come una divisa d’ordinanza a chi abbia una pubblica responsabilità. La formulazione dell’art. 54, comma secondo, è chiarissima e non può essere soggetta a interpretazioni di comodo (i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche sono tenuti al rispetto del dovere di adempierle con disciplina ed onore).
Da qualche settimana un programma televisivo serale “un giorno in Pretura”, seguito a tarda notte da milioni di telespettatori come se fosse un “grande fratello pubblico”, mette a nudo come certi “onorevoli” che giuravano sul proprio onore di non aver mai pagato una donna, fossero invece dediti alle gozzoviglie e all’utilizzazione sfrenata del meretricio come strumento di appagamento di istinti devianti.
Ma l’argomento che più di altri in questo fine di anno ha tenuto banco è stato quello dello spolpamento sistematico delle risorse finanziarie di quattro banche da parte dei propri dirigenti e amministratori, conclusosi con la perdita totale di centinaia di milioni di euro da parte di decine di migliaia di piccoli risparmiatori. Dei quattro istituti quello che ha fatto più scalpore è stato la Banca Etruria, non tanto per la magnitudine del buco, quanto per la notorietà di chi, anziché fare la parte del gatto ha fatto quella del topo nel formaggio.
In un documento ufficiale redatto secondo i dettami dell’Organo di Vigilanza, distribuito all'assemblea dei soci di banca Etruria dell'aprile 2013, e pubblicato su internet si legge che “da 130 anni l'azienda pone in primo piano i principi di integrità, fiducia e lealtà nei confronti dei colleghi e dei clienti … la nostra mission è la parte costituente del codice etico. ... Meritocrazia.... competenza...professionalità ... eticità...si sposano con una sana e prudente gestione del rischio come richiede la vigente normativa”. Roba da rassicurare qualsiasi piccolo risparmiatore. E invece se fossero state illustrate le caratteristiche dei titoli subordinati, fatti sottoscrivere con forme di pressione inaccettabili nei confronti di anziani e pensionati, finanziariamente illetterati, sarebbe stato chiaro che si trattava di scommesse dall’altissimo rischio di perdita e dal basso guadagno in condizioni di gran lunga peggiori di quelle di un “gratta e vinci” sistema che deve restituire in vincite il 72% delle giocate, mentre le subordinate della banca Etruria avevano il 63% di probabilità di perdita del capitale, date le condizioni finanziarie disastrate della Banca.
Tra i nomi dei papaveri dirigenziali si trova anche quello di Pier Luigi Boschi, dal 2009 al 2014 Consigliere del CdA a 40.000 euro l'anno + 6.000 euro quali gettoni di presenza e altri 2.400 euro quale indennità del comitato di controllo e che a meno di 90 giorni dalla nomina della figlia a ministro della Repubblica, diventa vice presidente della stessa Banca con un aumento secco stipendiale di 100.000 euro l'anno.
Boschi, con un passato politico tutto democristiano, non ha avuto alcuna notorietà fino ad oggi a livello nazionale, ma era molto noto a livello locale, con incarichi in decine di consigli di amministrazione di aziende agricole, associazioni, cooperative. Titolare dell’azienda agricola e tenuta "il Palagio", è stato Presidente della Confcooperativa Arezzo dal 2004 al 2010 e anche dirigente alla Coldiretti di Arezzo, in un crescendo di posizioni fino alla sua estromissione dall’Istituto finanziario in forza del commissariamento da parte di Bankitalia dell’11 febbraio 2015. Boschi è stato anche membro del comitato esecutivo di Etruria, luogo in cui passavano tutte le decisioni di rilievo, tanto è vero che il Governatore della Banca d’Italia 5 mesi prima del commissariamento gli aveva inflitto ben 4 multe da 36 mila euro ciascuna, (per un totale di 144 mila euro, cioè un intero stipendio annuo) per le quattro maggiori irregolarità contestate: violazioni delle regole sulla “governance”, violazione delle norme sui controlli interni, carenze nella gestione e nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni all’organismo di vigilanza.
Il quarto comandamento del decalogo dato da Dio a Mosè (onora il padre e la madre), tramandato fino ai nostri giorni, non ammette interpretazioni. E’ un comandamento che obbliga tutti indistintamente verso due specifiche persone degne del nostro rispetto a prescindere dalle loro qualità intrinseche e dalla loro rettitudine. Per questo la cattolica credente Maria Elena Boschi, ministra della Repubblica, ha manifestato pubblicamente l’amore verso il padre con una mozione degli affetti sui sacrifici fatti in gioventù dal genitore per assicurarsi un futuro e consentire alla figlia di arrivare, prima nella famiglia, al coronamento degli studi con la laurea.
Ma il contesto di un’aula parlamentare non era il più appropriato a una lezione di catechismo infantile.
La ministra era chiamata a chiarire se era a conoscenza del dissesto finanziario e amministrativo dell’azienda del padre, che aveva portato la Banca d’Italia prima a infliggere sanzioni e poi al commissariamento e che l’azione del Governo avrebbe improvvisamente ridotto in povertà migliaia di cittadini che avevano incautamente affidato i loro risparmi a un gruppo dirigente, suo padre compreso, che li aveva invece sperperati in prestiti agli amici ecc.
La Boschi, con abilità di avvocato, ha spostato l’attenzione e la discussione dall’aspetto etico comportamentale suo nei confronti del Governo che decideva le sorti dell’Istituto del padre, in quello affettivo sentimentale nei confronti del genitore. Quindi ha usato i toni della figlia che difende l’onestà del padre piuttosto che quelli del ministro che parla di una banca spolpata dai manager e commissariata dal governo, cercandone e sancendone le responsabilità.
Anziché dire a chiare lettere di non aver partecipato al consiglio dei ministri che ha approvato l’azzeramento delle azioni e obbligazioni dei piccoli risparmiatori e che quindi non c’era il conflitto di interessi, elemento portante della mozione di sfiducia dell’opposizione, si è limitata a dire di essere orgogliosa di fare parte di un governo che esprime il semplice concetto del “chi sbaglia paga”. Ma non ha specificato che il decreto del governo del 22 novembre 2015, detto popolarmente “salva banche” era in realtà un “salva banchieri” perché rendeva impossibile per legge (articolo 35, comma 3) qualsiasi rivalsa diretta da parte dei risparmiatori truffati contro i dirigenti dell’Istituto e che suo padre era in una botte di ferro costruitagli dal governo.
Quindi il messaggio amplificato dai media compiacenti nelle teste degli italiani è stato il contrario della realtà perché quel comma sancisce che chi ha sbagliato non pagherà. E a questo punto anche dando per buona la versione di palazzo Chigi di non partecipazione della Boschi al voto in consiglio dei ministri sul decreto (ma a questo punto non si capisce perché il verbale della riunione sia stato segretato), è stato accertato che invece la Boschi fosse presente alla riunioni preparatorie con la stesura del comma “pro-padre” sotto gli occhi ben visibile.
Tutti sanno che la mozione di sfiducia è stata respinta, ma ai più è sfuggita una circostanza affatto onorevole, mai accaduta prima, e cioè che la Boschi abbia votato no alla mozione che voleva destituirla come inesorabilmente scritto sul tabellone luminoso e immortalato in rete. Prova questa di disonorevole inesistenza di savoir faire istituzionale: fino ad ora nessun politico aveva mai votato apertamente per la propria assoluzione, anzi proprio per evitare il conflitto di interessi c’è stata la prassi di voto dell’accusato a favore dello stato di accusa!.
Se Francesco I re di Francia scrivendo alla madre Luisa di Savoia, dopo la terribile disfatta di Pavia del 1525 si espresse con "Tutto è perduto fuorché l'onore", della ministra Boschi dopo la performance parlamentare che l'ha illusa di aver salvato la faccia, si potrebbe dire in modo del tutto opposto "nulla è perduto, fuorché l'onore", confermando quanto ebbe a sentenziare Lawrence d’Arabia, dopo aver scoperto il tradimento delle intese in base all’accordo politico segreto Sykes-Picot, secondo cui “l'onore ha un senso persino fra i ladri, ma non ne ha nessuno nella politica.”
E concludiamo questa carrellata sull’onore di chi sta ai piani alti della società e che dovrebbe dare l’esempio, citando il comportamento degli augusti genitori del ragazzotto di Rignano. Secondo la legge sulla trasparenza patrimoniale dei ministri e dei loro familiari, alla Presidenza del Consiglio sono state depositate il 6 agosto 2015 due dichiarazioni sui patrimoni e le cariche societarie possedute nel 2014, che si aprono con l’impegnativa attestazione del firmatario che “Sul proprio onore afferma che la dichiarazione corrisponde al vero”.
Sotto il primo documento, dopo la dichiarazione “non sono intervenute nel 2014 variazioni”, c’è la firma di “Tiziano Renzi” e sul secondo, dopo l’affermazione di “avere cambiato auto, prendendone una usata” c’è quella di “Laura Bovoli”, cioè il babbo e la mamma di Renzi.
Quindi per chi è addetto al controllo significa che tutto è rimasto come nell’anno precedente 2013, quando papà Tiziano aveva dichiarato di non possedere nulla se non una società personale che aveva il suo nome e mamma Laura aveva elencato le 3 proprietà immobiliari di Rignano sull’Arno, e dichiarato di avere l’8% delle azioni di Eventi6, società posseduta con le figlie, e di averne la presidenza. Null’altro di variato nel 2014.
Ma siccome il diavolo fa le pentole e non i coperchi ecco che si scopre l’inghippo. Entrambi hanno dimenticato di elencare tra i beni l’ultima acquisizione familiare, cioè la società Party srl, risalente al 12 novembre 2014 (cioè a 9 mesi prima della dichiarazione giurata). Di questa nuova società, specializzata in consulenza immobiliare, papà Renzi detiene il 40% del capitale e mamma Renzi è amministratore unico, mentre il 20% è detenuto dalla Creazione Focardi e il 40% dalla Nikila Invest, che qualche mese dopo avrebbe fatto un vero affare comprando il teatro comunale di Firenze da trasformare in grande resort.
Chi se la sarebbe mai aspettata una simile sbadataggine sull’onore e una tale matassa di interessi?

comments

Conflitto di interessi e tutela del risparmio

TORQUATO CARDILLI - Boschi: sostantivo maschile plurale per indicare un insieme di alberi, ma in senso figurato anche un mucchio di frasche sul quale i bachi preparano il bozzolo, cioè un groviglio, un intrico disordinato. Appunto quello rappresentato dai “Boschi” umani coinvolti nell'affare della Banca Etruria.
Cerchiamo di dipanare il groviglio per quanto possibile, incominciando dal conflitto di interessi per finire con l’incostituzionalità della legge sul “bail in” votata nel parlamento europeo e poi in quello italiano da tutti i partiti di governo e di finta opposizione, compresi quelli che ora si strappano le vesti come la Lega e Forza Italia, eccetto il M5S.
Sin dall'antichità il conflitto di interessi è stato considerato come il principale fattore inquinante del corretto rapporto tra Stato e cittadino e come la culla di un possibile esito corruttivo. Esso si verifica quando un soggetto, titolare di un’alta responsabilità, abbia degli interessi personali, di qualsiasi natura, non solo monetari o di carriera, ma anche di carattere affettivo, in conflitto con l’imparzialità richiesta dalla legge per l’espletamento delle funzioni connesse alla carica.
Il verificarsi del conflitto di interessi non costituisce di per sé una prova che siano state commesse scorrettezze, ma può dar luogo ad un'indebita agevolazione di interessi particolari nel caso in cui l'interessato non ne faccia autodenuncia esplicita, lasciando che esso finisca per influenzare il risultato di una decisione. In altre parole, dall’esistenza del conflitto di interesse non denunciato discende una condotta impropria soprattutto quando l’autorità al centro della vicenda compie atti, o lascia che altri compiano atti, che costituiscono un vantaggio per qualcuno a danno di qualcun altro. Il che significherebbe la negazione dell'imparzialità dell'amministrazione della cosa pubblica che deve essere rivolta unicamente al bene collettivo.
Tanto per sottolineare come il conflitto di interessi non sia cosa da poco conto, né solo di questi tempi, basta ricordare che oltre due mila anni fa, la legge Giulia, varata dal Senato romano nel 218 a. C., in piena seconda guerra punica contro Annibale, proibiva ai senatori ed ai loro figli di possedere navi che trasportassero più di 300 anfore, dato che l'attività del trasporto marittimo di derrate alimentari, totalmente in mano al patriziato, era l'attività economica più redditizia. Teniamo sempre a mente questo alto senso dello Stato proprio perché il conflitto di interessi è un concetto ostico per la mentalità italiana soprattutto in chi riveste posizioni di rilievo nella politica e nella società.
Il problema del conflitto di interessi, tutt’ora non risolto, ha assunto una notorietà nazionale da quando Berlusconi, nel 1994, padrone di un impero economico e mediatico senza concorrenza, è entrato in politica per difenderlo meglio con qualsiasi mezzo. Da allora politici di destra e di sinistra hanno tutti agito sempre allo stesso modo. Gli interessi personali, di qualsiasi natura, sono stati celati e tenuti protetti.
I più dotti costituzionalisti si sono sgolati invano nel ripetere che l'art. 54, comma secondo, della Costituzione obbliga i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche al rispetto del dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge secondo la formula “giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione”.
Nella vicenda della Banca Etruria, che vede coinvolti Maria Elena Boschi, Ministro per i rapporti con il parlamento e factotum delle riforme costituzionali, suo padre Pier Luigi Boschi, già multato dalla Banca d’Italia per condotta scorretta e poi fatto vice presidente della Banca, e suo fratello Emanuele Boschi, già dirigente della stessa per 7 anni in qualità di capo settore crediti e investimenti si evidenzia un reiterato conflitto di interesse molto grande.
Come noto, la Banca Etruria, nel 2012 e nel 2013, è stata oggetto di approfondite ispezioni della Banca d'Italia che ha finito per sanzionarne tutto il Consiglio di Amministrazione, compreso Pier Luigi Boschi cui era stata inflitta una multa personale di 140.000 euro, per carenze organizzative, omesse o inesatte segnalazioni sulla vigilanza, violazione della governance, mancati controlli del credito.
A febbraio 2013 Maria Elena Boschi, figlia di cotanto padre ex esponente della DC del paese, per due volte candidato senza successo alla carica di sindaco di Laterina (Arezzo), è eletta alla Camera dei Deputati per il PD e si dimette dal CdA di Publiacqua di cui era parte dal 2009. Con l'avvento di Renzi alla guida del Governo nel 2014, diventa Ministro della Repubblica e, ma guarda un po’ la fortuna, in meno di 90 giorni il padre Pier Luigi Boschi (cioè lo stesso personaggio multato dalla Banca d’Italia) diventa vice presidente della Banca Etruria, come se la sanzione ricevuta per condotta irregolare fosse una medaglia al merito. Coincidenza? Non è finita qui. Il Presidente della Banca Etruria, che di lì a poco tempo sarà commissariata per le irregolarità amministrative, Lorenzo Rosi, appena esautorato diventa socio con la sua società Nikila Invest della Società Party srl di proprietà nientemeno che del papà del premier Tiziano Renzi, con amministratore delegato la mamma del premier Laura Bovoli. Coincidenza? E sia.
Il governo vara il decreto che trasforma le banche popolari in Spa e ora dopo il disastro si viene a sapere che la Ministra Boschi era non solo correntista, come il padre e il fratello, ma anche azionista della Banca Etruria. Coincidenza? Qualcuno ora dovrà accertare se l’acquisto di azioni sia antecedente o successivo alla decisione del Governo sulle Banche popolari e se ci possa essere stato nell’operazione un vantaggio personale.
I paggi di Renzi, capitanati da quello più anziano, il Ministro del Tesoro Padoan che intervenendo alla Leopolda ha dato dello sciacallo a chi poneva domande, hanno tenuto subito a ridicolizzare qualsiasi critica sostenendo che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli e che la Ministra Boschi fosse assente dal Consiglio dei Ministri quando sono state prese le decisioni riguardanti le Banche popolari, la banca Etruria, la banca Marche, quella di Ferrara e quella di Chieti e l’azzeramento dei depositi in obbligazioni subordinate. Per la verità a nessuno è venuto in mente di addossare alla Ministra Boschi il comportamento scorretto, e perciò sanzionato, del padre, semmai si potrebbe ipotizzare il contrario e cioè che la circostanza di avere la figlia ministro possa aver contribuito a far arrivare il padre alla vice presidenza della Banca.
Che la ministra Boschi fosse assente durante le famose delibere del Consiglio dei Ministri è del tutto irrilevante. Questa è stata per anni la stessa scusa utilizzata da Berlusconi che da presidente del Consiglio prima fissava l’ordine del giorno dei lavori includendovi gli argomenti che gli facevano comodo e poi usciva dalla sala quando la discussione arrivava al punto che coinvolgeva i suoi interessi personali. D’altra parte i provvedimenti sulle banche popolari erano noti alla Ministra Boschi che, come tutti gli altri Ministri, aveva ricevuto la documentazione di supporto prima della seduta, né è ipotizzabile che l’argomento non sia stato ampiamente esaminato in famiglia.
La Ministra Boschi ha fatto pubblicamente una difesa sentimentale dell’onore paterno ribadendo più di una volta che si tratta di una persona per bene. Può una persona per bene non essere stata al corrente che la sua Banca vendeva prodotti tossici? Può una persona per bene dopo aver subito una solenne sanzione della Banca d’Italia, continuare ad operare come se nulla fosse con l’aggravante del ruolo di Vice Presidente dell’Istituto? Su tutto questo la Ministra Boschi ha comprensibilmente taciuto, ma dopo la mozione degli affetti ha anche omesso di dire che i suoi doveri di Stato passano prima e sopra a qualsiasi sentimento.
Il conflitto di interessi del Ministro Boschi è un problema politico enorme, dal quale un esponente di primissimo piano del governo del cambiamento non può sfuggire.
Non si tratta qui di strumentalizzare l’accaduto, per dare ragione o torto per pregiudizio politico, come si sono affrettati a sostenere i difensori d’ufficio, ma di ribadire che chi tiene al proprio onore deve saper affrontare le conseguenze della propria condotta.
In fondo altri Ministri (De Girolamo, Idem, Lupi) sono stati costretti alle dimissioni per molto meno, così come la Sottosegretaria Biancofiore alla quale furono tolte le deleghe per una dichiarazione avventata.
Il PD intero ha subissato di critiche lo scrittore Saviano, attaccato e insultato come se avesse commesso il reato di lesa maestà. Ma fare quadrato, chi con virulenza, chi con distinguo, è anche segno di debolezza perché Saviano si era limitato a mettere in chiaro che il rifiuto della Ministra Boschi di dare spiegazioni sulla decisione del governo di salvare la banca di suo padre con un’operazione veloce e ambigua, restando al suo posto nonostante il pesante coinvolgimento della sua famiglia in questa gravissima vicenda, che avrà probabilmente sviluppi giudiziari, equivaleva a confermare che dopo due anni di governo Renzi, partito sull’onda della rottamazione e del rinnovamento, nulla è cambiato. Il silenzio non è la soluzione del problema, bensì la dimostrazione di un comportamento autoritario di chi si sente al sicuro per assenza di alternative.
Nei vari dibattiti che si sono susseguiti in radio e in televisione sul salvataggio o meno dei 10.000 risparmiatori ai quali sono stati fatti sparire, da un giorno all’altro, 800 milioni di euro con le famose obbligazioni subordinate ha finito per prevalere il concetto che questi stessi investitori avendo accettato il rischio connesso agli interessi maggiori a quelli di mercato non potevano che auto compiangersi e che in caso di fallimento sono chiamati a rimetterci proprio gli azionisti e i detentori di obbligazioni derivate in omaggio alla legge del cosiddetto “bail in”. Oltre al danno la beffa, mentre invece dovrebbe essere gridato ai quattro venti che questa legge è per l’Italia incostituzionale.
La Costituzione all’art. 47 è di una precisione adamantina che non lascia spazio ad interpretazioni di sorta: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.” E come viene tutelato il risparmio in tutte le sue forme di migliaia di pensionati che hanno messo da parte i sacrifici di una vita se di colpo tutti i loro averi vengono azzerati? E come è stato disciplinato, coordinato e controllato l’esercizio del credito da parte di banca d’Italia e di Consob che non hanno visto quale sotterraneo condizionamento veniva fraudolentemente collegato all’erogazione del mutuo a favore dell’acquisto di obbligazioni derivate? Come è stato possibile che una Banca, dopo essere stata sottoposta a ripetute verifiche della Banca d’Italia, possa aver accumulato un buco di vari miliardi? Come è possibile che i vertici operativi ed amministrativi della Banca commissariata non fossero al corrente che i propri funzionari  sconsigliassero i risparmiatori allarmati di disinvestire, garantendo fino alla fine sulla sicurezza dei titoli?
Padoan ha detto che il Governo è al lavoro per trovare una soluzione in favore dei piccoli risparmiatori beffati, attraverso un fondo di solidarietà e di risarcimento caso per caso. Ma questa soluzione, che comunque non basterebbe per tutti, difficilmente potrebbe essere accettata dall’Europa che vieta gli aiuti di Stato e che obbliga appunto all’applicazione del “bail in”. Tanto varrebbe che si dicesse chiaro e tondo a Bruxelles che la nostra Costituzione, che viene prima di qualsiasi altro trattato internazionale, vieta questa norma che rappresenta la negazione del principio di tutela del risparmio, soprattutto del piccolo  risparmio.

