Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

La sorpresa è donna

TORQUATO CARDILLI - Quest'anno le sorprese di Pasqua per gli italiani, affamati di lavoro, sono state tante, tutte al femminile, nel solco dello “stil novo” del premier fiorentino, inaugurato con la composizione del governo due mesi fa.
Si è trattato delle nomine dei vertici nella grande galassia delle aziende con soverchiante partecipazione dello Stato.
Renzi, che ha fiutato l’importanza di raccogliere alla vigilia delle elezioni europee il consenso delle donne, prima andato a Berlusconi, dice di aver fatto da solo la sua rivoluzione rosa. Ha ascoltato, registrato, valutato e poi deciso di testa sua, dopo averne discusso con il ministro del tesoro e con il capo dello Stato per un consulto preventivo su tutti i ruoli più delicati. Il confronto più animato si è verificato sulla presidenza di Finmeccanica: Renzi avrebbe voluto assegnarla ad una donna, ma ha dovuto cedere, così come avvenne per il ministro di giustizia, di fronte al presidente della Repubblica, che gli avrebbe chiesto la riconferma del poliziotto De Gennaro, detentore di troppi segreti e conoscitore di troppi lati oscuri della politica italiana. Ma in questo colloquio non ci sarebbe stato nulla di male se non fosse intervenuta, come una grave caduta di stile, la precisazione di un comunicato del Quirinale secondo cui nell'incontro tra Napolitano e Renzi non si è parlato di nomine. Vi pare possibile? In un paese con l'acqua alla gola, che va in macchina grazie all’ENI che paga ogni anno sostanziose cedole finanziarie al Tesoro, che assicura energia e servizi con Enel e Poste al 90% del popolo italiano, che è alle prese con la ristrutturazione di Finmeccanica, è credibile che il capo del governo, pivellino in materia, non abbia sottoposto la lista dei nominandi al colle senza concordare ruoli e posizioni delle persone ritenute fedeli? Se così fosse vorrebbe dire che, a differenza di quanto accade altrove, le nomine sono frutto di idee notturne di un sol uomo, senza un confronto di idee, senza un approfondito esame delle qualità manageriali e del progetto industriale. Infine Renzi ha incontrato anche Berlusconi, ma dice lui, solo dopo che i nomi erano stati già fatti ufficialmente. Scusa puerile.
Fuori dalla porta sarebbero rimasti i partiti (ma chi ci crede?) le correnti del PD, i massoni, e quelli che prima di perdere la poltrona hanno fatto fuoco e fiamme come Scaroni.
Ma chi sono questi nuovi boiardi di stato in gonnella? Emma Marcegaglia presidente dell'Eni, Luisa Todini Presidente di Poste, Patrizia Grieco Presidente di Enel.
L'arrivo di tre donne alla presidenza delle maggiori aziende pubbliche è certamente una novità. Il giudizio dovrà essere emesso alla prova dei fatti, ma se si guarda al curriculum personale di Marcegaglia e di Todini si fatica a rintracciarvi quella ventata di innovazione vantata dal premier.
A differenza della Grieco che ha alle spalle, come vedremo, una sostanziale storia manageriale le biografie di Marcegaglia e Todini, entrambe industriali, hanno un profilo eminentemente politico, di persone che per anni avevano spiegato che l'intervento dello Stato nell'economia era una cosa contro senso, che per garantire l'efficienza le imprese pubbliche andavano privatizzate e che la politica doveva restare fuori dalla “governance” e dai consigli di amministrazione.
Marcegaglia e Todini sono figlie d'arte, hanno ereditato aziende di famiglia (caratteristica che le accomuna anche al ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi) e sono al centro di una estesa rete di relazioni politiche e di frequentazioni con i palazzi romani.
Marceglia, cinquantenne di Mantova, secondogenita del fondatore dell'azienda di famiglia dell'acciaio, vi ha ricoperto la carica di consigliere. Ha percorso gran parte della sua carriera pubblica in Confindustria, prima come vicepresidente con delega per l’Europa, poi presidente dei giovani industriali (come la Guidi) infine, battendo tutti i pronostici, è stata la prima donna ad arrivare al vertice dell'Associazione. Descritta come molto vicina al centrodestra (nonostante le critiche al declinante Berlusconi) fu testimone impotente del divorzio di Fiat da Confindustria. Da allora la palma di primo pagatore delle quote di partecipazione a Confindustria è andata proprio all’Eni.
La Marcegaglia, negli anni del berlusconismo spinto aveva sempre professato a parole l'indipendenza delle imprese dalla politica. Questa signora, che aveva fatto affari con l'impresa di famiglia sull'immobile pagato dallo Stato destinato al mancato vertice del G8 alla Maddalena, prima della caduta di Berlusconi nel 2011, quando stava per lasciare Confindustria aveva ammonito gli industriali che lo Stato doveva ridurre la sua presenza nell'economia nazionale e lasciare maggiore spazio al settore privato e al mercato. Ora per contribuire alla riduzione dell'intervento statale nell'economia è passata all'incasso ed ha accettato di buon grado la presidenza della più importante azienda pubblica. Nomina eminentemente politica per un'azienda che fa politica energetica, politica economica, politica estera e, stando al premier, anche politica di "intelligence".
Storica la sua presa di posizione in favore dello scudo fiscale, definito un male necessario, o la sua gaffe in difesa dei vertici della ThyssenKrupp, subito dopo la sentenza di condanna dei manager dell’industria dell’acciaio tedesca per l'incendio in cui persero la vita sette operai torinesi (un superstite fu ripescato da Veltroni e candidato con successo a Montecitorio).
Ma c’è anche un pizzico di potenziale conflitto di interessi nel suo nuovo ruolo di presidente dell’Eni. Il fratello Antonio, amministratore delegato dell'azienda di famiglia, patteggiò alcuni anni fa la condanna a 11 mesi con la condizionale per corruzione per aver pagato un manager di Enipower (società controllata dell'Eni) per ottenere alcuni appalti.
Todini, perugina non ancora cinquantenne, imprenditrice nel settore delle costruzioni, ha venduto l'azienda di famiglia al gruppo Salini (entrando nel consiglio di amministrazione) ma è rimasta proprietaria del 100% delle azioni della Todini Finanziaria (che controlla la Ecos Energia) della Domus Etruria e del 22% della Todini costruzioni. Parla tre lingue (inglese, francese, spagnolo) e con la stessa facilità cambia idea e casacca. Nota al grande pubblico dei talk shaw per le sue frequenti partecipazione al programma Ballarò, già parlamentare europea nel 1994 a soli 28 anni con Forza Italia, membro della Fondazione Italia Usa e consigliere di amministrazione della Fondazione Child, .ha scoperto il fascino del settore pubblico: prima si è fatta nominare dal PdL e dalla Lega nel Consiglio di Amministrazione della RAI ed ora ha ottenuto la Presidenza delle Poste.
La neopresidente di Enel, Grieco avvocato, milanese appare come la meno compromessa con la politica. Dal 2013 presidente esecutivo di Olivetti, dove è arrivata nel 2008 come amministratore delegato, diventandone poi presidente e mantenendo entrambe le cariche fino all’anno scorso. Grieco aveva iniziato il suo cursus aziendale nel 1977 presso la direzione legale di Italtel, diventandone responsabile nel 1994 per salire nel 1999 al gradino di direttore generale e finire nel 2002 sulla poltrona di AD. Dal 2003 al 2006 è stata numero uno di Siemens Informatica per diventare partner di Value Partners e AD del Gruppo Value Team. Siede nei consigli di amministrazione di Fiat Industrial e Italgas, ma anche dell'associazione umanitaria Save the Children. E questa è una medaglia di merito.
Vedremo alla prova dei fatti se le neo presidenti faranno dimenticare o rimpiangere i loro predecessori.

