Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

Eppure sono stati tutti votati

ALBERTO BRUNO - Fine anno, fine di un anno amaro. Tempo di bilancio e di speranza. Il popolo italiano credeva che , dopo la cura di tagli e restrizioni imposta da Monti, nominato in fretta e furia senatore a vita a novembre 2011 e nuovo Capo del Governo con l’incarico di salvare l’Italia dal baratro berlusconiano, potessero finalmente cambiare le cose con le elezioni del febbraio 2013.
Era passato un anno e mezzo di lacrime e sangue, entrambi versati da chi aveva di meno non solo per la crisi generale, per l’accanirsi del fisco, dei tagli delle pensioni, della riforma del lavoro e degli esodati, ma anche per l’indignazione montante ogni giorno di fronte agli sprechi, alle ruberie, alle grassazioni, della politica. Più la politica si mostrava inetta e più la Magistratura scopriva altarini e imbrogli, truffe allo Stato ed alla buona fede dei cittadini arrivando ad inquisire deputati, senatori e interi consigli regionali (dal peculato all'associazione a delinquere).
E’ così che si è arrivati alle elezioni di 10 mesi fa il cui risultato ha sconvolto solo apparentemente il quadro politico italiano. Era opinione diffusa che questo sarebbe stato l’anno del cambiamento, della svolta, della rinascita, della fine della crisi e della ripresa della crescita.
E invece non è cambiato nulla. I vecchi partiti, incapaci di prendere atto della nuova situazione, hanno fatto da cintura di protezione intorno al Quirinale per continuare a perpetrare il loro potere, relegando in un limbo la forza propulsiva dei giovani arrabbiati del M5S.
Il risultato è stato che nuovo Governo e nuovo Parlamento sono rimasti allo stesso livello di inefficienza di prima, mentre il popolo sta, se possibile, ancora peggio.
Mesi persi in un chiacchiericcio infantile  sulla riforma della legge elettorale, sulla nomina dei saggi per la riforma della costituzione, sull’abolizione delle provincie, sulla cancellazione del finanziamento pubblico dei partiti, sulla questione dell’IMU, sulle primarie del PD, sulla condanna di Berlusconi e la spaccatura del PdL.
La questione del lavoro non ha fatto nessun passo avanti, anzi la disoccupazione ha raggiunto un livello record soprattutto nelle fasce giovanili che hanno ripreso la via dell’emigrazione.
Ma chi è stato il responsabile di questo stallo, di questa paralisi, che si ostinano a chiamare stabilità?
Se un operaio non si presenta al posto di lavoro è definito assenteista, se lavora poco o male o svogliatamente è definito lavativo e il suo principale ritiene giusto licenziarlo, ammesso che riesca a vincere sull’immancabile difesa d'ufficio del sindacato.
Al contrario se è il parlamentare a fare molto peggio, non c’è pena o punizione che tenga. Il politico non arrossisce mai, non paga mai dazio per i suoi errori e per le sue omissioni; può contare di essere sempre rieletto soprattutto grazie agli interessi economici in gioco, al voto di scambio, al giro di promesse e di influenze.
Questa legislatura si era aperta con la solenne dichiarazione-impegno dei presidenti di Camera e Senato a lavorare di più (5 giorni alla settimana) a trasformare il Parlamento nella casa della buona politica, a ridurne sensibilmente i costi.
Niente di tutto questo è accaduto. Solo chiacchiere al vento, amplificate dai media compiacenti. Così in Parlamento, oltre a quelli che non contano un fico secco e che offrono ai comici spunti in continuazione per gag a ripetizione, hanno manifestato una presenza incorporea dei veri e propri spettri, sempre presenti all'incasso dell’indennità e della diaria, ma immancabilmente assenti nelle discussioni e nelle votazioni. La consultazione del sito internet “open polis” svela agli ignari elettori il grado di attaccamento dei nostri parlamentari al servizio della comunità.
A parte il principe dei fantasmi in assoluto, il deputato del Pdl Angelucci (editore di Libero e re delle cliniche private), con in testa il cappellino a cono di Pinocchio di zero presenze alle votazioni, il leader di Forza Italia, prima di essere espulso dal Senato per indegnità, è stato, tra i capi partito, il recordman dell'assenteismo. Anche se la TV (privata e di Stato) continua a mandare stancamente in onda, in modo ripetitivo ed ossessivo, le sue immagini mentre è assiso a Palazzo Madama, circondato dai soliti adulatori, Berlusconi con una sola presenza su 1.654 votazioni, ha registrato una percentuale di assenze del 99,94%. Gli hanno fatto degna compagnia i suoi caudatari come il falco proconsole Verdini (99,90% di assenze), il suo avvocato Ghedini (99,47%), la fedelissima badante senatrice Rossi (94,01), e persino gli ex fedeli Tremonti che ha saltato l'88,89% di sedute e votazioni o l'ex presidente del Senato Schifani con 68,26%. Ma fantasmi e lavativi militano anche sotto altre bandiere. L'ex presidente della Camera Casini è stato assente dal Senato per il 65,56%, mentre l’ex primo ministro Monti ha saltato il 55,51% delle votazioni e peggio di lui ha fatto alla Camera il suo vice di Scelta Civica Bombassei, già vice presidente di Confindustria e patron della casa Brembo, con l'80% di assenze. Che bella compagnia di governo!
A Montecitorio è stata la stessa musica e tra destra  e sinistra (larghe intese o piccole intese) non si riesce a distinguere dove alberghino più assenteisti. Il primo della lista per assenze è stato Longo, l’altro avvocato di Belusconi con il 99,89%, seguito da Santanché con 84,92%, Brambilla con 84,56%, Cuperlo, con 68,59%, Bossi con 66,93%, Bersani con 65,83%.
In questa classifica alla rovescia, ne escono a testa alta i parlamentari eletti all’estero. La palma d’oro delle presenze alla Camera va riconosciuta a Merlo che è stato assente solo per il 2,95% delle sedute, seguito da Porta con il 20,16%, mentre altri due eletti in America Latina rientrano nella media nazionale (Borghese con 61,64% e Bueno con 51,56). Per il Senato i più presenti sono stati Micheloni e Giacobbe rispettivamente con un indice di assenze del 13,1% e 13,3% seguiti dagli altri fino a  Zin che con il suo 37,58% di assenze ha mostrato più attaccamento al servizio per la collettività della media dei senatori romani.
Assenti e presenti hanno percepito tutti l'intero stipendio: i parlamentari nazionali dell’area di governo per eccellere nell'assenza e nell'immobilismo; quelli eletti all’estero per certificare la propria ininfluenza. Eppure sono stati tutti votati!

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Finalmente!