comments

Tasse, tasse, sempre tasse

Se si continua di questo passo pagheremo anche per l’aria che respiriamo 
TORQUATO CARDILLI - Uno dei mantra continui, ripetuti fino alla noia da parte del primo ministro e dei suoi corifei nelle varie trasmissioni televisive, nei comunicati stampa, negli editoriali di direttori TV amici e negli articoli di giornalisti compiacenti è che questo Governo abbassa le tasse.
Ad un esame superficiale potrebbe sembrare che effettivamente il bonus degli 80 euro (per la verità concesso solo alla fascia di reddito medio e non ai poveri) costituisca una diminuzione delle tasse, così come la ventilata abolizione della tassa sulla prima casa che si risolverà in un consistente, ingiustificato ed iniquo vantaggio per il possidente di una villa, in un modesto vantaggio per chi abbia una modesta abitazione ed in nulla, proprio in nessun vantaggio, per chi abita in affitto e che forse sarebbe l’unico a dover essere aiutato in quanto non proprietario di beni immobili.
Invece le cose stanno diversamente da come vengono illustrate e i grandi mezzi di informazione si guardano bene dal chiarire le magagne nascoste e gli aumenti surrettizi imposti a beni e servizi di largo consumo.
Prendiamo ad esempio la benzina. Il costo del petrolio da un picco di 143 dollari a barile è precipitato negli ultimi due anni a 47 dollari attuali. Chi non conosce i meccanismi delle componenti del prezzo della benzina  non comprende come mai la discesa del prezzo alla pompa non sia stato così sensibile. Basta considerare che il 36% del prezzo è costituito dalle accise, cioè tasse di scopo misteriose (come vedremo), il 22% dall’IVA (tassa che incide anche sulle accise, cioè tasse sulle tasse), il 3% va ai gestori degli impianti, il 9% ai petrolieri, il 7% è il costo di raffinazione e solo il 23% è il costo del prodotto greggio. Poiché il costo complessivo dell’uso dell’automobile incide sulle tasche del cittadino per quasi un terzo delle spese annue (ammortamento, assicurazione, manutenzione, bollo, benzina ecc.) un governo che avesse avuto veramente l’obiettivo di rimettere in moto l’economia del paese avrebbe ridotto le accise (vedi box ) che incidono per mezzo euro a litro.
Se ci spostiamo all’esame delle bollette elettriche, già sovraccariche di costi ed oneri aggiuntivi rispetto al prezzo dell’energia, ci accorgiamo che non solo non c’è stata diminuzione, ma che sono state incrementate di nascosto del 3,4%.
E’ bene sapere che il costo totale della bolletta si compone per il 45,78% dal prezzo effettivo dell’elettricità; per il 17,58% dal costo dei servizi di rete; per il 23,34% da oneri generali e per il 13,40% da imposte. Poiché un buon 50% di energia elettrica è prodotta da combustione di idrocarburi sarebbe stato lecito aspettarsi una diminuzione delle bollette di almeno il 10%. E invece niente.
Renzi rivendica di fronte alle autorità europee l’autonomia impositiva e l’assoluta libertà di scelta dei beni su cui far gravare l’imposizione fiscale. Se tenesse veramente a questa indipendenza fiscale senza dover rispondere e dipendere dalle lobby dei produttori avrebbe fatto molto meglio a ridurre la tassazione sull’elettricità che riguarda non solo i proprietari di abitazioni ma equamente tutti i cittadini (seppure in modo proporzionale rispetto al tenore di vita) nonché tutto il settore produttivo industriale e artigianale la cui competitività è proprio frenata dal costo dell’energia.
Se poi avesse voluto veramente realizzare la svolta modernista sbandierata a chiacchiere, avrebbe imposto al distributore un abbattimento degli oneri generali dovuti ad una pessima organizzazione del sistema, ad un’antiquata modalità di fatturazione e di riscossione delle bollette ed a una ridondanza di dirigenti (o presunti tali) cui vengono elargiti bonus e premi di produttività anche se non sono protagonisti dell’introduzione di innovazione di rilievo o di miglioramento dell’efficienza.
Come noto, il 27% circa dell’elettricità consumata viene autoprodotta da quanti abbiano installato i pannelli fotovoltaici ed altre apparecchiature di produzione di energia rinnovabile.
Fino all’anno scorso sul consumo di energia autoprodotta liberamente non bisognava pagare alcuna tassa. Il Governo Renzi, nel silenzio generale, con l’acquiescenza dei parlamentari che non sanno quello che fanno, e che sono solo abituati ad obbedire agli ordini di scuderia per non sgretolare il collante che li tiene attaccati alla poltrona, ha imposto un’ulteriore tassa a favore del distributore e a danno proprio di quelli che tendono a rendere il paese meno dipendente dagli idrocarburi e dalle importazioni di energia dall’estero.
Chi abbia un impianto fotovoltaico produce energia grazie al sole, che è gratuito e di tutti, per il proprio uso e consumo. Può darsi che l’utilizzazione sia inferiore alla quantità prodotta ed allora ecco che l’energia elettrica eccedentaria, proprio perché non utilizzata dal proprietario dell’impianto, viene ceduta alla rete di distribuzione e rimborsata dal GSE attraverso lo scambio sul posto.
Ma lo stato ha ora cambiato le regole allo scopo di incassare più soldi che servono a mantenere i privilegi e gli sprechi di chi dice di agire per conto del popolo.
L’articolo 24 della legge n. 116 dell’11 agosto 2014, in violazione dello statuto del contribuente perché prevede un’applicazione retroattiva al 1 gennaio 2014, impone a qualsiasi utente produttore di energia elettrica di pagare gli oneri tariffari generali non solo per l’energia prelevata dalla rete, ma anche per quella autoprodotta con il proprio impianto e consumata. Cioè, mentre prima di questa legge gli oneri generali gravavano solo sull’energia acquistata, oggi incombono su tutta l’energia prodotta, anche se non consumata e ceduta alla rete che la rivende a prezzo pieno caricandovi sopra nuovamente gli stessi oneri per la seconda volta.
Gli oneri generali di sistema sono calcolati in base a questa tabella a scaglioni:
da 1 kwh fino a 1800 kwh il costo unitario è di € 0,037712 per kwh;
da 1801 kwh fino a 2640 kwh il costo unitario è di € 0,056142 per kwh;
oltre i 2641 kwh il costo unitario è di € 0,080962 per kwh.
Facciamo un esempio pratico riferito a un normale impianto fotovoltaico di utenza domestica da 3 Kw con una produzione annua di circa 2.000 Kwh, per dimostrare come oggi con la nuova legge si imponga un sovraccarico di costo annuo individuale di circa 140 euro.
Poniamo che l’impianto produca 1.866 kwh all’anno e che il consumo familiare sia di un po’ più del doppio e cioè di 4.059 kwh con un prelievo dalla rete di 2.193 kwh (consumo totale 4.059 - quantità prodotta di 1.866 = quantità comprata dalla rete 2.193 kwh).
Prima della legge in questione, l’utente pagava gli oneri solo sull’energia prelevata dalla rete e consumata cioè solo su 2.193 kwh, secondo la seguente tabella:
per i primi 1.800 kwh x € 0,037712 a kwh = € 67,89
per i successivi 393 kwh x €0,056142  a kwh = € 22,07 per un totale di € 89,96.
Oggi l’utente paga gli oneri generali di sistema non solo sull’energia prelevata dalla rete, ma anche su quella auto prodotta e consumata, cioè su tutti i 4.059 kwh come da calcolo che segue:
per i primi 1.800 Kwh x € 0,037712 a kwh = € 67,89
per i successivi 839 kwh x € 0,056142 a kwh = € 47,10
per gli ulteriori 1.419 kwh x € 0,080962 a kwh = € 114,89 per un totale di € 229,88.
L’aggravio di spesa per ogni famiglia è quindi di € 139,92 all’anno (cioè € 229,88 – € 89,96 già pagati con il vecchio sistema = €139,92 in più).
Poiché i nostri politici non vogliono fare una seria spending review, non vogliono rinunciare agli sprechi ed agli assurdi, anacronistici, immeritati privilegi, distribuiti a cascata anche a migliaia di famuli parassiti, si attaccano a tutto e tra poco metteranno la tassa anche sull’aria che respiriamo anche se è già intossicata dallo smog e dall’inquinamento.

QUADRO DELLE ACCISE (TASSE DI SCOPO) IMPOSTE SULLA BENZINA IN 80 ANNI E MAI TOLTE
lire 1,90 per la guerra di Etiopia del 1935
lire 14 per la crisi di Suez del 1956
lire 10 per il disastro del Vajont del 1963
lire 10 per l’alluvione di Firenze del 1966
lire 99 per il terremoto del Friuli del 1976
lire 75 per il terremoto dell’Irpinia del 1980
lire 205 per la missione militare di pace in Libano del 1983
lire 22 per la missione militare di pace in Bosnia del 1996
euro 0,020 per il rinnovo del contratto dei ferrotranvieri del 2004
euro 0,005 per l’acquisto di autobus ecologici del 2005
euro 0,005 per il terremoto dell’Aquila del 2009
euro 0,007 per finanziamenti alla cultura del 2010
euro 0,040 per far fronte agli immigrati a causa della crisi libica del 2011
euro 0,005 per l’alluvione in Liguria e Toscana del 2011
euro 0,082 per il decreto “salva Italia 2011
euro 0,020 per il terremoto in Emilia del 2012
comments

Boccadutri colpisce ancora

il lupo perde il pelo ma non il vizio 
ALBERTO BRUNO - Nella società umana comunicare significa “trasmettere” un’idea, un sentimento, una notizia. Il modo più comune è quello attraverso il supporto linguistico a condizione di parlare chiaro, in modo diretto, non contorto o involuto come un dialetto conosciuto da pochi o in modo oscuro come un cifrario noto solo a chi ne possiede la chiave.
E la chiarezza del linguaggio è maggiormente imposta quando si affronta qualcosa che abbia a che fare con la matematica, regina dei numeri, legata in modo indissolubile alla linearità ed alla precisione del ragionamento.
Chi ignora la grammatica e la sintassi difficilmente può ergersi a spiegare logicamente qualunque sequenza di numeri, soprattutto quando  si si tratta dei soldi dei cittadini.
Un certo Boccadutri, palermitano, descritto da wikipedia come laureato in giurisprudenza (sic!), ex tesoriere di Rifondazione Comunista e poi ex tesoriere di Sel, che dopo l’elezione a deputato nel 2013 ha abbandonato il partito di Vendola per intrupparsi al seguito di Migliore nel blocco del PD renziano, ha mostrato un iperattivismo sul tema del finanziamento pubblico ai partiti.
Da dirigente di partito che non ha mai sudato come un operaio, ha sempre sostenuto che il finanziamento pubblico fosse un elemento di democrazia, senza mai ammettere che il finanziamento è invece il metodo per mantenere un esercito di parassiti nullafacenti che non arrecano nessun giovamento alla società.
In cosa si è distinto questo personaggio che nel pieno della sua attività parlamentare, parlando del 2 per mille nella dichiarazione dei redditi a favore della politica si è espresso in un italiano così forbito:” i cittadini hanno uscito il loro portafoglio ed hanno dato i soldi ai partiti" (vedi in proposito QUI)?
Quando il governo di Jo condor Letta, conscio della pericolosità per la tenuta del quadro di maggioranza della martellante campagna del M5S sull’abolizione dei finanziamenti ai partiti, ottenne l’approvazione della legge sulla loro progressiva riduzione, con soppressione totale nel 2017, Buccadutri votò contro. Le mammelle della vacca Stato dovevano restare a disposizione della voracità dei politici.
Con incredibile faccia tosta non ha mancato però di chiedere severità nei confronti di tutti i cittadini. Subito dopo, con la motivazione di voler combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio, si è fatto promotore di una proposta di legge sulla riduzione del contante e per la contestuale diffusione di metodi di pagamento elettronici, chiedendo altresì al Governo di farsi promotore presso le Istituzioni Europee dell’abolizione delle banconote da 500 euro, facendo fare un balzo sulla sedia al ragionier Spinelli abituato a confezionare buste da 5.000 euro alla volta.
Cosa disponeva la legge sulla riduzione del finanziamento dei partiti? Che il finanziamento ridotto sarebbe stato concesso solo dopo la verifica e l’approvazione delle spese da parte dell’apposita commissione di controllo. Ma a fine giugno il magistrato preposto a questo computo avvertì i presidenti delle Camere che i controlli di migliaia e migliaia di ricevute non erano stati eseguiti per mancanza di personale e che quindi secondo la legge non si poteva procedere al finanziamento ai partiti.
Ma ecco che Boccadutri, con una respirazione bocca a bocca nei confronti dei tesorieri si trasforma in deus ex machina. Le idrovore di fondi pubblici dei partiti, dissipatori di risorse per mantenere i loro apparati inutili, possono continuare a girare e a macinare. Coerente con la sua natura di maneggione di denari presenta una legge truffa che autorizza i Presidenti delle Camere a disporre pagamenti anche senza controlli di legittimità. Si tratta di 10 milioni di rimborsi elettorali per la Camera e di 6 milioni per il Senato. A nulla è valsa la robusta contrarietà isolata del M5S. La legge è stata prontamente approvata da tutti i partiti, di governo e di finta opposizione, e cioè PD+NCD+UDC+PA+FI+LEGA+SC+FdI+Misto. Tutti uniti nella sottrazione di risorse pubbliche. Visto come vanno le cose non c’è da meravigliarsi più di tanto: il popolo è abituato a questi calci sui denti da parte di chi vive di politica senza calli alle mani, senza sudore, senza fatica.
Ma non è tutto.
La legge di stabilità del premier Renzi, che ha troppe cambiali da pagare, ha fatto fare al ministro Padoan una piroetta di 180 gradi. L’unico ministro tecnico, che non dovrebbe obbedire a calcoli di convenienza politica, ma mantenersi nel solco della legalità e della giustizia ha fatto una figuraccia da peracottaro. Smentendo quanto lui stesso aveva dichiarato in Parlamento circa la necessità di abbassare il limite di utilizzo del contante per una migliore lotta all’evasione, è stato costretto a dire esattamente il contrario ed a sostenere che non c’erano prove che un innalzamento della soglia avrebbe favorito il riciclaggio e l’evasione fiscale.
Contraddicendo palesemente quanto aveva sostenuto il povero Boccadutri, Padoan ha difeso la misura di innalzamento della soglia del contante da 999 euro a 3000 euro e si è fatto garante che questa avrebbe costituito un potente incentivo  alla ripresa della spesa turistica nel nostro paese.
Ma dove vive Padoan? Non è stato capo economista dell’OCSE? Non ha girato il mondo? Non sa che all’estero si paga tutto con carta di credito? Non sa che in America se ti azzardi a tirare fuori in un esercizio commerciale una banconota da 100 dollari vieni guardato male come un narcotrafficante?
Ma l’inesauribile Boccadutri così sonoramente smentito dal Ministro del Tesoro non demorde e ne sforna subito un’altra.
Per combattere l’evasione, cioè quel male che si vince meglio se si eleva il limite del contante a 3.000 euro, presenta un emendamento per conto del suo partito alla stessa legge di stabilità secondo cui deve scomparire il limite minimo di importo per l’uso del mezzo di pagamento elettronico e si impone una sanzione per l’esercente che rifiutasse di adeguarsi alla norma.
Dunque, senza alcuna dimostrazione matematica, senza alcun modello sperimentale di supporto, senza un’approfondita indagine svolta con i tecnici della materia, in modo schizofrenico per la logica dell’italiano medio, da una parte si rende obbligatorio per l’esercente accettare il pagamento con moneta elettronica anche per un caffè o per l’acquisto di un quotidiano, e dall’altra si consente a chiunque di poter spendere in un colpo 3.000 euro in contanti!
E tutto questo mentre 150.000 risparmiatori, per lo più anziani o pensionati, vedono sparire nel nulla i gruzzoli frutto di una vita di economie e di sacrifici, vittime di raggiro o di circonvenzione o di pressione indebita da parte di banche come la Cassa di Ferrara, la Cassa di Chieti, la Banca Etruria e la Banca Marche che hanno fatto volatilizzare quasi 4 miliardi di euro.
Vedrete che di riffa o di raffa sarà ancora una volta il borsellino di ogni italiano a dover ripianare il buco alla faccia di Boccadutri e compagni del PD.

comments

STIAMO STUPENDO IL MONDO!…

TORQUATO CARDILLI - Uno dei film più commoventi di Charlot è stato senza dubbio “the kid” (il monello), intriso di riferimenti autobiografici relativi alla sua povera infanzia londinese. Trattandosi di un film muto del 1921, il messaggio è affidato all’espressività delle immagini. Charlot vi impersona un povero vetraio che raccoglie un neonato abbandonato. Il bambino cresce nella miseria e divenuto grandicello anziché giocare coi coetanei al cerchio, cerca di aiutare il padre nell’attività di vetraio ambulante, violando la legge e il buon senso. Precedendolo nelle vie di New York tira sassi alle finestre e scappa. Di lì a poco Charlot passa per la stessa via munito di carrello con i vetri di ricambio sicché viene chiamato dai proprietari danneggiati dal monello a sostituire le vetrate rotte. Questa attività truffaldina viene interrotta quando la sassata rompe i vetri della casa di un poliziotto.
A cosa vi fa pensare questa trama se non alla pantomima dell’IMU agricola? Il premier Renzi intervenendo all’assemblea della Coldiretti di Milano la settimana scorsa  ha detto, da buon vetraio, che la tassa sarà abolita dal 1 gennaio 2016. Ma chi l’ha messa quella tassa per rastrellare un gettito extra di 350 milioni utile a coprire parzialmente il buco degli 80 euro? Chi ha firmato quel decreto legge, scritto con i piedi, solo per fare cassa e colpire nel mucchio, stabilendo un cervellotico criterio della definizione di comune montano che da diritto all’esenzione? Il provvedimento è stato convertito definitivamente in legge dalla Camera con 272 voti favorevoli. Il cittadino si è domandato da quale parte politica siano venuti i sì che hanno approvato questa misura giugulatoria?
Che l’ Italia fosse un paese non in salute, era risaputo, stretto nella morsa tra il Fiscal Compact e il Patto di stabilità in un disperato arrancare in salita sempre con la lingua fuori alla ricerca di risorse economiche; ma anziché tagliare gli sprechi e i privilegi, Renzi preferisce tagliare i servizi con gli arzigogoli di una burocrazia ottusa che fa di tutto per rendere la vita difficile al cittadino anche con tasse inique come l’IMU agricola, da cui sono stati esentati 1.498 comuni, definiti montani, su 8.047 comuni totali. Il decreto della tassa contiene due perle di stupidità ed arroganza che meritano di essere stigmatizzate: 1) in barba allo statuto del contribuente ed alla logica comune è stata fissata la retroattività della norma perché a novembre 2014, ad anno praticamente ormai concluso, si è ordinato ai cittadini di versare un’imposta sui terreni senza rateizzazione (acconto e saldo) per tutto il 2014; 2) il parametro della classificazione montana non considera né il criterio altimetrico in base all’altezza sul livello del mare, né la reale redditività delle colture, prestando il fianco a interminabili controversie con casi che hanno del paradossale. Ad esempio il comune di Gesualdo (AV), posto a 670 metri di altitudine non è considerato montano, mentre lo sono i comuni sardi di Domusnovas e Tratalias (CA) che vengono esentati dal tributo anche se, rispettivamente, a 30 e, addirittura, zero metri sul livello del mare. Viceversa quello di Monte Argentario (GR), località balneare a 5 metri sul livello del mare, è considerato per il nome un comune montano, ma l’etimologia non rende giustizia a Montefiascone (VT) e Montemiletto (AV) situati a 600 metri di altitudine. Al contrario è considerato montano Piedimonte Matese (CE), malgrado si intuisca chiaramente che si tratta di un paese collocato ai piedi di una montagna. C’è poi il caso dei Castelli Romani. I comuni di San Cesareo (312 metri) e Colonna (343 metri) sono considerati montani, mentre quelli con un’altitudine doppia come Rocca di Papa (680 metri) e, soprattutto, Rocca Priora (768 metri) che è anche sede della comunità montana, risultano parzialmente montani come il comune di Roma.
Saremmo felici di vedere il nostro Paese ripartire davvero, come ripete in modo petulante ogni politico del PD che appare in TV, ma è desolante constatare che mentre il resto del mondo cresce a ritmi molto più consistenti, gli italiani sono obbligati ad assistere all’esultanza governativa per alcuni possibili decimali in più di crescita. Il governo se ne arroga il merito, ma non considera che essi sono generati soprattutto da fattori congiunturali esterni quali: la buona stagione turistica (deviazione verso l’Italia per timore del terrorismo dei flussi vacanzieri che fino a qualche anno fa inondavano il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, la Turchia), dall’afa estiva (lievitazione dei consumi elettrici), dal dimezzamento del costo del petrolio, dal rafforzamento del dollaro, dalla iniezione continua di centinaia di miliardi nel circuito economico da parte della BCE con la cosiddetta manovra del QE.
Le previsioni ottimistiche di Palazzo Chigi sono tutte soggette ad un punto interrogativo circa la effettiva conferma in relazione alla titubanza degli organismi come l’OCSE, che ridimensionano l’aumento del PIL del 2016. Ma ciò che preoccupa è la prossima legge di stabilità che sembra impostata su numeri ballerini, sparati a casaccio, come i 17 miliardi di margine sul deficit, poi ridimensionati dallo stesso DEF che parla ora di meno di 13 miliardi di possibile allentamento sul disavanzo.
Ci sono purtroppo ancora migliaia di aziende in difficoltà che aspettano di essere pagate dalla P.A. nonostante la promessa da marinaio lanciata dal premier l’anno scorso con notevole faccia tosta in TV che i pagamenti erano “in itinere” e sarebbero stati onorati entro il 21 settembre del 2014. Ad oggi sono ancora 70 i miliardi di euro dovuti dallo Stato ai privati.
All’inizio di settembre Renzi ha annunciato la decisione del governo di abolire le tasse IMU e TASI dal prossimo anno, invitando gli italiani ad annotare sul calendario la data del 16 dicembre come data del funerale delle tasse sulla prima casa. Per ora, però, l'unico funerale già celebrato è quello della sua proposta da parte dell’Unione Europea che ci tiene al guinzaglio e guarda con molta diffidenza il possibile rallentamento della marcia verso il pareggio di bilancio determinato non già da spese  per investimenti, ma da misure populiste e infelici come questa, fatte in deficit.
L’UE non si fida più di Renzi. Insiste che bisogna ridurre sì le tasse, ma sul lavoro e non sulla proprietà, cosa questa che finirebbe per premiare i grandi possessori mentre sarebbe minimale per milioni di proprietari di abitazioni modeste e del tutto nulla per chi vive in affitto. La Commissione europea ritorna quindi ad insistere sul tema della maggiorazione o quanto meno del mantenimento della tassazione sui consumi e sulla proprietà della casa come l'unica via per aumentare le entrate senza effetti collaterali negativi sulla crescita economica.
E gli italiani hanno già capito che l’eventuale abolizione della tassa sulla prima casa, sarà comunque compensata dall’aumento di altre imposte a livello locale. Del resto il suggerimento dell’UE è accompagnato non da mera propaganda, ma da un'analisi del distorto sistema fiscale che impone tasse relativamente alte sulle compravendite immobiliari e modeste sulla proprietà.
Che il richiamo abbia colpito il bersaglio è confermato dalla reazione stizzita dello stesso Renzi secondo cui sta a lui decidere dove e come mettere le tasse e non a Bruxelles. Affermazione orgogliosa, che assomiglia troppo a quelle che faceva Varufakis, la cui presenza a dispetto del “ce lo siamo tolto” aleggia come il fantasma di Banquo su Macbeth, e che l’UE non gli perdonerà.
Vogliamo ora fare un bilancio dei primi 19 mesi di governo Renzi secondo quanto certifica l’Istat e non i gazzettieri di palazzo Chigi?
Bisogna tenersi forte nella lettura di questo elenco. Aumento del debito pubblico e della spesa pubblica; aumento della disoccupazione giovanile; aumento dei fallimenti e delle delocalizzazioni; legge pro-trivelle e pro-inceneritori; riforma della Scuola imposta a suon di diktat i cui effetti sono difficili da valutare; Jobs Act e abolizione ormai totale dell'art.18; privatizzazioni di asset pubblici; taglio mostruoso di almeno 8 miliardi alla Sanità pubblica, senza incidere sugli sprechi; nessun taglio ai costi e agli stipendi della politica; nessuna legge sul conflitto d'interessi; finta abolizione delle province; finta abolizione delle auto blu; nuova legge elettorale”italicum” che peggiora gli effetti distorsivi e antidemocratici del “porcellum” dichiarato incostituzionale; demolizione di metà della Costituzione con abolizione dell'elettività del Senato; nuova legge bavaglio anti-intercettazioni; depenalizzazione dei reati fiscali; depenalizzazione del voto di scambio; depenalizzazione  ulteriore del falso in bilancio; proposta di abolizione dell'ergastolo e del 41bis per i mafiosi.
E dopo tutto questo il nostro premier viaggiatore, dimenticando le figuracce mondiali della chiusura di Pompei, del Colosseo, della sporcizia di Roma, dell’inagibilità della metropolitana della capitale, osa pavoneggiarsi all’ONU dichiarando che “stiamo stupendo il mondo!...”.

comments

Gli argentini amano l’Italia ma l’Italia se ne frega?