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Götterdämmerung

TORQUATO CARDILLI . Siamo al crepuscolo degli dei, di quelli che si ritenevano intoccabili, che avevano inteso la politica come potere incondizionato senza l'obbligo del rendiconto, che gli inglesi chiamano “accountability”, potere in grado di comprare tutto dai beni materiali alle sentenze, dai legislatori agli elettori, dagli uomini di chiesa alla gente comune, potere gestito all'interno di un club riservato, popolato di adulatori e faccendieri, di veline e pitonesse, di procacciatori d’affari, lenoni e prostitute, dove conta solo la fedeltà e al capo, dove tutti gli adepti soffrono di ipnosi collettiva.
L'irrompere sulla scena politica italiana di due elementi diversissimi tra di loro, ma motivati dal desiderio di restituire al popolo la dignità e la giustizia sociale a lungo negate, Grillo da una parte, al grido di guerra “tutti a casa” e papa Francesco, dall'altra, con l’anatema terribile della non redenzione per i politici corrotti, ha svelato la fragilità dell'apparente monolitismo, durato venti anni, più che per la sua forza interiore per la supina acquiescenza di chi, agitando le bandiere smorte della sinistra, avrebbe dovuto opporvisi e che invece è rimasto appagato dei propri privilegi, abbarbicato alla conservazione.
Oggi quel castello incomincia a sgretolarsi, a mostrare le irreparabili crepe dietro le quali c'è il vuoto.
Quello che appariva come solida roccia, in realtà era un paravento di cartongesso tenuto su da varie mani di vernice spalmata da una dirigenza pubblica destinataria di spropositate prebende, un apparato di vertice mendace, arruffone, corrotto, servile, in permanente stato di conflitto di interessi, sempre pronto alla riconferma ad ogni giro di valzer governativo. E la gente, quella che fatica ogni giorno, spettatrice impotente del declino di ogni attività economica, della crescita della disoccupazione, quotidianamente alla ricerca di mezzi di sopravvivenza, stanca di parole ingannatrici, di sogni elargiti a tonnellate, ha aperto gli occhi. E’ sgomenta e perplessa sulla via da scegliere per disfarsi una buona volta di questa élite di ottimati, inetta quando non delinquenziale, dedita ora all’ultima battaglia di retroguardia.
Chi abbia scorso le cronache di questi ultimi giorni avrà creduto di trovarsi di fronte ad un bollettino di guerra di caduti e feriti. Non siamo ancora all'Armageddon, ma al Götterdämmerung, cioè al crepuscolo di questa società malata, mentre i protagonisti dell'epopea del potere pacchiano, dei venditori di fumo, vagano disorientati alla ricerca di un riparo che li tenga lontani dalla galera.
Non conta partire dall'alto; anche partendo dai lati o dal basso si incontrano facce e nomi di personaggi, un tempo rispettati e potenti, che si ritenevano al di sopra della legge, finiti, uno dopo l'altro, in carcere o nella polvere del disonore e dell'ignominia, inseguiti da avvisi di garanzia e da rinvii a giudizio.
Quello che all’estero è sufficiente per scomparire dalla vita pubblica a questi signori non fa nemmeno il solletico. Sono gli alfieri del garantismo spinto, sono quelli che di fronte a voci di malaffare liquidano la questione come “gossip”, di fronte ad un avviso di garanzia dicono che è un atto a difesa della persona indagata, di fronte ad un rinvio a giudizio si difendono con la giustificazione che l’azione penale è obbligatoria, di fronte alla prima condanna si dicono sereni convinti che possono ricorrere in appello, di fronte alla condanna in appello rispolverano la presunzione di innocenza fino al terzo grado, di fronte alla definitiva sentenza della Cassazione accampano l’ingiustizia della Magistratura italiana per ricorrere a quella europea e una volta sconfitti da quella europea dicono che è un complotto internazionale.
Giulio Tremonti, il ministro delle finanze creative, dei condoni a gogo e delle cartolarizzazioni, leghista di spirito con la tessera di Forza Italia, ha patteggiato quattro mesi per la vicenda della casa pagata in nero, senza contratto, fornitagli dal suo manutengolo deputato Milanese (pure inseguito da un'indagine giudiziaria), restaurata gratis grazie a appalti con lo Stato;
Clemente Mastella, già democristiano, servente ondivago dei governi di destra (Berlusconi) e di sinistra (Prodi), ora ricandidato da Forza Italia per Bruxelles, è coinvolto con la moglie in una pesante inchiesta giudiziaria che parla addirittura di associazione a delinquere; rinviato a giudizio nel 2011 per truffa, appropriazione indebita e abuso d’ufficio dalla Procura di Napoli e per corruzione dalla procura di Benevento;
Nicola Cosentino, soprannominato Nick o’americano (la cognata Mirella è la sorella del boss dei casalesi Giuseppe Russo, detto “Peppe O’ Padrino”, condannato all’ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, mentre un’altra cognata è figlia del boss deceduto Costantino Diana), già coordinatore di Forza Italia in Campania, deputato e sottosegretario all'economia ai tempi del re sole, è stato riarrestato insieme ai fratelli Giovanni e Antonio, per reati di estorsione e concorrenza sleale con metodo mafioso nel settore della distribuzione di carburanti in provincia di Caserta;
Giuseppe Scopelliti, politico di lungo corso dal fronte della Gioventù a Forza Italia, già sindaco di Reggio Calabria, poi governatore della Regione, condannato a 6 anni per abuso di ufficio e falso in bilancio con interdizione perpetua dai pubblici uffici;
Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, ex ministro degli affari regionali, ex democristiano poi forzitalista, ha un lungo fascicolo penale.  Indagato nel 2006 per il finanziamento di 500.000 euro ritenuto dalla pubblica accusa una tangente da parte della Tosi di Angelucci per ottenere dalla Regione Puglia la gestione di undici residenze sanitarie assistite nell'ambito di un appalto da 198 milioni di euro, si é salvato dagli arresti domiciliari perché la Camera ha subito respinto la richiesta del PM con 457 voti su 462 presenti (quando si dice che sono tutti d’accordo!). Rinviato a giudizio per peculato, corruzione, finanziamento illecito, falso, abuso d'ufficio è stato condannato in primo grado l’anno scorso a quattro anni di reclusione e a cinque di interdizione dai pubblici uffici. Eppure sta ancora là;
Marcello dell'Utri, fedelissimo di Berlusconi, già fondatore di Forza Italia e senatore, garante del mafioso Mangano assunto ad Arcore come stalliere e morto in galera, condannato in secondo grado a 7 anni per contiguità con la mafia è stato arrestato da latitante a Beirut. Nonostante la smentita del Ministro degli Esteri Mogherini, era ancora titolare di un passaporto speciale blu, in quanto Presidente della delegazione parlamentare del Consiglio d’Europa, carica che ha continuato a ricoprire pro tempore fino a poco tempo fa, benché decaduto dal parlamento;
Roberto Formigoni, detto il celeste, già democristiano e aderente a C&L,  deputato europeo e nazionale, per 4 mandati governatore della Lombardia, ed ora senatore della Repubblica, quello del voto di castità e di povertà dalle vacanze da sogno a sbafo sullo yacht di Daccò, rischia un nuovo rinvio a giudizio per un presunto giro di tangenti da 1 milione di euro. Per gli strascichi del caso Maugeri (accusa di riciclaggio e associazione per delinquere) il Gip di Milano gli ha sequestrato beni immobili e conti correnti anche di prestanome fino al valore di 49 milioni di euro (tale è l’ammontare della corruzione contestata) compresa la lussuosa villa in Sardegna, ad Arzachena, intestata al suo compagno Perego;
Denis Verdini, ex macellaio, ex banchiere, ex professore, ex repubblicano, poi convertito al berlusconismo, plenipotenziario dell’organizzazione interna di Forza Italia, il senatore più assenteista del Parlamento, con varie indagini in corso per reati gravi contro la pubblica amministrazione; indagato nel 2010 per corruzione e per comitato di affari in appalti pubblici, implicato nella vicenda della loggia P4, rinviato a giudizio per la gestione del Credito cooperativo fiorentino, sottoposto a sequestro di 12 milioni di euro dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta per truffa;
Maurizio Gasparri, già esponente di Alleanza Nazionale e poi di Forza Italia si è visto notificare la richiesta di rinvio a giudizio dalla procura di Roma per peculato. Da presidente del gruppo parlamentare Pdl al Senato, avendo la disponibilità di ingenti somme di denaro provenienti dal bilancio del Senato a titolo di contributo al funzionamento dell'ufficio di presidenza del gruppo parlamentare, si è appropriato di 600 mila euro per pagarsi una polizza vita. Lui si schernisce dicendo di aver restituito i soldi, come se la restituzione della refurtiva potesse cancellare il furto;
Federica Gagliardi, la cosiddetta dama bianca, che accompagnava il capo del Governo Berlusconi in missioni internazionali, arrestata a Fiumicino con 24 chili di droga proveniente da Caracas;
Nicole Minetti, fatta passare per igienista dentale e promossa consigliera regionale lombarda, quando era l’organizzatrice delle feste di Arcore, ha già alle spalle una condanna in primo grado a 5 anni con interdizione dai pubblici uffici per prostituzione minorile;
Lele Mora e Emilio Fede, compagni di bagordi, sono anche loro coinvolti nella condanna a 7 anni per favoreggiamento della prostituzione e all’interdizione dai pubblici uffici e dai mezzi di informazione;
Giampaolo Tarantini e Walter Lavitola, frequentatori delle patrie galere oltre che di palazzo Grazioli, condannato il primo a due anni e due mesi per spaccio di cocaina e il secondo, accusato di appropriazione indebita di 20 milioni di euro di finanziamenti al quotidiano L'Avanti! di cui era direttore, a novembre 2012 ha patteggiato davanti al Gip del Tribunale di Napoli la pena di 3 anni e 8 mesi. L’anno successivo è stato condannato dallo stesso tribunale alla pena di 2 anni e 8 mesi, con rito abbreviato, per tentata estorsione ai danni di Berlusconi.Ma al di sopra di tutti c’è proprio lui: Silvio Berlusconi, privato del seggio senatoriale, decaduto dal riconoscimento di cavaliere del lavoro, condannato con sentenza passata in giudicato a 4 anni di reclusione per frode fiscale, privato del passaporto come un delinquente comune, interdetto dai pubblici uffici, in attesa di essere affidato ai servizi sociali.
A segnare il suo declino non è bastato tutto questo. Al disprezzo dei leader del mondo, della stampa libera al di là delle Alpi, della Corte Europea di giustizia che ha rigettato il suo ricorso, si aggiunge la minaccia del giudizio di appello per prostituzione minorile e per concussione dopo la condanna inflittagli in primo grado a 7 anni che incombe come un macigno, nonché il processo per la compravendita di senatori (secondo l’autodenuncia di De Gregorio che ha patteggiato) e quello sulle escort di Bari.
Il fortino di Arcore sembra essersi trasformato in una fabbrica di bronzo, tale è la pervicacia con cui pretende di avere ancora agibilità politica, già riconosciutagli da Napolitano e da Renzi, e condurre la campagna elettorale di un partito alle prese con sondaggi in picchiata, che perde i pezzi (ultimi i casi di Bonaiuti e di Bondi) in vista delle elezioni europee.
Ma quello che importa è l’ultima battaglia di retroguardia, l’ennesima furbata con la complicità della sinistra di cartone: quella della riduzione della pena ai politici che fossero colti con le mani nel sacco di fare o promettere favori alla mafia. Per oltre 20 anni tanto la destra quanto la sinistra (ma non è la Bindi la presidente della Commissione antimafia?) hanno turlupinato il popolo con la menata della lotta senza quartiere alla mafia che non avrebbe mai potuto svilupparsi ed ingrandirsi se non avesse potuto contare sull’appoggio sostanziale dei politici.
Ora la collusione mafia-politica, sempre negata, è riemersa in modo evidente nel dibattito e voto parlamentare sulla legge che punisce lo scambio politico-elettorale con la mafia. Per l’accordo tra Renzi e Verdini un politico può essere a disposizione della mafia senza commettere reato e lo scambio politico mafioso non deve essere punito. PD e Forza Italia hanno gettato la maschera, ben assistiti dal Nuovo Centro Destra di Alfano. E’ finita la recita della sinistra antimafia, dei buoni contro i cattivi. Tutti d’accordo hanno votato per un depotenziamento del reato. La Camera ha approvato (con 293 sì e 83 no dell’opposizione dei 5 stelle) la modifica richiesta dal PD del ddl sul voto di scambio politico-mafioso uscito dal Senato contro cui si era scagliata Forza Italia. Tre le modifiche: la prima elimina il termine "qualunque" prima dell'espressione "altra utilità"; la seconda cancella il principio della punibilità con il 416-ter del politico "che si mette a disposizione" dell'organizzazione mafiosa, mentre la terza modifica diminuisce la pena del carcere per il voto di scambio. Il reato che prima era punito con minimo di 7 anni e un massimo di 12 anni ora vede la pena ridotta a 4 e a 10 anni: il che significa che tra indulti, attenuanti e prescrizioni il politico la fa franca comunque.
E’ così che il trio Renzi-Berlusconi-Alfano, si è reso pubblicamente complice della criminalità organizzata, lanciando questo obliquo messaggio all’Europa proprio alla vigilia delle elezioni europee e del semestre di presidenza italiana.

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Superior stabat lupus

ALBERTO BRUNO - All’epoca di Augusto c’era un ex schiavo macedone, educato a Roma sin da bambino, tale Gaio Giulio Fedro, autore del genere letterario favolistico, considerato di secondo ordine,  rinomato per essere stato un dispensatore di saggezza a carattere pedagogico e con un fine morale.
Una delle sue favole più celebri “il lupo e l’agnello “intendeva condannare quegli uomini che forti dei propri mezzi, ma privi di una ragione plausibile che non fosse solo la sete di potere, accampano una qualunque scusa per opprimere gli innocenti con falsi pretesti. Vale la pena rinfrescare la memoria. “Superior stabat lupus, longeque inferior agnus…”
Il lupo e l’agnello si stavano abbeverando allo stesso torrente; il primo in cima alla sorgente e il secondo a valle. Il lupo, cercando una causa di litigio per poterlo sopraffare, accusò l'agnello di inquinargli l'acqua che stava bevendo. L’agnello rispose che la sua accusa era risibile visto che l’acqua scendeva dal monte, e che era lui (il lupo) a bere l’acqua pura perché stava più in alto. Il lupo allora accusò l'agnello di averlo pubblicamente diffamato sei mesi prima. L’agnello rispose che l’accusa era falsa perché all’epoca dei fatti egli non era ancora nato. Con gli occhi rossi di sangue per la rabbia, il lupo concluse che senz’altro ad offenderlo doveva essere stato suo padre, il montone, e lanciatosi sull'agnello lo sbranò.
Le cronache della storia della nostra repubblica sono piene di episodi di violenza del lupo che, non contento di esercitare il potere, si lascia andare ad atti contrari alle libertà democratiche dell’agnello zittendolo con ogni mezzo solo perché questo ha osato scoperchiarne gli altarini e le bugie. Vi dice niente la sorte del povero contadino Di Pietro reo di aver rimproverato il padrone del gregge? E quella del magistrato Ingroia con la sua fissazione del processo sulla trattativa Stato-mafia?
E’ di questi giorni la decisione di un altro agnello, a quanto pare  l’unico difensore rimasto a guardia della costituzione, di accusare  il Lupo di aver violato e tradito lo spirito e la lettera della costituzione repubblicana, incidendo profondamente sull’attività degli organi costituzionali, sulla forma di Stato e di Governo e quindi sulla vita di tutti gli italiani. Come? Attraverso il tentativo di scassinarne l’art. 138 che come un lucchetto impedisce incursioni corsare, di aver concesso motu proprio, al di là dei poteri costituzionali, la grazia al giornalista Sallusti ed al colonnello americano Romano, quale forma di pressione sul Parlamento per arrivare alla riforma della giustizia, di aver esercitato un’indebita interferenza sulla Procura di Palermo impegnata nel processo sulla trattativa Stato-mafia, di aver sollevato il conflitto di attribuzione tra organi dello Stato e ottenuto la distruzione delle conversazioni con Mancino, accusato di falsa testimonianza, di aver favorito il proliferare dei decreti legge, di aver firmato senza respingerle al mittente leggi vergogna (e in qualche caso sconfessate dalla Corte Costituzionale) tipo lodo Schifani, lodo Alfano, legittimo impedimento, processo breve, processo lungo, prescrizione, approvate da un parlamento succubo di nominati, di aver infine esercitato in prima persona un ruolo di direzione della politica nazionale convocando vertici di maggioranza, ben al di là di semplici consultazioni, e di sbeffeggiare il parlamento che si era permesso di varare un documento contrario sulla questione degli aerei F35.
Certamente l’agnello non riuscirà a fare la festa al lupo, ma ne avrà evidenziato le magagne, ingigantite dalla promulgazione della legge IMU-Bankistalia, appannandone penosamente l’immagine.
Stabat mater dolorosa…
Una preghiera cristiana “Stabat mater dolorosa”, meditazione sulle sofferenze di Maria, cantata in accompagnamento della processione del venerdì santo, ci ricorda un’altra figura istituzionale, già vittima della satira del suo vice Baldelli che ne ha fatto girare in rete l’esilarante imitazione.
Dopo un primo approccio promettente (sull’impegno alla riduzione delle spese, ad una vita improntata all’austerità, a trasformare la Camera nella casa della buona politica) la Mater dolorosa ha cominciato a derapare e ad esternare in ogni direzione picconando proprio il piedistallo della terzietà super partes del suo ruolo.
In un crescendo di autoritarismo, lei che proviene dalle fila di sinistra e libertà, ha incominciato a inveire contro la pubblicità tipo mulino bianco, ha vietato ai deputati di nominare il nome del Lupo (manco fosse il primo comandamento cristiano), ha rifiutato di rispondere alla giornalista che la interrogava sulla finta riduzione delle spese della Camera,  ha fatto una bella scampagnata con compagno al seguito in Sud Africa per i funerali di Mandela, ed ha adottato, per la prima volta nella storia della repubblica, l’uso della ghigliottina parlamentare togliendo all’opposizione l’unica arma possibile che è quella dell’ostruzionismo, volto alla decadenza di un decreto ritenuto estremamente ingiusto e contrario agli interessi della gente.
Quindi l’agnello per quanto si sia mosso sgraziatamente è stato accusato di eversione e picchiato addirittura da un lupo di complemento.
Alla mater dolorosa andrebbe ricordato che la democrazia è il governo della maggioranza nel rispetto dei diritti dell’opposizione, e che quando la maggioranza li calpesta scivola inesorabilmente verso il regime, verso la dittatura.
Lupetto Jo Condor
Ve lo ricordate il Presidente del Consiglio, quando otto mesi fa in una conferenza stampa, sotto l’attacco concentrico di Berlusconi da una parte e di Renzi dall’altra, evocando un carosello di 40 e passa anni fa, disse che non aveva intenzione di governare a tutti i costi e che non aveva scritto in fronte Jo Condor? Beh, il lupetto volante è rimasto ancorato a quello schema infelice. Ora intende spostare di continuo in avanti il limite temporale del suo governo con l’appoggio di lupo maior e anziché stare a fianco degli alluvionati del Veneto o dei cassa integrati o dei licenziati della Electrolux, o degli avvelenati dell'Ilva e della Campania, preferisce una gita  a Sochi, per un atto di presenza alle putiniadi invernali ove nessuno se lo fila, con la scusa di  sostenere i nostri sciatori e perorare le Olimpiadi di Roma del 2024. Poveretto si è reso conto che per lui in Italia l’aria si è fatta irrespirabile.
Dopo aver imposto al parlamento un regalo di 7 miliardi e mezzo di euro alle banche private italiane (Banca Intesa San Paolo e Unicredit in testa a tutti), è andato in tour nei paesi del golfo arabo (Abu Dabi, Qatar, Kuwait) ad elemosinare con il cappello in mano un obolo in favore del suo paese disastrato. E’ tornato trionfante con la promessa di una mancia di 500 milioni di euro,  cioè quanto l’emiro del Qatar è pronto a sborsare per l’acquisto del calciatore Messi.
A questo siamo ridotti, con in più l’aggravante che Jo Condor evidentemente non conosce gli arabi, che sono dei mercanti nati e che prima di aprire la borsa e scucire i quattrini vorranno robuste garanzie che i loro soldi non saranno buttati nel pozzo nero dell’inefficienza pubblica e della corruzione come aveva rimproverato un anno fa l’emiro del Qatar al primo ministro Monti.
Ma torniamo al Kuwait. Jo Condor, di fronte ad un emiro allibito e allucinato per il provincialismo di questo furbo parolaio italiano, in quella che doveva essere una spiegazione della visita e della rinsaldata amicizia bilaterale (l’Italia aveva partecipato nel 1990 alla liberazione del paese da Saddam Hussein) ha impappinato i giornalisti presenti per spiegare che il suo era stato un viaggio di politica interna, di politica industriale ed economica interna. Figuratevi la faccia dell’emiro dopo aver ascoltato una traduzione che, da capo di Stato estero che gli aveva appena fatto l’elemosina, lo vedeva ridotto al rango di governatore di una provincia italiana.
Poi, tanto per rincarare la dose di gaffe a ripetizione, Jo Condor si è avventurato in una difesa  formale, a nome del Governo, della giornalista Bignardi che aveva messo in imbarazzo il deputato del M5S Di Battista rinfacciandogli di essere figlio di un fascista. Esprimendo solidarietà alla Bignardi per la reazione del portavoce del Movimento che le aveva ricordato di essere sposata con il figlio di un condannato per l’omicidio del commissario Calabresi, ha fatto balenare all’ospite che stesse raccontando una barzelletta, come era abituato a fare il suo predecessore decaduto.
I Kuwaitiani avranno pensato che gli italiani sono usciti di testa. Non c’è che dire. Forse non hanno torto!