TORQUATO CARDILLI - Il quasi nonagenario presidente Napolitano ha fatto il regalo di Natale agli italiani. Ha detto per la prima volta basta alla politica dei mediocri, degli arruffoni, degli imbroglioni.
Dopo averne ingoiate troppe, per tanti anni, ed averle fatte ingoiare al popolo italiano, forse sorpreso dalla reazione del M5S che l’aveva minacciato di impeachment e che aveva avvertito il Governo di trasformare l'aula di Montecitorio in una giungla vietnamita, ha spezzato la penna piuttosto che firmare la legge di conversione del decreto cosiddetto "salva Roma", che era stato radicalmente farcito di norme non congrue, di favori agli amici, di mance proibite, insomma un calderone immondo di provvedimenti di ogni genere e elargizioni ingiustificate dalla Sicilia alla Val d'Aosta.
Il Governo Letta, dopo la figuraccia fatta con i tentativi di "punire" i Comuni che hanno attuato una politica contraria al gioco d'azzardo ed all'impianto di macchinette mangia soldi, sempre ad opera del nuovo PD di Renzi si è macchiato di un’altra onta: l'emendamento dello scandalo affitti che aveva cancellato la norma del M5S, già approvata, di concedere ai Comuni, alle Regioni ed allo Stato di recedere dai contratti entro la fine del 2014.
La misura del M5S avrebbe potuto evitare un'emorragia multimilionaria dalle sempre più esangui casse pubbliche, se si considera che solo per affittare a Roma i palazzi della politica il contribuente paga 22 milioni di euro l'anno. Negli scorsi 18 anni, con il beneplacito di tutti i partiti che hanno portato l’Italia alla rovina, per gli affitti al centro della capitale sono stati spesi oltre 400 milioni in favore del re del mattone che non ha esitato a dichiarare di avere dato sempre soldi a tutti. Dove erano i Segretari dei partiti politici della maggioranza? Dove erano i Presidenti e i Questori della Camera? Dove erano quelli che insultavano Roma ladrona?
Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza del Capo dello Stato che ha rifiutato la firma su una legge che avrebbe impedito al settore pubblico (nazionale e locale) di disdire contratti di affitto particolarmente onerosi.
Dopo il niet presidenziale, al primo ministro Letta, come un cavallo assediato nel gioco degli scacchi, non è rimasta altra mossa che quella di fare con un vergognoso "oplà" marcia indietro, rinunciare alla conversione in legge del decreto ed annunciare che il 27 dicembre, nell'ultimo consiglio dei ministri del 2013, sarà varato l'ennesimo decreto legge milleproroghe che cercherà di mettere una pezza al buco del bilancio del comune di Roma e regolerà solo le situazioni divenute indilazionabili, a cominciare dal ripristino della norma relativa alle economie realizzabili disdettando gli affitti di immobili da parte della pubblica amministrazione.
E che dire del fatto che Letta, sul testo cestinato dal Quirinale, aveva ottenuto la fiducia del parlamento appena 24 ore prima? Una sola cosa: che siamo governati da una banda di incompetenti ed amministrati da un parlamento di inetti, di affaristi senza scrupoli, di imbroglioni della buona fede popolare.
Chi vedesse quanto accade in Italia con gli occhi di un osservatore straniero rimarrebbe esterrefatto dalla capacità dei nostri politici di fare dietro-front senza rossore (chi ha dimenticato la piroetta dell’ultimo minuto di Berlusconi che dà la fiducia al Governo Letta, negata fino all'ultimo dal capo gruppo Brunetta?) di voltafaccia, di giravolte, di figuracce sul piano della corruzione, della menzogna, della dilapidazione dei beni pubblici, della tosatura della povera gente.
Negli anni, i nostri parlamentari hanno fatto strame del diritto, della Costituzione, dell'intelligenza, dell'onestà approvando norme incostituzionali a ripetizione o partigiane (lodo Alfano, lodo Schifani, leggi ad personam, riduzione dei termini di prescrizione, indulto, certificazione della parentela tra Ruby e il presidente Mubarak, ecc.) ed infliggendo al popolo l'umiliazione di tasse rapina per consentire alla casta degli intoccabili (ad ogni livello istituzionale) di continuare a divertirsi, a comprare di tutto coi soldi dei cittadini (dai pranzi alle mutande, dalle aragoste alle vacanze), a lucrare sui rimborsi falsificando le fatture o frodando lo Stato.
L'annuncio della marcia indietro di Letta ha scatenato l'opposizione. Mentre il M5S canta vittoria, il rinato partito di Forza Italia ha fatto sfoggio di sarcasmo all’insegna del “contrordine compagni” verso un governo definito in stato comatoso per l'ignobile figura della legge di stabilità, degli affitti d'oro, delle marchette del decreto “salva Roma”.
Come spesso accade le sconfitte sono orfane mentre le vittorie hanno molti padri. Così anche Scelta Civica ha rivendicato la paternità della rinuncia del Governo.
Quando si tratta di rappresentare interessi corporativi, a Roma come nei consigli regionali, vige la più ecumenica trasversalità. Il provvedimento nascosto e ingannevole che rinsalda le rendite di posizione, che favorisce spudoratamente certi gruppi d’affari, che mortifica i cittadini onesti, nasce sempre da un emendamento neutro, senza colore di partito, mentre la diversa appartenenza politica diventa un ostacolo da ragazzi che viene scavalcato agilmente pur di perpetuare i privilegi, di distribuire favori ai “clientes”, di soddisfare gli appetiti delle lobby foraggiatrici, anche se per i cittadini comuni ci sono solo tagli e rigore.
I giovani parlamentari del M5S a volte peccano di ingenuità di fronte ai volponi della politica, ma quando si tratta di spulciare le magagne tra sprechi e favoritismi in tutti gli atti parlamentari, che offrono troppo spesso il miserevole spettacolo delle mance e dell’assalto alla diligenza, si muovono come topi nel formaggio. E’ in questo quadro che scivolano su tante bucce di banana sia la presidente della Camera, che sebbene eletta nel SeL non ha impresso nessuna svolta al Parlamento, ingessata nella posizione di paladina della casta e l’inconsistenza del PD che ha una coda di paglia lunga kilometri per aver “condiviso” le peggiori iniziative votando compatto contro ogni proposta di austerità economica per la politica.
Allora è sempre più fondato il sospetto che tra  tanti appelli e richiami alla famosa stabilità, invocata da tutti quelli che hanno un potere, la cosa in assoluto più stabile siano le rendite e le prebende alle quali gli apparati della politica, sebbene al crepuscolo, non vogliono rinunciare.
Non si spiegherebbero diversamente i due casi emblematici Alfano e Cancellieri che marciano all’unisono nel collezionare menzogne e brutte figure.
Il primo, sebbene ministro dell’interno e vice presidente del consiglio, non sapeva nulla dell’ignobile affare della espulsione forzata della Shalabayeva (ma ha licenziato il suo capo di Gabinetto) non sapeva nulla del centro di identificazione (piuttosto campo di concentramento) di Lampedusa e delle procedure di disinfestazione animalesca (ma ha sospeso il contratto di affidamento), non sa nulla del comportamento della polizia verso i malati di Sla che dimostrano, non sa nulla dello spionaggio americano nei nostri confronti, non ha la forza di revocare la scorta di polizia a Berlusconi espulso dal Parlamento perché condannato con sentenza definitiva per frode fiscale.
La seconda, sebbene prima ministro dell’interno ed ora della giustizia, non ritiene di aver fatto nulla di male mettendosi a disposizione di una famiglia di inquisiti ed arrestati senza consigliare al latitante di consegnarsi alla giustizia, non ritiene di aver tradito il giuramento sulla costituzione denigrando la magistratura italiana, non sa nulla del pestaggio continuo dei detenuti nelle carceri italiane, non sa nulla delle procedure di concessione della libertà premio ai detenuti (ma licenzia il direttore del carcere di Marassi) e proroga senza gara l'oneroso contratto con Telecom (dove per caso lavora suo figlio) per i braccialetti elettronici.
Alfano non ha la statura di un Grandi che con un semplice "ordine del giorno" 70 anni fa liquidò il fascismo e mise fuori gioco Mussolini e la Cancellieri non ha la statura di Lattanzio che nel 1977, dopo la rocambolesca fuga di Kappler dall’ospedale militare  del Celio, non esitò a dare le dimissioni da Ministro della difesa.
Questa di oggi è l’Italia della stabilità. Ma finalmente è arrivato un alt dall’alto colle.

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Achtung! Banditi!

Torquato Cardilli - Una settimana fa, volando spontaneamente dal terzo piano della sua abitazione, se ne è andato per sempre Carlo Lizzani, un grande regista. Alla venerabile età di novanta anni, ha seguito, come un angelo sofferente, l'altro maestro del cinema, Monicelli, che aveva scelto, come trampolino per l’aldilà, l'unica forma di eutanasia che l'Italia concede: il volo nel vuoto dal quinto piano di un ospedale di Roma.

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La natura morta e il ruggito del leone