TULLIO ZEMBO - Mi sento un privilegiato per avere avuto l'opportunità di assistere ai vari passaggi (Congresso, Casa Rosada, Palazzo San Marin) dell'insediamento del Presidente della Nazione eletto. Davanti a me avevo il figlio di un emigrato italiano che assumeva alla massima carica dello Stato argentino e provavo tutto l'orgoglio che può provare un italiano che da molti anni vive in questo Paese. Mi venivano alla mente tutti gli scritti, tutti i discorsi sull'Argentina come prolungamento oltreoceano dell'Italia, sull'influenza della cultura italiana, sulla popolazione in gran parte di origine italiana. Però dovevo rendermi conto di come in Italia evidentemente l'Argentina sia percepita come un Paese molto lontano in tutti i sensi, non solo geograficamente, un Paese come tanti, come il Myanmar o la Namibia. Assieme a me e a Matias, il fotografo de L’ITALIANO, c'erano giornalisti da tutto il mondo, sapete quanti di loro erano venuti dall'Italia? Nessuno.
E così La Nacion si accorge della differenza fra i giornali italiani e quelli del resto del mondo: "En tanto, los diarios italianos dieron cuenta de la asunción, aunque, a diferencia de los otros medios, el despliegue de la noticia fue menor".
D'altronde l'Italia era rappresentata da un ministro di seconda fila, tanto poco importante che, per l'appunto, non un solo giornalista lo ha seguito. Il povero Martina ha fatto diligentemente quel poco che poteva grazie all'assistenza, come sempre impeccabile, dell'Ambasciata. Sia ben chiaro che non è una critica al governo attuale perchè temo che qualsiasi governo italiano si sarebbe comportato allo stesso modo, questione di mentalità quando non di incapacità.
Oltre a me, che rappresento un quotidiano in lingua italiana sì, ma pur sempre argentino, c'era un giornalista del "Fatto quotidiano" che vive qui. E basta.
Grazie a Dio a questa disattenzione della politica, e quindi delle istituzioni, e dei media fa da contraltare l'attenzione del mondo economico. Cristiano Rattazzi, presidente de Fiat Chrysler Argentina, proprio all'indomani della vittoria di Macri ha annunciato un investimento di 650 milioni di dollari nella fabbrica di Cordoba per produrre un nuovo modello d'auto.
Vedrete che alla fine prevarranno i forti legami che, malgrado tutto, uniscono Italia e Argentina. Il sangue non è acqua e nelle vene del presidente Macri scorre sangue italiano.

comments

LA MACCHINA TEDESCA INGOLFATA

LUCIA ABBALLE - È forte la tentazione di vedere nello scandalo della Volkswagen la nemesi storica di un Paese che fino ad oggi, nei suoi numerosi sussulti di orgoglio e dignità, aveva innalzato idealmente un nuovo muro di Berlino capace esclusivamente di creare una distanza culturale tra la Germania ed il resto del mondo. I continui richiami al rispetto degli accordi europei, corredati di esempi teutonici di efficacia ed affidabilità, hanno reso l’Europa sempre più piccola in confronto alla grandezza tedesca rispetto alla quale gli Stati membri, in primis l’Italia, hanno spesso manifestato un inevitabile senso di inferiorità. Viene quasi da rallegrarsi dinnanzi al frantumarsi del mito della perfezione tedesca e alla metamorfosi di una Germania sempre meno teutonica e sempre più “mediterranea”. È la fine di un mito, è la caduta di un altro muro di Berlino.  
Le distanze tra la Germania ed il resto del mondo iniziano ad assottigliarsi alla luce di nuovi dettagli che emergono dall’inchiesta sullo scandalo della Volkswagen: truccare deliberatamente il software di rilevamento delle emissioni per superare i controlli delle Autorità ambientali ci dice qualcosa di più del semplice errore; si tratta di immoralità. La Volkswagen è stata disonesta perché era consapevole di truffare e di arrecare danno alla salute non solo degli acquirenti delle automobili ma di tutti i cittadini. Pare, infatti, che le emissioni nocive dei motori diesel fossero superiori anche quaranta volte il limite fissato dalle autorità americane. Tuttavia, il fine non giustifica i mezzi se per fare più profitti e battere la concorrenza sul mercato automobilistico fosse necessario frodare i consumatori e le leggi degli altri Paesi. Ad ogni modo, prima di qualunque giudizio, bisognerà mettere insieme tutti i tasselli di uno scandalo che ha portato i produttori tedeschi ad eludere il controllo delle autorità americane e a sottovalutare l’enorme rischio finanziario della Germania e dell’intera industria automobilistica che coinvolge anche l’Italia.
Leggere questo scandalo come “un pareggiamento dei conti” ed esserne in qualche modo contenti rischia di diventare un comodo alibi per giustificare le proprie inadempienze con la conseguenza di indebolire ulteriormente un organismo, come l’Unione europea, che sta dimostrando di essere unita solo nelle malefatte. Da questo scandalo l’Europa può ripartire per superare le distanze politiche tra gli Stati e creare un contenitore di idee e soluzioni in cui il rispetto delle regole non è a senso unico ma vale per tutti, dove non c’è chi dà lezioni e si assurge a simbolo morale del vecchio continente. La Germania rimane un grande Paese ma deve fare un passo indietro e recuperare lo spirito costruttivo e affidabile che le ha permesso di risorgere dalle ceneri. Oggi, sotto “il cielo stellato” la morale di Kant non brilla più nello spirito tedesco.

comments

La Torre di Babele

TORQUATO CARDILLI - La Genesi (11, 1-9) racconta che in Mesopotamia gli uomini, che parlavano tutti la medesima lingua, vollero costruire nella piana di Babilonia una torre alta fino al cielo per arrivare a Dio che però li punì per questo peccato di superbia confondendoli in modo che parlassero lingue diverse e non si capissero più.
Sembra che questa maledizione persista tutt’oggi e che gli uomini siano destinati a non capirsi.
Il XXI secolo, iniziato all'insegna del terrorismo più efferato con la spettacolare operazione di dirottamento multiplo di aerei, di cui due sfracellatisi intenzionalmente contro le torri gemelle di New York, uno sul Pentagono a Washington e il quarto, secondo le intenzioni dei terroristi diretto sulla Casa Bianca, ma caduto invece in Pennsylvania per la reazione dei passeggeri, prosegue inesorabilmente sul piano inclinato degli orrori della guerra.
Sono passati 14 anni da quell’11 settembre ed il mondo occidentale, troppo vulnerabile proprio grazie alla sua ricchezza ed alle sue regole democratiche, dedito al profitto e insensibile alle diseguaglianze, non è stato capace di pensare ad una comune strategia positiva.
Si possono bombardare all'infinito paesi come l'Afghanistan, o come l’Iraq o la Siria o la Libia, ma i risultati pratici si rivelano enormemente disastrosi tanto per chi attacca quanto per chi subisce, soprattutto la popolazione civile, senza modificare in nulla l’aggressività degli estremismi.
Il motore fondamentale della vita nei paesi occidentali è la fiducia nel sistema, nelle relazioni interpersonali, nella protezione dello Stato, nella crescita economica, nel welfare ma il terrore di un nemico che si annida ovunque manda in tilt tutti i loro governi, spaventati molto di più di una minaccia di guerra classica con eserciti contrapposti o di una qualunque crisi economica o energetica.
Tutto l'Occidente condanna unanimemente e senza remore il terrorismo, sedicente islamico, ma si divide sui modi del contrasto tra chi pensa di combatterlo propugnando la solita vecchia ricetta di un cieco interventismo militare, che fino ad oggi si è rivelato contro producente, e chi pensa invece che il fenomeno, che non può essere giustificato, vada però capito per poterne disinnescare l’innesto esplosivo. Questa seconda categoria di persone, che non va confusa semplicisticamente con gli inconcludenti movimenti pacifisti, raggruppa quegli analisti di vari paesi, sempre esclusi dal potere, che ritengono la guerra il carburante giusto per alimentare la spirale perversa della violenza permanente e il paravento ideale per nascondere sempre scopi contrari a quelli dichiarati.
Non è un mistero che dicendo di voler sradicare il terrorismo o di portare la democrazia e i diritti umani si persegua l’obiettivo del consenso elettorale interno, del controllo delle fonti energetiche, del predominio politico ed economico, delle commesse industriali, dei guadagni in borsa dei fabbricanti di armi, degli affari connessi con la ricostruzione di ciò che si è distrutto, infischiandosene allegramente dei morti, propri e degli altri, dei feriti, dei mutilati degli orfani, delle vedove, dei malati, della denutrizione, delle malattie.
Tutti i paesi europei, chi più chi meno, come greggi belanti sono andati dietro agli Stati Uniti, guidati da un fanatico texano che ha assecondato ciecamente le peggiori pulsioni del suo entourage militare, delle lobby degli armamenti e del petrolio, inoltrandosi in un vicolo cieco senza sbocco disseminato di lutti, soprattutto per la povera gente incolpevole di essere nata sotto la dittatura.
Nessuno che si sia chiesto allora, o che se lo chieda oggi, del perché sia potuto esplodere tanto furore nichilista, perché si sia sollevato un tale tsunami di risentimento, perché l’aspirazione alla morte certa e immediata sia preferibile alla vita da parte di tante migliaia di giovani allevati per anni nell’odio del nemico, o di quello che tale viene percepito, dell’usurpatore, dell’invasore, dell’oppressore, dello sfruttatore, anche se facenti parte del mondo evoluto in cui sono cresciuti e sono stati educati.
Anziché adottare la tecnica del “reculer pour mieux sauter” si è preferito affidare d’impulso la risposta alle armi in modo sconclusionato, senza un’analisi ragionata sul come invertire il folle corso delle cose, senza una reale strategia politica di lungo respiro, soprattutto senza una visione del dopo. Tutto doveva essere fatto subito con migliaia di tonnellate di esplosivo buttato alla cieca, per sete di vendetta degli animi più irragionevoli, rispondendo al richiamo della tradizione punitiva da far west.
Per valutare il comportamento politico che ha avuto da allora il sopravvento a Washington, e giù giù nelle altre capitali alleate, basta riferirsi alla classica trama del filone western: il bandito con la sua gang di delinquenti terrorizza un paese, uccide, svaligia, rapina, violenta, umilia e poi si ritira lasciandosi dietro una scia di sangue. Lo Sceriffo raduna i pistoleri volenterosi che partono di gran carriera, ciascuno fidandosi solo della propria arma e del proprio cavallo, e gli danno la caccia senza quartiere ben oltre i confini dello Stato. L’inseguimento termina con l’impiccagione sul posto, senza processo, dei manigoldi sotto lo sguardo attonito dei cittadini.
Questa è stata la reazione del capo della prima potenza mondiale dopo l’11 settembre 2001, con l’aggravante che con quella stella di sceriffo, estorta con il sopruso come hanno documentato vari esponenti dell’intellighenzia americana, ha inferto ferite profondissime e durature nel tempo e nello spazio alla popolazione civile, di gran lunga superiori a quelle delle vittime del terrorismo, instillando nel latte dei neonati un sentimento di odio e di rivincita perenne per le umiliazioni subite.
George W. Bush, durante il suo mandato ha inanellato una serie di gravi errori politici (rifiuto di aderire alla convenzione di Kyoto per la riduzione di anidride carbonica nell’atmosfera, denuncia del trattato sui missili balistici ABM del 1972, incremento delle spese militari, rifiuto di ratifica del trattato istitutivo della Corte penale internazionale, imposizione di tasse sull'acciaio e sul legname canadese poi eliminate dal WTO, taglio dei finanziamenti all’UNFPA programma delle Nazioni Unite per la popolazione accusato di sostenere l'aborto e la sterilizzazione in Cina, interventi militari ad Haiti e in Liberia con la scusa di affrancarli dalla guerra civile, generosi finanziamenti ai movimenti politici anti russi in Georgia e Ucraina, sostegno all’indipendenza del Kossovo islamico sottratto alla Serbia, ecc.), ma dopo l’11 settembre ha perso completamente il lume della ragione. Il suo unico obbiettivo di politica estera è stato quello di infliggere una punizione ai mandanti del disastro delle torri a qualsiasi costo. Ancor prima di ottenere l’avallo dell’ONU, ha bombardato a casaccio il Sudan, scambiando una fabbrica di farmaceutici per un laboratorio batteriologico, poi ha attaccato frontalmente l’Afghanistan per abbattere il regime dei Talebani, e il quartier generale dell’organizzazione terroristica al-Qaida, guidata dal saudita Osama bin Laden.
Stupirà, ma è andata così: nessuna interferenza sugli affari sporchi, petroliferi e non solo, di chi finanziava al-Qaida considerato sempre e comunque amico degli Stati Uniti, nessuna sanzione contro paesi e famiglie reali che avevano assicurato santuari rifugio ai terroristi ed alle loro finanze, nessun embargo ai movimenti di capitali e di armamenti.
Nonostante le migliaia di tonnellate di bombe, le migliaia di bare di soldati americani ed alleati rimpatriate, le centinaia di migliaia di morti e mutilati tra la popolazione civile, i Talebani non sono stati sconfitti. Dopo 14 anni di guerra il suo successore Obama, inopinatamente premiato sulla fiducia, appena eletto, con il Nobel per la Pace, è stato costretto sul finire del secondo mandato a avviare il ritiro definitivo da quella terra ingrata che aveva già fatto pentire dell’invasione nei secoli addietro la Gran Bretagna imperiale e l’Unione Sovietica. Tornava a casa, come lo Sceriffo che l’aveva preceduto, con il macabro trofeo della testa di Bin Laden ucciso, come in un video gioco, in Pakistan, paese alleato dell’America.
Incurante della violazione della Convenzione di Ginevra sulle torture perpetrate nella base militare di Guantanamo, trasformata in prigione, e altrove, Bush, ha allargato lo scacchiere di guerra rivolgendo l’accusa di minaccia alla pace mondiale e di sostegno al terrorismo contro il dittatore di Baghdad formulando la teoria della guerra preventiva.
Nel marzo 2003 ha sferrato l’attacco contro l’Iraq sulla base di prove false esibite spettacolarmente di fronte al Consiglio di Sicurezza circa il possesso di armi di distruzione di massa. L’antica Mesopotamia fu totalmente distrutta, nessuna struttura logistica o industriale fu risparmiata, l’amministrazione fu disarticolata, l’esercito smantellato, la popolazione affamata, senza acqua né luce, né medicine, la società fu parcellizzata nelle antiche fazioni religiose rimuovendo quegli equilibri che l’avevano tenuta insieme dalla caduta della monarchia nel 1958. Molto ottusamente non previde, né si accorse con il tempo, che creava l’humus e il terreno fertile ideale per far crescere, anche nel resto dei paesi arabi e della galassia islamica e africana, una generazione di terroristi reclutati a centinaia, anzi a migliaia, tra i fanatici delle scuole religiose, tra i militari sbandati fedeli a Saddam Hussein, tra gli eredi dell’antiamericanismo di stampo nasseriano, tra i diseredati della Nigeria, tra gli stessi emigrati in Occidente che avevano visto in Bin Laden prima e in Saddam Hussein poi l’erede del Saladino contro le crociate.
La guerra irachena durò molto più del previsto per la continua guerriglia contro le truppe di occupazione e gli apparati iracheni collaborazionisti, e per i ripetuti attentati contro i vari gruppi etnici e religiosi che la coalizione occidentale aveva rimesso al centro del quadro politico iracheno. Né il trofeo della spettacolare impiccagione del dittatore, dopo tre anni di guerra, produsse l’effetto sperato.
Pur avendo consegnato il potere nominale in Afghanistan e in Iraq a due governi di stretta obbedienza americana, non solo non avevano conseguito la vittoria sui Talebani e su al-Qaida ma anzi avevano trasformato quei paesi in fabbriche di terrorismo di esportazione, focolaio di organizzazioni estremiste pronte al suicidio, come dimostrarono i successivi attentati in varie parti del mondo compresa l’Europa: da Madrid, a Londra, da Parigi, a Tolosa, a Bruxelles, ecc.
Ma lo schieramento americano-anglo-francese non ha imparato la lezione e si è incaponito nel continuare le operazioni di guerra anche contro due altri feroci dittatori, con i quali avevano fatto affari miliardari e scambiato onorificenze, distruggendo completamente la Libia e la Siria, lasciando ampio spazio alla nascita del Califfato di al Baghdadi ed all’esodo incontrollato di milioni di profughi verso l’Europa.
In Libia, a prezzo di decine di migliaia di morti e della distruzione totale di intere città, avevano ottenuto l’assassinio violento di Gheddafi, che aveva tenuto in pugno il paese per 42 anni, mentre in Siria la prova di forza contro Assad, costata centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, scontratasi con l’opposizione della Russia, aveva visto gli americani ripetere lo stesso errore commesso trenta anni prima in Afghanistan. Lì addestrarono e fornirono sostegno finanziario e militare ai mujaheddin in funzione anti-sovietica, creando i presupposti per far nascere in quella culla di resistenza l’emirato islamico dei Talebani. In Siria hanno sostenuto e appoggiato i ribelli anti Assad creando un vuoto politico in cui si è infilata la resistenza dalla cui costola è nato il Califfato.
In linea di principio sarebbe stato giusto stare dalla parte dei ribelli che chiedevano democrazia, ma questo processo avrebbe dovuto maturare dall’interno tenendo conto dei contraccolpi di carattere internazionale (primi fra tutti con la Russia e con l’Iran) che un intervento esterno in Siria avrebbe scatenato nella regione.
E' del tutto naturale che in un'epoca come quella attuale minacciata dalla distruzione totale dei valori-cardine della nostra educazione come indipendenza, libertà, progresso, sviluppo, laicità dello stato, tecnologia, si possa guardare con nostalgia ai tempi in cui la diplomazia era la chiave di volta per la ricomposizione del quadro politico sconquassato dai conflitti. In passato, dopo il disastro di ogni guerra, la parola passava alla diplomazia per il raggiungimento della pace, fondata su un nuovo equilibrio di forze legittimato non dalla giustizia, ma dal consenso internazionale. Oggi, in un mondo precipitato nell’aberrazione in cui ogni paese o governo o gruppo appare agli occhi dell’avversario privo di legittimità, i diplomatici hanno poco da fare. Non possono incontrarsi con la controparte perché non sanno più persuadere, perché non parlano più la stessa lingua della ragione. Persino le conferenze diplomatiche, diventate ormai routinarie e inconcludenti, finiscono per riproporre la sterile ripetizione di note posizioni di principio e di irragionevolezza, condite dal solito scambio di accuse in malafede, in una commedia degli inganni in cui ciascuno tenta di agganciare al proprio carro le potenze non ancora impegnate.
Allora se la guerra è sterile di frutti e dannosa e la diplomazia impotente quale è la strada da percorrere? E’ una strada dura e lastricata di sacrifici e rinunce per tutti.
L’Occidente intero dovrà rinunciare a qualsiasi rapporto politico e economico con quei paesi che sostengono o fiancheggiano direttamente o indirettamente i terroristi, che fanno affari con loro scoperti o mascherati, che non si impegnano nella lotta contro questo cancro della società umana. Solo quando la fortezza del terrore cadrà dall’interno per l’inaridimento di ogni rivolo di ricchezza e di munizioni, solo quando quei paesi avranno regolato secondo le proprie usanze e procedure i nuovi rapporti di forza e saranno disposti a rientrare nella famiglia delle nazioni condividendone tutti i doveri, potrà essere riallacciato il dialogo parlando una lingua comune.

comments

Il partito contrario all’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra

GIAN LUIGI FERRETTI - Una marea di profughi, famiglie intere, 300.000 uomini, donne, vecchi e tanti bambini. Fuggono da una guerra terribile, hanno visto parenti ed amici torturati e uccisi. Sono scappati terrorizzati portando con sé poche masserizie. Hanno fame, hanno sete.
Al loro arrivo non trovano umana pietà. Quelli là, di quel partito rozzo e cattivo, li accolgono con insulti, fischi e sputi. Quelli là pretendono che a tutti vengano prese le impronte digitali. Quelli là urlano “tornate da dove venite”. Il loro giornale di partito scrive: "Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane".
I treni merci che li trasportano stipati fra la paglia vengono presi a sassate da giovani che sventolano la bandiera col simbolo di quel partito.
Deve intervenire l’esercito per proteggerli da quelli là di quel partito che sembrano partecipare ad una gara di crudeltà. Per esempio riescono a non fare fermare il treno nella stazione dove organizzazioni caritatevoli hanno predisposto cibo e bevande per rifocillare i profughi. In un’altra stazione c’è chi si fa fotografare con orgoglio mentre getta sui binari il latte destinato ai bambini.