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Da Jo Condor allo sbruffone che vuole evitare il solito tram tram

TORQUATO CARDILLI - Esattamente un anno fa, dopo le elezioni i cui risultati avevano offerto su un piatto d’argento, ma invano, al Presidente della Repubblica la possibilità di lanciare il paese nell’era del vero rinnovamento, fallito l’inutile e penoso tentativo dello smacchiatore di giaguaro, entrava invece in carica il primo ministro Letta (raccomandato dallo zio), per formare il governo dell’inciucio permanente, votato da tutti i responsabili del disastro italiano.
Per quasi 10 mesi Letta, tenuto al guinzaglio da Berlusconi, si è barcamenato tra annunci farlocchi, tra vanterie di successi immaginari, tra lumicini invisibili di ripresa, tra viaggi all’estero inutili e tra elemosine umilianti (a proposito i 500 milioni di dollari promessi dall’emiro del Kuwait non sono mai arrivati). Poi l’ultimo suo viaggio all’estero ne ha segnato la fine: ha voluto essere presente a Sochi per assistere alle olimpiadi invernali, unico capo di governo occidentale. Azione questa estremamente sgradita a Washington che, subito, ha chiamato il vecchio per dirgli di farlo sloggiare da Palazzo Chigi.
Povero Letta nipote: si era paragonato a Jo Condor! Non gli ha portato certo fortuna! Aveva solennemente dichiarato in Parlamento che non voleva governare a tutti i costi. E’ stato preso in parola e impallinato dai suoi stessi compagni di partito (quelli che, nel segreto dell’urna, avevano già fatto il tiro al piccione contro Prodi) convertiti a mettere il muso al vento, per affidare le sorti del governo ad uno sbruffone (vedremo il giorno delle elezioni europee se bisognerà togliere la esse e la erre da questo aggettivo), ad uno non eletto che ha giurato di non volere lasciare Firenze prima del 2015, che non sarebbe mai andato a palazzo Chigi senza passare per le urne, che l’amico Enrico poteva stare sereno.
Bene (si fa per dire) la prima cosa che dovrebbe fare è darsi una ripassatina al galateo ed al bon ton istituzionale viste le gaffes a ripetizione fatte con il Senato, con la Merkel, con Hollande, con Obama e da ultimo con Cameron (come un borghesuccio di campagna ha espresso il “dream” di essere al n. 10 di Downing Street e sfoggiando un inglese approssimativo ha detto che il rilancio dell’economia è dovuto ai nostri “childrens”!). La forma a quel livello è innanzitutto sostanza.
Ma torniamo al Capo della Casa Bianca perché tra gaffeur ci si intende. Non è che Obama sia stato nella sua visita a Roma un campione di bon ton. Ha bloccato Roma con un corteo di 26 macchine blindate come usa un dittatore africano quando visita un villaggio, ha preteso che i suoi gorilla, armati e radiocomandati, entrassero al Quirinale, ha sciorinato banalità sui costi della pace tirando le orecchie a Napolitano, a Renzi e al duo Mogherini-Pinotti (tutti si sono prontamente allineati) sulla questione degli F35, poi ha voluto essere solo nella visita al Colosseo, rifiutando persino la compagnia del primo cittadino di Roma, padrone di casa, quindi ha invitato a cena quel benefattore del popolo italiano che risponde al nome di Elkann che ha trasferito la sede legale della Fiat in Olanda e la sede finanziaria a Londra con la gioia di migliaia di operai e famiglie, infine ha fatto circolare sulla sua visita a Roma, come video ufficiale della Casa Bianca, ad uso dell’opinione pubblica interna, solo i filmati dell’incontro col Papa e la passeggiata al Colosseo, definito più grande di uno stadio da baseball. Che citazione colta!
Non un ritaglio di immagine della vecchia sede papale e del suo inquilino che ha rispolverato, per l’occasione, le livree rosso-fuoco dei maggiordomi e guardaportoni reali, né del ragazzotto che, a giacca sbottonata, come suo solito, sotto la volta affrescata da Giulio Romano di Villa Madama, gli faceva gli inchini, motteggiandone la campagna elettorale con lo slogan “yes, we can”.
Credevamo di aver assistito già al peggio con un primo ministro barzellettiere truccato come un guitto, venditore di sogni e di fumo, guardato come un appestato dai partner occidentali perché amante del bunga bunga e dei processi tanto da farli durare in eterno, ma il nuovo premier ne è il degno erede. Super banditore da televendita, in diretta TV, scambiando palazzo Chigi per la piazza del suo paesello nel giorno della sagra, ha annunciato con il classico “ venghino, signori venghino” la vendita delle prime 150 auto blu (ricavo medio 8.000 euro l’una), mentre due giorni dopo il suo giuramento scadeva il bando della Consip per l’acquisto di ben 210 auto blu nuove, blindate, dal costo medio di 120.000 euro l’una. Un bell’affare alle spalle del popolo, non c’è che dire! Ma il nuovo acquisto lui l’ha nascosto agli italiani e i suoi ministri, che di fronte al microfono del cronista di turno scappano come se fossero inseguiti da un rinoceronte, hanno dichiarato di non saperne nulla.
Il catalogo e il calendario degli impegni presi prima alle Camere e poi ribaditi in conferenza stampa sono spaventosamente impressionanti. Roba da tramortire un toro se sapesse leggere. Dice di averci messo la faccia e che non vuole scendere nel solito tram, tram (sic!). E pensare che gli italiani ci hanno già messo il sudore, le braccia, le privazioni, le tasse, qualche parte nobile del corpo e in molti persino la vita.
Ma vediamo questi impegni: febbraio riforma elettorale, riduzione dei costi della politica; marzo riforma del lavoro; aprile riforma della costituzione (abolizione Senato, del CNEL e delle Provincie); maggio riforma del cuneo fiscale e 80 euro in più al mese nelle tasche degli italiani; giugno riforma della pubblica amministrazione; luglio delega al governo per la riforma fiscale e inizio del semestre di presidenza italiana UE con relativo negoziato con l’Europa; agosto pagamento totale del debito della pubblica amministrazione verso i privati per circa 80 miliardi di euro attraverso la Cassa Depositi e Prestiti e via di questo passo.
Per ora obiettivi da trasmissione “chi l’ha visto?” Poco o nulla è stato fatto: riforma elettorale? Approvata dalla Camera e solo per la Camera, ma già sul binario morto in Senato. Riduzione dei costi della politica? Falso. Il finanziamento ai partiti non è stato abolito, ma solo ridotto, al posto di 3000 poltrone di consiglieri provinciali vengono aumentate di ben 26.000 unità quelle a livello comunale. Abolizione provincie? Falso, restano in piedi. Riforma del lavoro per rilanciare la crescita? Si, aumentando la precarietà con proroghe di contratti per 8 volte anche consecutive. Riforma della costituzione? Un pastrocchio immondo. Per scriverla fu necessaria un’assemblea costituente di persone per bene, non di inquisiti, corrotti, condannati. Per farla a pezzi basta un accordo segreto tra Renzi e Berlusconi (espulso dal Senato per indegnità, condannato a 4 anni per frode fiscale e privato del titolo di cavaliere) da ingoiare “tel quel”, senza emendamenti da parte di un Parlamento che, stando alla sentenza della Corte Costituzionale, è costituito per un quinto da abusivi (solo alla Camera 148 deputati sono stati dichiarati incostituzionali perché attribuiti non sulla base proporzionale dei voti, ma su quella del premio di maggioranza assurdo). Abolizione del Senato che non serve? Falso: lo si trasforma in una specie di Carro di Tespi, tipo CNEL che invece viene abolito, composto dai presidenti di regione e di provincie autonome, quasi tutti nei guai con la giustizia (Cappellacci, Cota, Scopelliti, Iorio, Formigoni, Durnwalder, Vendola, Burlando, Chiodi, Errani, Caldoro, ecc.), dai sindaci dei capoluoghi di regione (più d'uno è già compromesso come Tosi, De Magistris) e poi da 21 angeli discesi dal cielo per nomina quirinalizia. Come dire la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il capo dello Stato che ora nomina solo 5 senatori a vita domani ne nominerà 21 per 7 anni ciascuno. Roba da non credere, è peggio dello Statuto Albertino del Regno di Piemonte! Ma vi pare possibile che 315 senatori accettino di rinunciare a tutto e di sparire? Faranno carte false, tesseranno la tela di Penelope, semineranno il cammino di trappole e trabocchetti pur di restare su quegli scranni dorati anche a costo di affrontare una campagna elettorale anticipata. Molto diverso sarebbe stato, e certamente più redditizio ai fini del risparmio, tagliare della metà deputato e senatori e delimitare le competenze di  ciascuna camera, da una parte gli affari nazionali e dall'altra quelli regionali, con abolizione delle regioni.
Taglio della spesa pubblica con risparmio di mezzo miliardo dato che il nuovo Senato prevede l’incarico onorifico senza indennità? Falso. Al massimo potranno essere risparmiati 100 milioni (l’ammontare delle indennità attuali) ma non il costo della struttura servente che resterà in piedi. Pagamento dei debiti di 80 miliardi? Si attraverso una cessione del debito agli Enti locali che l’hanno fatto su cui dovranno pagare gli interessi. Come? Alzando le aliquote e le tasse locali.
Allora di tutto questo fumo da supercazzole che rimane? Gli unici soldi veri che gli italiani hanno visto, sparire, sono quelli che con il beneplacito spudorato di Renzi (era già segretario del PD da tre mesi) sono stati regalati, grazie alla ghigliottina parlamentare, calata dalla mater dolorosa, con l’ultimo atto del governo morente di Letta. Per chi lo abbia dimenticato si tratta della legge regalo alle banche private e alle assicurazioni degli amici, camuffata da abolizione dell’IMU, con la quale il tesoro della Banca d’Italia, cioè le riserve derivanti dai risparmi accumulati con le precedenti attività di signoraggio, con la potestà di battere moneta, che sono soldi degli italiani, è stato regalato a quei banchieri che prendono soldi in prestito dalla BCE allo 0,25%, poi lo investono in titoli di Stato Italia al 4% o lo riprestano ai cittadini che accendono mutui all’8-10%.
La Procura della Corte dei Conti, su denuncia di Adusbef e del MoVimento 5 Stelle ha aperto un' inchiesta sulla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia passate così per legge da 156 mila euro (300 milioni di lire) a 7,5 miliardi di euro. Ma l’Adusbef ha anche rivolto un esposto alla Commissione Europea ipotizzando un indebito aiuto di Stato e a 130 Procure in Italia, prospettando l’ipotesi di peculato per distrazione (articolo 314 del codice penale). A commettere tale reato, abusando della funzione pubblica, sarebbero stati i membri del Governo che hanno adottato il decreto e i parlamentari che lo hanno convertito in legge, regalando un patrimonio sul quale non avevano alcun diritto di trasferimento gratuito alle banche private.
Se le Procure italiane stanno valutando la questione il Commissario europeo antitrust Almunia, benché in scadenza, non si è fatto pregare e non ha perso tempo: ha già chiesto per iscritto a Padoan di dare i chiarimenti del caso.
Intanto, quale che sia l’ottimismo di facciata, l’eurogruppo riunito ad Atene ha nuovamente fatto la lezione all’Italia, mentre l’Istat ha certificato il dato più tragico: la disoccupazione è arrivata al 13% e quella giovanile al 46%.
Evviva il mago Zurlì.