TORQUATO CARDILLI  - Nel XVI secolo, con la diminuita richiesta di dipinti a soggetto religioso, incominciò a prendere piede la moda della natura morta, cioè un tipo di rappresentazione pittorica che consisteva nel ritrarre oggetti inanimati, di solito frutta, fiori, ma anche strumenti musicali, cacciagione, pesci e molluschi, o addirittura teschi e scheletri.
Allora i parlamenti non esistevano ed i pittori, che ne avevano fin sopra i capelli di ritratti di re, principi e papi, si dovevano arrangiare con le nature morte che racchiudevano significati simbolici o allegorici. Il teschio, il fiore appassito, il frutto marcito rimandavano esplicitamente alla fugacità del mondo contro la vanità imperante di tanti politici incapaci.
Questa metafora ci è tornata in mente di fronte alla fila di statue imbalsamate dei ministri sul banco del Governo in occasione del voto di fiducia. In Parlamento non c’è più quel personaggio che assomiglia al cardinale Mazzarino, che, nel 1660, tentava di nascondere i sempre più evidenti segni del decadimento fisico, truccandosi in modo vistoso, persino grottesco, nel vano tentativo di apparire più giovane. Se non fosse stato per l’esuberanza della pattuglia dei parlamentari del M5S, si sarebbe ben potuto dire che quanto appariva in televisione era una rappresentazione da natura morta, che aveva elevato a paradigma della propria esistenza la stabilità, l’immobilità dei cimiteri, come ha chiosato il Wall Street Journal.
Il Presidente del Consiglio in 8 mesi di attività ha chiesto per la terza volta il voto di fiducia, non per la conversione di un decreto legge o per l’approvazione di una legge di iniziativa governativa, ma per garantirsi la sopravvivenza. L’ha ottenuta, eppure è diventato ancora più debole data l’incompatibilità tra il proclamato impulso al cambiamento, imposto dal nuovo segretario PD Renzi, e la natura del Nuovo Centro Destra di Alfano, ancorato ai cascami della politica berlusconiana.
Letta, ha emesso il ruggito del leone (di cartapesta) promettendo di lottare come il re della foresta e cercando di iniettare nelle vene anemiche della sua maggioranza un ricostituente di incoraggiamento. Nessuno se ne è accorto o ne è rimasto spaventato, tanto è vero che oltre a Forza Italia (epico l’attacco di Brunetta al presidente Napolitano), Fratelli d’Italia, Lega e SeL, il M5S è partito all’attacco, lancia in resta, ripetendo che quelle stesse cose Letta le aveva già annunciate otto mesi fa. Ed allora il primo ministro ha fatto la figura del bambino piagnucoloso. Per rintuzzare il capogruppo del M5S che protestava per la disinformazione dei media è scivolato in una frase che più infelice non si può per l’onore di un presidente del Consiglio: “…e allora che cosa dovrei dire io che ogni giorno leggo sulla stampa notizie assurde o false sul mio conto e sul mio operato?...” Ma vi pare questa la replica di un Presidente del Consiglio ad un deputato dell’opposizione, che anziché contestare nel merito le accuse rivoltegli, piagnucola come un bambino?
Il paese è allo stremo, e questo noi lo ripetiamo inascoltati da mesi mettendo in guardia anche sui pericoli di disfacimento della società e della democrazia, ma il Governo ha fatto ben poco per arginare la caduta dell’Italia nel precipizio del caos ed ora sembra sorpreso della reazione popolare.
Quanti sostenevano che l’Italia era fuori della crisi (Tremonti) che il peggio era alle spalle (Berlusconi) che incominciavamo a vedere la luce in fondo al tunnel (Monti) che la ripresa era vicina (Letta) che il primo trimestre del 2014 segnerà un miglioramento del rapporto deficit/Pil (Saccomanni) hanno letteralmente mentito agli italiani che da parte loro sanno fare i conti e portano sui visi e sulle mani i segni della difficoltà quotidiana della loro esistenza.
C’è stato il solito gioco delle tre carte: Saccomanni, confortato dalla CGIL, ha avvertito sulla ineludibilità della reintroduzione della tassa sulla casa, abolita obtorto collo per obbedire all’ultimatum di Berlusconi.
In quest’ultimo mese abbiamo appunto assistito ad un inverecondo pasticcio, alla grottesca vicenda dell’abolizione dell’IMU, e dell’introduzione di una girandola di nuovi balzelli dai nomi fantastici come la Taser, la Tares, la Tarsu, la Trise, la IUC sempre in compagnia del ripetuto annuncio della svendita del patrimonio (quote di Eni, di Poste, di Finmeccanica, di suolo demaniale, ecc.) della lotta all’evasione con l’ombrello della solita clausola di salvaguardia. Che significa questa clausola? Semplicemente questo: cari cittadini abbiamo fatto dei conti ottimistici, ma niente paura. Se le entrate fiscali non saranno sufficienti aumenteremo il costo dei carburanti, dei tabacchi, dei prelievi sui giochi, dei bolli ecc. Vi sta bene così? Dateci fiducia, abbiamo bisogno di tempo.
Insomma vecchi strumenti di una classe politica e dirigenziale assolutamente ottusa e incapace, impotente, priva di idee che nasconde il deterioramento di tutti i principali indicatori economici, a partire dal più drammatico di tutti come la disoccupazione giovanile e la ripresa dell’emigrazione, fenomeno che sembrava fosse stato dimenticato dagli anni ‘60.
Intanto il debito pubblico è schizzato a 2.085 miliardi di euro, i disoccupati hanno superato la cifra simbolo di tre milioni, non siamo più la settima potenza industriale, ma nemmeno l’ottava o la nona, abbiamo perso il primato manifatturiero in Europa e i fautori delle larghe intese agitano lo spauracchio di nuove consultazioni definite “una dannata moda elettorale” in vista del semestre di presidenza italiana dell’UE che scatta a luglio 2014, come se questa funzione ci potesse dare qualche beneficio.
A parte che è notorio a tutti che è molto più importante la prima parte dell’anno (cioè un semestre pieno) per rotazione affidato alla Grecia, che non la seconda che, per via delle ferie e delle festività, conta solo su quattro mesi operativi, ma questo ruolo ha perso il significato di una volta, limitandosi solo all’aspetto organizzativo delle riunioni, all’ospitalità e ai pranzi delle delegazioni a spese del cittadino.
E poi quante volte è successo che per ragioni contingenti alcuni paesi si siano messi d’accordo tra di loro nell’invertire l’ordine di presidenza? Se non ci sentissimo in condizione di presiedere nel 2014 potremmo fare un accordo e spostare la nostra presidenza al 2015. E invece no. Ovvio dunque che si tratta di una pura scusa. Figuriamoci poi se con le pezze cucite addosso possiamo andare a presiedere altri 27 paesi intimando loro di adottare politiche meno rigoriste e più favorevoli alla crescita, all’allentamento dei vincoli del patto di stabilità e via di questo passo.
Letta già prefigura che si vada a nuove elezioni nel 2015. Sapete perché? Per il semplice motivo che l’introduzione del vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione voluto da Berlusconi e il rispetto del patto di stabilità, firmato pure esso da Berlusconi, saremo tenuti dalla fine dell’anno prossimo a tagli annuali della nostra spesa pubblica di 50 miliardi di euro all’anno. Ma come? Per il taglio dell’IMU di appena 4 miliardi siamo passati attraverso una specie di tragicommedia di 6 mesi ed ora pensiamo davvero di poter tagliare 50 miliardi senza una rivolta?
Questa stabilità di cui tanto si vanta il quadrilatero dei palazzi del potere, non essendo corroborata da un’incisiva azione di governo, è un ombrello bucato che ripara a mala pena la loro autoreferenzialità. Nonostante le frustate di Renzi, non c’è stato quel cambio di passo tra la politica degli annunci quotidiani e delle promesse a vuoto ed il fare concreto. Prendete l’ultima trovata dell’annuncio sull’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Una vera truffa. Non è stato abolito un bel niente. E’ stato solo ridotto il contributo pagato dal cittadino di qui al 2017 (il contributo pubblico sarà parzialmente abolito dal 2018) con l’aggravante dell’introduzione del finanziamento del 2 per mille a scatola chiusa, nel senso che il contribuente non può scegliere a chi devolverlo, ma confluirà in una cassa comune ripartita tra tutti. Se avessero veramente voluto abolirlo, anche senza una legge, avrebbero potuto imitare il M5S semplicemente restituendo al Tesoro qualche centinaio di milioni di euro all’anno, tanto più che la Corte dei Conti ha dichiarato illegittima la percezione del contributo dal 1997 ad oggi.
Stessa sorte per la riduzione della spesa pubblica affidata alla spending review dell’ennesimo Commissario ad hoc Cottarelli. Come non ricordare che sotto Prodi era stato incaricato Padoa Schioppa con risultati modesti e che dopo il ritorno a Palazzo Chigi di Berlusconi, Tremonti chiuse  la Commissione di revisione della spesa? Come dimenticare che Monti aveva affidato l’incarico a Giarda che annunciò l’obiettivo di portare alla luce inefficienze per 100 miliardi e che vista la fatica improba passò l’incarico a Bondi, il risanatore del bilancio della Parmalat, che promise un taglio di 5 miliardi all’anno nel triennio 2012-2014 naufragando nelle paludi ministeriali? Ma se hanno fallito Padoa Schioppa, Giarda e Bondi, vi potrà mai riuscire Cottarelli che ha promesso di tagliare trentadue miliardi di spesa in tre anni?
Ci si vanta di aver venduto tre aerei della Presidenza del Consiglio, ma si tace sul mancato taglio del 20% dei Direttori generali di tutti i Ministeri, promesso da Monti e rimasto una lettera morta. Non si dice che a tutti i dirigenti della Presidenza del Consiglio sono stati elargiti premi di 30.000 euro ciascuno per aver fatto uso della posta internet. Ci si straccia le vesti per il finanziamento della cassa integrazione, ma non si dice che sono state rifinanziate le missioni militari all’estero (ma che ci stiamo a fare in Afghanistan?) per mezzo miliardo di euro, che il programma di acquisto da 15 miliardi dei bombardieri F35 va avanti, che sono stati messi in bilancio ben 5 miliardi di euro per la marina militare e che ai militari, in barba a tutti gli esodati, viene consentito di andare in pensione a stipendio pieno con 10 anni di anticipo.
Le alte cariche si pavoneggiano per il misero risparmio (1 per mille) sul bilancio della Camera dei Deputati, mentre si continua ad assistere agli sprechi e al perpetrarsi di borbonici privilegi come l’ufficio riservato all’ex presidente Fini con uno staff di 10 persone per ancora dieci anni e una scorta armata.
Attenzione: ora siamo alle prese con l’ebollizione del fenomeno dei forconi, ma quando scatteranno le tagliole europee potrebbero scoppiare le bombe molotov.

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L' Italia è incastrata nella tenaglia del bipolarismo

Gerolamo de Palma (Lugano) - Il passato bello o brutto che sia è una realtà storica vissuta sulla nostra pelle, nelle nostre coscienze e soprattutto preludio del domani che come scritto e comprovato “ non v’è certezza”, tanto meno se ad esso non si pensa con le doti della umana e reciproca tolleranza.

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Gli italiani non sono più capaci di indignarsi davvero

GIAN LUIGI FERRETTI - Vi stupisce che l'Italia sia nelle posizioni di testa nella classifica dei Paesi più corrotti al mondo, addirittura peggio di Botswana, Bhutan, Capo Verde o Ruanda?
La corruzione prospera e si propaga se trova terreno favorevole e qui da noi il terreno è concimato. Il vero problema in Italia è che nessuno si indigna veramente davanti ad un episodio di corruzione o malaffare, a meno che non lo danneggi personalmente o non possa essere usato come arma propagandistica contro l'avversario politico.
Vi racconto una storia di questi giorni avvenuta in Paraguay, uno di quegli stati sudamericani rispetto ai quali  l'Italia si sente automaticamente tanto superiore da considerarli "repubbliche delle banane".
In Paraguay un giudice chiede al Senato che venga tolta l'immunità parlamentare al senatore Victor Bogado, un importante esponente del partito al potere, il Partito Colorado, affinché venga processato e dimostra di avere in mano prove schiaccianti.
Per togliere l'immunità parlamentare ad un senatore occorre il voto dei due terzi (30 senatori) dell'assemblea (46 senatori), ma votano contro la revoca dell'immunità ben 23 senatori mentre 22 votano a favore.
Di cosa è accusato il senatore Bogado? Di avere assunto come sua assistente parlamentare, pagata dal Senato, una signora che in realtà fa la baby sitar ai suoi figli.
Tutto qui? - mi sembra di sentirvi chiedere. Di una cosa così in Italia non se ne parlerebbe nemmeno, non interesserebbe neppure ai grillini, alcuni dei quali anzi sono implicati in una forma di parentopoli non troppo dissimile dal caso paraguaiano .
Volete sapere cosa è successo in Paraguay? Il finimondo. Proteste a non finire, persino da parte delle comunità dei paraguaiani all'estero. Proteste di un popolo e una vera, sentita, profonda indignazione corale senza caratterizzazioni partitiche.
Ogni giorno sui giornali si allunga la lista degli esercizi commerciali che espongono cartelli con scritto "Qui non possono entrare i senatori che hanno votato contro la revoca dell'immunità". Le cronache raccontano episodi come quello occorso a tale senatore Óscar González Daher che. invitato a lasciare un ristorante perché non gradito, ha tentato di negare la propria identità. Qualcuni si è pentito ed ha chiesto perdono alla Nazione.
Potrei raccontarvi tanti altri episodi, ma mi fermo qui; tanto lo so che la maggior parte di voi sta pensando: "Però che esagerati questi paraguaiani".