No, gli esuli di cui vi parlo non sono siriani, né pachistani, né nigeriani, ma italiani che fuggirono dall’Istria e dalla Dalmazia occupate da Tito.
Quelli là non erano leghisti, ma comunisti. Quel partito era il Partito Comunista Italiano. Era su L’Unità che si leggeva: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città…(i profughi) forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi".
Fra coloro che in questi giorni si riempiono la bocca di parole come solidarietà e accoglienza forse ci sono alcuni di quelli che versarono il latte sui binari perché i figli dei profughi non lo bevessero.
Malgrado tutto il suo impegno di cattiveria la sinistra italiana non riuscì a bloccare la  diaspora dei trecentomila esuli che raggiunse molte città italiane, dove vennero ospitati in 120 campi profughi. Altro che alberghi a 4 stelle, altro che 35 euro al giorno, altro che schede telefoniche e paghetta. Fu dato solo qualche pasto e un po’ d’acqua a questi poveri italiani osteggiati, schifati, odiati da altri italiani.
E’ giusto commuoversi davanti alla foto del bimbo siriano morto sulla spiaggia. Perdonatemi se io continuo a commuovermi (e ad incazzarmi) davanti alla foto dei comunisti italiani che versano il latte sui binari per evitare che lo bevano i bambini che hanno di fronte e li guardano con i loro occhioni tristi.

comments

Terrorizzati dall’Isis e invasi dalla Cina

TORQUATO CARDILLI - Spesso il cittadino si sente ripetere dal politico di turno che l’Italia è una grande nazione, che è il terzo finanziatore del bilancio dell’UE, il quinto contributore netto dell’ONU, il secondo paese manifatturiero in Europa, che la spina dorsale della sua economia è la piccola e media industria, che abbiamo il più vasto patrimonio culturale al mondo, che siamo un paese a vocazione turistica, che siamo in ripresa economica e via di questo passo nonostante le autorità facciano di tutto per non combattere la disoccupazione, non proteggere la micro impresa, non vedere e non stroncare le storture, gli abusi, le violazioni, la devastazione dell’ambiente, il ladrocinio dell’economia, la frode, l’evasione fiscale, la corruzione.
Al termine degli elogi e dell’autoesaltazione, ripetuti in ogni circostanza, come fa il premier ragazzotto a prescindere dall’occasione di politica interna o internazionale, c’è sempre la pillola amara di qualche sacrificio in più, di qualche balzello mascherato, di qualche riduzione degli spazi di libertà o di compressione dei diritti primari. Mai che spieghino al cittadino cosa c’è dietro l’angolo e questo non perché non lo sappiano, ma semplicemente perché non lo vogliono dire, timorosi che il popolo conoscendo la verità li mandi definitivamente a quel paese.
Certo esistono nemici veri e nemici occulti, potenziali e reali, visibili e mimetizzati ed in momenti di crisi, è molto più facile additare all’odio il nemico che si vede, anche se solo potenziale, rispetto a quello occulto che invece è subdolamente attivo.
Come paese inserito in un incastro di alleanze e vincolato da patti non sempre felici (ONU, NATO, UE, UNESCO, FAO, OMS, OMC, OCSE, ICAO, OMC, AIEA, Consiglio d’Europa, Convenzioni multilaterali e Trattati bilaterali, ecc.) dobbiamo muoverci con molta cautela e con dignità (o almeno mantenendo quella poca che ci è rimasta) rispettando la parola d’onore a partire da quella data ai nostri concittadini e scolpita nella Costituzione.
In questi giorni di esasperazione per le esplosioni di atti devastanti di terrorismo dell’ISIS in Europa e non solo, ci si sente tutti colpiti, minacciati e in dovere di reagire con delle contromisure adeguate. Ma, per quanto sforzo si faccia, non si riesce a comprendere come i maggiori paesi che hanno la responsabilità nella gestione della pace e della sicurezza nel mondo, cioè i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e che ci hanno ridotto in queste condizioni, sappiano solo rispondere con la guerra. Per meglio dire quattro di essi sono per la guerra senza subordinate politiche (USA, Russia, Francia, Gran Bretagna) ed il quinto (la Cina), non parla, restando appollaiata come un condor sulla rupe in attesa di piombare sulla preda.
Se vivessimo ancora come duemila anni indietro con gli strumenti di allora e con lo spirito degli antichi romani che concepivano la fine della guerra, cioè dello strumento di estensione del proprio dominio, solo con la “debellatio” totale del nemico, allora potremmo dire che la guerra sarebbe una misura adeguata.
Chi non ricorda il significato del famoso monito “Carthago delenda est” (Cartagine deve essere distrutta) pronunciato nel 157 a.C. da Catone il censore di fronte al Senato romano e che diede l’avvio alla terza e definitiva guerra punica? Catone era convinto che non fosse possibile, né conveniente per Roma venire a patti con il secolare nemico e, secondo la leggenda, ne persuase i senatori, tirando fuori dalla tunica una manciata di fichi arrivati da Cartagine per dimostrare che se il fico, frutto come noto facilmente deperibile, poteva resistere ad un viaggio via mare da Cartagine, voleva dire che quella città tanto pericolosa era troppo vicina a Roma e doveva essere distrutta.
Non si trattava di una pura tattica negoziale per ottenere un trattato con condizioni più favorevoli, ma di una strategia politica di lungo respiro conclusa da Scipione che, dopo aver espugnato Cartagine, lasciò che i suoi legionari la saccheggiassero e ne massacrassero tutti gli abitanti e poi, dopo averla incendiata, la rase al suolo senza che restasse pietra su pietra, facendo cospargere il terreno di sale per evitare che potesse essere nuovamente coltivato e reso abitabile.
Dunque abbiamo noi la stessa “endurance” dei romani che ingaggiarono con i cartaginesi una guerra durata oltre 120 anni?
No, la risposta è ovvia. Non abbiamo lo stesso carattere perché non crediamo più in nulla, abbiamo perso il senso di nazione, viviamo alla giornata e non ci curiamo di quello che potrà succedere alla prossima generazione tanto è vero che l’abbiamo già caricata di debiti e le consegniamo  un ambiente devastato ed inquinato (a dispetto delle cicliche conferenze passerella sul clima!) ancora prima che venga alla luce, avendone persino consumato la pensione ed il welfare per la nostra sussistenza.
E allora? Analizzata la situazione e valutati i pericoli imminenti e futuri non basta spostare in avanti la data dello scontro finale, sperando di farla franca per ora. Bisogna adottare adesso le contromisure più adeguate che, come dimostrano le fallimentari decisioni assunte negli ultimi 30 anni, almeno a far data dalla caduta del muro di Berlino, non possono essere esclusivamente rappresentate dallo strumento militare che ha finito per scavare un abisso di odio tra noi e loro, profondo come la fossa delle Marianne. Bombardare oggi, senza avere la soluzione politica che duri per i decenni a venire è un’operazione dai costi certi e dai benefici del tutto inesistenti. Al contrario bisognerebbe stendere un cordone politico-sanitario non per rinserrarcisi dentro, ma per impedire agli altri di approfittare a nostro danno delle regole della democrazia, della nostra economia, del nostro stile di vita, della nostra cultura, della nostra tecnologia. Come?
Il magistrato Falcone aveva chiaro che per battere la mafia c’era una sola via, quella di inaridire i mille canali di rifornimento del denaro, confiscandone tutti i beni, senza pietà. Non è stato seguito ed i risultati si sono visti. Lo stesso vale per il terrorismo: senza denaro e senza armi non può più fare del male neppure ad una mosca. Dunque è necessario obbligare tutti i paesi contrari al terrorismo a condividere i nostri valori, ad adoperarsi sul terreno per il contenimento del regno del terrore e a recidere qualsiasi rapporto, anche puramente umanitario, con esso. In difetto di ciò i paesi democratici dovranno interrompere immediatamente ogni rapporto di qualsiasi natura, economico, commerciale, energetico, finanziario, industriale pur se questo dovesse significare dolorose rinunce.
Quando Stati Uniti e Russia hanno ingaggiato il braccio di ferro sull’Ucraina e sulla Crimea il presidente americano aveva rassicurato l’Europa che in caso di mancanza di forniture di gas russo sarebbe stata l’America a soddisfare i bisogni europei. Se le cose stano effettivamente così, con una solidarietà salda come una roccia, non ci sarà da avere preoccupazioni che invece diventeranno gigantesche se ciascuno ponesse eccezioni e facesse prevalere il salvataggio dei propri alleati che violano costantemente i diritti umani e sostengono il terrore, per continuare a fare affari di nascosto.
Sulla politica dei cinque grandi ho fatto cenno alla posizione ambigua, quasi sonnacchiosa, della Cina il cui disegno a lungo termine non è meno pericoloso di quello a breve del terrore islamico.
La Cina sa che non ha nulla da temere dal terrorismo per l’enorme, incolmabile, sproporzione delle forze in campo, per le differenze linguistico-somatiche, per l’impossibilità di mimetizzazione in quella società, per l’assenza di regole democratiche che da sola costituisce lo spauracchio di ogni velleitarismo destabilizzante. Al contrario, con l’impercettibilità di una marea montante e inesorabile da anni persegue il disegno di supremazia economica invadendo il nostro mercato con prodotti a basso costo che hanno già mandato in rovina migliaia di aziende ed acquistando consistenti quote del debito pubblico e del patrimonio industriale occidentale.
Tutti sanno quello che è successo a Prato dove sono arsi vivi in un capannone, come topi in trappola, una trentina di operai cinesi rinchiusivi come schiavi, in condizioni di lavoro forzato giorno e notte senza rispetto delle più basilari norme contro lo sfruttamento del lavoro, dell’igiene, dell’assistenza sociale, della fiscalità. In quella città hanno creato un polo industriale di quasi 5.000 piccole imprese a denominazione sociale individuale, aperte e chiuse in pochi mesi per sfuggire ad ogni tipo di controllo, per evadere il fisco e i contributi sul lavoro, con l’acquiescenza dei grandi produttori che danno commesse e nell’indifferenza delle autorità che non vigilano sull’osservanza della legge e non prevengono i danni alla piccola e media industria manifatturiera nazionale.
Ogni operatore economico sa che il “dumping” è una procedura di vendita all’estero di un bene o di un servizio  ad un prezzo inferiore a quello del mercato e addirittura inferiore a quello di produzione nel luogo di origine. La Cina, con un’ industria solo nominalmente privata, ma di fatto statale, dopata dalle sovvenzioni pubbliche, dai bassissimi costi dell'energia, dallo  sfruttamento della manodopera, anche minorile senza tutele sindacali, è incurante della sovrapproduzione, e permette ai suoi marchi, di operare in una concorrenza sfrenata e sleale nei confronti dei produttori europei. Può vendere all’estero a prezzi notevolmente inferiori obbligando alla chiusura le aziende concorrenti che non possono tagliare sui costi del lavoro, della fiscalità, dei contributi, del sistema previdenziale.
Tra un anno (dicembre 2016) i paesi membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio potrebbero riconoscere alla Cina il cosiddetto stato di economia di mercato e ciò potrebbe segnare l’inizio della fine del nostro sistema produttivo, nonostante che la Cina non sia assolutamente in possesso dei requisiti previsti dal diritto internazionale e da quello comunitario. Riconoscere alla Cina lo stesso status di economia di mercato dell'Unione Europea, Usa, Giappone, Russia, India, Australia, Canada significa cancellare la politica dei dazi anti-dumping, consentiti ai paesi importatori di semilavorati o di prodotti industriali cinesi per garantire un’efficace difesa commerciale contro la concorrenza sleale.
C’è il forte pericolo che a causa dell’inerzia o della complicità di molti governi europei (il nostro premier solitamente garrulo tace), nel giro di pochissimi mesi, migliaia di imprese (nei settori dell’acciaio, legno, ceramica, alluminio, carta, vetro, componenti per auto, chimica, tecnologie ambientali) possano scomparire, con la perdita in tutta l’Europa tra 1,7 a 3,5 milioni di posti di lavoro di cui almeno 400/600 mila in Italia, come pubblicato dall’istituto di ricerca internazionale Economic Policy Institute.
Dicembre 2016 è una data vicinissima e il tempo a disposizione per bloccare questa scelleratezza è poco; quando arriverà non servirà più a nulla gridare “al fuoco” perché la casa sarà già bruciata.
Le prossime settimane si presentano cruciali non solo per la lotta al terrorismo, ma anche perché la Commissione Europea sta per presentare una proposta favorevole alla Cina che metterebbe tutti di fronte al fatto compiuto, senza trasparenza con le altre istituzioni, senza una valutazione d’impatto, mossa esclusivamente da ragioni politiche iperliberiste che hanno già distrutto l’economia reale in molte parti della UE e che soddisfano solo le esigenze di un capitalismo finanziario senza radici, senza identità culturale e morale, capace soltanto di delocalizzare dove il costo della produzione e quello del lavoro sono più vantaggiosi per la proprietà e meno remunerativi per il lavoratore.
L'Europa rischia di cedere perché nessuno ha il coraggio di contrastare questo disegno della Cina che detiene una parte consistente del debito pubblico e degli asset industriali occidentali.
Nel Parlamento europeo c'è una maggioranza contraria a questo provvedimento, ma il Commissario al Commercio Malmstrom sarebbe molto sensibile al potere delle lobby pro Cina, così come il governo italiano che ha paura delle ritorsioni di Pechino, diventato negli ultimi anni un grande investitore per miliardi di euro in Telecom, Fiat-Chrysler, Eni, Enel, Prysmian, Cdp Reti, Ansaldo Energia, Gruppo Ferretti, Fiorucci, Miss Sixty, Cerruti, Benelli, ecc.
Possono il Presidente del Consiglio, il Ministro degli Esteri, il Ministro dello Sviluppo economico illustrare quale sarà la posizione dell’Italia sulla questione, prima che questo ciclone si abbatta sull'economia italiana ed europea?.

comments

I profughi, i buonisti e la lezione della Storia

GIAN LUIGI FERRETTI - Arrivano in massa alle frontiere. Scappano dalla guerra. Macilenti, con le famiglie, implorano di entrare.
Sono 200.000 profughi Goti che, tra l'estate e l'autunno del 376, fuggono l'avanzata unna quelli e si presentano sulle rive del Danubio chiedendo "asilo politico".
L'Impero romano sceglie un atteggiamento buonista, o meglio buonista-opportunista (alla Merkel, per intenderci) perchè, in piena crisi demografica, ha bisogno di manodopera a buon mercato e di uomini per rimpolpare l'esercito.
Fu organizzata “l’accoglienza” – anche i romani usarono un termine burocratico, la receptio – ai confini furono installati magazzini per la distribuzione immediata di generi di vestiario e alimentari ai profughi molti dei quali annegano nella corsa per attraversare la frontiera.
Ma, ahimè, la Roma d'allora non era così diversa dalla Roma di oggi. La fornitura delle razioni per i migranti venne data in appalto in cambio di tangenti, raccontano gli storici romani, con il conseguente interesse a far durare l’emergenza più a lungo possibile così da massimizzare i guadagni per corrotti pubblici e corruttori privati.
Comunque l'imperatore Valente venne lodato per la lungimiranza con la quale aveva sistemato le famiglie nelle zone da coltivare ed aveva arruolato nelle legioni i giovani maschi.
Ma finì male, anzi malissimo. I profughi, man mano che aumentavano di numero, si trasformarono in invasori. E quando l'Impero cercò di reagire subì la più grave sconfitta della sua storia ad Adrianopoli.
E da allora nulla fu più come prima.
“Non c’è provincia dove non si siano stanziati i  barbari”, lamentava l’anonimo Cronista del 452. E un altro: “Gli antichi romani erano temuti; ora siamo noi che temiamo. I barbari pagavano loro i tributi; ora siamo noi a pagare tributi ai barbari. Ci fanno pagare perfino la luce del giorno, dovendo noi comprare il diritto alla vita. Dobbiamo addirittura ringraziare i barbari per il diritto di riscattarci. Cosa c’è di più miserevole e umiliante!”.
L'arrivo dei Goti fu un momento di svolta nella storia dell'impero romano, dando inizio ad una serie di eventi che portarono al collasso dell'Impero romano d'Occidente un secolo dopo. Insomma si può affermare che l'Impero romano crollò a causa dell'immigrazione.

comments

Niente paura, l’Italia è al sicuro da attacchi terroristici

ALBERTO BRUNO - I nostri servizi segreti sono riusciti a decrittare un messaggio, inviato dall’ISIS ai suoi militanti, nel quale si invita a puntare su altri paesi perché “fare un attentato in Italia è troppo difficile”. Ecco da dove deriva la sicurezza mostrata dal nostro Ministro dell’interno che qualche giorno fa ha ricevuto dai servizi un rapporto riservatissimo con il resoconto di successivi fallimenti in serie per impossibilità operativa dei vari tentativi di attentato terroristico.
Secondo la ricostruzione di questo rapporto due terroristi dell’ISIS sarebbero arrivati in aereo a Napoli per eseguire la missione del “castigo” contro gli infedeli, come appresso dettagliato:
Domenica, 1 novembre ore 14.47
Arrivano all’aeroporto internazionale di Capodichino, provenienti dalla Turchia; passano indenni il controllo dei passaporti, anzi il poliziotto addetto al varco dei cittadini non UE, di carnagione nera, gli fa l’occhiolino, il che fa ritenere ai terroristi di essere in un ambiente favorevole con una buona rete di complicità. Tuttavia non escono dall’aeroporto se non dopo otto ore, perse in attesa della consegna delle valigie che non sono apparse sul nastro trasportatore.
La società di gestione dell’aeroporto non si assume alcuna  responsabilità della perdita dei bagagli che scarica sulla compagnia aerea il cui sportello è stato però già chiuso subito dopo l’atterraggio dell’aereo. L’impiegato dell’aeroporto addetto al deposito bagagli consiglia ai terroristi di provare a ripassare il giorno dopo: “chissà, con un po’ di fortuna…”
Ore 22,50
Usciti dal terminal i terroristi non trovano più il complice che doveva consegnare loro l’esplosivo. Decidono di prendere un taxi per farsi portare in albergo. Il tassista li osserva dallo specchietto retrovisore e, avendo capito che sono stranieri, li porta a passeggio per tutta la città by night per 3 ore e mezza. Dal momento che i due non parlano, né si lamentano per questi giri a vuoto, neanche dopo che il tassametro raggiunge i 700 Euro, il tassista confabula con qualcuno via radio e decide di fare il colpo gobbo: arrivato alla rotonda di Villaricca, si ferma e fa salire un complice che fingeva di essere una persona investita bisognosa di cure. Tassista e complice derubano i viaggiatori dopo averli ricoperti di mazzate e li abbandonano esanimi al Rione 167.
Lunedì, 2 novembre ore 4.30
Al risveglio, dopo la mazziata, ambedue i terroristi che prudentemente avvertiti sulla mariuolaggine italica avevano messo i passaporti e alcune banconote da 100 dollari nei calzini, riescono a raggiungere l’albergo sito in zona piazza della Borsa.
Ore 9,00
Dopo un breve riposo e una lavata i due non fidandosi più del taxi decidono di prendere a noleggio un’auto presso la Hertz di piazza Municipio. Quindi si avviano in direzione aeroporto per incontrarvi il complice che doveva consegnare l’esplosivo, ma giusto prima di arrivare a piazza Mazzini, rimangono bloccati da una manifestazione di studenti uniti alle tute bianche anti-global e ai disoccupati napoletani che non li lasciano passare.
Ore 12,30
Arrivano finalmente in piazza Garibaldi, e lì decidono di cambiare dei soldi per muoversi più liberamente. Mentre consultano il tavellone dei cambi esposto vengono avvicinati da un trafficante dai modi gentili che si offre di fare un cambio vantaggioso. I due accettano : i loro dollari vengono cambiati in biglietti da 100  e da 50 Euro falsi.
Ore 15.45
I terroristi arrivano all’aeroporto di Capodichino dove incontrano il complice che, dopo un solenne cazziatone per il ritardo di 24 ore, consegna loro i biglietti di viaggio per Milano e la borsa di esplosivo necessaria a far esplodere l’aereo che devono prendere, sulla verticale del Duomo.
I due innescano la bomba e si avviano ai controlli di sicurezza decisi a farla scoppiare tramite telefonino se il metal detector ne rivela la presenza. Passano indenni il controllo di sicurezza perché la macchina metal detector non funziona, ma al gate c’è un intoppo: i piloti Alitalia hanno proclamato uno sciopero improvviso di 4 ore perché chiedono la riqualificazione salariale e la riduzione dell’orario di lavoro.
Ore 22
Sembra che possa iniziare l’imbarco, ma le hostess di terra dell’Alitalia chiedono la pinza obliteratrice per annullare le carte di imbarco e i biglietti come richiesto dalla circolare di sicurezza del Ministero dell’Interno. Le pinze non si trovano e le hostess non consentono l’imbarco.
L’altoparlante annuncia che in alternativa i passeggeri con il solo bagaglio a mano possono fare il cambio di carta di imbarco e prendere il volo della Ryan Air, le cui hostess non fanno storie, con destinazione Alghero  e poi Milano, che però porta 6 ore di ritardo.
I passeggeri vengono accampati alla meglio nelle sale d’attesa, alcuni giocano a carte, altri intonano canti popolari, altri litigano per occupare le poche sedie vuote, altri ancora gridano slogan contro il governo, contro i piloti e le hostess, inneggiano alla rivolta e minacciano gli stewards!
Arrivano la polizia e i carabinieri in assetto anti sommossa che cominciano a dare manganellate a destra e a manca, contro tutti, accanendosi in particolar modo sui due terroristi che sono gli unici a non partecipare alla gazzarra.
Dopo una mezz’oretta di parapiglia gli animi si calmano e ciascuno si medica e si pulisce alla meglio.
Ore 23
I due terroristi tumefatti e acciaccati, si avvicinano al banco della Ryan Air per cambiare i biglietti per l’aereo diretto a Alghero-Milano, con l’intenzione di farlo esplodere in volo. Il responsabile della Ryan Air che gli da i nuovi biglietti tace completamente sul fatto che nel frattempo il volo è stato cancellato e riprogrammato per il giorno dopo alla stessa ora.
Ore 23,30
Ignari di questo inganno, sapendo di dover partire dopo alcune ore discutono che forse converrebbe fare subito l’operazione dell’attentato direttamente nella hall d’attesa ancora piena di viaggiatori. Hanno quasi preso la decisione in questo senso quando suonano le sirene dei pompieri che intervengono per una sospetta fuga di gas. Questo fatto li convince a desistere perché l’esplosione della bomba sarebbe stata fatta passare dai media come fatto accidentale della fuga di gas togliendo all’ISIS ogni scopo propagandistico. Quindi pensano che sia più opportuno manifestare questa opera di carità verso la città risparmiando quanti stanno a terra in attesa del gran botto in volo che significherebbe la morte certa di tutti i passeggeri. Affamati si dirigono al ristorante che sta per abbassare la saracinesca. Il cameriere comunica che la cucina è già chiusa e che possono prendere solo gli avanzi freddi. A gesti e con frasi incerte ordinano ciascuno una pizza e una frittata con le cipolle, che dall’aspetto verdastro dovevano stare là da un paio di giorni. Mentre fanno per pagare il conto si accorgono che la borsa con l’esplosivo che avevano appoggiato sulla sedia al tavolo è scomparsa. Allora decidono di non restituire con il vassoio i coltelli usati per la pizza, con i quali pensano di minacciare il pilota dell’aereo da far precipitare e schiantare sul Duomo.
Martedì 3 novembre, ore 3,55
Quando manca poco alla supposta chiamata di imbarco i due vengono colti da dolori lancinanti causati dalla frittata e dalla pizza avariata. Si contorcono dal dolore e i sorveglianti chiamano l’autoambulanza che li porta all’Ospedale Cardarelli. Al pronto soccorso non c’è nessun medico di guardia e dopo aver aspettato alcune ore nel corridoio vengono sottoposti a visita. Ma il referto è infausto: non si tratta di salmonellosi, come originariamente ipotizzato, ma di sospetto colera. Quindi vengono di corsa trasferiti nel reparto di isolamento. Nell’ascensore l’infermiere fa cadere a terra i fogli delle cartelle cliniche e li raccoglie mischiandoli ad altre cartelle di altri pazienti.
Ore 9
Arriva il primario, che dopo un’altra ora abbondante esamina le cartelle scambiate dagli infermieri a cui fa un solenne cazziatone perché i due ricoverati non debbono stare nel reparto di isolamento, ma avviati subito in sala operatoria. Quindi uno viene spedito al reparto di chirurgia e l’altro nel reparto di terapia intensiva cardiologia. Al primo viene asportato il rene destro assolutamente sano, mentre al secondo viene impiantato un pacemaker di fabbricazione cinese, acquistato sul mercato  nero dal direttore amministrativo che fa la cresta sugli acquisti, rivelatosi ben presto difettoso.
15 novembre, domenica, ore 15
Dopo tre domeniche dalla loro partenza per la missione e 14 giorni di tribolazione i 2 poveracci escono dall’ospedale. Non hanno più la macchina che avevano lasciato all’aeroporto  e cercano di tornare in taxi in albergo. A causa di un’interruzione stradale per una voragine il tassista è costretto a fare un giro che li porta nei pressi dello stadio San Paolo dal quale escono migliaia di tifosi incazzati neri perché il Napoli ha perso in casa col neopromosso Frosinone terz’ultimo in classifica per 3-1, con due rigori assegnati nei minuti di recupero. Una banda di ultrà della “Masseria Cardone”, blocca tutte le macchine e costringe i passeggeri a proseguire a piedi. I due poveracci che non sanno rispondere a chi li chiama in dialetto napoletano sono scambiati per tifosi del Frosinone e vengono inseguiti. Raggiunti subiscono una caterva di legnate e rimangono a terra tramortiti. Come se non bastasse, il capo degli ultrà, tale “Peppino o Ricchione”, consuma l’ultimo sfregio e abusa sessualmente di loro.
Ore 18
Finalmente gli ultrà se ne vanno e i due terroristi decidono di ubriacarsi per la prima volta nella loro vita come estremo sacrificio, per non sentire il dolore delle percosse e si infilano in una bettola della zona portuale dove gli rifilano del vino adulterato con metanolo. Ancora dolori lancinanti e nuovo ricovero d’urgenza al Cardarelli con l’unica autoambulanza che trasportava già due feriti degli scontri allo Stadio. In ospedale dall’analisi del sangue dei terroristi malconci viene riscontrata la sieropositività all’HIV con immediato isolamento e terapia intensiva.
24 novembre, martedì
I due malcapitati firmano la liberatoria per l’ospedale per ottenere di essere rilasciati e con gli ultimi soldi in tasca riescono a pagare un contrabbandiere che con una zattera li porta in Libia in stato molto malridotto, orbi per l’etanolo e debilitati dall’infezione.
Prima di salpare lanciano un SMS ai loro mandanti, intercettato dalla polizia postale, giurando che non avrebbero più osato fare un attentato in Italia, dove è impossibile operare.
Il Ministro dell’interno subito informato convoca una conferenza stampa per dichiarare che l’Italia è al sicuro.