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Il verbo della casta è dilapidare

ALBERTO BRUNO - Nella nostra lingua, così come in quelle romanze e persino in inglese, c’è un verbo, di etimologia latina, coniato dall’atto della lapidazione semitica dei condannati, che ha fonia e significato omogenei.
Dilapidare, in italiano significa letteralmente gettare pietre per intendere fare cattivo uso di ricchezze, amministrare  male, mandare in rovina patrimoni paragonandoli a sassi che vengono gettati, rendere cadente per incuria e assenza di riparazione.
La storia è piena di episodi di dissipazione di sostanze da parte di re, di nobili, di potenti e persino di religiosi, e guardando all’Italia di oggi si ha la sensazione di essere tutti vittime della congiura di una casta intenta a dissipare le nostre ricchezze, il nostro patrimonio culturale, la qualità della vita, la salute, la preservazione dell’ambiente, il futuro delle generazioni che verranno.
Dovunque si posi il nostro sguardo, in questi giorni di pessime condizioni climatiche, abbiamo la rappresentazione plastica del modo in cui è governato il paese: siti archeologici letteralmente cadenti più che per colpa del tempo e del clima a causa dell’incuria umana, pavimentazioni stradali che si sbriciolano, buche che sembrano trappole per ingoiare bestie feroci, transenne per segnalare pericolo tirate su alla pressappoco e che restano a testimoniare per lungo tempo l’assenza di riparazione, argini che non tengono, tombini e scoli otturati, pozzanghere come laghi su strade di grande scorrimento (ma quale somaro ha fatto la progettazione e i collaudi?) smottamenti su autostrade e ferrovie ecc.
Spostiamoci dalle strutture fisiche a quelle amministrative. Stesso spettacolo di desolazione. Amministrazione pubblica palesemente inefficiente, disorganizzata, che opera su modelli antiquati di almeno 50 anni, che vessa anziché aiutare il cittadino. Grandi imprese pubbliche o a partecipazione statale messe in mano a incompetenti senza uno straccio di trasparenza nelle procedure, senza alcun severo scrutinio dei curriculum. Società e Consorzi, veri carrozzoni, che hanno un’unica funzione quella di stipendificio pubblico, con una dissipazione di miliardi ogni anno, senza che venga realizzato alcun ammodernamento, progresso, semplificazione, miglioramento della produttività in favore della collettività dei contribuenti.
Le facce sono sempre le stesse: una casta immutabile, di un migliaio di persone che mettono radici come sequoie al vertice di enti pubblici e holding che operano sul mercato nazionale ed internazionale che non hanno mai portato un utile al paese, e che anzi hanno contribuito a precipitarlo in questo baratro.
Cinque anni fa il ministro della semplificazione Calderoli aveva stimato in 34.000 le poltrone in enti inutili, occupate da persone senza titoli a parte l’amicizia con chi aveva ordinato la loro promozione correlata solo al grado di servilismo. Come fu subito chiaro si trattò della classica campagna moralizzatrice a effetto televisivo. Di quell’esercito solo una cinquantina di dirigenti furono cancellati dal libro paga statale, gli altri rimasero saldamente al loro posto, proprio grazie ai soliti sponsor politici che avevano cucito loro addosso, come un abito su misura, funzioni, stipendi, consulenze e premi.
Il governo Monti, scremando alla grande, ne individuò solo 500, che avrebbero dovuto rassegnarsi con il primo decreto sulla spending review. Ma non è successo nulla.
Letta ha ripreso in mano l’esame della pratica ed ha pensato di includere il prosciugamento di tante rendite di posizione nel decreto per tagliare le Province. Anche in questo caso nulla di fatto e la palla è stata fatta rimbalzare nel campo del nuovo commissario al riesame della spesa Cottarelli. Campa cavallo!
Nella foresta della pubblica amministrazione che avrebbe bisogno di essere disboscata e riorganizzata su basi moderne un caso del tutto particolare è quello dell’ICE, Istituto che dovrebbe promuovere le nostre esportazioni. Nel 2011 Tremonti lo cancellò perché aveva un bilancio deficitario e perché riteneva fosse un’inutile doppione dei ministeri delle Attività produttive e degli Esteri. Le proteste di Confindustria e dell’alta burocrazia obbligarono Monti a mantenere in vita quel carrozzone e tutto è rimasto come prima.
Quando poi scoppiano i bubboni come quello di Mastrapasqua si assiste a scene a dir poco esilaranti. Tutti cascano dal pero. Nessuno si era accorto che era stato addirittura messo alla testa di un esercito di contribuenti, ed elevato al livello della propria incompetenza, un ex condannato per aver falsificato alcuni esami universitari, incapace di laurearsi onestamente con le proprie forze.
Il Primo ministro, dimentico della differenza tra persona onesta e saggia e il suo contrario, si esprime dall’estero dando a Mastrapasqua del saggio per aver preso la decisione di dimettersi!.
Se qualcuno prova a rimproverare questo governo per aver messo un impero finanziario in mano a un simile gaglioffo indagato per peculato, collezionista di poltrone da oltre un milione di euro, allora la scusa è pronta: a quel posto c’era da prima.
Solita tiritera per svilire un’altra parola nata come nobile, e finita per rappresentare il peggio della codardia di chi non ha il coraggio di assumersi le responsabilità: quella dello scarica barile. Questo termine nato per significare il senso di solidarietà, di catena umana nel portare pesi, è assurta oggi infatti al significato opposto di vigliaccheria di persone che cercano di esimersi dai propri doveri addossando sempre ad altri la responsabilità e il peso della decisione. Così il Ministro del Lavoro Giovannini, che in ragione della sua funzione è il controllore dell’INPS, si difende sostenendo di aver trovato Mastrapasqua in quel posto 10 mesi fa quando assunse la carica ministeriale. Il predecessore di Giovannini, la professoressa Fornero ora tiene a pubblicizzare i suoi falliti tentativi di liberarsi di Mastrapasqua e ammette la sua resa di fronte alla minaccia del PdL di far cadere il governo e via di questo passo.
Si può sperare che l’esperienza insegni?
Il governo si troverà entro breve a rinnovare qualche centinaio di incarichi prestigiosi di grandi imprese pubbliche o controllate con stipendi a sei cifre più tutti i costosi fringe benefits esentasse, a dispetto del decreto governativo di calmiere delle retribuzioni, a partire dal maggior gruppo industriale Eni (Scaroni, con stipendio da amministratore delegato di 6 milioni e mezzo di euro), Enel (Conti, quasi 4 milioni di euro), Poste, Ferrovie, Inps, Finmeccanica, Agenzia Entrate, Terna, Snam, Sea, Aeroporti, Aci, Consap, CdP, Fintecna, Anas, Invitalia, Fondazioni bancarie, Enav, ecc.
Per la verità, nessuno, nemmeno quello che dovrebbe essere il loro controllore diretto, il Ministro del Tesoro e dell’Economia, sa quanti siano perché molti sfuggono ad una chiara e precisa classificazione disciplinare. Una cosa però è certa: si tratta di persone anziane con patrimoni milionari, che hanno già scaldato i motori per vedersi prorogato l’incarico, mentre apparentemente il mondo politico si accapiglia pubblicamente sulla legge elettorale.
E il popolo italiano? Assisterà all’usuale spettacolo delle porte girevoli, al musical chairs tra politici trombati e amici degli amici e al seppellimento delle belle idee sulla buona governance di non oltrepassare i due mandati. Anziché turnover, sangue fresco, e rinnovamento della classe dirigente si continuerà a preferire la gerontocrazia di un’oligarchia sperimentata per fedeltà perché i vecchi boiardi della politica, ancorché morenti, sono intenzionati a continuare la loro opera di dilapidazione.

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Lavoro: è il tempo delle decisioni per il Governo Renzi

LUCIA ABBALLE - Sarebbe bastato attuare anche solo una minima parte delle promesse fatte in tutti questi anni per vedere in Italia la realizzazione di un piano di risanamento politico- economico e sociale. Probabilmente se ogni promessa avesse creato effettivamente un posto di lavoro oggi non avremmo nulla da invidiare alla Germania. Ed invece il ritardo sul lavoro l’Italia lo sta pagando a caro prezzo, registrando un tasso di disoccupazione pari al 13 per cento. Se a quest’ultimo indicatore, si unisce il tasso di attività inchiodato al 55,2 per cento sul totale della popolazione attiva (quando in Europa la media è del 64 per cento con la Germania al 72 per cento), allora la fotografia scattata dall’Istat è quella di un Paese seriamente in difficoltà: è l’Italia dello spreco dei talenti. E significa qualcosa se abbiamo perso mille posti di lavoro al giorno, troppo incentrati sul dibattito, oramai consunto, tra i seguaci della flessibilità ed i sacerdoti della lotta aprioristica alla precarizzazione. Ed è proprio nella lungaggine di una contrapposizione ideologica novecentesca, che si è fatto passare troppo tempo. Probabilmente altro ne sarebbe trascorso se l’Istat non avesse lanciato l’allarme disoccupazione. Negli ultimi 10 giorni si è sentito parlare quasi esclusivamente di legge elettorale e riforme istituzionali. È come se il dibattito sulle regole della democrazia avesse soppiantato quello sulle politiche economiche: il ceto politico si sta avvitando in un dibattito senza fine sulle regole e finisce per dimenticare, o meglio dilazionare, la maggior parte dei problemi concreti. Tutti i sondaggi mostrano chiaramente che, per gli italiani, le due priorità fondamentali sono il lavoro e le tasse, non certo le riforme istituzionali e il cambiamento della legge elettorale. Di un ceto politico eletto più democraticamente ma altrettanto incapace di restituire un po’ di benessere, i cittadini non saprebbero cosa farsene. Un punto che in questi giorni di trattative convulse sulle regole del gioco sembra sfuggire alla sensibilità dei politici, percepiti sempre più come casta. Perché tanto più le priorità di lavoro e abbassamento delle tasse non verranno prese in considerazione dalla classe politica, tanto maggiore sarà l’insofferenza nei confronti della casta, destinataria di privilegi e nomine ad oltranza. In fondo, la polemica dei cittadini nei confronti del Parlamento dei nominati, dei privilegi del ceto politico, si basa non sulla maturità dell’opinione pubblica ma sulla sua esasperazione.
È possibile che da parte del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, vi sia un calcolo politico in vista dell’elezioni europee, che lo spinge ad accelerare sul cambiamento delle regole. Forse avrà anche capito che Berlusconi non aveva tutti i torti quando diceva di non essere riuscito a cambiare l’Italia per l’inadeguatezza delle regole e degli strumenti che aveva a disposizione. Forse. Di certo la politica dei due tempi- prima cambiamento delle regole poi risoluzione dei problemi economici e sociali- è estremamente pericolosa. È vero che senza nuove regole non si cambia il Paese ma è altrettanto vero che non possiamo permetterci di aspettare ancora.
I 10 miliardi annunciati per mettere nella busta paga dei redditi più bassi i famosi 80 euro sono sicuramente un sigillo tangibile di una scelta che ha guardato agli appuntamenti di breve termine dal sapore squisitamente elettorale, ma non fanno crescere le aziende e non aumentano il lavoro; rimandano ad un gioco di annunci e rinvii volti a pianificare una seria politica fiscale. Una soluzione alla situazione è contenuta nel Documento di economia e finanza che il Governo approverà la prossima settimana e che dovrà contestualizzare, nel nuovo quadro macroeconomico, le misure di rilancio promesse dall’esecutivo: a partire dallo sgravio fiscale per rilanciare le aziende e risparmiare sulla spesa pubblica e sulla minore spesa per gli interessi sul debito. Al momento sono solo annunci, aspettiamo di vederli concretizzati. Anche il Jobs act è una risposta alla crisi, ma solo parziale. Se si vuole far ripartire la crescita non bisogna soltanto liberalizzare i contratti a termine ma anche stimolare l’offerta di quelli a tempo indeterminato. E non perché i giovani italiani siano choosy ma perché hanno bisogno di speranza, di poter tornare a progettare un futuro. Diversamente l’impegno del Governo allungherà l’elenco delle promesse tradite e lascerà l’Italia in balia degli speculatori e di chi, già ora, sta comprando a due soldi il meglio del Made in Italy.
Le imprese e i lavoratori il loro lavoro lo fanno fino in fondo; è il Governo che potrebbe fare molto di più. Oggi. Domani sarà troppo tardi.