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Amnistia senza freni

Torquato Cardilli - E’ inutile farsi illusioni. La natura italiana è quella rappresentata, dopo le gloriose 4 giornate di Napoli del settembre 1943, dalla vecchia tarantella dell’anno successivo che cantava: “…chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato; scurdammoce ‘o passato, simmo ‘e Napule paisà…”
Non c’è tragedia, non c’è guaio, non c’è emergenza che non venga affrontata con la stessa filosofia volta ad azzerare solo i torti, le malefatte, i tradimenti dei delinquenti e non a premiare la virtù, la coerenza, l’onestà delle vittime.
Questa volta, nel momento più delicato della crisi economico-sociale-politico-istituzionale del paese, di fronte a 4 milioni di disoccupati che non sanno come sbarcare il lunario, centinaia di migliaia di esodati traditi e truffati dallo Stato, migliaia di saracinesche che si abbassano per sempre ogni settimana, imprese che chiudono perché non pagate dallo Stato e imprenditori che si suicidano, vittime mai risarcite, è stato riesumato il problema dell’invivibilità delle carceri italiane. Ci è stato ricordato che per sanare la riprovazione delle Istituzioni europee e di larghi strati dell’opinione pubblica internazionale, non c’è alternativa all’indulto o all’amnistia, continuando la tradizione che viaggia nel solco profondo delle cattive abitudini, scavato dall’insipienza dei nostri governanti (per l’elenco completo dei provvedimenti di clemenza dal 1946 ad oggi vedi quadro in fondo).
Certo la condizione di vita nelle carceri italiane è incivile e indegna di un paese democratico, membro del G8, ma la pensata dell’indulto e dell’amnistia non risolve il problema. Basta esaminare con distacco quali siano stati i risultati della passata esperienza.
L'indulto (previsto dall'art. 174) e l’amnistia (dall'art. 151 del codice penale) sono provvedimenti di indulgenza generale. Il primo si limita ad estinguere in tutto od in parte la pena principale, che viene condonata o commutata, senza estinguere le pene accessorie e lasciando sussistere gli effetti penali della condanna, mentre la seconda estingue il reato e la pena: è insomma una sorte di battesimo che cancella il peccato originale.
Le carceri italiane (molte sono state chiuse e abbandonate con scelte scellerate di politici incapaci di una visione gestionale) hanno una capienza di 45.600 detenuti, ma attualmente i reclusi sono più di 66.000 (di cui 20.000 in attesa di giudizio) con tutti i problemi che il superaffollamento comporta in fatto di promiscuità, di assenza di igiene, di degrado, di malattie, di gesti inconsulti, di suicidi, di perdita di prestigio nei confronti della comunità internazionale.
La Corte europea dei diritti dell’Uomo l’8 gennaio 2013 pronunciò sul caso “Torreggiani” la sentenza contro l’Italia (la patria di Beccaria, quello della pena giusta, della pena certa, della pena non degradante) per le disfunzioni nei servizi di detenzione ed il degrado subito da sette reclusi nelle carceri di Busto Arsizio e Piacenza. L’appello dell’Italia fu respinto lo scorso maggio con la conferma della condanna ad un’ammenda di 100 mila euro per i danni morali inflitti ai detenuti che avevano fatto ricorso, con la richiesta vincolante di presentare entro novembre 2013 un piano di intervento da attuare entro i successivi sei mesi. Se non vogliamo incappare nell’ennesima condanna, la data limite per risolvere la situazione è maggio 2014. La Corte non ci ha detto come farlo, ma solo di farlo, dato che siamo recidivi per aver subito un’altra condanna già nel 2009 per la violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Dunque il problema è certamente gravissimo e urgente, ma è lecito domandarsi: possono i politici che l’hanno causato porvi rimedio? La risposta mi parrebbe un tondo no.
E soprattutto, è percorribile la strada del solito trucco dell’indulto a danno delle persone oneste? A molti dei personaggi che hanno guidato il Ministero della Giustizia in Italia, tuttora in attività, seppure con altra funzione, è mai stato chiesto conto di questo stato di degrado e di disfacimento del sistema Italia? I Ministri della Giustizia a partire da Martelli, Conso, Biondi, Dini, Caianello, Flick, Diliberto, Fassino, Castelli, Mastella, Scotti, Alfano, Nitto Palma, Severino, Cancellieri che hanno fatto?
A luglio 2006 (governo Prodi) le Camere, dopo l’accorato appello di Papa Giovanni Paolo II in favore di un atto di clemenza, con una larghissima maggioranza trasversale approvarono la legge 241 di concessione dell’indulto di tre anni per i reati (comprese corruzione e frode fiscale) commessi fino al 2 maggio 2006 (con esclusione dei reati di terrorismo, strage, banda armata, schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia, tratta di persone, violenza sessuale, sequestro di persona, riciclaggio, traffico e detenzione di stupefacenti, usura, mafia) lasciando in piedi le pene accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici.
Nonostante il largo consenso, numerose furono le polemiche per il fatto che l’indulto fosse stato applicato anche ai reati di omicidio, ma la critica più serrata fu quella incentrata sull’indebolimento del principio cardine della civiltà di un paese fondata sulla certezza del diritto e sull’implicita dimostrazione di impotenza di infliggere una giusta punizione ai delinquenti che avrebbero potuto contare, prima o poi, su un’altra misura del genere e sulla libertà di compiere nuovi reati tanto è vero che, di lì a poco, aumentarono alcune tipologie di delitti come rapine, furti, scippi, e immigrazione clandestina.
E il perdonismo a pioggia esercitò le funzioni di richiamo catalizzatore per i delinquenti che ancora dovevano attraversare il Mediterraneo o l’Adriatico contando sul fatto che tanto in Italia si poteva fare tutto senza pagare dazio.
Questo giornale (vedi edizione del 17 ottobre 2007) valutando gli effetti dell’indulto concesso l’anno prima, scrisse a chiare lettere, come una profezia, che entro massimo due anni le nostre carceri sarebbero state di nuovo piene. E la previsione si è puntualmente avverata.
A dicembre del 2011 scrivevo che una classe politica inetta e mediocre ha sempre pensato di risolvere il cronico problema del super affollamento delle carceri con il sistema dell'amnistia, dell'indulto, della depenalizzazione, degli sconti di pena, dell'abbreviazione dei termini per la prescrizione ecc. Tutte misure inadeguate ad ammodernare il sistema giudiziario e a migliorare il sistema carcerario.
I geni che ci governano non hanno considerato che la metà dei reclusi è di cittadinanza straniera e che bisognerebbe come primo passo obbligare i paesi di provenienza a riprendersi indietro i propri cittadini che hanno avuto in Italia una condotta delittuosa e contro i quali dovrebbe essere emesso il decreto di bando dal suolo nazionale. Semplice, come dire invenzione dell'acqua calda. Eppure! Non ci mancherebbero i mezzi di convincimento soprattutto sul piano della cooperazione internazionale.
Questa sarebbe la sfida numero uno della nostra politica estera più che inseguire sogni di grandezza partecipando ad un inutile e costosissimo sforzo militare all'estero o di aspirazione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Secondo passo. Per fare uscire migliaia di detenuti (quelli che non hanno offeso la collettività, che non hanno frodato lo Stato, che non hanno commesso crimini contro la proprietà privata, che non hanno arrecato danni fisici ad altri), basterebbe abrogare le vergognose leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi.
Terza misura. Bisogna che i reclusi restanti si convincano che la loro presenza negli istituti di pena non può essere considerata alla stregua di un pensionato gratuito. Costano allo Stato la modica somma di 60 euro al giorno a persona, cioè solo per i 40.000 detenuti italiani, i cittadini liberi, contribuenti, spendono la bella somma di 2 milioni 400 mila euro al giorno cioè 873 milioni di euro all'anno, cioè oltre 1 miliardo e mezzo all'anno contando i reclusi stranieri, quasi quanto ricavato dalla stretta della Ministra Fornero alle pensioni dei più poveri.
Deve passare la linea che i detenuti debbono pagare per il vitto e l'alloggio in denaro sonante oppure in prestazione di opera, in lavori presso laboratori o in opere di pulizia e manutenzione all’interno o all’esterno del carcere a seconda del grado di pericolosità.
Ne guadagneremmo tutti, non solo il bilancio dello Stato, ma anche la sicurezza dei cittadini e il prestigio del paese.
Nella legislatura apertasi con le elezioni di febbraio 2013 sono stati presentati in Parlamento, a tamburo battente, tre disegni di legge (due al Senato e uno alla Camera) da esponenti della maggioranza delle larghe intese (Manconi e Gozi del PD e Compagna del PdL). Compagna, che aveva già provato nella precedente legislatura ad inserire nella cosiddetta legge anticorruzione Severino un emendamento, popolarmente detto “salva Silvio”, sul reato di concussione, questa volta ha previsto nel nuovo progetto l’amnistia per tutti i reati commessi fino al 14 marzo 2013 con una pena detentiva fino a quattro anni.
C’è in giro qualcuno che non veda in questa proposta una vaga rassomiglianza con un nuovo provvedimento ad personam tenuto conto della postilla sull’indulto, concesso per intero per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è stato già applicato solo in parte l’indulto del 2006? O sono diventati tutti orbi?
Idem alla Camera: il disegno Gozi prevede l’indultabilità delle pene accessorie.
Dunque ricapitolando, in base a queste proposte, chi è stato condannato a 4 anni di reclusione con sentenza definitiva, potrebbe cavarsela anche in caso di solo indulto che cancellerebbe la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici (e in questo caso la sentenza di interdizione da 1 a 3 anni della Corte di Appello di Milano, fissata per il 19 ottobre, sarebbe del tutto inutile). Stiamo parlando (per chi non l'avesse presente) dello stesso personaggio che già beneficiò di un’amnistia con l’azzeramento del procedimento per falsa testimonianza sulla iscrizione alla P2 di Gelli.
Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, la Ministra Cancellieri, non si è posta il problema che il super affollamento carcerario è dovuto alle conseguenze di leggi demenziali (che portano i nomi dei succitati Giovanardi, Bossi, Fini), che un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio anche per reati bagatellari (come il possesso di uno spinello!). Senza predisporre un piano organico per l’ammodernamento del sistema Giustizia e del problema carceri, senza ridurre o abolire del tutto con strumenti tecnologici le 400.000 traduzioni di detenuti da un carcere all’altro o per comparire di fronte al magistrato, senza abolire le notifiche a mano fatte dai carabinieri anziché con una semplice comunicazione telematica, senza occuparsi degli agenti di custodia addetti alle scorte o agli uffici, senza eliminare gli sprechi, senza rinforzare i quadri di personale, senza un piano di riabilitazione delle strutture, a giugno ha avanzato la proposta di adottare uno strumento svuota carceri per riportare la situazione in equilibrio.
Quale strumento? L’indulto o l’amnistia, con l’effetto di rimettere in circolazione migliaia di immigrati senza risorse, pronti alla manovalanza della criminalità, migliaia di micro delinquenti, senza lavoro, abbrutiti dalle condizioni di detenzione, pronti a reiterare i loro reati, nonché migliaia di colletti bianchi macchiatisi di corruzione, di frode fiscale, di inquinamento ambientale e avvelenamento dell’aria, dei terreni  e dei fiumi, di disastri colposi, di fallimenti, di truffe finanziarie, ecc.
La Ministra non ha pensato all’offesa che sarebbe arrecata a quanti si sono visti legati in casa, picchiati selvaggiamente, derubati da bande di rumeni che, in quanto cittadini comunitari non potrebbero nemmeno essere espulsi, proprio dalla loro rimessa in libertà? Era davvero il caso che il Presidente Napolitano, che non aveva mai inviato uno scritto alle Camere, intervenisse ora con un messaggio (vedi in fondo il quadro completo dei messaggi) per sollecitare un’urgente attenzione sulla necessità di un indulto e un'amnistia?
La richiesta del Presidente Napolitano, formulata con toni imperiosi e ultimativi non risolverebbe nessun problema strutturale e avrebbe come effetti immediati un’umiliante offesa alla dignità e al dolore di tanti italiani vittime del crimine, una grave delegittimazione al lavoro di tanti magistrati, un deleterio scoraggiamento di tanti tutori dell’ordine che a costo di sacrifici anche estremi della vita hanno inteso far rispettare la legge, e come effetto secondario quello di fornire il famoso salvacondotto a chi ha ridotto l’Italia in questo stato.
“...Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di cinismo…l’Italia è, in ordine alla morale, più sprovveduta di fondamenti che forse alcun’altra nazione europea e civile…l’Italia è in uno stato, molto inferiore a quello di tutte l’altre nazioni civili e non ci meraviglieremo punto che gli italiani, la più vivace di tutte le nazioni colte e la più sensibile e calda per natura, sia ora per assuefazione e per carattere acquisito la più morta, la più fredda, la più povera, indifferente e insensibile e molto meno governata …”(dal Discorso di Giacomo Leopardi "sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani").