comments

Boccadutri il compaesano di Dell'Utri

ALBERTO BRUNO - Chi non ricorda la canzone, lanciata quasi mezzo secolo fa da De André “bocca di rosa”? Faceva così:
La chiamavano bocca di rosa, metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione nel paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero che non si trattava di un missionario.
Qualche buontempone, dopo quanto accaduto giorni fa in Parlamento, si è divertito a riformularla e ne è venuta fuori una ironica muova versione:
Lo chiamavano Boccadutri, ma era paesano di dell’Utri
Appena parlò lentamente in quel posto così elitario
tutti capirono immediatamente che gli serviva un abbecedario,
con Boccadutri soldi a palate, dal PD fino alla Lega
se li spartiscono per le mangiate e dei cittadini chi se ne frega
Il lettore comune si chiederà chi sia mai questo Boccadutri. E’ un quarantenne parlamentare palermitano, eletto però a Roma, ex pacifista che ha dichiarato guerra alla lingua italiana, ex cassiere di rifondazione comunista, poi cassiere di SEL sotto la cui bandiera si è fatto eleggere alla Camera e poi transfuga, al seguito degli scissionisti di Migliore, si è intruppato, con armi e bagagli nel PD. Tanto per inquadrare il personaggio è un deputato che ha votato contro la legge sull’abolizione del finanziamento ai partiti (quindi a favore del finanziamento), contro la sfiducia al ministro Cancellieri, al Ministro Alfano e al Sottosegretario Castiglione (quindi a favore di personaggi discussi), ed ha votato anche a favore dell’italicum.
Fin qui direte che è tutto normale data la natura di voltagabbana dei politici italiani che passano dalla destra alla sinistra e dalla sinistra alla destra sempre per interesse personale, mai per una battaglia ideale. Quello che invece fa venire il voltastomaco ai lavoratori è il tradimento della volontà popolare sempre portata in palmo di mano in campagna elettorale.
Facciamo un passettino indietro, per inquadrare anche lo scenario.
Nel 1993, cioè ben 22 anni fa, gli italiani disgustati dalle ruberie del pentapartito, ma anche dalle mazzette del compagno Greganti e soci del PCI, bocciarono solennemente con un referendum il finanziamento dei partiti. Poteva finire così in un paese come l’Italia con la classe politica più squalificata d’Europa? No, Tutti d’accordo, compresi quelli che non avevano rubato, misero in piedi trucchi e contorti marchingegni legislativi per continuare ad arraffare quei soldi che il popolo aveva negato, varando una legge ipocritamente detta dei rimborsi delle spese elettorali nella misura di un tanto per elettore anche per conto dei non votanti, ben oltre le spese effettivamente sostenute.
Tutto è filato liscio come l’olio per 20 anni, che sono stati gli anni delle ruberie in massa dalle tasche degli italiani di oltre 10 miliardi di euro che hanno consentito le creste dei vari Lusi, Bossi e Belsito ecc., fino a quando è comparso all’orizzonte della scena politica italiana il M5S che ha impostato una martellante campagna su tre cardini: niente soldi ai partiti, riduzione dello stipendio dei parlamentari e abolizione dei privilegi. Promesse mantenute integralmente con la rinuncia espressa ai contributi e ai rimborsi pubblici, a metà dello stipendio, ai privilegi collegati alle cariche.
Come era accaduto dopo Mani Pulite, a seguito dei risultati delle elezioni del 2013 la Casta si è spaventata ed ha compreso che era arrivato il momento di fermare il dissanguamento popolare se non voleva essere spazzata via. Il governo Letta ha fatto perciò approvare una legge che avrebbe ridotto progressivamente i finanziamenti ai partiti fino a farli scomparire nel 2017 (con il voto contrario di Boccadutri). Ma i furbacchioni sanno quello che fanno e sono abilissimi nel cospargere il terreno di trappole  e trabocchetti. I cosiddetti rimborsi ridimensionati sarebbero stati concessi solo ai partiti che avessero presentato i conti in ordine, verificati da un’apposita Commissione di garanzia.
Tanto era bastato al PD per ribadire in ogni occasione che il finanziamento era stato abolito. Solita bugia  perché i rimborsi avrebbero continuato ad essere versati per altri 4 anni.
La Commissione di garanzia che aveva il compito di verificare la regolarità dei bilanci dei partiti per poter comunicare alle presidenze delle Camere che poteva essere erogata la rata annuale di finanziamento pubblico, è stata istituita solo sulla carta, ma in tutto questo tempo non le sono state concesse le risorse umane per procedere ai controlli, che per essere efficaci avrebbero dovuto essere fatti da personale apposito della Corte dei conti e della guardia di finanza. Risultato: il 30 giugno il magistrato contabile Calamaro, presidente della Commissione, ha scritto a Grasso a Boldrini per dire che non aveva potuto eseguire i controlli di legge sulle migliaia e migliaia di pezze d’appoggio e che conseguentemente i fondi del 2013 non potevano essere erogati. Apriti cielo!
I partiti, entrati da tempo nella dimensione in cui il valore delle persone non si misura sull’onestà, sulla coerenza, sulla fedeltà al patto con gli elettori, ma sui denari, si son fatti prendere dal panico e come tante idrovore a secco hanno cominciato a girare a vuoto con rischio di fusione.
A rimettere l’olio negli ingranaggi e a togliere le castagne dal fuoco, alla ripresa dei lavori dopo le vacanze estive, ci ha appunto pensato Boccadutri. Coerente con la sua natura di maneggiatore di denari ha presentato una legge truffa che, guarda caso, è stata prontamente approvata da tutti i partiti, quelli di governo e quelli di finta opposizione, assetati di quattrini e cioè PD+NCD+UDC+PA+FI+LEGA+SC+FdI+Misto, con gli unici voti contrari del M5S.
Non c’è da meravigliarsi più di tanto: il popolo è abituato a questi calci sui denti da parte di chi vive di politica senza calli alle mani, senza sudore, senza fatica.
Ci sono però due cose che fanno gridare vendetta al cospetto del cittadino onesto: la difesa di una appropriazione indebita basata sulla menzogna, su un sofisma da bugiardi e su strafalcioni grammaticali.
Il Boccadutri nel dibattito parlamentare non sapendo come giustificare la sua proposta di legge, mentendo ha affermato che il M5S “non ha rinunciato proprio a nulla (dei 42 milioni che gli sarebbero spettati come rimborsi elettorali) dato che semplicemente non ha diritto ad alcun finanziamento non avendo depositato alcun documento relativo al bilancio, come previsto dalla legge". La realtà è ben diversa. Il M5S coerentemente al suo programma ha spontaneamente rinunciato a ogni tipo di finanziamento pubblico e dato che la legge impone la presentazione della richiesta entro 30 giorni dalle elezioni a pena di decadenza, ha fato tranquillamente scadere il termine senza formulare alcuna domanda per lasciare tale somma nelle casse dello Stato. Quindi è inaccettabile il sofisma secondo cui il M5S non avrebbe diritto ai rimborsi perché non ha presentato la domanda.
Lo stesso discorso vale per il contributo statale del 2 per mille (approvato nonostante l’opposizione del M5S), il cui ammontare, non dimentichiamolo, rappresenta pur sempre un gruzzolo milionario sottratto alle risorse dello Stato (meno asili nido, meno sussidi ai più bisognosi, ecc.) per mantenere le burocrazie dei partiti. Ma il Boccadutri per esaltare la bontà della scelta del 2 per mille ha fatto una dichiarazione in Parlamento che è diventata virale e che chiunque può ascoltare in rete "i cittadini hanno uscito il loro portafoglio ed hanno dato i soldi ai partiti" .
Ecco chi è il Boccadutri, compaesano di dell’Utri.

 

comments

Chi sono gli assassini

TORQUATO CARDILLI - Captagon, parola sconosciuta alle masse, è il nome di un’anfetamina che costituisce la benzina del motore cerebrale degli assassini di oggi che trucidano senza pietà, bestemmiando in nome di Dio.
Dalla pillola blu che esalta la virilità sono passati alla meno costosa, ma molto più nefasta, pillola bianca che cancella la paura, la stanchezza, la fame e il dolore, il nuovo elisir che conferisce una sensazione di onnipotenza, esaltando e moltiplicando l’aggressività e la ferocia propria dell’animale.
Gli esecutori di tutte le stragi che hanno insanguinato in questi ultimi anni varie città nel mondo sono imbottiti di questa sostanza, molto diffusa in Medio Oriente con laboratori di produzione in quella parte di Siria sotto il controllo dell’ISIS, così come fecero i loro progenitori del XIII secolo.
La parola assassino usata in Occidente fin dal 1300, e citata da Dante nell’inferno (XIX, 50) ”… io stava come ’l frate che confessa lo perfido assessin, …” non è di origine latina o greca perché in queste lingue per indicare l’omicida violento esiste il vocabolo sicarius, o androdaiktos e l’equivalente del verbo assassinare è occidere, trucidare, necare o apokteino. Dunque da dove viene l’espressione assassino?
Chi abbia letto il Milione di Marco Polo ricorderà il personaggio indicato come il Vecchio della montagna (Hasan- i-Sabah), capo carismatico della setta eretica degli "ismailiti" composta da fanatici sanguinari che nel 1109 s'impadronì della fortezza di Alamut (nel nord dell’attuale Iran, tra Teheran e il mar Caspio), da cui estese il controllo non solo sulla Persia, ma anche sulla Siria.
Secondo le fonti storiche arabo-persiane e persino cinesi, il gruppo dei suoi seguaci veniva indicato col termine di "hashishiyyah" cioè gente dedita al consumo dell’hashish e i singoli membri erano chiamati hashishin, da cui il vocabolo entrato nelle lingue europee. Le stesse fonti asiatiche, riprese da Marco Polo, testimoniano il potere assoluto esercitato da Hasan, manipolatore delle menti dei suoi seguaci, scelti per fedeltà e coraggio, sottomessi attraverso l’indottrinamento e l’addestramento fisico, indotti fanaticamente all’omicidio politico in azioni violente, singole o di gruppo, attraverso l’inebriamento da stupefacente per entrare nel paradiso ricco di divertimenti e piaceri infiniti con sesso e cibo a volontà, tra fiumi di latte e miele. In questo luogo fantastico si poteva entrare solo attraverso il compimento della missione omicida-suicida, specialmente contro altri musulmani scismatici o infedeli. Gli assassini dovevano impressionare il popolo e perciò erano obbligati ad operare scopertamente in modo spettacolare, in luoghi frequentati (mercati e moschee) preferibilmente di venerdì, giorno sacro dell’Islam (quale tragica, singolare analogia con i fatti di Parigi!).
Celebre fu il tentativo fallito di assassinio di Saladino, Sultano d’Egitto e Siria, che aveva cinto di assedio Aleppo nel 1176 durante la terza crociata. Gli assalitori furono uccisi sul posto dalle guardie e la serenità con cui affrontarono la morte rivelò quanto potente fosse l’allucinogeno che avevano assunto (anche qui l’analogia è impressionante con il fallito attentato dinamitardo allo Stade de France ove era presente Hollande!).
Furono i mongoli di Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan ad espugnare e radere al suolo la fortezza di Alamut, ritenuta fino ad allora imprendibile, ed a massacrarne tutti gli abitanti. Dopo una sporadica resistenza, anche gli altri castelli-fortezze della setta caddero e degli “assassini” non si sentì più parlare in Medio Oriente per secoli.
Ma l’uso dello stupefacente somministrato per stordire, quanto più possibile, coloro che sono destinati alla morte è rimasto vivo negli ambienti militari. Forse che nelle trincee della prima guerra mondiale non erano distribuite anfetamine per far vincere la paura e poter mandare i soldati all’inutile assalto di reticolati incontro a morte certa? E quando non erano più disponibili gli stupefacenti veniva raddoppiata la razione di cognac o di grappa, così come nel XVI secolo facevano i pirati con il rum prima di ogni arrembaggio. La stessa cosa si è ripetuta durante la seconda guerra mondiale per non parlare delle guerre di Corea e del Vietnam in cui tutti i soldati o quasi facevano uso di droga.
Da una decina di giorni, in ogni occasione di cerimonia o incontro pubblico dentro e fuori di Francia, si sentono risuonare, in segno di solidarietà con le vittime della carneficina al Bataplan di Parigi, le note della Marsigliese, canto rivoluzionario contro la tirannia, emblema e simbolo della rivoluzione francese, dello spirito laico e repubblicano, dei valori universali di libertà, uguaglianza e fratellanza.
Eppure fu proprio quella rivoluzione ad essere passata attraverso la fase del Terrore, che costituì un regime piuttosto che un movimento politico clandestino. Prova che un popolo intero può essere influenzato da un sentimento sociale diffuso, tenuto sempre vivo da un gruppo di uomini che lo sfrutta per manovrare la nazione. La storia è stata sempre stracolma di casi di tirannicidi, regicidi o di detronizzazioni violente di governanti, dagli imperatori romani raramente morti di vecchiaia, ai Califfi arabi, ai dogi come Marin Faliero, ai re come Carlo I Stuart, alle ripetute defenestrazioni di Praga ecc., ma il Terrore anziché esaurirsi nel ghigliottinamento del re, della regina e della nobiltà, tracimò nel rimodellamento dello spirito nazionale francese.
Per ironia della sorte, che mostra tutta la sua perfidia in questi giorni, durante il secondo impero di Napoleone III la Marsigliese fu ritenuta una canzone inappropriata come inno nazionale e fu sostituita da un’aria composta dalla madre dell’imperatore, Ortensia de Beauharnais, chiamata “partant pour la Syrie”.
Quelle dei militanti assassini dell’ISIS di oggi non possono essere considerate azioni di banditismo volto all’arricchimento o all’accaparramento di un bene, né manifestazioni di una rivoluzione popolare destinata a dare un nuovo leader e un nuovo futuro ai diseredati, ma costituiscono un fenomeno che per la sua forza propagandistica a livello mondiale, grazie all’enorme supporto mediatico, soprattutto per la facilità di reclutamento proprio in seno all’Europa attraverso la rete, potrebbe incidere per anni incutendo terrore sul modo di vivere occidentale anche se fosse sgominato.
Negli ultimi tempi l’ISIS ha colpito a Tunisi, Beirut, Cairo, Sharm el Sheikh, Nairobi, Parigi e Bamako e poco ci è mancato che non portasse a compimento un’altra azione spettacolare a Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee e della Nato. Sono morte quasi 500 persone della società civile senza nessun ruolo o responsabilità nelle forze armate, nell’intelligence, nella politica, nella magistratura. Dunque lo scopo era quello di incutere terrore a 360 gradi. Perché?
Questo secolo è iniziato con una esplosione a livello mondiale di terrorismo di matrice fondamentalista, sedicente islamica, ma nessuno si è posto il perchè. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Twin Towers di New York e al Pentagono a Washington, gli Stati Uniti, incapaci di una strategia politica che vada al di là della mera opposizione alla Russia, hanno risposto con la guerra in Afghanistan con l’obiettivo di distruggere le basi di al-Qaida e uccidere Bin Laden. Non contenti, hanno prima bombardato a casaccio il Sudan e poi hanno deciso, sotto la guida di Bush jr., succube degli ambienti più reazionari e delle lobby petrolifere, ossessionato dall’idea di un successo militare superiore a quello del padre contro Saddam Hussein, l’invasione dell’Iraq additato al mondo, con foto farlocche e fialette innocue esibite in Consiglio di Sicurezza, come il più pericoloso motore di al-Qaida e arsenale di armi di distruzione di massa batteriologiche e chimiche che non sono state mai trovate.
Le due guerre costosissime in termini di vite umane, di distruzioni, di fondi sprecati (anche noi ne abbiamo sopportato il pesante fardello) sono servite a instaurare due governi fantoccio pro America, ma non a portare all'eliminazione di al-Qaida e del terrorismo internazionale. Anzi, la strategia della pura forza bruta statunitense non ha fatto altro che aumentare la popolarità dei Talebani e trasformare L’Iraq, paese fino ad allora estraneo al terrorismo, in un vero e proprio focolaio di organizzazioni terroristiche, approfondire i conflitti interreligiosi tra musulmani (sciiti contro sunniti e viceversa), coagulare tutti i risentimenti antioccidentali. Lo stesso ex premier britannico Blair ha riconosciuto ora che  la guerra in Iraq fu un tragico errore e che se Saddam Hussein non fosse stato abbattuto oggi l’ISIS non esisterebbe.
Non contenti di questi errori marchiani, gli Stati Uniti hanno persistito imperterriti in scelte politico-militari sbagliate, contando soprattutto sul fiancheggiamento di Francia e Gran Bretagna, con interventi militari in altri paesi come Libia e Siria senza porsi il problema del perché e del dopo.
In Libia hanno fatto di tutto per detronizzare Gheddafi fino a consentire la distruzione di intere città e la disarticolazione del paese, poi, ucciso il dittatore, quando la Clinton, attuale aspirante alla Casa Bianca era Segretario di Stato, hanno cercato di fare il doppio gioco. Illudendosi di poter manipolare i gruppi politici e le tribù che volevano spartirsi lo spazio politico e le ricchezze del paese perseguendo la proiezione gheddafiana nel Sahel, ricco di petrolio, gas, oro e soprattutto uranio, hanno praticato la solita politica del governo fantoccio affidato al generale Haftar, incuranti del sentimento popolare, con ciò provocando l’assalto all’ambasciata americana che è costato la vita all’ambasciatore Stevens, trucidato insieme agli agenti segreti che operavano sotto copertura diplomatica.
E’ credibile che con tutto il loro sofisticato apparato di spionaggio, che ha messo sotto controllo addirittura i telefoni della Merkel e di Hollande, non siano stati capaci né di intercettare i rivoltosi, né di prefigurare una soluzione che non fosse l’appoggio al solito generale americanizzato catapultato da Washington a Tobruk in opposizione all’altro governo creatosi spontaneamente a Tripoli?
In Siria, commettendo la stessa scelta scellerata fatta 30 anni prima in Afghanistan di armare i Mujahidin contro gli invasori sovietici, nella guerra di resistenza dal 1979 al 1989, costata 2 milioni di morti e 5 milioni di profughi, hanno sostenuto, finanziato e incoraggiato la resistenza siriana contro Assad ponendo le basi per la nascita dell’ISIS, senza ipotizzare che cosa sarebbe accaduto dopo, e senza prevedere le reazioni della Russia che da tempo immemore ha una base navale militare a Latakia, nelle acque siriane, o della Turchia che è membro della Nato.
Pur di distruggere il regime siriano di Assad e di bloccare le ambizioni dell’Iran, suo alleato politico-religioso, gli hanno messo contro una rivoluzione sunnita (appoggiata da Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Turchia) ed hanno chiuso gli occhi davanti alla efferata piega barbarica delle azioni militari dei combattenti dell’ISIS. Accortisi del tragico errore di valutazione, con la acquiescenza degli alleati anglo-francesi, hanno spinto sull’acceleratore per fare la pace con l’Iran sciita, a cui avevano già regalato una specie di protettorato sull’Iraq, perché partecipasse al contenimento del califfato islamico, senza rendersi conto che avrebbero innescato la rivitalizzazione degli Hezbollah del Libano.
Molto ridicolmente il nostro ministro degli esteri Gentiloni dice di rifiutare di chiamare Stato Islamico l’ISIS (sigla inglese di Islamic State of Iraq and Syria) preferendogli la denominazione araba di Daish, senza sapere che questo è l’acronimo appunto in arabo di Stato Islamico di Iraq e Siria (Dàulat Islamìyah Iraq Sham).
L’ISIS si è reso autonomo da al-Qaida nel 2013 sotto l’autorità di Abu Bakr al Baghdadi, già prigioniero degli americani in Iraq nel campo Bucca e poi diventato loro collaborazionista tanto da essere ritratto in una foto circolante sul web nientemeno che con il Senatore McCain. Il suo obiettivo dichiarato è quello di cancellare ogni traccia del colonialismo occidentale a partire dai confini artificiali tracciati nell’area dall’accordo segreto Sykes-Picot del 1916 e tornare al Califfato sopprimendo gli islamici scismatici.
All’ISIS che controlla un territorio a macchia di leopardo da Aleppo (Nord della Siria) fino a Dyala (Est dell’Iraq) in cui vivono 6 milioni di persone, hanno aderito più di 80.000 combattenti con alcune migliaia di volontari provenienti oltreché da vari paesi arabi anche dall’Europa e dalla Cecenia. L’ISIS ha sostituito in tutte le attività l’amministrazione preesistente (dalla sanità ai servizi idroelettrici) e grazie ad una raffinata tecnica di uso dello strumento informatico e cinematografico è riuscito ad imporsi all’attenzione del mondo. Il suo patrimonio in miliardi di dollari (accumulati con la confisca di tutti i depositi e riserve nelle banche irachene e siriane depredate nei territori conquistati, con il riciclaggio, con i proventi dal business della vendita dei tesori archeologici, con le donazioni da oltre confine, con la decima imposta ai cittadini) può contare sull’introito giornaliero di vari milioni di dollari grazie al contrabbando di petrolio. La Turchia, il Qatar, il Kuwait, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita (tutti alleati degli americani)  sono i principali artefici del successo dell’ISIS grazie anche alla complicità dei loro conglomerati affaristico-finanziari.
La CIA e gli altri servizi alleati pur sapendo che l’ISIS aveva inglobato gran parte dell’esercito iracheno sbandato, fedele a Saddam Hussein, con relativi arsenali forniti dagli americani e gran parte di quello siriano messo su come Esercito Libero anti Assad, hanno segnalato la cosa ai rispettivi governi perché intervenissero? Perché non è stato bloccato il mercato clandestino di armi e munizioni con pagamenti in contanti o attraverso le banche degli Emirati, del Kuwait e del Qatar?
A dispetto delle roboanti dichiarazioni di Obama, di Hollande e di Cameron per mesi è andato avanti  il trasporto via mare di centinaia di containers di armi e munizioni fino ai porti di Bengasi o di Misurata, per poi essere trasferiti con aerei arabi senza insegne negli aeroporti al confine siro-turco allestiti appositamente dai servizi di Ankara per le operazioni di scarico e successivo smistamento via camion verso i territori controllati dell’ISIS e per mesi intere colonne di autobotti hanno fatto la spola tra Mosul e la Turchia. Tutte operazioni complesse, che hanno avuto bisogno di una struttura logistica, per consentire all’ISIS di condurre una guerra di movimento e di eludere l’intercettazione dell’aviazione siriana.
E’ credibile che tutta questa attività possa essere sfuggita al controllo dei servizi segreti occidentali o non è piuttosto la prova della benevolenza soprattutto americana, verso gli alleati del Golfo, nel chiudere gli occhi di fronte agli acquisti di sofisticati mezzi di comunicazione, di centinaia di fuoristrada 4x4 per la movimentazione di migliaia di combattenti, di armi leggere e pesanti, di veicoli blindati o addirittura di carri armati i cui filmati hanno fatto il giro del mondo?
Tutti ricordano la decisione del 1991 adottata dagli USA, dall’UE e dalla NATO di bloccare ogni conto corrente e i beni dell’Iraq per punirlo dopo l’occupazione del Kuwait. Un’uguale decisione avrebbe dovuto essere assunta subito dopo le testimonianze delle drammatiche atrocità dell’ISIS, mettendo un filtro strettissimo su ogni movimento di capitali tra banche occidentali o di Emirati del Golfo ed interrompendo qualsiasi traffico commerciale con quei paesi.
Insomma, in poche parole, è impensabile che la Casa Bianca, il Pentagono, la CIA, lo spionaggio inglese e francese non si siano accorti che lo Stato Islamico, in termini organizzativi era passato dal piccolo cabotaggio alla guerra totale per il controllo territoriale e per la destabilizzazione dell’Occidente con l’arma letale del terrorismo.
La domanda a cui bisognerebbe rispondere è questa: siamo in grado di mantenere la tensione morale per decenni, come fecero i romani con le guerre puniche, per liberarci di questo flagello? Siamo pronti a rinunciare a molte agiatezze e comodità dei nostri giorni pur di estirpare questo cancro? A questa domanda non si può dare la semplicistica, ma terribile, risposta del bombardamento permanente. Se non cambierà l’approccio con cui interfacciarsi con il mondo estraneo ai nostri valori socio-culturali, alla nostra tradizione giuridica, all’illuminismo e al riformismo che hanno garantito il nostro sviluppo, esso potrà risorgere dalle ceneri come l’araba fenice, anche a distanza di secoli come è stato appunto per gli hashishiyyah, e tornare a terrorizzare intere popolazioni con atti clamorosi di violenza indiscriminata premeditata (uccisioni, sabotaggi, stragi, sequestri, attentati dinamitardi, attacchi batteriologici, chimici, agenti inquinanti, virus ecc.).