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L'oro è degli italiani

TORQUATO CARDILLI - Come è possibile che l'Italia sia in condizioni disastrose quando è al quarto posto nel mondo per quantità d'oro dopo USA, Fondo Monetario Internazionale e Germania? Il fatto è che oro e valute per 128 miliardi e 480 milioni di euro sono nelle mani della Banca d'Italia, istituto pubblico ma di proprietà privata

IL REGALO DI 7 MILIARDI E MEZZO ALLE BANCHE PRIVATE
II popolo italiano ha assistito attonito alla vergognosa approvazione da parte della maggioranza di poltronisti, della conversione in legge del decreto del Governo Letta sul regalo di 7 miliardi e mezzo di euro alle banche private, camuffato con i panni della cancellazione dell’IMU 2013. Il tutto grazie alla procedura, che non esiste nel regolamento della Camera, usata per la prima volta in assoluto in 72 di storia repubblicana, della cosiddetta ghigliottina dei diritti dell’opposizione da parte della zarina di Monte Citorio.
Ripetiamo ancora una volta i tre punti essenziali di questa incredibile beneficenza ai soliti banchieri:
- il capitale viene rivalutato dagli attuali 156mila euro (300 milioni di lire versati nel 1936) a 7,5 miliardi di euro, sicché le 300 mila quote possedute dalle banche private passano da un valore di 0,52 euro a 25 mila euro ciascuna. Su questa plusvalenza dovrà essere pagata allo Stato un’imposta del 12%, prevista dalla legge di stabilità. Ed è questo lo zuccherino fatto balenare agli ignari e incompetenti parlamentari dal Governo e dai banchieri (vi dicono nulla le collusioni con la politica delle fondazioni bancarie dal Monte dei Paschi al San Paolo?) ben felici di pagare questa tassa su un regalo così munifico da vincita stratosferica al casinò.
- Nessun socio potrà detenere più del 3% del capitale. Dunque le banche (Intesa San Paolo, Unicredit e Assicurazioni Generali, che da sole oggi possiedono il 60% del capitale), dovranno mettere sul mercato (ovviamente al prezzo di 25.000 euro o superiore per ciascuna quota) le eccedenze, guadagnandoci subito vari miliardi in contanti. Chi non sarebbe felice di poter rivendere ad un prezzo così alto un pezzo di carta che fino a ieri valeva quanto un rotolone regina?
- Siccome in questa situazione di crisi e di incertezza scarseggiano i capitali, la Banca d’Italia potrà riacquistare, temporaneamente, le quote poste in vendita attingendo alle proprie riserve che sono denari pubblici per rinsanguare i bilanci delle banche in malora per la pessima gestione. Tradotto in soldoni è come se il decreto avesse stabilito di regalare direttamente alle banche private i miliardi attinti dalle riserve con un’operazione che ha il gusto amaro della beffa per le imprese creditrici di 80 miliardi di euro da parte della pubblica amministrazione e per tante piccole aziende e famiglie che non riescono ad ottenere crediti.

LA BANCA D’ITALIA SOTTO IL CONTROLLO DEI PRIVATI
Ma come è che la Banca d’Italia è passata sotto il controllo dei privati? L’inizio dell’ondata delle privatizzazioni italiane risale al 1992. Da allora, in circa 10 anni, sono state privatizzate aziende statali per un valore di oltre 220.000 miliardi di lire (liquidazione dell’IRI, e vendita delle grandi società pubbliche quali Telecom,  ENEL e ENI (in parte) e praticamente tutte le banche precedentemente controllate dallo Stato. Se nel 1991, le banche pubbliche rappresentavano il 73% del totale delle banche italiane, alle soglie del 2000 allo Stato erano rimaste soltanto piccole quote di minoranza a una cifra in banche di importanza marginale.
Governo e Parlamento decisero di privatizzare, ma sul come e sul quando fu lasciata la più ampia libertà al Direttore Generale del Tesoro Draghi che (mantenendo quell’incarico sotto 6 diversi ministri del Tesoro) ebbe modo di pilotare direttamente la maggior parte delle privatizzazioni, lasciando ai ministri il compito formale di apporre la firma sotto ogni singolo decreto di privatizzazione. Il suo fu un potere forte, privo di ogni legittimazione democratica, al di sopra di ogni controllo di merito e di metodo delle scelte adottate, e soprattutto sottratto alla doverosa trasparenza eall' informazione del maggior azionista dello Stato che è il popolo.
L’opinione pubblica fu tenuta volutamente all’oscuro del significato della privatizzazione delle banche pubbliche che erano dal 1936 partecipanti al capitale della Banca d’Italia, il cui Statuto disciplinava con assoluta chiarezza che la Banca era un Istituto di diritto pubblico e che le sue quote potevano essere possedute solo da Casse di Risparmio emanazione di Istituzioni pubbliche locali, da Istituti di credito di diritto pubblico, da Istituti di previdenza pubblici, e da Istituti di assicurazione. Insomma non c’erano assolutamente dubbi sul carattere pubblico della Banca d’Italia, sia per le funzioni svolte che per la natura dei suoi soci partecipanti.
All’atto della privatizzazione delle banche, secondo logica e secondo diritto, si sarebbe dovuto chiarire che erano escluse dalla privatizzazione le quote di partecipazione alla Banca d’Italia. Ciò non fu fatto.
La legge sul risparmio 262 del 28.12.2005 pur nell’esigenza di sanare l’evidente stortura derivante dalle privatizzazioni sulla titolarità del capitale e del patrimonio della Banca d’Italia, demandò la definizione dell’assetto proprietario e le modalità di trasferimento allo Stato ad un regolamento da emanarsi entro tre anni. Anche in questo caso il cosiddetto principio della stabilità, tanto invocato ai nostri giorni, che sa solo di immobilismo, ebbe il sopravvento e non si diede seguito operativo alla regolamentazione. Dov'erano il Governo, il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il CNEL, la Corte dei Conti? Questa mancata definizione fu per dolo o per semplice insipienza a favore dei nuovi soci privati che reclamano con le quote della Banca d’Italia anche i diritti di proprietà sul suo capitale e sul suo patrimonio (immobili, preziose collezioni d’arte, comprese le antiche raccolte numismatiche auree donate allo Stato da Re Vittorio Emanuele III)?. Non lo sapremo mai perché il Governo non ha interesse a svelare le connivenze che ci sono state tra politica e finanza, tra amministrazione pubblica e speculatori, tra Fondazioni bancarie e organi dello Stato.
Dunque di fronte all’opinione pubblica sempre più sconcertata appaiono evidenti due punti fermi: la qualità di Istituzione pubblica della Banca d’Italia che non è discutibile e l’ignavia dei principali attori politici, incluso il Direttorio della Banca, che da controllore si era trasformato in controllato che hanno mancato di adempiere alla legge 262.
E quale il destino delle riserve non menzionate fino ad ora?

LE RISERVE D’ORO
Secondo quanto pubblicato dal sito ufficiale della Banca d’Italia al 31.12.2011 le riserve (che sono proprietà del popolo italiano) erano costituite da:
Oro e monete, per  95.924  milioni;
Dollari americani,  per  18.970 milioni;
Sterline inglesi, per 3.506  milioni;
Yen giapponesi per 5.380  milioni;
Franchi svizzeri per 275  milioni;
Altre valute  per  4 milioni
DSP  (Diritti Speciali di Prelievo verso il FMI) per  4.421 milioni
Totale 128.480 milioni cioè 128 miliardi e 480 milioni di euro.
Questo monte riserve, secondo dati ufficiosi, sarebbe ora salito a 136 miliardi di euro, ma facciamo finta, per non avanzare argomentazioni basate solo su ipotesi e congetture, che le riserve siano tuttora quelle sopra riportate.
Sul sito della Banca d’Italia si legge che l’Istituto gestisce le riserve nazionali, in valuta e in oro, destinate a far fronte alle richieste di conferimento di capitali della BCE al verificarsi di determinate condizioni, a consentire il servizio del debito in valuta del Tesoro, ad adempiere agli impegni verso organismi finanziari internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e a sostenere ed alimentare la credibilità del sistema europeo delle banche centrali essendo l’Italia parte integrante dell’eurosistema. Ovvio che queste sono funzioni integralmente pubbliche e che le stesse riserve sono dello Stato e non possono mai essere considerate private.
Il grosso delle riserve è costituito da lingotti (2.451,1 tonnellate per 110 miliardi) che pongono l'Italia al quarto posto nel mondo per quantità d’oro dopo gli Stati Uniti, il Fondo Monetario Internazionale  e la Germania e francamente non si capisce perché una nazione così dotata versi nelle disastrose condizioni attuali.
L’oro accumulato nel tempo con i risparmi ha subito varie vicissitudini come quello della rapina, come bottino di guerra, da parte dei tedeschi che, dopo l’8 settembre 1943, ne prelevarono dai sotterranei della Banca d’Italia 191 tonnellate. Finita la guerra una piccola parte dell’oro ci fu consegnata dagli americani e dagli inglesi che avevano scoperto alcuni mini depositi tedeschi ai confini con l'Austria e solo due terzi del totale ci furono restituiti dalla Germania (con lingotti che recano ancora impressi i marchi della svastica nazista), in un arco di tempo di venti anni, dopo interminabili negoziati.
Tutto questo oro è custodito in parte nei sotterranei della Banca d’Italia e in parte nei forzieri delle banche centrali di vari paesi (un terzo nei sotterranei della Federal Reserve a New York, nei depositi della Bank of England a Londra, in quelli svizzeri della Banca dei regolamenti internazionali di Losanna e in quelli di Francoforte della BCE).
Nel 2009, il ministro dell’economia Tremonti, conscio della gravità della situazione finanziaria dell’Italia, tenuta accuratamente nascosta al pubblico ed anzi costantemente negata, era disperatamente alla ricerca di nuove risorse e pensò di tassare “una tantum” le grandi plusvalenze che la Banca d’Italia aveva realizzato sulle riserve auree, il cui prezzo era cresciuto del 100%. Il Presidente della BCE Trichet gli diede quasi del pazzo ammonendolo che l’oro non era della Banca d’Italia, ma del popolo italiano, cioè dello Stato e che sarebbe stato assurdo se lo Stato avesse voluto tassare se stesso.
Allo stesso modo si espresse Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, che precisò che le riserve auree appartenevano agli italiani e non a palazzo Kock.
E pochi mesi fa la Consob, l’ente di vigilanza sui mercati, ha ipotizzato che per cercare di abbattere il debito pubblico e quindi per favorire l'allentamento fiscale con il minor esborso di interessi sul debito stesso “si potevano usare senza problemi le riserve auree della Banca d’Italia, che può liberamente disporre di tutti i beni mobili e immobili, senza chiedere permessi, nei limiti in cui tali atti di disposizione non incidano sulla capacità di poter trasferire alla BCE le attività di riserva eventualmente richieste”.
Qualche bello spirito della maggioranza, duramente criticata per la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, ha ora argomentato che con la rivalutazione non è stato fatto nessun regalo alle banche private perché queste erano già proprietarie della Banca d’Italia e quindi anche dei suoi averi. Chiaro ballon d’essai per cercare di allungare gli artigli anche sulle riserve. Sarebbe bello se i vari talk show televisivi anziché rifilare al popolo le solite insulsaggini potessero sfidare i difensori di tali tesi a sostenere un’idiozia del genere di fronte all’opinione pubblica che è inferocita, ed ora informata solo grazie al ruolo delle opposizioni.

A CHI APPARTIENE L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA?
Occorrerebbe che i signori deputati che hanno autorizzato la spoliazione della Banca d’Italia a vantaggio delle banche private si pongano la domanda “a chi appartiene l’oro della Banca d’Italia”? Qualunque cittadino risponderebbe senza esitazione che quell’oro appartiene allo Stato, cioè agli italiani, e che la Banca d’Italia lo ha solo in custodia e gestione. E’ arrivato il momento che Governo e Parlamento, dopo aver regalato in fretta 7 miliardi e mezzo di euro alle banche, chiariscano subito, nero su bianco, una volta per tutte, che le riserve auree sono degli italiani e restano intoccabili se non per fini di utilità generale.