Elenco dei provvedimenti di clemenza adottati dalla fondazione della Repubblica

  • Decreto Presidenziale 22 giugno 1946, n. 4. Amnistia e indulto per i reati comuni, politici e militari (noto come Amnistia Togliatti, ministro della Giustizia) giustificata dalla necessità di riconciliare il popolo italiano dopo 20 anni di dittatura e una sanguinosa guerra civile.
  • Decreto legislativo 18 gennaio 1947, n. 244. Estensione dell'amnistia, dell'indulto e della grazia ai condannati nei territori sottratti all'Amministrazione italiana
  • Decreto C.P.S. 1º marzo 1947, n. 92. Amnistia e indulto per i reati militari in occasione del giuramento di fedeltà alla Repubblica da parte delle Forze Armate
  • Decreto C.P.S. 8 maggio 1947, n. 460. Amnistia e indulto per i reati il cui procedimento era stato sospeso durante gli anni della guerra
  • Decreto C.P.S. 25 giugno 1947, n. 513. Amnistia e indulto per i reati commessi per vertenze agrarie
  • D.P.R. 27 dicembre 1948, n. 1464. Concessione di amnistia e indulto per la detenzione abusiva di armi
  • D.P.R. 26 agosto 1949, n. 602. Concessione di amnistia e indulto per i reati elettorali
  • D.P.R. 23 dicembre 1949, n. 930. Concessione di indulto
  • D.P.R. 19 dicembre 1953, n. 922. Concessione di amnistia e indulto per i reati comuni, politici e militari; (noto come Amnistia Azara, ministro della Giustizia)
  • D.P.R. 11 luglio 1959, n. 460. Concessione di amnistia e indulto
  • D.P.R. 24 gennaio 1963, n. 5. Concessione di amnistia e indulto
  • D.P.R. 4 giugno 1966, n. 332. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 3 anni
  • D.P.R. 25 ottobre 1968, n. 1084. Concessione di amnistia e indulto
  • D.P.R. 22 maggio 1970, n. 283. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 5 anni
  • D.P.R. 4 agosto 1978, n. 413. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 3 anni
  • D.P.R. 18 dicembre 1981, n. 744. Concessione di amnistia e indulto per i reati con pena fino a 3 anni
  • D.P.R. 16 dicembre 1986, n. 865. Concessione di amnistia e indulto
  • D.P.R. 22 dicembre 1990, n. 394. Concessione di indulto
  • Legge n. 207, 3 agosto 2003.  Concessione del cosiddetto "indultino" per i reati fino a 2 anni
  • Legge n. 241, 31 luglio 2006. Concessione di indulto di 3 anni. 


I messaggi al Parlamento del Presidente della Repubblica
L’istituto del messaggio del Presidente della Repubblica al Parlamento è uno dei poteri riservati al Capo dello Stato dall’articolo 87 della Costituzione che gli riconosce la qualifica di rappresentante dell’unità nazionale e il potere di inviare messaggi alle Camere.
Il messaggio dell'8 ottobre 2013 inviato da Napolitano, all’ottavo anno di mandato, controfirmato dal Presidente del Consiglio Letta, è l'undicesimo messaggio del Capo dello Stato alle Camere, in 67 anni dalla nascita della Repubblica. Prima di lui, solo cinque sono stati i predecessori che si sono rivolti al Parlamento:  Segni (1); Leone (1); Cossiga (6);  Scalfaro (1); Ciampi (1). 

Questo l’elenco:

  • 17 SETTEMBRE 1963. Segni scrisse su alcuni problemi istituzionali come la non rieleggibilità del capo dello Stato e le modalità di elezione della Corte Costituzionale.
  • 15 OTTOBRE 1975. Leone espresse considerazioni sulla crisi del Paese e sull'attuazione dei "princìpi e degli istituti della Costituzione". Nonostante la richiesta del gruppo MSI per un dibattito parlamentare la conferenza dei capigruppo ignorò la richiesta.
  • 26 LUGLIO 1990. Cossiga si soffermò sui problemi della giustizia.
  • 6 FEBBRAIO 1991. Cossiga intervenne sulle funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura.
  • 26 GIUGNO 1991. Cossiga richiamò l’attenzione sulle riforme istituzionali. Il messaggio fu controfirmato dal ministro della Giustizia, Martelli, ma non dal presidente del Consiglio, Andreotti.
  • 7 NOVEMBRE 1991. Cossiga attirò l'attenzione sul problema della tempestiva nomina dei giudici della Corte Costituzionale.
  • 28 GENNAIO 1992. Cossiga parlò dell'urgenza di una revisione delle norme sulla responsabilità disciplinare dei magistrati. Anche questo messaggio fu controfirmato solo dal ministro della Giustizia Martelli.
  • 30 APRILE 1992. Cossiga rivolse l'ultimo messaggio come saluto al Parlamento in occasione delle sue dimissioni.
  • 18 SETTEMBRE 1996. Scalfaro sensibilizzò il Parlamento sui problemi delle riforme istituzionali e su quelli dell'unità dell'Italia.
  • 23 LUGLIO 2002. Ciampi incentrò le riflessioni sul pluralismo dell'informazione e l’anno seguente rinviò alle Camere la legge Gasparri.
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Sonetto: Cancellieri ed il PD

Civati sarà lei,dimissionario,
noi resteremo saldi a far quadrato,
con il partito già mezzo spaccato.
Chi attacca Cancellieri è un reazionario.
Non ha mediato, no: tutto il contrario.
per lei si sono mossi e hanno mediato
l'abate Letta e il Capo dello Stato,
riflessi da statista visionario.
La Cancellieri, tutta gola e ciccia
li ha messi a posto tutti dal suo scanno.
Perfetta, è la prefetta degli onesti.
E l'M5 stelle che si impiccia
dei drammi di quei poveri ligresti..
Che orrore. Ora, in Europa, che diranno?

Marcello Caprarella Martinelli (Madrid)

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L'Italia sprofonda dalla farsa nella tragedia

Torquato Cardilli - In questo inizio di ottobre 2013, mentre corre l’826 mo anniversario della presa di Gerusalemme da parte di Saladino e il 787 mo della morte di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, ancora una volta il nostro paese è stato protagonista in negativo a livello mondiale per quanto accaduto nel catino di Palazzo Madama e nella fossa del mare di Lampedusa.

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Salvate la ministra africana!