comments

I NAUMACHIARI O MORITURI

TORQUATO CARDILLI - Se incontrate al centro di Roma un Senatore della Repubblica che cammina rasente muro, potete tranquillamente apostrofarlo naumachiaro, senza che possa sentirsene offeso o accusarvi di mancanza di rispetto.
Credo non vi sia italiano che non conosca la frase "ave Caesar, morituri te salutant" che la tradizione popolare avrebbe attribuito ai gladiatori nell'arena, mentre stando a quanto narra Svetonio nelle vite dei 12 Cesari (c’è una bella traduzione in volgar fiorentino del 1738) il saluto venne pronunciato dai naumachiari all'indirizzo dell'imperatore Claudio nel 52 d.C., prima della naumachia di 50 vascelli, indetta per dare l'avvio ai lavori di prosciugamento del lago del Fucino.
La naumachia era una spettacolare e cruenta rappresentazione, riservata alla celebrazione della divinità dell’imperatore in occasioni eccezionali, consistente in un’imponente battaglia navale, più micidiale del duello dei gladiatori perché si concludeva con l'uccisione di tutti i combattenti che erano scelti tra i condannati a morte.
Perché questo paragone? Per chi non l’avesse ancora capito mi riferisco al suicidio volontario dei Senatori della Repubblica di oggi che per viltà, per timore reverenziale verso il Cesare di turno, sperando di restare attaccato a quella poltrona fino al 2018 per mantenere la pensione a vita, per pusillanimità senza dignità fatta passare per lungimiranza, piegati nell’umiliazione, peggiore delle forche caudine, di dover certificare la propria inutilità, obbediscono al volere di chi ha comandato dal più alto colle di Roma credendosi un imperatore immortale. Gli esecutori del suo volere? Lo sbruffoncello fiorentino e la ministra aretina delle riforme che, nonostante gli studi di diritto, si sono rivelati degli analfabeti costituzionali. Si sono ritenuti all’altezza dei padri costituenti del calibro di De Gasperi, Togliatti, Calamandrei, Guarino, Basso, Mortati, Bozzi, La Malfa, La Pira, ecc., ed invece si sono rivelati dei pessimi replicanti.
Hanno proposto questa riforma dall’8 aprile 2014 ed hanno tenuto inchiodato il parlamento e i partiti su una discussione che interessa solo marginalmente al popolo italiano alle prese con la disoccupazione e con l’impoverimento. Ma quando mai in una repubblica parlamentare è il capo del governo, arrivato lì per una manovra quirinalesca senza essere investito da mandato popolare, a presentare una riforma costituzionale che è esclusiva competenza del Parlamento? Ma chi si crede di essere? De Gaulle?
La ragion vera di questa riforma è l’evidente volontà di imprimere un taglio decisamente autoritario dopo aver già messo nel carniere, con il ricatto della fiducia, la nuova legge elettorale detta “italicum” che nomina a tavolino i quattro quinti del parlamento e conferisce al primo partito, anche se di un soffio, un premio abnorme di maggioranza assoluta, per altro già bocciato dalla Corte Costituzionale.
Premesso che la riforma dei naumachiari morituri non consiste in semplici emendamenti alla costituzione vigente, ma in una sua rielaborazione gigantesca nella forma e nella sostanza, concordata tra uno spregiudicato ed un pregiudicato con quel patto scellerato del nazareno, sarebbe stato quanto mai auspicabile che fosse demandata a dei luminari costituenti e non a quattro gatti che, nonostante le origini toscane si esprimono male in italiano, licenziando un testo scritto da emeriti azzeccagarbugli.
La prova? Leggiamo insieme il testo di alcuni articoli scelti a caso, già approvati dal Senato e restituiti dalla Camera con le varianti in grassetto, in attesa della seconda lettura, facendo attenzione al lessico ed alla punteggiatura:
Art.1… Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali (N.d.A.: che c’entra questo con la non eleggibilità su base territoriale?). Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica e tra questi ultimi e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Concorre alla valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni, alla verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato nonché all’espressione dei pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge. (N.d.A.: Capita l’ampiezza della vaghezza?)
C’è poi, tra i tanti, un altro articolo, detto matrioska, perché contiene troppi rinvii che fanno rabbrividire e che non si limita a fissare dei principi generali, ma che scende in particolari e in dettagli non degni di comparire in un testo costituzionale:
«Art. 70. – La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. (N.d.A.: avete ancora fiato e il vostro cervello non è confuso? Allora continuate la lettura dell’articolo mostro). Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
Per tali disegni di legge le disposizioni di cui al comma precedente si applicano nelle medesime materie e solo qualora il Senato della Repubblica abbia deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti.
I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati». (N.d.A.: E’ finita la lettura dell’articolo; roba da rimanerne tramortiti se si è dotati di un’intelligenza e una cultura normali, figuriamoci poi se a votare questo testo sono tipi come Razzi!)
I senatori del PD, che è il maggior partito di governo, come una Finocchiaro (ma sì, è proprio lei, parlamentare da 28 anni, quella del carrello della spesa all’Ikea, candidata al Quirinale, che aveva dato del miserabile a chi l’aveva criticata), una Lanzillotta (pure lei incistata nel potere, anche se non nello stesso partito, da decenni), uno Sposetti (che sa tutto sulle finanze del PD e che perciò, a differenza del Comune di Sesto S. Giovanni e della provincia di Milano nel processo sulle tangenti a Penati ha deciso di non costituirsi parte civile), una Fedeli (issata alla vicepresidenza dei morituri chissà per quali meriti sindacali CGIL o familiari), una Giannini (transfuga confluita nel PD da Scelta Civica, di cui è stata pure segretario, per conservare la poltrona di ministro), un Esposito (quello dei cori volgari anti Roma, nominato assessore al traffico della giunta Marino senza sapere un’acca di come sia la circolazione nella capitale), un Ichino (fantasioso ispiratore del job act), una Idem (dimessasi per una tassa non pagata), un Latorre e un Manconi (dal passato comunista e radicale a corrente alternata ed ora pronti a benedire il patto del nazareno), un Micheoni (che ha imparato poco o nulla dal rigore della Svizzera ove era emigrato come Razzi e che accetta il taglio del cordone ombelicale tra Senato e italiani all’estero), un Minniti (quello con la delega sui servizi che, a quanto se ne sa, hanno avuto occhi chiusi sui traffici mediterranei), un Mucchetti (avrà buttato alle ortiche le sue analisi da talkshow?), una Pezzopane (quella del toy boy), una Pinotti (che crede di essere ministra della difesa senza rendersi conto che sono i generali a tirare le fila delle sue azioni), una Puglisi e una Puppato (sarebbero queste le nuove leve?), un Turano (altro emigrato che pur laureato in economia aziendale sa di affari costituzionali come l’ortolano di fisica nucleare), uno Zanda (capo gruppo dalla capigliatura da istrice che aveva criticato allo spasimo la riforma Berlusconi non certo peggiore) e uno Zavoli (dopo un passato glorioso non meritava di fare questa fine) che credibilità potranno mai vantare?
E questi sono solo dei nomi presi a caso dal partito egemone del premier. Ma ci sono altri senatori altrettanto innominabili del partito di Alfano come Formigoni, Viceconte, Vicari, Sacconi, Quagliariello, Di Biagio, Colucci, Casini, Albertini, Bonaiuti, Bilardi (la giunta ne ha votato l’arresto), Azzollini (arrestabile per la giunta, ma salvato dall’aula per non far cadere il governo), per non parlare poi del terzo genere, di quelli cioè che non sono né carne, né pesce o che sono l’uno e l’altro in stato avariato come Della Vedova, Monti, Biondi, Repetti, Tremonti, Verdini, Scilipoti e giù giù fino alle ultime truppe dell’ex cavaliere.
Vogliamo fare un po’ di chiarezza su questa madre di tutte le riforme? Con quali motivazioni è stata giustificata la necessità di partorire questo mostriciattolo di disegno di legge costituzionale, stroncato da ogni costituzionalista di fama da Zagrebelsky a Rodotà, da Pellegrino a Ainis, da Carlassare a Urbinati ecc.?
La relatrice Finocchiaro non ci fa certo una bella figura nel firmare una relazione, che appare  scritta a palazzo Chigi tali e tanti sono i riferimenti di plauso al governo in carica e le espressioni burocratiche di tipo toscano, ripetute a iosa, certamente estranee al suo lessico siciliano. Essa elenca i  motivi della riforma nella debolezza cronica dell’esecutivo, nella lentezza e farraginosità del provvedimento legislativo, nel ricorso eccessivo per numero e per eterogeneità di contenuti alla decretazione di urgenza, nella prassi dei voti di fiducia su maxiemendamenti governativi. Tutti questi mali sono indicati come sintomi di una patologia degenerativa, ma non uno di essi viene sconfitto o scalfito dalla riforma, anzi quanto a farraginosità del meccanismo legislativo c’è una maggiore confusione arrivando a ben 12 possibili tappe ad ostacoli per approvare una legge. Infatti, contrariamente a quanto annunciato il ping pong di leggi tra Camera e Senato continuerà in una miriade di casi. Basta considerare la disposizione che il Senato possa chiedere alla Camera di esprimersi sui suoi disegni di legge entro 6 mesi o formulare osservazioni sulle leggi approvate dalla Camera, la quale poi dovrà nuovamente esprimersi. E cos’è questo se non un bicameralismo confusionario, differenziato e pasticciato che dilata i tempi del procedimento legislativo, anziché restringerli?
Nessuno dice che la lentezza attuale deriva dalla litigiosità dei partiti e dalla compattezza politica della maggioranza che mercanteggia su tutto, ma che quando vuole vara le leggi in un batter d’occhio: la legge Fornero è stata approvata da entrambe le Camere in soli 16 giorni, salvo poi venire cancellata dalla Corte Costituzionale così come il famoso lodo Alfano e la legge elettorale porcellum, leggi varate in 20 giorni e dichiarate anch’esse incostituzionali.
Allora non è il bicameralismo a dare  fastidio, ma il passaggio del voto di fiducia a Palazzo Madama.
Togliere questo potere al Senato è la chiara indicazione che chi siede a Palazzo Chigi non ha interesse alla velocizzazione delle leggi (quanti sono i provvedimenti che giacciono tuttora nei suoi cassetti o in quelli del parlamento con l’avviso di non tirarli fuori o che sono bloccati nei meandri burocratici?), ma solo ad evitare le imboscate dei Senatori che da sempre hanno dato il cardiopalma al Governo per via della differente legge elettorale che non offre lo stesso grado di controllabilità della maggioranza garantita invece alla Camera.
Il tema della presunta riduzione delle spese sbandierato dallo stesso Renzi che in Parlamento ha parlato di un’economia di mezzo miliardo di euro è una pura bufala. Riducendo il numero dei senatori da 315 a 100 e togliendo loro solo l’indennità, ma non tutto il resto, si prende in giro la buona fede popolare perché la riduzione delle spese sarà molto limitata, quasi marginale. Continueranno a correre tutti gli oneri di gestione del personale e del palazzo, comprese le diarie, le aggiunte e i rimborsi ai nuovi Senatori, tenuto conto che già oggi la voce di spesa maggiore è rappresentata da 102 milioni per il personale del Senato, da 83 milioni per il trattamento di quiescenza del personale cessato dal servizio, da 143 milioni per il vitalizio agli ex Senatori (anche se condannati come Previti, Berlusconi, Sciascia, ecc.) e che continuerà ad essere corrisposto, anche a quelli che oggi dicono di essere pronti a votare per il proprio suicidio.
Insomma le motivazioni addotte per giustificare questo straccio di riforma che umilia il parlamento ed il popolo sono la sublimazione di un cumulo di bugie inclusa la falsa affermazione che lo sforzo riformatore sia largamente condiviso.
I nuovi 100 senatori che dureranno in carica il tempo del mandato di chi li ha scelti saranno così ripartiti: 21 sindaci dei capoluoghi di regione e 74 consiglieri regionali che anziché essere scelti dal popolo saranno scelti dai Consigli regionali fra i propri componenti. Tutti quindi avranno un doppio lavoro e andranno a Palazzo Madama a ore, pur rinunciando all’indennità. In cambio, ecco il regalo che come un coniglio esce dal cappello del prestigiatore, avranno la piena immunità parlamentare. E già. Era questo l’obiettivo per salvare i politici più squalificati e malfamati della nazione inquisiti o condannati per reati di corruzione, peculato, abuso d’ufficio, turbativa d’asta (tipo Cota, Scopelliti, Formigoni, Cuffaro, Fiorito, Gramazio, Minetti, Penati, Del Turco, Galan, ecc.). Forse dalle parti di palazzo Chigi si saranno detti che in un parlamento di inquisiti (già oggi sono 80) che allignano anche nel governo, qualche altra pecora nera non avrebbe alterato troppo la policromia penale.
A questi 95 senatori se ne aggiungeranno altri 5 nominati dal Presidente della Repubblica (che c’entrano questi nominati con la rappresentatività territoriale?) per una durata di 7 anni (dunque non la stessa degli altri 95), non ripetibile. Dulcis in fundo nelle norme transitorie si prevede che lo status degli attuali senatori a vita resterà per sempre com’è ora. E perché mai? Per dare a Napolitano la soddisfazione di morire con questo titolo.
Una vera riforma, dopo 70 anni di Repubblica, avrebbe dovuto abrogare per sempre questo ferrovecchio della prerogativa regia. Ma si sa, certi privilegi non sono morituri.
A quando la prossima naumachia per celebrare che so, la candidatura alle Olimpiadi o il ponte sullo Stretto?

comments

LA GUERRA AL NEMICO COMUNE

LUCIA ABBALLE - Nel discorso al Parlamento francese riunito nella storica sede di Versailles, evocatrice di antiche grandezze ma anche di brucianti sconfitte, François Hollande ha dichiarato guerra allo Stato islamico. Lo ha fatto invocando le clausole dei trattati Ue che prescrivono ai Pesi membri di garantire piena solidarietà e cooperazione alla nazione sotto attacco. Ha chiesto che si costituisca una coalizione sovranazionale contro l’Isis. Tra i destinatari dell’invito alla guerra, dunque, c’è anche l’Italia che da subito ha manifestato grande solidarietà soprattutto nelle parole del Presidente del Consiglio, abituato a sentirsi vicino alle vittime nei momenti di grande dolore e ad esprimere sincero cordoglio ai familiari di queste. Dopotutto, la commozione e la commemorazione fanno parte di una narrativa politica che, alla vicinanza verbale, sovrappone una distanza fattuale carica di richiami alla prudenza e alla razionalità.
Di certo il pacifismo resta una nobile opzione morale ma quando sul palcoscenico internazionale c’è chi, come l’Isis, dichiara guerra all’Occidente e chi, come Hollande, chiede aiuto ai grandi del mondo, la risposta non può tradursi semplicemente in un “sentirsi vicino alla Francia”, perché essere accanto ai cugini d’oltralpe comporta l’assunzione di precise responsabilità e l’agire di concerto con il resto dell’Unione e con la comunità internazionale. Rispetto a tale scenario, il Governo italiano non sembra essere preparato e, al riguardo, ha invocato l’intervento di Usa e Russia come condizione necessaria per una sua eventuale azione nella guerra contro il nemico comune.
Onestamente il discorso di Renzi, per quanto giustificato dal timore di un attacco islamico, non appare proponibile alle coscienze della gente sconvolta dalla paura, scioccata dalle proporzioni delle migrazioni, privata di quelle libertà fondamentali costituzionalmente garantite in nome della sicurezza, costretta a cambiare il proprio stile di vita in nome di un magma indistinto di relativismo culturale, nel quale anche esporre un crocifisso può diventare offensivo. Persino rinviare il Giubileo, che pure dovrebbe essere l’apoteosi dell’universalismo cattolico, appare per un attimo la cosa giusta da fare. La paura spinge al conformismo e, quindi, ad accettare passivamente che certe cose accadano, nella convinzione di essere risparmiati da futuri attentati.
Mi sarei aspettata una reazione diversa soprattutto perché, già dal giorno dopo gli attentati di Parigi, si ha avuto la certezza che, qualunque sarà l’esito della battaglia culturale instaurata nei confronti dell’estremismo islamico, l’Europa ed il mondo intero non saranno più come prima. La guerra al terrorismo rappresenta la possibilità per l’Europa di definire sé stessa: a seconda di come risponderanno le maggiori cancellerie, potremo vedere la dissoluzione dell’idea di Europa o, al contrario, il suo rilancio sul piano culturale e politico.
L’Italia deve reagire se non vuole lasciarsi sovrastare da recriminazioni e insulti sollevati tra i diversi schieramenti politici solo in chiave interna, fornendo uno spettacolo di provincialismo e cinismo che inquina una questione serissima. Prima di ogni decisione, occorre raggiungere una maggiore coesione non solo fra gli Stati europei ma anche all’interno di ciascuno di essi, chiamati a realizzare il giusto bilanciamento tra i vari diritti in gioco, le libertà fondamentali dell’uomo da una parte, e il bisogno di sicurezza dall’altra. Lavarsene le mani e restare a guardare vuol dire cedere importanti tasselli di sovranità nazionale alle logiche del terrorismo e, quindi, perdere la guerra culturale scatenata in Occidente dall’offensiva islamista, a partire dall’11 settembre 2001.

comments

Cosa vuol dire emigrare 3 - Programma di azione politica e di integrazione decennale di lungo respiro

TORQUATO CARDILLI - E' opportuno chiedersi se si debbano accogliere o respingere coloro che bussano alla nostra porta? Credo che chi si pone questo quesito non si renda conto dell’ineluttabilità del processo di globalizzazione che non può essere solo limitato al mercato, alle merci, alla tecnologia ed ai profitti, ma che finirà per mettere insieme risorse umane e risorse materiali.
Il problema è troppo grande per essere affrontato e risolto da un solo paese. Occorre una vera solidarietà europea e mondiale che superi gli egoismi nazionali. Per questo sono necessari due percorsi in contemporanea sul piano comunitario e su quello nazionale, come aveva ipotizzato nel lontano 2005 il ministro degli italiani nel mondo Tremaglia lanciando l’idea di un piano straordinario europeo da 25 miliardi di euro, tipo Piano Marshall, per ancorare gli africani all’Africa. Nessuno lo sostenne nel governo e nel parlamento e la cosa morì là per la fine della legislatura.
 
Sul piano comunitario
Siamo ad un vero tornante della storia e per questo è obbligatorio che l’Europa agisca da subito come motore di un nuovo processo di integrazione mondiale.
Dopo ogni cataclisma politico, la comunità internazionale ha preso coscienza dell’opportunità di interventi radicali per stilare regole di convivenza comune. Come ha fatto fin dall’ottocento con il Congresso di Vienna della restaurazione post napoleonica del 1815, con  le Convenzioni di Ginevra del 1864 sulla Croce Rossa, del 1929 sul trattamento nei campi di prigionia, la Conferenza di San Francisco del 1945 che diede la nascita all’ONU, la Convenzione di Ginevra del 1949 sui prigionieri di guerra e sulla protezione dei civili, o la Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche occorre che venga indetta quanto prima una Conferenza sulle migrazioni per stabilire l’obbligatorietà per tutti gli stati di aderirvi e di rispettare le regole comuni.
L’ipotesi di un flusso migratorio verso l’Europa di 15-20 milioni obbliga sin d’ora a prevedere un diritto di asilo europeo, non più nazionale, e di ripartirne il peso con equità in rapporto alla popolazione esistente e all’estensione territoriale del paese ricevente, obbligando tutti ad un sacrificio.
Chi decidesse di restare fuori da questo programma dovrebbe anche accomodarsi fuori dall’Europa e dalla società delle nazioni da cui non potrà più avere trattamenti privilegiati.
L’Europa dovrebbe scodellare la soluzione già confezionata all’organizzazione delle NU riportandola in vita dopo anni di catalessi e di spese inutili per mantenere il suo gigantesco e improduttivo apparato.
I punti salienti di una Convenzione del genere dovrebbero essere:

  1. lo straniero è tenuto ad osservare fedelmente le leggi e i regolamenti del paese di accoglienza; ogni violazione della legge locale equivale al tradimento del principio dell’ospitalità e comporta un aggravante da cui far derivare una pena doppia;
  2. gli Stati aderenti riconoscono il diritto di asilo europeo per consentire l’equa ripartizione dei richiedenti asilo;
  3. gli Stati aderenti e si obbligano ad uniformare le leggi nazionali entro un anno per applicare il principio dello scambio dei detenuti di un altro paese per qualsiasi ragione imprigionati e a ricevere senza obiezioni i propri cittadini condannati all’estero o imputati di reati;
  4. lo Stato che riceva da un altro Paese un proprio cittadino condannato si obbliga a tenerlo in detenzione nelle sue carceri fino ad espiazione della pena irrogatagli dal giudice del paese di provenienza o ad istruire il processo ove il suo cittadino si fosse trovato in attesa di giudizio;
  5. solo lo Stato che adempia alle disposizioni della Convenzione ha diritto ad accedere ai fondi della cooperazione internazionale che può essere sospesa in caso di violazione;
  6. l’organizzazione delle NU sovrintende all’integrale applicazione delle disposizioni della Convenzione irrogando le sanzioni previste dalla carta per la sua violazione;
  7. le sanzioni per violazione della Convenzione non possono essere soggette a veto;
  8. gli stati aderenti si impegnano a consegnare i responsabili del commercio dei migranti alla giustizia internazionale;
  9. in attesa che le disposizioni della Convenzione diventino esecutive le Nazioni Unite si impegnano a realizzare ed a gestire campi di raccolta, controllo e smistamento dei profughi in tutti i paesi ove le autorità locali ne facciano richiesta.