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L’Italia e la Crimea

TORQUATO CARDILLI - Crimea, Sebastopoli, Cernaia, Balaklava per ogni studente italiano sono nomi familiari, appresi dai libri di storia che tramandano le gesta della spedizione militare del 1855, decisa dal Primo Ministro del Piemonte Cavour con l’obiettivo di inserirsi nel ristretto gruppo delle nazioni europee che potevano avere un ruolo internazionale. Grande lezione di politica estera quella: come nel gioco del biliardo quando si colpisce la sponda non come fine a se stesso, ma come strumento per un secondo obiettivo di rimbalzo.
Per capire cosa stia accadendo ora in Crimea è necessario ripercorrerne, seppure a volo d’uccello, i precedenti storici del passato remoto e recente.
La storia della Crimea affonda le radici almeno al settimo secolo a. C, più o meno l’epoca della fondazione di Roma. Fu colonizzata dai Greci e poi dai Romani. Uno dei più celebri detti di Cesare “veni, vidi, vici” costituì il contenuto del messaggio inviato al senato romano per annunciare la vittoria su Farnace (discendente di Mitridate), re del Ponto, com’era chiamata allora la Crimea.
Il paese subì anche l’invasione dei Goti e poi degli Unni per essere infine incorporato nell’impero bizantino fino all’invasione dei mongoli di Gengis Khan e Tamerlano e successivamente dei turchi dell’impero ottomano.
Solo nel diciottesimo secolo la Russia si occupò della Crimea e della russificazione dei territori dell’impero zarista. La zarina Caterina voleva a tutti i costi estendere il suo dominio fino ai mari caldi con l’obiettivo della spartizione dei resti dell’impero ottomano tra le potenze europee. Il suo amante Potemkin represse la rivolta di Pugacev e le consentì di annettere la Crimea nel 1783, dopo che questa aveva appena ottenuto l’indipendenza dal Sultano di Costantinopoli.
La successiva guerra russo-turca finì per dare piena legittimazione alla incorporazione della Crimea nell’impero russo. Da quel momento si può dire che la Crimea diventò un paese totalmente russo, con lingua, sentimenti e tradizioni interamente russe.
Un secolo dopo, nel 1855, la nuova guerra mossa dalla Russia alla Turchia (sempre con l’obiettivo della distruzione dell’impero ottomano) vide l’intervento dell’alleanza europea (Gran Bretagna, Francia e Piemonte) per fermare l’avanzata russa verso Costantinopoli, iniziata con l’occupazione di Moldavia e Valacchia. L’alleanza  occidentale salvò il Sultano musulmano dall’invasione, ma non mise in discussione il carattere russo della Crimea.
Dopo lo scoppio della rivoluzione sovietica e il disfacimento dell’impero zarista la Crimea divenne il bastione della resistenza anti bolscevica da parte dei russi bianchi (sempre russi erano) che però persero la partita e nel 1921 il paese fu formalmente trasformato come parte dell’URSS in repubblica autonoma socialista sovietica.
La Crimea, invasa nel 1941 dalle truppe naziste fu liberata dall’armata rossa nel 1944. Subito dopo, Stalin, a completamento del genocidio perpetrato nel 1933 contro i kulaki ucraini di confine, ordinò la deportazione in Siberia di tutti gli abitanti tartari e stranieri dalla Crimea (comprese alcune centinaia di italiani che vi si erano stabiliti da un secolo) accusati, a torto o a ragione, di aver collaborato con i nazisti e abolì la repubblica sovietica di Crimea trasformandola in una provincia della Repubblica Sovietica Russa.
Nel febbraio del 1954 il leader del PCUS Krushev (etnicamente ucraino) regalò la Crimea all’Ucraina (cioè alla sua patria di origine) per commemorare il 300mo anniversario del trattato di amicizia tra i cosacchi ucraini e la Russia. Tale decisione, si dice presa al culmine di una solenne sbornia, fu osteggiata (ma di fatto ingoiata) dal popolo della Crimea che vedeva nella base navale sovietica di Sebastopoli sul mar Nero, il simbolo della reale appartenenza alla Russia.
Dopo la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica la Crimea reclamò ed ottenne l’autogoverno (con proprio parlamento) pur restando parte della Repubblica di Ucraina.
La storia ci insegna l’importanza fondamentale degli Stati cuscinetto tra potenze più forti ed in competizione, proprio per evitare pericolosi contatti diretti. Essi sono sempre stati salvaguardati e considerati neutri, al riparo da interferenze da una parte o dall’altra. Nel momento in cui questa neutralità è stata per così dire infranta ne è sempre derivato un conflitto.
Per capire la situazione, che sembra sfuggire completamente agli americani privi di approfondite conoscenze della storia, delle radici culturali e linguistiche e delle tradizioni formatesi nei secoli in Europa, bisogna calarsi in quella realtà. Il Cremlino ha visto l’azione dell’UE (dietro cui agivano gli Stati Uniti ritenuti i fomentatori della rivolta contro Yanukovich) come un atto di aperta ostilità. Tanto per fare un paragone è come se l’Italia avesse sobillato l’Istria a intavolare negoziati diretti con l’Unione Europea per staccarsi dalla Croazia. Se si concretizzasse un’ipotesi del genere ci si potrebbe stupire della reazione di Zagabria?. Quindi c’è poco da meravigliarsi della reazione di Putin, che non ha fatto mistero di aver interpretato i negoziati tra Ucraina e Unione Europea come un atto ostile, una forma di neoespansionsimo dell’Occidente proprio ai confini con la Russia, una vera e propria minaccia diretta nel cosiddetto giardino di casa.
Per un errore di calcolo, politico e geostrategico, gli Stati Uniti e l’UE hanno reagito maldestramente alla promessa di Putin di 12 miliardi di dollari per risollevare l’economia ucraina ed hanno gettato benzina sul fuoco anti Yanukovich credendo di poter così accelerare le procedure di avvicinamento dell’Ucraina all’UE. I moti di piazza, sostenuti dall’esterno, hanno costretto, Yanukovich a lasciare l’Ucraina. Le opposizioni al governo legittimo hanno preso il potere e messo in atto una sequela di atti politici filo occidentali ed anti russi. Il nuovo primo ministro ucraino Yatsenjuk è stato ricevuto da Obama e dai vertici dell’UE con cui ha firmato un’intesa, nonostante che la Russia avesse avvertito di ritenere la misura già colma e di non potere più accettare queste interferenze occidentali.
Così mentre a Kiev si vagheggiava di alleanza con l’Occidente il parlamento della Crimea approvava all'unanimità l’annessione alla Federazione russa con la secessione dall’Ucraina sancita poi dal referendum plebiscitario del 16 marzo.
E’ pur vero che il referendum sulla scelta del ritorno della Crimea alla Russia si è svolto sotto la pressione della corposa presenza militare di Mosca, ma non v’è dubbio che essendo la maggioranza della popolazione della Crimea russofona anche se il referendum si fosse svolto in condizioni meno costringenti e con la presenza di osservatori internazionali avrebbe dato lo stesso risultato politico, seppure con proporzioni inferiori.
La crisi di Crimea ha dunque raggiunto l’acme del disaccordo profondo tra USA-UE da una parte e Russia dall’altra, spalleggiata dalla Cina, quale non si registrava dai tempi della guerra fredda. Gli Stati Uniti hanno proposto in Consiglio di Sicurezza una risoluzione di critica contro la Russia che ovviamente non è passata per il veto opposto da Mosca e l'astensione di Pechino.
Di fronte a tutto questo il Governo italiano non ha sentito il dovere di consultare le forze politiche attraverso un dibattito parlamentare sulla migliore scelta per il nostro paese, e gli organi di informazione hanno dedicato più spazio ed attenzione alla vicenda dell’aereo della Malaysia airlines scomparso, che non alla gravissima situazione ucraina che può compromettere i rifornimenti energetici, la stabilità continentale, la pace mondiale.
La nostra politica estera non ha afferrato l’occasione al volo per rialzare la testa a livello europeo. La dichiarazione  rilasciata da Renzi dopo il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo è stata a dir poco disarmante per pochezza e banalità:”…abbiamo raggiunto una conclusione unitaria. Quando ci sono 28 Paesi le differenze sono normali ma se il documento è unitario vuol dire che si è trovata una sintesi…". Evidentemente il premier che pur dovrebbe avere nelle vene lo spirito fiorentino del Machiavelli, fondatore della scienza politica moderna, non ha colto l’esempio di Cavour. Per non parlare della nostra Ministra Mogherini che, a dispetto del suo vantato curriculum di esperienze internazionali, si è dimostrata inadeguata con la stessa visibilità e corposità di un fantasma, tanto è vero che non è stata nemmeno presa in considerazione dagli attori internazionali: Kerry (USA), Hague (Gran Bretagna), Fabius (Francia), Steinmeier (Germania), Rasmussen (Nato), Van Rompuy (Consiglio UE), Barroso (Commissione UE), Lady Ashton Ministro Esteri UE), Yatsenjuk (nuovo Premier ucraino) Lavrov (Russia). Tutti hanno recitato la loro parte sul palcoscenico dell’attualità politica internazionale senza curarsi dell’Italia, chiamata, di qui a tre mesi, a guidare il semestre di presidenza europea.
USA, UE, e Germania hanno contestato l’annessione russa della Crimea e il referendum popolare che l’ha sancita, come atti in violazione della legge internazionale. A loro ha risposto lo stesso Putin in toni duri e sprezzanti respingendone le interferenze in affari interni di altri stati. Reazione che ha gettato la diplomazia americana, già scossa dagli insuccessi dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Siria ecc. in uno stato di smarrimento e confusione, accresciuto dal nulla di fatto scaturito dalle roventi telefonate Obama-Putin.
Qualcuno tra i falchi americani è arrivato persino a paragonare la condotta di Putin con quella di Hitler con l’Anschluss dell’Austria e la successiva rivendicazione sui Sudeti, senza rendersi conto che invece a Mosca si ha la sensazione che l’obbiettivo principale della politica estera americana, dal disfacimento dell’URSS in poi, sia stato quello di attrarre nell’orbita occidentale tutti gli stati cosiddetti ex satelliti, dai paesi baltici a quelli del famoso patto di Varsavia, a quelli balcanici.
Con la crisi ucraina gli Stati Uniti hanno utilizzato l’Unione europea, per realizzare in pieno il respingimento della Russia entro le sue frontiere e ridurne l’europeità. Da parte sua la Germania, che storicamente ha sempre aspirato ad un espansionismo verso est, in conformità con i suoi obiettivi geopolitici tradizionali, tende a sfruttare l’accordo di  cooperazione con l’UE per integrare l’Ucraina nella sua nuova “Zollverein” a costo zero e con vantaggi economici evidenti.
Come già accaduto negli anni ’90, quando la Germania favorì lo scivolamento della Jugoslavia verso la guerra civile, gli interessi tedeschi hanno viaggiato su un binario parallelo a quello degli Stati Uniti, dato che un più facile controllo delle leve economiche dell’Ucraina avrebbe significato un ampliamento dei suoi poteri di supremazia nella “Mittel Europa”.
Il fatto che gli USA e l’UE si siano affrettati a dichiarare illegittimo il referendum di secessione della Crimea, a disconoscerne il risultato e a decidere le sanzioni anti Russia, è stato un errore clamoroso, frutto di ignoranza storica, di pressappochismo politico, e di una sorpassata visione ideologica.
C’è da chiedersi se la democrazia, il rispetto della volontà popolare, il valore della autodeterminazione siano principi validi solo quando fa comodo a Washington. Basta ricordare che, nel 1999 quando fu condotta la guerra da parte della NATO contro la Yugoslavia di Milosevic, gli Stati Uniti furono da subito i principali fautori e sostenitori della secessione del Kossovo dalla Serbia. Allora valeva il principio dell’autodeterminazione del popolo (la maggioranza della popolazione kossovara era di etnia albanese e di religione musulmana e quindi favorevole al distacco dalla Serbia) ed ora lo stesso principio non vale più per la popolazione russa della Crimea?
Quando il Kossovo proclamò la secessione definitiva e l’indipendenza dalla Serbia con il sostegno dell’UE e dell’America, la Russia si limitò a definire illegale tale iniziativa come estranea alle decisioni del CdS delle Nazioni Unite, ma non montò una campagna antioccidentale con sanzioni o altro. La proclamazione dell’indipendenza del Kossovo fu riconosciuta lo stesso giorno da Costarica come foglia di fico dei riconoscimenti americano e albanese che intervennero dopo 24 ore. Viceversa non fu mai riconosciuta dalla Serbia, né dalla Russia e dalla Cina, entrambe detentrici del diritto di veto nel CdS. L’ONU, pilatescamente, se ne lavò le mani limitandosi a ribadire il contenuto della risoluzione 1244 secondo cui il Kossovo era un territorio sotto la sovranità serba.
L’UE, da parte sua, non riuscì ad elaborare una politica estera comune (secondo il principio dell’unanimità), dato che a favore della secessione si espressero Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia (i paesi che avevano partecipato alla guerra contro Milosevic) mentre restarono contrari Spagna, Grecia, Cipro, Romania. La decisione (unanime questa volta nel certificare l’assenza di una politica estera europea) fu che ogni stato membro si sarebbe regolato autonomamente Sicché il governo italiano si affrettò a riconoscere l’indipendenza del Kossovo e ad allacciare relazioni diplomatiche.
Questa volta la spropositata reazione degli Usa e dell’UE sulla secessione della Crimea dall’Ucraina e sulla sua annessione alla Russia, appare miope, poco realistica e controproducente. Le sanzioni dichiarate a partire dal boicottaggio del G8 di Sochi, al divieto di visto a una ventina di personalità russe, alle prime restrizioni commerciali sono uno strumento inefficace e un’inutile ostentazione di un gesto di pura propaganda. Ove invece dovessero diventare una cosa più seria con profondo blocco economico, commerciale, energetico e strategico avrebbero delle conseguenze gravissime soprattutto per noi che siamo l’anello più debole della catena.
Sta al Governo ed al popolo italiano capirlo al più presto.