TORQUATO CARDILLI - Il terrore che la sfiducia al ministro Cancellieri potesse far crollare il sempre periclitante equilibrio delle larghe intese e trascinare nel fosso il Governo, ha fatto partire dai palazzi del potere romano l'ordine: salvate la ministra! Detto, fatto. Senatori e Deputati del PD, Scelta Civica e PdL, noncuranti del sentimento popolare che ormai si infiamma anche per cose che non hanno attinenza alle difficoltà economiche, hanno difeso, chi con enfasi e chi con contorsioni, quello che ai più è sembrato un comportamento sconveniente. E così un altro mattone è stato aggiunto al muro della incomunicabilità tra la gente comune ed il Parlamento ormai obiettivo di ogni contumelia ed ogni manifestazione di protesta.
Le arringhe di M5S (la cui mozione di sfiducia dovrà comunque essere posta ai voti), di SeL e della Lega hanno intaccato la credibilità della ministra, ma non hanno ancora spezzato l’asse PD-PdL. Anche se qualcuno, più realista del re, elogiandone gli attributi virili, ha accostato la telefonata della Cancellieri a quella di Berlusconi alla Questura di Milano e cercando di tirare l'acqua in favore del mulino del cavaliere ormai fermo, ha pensato di farle un favore.
C'è da sperare che la Ministra non ricambi telefonando per solidarietà ai figli di Berlusconi, equiparati dal padre agli ebrei perseguitati dai nazisti.
Il noto politologo Edward Luttwak, ultraconservatore repubblicano, sempre allineato con la politica della destra americana, intervistato dalla trasmissione dissacrante "La Zanzara" di Radio 24, non ha usato mezzi termini ed ha stigmatizzato l'indignazione e lo stupore nei confronti della Cancellieri con una frase lapidaria: "…è stata colta con le mani nel sacco, come una ladra. Se ne deve andare!".
Secondo Luttwak è stato tradito lo spirito di quanto affermato da Letta, appena due settimane fa, nell'incontro con Obama alla Casa Bianca, che aveva illuso gli americani sulla nascita di una nuova generazione di governanti italiani più seri, più rispettosi dell'etica pubblica e meno inclini alla inaccettabile pratica della permanente autoassoluzione come avviene per i ministri in Africa, anche di fronte ad evidenze di atti sconvenienti.
Ma che la Ministra africana (oops! Sebbene nata a Roma ha trascorso infanzia e gioventù a Tripoli) sia stata salvata conta poco: è ormai una ministra dimezzata ed il governo è sempre meno credibile.
In nome della stabilità (che per il popolo non vuol dire crescita, sviluppo, incremento del potere di acquisto, diminuzione della disoccupazione, discesa del peso del fisco, aumento del lavoro, ma solo attaccamento dei potenti alla poltrona) agli italiani viene somministrato di tutto. Dalle tasse alle offese. Di loro ci si ricorda solo al momento delle urne, ecco perché si vuole che quell'appuntamento avvenga il più tardi possibile.
Non era stato sufficiente il pasticcio della Shalabayeva, nel quale avevamo perso la faccia di fronte al mondo per il comportamento arrogante dei Kazaki che avevano spadroneggiato a Roma tra Ministero dell’Interno, degli Esteri, Prefettura e Procura nell’incurante insipienza dei Ministri Alfano, Bonino e Cancellieri. Nessuno sapeva nulla! La questione è stata messa presto a tacere con le dimissioni del capo di Gabinetto di Alfano. Evidentemente il pesce non puzza più dalla testa!
Siamo ora tornati di nuovo sulle prime pagine dei giornali internazionali a maggiore diffusione, perché una Ministra confondendo il ruolo istituzionale con quello privato, in una commistione insopportabile tra sentimenti e funzione pubblica, si è affrettata a telefonare alla moglie di un arrestato per esternare il suo affetto, la sua simpatia, insieme alla sorpresa per l’accaduto, definito “non giusto” e dichiarandosi a disposizione.
E questo non da parte di una ministra qualunque, ma della ministra della giustizia che dovrebbe essere l’esempio della terzietà, della assoluta indipendenza dai sentimenti, fedele custode della legge uguale per tutti.
Forse che la Ministra Cancellieri che ha ostinatamente difeso l’amicizia trentennale con la famiglia Ligresti, non sapeva di che pasta erano fatti questi personaggi (padre e due figlie arrestate con il terzo figlio ricercato), il cui capostipite ha scorrazzato in largo e in lungo nei salotti del potere e nei corridoi dei palazzi, spesso in violazione di leggi fiscali che l’avevano portato già in cella oltre dieci anni fa?
Perché, quale ministra della Repubblica, anziché telefonare e imbarazzare la nostra magistratura, contando sull’amicizia personale con la famiglia Ligresti, non ha chiesto alla signora Fragni, di consigliare al figlioccio, inseguito da un mandato di cattura e residente all’estero di consegnarsi liberamente ed agevolare il corso della giustizia?
Questo avrebbe dovuto fare un ministro integro e serio.
A Strasburgo, ove era andata a perorare clemenza e comprensione dal Consiglio d’Europa per le misure che il Governo intende prendere per risolvere il problema carceri, aveva detto che se il Paese glielo chiedesse non sarebbe restata un minuto in più alla guida della Giustizia italiana. Poi in Parlamento, sillabando senza alcuna inflessione emotiva, ha ripetuto che se avesse visto incrinata la fiducia non avrebbe esitato a fare un passo indietro.
Ma è diventata improvvisamente sorda e cieca? Non ha ascoltato un terzo del parlamento che le ha chiesto di lasciare la poltrona? Non ha letto, o il suo servizio stampa glieli ha nascosti, i quotidiani internazionali a maggiore tiratura che ancora una volta ne hanno condannato l’atteggiamento accomunando nel biasimo l’Italia intera?
No. La ministra avvolta in un’impenetrabile catafratta, dopo aver usato l’abituale tasto del complotto politico, si è arroccata in una cocciuta difesa del suo operato, dimostrandosi persona senza stile.
Appunto. Qui non era in ballo l’illegalità (a lungo ha sviato il discorso, chiarendo che non aveva chiesto la scarcerazione di Giulia Ligresti, cosa di cui in Parlamento nessuno l’aveva accusata) ma lo stile. Qualità ormai perduta insieme ad un altro sentimento, richiamato dalla Costituzione, quello dell’onore con il quale i ministri devono servire la collettività.
Precipitandosi a telefonare alla compagna di un detenuto famoso padre di pargoli accusati anche loro di aggiotaggio, ed evasione fiscale, la Cancellieri si è confermata persona senza stile, senza senso dello Stato, senza vergogna, anche se mossa da un sentimento di amicizia.
Quando si riveste un incarico di altissima responsabilità come quello della Giustizia, la simpatia, la conoscenza e l’amicizia per quanto antica, non possono essere considerati binari sui quali far scorrere il proprio operato.
Ma purtroppo viviamo in un paese dove possono accadere le cose più inverosimili.
Un leader condannato per frode fiscale con sentenza passata in giudicato che non sente il dovere di dimettersi, un parlamento che continua a perdere tempo, dopo aver cincischiato per anni intorno alla questione del suo salvataggio con leggi ad personam (lodo Schifani, Lodo Alfano, processo breve, processo lungo, prescrizione ecc.) mentre l’Italia batte ogni record negativo di disoccupazione, di calo dei consumi, di crescita del debito pubblico, di oppressione fiscale, una Magistratura offesa e vilipesa quando incide il cancro della corruzione ai vertici ed evidenzia la trattativa Stato-mafia, un’intelligence che non sa che gli alleati ci spiano da anni e che anzi la snobbano per inaffidabilità, un governo che vara una manovra economica piena di buchi ed alla prima obiezione non trova miglior argomento che dire “in Parlamento si può migliorare”. No, quando si sbaglia per non aver fatto bene i conti ci si dimette. Viva il sistema inglese dove la legge finanziaria non può essere emendata. Prendere o lasciare. Se viene bocciata alla Camera dei Comuni il Governo tutto va a casa. Solo così si può fare una seria programmazione con diretta assunzione di responsabilità.
In un paese come l'Italia dove invece accade impunemente tutto questo, potrà accadere anche molto altro ancora perché i ministri sono cementati sulle loro poltrone dal terrore di tornare alle urne. Oggi è stata salvata la Cancellieri, domani toccherà ad un altro. La filosofia imposta dal colle è che il governo deve durare. Non c’è posto per il rigore etico e morale che si pretende ogni giorno dal cittadino comune.

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La tragica agonia di Sansone

Torquato Cardilli - Siamo al tragico epilogo della fine di Sansone che fa crollare il tempio per uccidere i nemici. Questa volta però muoiono, accoppati dalle macerie, anche i suoi servi, quelli che lo hanno seguito ciecamente e sordamente, aggrappati alla sua borsa come unica risorsa di vita.

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Un altro Natale indiano per i due marò?