Sul piano nazionale
Quanto ai provvedimenti di carattere interno urgenti l’Italia dovrebbe:

  • imporre con la forza un argine dissuasivo alle continue ondate di profughi via mare per un tempo di almeno 6 mesi sufficiente a prendere dei provvedimenti strutturali e a dotarsi di un’organizzazione tuttora inesistente;
  • predisporre tendopoli di raccolta degli immigrati clandestini, gestite dall’esercito, in cui operino a ritmo continuo le commissioni addette al riconoscimento della qualifica di profugo degno di asilo politico e un Tribunale volante;
  • rimpatriare anche coattivamente chi non abbia diritto al riconoscimento di asilo politico come profugo, a meno che non accetti un’offerta di lavoro seguendo le prescritte regole previdenziali e fiscali;
  • varare un serio piano carceri da completare in un arco di tempo non superiore a 18 mesi, riabilitando vecchi istituti di pena o altri edifici disponibili come caserme in disuso ecc. i cui costi non rientrano nel rispetto dei vincoli di spesa europei del patto di stabilità;
  • abrogare tutta la normativa penale di natura perdonistica che impedisce la carcerazione per reati che prevedano una pena inferiore ai 4 anni;
  • varare una legge sulla sopportazione dei costi della detenzione che non può più essere posta a carico dello Stato, cioè della collettività, ma che deve restare esclusivamente a carico del reo. Chi non disponesse di risorse economiche sufficienti sarebbe tenuto a svolgere un lavoro in favore dello Stato il cui compenso coprirebbe le spese di detenzione..

PRIMA PARTE           SECONDA PARTE

comments

Il TTIP ovvero Ti Tengo In Pugno

TORQUATO CARDILLI - Nella tragedia Medea di Seneca c’è una locuzione famosa, successivamente ripresa da Cicerone, “cui prodest?” che sta a significare che bisogna ricercare chi ha interesse in qualunque affare, anche se non delittuoso, per scoprire chi ne sia il promotore. Questa verità porta a domandarci quali interessi si nascondano dietro una legge o un decreto che non sia apertamente e manifestamente in favore del popolo, nell’accezione più ampia del termine, anche in termini se non economici di valori democratici universali. Conseguentemente la consapevolezza che ogni azione politica può essere portatrice e nascondere istanze e interessi particolari ci deve servire per guidarci nell’azione di analisi politica.
Cominciamo con l’applicare questa formuletta alle relazioni internazionali.
Il perimetro entro cui può muoversi la nostra politica estera è molto limitato per non dire angusto. Ci sono alcuni punti fermi che ne segnano il confine in modo invalicabile, come hanno bene imparato alcuni politici del passato (Fanfani, Moro, Craxi, Andreotti, D’Alema) o grandi manager dell’industria (Mattei, Gardini, Ferruzzi) fissato non da delibere parlamentari autonome o da scelte popolari attraverso il referendum, ma direttamente da poteri economici multinazionali, geopolitici di ordine mondiale stabiliti oltre Atlantico, con un potere di convincimento che va ben oltre quanto si possa immaginare.
Tutti i dossier più scottanti hanno dovuto subire lo stesso percorso di condotta forzata in modo proporzionale all’interesse degli USA sia in ambito politico di zone di influenza, sia sul piano militare regionale o mondiale, sia come politica economica, finanziaria, di controllo degli armamenti delle materie prime, o semplicemente delle risorse alimentari.
Partiamo dall’insensata guerra in Afghanistan. La posizione americana illustrata a tutti gli inquilini di palazzo Chigi degli ultimi dieci anni e ripetuta in modo brusco anche a Renzi è che  guai a noi se ci permettiamo di sganciarci da quella fornace-inghiotti risorse, buco nero dello sperpero delle tasse degli italiani. La prova? E’ bastato che Obama smentendo se stesso e il suo premio Nobel per la pace dichiarasse che il ritiro non avverrà più nel 2016 che il fedele valletto di Rignano, nonostante i proclami della campagna elettorale del 2013 e le reiterate affermazioni in Parlamento, prendesse subito l’impegno di restare a Kabul oltre il 2016.
Cui prodest?
Che sia una guerra persa lo sanno anche le pietre: in oltre dieci anni nessuno degli obiettivi che venivano indicati come presupposti di giustificazione è stato raggiunto. I Talebani sono sempre forti nel controllo del territorio e della società, il governo fantoccio imposto dagli americani a Kabul non si è dimostrato all’altezza della situazione, il terrorismo internazionale non è stato indebolito, ma semmai è aumentato, così come il contrabbando di armi e droga, grazie alla fallimentare, oserei dire demenziale, politica messa in atto in tutto lo scacchiere mediorientale compreso il triangolo della morte Siria-Iraq-Iran, come dimostra l’ennesimo eccidio di Parigi.
Quanto alla Libia, l’averci obbligato alla guerra contro Gheddafi è stato un altro clamoroso insuccesso della politica anglo-franco-americana che ha portato, dopo l’uccisione dell’ambasciatore americano a Bengasi, alla più completa disgregazione del paese, alla nascita di due governi contrapposti e al moltiplicarsi di bande di ribelli più o meno affiliati al Califfato. A noi che abbiamo dovuto subire per tutti questi anni l’invasione da Sud di centinaia di migliaia di africani è stato praticamente detto di cavarcela da soli, senza poter contare su nessuna forma concreta di solidarietà. Avremmo avuto bisogno di compartecipazione agli sforzi per la redistribuzione degli immigrati e dei profughi ed invece ci siamo accontentati che le marine francese, spagnola, svedese, olandese e di altri paesi extra mediterranei raccogliessero i profughi-naufraghi e anziché portarseli a casa (le loro navi militari sono territorio loro o no?) li scaricassero nei nostri porti, a tutto vantaggio della criminalità organizzata e delle sovvenzioni per la gestione dei centri raccolta.
Cui prodest?
Sul contrasto con Mosca per l'Ucraina e sull’obbligatorietà delle sanzioni alla Russia che costano all’Italia alcuni miliardi di euro in termini agricoli, industriali, turistici, proprio nel momento in cui avremmo più bisogno di sostegno all’economia, siamo vincolati in modo ferreo, ma ci è vietato di prendere parte a qualsiasi forma di negoziato internazionale. Né la presenza a qualche pranzo formale o a qualche foto ufficiale della Mogherini può essere ascritta a successo della politica estera italiana.
Sulla lotta contro l’Isis in Siria e in Iraq il nostro contributo militare è modesto ma ci viene richiesto di mantenerlo senza accampare pretese di compensi politici o di partecipazione a tavoli di negoziato a cui possono sedere solo Germania, Francia e Gran Bretagna. Anzi dopo il massacro di Parigi il nostro governo vorrà fare la mosca cocchiera nel dichiararsi pronto ad ogni partecipazione in prove di forza.
Sulla questione dei marò sembra ormai calato il sipario del disinteresse alla richiesta di sostegno politico, accompagnato da qualche frase di commiserazione, mentre l’ambizione italiana alla candidatura per uno dei posti a rotazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ci viene agitata di fronte come un’esca (irraggiungibile) purché si assecondino i disegni politici americani.
Cui prodest?
Di fronte a questo scenario c’è forse da meravigliarsi se prima o poi il nostro governo cederà anche di fronte al trattato TTIP, volgarmente detto “ti tengo in pugno”?
Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo commerciale di libero scambio, in fase finale di negoziato iniziato nel 2013, che gli Stati Uniti intendono imporre all’Europa, con validità obbligatoria per tutti i paesi aderenti all’UE. L’obiettivo dichiarato è quello di integrare i due mercati continentali di oltre 700 milioni di consumatori, riducendo i dazi doganali e rimuovendo tutte le differenze nei regolamenti tecnici, norme, procedure, standard che sono applicati a tutti i servizi e prodotti, soprattutto alimentari. Questa deregolamentazione porterà in pratica all’abolizione dei controlli, ad un abbassamento degli standard produttivi e dei livelli qualitativi in diversi settori, compreso quello agricolo con ulteriore perdita della sovranità politica, commerciale, alimentare del nostro paese, a favore di una massificazione produttiva, tipica degli Stati Uniti. Le aziende americane entrerebbero in diretta concorrenza nella gestione di beni comuni, acqua compresa, e nella commercializzazione di prodotti di largo consumo a tutto vantaggio delle colture OGM delle loro multinazionali mettendo in pericolo il principio della precauzione per la tutela della salute dei cittadini. E il consumatore italiano finirà per portare in tavola il pollo al cloro e altre aberrazioni alimentari mentre la piccola e media impresa, che costituisce l’ossatura economica della nazione, sarà fortemente penalizzata.
Ma non basta.
L’America ha preteso l’inclusione nel trattato della clausola detta ISDS (Investor-State Dispute Settlement) che consente alla società straniera che si ritenesse danneggiata dai regolamenti in vigore nel paese di fargli causa, non secondo la legge del luogo in ossequio alla Costituzione ed alla competenza territoriale. Gli Stati europei potrebbero vedere impugnate le proprie leggi nazionali, emanate per la protezione dell’interesse pubblico (dalla salute all'ambiente) e messi in stato di accusa in un processo a porte chiuse, senza controllo pubblico e dall’esito inappellabile presso le cosiddette Corti di arbitrato commerciale (una sorta di tribunali internazionali privati e opachi) in cui le leggi e la politica nazionale non avranno alcun potere di intervento. La sentenza del giudice, che prescinde da qualsiasi valutazione sull’impatto sociale-ambientale dell'azione dell’investitore che promuove il giudizio, dovrà dare risposta ad un’unica domanda: lo Stato ha leso i profitti o le aspettative di profitto dell'investitore? Il contesto non conta, e non vale neppure il fatto che il parlamento abbia varato quella legge contestata per difendere l'ambiente, la salute o il lavoro.
Cui prodest?
La maggior parte dei processi si svolgerebbe presso il Centro internazionale per il regolamento delle controversie sugli investimenti (ICSID), istituzione fondata 50 anni fa, del Gruppo della Banca mondiale, con sede a Washington e in misura minore davanti alla Commissione delle Nazioni Unite per il diritto commerciale internazionale (UNCITRAL), nata anch’essa nel 1966 e cooperante con la World Trade Organization.
Oltre al danno c’è in agguato anche una beffa. Il Tribunale è composto da tre membri, scelti di volta in volta da una lista ristretta di avvocati privati di famosi studi internazionali. Ciascuna delle due parti in causa nomina il proprio difensore (con un onorario sui 700 dollari l’ora), e i due nominati concordano sulla scelta del terzo componente con funzioni di presidente del collegio. Data la ristrettezza numerica dei mandarini di questa casta può capitare che chi svolga il ruolo di difensore in un processo possa rivestire il ruolo di giudice in un altro processo, anche in udienze che procedono parallelamente, con un macroscopico e palese conflitto di interesse.
Cui prodest?
In Germania, dove esiste un’opinione pubblica più sensibile ed informata, un’imponente manifestazione di 200 mila cittadini  è scesa in piazza a Berlino per dire no al TTIP con l’autorevole sostegno del presidente del parlamento federale che ha dichiarato di escludere categoricamente “che il Bundestag ratifichi un contratto commerciale tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti non avendo mai partecipato ai negoziati e non avendo nemmeno potuto prendere in considerazione opzioni alternative''. E il ministro dell'Economia gli ha fatto eco dichiarando che ''l'accesso limitato alle informazioni imposto da parte statunitense è inaccettabile, sia per il governo che per il Parlamento''.
In Belgio è stata indetta una manifestazione di contadini, lavoratori, studenti, semplici cittadini per il 19 dicembre volta alla sensibilizzazione delle coscienze per un’Europa più sociale, più ecologica, più democratica, contro le politiche di austerità e il TTIP definito iugulatorio.
Il Governo italiano, anziché battersi come un leone nel proteggere il made in Italy, e protestare perché non gli sarebbe concessa alcuna possibilità di fare obiezioni soprattutto sull’alterazione delle regole a favore delle imprese americane che minerebbe alle fondamenta la sovranità nazionale, continua a mantenere il silenzio sulla questione tanto è vero che nessuno dei partiti di maggioranza, o dei grandi mezzi di informazione compiacenti ne ha fatto oggetto di dibattito, di analisi approfondita, di spiegazione all’opinione pubblica.
I documenti del negoziato conosciuti solo da un gruppo di burocrati restano segreti, mentre gli stati membri dell’UE saranno interpellati solo per la ratifica che non avverrà per approvazione popolare, ma attraverso la firma dei capi di governo.  Su questa inconcepibile segretezza Renzi non ha nulla da dire. Ma non è stato proprio lui, agli inizi del suo mandato, ad aver platealmente protestato contro Bruxelles su una lettera riservata dicendo che avrebbe trasformato la UE in una casa di vetro nella quale non ci sarebbero stati più segreti per nessuno?
Le istituzioni italiane ignorano la questione. La Boldrini a giugno scorso aveva incontrato la commissaria UE delegata alla trattativa Malstrom auspicando un'intesa per rendere più trasparente il trattato e a non "trattare al ribasso su salute e ambiente". Parole vuote, mentre dal presidente del Senato Grasso, in via di imbalsamazione, non è  uscito un alito di voce. Se ne deduce che il governo ratificherà ad occhi chiusi il TTIP.
Cui prodest?
Non abbiamo finito di ascoltare i vantati successi dell’Expo dedicato a nutrire il pianeta che una nuova mazzata incombe sull’olio extravergine di oliva italiano. Dopo l'emergenza della xylella che ha messo in ginocchio la produzione pugliese, con l’eradicazione di centinaia di piante secolari, adesso dall'Europa arriva il colpo finale per il settore.
La Commissione europea intende concedere alla Tunisia il permesso di esportazione verso l'Europa, senza dazi, 70 mila tonnellate di olio in 2 anni, una quantità che corrisponde al 20% della produzione italiana. L'olio tunisino, come noto, è prodotto a un costo notevolmente inferiore rispetto all'olio italiano e questa imprevista concorrenza rischia di compromettere l'agricoltura italiana che, ancora una volta, viene usata come merce di scambio per la politica internazionale. Come è possibile che il prezzo di un aiuto umanitario dell'Unione europea verso la Tunisia venga fatto pagare dalle regioni più povere d'Europa (oltre al Sud Italia, anche Grecia, Portogallo, Spagna) che sopportano già difficoltà economiche strutturali proprie? Cui prodest che l'agricoltura sia ancora una volta usata come merce di scambio per le politiche di sostegno e di cooperazione verso i Paesi terzi? Lo stesso accadde con il Marocco per le arance, e con il sud est asiatico per il riso addossandone il conto agli agricoltori del Sud Europa con l’acquiescenza del nostro governo.
Perché adesso questa ulteriore apertura dopo che l’Europa nel 2011 ha stanziato un programma di macro assistenza finanziaria di 800 milioni di euro, e quest'anno ha già erogato 100 milioni di euro come prima tranche di un prestito complessivo di 300 milioni?
Alcuni sospetti nascono dagli interessi economici dell'attuale primo ministro tunisino, Habib Essid che è uno dei maggiori produttori di olio del paese e che dal 2004 al 2010 è stato persino direttore esecutivo del Consiglio oleicolo internazionale. Con questa politica suicida di importazione senza dazi si vuole aiutare il popolo tunisino o gli affari dei suoi governanti a spese dei nostri piccoli produttori? Cui prodest?

comments

Cosa vuol dire emigrare 2- Come si è arrivati a questo punto?

TORQUATO CARDILLI - L’Europa si è trasformata da grande fonte di emigrazione a grande bacino di attrazione di flussi migratori, tanto che si calcola siano già presenti oggi sul suo territorio dai 25 ai 30 milioni di stranieri, in gran parte extracomunitari e clandestini, provenienti dai paesi della ex cortina di ferro e soprattutto dall’Africa, dal Vicino e dal Medio Oriente.
La riunificazione tedesca, l'allargamento della UE, della NATO, il ritiro sovietico dall'Afghanistan, la dissoluzione dell'URSS, della Yugolsavia, la crisi somala, le guerre Iraq-Iran, in Kuwait, in Kossovo, nuovamente in Iraq e in Afghanistan, le cosiddette rivoluzioni della “primavera araba”, la disgregazione della Siria e della Libia, la crisi ucraina, la fame e la generale disoccupazione in Africa sono i fattori che hanno alimentato le migrazioni nelle attuali enormi proporzioni, mai verificatesi prima nella storia per magnitudine e per estensione geografica.
Un’emigrazione di massa che, dalla caduta del muro di Berlino, come uno tsunami ha investito e destabilizzato la società europea, a cominciare dagli anelli più deboli (Italia, Spagna e Grecia), fino a quelli più robusti del Nord i cui governi solo ora scoprono la gravità del problema che li ha colti del tutto impreparati.
Non sarebbe stato difficile prevederne il devastante ingrossamento, ma le autorità di tutti i paesi europei e persino extraeuropei (come Stati Uniti, Canada e Giappone del gruppo del G7), hanno sempre sottovalutato il fenomeno dell’emigrazione moderna, relegandolo in un angolo della loro agenda politica, pensando ciascuno a proteggere i propri confini e contando sul fatto che i paesi sulla linea del fronte mediterraneo fossero capaci di cavarsela da soli.
Noi invece da perfetti inconcludenti non siamo stati all’altezza di farvi fronte. Abbiamo consentito, tra urla disordinate di autorità incapaci dirette all’Europa e commoventi gesti spontanei di solidarietà da parte della popolazione, l’insediamento illegale a gruppi o alla spicciolata in centri di raccolta o in strutture alberghiere a spese del contribuente italiano, di migliaia di disperati, in cerca del riconoscimento dello status di rifugiato o di un’occupazione qualsiasi, o di utilizzare l’Italia come transito verso altri paesi.
Il governo non ha indicato chiare e precise regole sui diritti e soprattutto sui doveri degli immigrati, mettendo a nudo la più assoluta disorganizzazione nella accoglienza, solo in piccola parte compensata dallo spontaneismo volontaristico. Oscillando fra posizioni di permissivismo e rigide limitazioni di normative velleitarie (operiamo ancora con le leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini perseguendo il reato di immigrazione clandestina con la farsesca consegna del foglio di via!) ha trasformato il paese in un colabrodo, permeabile a migliaia di persone che, senza una prospettiva certa, senza un’occupazione dignitosa, hanno finito per costituire l’esercito della manovalanza del lavoro nero nelle campagne, nello smercio di prodotti contraffatti o nello spaccio della droga arrivando a controllare interi quartieri delle periferie. Molti clandestini hanno anche finito per cedere all’attrattiva della delinquenza pesante per la facilità con cui si possono commettere reati senza pagarne lo scotto arrivando a odiosi fatti di sangue che hanno suscitato sentimenti xenofobi.
Tutti i governi che si sono succeduti dal 2011 sono stati miopi, inetti, quando non collusi con un diffuso sistema speculativo di malaffare per fare soldi sulle disgrazie altrui o per macinare consenso elettorale tra coloro che finivano per ottenere un tornaconto economico. Politici, intellettuali, commentatori, dirigenti sindacali, economisti e prelati si sono cimentati in dibattiti insulsi e a vuoto senza impostare un minimo di misure effettive che restituissero dignità al paese, dando solo ossigeno alla paura e all’ignoranza, alla ricerca di qualche voto in più.
Questa classe politica assolutamente inadeguata, si è accontentata di vivere alla giornata, di fare proclami qua e là, di versare qualche lacrima ai funerali o alle commemorazioni dei poveracci annegati, paga del plauso proveniente dal basso, espresso acriticamente dalla corte di funzionari lacchè incapaci di indicare una prospettiva operativa, e della copertura blindata da parte dei vertici dello Stato che per età, per forma mentis, per ideologia politica non riescono a comprendere le dinamiche dirompenti di popolazioni che scappano da paesi devastati dal colonialismo (antico e moderno) da dittatori sanguinari, dalle guerre fatte o fomentate dallo stesso Occidente che parla a vanvera di democrazia.
Politici che pur sapendo benissimo come fosse articolata e retribuita la rete degli schiavisti e dei loro supporter in Italia, con un atteggiamento al limite dell’incoscienza, alla faccia dei vari comitati di sicurezza parlamentari, regionali e nazionali, per non turbare gli equilibri consolidati di governo e di sottogoverno hanno fatto finta di credere alle informative fasulle dei servizi di intelligence che non hanno prodotto un’analisi chiara del fenomeno, né suggerito una misura di contenimento e o di smantellamento.
Come accaduto in altri paesi europei siamo stati riluttanti a comprendere che non si trattava di una crisi passeggera, di un fatto emergenziale episodico, ma di una tendenza storica inarrestabile che avrebbe coinvolto per anni milioni di persone. Molto colpevolmente il nostro Governo non ha saputo far altro che ragliare alla luna perché lasciato solo dall’Europa e dimostrare un’incapacità pazzesca nella gestione della crisi senza coinvolgere il parlamento nel mettere a punto alcun programma serio di vasta portata temporale, economica e territoriale.
Se le politiche dei governi Berlusconi, Monti e Letta sono state disastrose, al governo Renzi va imputato di non aver preteso la sospensione del trattato di Dublino, l’obbligo per le navi militari straniere, impegnate nelle operazioni di soccorso in mare, di portare i profughi e o i naufraghi nei propri paesi di bandiera e di aver perso inutilmente un anno e mezzo, quello più cruciale, sprecando due carte importantissime. Abbiamo avuto per sei mesi, nella seconda parte del 2014, la Presidenza dell’Unione Europea (cosa che non ci capiterà di nuovo prima del 2028) e siamo rimasti afoni, abulici, irrilevanti, capaci solo di battute da guitti, mentre il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel si incontravano ripetutamente in formato a due, lasciando fuori della porta il nostro premier addirittura senza nemmeno informarlo.
Abbiamo fatto una trattativa con il nuovo Capo della Commissione Juncker e con gli altri paesi perché a noi fosse concesso un ruolo di rilievo in Europa e ci siamo incaponiti per la sedia inutile di Alto Rappresentante per la politica estera. Risultato: la politica estera europea non esiste. Abbiamo però conseguito il record di rappresentare con la Mogherini il vuoto pneumatico.
I ripetuti naufragi, le centinaia, le migliaia di cadaveri finiti in fondo al mare o pietosamente raccolti dalla nostra Marina hanno offerto lo spunto per inutili passerelle di politici italiani ed europei, compresi i presidenti di Camera e Senato, senza che fosse nei fatti varato alcun provvedimento capace di imprimere una svolta al fenomeno. Sono state impegnate le nostre forze militari per un’opera di soccorso ai profughi senza porsi il problema se questo significava un aiuto indiretto ai traffici schifosi degli schiavisti, sono state impiegati ingenti risorse per foraggiare imprese e cooperative, ma non è stata concepita un’idea sul come arginare questi ingressi incontrollati sul come distinguere tra disgraziati in cerca di asilo politico e emigranti economici.
Personalmente, dopo aver assistito nel 1991 alla fiumana di 20.000 albanesi ammucchiati uno sull’altro come formiche sulla nave mercantile Vlora, arrivata a Bari, avevo preavvertito il nostro Governo che quell’esodo di massa era la prova che bastava far saltare il tappo della repressione dittatoriale (il comunismo era caduto in Albania da tre mesi) per far uscire dal recinto le fiere e che l’Europa e noi per primi saremmo stati sottoposti ad una pressione di centinaia di migliaia di aspiranti profughi.
Ovviamente nessuno nel Governo e nel Parlamento italiano se ne diede per inteso, al contrario tutti i partiti del tempo, di concerto con le cancellerie occidentali, furono concordi nell’assecondare i piani militari della Nato in Serbia e in kossovo. Non contenti hanno continuato a dare corda alla cocciutaggine americana nel voler vendicare l’attentato alle torri gemelle del 2001 attribuendone falsamente la paternità ad al Qaida e a Saddam Hussein accusato di possedere armi di distruzione di massa, con prove dichiaratamente fabbricate ad hoc. La guerra del 2003 in cui ci lasciammo ancora una volta coinvolgere senza che l’Iraq avesse rappresentato alcuna minaccia per l’Italia o per la Nato ci è costata molto in termini di vite umane, in termini finanziari, in termini di credibilità internazionale, senza che ne venisse all’Italia il minimo giovamento. Da quel momento è stato tutto un susseguirsi di altri errori politici e militari. Giustiziato Saddam Hussein, senza aver trovato un briciolo delle famose armi di distruzione di massa e dopo aver disarticolato completamente la società e le strutture amministrative in Iraq, l’America si è diretta verso un altro nemico Osama Bin Laden in Afghanistan con un’altra guerra, che, è inutile girarci intorno, è stata persa, durata più della seconda guerra mondiale, costata anche a noi morti e lutti senza alcun risultato pratico.
La catena di errori, sempre ispirata dall’America cui ci siamo accodati come automi, è continuata con la destabilizzazione della Libia e della Siria. Risultato? Il terrorismo che avremmo dovuto sconfiggere è più vivo di prima; gli attentati sono ormai globali in tutto il mondo; il commercio delle armi è floridissimo, gli estremisti islamici del Califfato, molto più pericolosi dei Talebani, vivono nel delirio dell’espansione dalla culla siro-irachena nell’Asia, in Africa (ove contano sui fanatici di Boko Haram e degli Shabab) e in Europa che è letteralmente presa d’assalto dal mare e dalla terra da centinaia di migliaia di disperati.
Un fenomeno di tale ampiezza, innescato dalle politiche assurde dell’Occidente, avrebbe meritato un’attenta analisi e uno studio approfondito delle motivazioni, una gestione diretta, seria e temporanea dell’emergenza, un programma a media e lunga scadenza per la soluzione definitiva.
Invece abbiamo reagito in modo scomposto, oscillando fra un’accoglienza umanitaria e una serie di dichiarazioni di fermezza che poi venivano regolarmente disattese.
Al ritmo demografico attuale, stabilizzatosi molto vicino alla “crescita zero”, si calcola che nei prossimi venti anni i quattro maggiori Paesi europei (Germania 80,6 milioni di abitanti, Francia 66 milioni, Regno Unito 64 milioni e Italia 60 milioni) vedranno aumentare complessivamente la loro popolazione di appena un milione di persone cioè uno striminzito 0,37% su una popolazione complessiva di 270,6 milioni, mentre nello stesso periodo i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, dai quali scappano profughi e emigranti, aumenteranno la loro popolazione di 200 milioni di unità che si sommeranno alle centinaia di milioni di disoccupati.
Riuscirà l’Europa a resistere alla pressione migratoria di tutta questa gente e ad attrezzarsi per gestire nel modo migliore un’invasione di queste dimensioni? Per farlo ci vogliono idee chiare e regole precise per tutti, e soprattutto qualcuno che le faccia rispettare.