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Questa volta: bravi grillini!

LUNGO SCORTESE - Ma quale sistema di informazione c'è in Italia? Come è possibile che sia passata l'impressione che i deputai del Movimento 5 stelle facessero dura opposizione  perché non venisse approvato il decreto per abolire la seconda rata dell'IMU?
Perché non siamo stati informati con chiarezza che in questo decreto era stato nascosto un regalo alle banche di 4,2 miliardi di euro (Vedi l'articolo di Torquato Cardilli)? Ecco perché protestavano i grillini, volevano che le due questioni, che assolutamente nulla hanno a che fare l'una con l'altra, venissero votate separatamente.
Avete capito la furbata dei "padroni del vapore"? Chi non votava a favore del regalo miliardario alle banche faceva automaticamente pagare la seconda rata dell'IMU agli italiani.
Di questo passo dobbiamo aspettarci che la prossima volta facciano un decreto che metta insieme - che so -  la castrazione chimica degli odiati pedofili ed un aumento del 50% degli stipendi a ministri e parlamentari.
Grazie grillini,  il coraggio col quale avete combattuto va a vostro onore, una di voi si è persino beccata uno schiaffone da un ex magistrato. Si vergognino tutti quelli che hanno votato allegramente a favore. Conoscendoli, sono convinto che la maggior parte di loro non abbiano neppure capito cosa votavano.



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Tra ricatti, corruzione, sesso e droga: “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”

TORQUATO CARDILLI - Non bisogna essere un paremiologo o un esperto di semiotica per capire il senso di uno dei proverbi più comuni, legato all'educazione ed alla formazione della personalità, che ciascuno avrà sentito ripetere in vita sua almeno una volta dai genitori, dai maestri, dai nonni. ecc. per evitare le cattive compagnie. Dal latino “similes cum similibus congregantur” il proverbio è transitato in italiano nella forma " dimmi con chi vai e ti dirò chi sei" ma  al ragazzo cresciutello, così lo chiama la sua fidanzata, già succhiatrice di calippo a telecafone, non è proprio entrato in testa a dispetto dell’età. Chiunque volesse  dare una controllatina ai vari siti internet si accorgerebbe che quando la politica scivola nel gorgo della corruzione, dei ricatti, del sesso e della droga è impossibile uscirne indenni. Si è condannati a sguazzare nel letame.
Ma allora la domanda sorge spontanea: come fa chi si è macchiato di questi peccatucci, che lo hanno reso intimo frequentatore di persone che sono tutte finite in galera, o che stanno per andarci, con connessioni più o meno forti con la malavita, ad avere tanto seguito politico e per tanti anni?.
La risposta sarebbe semplice: chi lo segue o è ignorante nel senso che non sa a chi ha dato il suo voto e a chi ha affidato maldestramente il suo futuro, oppure vede in lui la sua immagine riflessa in sedicesimo come un suo ideale di vita. Ci sarebbe anche una via di mezzo cioè quella degli adulatori, dei cortigiani dei dipendenti a libro paga, che pur sapendo di che pasta avariata è fatto l’uomo, fanno finta di nulla per puro tornaconto personale, pur di godere di fama, potere, soldi, successo, o di quelli che ben più in alto, fanno del cosiddetto realismo politico la loro ragione d’essere, timorosi comunque, che possa essere scoperto qualche loro scheletro, ben custodito negli armadi dei servizi segreti.
E’ chiaro che stiamo parlando del cavaliere dell’ultimo ventennio, quello che aveva sostituito i gagliardetti, i manganelli e l’olio di ricino, con le veline, con la televisione trash, con la droga calcistica. Quello che ha ancora sul groppone vari processi in corso per corruzione, per concussione, per prostituzione minorile, che è stato già condannato con sentenza passata in giudicato a 4 anni di reclusione (ma non ne farà nemmeno uno grazie alle leggi vergogna da lui volute) e all’interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale, che privato del passaporto e dei diritti politici attivi e passivi pretende di candidarsi alle imminenti elezioni europee.
Un suo collega, il presidente del Bayern Monaco Hoeness è stato condannato da una corte tedesca a 3 anni e mezzo per lo stesso reato di frode fiscale, ma non ha fatto ricorso a nessun cavillo, a nessun appello, a nessuna piazza di tifoseria brandendo l’arma del complotto. Ha chiesto perdono a tutti e per “decenza e responsabilità personale” ha accettato con dignità la sentenza e la reclusione.
Si dirà ma lì siamo in Germania. Sì, ed è appunto questa la differenza culturale tra i mondi che considerano il reato di frode fiscale il più odioso perché commesso contro la collettività dei cittadini onesti (vedi il caso di al Capone, finito ai ferri, non per gli omicidi di cui si era macchiato, non per le bische clandestine, la prostituzione, l’antiproibizionismo ecc, ma per aver frodato il fisco americano) e il nostro paese culturalmente arretrato sul piano dell’educazione civica. Chissà con che faccia Renzi incontrerà la Merkel.
Ma torniamo alla carriera delinquenziale del nostro ed alle frequentazioni losche, coinvolte in fatti penalmente rilevanti.
Tutto cominciò negli anni ’80 del rampantismo craxiano, quando lo Stato calò per la prima volta le braghe regalandogli l’etere televisivo e emersero nelle sue vicinanze due figure come Mangano e dell’Utri. Il primo, deceduto in carcere ove scontava una condanna per mafia, assunto come stalliere della sua villa pur non sapendo un’acca di cavalli, il secondo solerte collaboratore e faccendiere tanto da meritarsi il laticlavio del seggio senatoriale condannato in primo grado a 7 anni per contiguità mafiosa.
Poi sono venuti Previti, suo avvocato personale, beneficiato di un seggio parlamentare e del rango di Ministro della Difesa, condannato per corruzione ed espulso dal parlamento, i vari Sciascia e Berruti, corruttori della Guardia di Finanza, condannati dalla Magistratura, ma da lui premiati con un seggio in parlamento, Brancher, condannato per corruzione, e perciò anch’egli premiato con un seggio da deputato e fatto pure prima sottosegretario e poi ministro per soli 17 giorni, i vari Balocchi, Belsito e Bertolaso, nominati sottosegretari con i conti in sospeso con la Giustizia, i vari Cosentino e Papa, entrambi eletti nel suo partito e usciti dal Parlamento con biglietto di ingresso per Poggioreale.
Fin qui alcuni esempi di frequentatori della sua corte distintisi per corruzione. Ci sono stati poi quelli cosiddetti esterni al Parlamento, ma a vario titolo ospiti delle patrie galere o in procinto di finirvi per condanne già inflitte in primo grado, come Lavitola mediatore di torbidi affari internazionali e della compravendita di senatori, Tarantini, procacciatore di escort, Lele Mora fornitore di procaci fanciulle per il bunga bunga, Emilio Fede giornalista amico, selezionatore di candidate alle feste, compensato con un seggio da senatore regalato alla moglie.
Infine la galassia delle frequentatrici delle cene “eleganti” che finivano in discoteca con il ballo del palo, con il cosiddetto “burlesque spinto”, o sul lettone, regalo di Putin. A parte le escort di professione come Nadia Macrì, Perla Genovesi e Patrizia D’Addario, vanno ricordate tutte le donne che potevano dargli del tu e chiamarlo sul telefonino privato a qualsiasi ora (privilegio non concesso nemmeno ai politici più in vista) come Sara Tommasi, la show girl di bellezza prorompente, invitata ad Arcore nel 2010 al ricevimento in onore di Putin, amica del fotografo Corona (ora detenuto) e di personaggi affiliati al clan camorrista dei Casalesi, la ballerina Polanco, il cui fidanzato fu beccato nell’auto di un’altra olgettina, la consigliera regionale Minetti (condannata in primo grado), con vari chili di droga, la De Vivo, ex naufraga dell’isola dei famosi, fidanzata ad un camorrista agli arresti domiciliari, la Montereale, portata a palazzo Grazioli da Tarantini, fidanzata con un esponente della mafia barese, la Began, soprannominata l’ape regina, frequentatrice di un trafficante di droga kosovaro, l’attrice bulgara Bonev per la quale fece istituire un premio speciale al festival di Venezia e le minorenni Noemi Letizia (che nel 2009 diede origine alla separazione della moglie) e Ruby Mahrugh, fermata per furto e spacciata per nipote di Mubarak, con certificazione di questa parentela fasulla da parte di un parlamento di pecoroni.
Dulcis in fundo è arrivato ora l’arresto per traffico internazionale di droga, con 24 chili di cocaina e altri stupefacenti, portati con sospetta disinvoltura nel bagaglio a mano al rientro da Caracas, dalla cosiddetta “dama Bianca” Federica Gagliardi che nel 2010 lo accompagnò in visita di Stato prima al vertice del G8 in Canada e poi a Panama e In Brasile, dopo essere stata assunta in Regione dalla Governatrice del Lazio Polverini. Ma il codazzo di consiglieri e funzionari di palazzo Chigi che accompagnava il premier su voli di stato non si è mai accorto di nulla?
Ed ora qual è l’ultima pensata? Quella, ad opera dell’immaginifica Santanchè, di lanciare una campagna di raccolta di firme per indurre il presidente della Repubblica a concedergli la grazia perché, quale capo della forza politica che condivide il processo di riforme con il Governo Renzi, possa partecipare a pieno tutolo alle elezioni europee.
Italiani, ora siete avvertiti. Non potete più dire di non sapere.

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CLAMOROSO - Dallo scandalo della Banca Romana alla svendita della Banca d'Italia