Lucia Abballe - Si dice che la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia, dopo in farsa. Anche questa volta, per il secondo anno consecutivo, il giorno delle forze armate, celebrato il 4 novembre scorso, ha rappresentato l’occasione di rispolverare attestazioni ormai consunte di vicinanza ai due marò, trattenuti da 21 mesi in India. La storia che si ripete, dunque, è tutt’altro che una farsa, perché c’è poco da ridere di fronte alla parabola discendente dell’azione italiana alle prese con il diritto internazionale e con i continui pregiudizi da parte indiana. Mi domando quanto tempo ancora il Governo italiano dovrà aspettare per tentare di mettere il giusto contrappeso sulla bilancia di una verità fortemente offuscata da incongruenze relative alla vicenda. Perché l’impressione che ne viene fuori, è quella di un Paese su cui, a prescindere dalla decisione del  Tribunale Speciale, è stata già emessa una sentenza di condanna. E ciò che maggiormente rabbrividisce è che, ad eccezione del Capo dello Stato che ha assicurato il massimo impegno per la risoluzione della vicenda, dietro agli inviti a tenere un basso profilo per “non pregiudicare” i rapporti con l’India, ci sia in realtà la volontà di anestetizzare tutto; perché si sa, lo sdegno da parte dell’opinione pubblica può seriamente compromettere le ragioni di Stato e gli interessi economici perseguiti anche a scapito della dignità umana. Sul banco degli imputati ci sono scelte sbagliate dettate da qualche sussulto di orgoglio e dignità che, però, ha seriamente pregiudicato l’immagine internazionale dell’Italia ed ha costituito un danno di credibilità difficilmente recuperabile. Basti ricordare ciò che è accaduto nel marzo 2013 con la smentita a distanza di poche ore di un ritorno a casa dei nostri due marò, dovuto ad un errore diplomatico che ha provocato, alla storia d’Italia, non pochi imbarazzi. Il festival delle promesse potrebbe però interrompersi bruscamente fra meno di una settimana, quando l’11 e il 12 novembre si svolgerà a Delhi il Summit Europa- Asia. Una notizia, questa, che potrebbe rallegrare i cuori di chi, sino ad oggi, ha espresso parole di solidarietà e conforto ai due marò, di chi si è gonfiato il petto promettendo soluzioni tempestive e altisonanti, di chi non ha perso occasione per celebrare il valore dei nostri due soldati che, in questi 21 mesi, sono diventati soprattutto prigionieri di pregiudizi non solo indiani ma anche da parte della diplomazia internazionale. Si prepari l’Italia ad affrontare questo importante appuntamento con la Storia cercando di coinvolgere, questa volta, le principali cariche dello Stato in un processo decisionale collegiale. Quale migliore occasione per denunciare l’inaudita vicenda dei due marò? Per riscattarsi da un passato di sbandamento generalizzato che ha coinvolto politica e democrazia in un cortocircuito internazionale che ha seriamente compromesso l’immagine dell’Italia? La giustizia italiana sembra condannata all’eterno ritorno di un passato di garantismo ed indulgenza che, questa volta, appare più minaccioso di fronte ad attori internazionali molto più rigorosi e inflessibili. L’indiscrezione rivelata qualche giorno fa sulla possibilità concessa da New Delhi di interrogare in videoconferenza da Roma l’ 11 novembre gli altri 4 fucilieri della Marina che si trovavano sulla petroliera “Enrica Lexie” al momento dell’incidente, potrebbe rappresentare un atto di indulgenza, seppur minimo, da parte indiana. La testimonianza dei 4 fucilieri è l’ultima tappa del processo investigativo indiano che dovrebbe chiudere le indagini della Nia con la formulazione dei capi d’accusa per l’apertura di un eventuale processo contro Latorre  e Girone. Se la trattativa continuerà a muoversi su terreni scivolosi come quelli prospettati e l’Italia continuerà ad assumere una posizione di subalternità rispetto all’India, c’è poco da stare tranquilli perché il futuro dei nostri marò dipende soprattutto da come il Governo giocherà l’ultimo match di una partita lunga e travagliata.
Lucia AbballeSi dice che la storia si ripete sempre due volte: prima in tragedia, dopo in farsa. Anche questa volta, per il secondo anno consecutivo, il giorno delle forze armate, celebrato il 4 novembre scorso, ha rappresentato l’occasione di rispolverare attestazioni ormai consunte di vicinanza ai due marò, trattenuti da 21 mesi in India.
La storia che si ripete, dunque, è tutt’altro che una farsa, perché c’è poco da ridere di fronte alla parabola discendente dell’azione italiana alle prese con il diritto internazionale e con i continui pregiudizi da parte indiana. Mi domando quanto tempo ancora il Governo italiano dovrà aspettare per tentare di mettere il giusto contrappeso sulla bilancia di una verità fortemente offuscata da incongruenze relative alla vicenda. Perché l’impressione che ne viene fuori, è quella di un Paese su cui, a prescindere dalla decisione del  Tribunale Speciale, è stata già emessa una sentenza di condanna. E ciò che maggiormente rabbrividisce è che, ad eccezione del Capo dello Stato che ha assicurato il massimo impegno per la risoluzione della vicenda, dietro agli inviti a tenere un basso profilo per “non pregiudicare” i rapporti con l’India, ci sia in realtà la volontà di anestetizzare tutto; perché si sa, lo sdegno da parte dell’opinione pubblica può seriamente compromettere le ragioni di Stato e gli interessi economici perseguiti anche a scapito della dignità umana.
Sul banco degli imputati ci sono scelte sbagliate dettate da qualche sussulto di orgoglio e dignità che, però, ha seriamente pregiudicato l’immagine internazionale dell’Italia ed ha costituito un danno di credibilità difficilmente recuperabile. Basti ricordare ciò che è accaduto nel marzo 2013 con la smentita a distanza di poche ore di un ritorno a casa dei nostri due marò, dovuto ad un errore diplomatico che ha provocato, alla storia d’Italia, non pochi imbarazzi.
Il festival delle promesse potrebbe però interrompersi bruscamente fra meno di una settimana, quando l’11 e il 12 novembre si svolgerà a Delhi il Summit Europa- Asia. Una notizia, questa, che potrebbe rallegrare i cuori di chi, sino ad oggi, ha espresso parole di solidarietà e conforto ai due marò, di chi si è gonfiato il petto promettendo soluzioni tempestive e altisonanti, di chi non ha perso occasione per celebrare il valore dei nostri due soldati che, in questi 21 mesi, sono diventati soprattutto prigionieri di pregiudizi non solo indiani ma anche da parte della diplomazia internazionale. Si prepari l’Italia ad affrontare questo importante appuntamento con la Storia cercando di coinvolgere, questa volta, le principali cariche dello Stato in un processo decisionale collegiale.
Quale migliore occasione per denunciare l’inaudita vicenda dei due marò? Per riscattarsi da un passato di sbandamento generalizzato che ha coinvolto politica e democrazia in un cortocircuito internazionale che ha seriamente compromesso l’immagine dell’Italia? La giustizia italiana sembra condannata all’eterno ritorno di un passato di garantismo ed indulgenza che, questa volta, appare più minaccioso di fronte ad attori internazionali molto più rigorosi e inflessibili.
L’indiscrezione rivelata qualche giorno fa sulla possibilità concessa da New Delhi di interrogare in videoconferenza da Roma l’ 11 novembre gli altri 4 fucilieri della Marina che si trovavano sulla petroliera “Enrica Lexie” al momento dell’incidente, potrebbe rappresentare un atto di indulgenza, seppur minimo, da parte indiana. La testimonianza dei 4 fucilieri è l’ultima tappa del processo investigativo indiano che dovrebbe chiudere le indagini della Nia con la formulazione dei capi d’accusa per l’apertura di un eventuale processo contro Latorre  e Girone. Se la trattativa continuerà a muoversi su terreni scivolosi come quelli prospettati e l’Italia continuerà ad assumere una posizione di subalternità rispetto all’India, c’è poco da stare tranquilli perché il futuro dei nostri marò dipende soprattutto da come il Governo giocherà l’ultimo match di una partita lunga e travagliata.

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Franza o Spagna purchè se magna

Torquato Cardilli - Oltre 4 secoli fa, mentre le corone di Francia e di Spagna si fronteggiavano per la supremazia in Europa e nel nuovo mondo, i prìncipi e i duchi italiani, la classe politica del tempo, gretti, rissosi e municipalistici, incapaci di pensare ad un futuro di prosperità, si appoggiavano o meglio si mettevano a disposizione dell'una o dell'altra potenza pur di salvare un minimo di potere entro le mura della loro cittadella.

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Dannato conflitto di interessi