PRIMA PARTE             TERZA PARTE

comments

LA SOCIETÀ DEI MAGNACCIONI E LA MOGLIE DI CESARE

TORQUATO CARDILLI - Mezzo secolo fa, o giù di lì, una canzone di successo nella musica popolare “la società dei magnaccioni”, interpretata da Gabriella Ferri, descriveva il costume e l’atteggiamento di sguaiatezza della gioventù romana, pronta a mangiare e bere a sbafo in una società definita “zozza”.
Ma quelli erano tempi di boom economico e la gente non ancora avvezza alle rinunce, non faceva caso alle ruberie che sarebbero diventate sempre più consistenti da parte di una classe politica sempre meno meritevole di considerazione.
Come se il ciclone di “mani pulite” degli anni novanta non avesse aperto gli occhi sulla corruttela dilagante, la casta ha continuato imperterrita a fare i propri comodi, escogitando ogni giorno nuove furbizie, trucchi e spregiudicatezza per nascondere gli sprechi, le appropriazioni e le spoliazioni del pubblico denaro.
Si può dimenticare la vicenda dell’ex sindaco di Anagni Fiorito? Questo personaggio, ex lanciatore di monetine nel 1993 contro Craxi, ancor prima della ascesa politica a livello regionale aveva già subito una condanna dalla Corte dei Conti a risarcire 3.000 euro alle casse del Comune utilizzati impropriamente per uso personale. Bazzecole, rispetto a quello che verrà dopo. Infatti proprio per la mancata selezione della classe politica sulla base dell’etica pubblica fu consentito a Fiorito di diventare consigliere provinciale e poi nel 2005 consigliere regionale con il più alto numero di preferenze di tutto il Lazio. E la cupidigia non gli evitò il carcere con l’accusa di appropriazione di 1 milione e 400 mila euro di fondi pubblici.
Tutt’oggi ascoltare il notiziario quotidiano degli arresti e degli avvisi di garanzia è come sentire il bollettino meteorologico d’inverno che annuncia bufera, vento e tempesta. Di fatti ogni giorno c’è una notizia di scoperchiamento di pentole putrescenti.
Questa legislatura si è aperta con l’incredibile successo politico del M5S, con la mancata vittoria del PD che ha avuto bisogno della respirazione bocca a bocca con Forza Italia e con le sue frange di fuoriusciti per governare prima con Letta e poi con Renzi. Allora tutto il mondo politico, e la stampa prezzolata al seguito, si crogiolavano nella critica al M5S sulla questione degli scontrini di spesa, senza evidenziare che lì si trattava non di appropriazione di denaro pubblico, ma di contestazione interna per la mancata rinuncia ad un beneficio a cui tutti i parlamentari del movimento si erano liberamente impegnati prima delle elezioni.
Ma la legge del contrappasso è feroce e chi di scontrino ferisce di scontrino perisce.
Fa sinceramente pena lo spettacolo del sindaco Marino svillaneggiato dal suo partito e da quanti pur avendo goduto politicamente delle sue fortune gli hanno voltato vigliaccamente le spalle passando "dal servo encomio al codardo oltraggio" unendosi come plebe forcaiola ai nemici che ne chiedevano l’esilio politico.
Senza indulgere in compassione per le cose buone fatte o accanirsi in animosità per il suo modo di fare, quanto meno imprudente, ambiguo, stolto basta dire che il Sindaco Marino avrebbe dovuto dimettersi quando gli hanno arrestato mezza giunta e che il Governo avrebbe dovuto consentire nei termini più brevi nuove elezioni. Perché? Per il semplice motivo che chi occupa alte posizioni nello Stato e nella cosa pubblica non deve essere oggetto di alcun pettegolezzo, né destinatario di accuse che non riesce a smontare immediatamente, riassumibile nel noto motto, utilizzato tante volte anche da politici ipocriti, che la moglie di Cesare è al di sopra di ogni sospetto.
Mi sia consentito un breve excursus per illustrare il significato di questa espressione.
Giulio Cesare fu uomo colto, elegante, ambizioso, eloquente al punto da rivaleggiare con Cicerone con indubbie capacità di stratega, formidabile condottiero e trascinatore delle proprie truppe, abile nel condividere le sofferenze e lo stesso rancio dei legionari, e se la battaglia volgeva al peggio, capace di fare allontanare tutti i cavalli, compreso il suo, perché nessuno fosse colto dalla tentazione della fuga. Fu anche un “tombeur de femmes” con una vita sessuale ambivalente da far invidia a vari politici e prelati dei giorni nostri, tanto da meritarsi l'appellativo di "marito di tutte le donne e moglie di tutti gli uomini". Stando alle cronache del tempo, in gioventù fu l'amante di Nicomede re di Bitinia e in età più matura della regina Eunoe di Mauritania e della regina Cleopatra d'Egitto. Questo personaggio di luci e ombre aveva anche una predilezione per il denaro tanto che secondo Svetonio avrebbe sottratto al Campidoglio tremila libbre d'oro sostituendole con altrettante di bronzo dorato, ma sull’onore pubblico non era disposto a compromessi e sulla questione del presunto tradimento della moglie Pompea mostrò tutta la sua statura di statista.
Il Sindaco Marino avrebbe fatto bene ad apprendere come si difende il proprio onore dalla storia raccontata da Plutarco. Durante le sacre celebrazioni in onore della dea Bona, a cui potevano partecipare soltanto le donne, Publio Clodio, innamorato di Pompea, che non disdegnava le sue attenzioni, anche se non ci furono mai prove dell'adulterio, si introdusse furtivamente nella casa di Cesare, con la complicità di una schiava, nascosto sotto abiti femminili, come suonatrice di cetra.
L’intruso, scoperto da un'altra inserviente, fu fatto arrestare e trascinato in Tribunale. Cesare informato dell'incidente mentre era al Foro ripudiò all'istante la moglie, sulla base di due testimoni dell’avvenuta violazione della sua dimora.
Nel successivo giudizio che vide sul banco degli accusati Pompea per adulterio e Clodio per empietà sacrilega, Cesare chiamato quale testimone e parte offesa, tenendo soprattutto all'apparenza e a difendere la sua reputazione disse di non conoscere Clodio senza aggiungere alcun elemento di critica verso la moglie. L'accusa fece leva sul fatto dell'avvenuto divorzio tra Cesare e Pompea per cercare di far ammettere a Cesare l'esistenza della tresca d'amore, o quanto meno la sua riprovazione, ma lui si limitò ad aggiungere che Pompea in quanto "moglie di Cesare era al di sopra di ogni sospetto" lasciando di stucco i giudici. Pompea fu assolta, pare anche grazie alla corruzione dei giudici, ritenuta cosa normale per quei tempi, mentre Clodio fu condannato solo per sacrilegio.
E' a causa di quella frase che ancora oggi si chiede a chi riveste cariche pubbliche di essere come la moglie di Cesare dato che nell’esercizio di un mandato pubblico il codice deontologico di sanzione per i comportamenti inopportuni anche se non penalmente rilevanti deve venire prima del rispetto della legge.
In cosa ha sbagliato Marino? Comportandosi come il lupo che perde il pelo (un analogo incidente di rimborsi per spese di rappresentanza gli capitò nel 2002 con l’ospedale di Pittsburgh in Virginia che non esitò a troncare di netto ogni rapporto) non ha avuto il minimo concetto di onore, di dignità, di rispetto per la città e per la Repubblica infilandosi in un ginepraio di scuse meschine, di bugie infantili e di comportamenti equivoci che non sono più tollerati dall'opinione pubblica.
Marino si vanta di aver denunciato “mafia capitale”, ma le intercettazioni di Carminati e Buzzi che si confidano la capacità di “mangiarsi Roma in tre anni con Marino Sindaco” dimostrano il contrario dato che si era circondato di uomini collegati alla cosca malavitosa. E’ stata la magistratura, terminato il lavoro iniziato sotto la sindacatura Alemanno e durato tre anni, a scoperchiare il verminaio e a fare la retata di ben 57 persone compresi i vari pezzi grossi dell’amministrazione come Coratti, Odevaine, Ozzimo, Buzzi e compagni. Sono venuti così alla luce gli affari loschi delle cooperative con compromissione di uomini di governo, dei rom, degli immigrati, dei vigili felloni, dei dirigenti del Comune corrotti, delle Società partecipate con assunzioni facili e dipendenti lavativi.
Se Marino ancor prima dello squarcio di questo velo di omertà sulle malefatte dei dirigenti più in vista del partito romano e delle giunte sua e del predecessore avesse rinunciato pubblicamente a stare un giorno in più alla guida di un Comune compromesso, avrebbe avuto la strada spianata per le nuove elezioni.
E invece nulla. Per pusillanimità ha accettato impassibile gli sberleffi pubblici di Renzi, il lavoro demolitore di Orfini e la paralisi di giunta con assessori che si dimettevano uno dopo l'altro.
Quando poi è scoppiato l'affare dei funerali di Casamonica, avrebbe dovuto rientrare immediatamente a Roma, come fa un vero comandante che nel momento più acuto della tempesta riassume il comando della nave affidata temporaneamente al nostromo. Marino si è comportato invece come un impiegatuccio di terzo ordine, insensibile al richiamo del dovere di Stato. Ha persistito in questo atteggiamento di disinteresse accettando supinamente il commissariamento del prefetto Gabrielli anziché protestare di persona con il capo del governo, che è anche capo del suo partito, che gli ha imposto lo sfregio di assessori come Causi e Esposito, uno peggiore dell'altro, il primo per aver già condiviso responsabilità amministrative in un Comune inquinato sotto il Sindaco Veltroni, il secondo perché assolutamente inadatto ad occuparsi dei trasporti in particolare a Roma.
Come se tutto questo non bastasse Marino ha accreditato pubblicamente la versione di doversi recare a Filadelfia perché invitatovi dal Papa, con un seguito esagerato di 4 persone. Smentito ha ridimensionato la questione ad invito del sindaco della città, ma la sconfessione pubblica fattagli dal Papa è stata troppo bruciante per poter essere dimenticata.
Di qui una sequela di altri errori imperdonabili. Come nel gioco degli scacchi o di biliardo in cui ad ogni piccolo errore ne segue inevitabilmente uno più grande fino alla sconfitta, Marino ha inanellato una serie di bugie pellegrine negando che il costo della trasferta fosse stato posto a carico del Comune e giustificando la questione delle spese di rappresentanza con personalità italiane e straniere con la fantasiosa scusa della ritardata compilazione della nota spese attraverso la ricognizione dell’agenda personale.
Possibile che Marino non abbia considerato che con la sua condotta rischiava di mettersi alla berlina da solo facendosi smentire non solo dall'oste della trattoria dove cenava con la moglie, ma anche dalla Comunità di Sant'Egidio e dall'ambasciatore del Vietnam, incappando nel reato di falso? Come si fa a firmare una dichiarazione di aver pranzato con un Ambasciatore straniero quando non è vero? A meno che non si voglia credere al complotto di una segretaria infame che l'abbia appositamente tradito scrivendo una cosa per un'altra per addossargli la responsabilità del reato e lo abbia ipnotizzato all'atto della firma della dichiarazione.
In tutta questa orribile commedia degli inganni, oltre a Marino, chi porta la maggiore responsabilità è il partito democratico che come aveva lucidamente descritto Barca non è più il continuatore della politica morale e popolare di Berlinguer, ma una nuova incarnazione della peggiore democrazia cristiana, del rampantismo craxiano, della collusione sempre più spinta con la malavita e la criminalità. Cosa ha fatto in tanti anni di potere e di sottopotere? E' diventato un mutante con i geni del peggio degli altri partiti che avrebbe dovuto combattere e ha tradito tutti i principi e gli obiettivi della sinistra. Ha cercato di evitare le elezioni nel timore di perderle e purtroppo per i suoi decrescenti sostenitori le perderà la primavera prossima che segnerà la liberazione dei romani.
Ipocrisia suprema quella di rinfacciare a Marino di aver dilapidato 20.000 euro di soldi dei cittadini in spese mangerecce private, mentre non dice nulla sui 150.000 euro spesi da Renzi per volare a New York per assistere alla partita di tennis Vinci-Pennetta, che non aveva alcunché di istituzionale e nulla sulla megalomania del leasing per decine di milioni di euro dell’aereo speciale presidenziale a spese dei cittadini, del tutto inutile e spropositato rispetto all’esigenza di austerità dei conti del paese a cui sono state costrette per troppi anni le famiglie italiane.

comments

Cosa vuol dire emigrare 1 - Cos’è stata l’emigrazione nella storia

TORQUATO CARDILLI - “Tu proverai si come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e il salir per l’altrui scale”.
Con questi versetti Dante parla ai suoi contemporanei della dura, penosa, umiliante vita dell’esiliato, che è in ogni tempo infinitamente migliore di quella dell’emigrante o del profugo, costretti dal bisogno, o dal pericolo di morte, a lasciare la terra natale per trovare rifugio in un mondo nuovo.
Iniziarono gli uomini primitivi a migrare alla ricerca di ambienti più salubri e vivibili o dove vi fossero in abbondanza acqua, cacciagione, terre fertili senza il costante pericolo di bestie feroci.
Nella storia, dalla mitica migrazione di Abramo che da Ur si trasferì in Palestina al viaggio da profugo di Giuseppe, Maria e bambinello che dalla Palestina fuggirono in Egitto per scampare alla persecuzione di Erode, fino ai giorni nostri le indicibili privazioni e le sofferenze dell’emigrante e del profugo si sono mischiate al sangue, alla miseria, alla segregazione, alla cattività.
Le migrazioni dei popoli sono state un fenomeno persistente durante tutta la storia dell’umanità con punte di particolare intensità e ferocia. A partire dalla cattività degli Ebrei deportati a Babilonia ai tempi di Nabucodonosor, che ispirò l’opera di Verdi con il famoso coro tanto caro alla Lega, per passare alla migrazione di Mosè che riportò dall’Egitto gli Ebrei in Palestina, o alla loro diaspora nel mondo, ordinata da Tito, conquistatore di Gerusalemme, per finire con l’invasione dei barbari (Ostrogoti, Vandali, Alani, Svevi, Alemanni, Visigoti, Unni) che dalle regioni più periferiche investirono l’impero romano con massicce ondate migratorie arrivando a colpirlo fino al cuore, a Roma.
L’impero aveva dimostrato nei secoli una grande capacità di sapere assorbire le culture più disparate, le razze più diverse, le religioni anche se antitetiche al politeismo pagano, mescolando in un incredibile crogiolo i patrizi, i plebei, i cavalieri, i liberti e gli schiavi. Diede vita ad una società perfettamente integrata fondata nel rispetto assoluto della legge romana dura e inflessibile con tutti a vantaggio della collettività con un sistema giuridico di prim’ordine, un’amministrazione civile efficientissima, un esercito invincibile pur con qualche disastro di comandanti inetti, con le cariche pubbliche accessibili a tutti tanto è vero che più d’uno arrivò al trono imperiale pur avendo origini straniere (dal libico Settimio Severo, all’albanese Diocleziano, al tedesco Germanico, all’inglese Britannico, agli spagnoli Adriano, Traiano ecc.).
Con il tempo i costumi austeri subirono progressivamente una perniciosa corruzione per avidità di denaro con conseguente affievolimento del sentimento patriottico, dell’onore pubblico, del valore nella difesa con le armi della civiltà, sicché le persistenti scorrerie dei barbari nelle zone di confine si trasformarono in vere e proprie migrazioni di intere popolazioni, che si insediarono nel nuovo territorio imperiale, smembrato poi in una moltitudine di stati.
Le migrazioni continuarono fino al Medio Evo, prima con gli Arabi entrati in Europa attraverso la Spagna e la Sicilia e poi con gli Ottomani arrivati fino alle porte di Vienna, tanto che la popolazione europea odierna può essere definita il risultato di quella lunghissima convivenza con gli immigrati di origine africana e asiatica. E nei secoli bui del cristianesimo e dell’assolutismo gli Ebrei furono perseguitati, ghettizzati, espulsi in tutta l’Europa compresa la Russia.
Con la scoperta dell’America le migrazioni cambiarono destinazione. La sete di dominio dei regni e delle corti europee a più solida struttura statuale, diede luogo alla nascita degli imperi coloniali e al trasferimento forzato in schiavitù di oltre 7 milioni di neri dall’Africa nelle nuove terre sottratte agli abitanti autoctoni.
Nella seconda metà dell’Ottocento, la mancanza di risorse sufficienti per una popolazione in crescita spinse grandi masse di manodopera europea verso territori inesplorati e poco abitati delle Americhe e poi ancora dell’Australia con una motivazione esclusivamente di sopravvivenza economica. Al gruppo etnico irlandese spinto dalla terribile carestia che aveva determinato 250 mila morti, seguì ben presto quello italiano, dal povero Veneto alla poverissima Sicilia, quello polacco e quello tedesco anch’essi costretti a lottare con un’indigenza assoluta e ad emigrare per gli identici motivi che spingono oggi marocchini, egiziani, tunisini, senegalesi, ghanesi, nigeriani, somali, eritrei, cingalesi, siriani, iracheni, afghani, pakistani a lasciarsi alle spalle la fame, le malattie, le guerre, le persecuzioni e la disperazione.
Di questa massiccia migrazione di braccianti e operai italiani, per lo più analfabeti e scarsamente qualificati si sono occupati parecchi storici e saggisti che hanno messo in luce come fosse facile per la delinquenza mafiosa mimetizzarsi tra i migranti per poi arricchirsi a suon di traffici illegittimi e di delitti.
Verso metà del XX secolo ebbero luogo nuove migrazioni e deportazioni di popolazioni intere avviate ai campi di concentramento e di sterminio nazisti in Polonia e Germania o stalinisti in Siberia segnando il culmine della tragedia umana con milioni di morti. La fine della seconda guerra mondiale chiudeva questo doloroso capitolo, ma conteneva le premesse per aprirne un altro che dura tutt’ora della espulsione di milioni di Arabi dalla Palestina storica e dalla Cisgiordania, terre abitate da secoli, ad opera del nuovo stato di Israele creato per raccogliervi gli Ebrei provenienti dai quattro angoli del mondo.
E’ un peccato che nell’Italia di oggi, anche a causa di una crisi economica che dura da sette anni e di una complessiva inettitudine della classe politica, parlamentare e di governo, si sia fatta strada per via di una propaganda meschina un’intossicazione delle menti, amplificata da programmi televisivi dove pare trionfare chi grida di più e chi la spara più grossa, fondata sul più sordo individualismo e sulla falsa convinzione di appartenere ad una civiltà superiore. Mentre emerge la mentalità del borghesuccio e del bottegaio che guarda solo al proprio piccolo interesse privato, si dimentica che soltanto due o tre generazioni fa erano per l’appunto i nostri  avi e parenti, sopravvissuti ai naufragi ed alle malattie, ad essere trattati da emigranti come bestie, come schiavi, come rifiuti umani utili solo come forza lavoro, brutalmente spremuti ed emarginati.
Molti rappresentanti della politica locale soprattutto dal Veneto e dalla Lombardia, ma anche dalla Sicilia, Sardegna ed altre regioni hanno fatto a gara, in questi ultimi anni, per andare a visitare, a spese dei cittadini, i discendenti dei loro antenati in Brasile, Argentina, Cile, USA, Canada, Australia, Francia, Germania, Belgio e riscoprire questo passato di sacrifici e di lotta per la sopravvivenza che ora non può essere sotterrato, mettendosi dalla parte dell’oppressione razziale e della discriminazione nei confronti dei profughi di altri paesi più poveri e più deboli del nostro, ai quali va riconosciuta senza limitazioni la dignità umana.
Chi non si ribella all’idea di superiorità razziale e al modo in cui vengono trattati i migranti e i profughi che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente, umiliati in una finta accoglienza ipocrita e sfruttati fino all’ultima goccia di sangue da un caporalato tollerato nei fatti dalle autorità di Governo centrale e locale, dal Sindacato e dalla Chiesa, è oggettivamente complice degli aguzzini e dei profittatori.
Il popolo italiano deve rendersi conto che tacendo, rimanendo indifferente, voltando la testa dall’altra parte di fronte al trattamento schiavistico riservato agli immigrati, non offende soltanto la loro dignità, ma danneggia anche il proprio benessere e il proprio futuro.

SECONDA PARTE          TERZA PARTE

comments

Sottocategorie