Torquato Cardilli - Il conflitto di interessi è un concetto ostico per la mentalità italiana soprattutto in chi riveste posizioni di rilievo nella politica e nella società. Esso si verifica quando un soggetto cui è stata affidata un’alta responsabilità, abbia degli interessi personali, di qualsiasi natura, non solo monetaria o di carriera, ma anche affettiva, in conflitto con l’imparzialità richiesta dalla legge per l’espletamento della responsabilità affidata, che verrebbe compromessa proprio dagli interessi coinvolti.
Il verificarsi di questo conflitto non costituisce di per sé prova che siano state commesse scorrettezze, ma può costituire un'indebita e non imparziale agevolazione nel caso in cui si cerchi di influenzare il risultato di una decisione. In altre parole dall’esistenza del conflitto di interesse può discendere una condotta impropria.
Il conflitto di interessi, può essere più o meno imparentato con la corruzione soprattutto quando l’autorità che ne è protagonista compie atti su spinta di un’amicizia per trarne un vantaggio o per una riconoscenza a seguito di favori ricevuti. Il che significa che l'imparzialità dell'amministrazione della cosa pubblica, rivolta al bene collettivo, va letteralmente a farsi benedire.
L’ordinamento giuridico dei paesi democratici è solitamente garantista proprio del bene della collettività, nel senso che è contrario allo sfruttamento della posizione per interessi personali in particolare quando l’incarico rivestito abbia una enorme rilevanza pubblica.
Nel nostro paese il problema del conflitto di interessi ha assunto una notorietà nazionale, tutt’ora non risolta, da quando Berlusconi, erede di un sistema consolidato diffuso a tutti i livelli nella società italiana, si è candidato nel 1994 alla guida del Paese.
Sin dall'antichità il conflitto di interessi è stato considerato come fattore inquinante e corruttivo del corretto rapporto tra Stato e cittadino. Basta ricordare la legge Giulia, varata dal Senato romano più di 2.000 anni fa, nel 218 A. C., in piena seconda guerra punica contro Annibale. Visto che allora l'attività economica più redditizia, saldamente in mano al patriziato, era quella del trasporto marittimo delle derrate alimentari, tale legge proibiva ai senatori ed ai loro figli di possedere navi che trasportassero più di 300 anfore.
Quante volte bisogna ripetere che la Costituzione obbliga i governanti al giuramento secondo la formula “giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione”? Quante volte bisogna ricordare che la Costituzione impegna i governanti ad agire con disciplina ed onore?
Nella vicenda Ligresti, qualunque sia l’angolo visuale, la frittata è stata fatta e nemmeno la prefetto di ferro dal cuore di panna, Annamaria Cancellieri, sarà capace di ricostruire le uova rotte.
Il suo intervento in favore di Giulia Ligresti, arrestata insieme alla sorella Jonella e al padre Salvatore, accusati di falso in bilancio e aggiotaggio informativo per lo scandalo Fondiaria-Sai, è ben più grave di quello messo in atto in quattro e quattro otto da Berlusconi in favore della presunta “nipote” di Mubarak.
In entrambe le vicende c’è stato un evidente conflitto di interessi: nel caso di Berlusconi tutto si è consumato in una notte, nell’urgenza di far uscire dalla Questura (non dal carcere) una ragazza minorenne, accusata di furto, per evitare che venissero alla luce fatti scabrosi. Mentre in quello della Cancellieri, amica di vecchia data della famiglia Ligresti, è stata messa in atto un minuto dopo gli arresti disposti il 17 luglio dalla Magistratura, e in modo continuato, una condotta di intimità con i parenti degli arrestati per reati gravissimi. La Ministra, contrariamente a quanto ha poi affermato di aver agito per senso umanitario, si è dichiarata “stupefatta e pronta a tutto” nella prima conversazione avuta con la compagna di Salvatore Ligresti, sua amica da molto tempo.
Che vuol dire stupefatta? Forse che non sapeva di che pasta fossero i Ligresti che lei frequentava da almeno trenta anni? Forse non sapeva che il capostipite era stato già arrestato per reati finanziari nel 1987? Forse che non aveva avuto nessun sentore di stranezze amministrative in Fondiaria-Sai dove aveva lavorato persino suo figlio (ricordate la Legge Giulia!) con una carica rilevante tanto da guadagnare una buona uscita di oltre 3 milioni e mezzo di euro?
E che cosa vuol dire pronta a tutto? Anche a fare comunella con chi ha infranto la legge e a infangare la funzione prestigiosa di Ministro di Giustizia dell’Italia?
Bel modo questo di servire la Repubblica, le leggi, i cittadini! Eppure quel giuramento sulla costituzione pronunciato in occasione della nomina a ministro è scolpito sulla pietra dell’onestà che manca a tanti politici.
A questo punto è del tutto irrilevante sapere se la scarcerazione di Giulia Ligresti sia avvenuta per le pressioni fatte dalla Cancellieri sui funzionari del DAP o se il Giudice l’abbia disposta autonomamente in base alle condizioni di salute ed alla richiesta di patteggiamento presentata dalla reclusa.  Qui non si tratta di strumentalizzare l’accaduto, per dare ragione o torto per pregiudizio politico, come si sono affrettati a sostenere i difensori d’Ufficio in ambienti politici e dell’informazione, ma bisogna che chi tiene sopra ogni cosa al proprio onore tragga le conseguenze di questa condotta riprovevole.
In fondo la Ministra Idem è stata costretta alle dimissioni per molto meno, così come la Sottosegretaria Biancofiore alla quale sono state tolte le deleghe per una dichiarazione avventata. Non c’è da stupirsi se si siano erti a difensori della Cancellieri la pitonessa del PdL Santanchè, che l’ha invitata a non dimettersi e a disporre un’ispezione ministeriale contro i P.M. di Milano che hanno indagato Berlusconi e il vice primo ministro e ministro dell’Interno Alfano, quello che a sua insaputa si è fatto soffiare sotto il naso la Shalabayeva e che, manco a dirlo, ha affittato una casa proprio da Ligresti.
Ma c’è chi è di tutt’altro parere. Non sono pochi quelli che giudicano la condotta della Ministro di Giustizia un gravissimo ennesimo episodio di mala politica, di confusione tra funzione pubblica e sentimenti privati, in una vicenda opaca nella quale un malinteso senso dell’amicizia (quanto sa di vera amicizia e quanto invece di inquinamento da interessi di lavoro del figlio Pier Giorgio Peluso? Oppure di riconoscenza verso Salvatore Ligresti che si era speso, a suo dire, con Berlusconi per non farla trasferire quando era Prefetto?) è decisamente censurabile.
Non è credibile che l’intervento in favore di Giulia Ligresti sia stato mosso per le condizioni di detenzione o di salute, come scritto dalla Cancellieri in una lettera indirizzata ai capi Gruppo di Camera e Senato, tanto è vero che il giorno stesso dell’arresto, la Cancellieri si era dichiarata con la signora Gabriella Fragni, compagna di Ligresti, disposta a tutto. Ma chi è la Fragni? E’ una cittadina di Parma, dove la Cancellieri ha svolto le funzioni di prefetto, con la quale andava spesso a pranzo insieme, già intima di Antonino Ligresti, fratello dell’arrestato, proprietario della casa in cui abitava la stessa Cancellieri.
E poi è meritevole di restare al posto di Ministro della Giustizia chi, nonostante un passato di Prefetto e di Ministro dell’Interno, è così imprudente da non immaginare che i telefoni dei parenti, dei colleghi di lavoro e degli amici stretti degli arrestati siano sotto controllo?
Insomma di fronte alle richieste di intervento dei familiari degli arrestati (i verbali degli interrogatori sono pieni di registrazioni di conversazioni telefoniche) c’è una sola cosa che la Cancellieri non ha mai detto e cioè che da Ministro della Giustizia, per quanto dispiaciuta, aveva dei doveri di Stato che passano sopra a qualsiasi sentimento.
E’ questo un altro colpo alle Istituzioni malate della Repubblica, non la contestazione dei senza casa, senza lavoro, degli esodati, o di chi protesta per la mancata riforma della legge elettorale o per la mancata abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti.

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L'Italia voti a favore dell'ingresso di Taiwan nell'ICAO

Non c'è motivo per cui Taiwan, vittima del noto ostracismo politico-diplomatico che le impedisce la partecipazione all'ONU, non possa essere membro dell'organismo che stabilisce e fa applicare le regole della sicurezza aerea internazionale
Fabio Massimo Cantarelli - Mentre si fa un gran parlare del mercato cinopopolare vorrei sottoporre all'attenzione dei lettori la mia grande soddisfazione nel trovare diffusi e popolari nella bellissima Taiwan (una realtà democratica, liberale, moderna e pluralista) i nostri tipici prodotti alimentari di eccellenza, originali e non contraffatti, sia nei numerosissimi ed ottimi ristoranti italiani sia nella miriade di supermercati.

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Il Referendum Propositivo in Italia troverebbe una casa comoda di lunga durata

Gege de Palma - LO STRUMENTO DI DEMOCRAZIA DIRETTA , IN QUANTO PREVEDE L'INTERVENTO DIRETTO DEL POPOLO SENZA IL TRAMITE DEI SUOI RAPPRESENTANTI, PER PROPORRE UNA NUOVA LEGGE. TUTTAVIA QUESTO STRUMENTO DI ESERCIZIO DELLA SOVRANITA' POPOLARE PREVISTO IN SVIZZERA TROVA MOLTI OPPOSITORI SEDUTI IN POLTRONA 

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Il Papa: Sono figlio di un emigrato italiano

Domenica Papa Francesco è andato a Cagliari, la città della Madonna di Bonaria sulla collina di "aria buona" prospicente al mare. La Madonna di Bonaria era la patrona dei marinai e quando Pedro de Mendoza fondò Buenos Aires il 2 febbraio 1536 dedicò la città proprio a "Nostra Signora Santa Maria del Buon Ayre".

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Il Grande Fratello di Stato

Lucia Abballe - Non si tratta certo di una riedizione aggiornata delle “vite degli altri”, il film che nel 2006 rappresentò il terreno altamente sensibile e temerario dell’attività di spionaggio condotta nella Berlino dell’Est.

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La decadenza di un guerriero senza gloria

Torquato Cardilli - "Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta, che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco generose travolse alme d'eroi..." Così inizia l'Iliade di Omero.
Dante condanna Achille all’Inferno (Canto V) e lo relega tra i lussuriosi, travolti incessantemente dalla bufera così come in vita lo furono dalla passione. Ma lo cita anche (Canto XXVI) tra i consiglieri fraudolenti, tormentati all’interno dalle fiamme, e tra i superbi (Canto XXXI) che sfidano le divinità, e perciò condannati all’immobilità.

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La Storia (ri)scritta per legge

Lucia Abballe - Il ricordo della Shoah che l’Italia sta rinnovando in questi giorni, ripropone il problema di cosa fare affinchè gli orrori delle persecuzioni e del negazionismo non si ripetano più.

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Il gigante e la bambina

Lucia Abballe - Ci sono in Europa due Paesi che riproducono plasticamente l’immagine del “gigante e la bambina sotto il sole contro il vento”.
Con buona pace del cantautore italiano Lucio Dalla, la Germania e l’Italia sembrano procedere a passo spedito, a tratti esitante, verso un destino comune: le elezioni politiche. Mentre, però, l’appuntamento elettorale del 22 settembre per il rinnovo del diciottesimo Bundestag rappresenta la scadenza naturale di un’esperienza di governo alla prova del voto, quella che sta colpendo l’Italia è una nuova abdicazione di responsabilità e l’incapacità di dare contenuti concreti a un piano per la crescita che protegga il Paese dal rischio di un decennio di stagnazione.

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