TORQUATO CARDILLI - La maggioranza della popolazione italiana si è assuefatta alla droga del malaffare, del furto, della corruzione, mentre la minoranza è fatta da delinquenti che ad ogni livello violano con sfrontatezza le leggi, frodano lo Stato, impoveriscono la collettività contando su un’immunità istituzionale o sulla compiacenza di amici altolocati.
Le cronache ci svelano ogni giorno i dettagli deprimenti di questa democrazia malata, del miserabile livello morale di tanti amministratori pubblici che lucrano pure sullo scontrino del pisciatoio o dell’acquisto di mutande, o di pranzi a base di aragosta. Amministratori che con impudenza soggiornano in compagnia dell’amante, a spese nostre, in hotel di lusso con idromassaggio giustificando il piacere personale come impegno istituzionale, che falsificano le ricevute, che addossano la responsabilità agli errori di segreteria, e che immancabilmente, se scoperti dalla magistratura, sono inconsapevoli di quanto combinano i loro sottoposti e si dichiarano sereni, mentre sono gli italiani onesti ad essere realmente disperati.
Ovvio che i grandi industriali e i capitalisti imbroglioni da Tanzi a Riva ne approfittino. L’ultimo caso, davvero eclatante, è quello dell’immobiliarista Armellini che non ha mai pagato né ICI, né IMU su ben 1249 appartamenti posseduti nella capitale, completamente ignoti al fisco. Ma i Sindaci di Roma dov’erano in questi anni? E l’Agenzia del Territorio, l’Agenzia delle Entrate, Equitalia che danno la caccia ai pesci piccoli hanno avuto paura degli squali?
Qualche tempo fa è stato portato alla luce lo scandalo dell’enorme debito dell’ATAC, l’azienda dei trasporti di Roma, scoperchiando una complessa rete di complicità e di omertose connivenze tra amministratori infedeli, una vera e propria associazione a delinquere. Non era sembrata sufficiente la pratica nepotista dell’assunzione di dirigenti e impiegati in eccesso tra parenti, amici e vassalli politici, né l’arricchimento attraverso la corruzione tangentizia connessa all’acquisto di una partita di 170 autobus. No, dovevano trasformarsi anche in zecca di Stato con un meccanismo di falsificazione dei biglietti con doppia emissione per ogni numero di serie da creare un danno patrimoniale per la cassa societaria di ben 72 milioni di euro all’anno. Ancora non si sa da quanti anni andava avanti questo autentico ladrocinio della falsificazione dei biglietti dall’interno dell’azienda, che è un antico male italiano.
Era già accaduto nel 1893 quando venne alla luce lo scandalo criminale-politico-finanziario della Banca Romana che aveva emesso banconote per ben 113 milioni di lire, a fronte di riserve auree per soli 60 milioni, con addirittura 40 milioni di banconote false, cioè stampate due volte con lo stesso numero di serie. Il direttore generale Tanlongo fu arrestato e confessò agli inquirenti che ben 22 deputati erano coinvolti nella ruberia che proiettava ombre pesanti sul comportamento dei primi ministri di Rudinì, Giolitti e Crispi, per arrivare persino al re Umberto I, fortemente indebitato con la Banca stessa.
A nulla valsero le proteste, le richieste del radicale Napoleone Colajanni di una Commissione parlamentare d’inchiesta, gli inviti alla Magistratura di fare chiarezza. In nome di un presunto superiore interesse nazionale (cioè l’immunità dei papaveri coinvolti, allora come oggi) il sistema fece scomparire le carte e le prove documentali dell’accusa e tutto fu insabbiato. Il processo si concluse con la generale assoluzione di tutti gli imputati, ma questa arrivò troppo tardi per il deputato Rocco de Zerbi che, per la vergogna, si era suicidato.
Da quello scandalo nacque la Banca d’Italia attraverso la fusione tra la Banca Nazionale del Regno d’Italia e le altre tre maggiori Banche pubbliche allora operanti: la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le industrie e per il commercio e appunto la Banca Romana, mentre continuarono ad operare autonomamente il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia ai quali però nel 1926 fu sottratta la potestà di emettere moneta, consentita solo alla Banca d’Italia.
Con la legge bancaria del 1936 (tutt’ora in vigore) la Banca d'Italia diventò istituto di diritto pubblico, con il compito di emettere titoli al portatore, ricevere depositi e conti correnti, negoziare strumenti, alienare e comprare beni mobili e immobili, fornire un servizio di cassa, funzionare come tesoreria dello Stato e vigilare sulle banche private italiane. Non fu però ben chiarito se la proprietà dovesse essere solo pubblica, privata o mista.
L’alone di mistero e di segretezza che aveva circondato la Banca d’Italia, i suoi affari, le pesanti interconnessioni con la politica, il mondo bancario privato, l’industria, le assicurazioni, gli Enti di previdenza, restò impenetrabile per quasi mezzo secolo. E forse questo spiega comemai tanti banchieri siano assurti ai più alti incarichi istituzionali  e di governo (Einaudi, Carli, Ciampi, Dini, Draghi, Saccomanni).
Nel 1998, in previsione dell’euro, la Banca d'Italia entrò a far parte del sistema europeo delle banche centrali. Praticamente solo da allora cominciarono ad affiorare qua e là notizie sulla reale proprietà della Banca d’Italia che era uno dei segreti meglio custoditi nel nostro paese. Ma fu solo nel 2005 che, dopo le intense campagne di stampa, a seguito dello scandalo che aveva costretto alle dimissioni il governatore Fazio (le famose scalate bancarie BNL, Unipol, Antonveneta ecc.), la Banca d’Italia rese finalmente disponibile l’elenco dei partecipanti, destinatari dei dividendi monetari e di potere ai quali era rivolta l’annuale relazione di politica economica e finanziaria (considerazioni del Governatore).
La distribuzione delle quote era rimasta sostanzialmente invariata dal 1948 (gli unici cambiamenti erano stati quelli derivanti dalle privatizzazioni con acquisizioni e fusioni bancarie avvenute nel frattempo) sicché la Banca Intesa San Paolo Spa deteneva la quota di maggioranza del 30,3%, seguita da Unicredit con il 22,1%, Assicurazioni Generali con il 6,3%, L’INPS e l’INAIL con il 5,7%, la BNL con il 2,8%, la Banca del Monte Paschi di Siena con il 2,5% e una miriade di Casse di Risparmio sparse nel territorio italiano per quote marginali.
Insomma la Banca d’Italia è per il 94,3% in mano privata e per il 5,7% in mano a soggetti pubblici. Un vero paradosso giuridico: un istituto pubblico di proprietà privata, i cui azionisti (l’elenco dettagliato dei 56 soggetti è sul sito della Banca d’Italia) sono proprietari del loro controllore.
L’avvenuta privatizzazione delle banche aveva reso manifesto questo intollerabile conflitto di interessi e la cosiddetta legge del risparmio 262 del 28.12.2005 (guarda caso promulgata da Ciampi, ex governatore della Banca d’Italia) si limitò a sfiorare, senza scioglierlo, il nodo della proprietà del capitale dell’Istituto. Pur definendone il carattere pubblico senza alcun margine di interpretazione discrezionale, dava al Governo la delega a ridefinire l’assetto proprietario entro tre anni. Da allora i governi Berlusconi, Prodi, e di nuovo Berlusconi, non mossero neppure un dito e lasciarono decadere tale delega senza adempiervi. E nemmeno i governi successivi di Monti e Letta, tennero gli occhi aperti mentre gli azionisti privati continuarono a vedersi garantita la titolarità delle loro quote ed il loro diritto di voto in base allo statuto vigente.
Per preservare l’indipendenza dell’Istituto dal potere politico e da quello finanziario affaristico si sarebbe dovuto prevedere che le quote della Banca d’Italia potessero appartenere solo al settore pubblico, e invece il Governo Prodi aveva modificato in peggio la situazione. Con il D.P.R. del 12.12.2006 (firmato da Napolitano) eliminò dall’articolo 3 dello Statuto della Banca la norma che prevedeva il vincolo del controllo pubblico e la presenza dello Stato.
Fino al mese scorso il capitale sociale della Banca ammontava a 300 milioni di lire, versato nel 1936 (156.000 euro di oggi), suddiviso in quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna. I partecipanti al capitale ricevevano il dividendo annuale per un importo fino al 6% del capitale versato, salvo speciale delibera di un aumento con un ulteriore 4%. Gli utili netti, invece, che non erano correlati al capitale sociale, ma dipendevano dall’efficienza di esercizio, venivano assegnati per il 20% al fondo di riserva ordinaria, per un  altro 20% massimo ad eventuali fondi speciali e riserve straordinarie, mentre il resto, comunque non inferiore al 40%, andava allo Stato.
L’attuale governo Letta alla disperata ricerca di soldi per cancellare l’IMU del 2013, condizione impostagli da Berlusconi per non farlo cadere, ha fatto una pensata genialmente luciferina. Con il solito trucco della polpetta avvelenata (inserimento in un’urgente norma popolare di un provvedimento “porcata”) ha farcito il decreto legge della cancellazione dell’IMU, sottoposto all’approvazione con voto di fiducia, con la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia, portato da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro. E pensare che nei singoli bilanci delle partecipanti al capitale l’iscrizione delle quote di possesso della Banca d’Italia era valutata complessivamente in 1 miliardo di euro che il Governo ha dunque moltiplicato d’imperio per 7,5 volte.
A nulla è valsa l’opposizione del M5S e dei partiti più piccoli Lega, SeL e FdI. Maggioranza (PD, NCD, SC e PI) e Forza Italia hanno votato compatti.
E da che cosa era nata quest’idea? Dal fatto che la stessa Banca d’Italia aveva pubblicato sul sito del ministero dell’Economia (cioè Saccomanni ex DG della Banca d’Italia) un documento sul valore delle quote del capitale, nel quale si diceva testualmente che la la previsione della legge sul risparmio n. 262 del 2005 di un possibile trasferimento allo Stato della proprietà del capitale andava scongiurata perché avrebbe avuto effetti negativi (mancati introiti fiscali).
Dunque per la prima volta nella sua storia, la Banca d’Italia auspicava che una legge dello Stato non venisse attuata e dettava le linee guida per la riformulazione della normativa in senso opposto. Ecco perché il Governo Letta, ad otto anni di distanza reinterpretava al contrario la legge del 2005 e procedeva all’urgente rivalutazione del capitale privato della Banca d’Italia.
Da questo provvedimento le banche azioniste dell’Istituto – Intesa S. Paolo in testa su tutti - incasseranno una stratosferica rivalutazione del 4.800% senza investire neppure un euro.
Gli imbonitori della maggioranza hanno spiegato in Parlamento, mentendo, che l’operazione consisteva in un vantaggio per l’Erario, poiché avrebbe fruttato immediatamente il 15% di plusvalenza, (cioè 1 miliardo e 125 milioni di euro). In realtà era un’operazione da “furbi alla S. Gennaro” sul breve periodo e da fessi sul lungo periodo.
Se Letta anziché fare il regalo ai banchieri privati avesse veramente voluto difendere gli interessi dello Stato, avrebbe potuto ricomprare (anche gradualmente a lotti) tutte le quote private al prezzo iscritto in bilancio e poi procedere alla rivalutazione trattenendo quindi dividendi e utili di gestione.
Il decreto polpetta ha invece accentuato la natura privata della Banca d’Italia con la conseguenza che i profitti derivanti dalla rivalutazione non verranno versati al Tesoro ma agli azionisti.
Il bilancio della Banca d’Italia reso pubblico on line (firmato da Draghi il 31.3.2011) certifica un utile lordo di esercizio di 3 miliardi e 127 milioni che dopo gli accantonamenti obbligatori  (1.350 milioni) e le tasse (925 milioni) si riduce ad un utile netto di 852 milioni. Per statuto il 20% di questo utile netto, cioè 170 milioni e 460 mila euro va alla riserva ordinaria, un altro 20% di eguale importo alla riserva straordinaria, il 6% del capitale (attenzione non dell’utile) cioè 9.360 euro è versato agli azionisti ed un altro 4% del capitale cioè altri 6.240 euro in via straordinaria sempre agli azionisti mentre ben 511 milioni 368 mila euro vanno allo Stato.
Come si capisce se il 6% del capitale è riferito a 7 miliardi e mezzo, significa che gli azionisti d’ora in poi riceveranno un regalo di 450 milioni di euro l’anno.
Ora provate a sottrarre 450 milioni dall’utile netto di 852.000 decurtato del 40% come riserve ordinarie e straordinarie e capirete che allo stato andrà ben poco cioè a mala pena 61 milioni. In un’ottica di appena 5 anni lo Stato incassa 1.125 milioni subito (la plusvalenza della rivalutazione su cui le Banche non ci rimettono nemmeno un euro come vedremo in seguito) e 300 milioni diluiti a rate per un totale di meno di 1 miliardo e mezzo, mentre invece con il vecchio sistema ne avrebbe incassati 2 miliardi e 550 milioni.
Ma la polpetta avvelenata contiene un altro regalo alle banche. Il decreto Letta ha stabilito che nessuna banca può detenere più del 3% del capitale il che significa che Banca Intesa e Unicredit dovranno vendere le eccedenze ricavando un fiume di denaro contante in cambio delle loro quote rivalutate del 4.800%. Siamo al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci che finiscono non nelle casse dello Stato, ma nelle tasche dei banchieri
Credete che sia finita qui? E no. Sarebbe troppo bello.
Siccome c’è la crisi e nessuno è in grado di sborsare tanti soldi per ricomprare quasi il 40% di quote da 7 miliardi e mezzo, cioè tre miliardi di euro secchi, è stato stabilito che transitoriamente le quote eccedenti se le possa ricomprare la stessa Banca d’Italia, attingendo ai suoi fondi di riserva oppure  (e questo è il colmo) possano essere comperate da soggetti stranieri purché comunitari. Cioè se avete capito bene l’Istituto con i suoi soldi, anzi dei cittadini (perché i fondi di riserva sono dello Stato) ricompra se stesso, oppure viene venduto alla Bundesbank o alla Bank of England o addirittura alla Shell o alla Mercedes, cedendo l’ultimo brandello di sovranità. Roba da non credere!
A prescindere che in Italia nulla è più definitivo di ciò che è dichiarato transitorio, perché non si è stabilito che le banche dovessero cedere le quote eccedenti il 3% al prezzo antecedente la rivalutazione? Per far lucrare subito alle banche l’enorme differenza sulla plusvalenza e al Governo le tasse su quella plusvalenza quale ossigeno per durare qualche mese in più.
Come noto il diavolo fa la pentola ma non il coperchio.
Il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 31 dicembre 2013. Solo dopo si sono accorti che l’ultimo articolo dispone che la sua entrata in vigore avviene il giorno successivo a quello della pubblicazione. Dunque gli effetti della rivalutazione delle quote in favore dei banchieri avrebbe avuto effetto solo nel 2014. Ed allora apriti cielo. Fulmini e maledizioni sulla inefficienza dei burocrati e dei politici che avevano approvato una simile fregatura che mandava di traverso ai banchieri i festeggiamenti di capodanno e subito si sono messi all’opere i relatori Fornaro e Oliviero (del PD) per rendere l’operazione retroattiva al 2013 in occasione della conversione in legge che deve avvenire entro il 29 gennaio 2014.
Evviva. Nemmeno al Capone sarebbe stato capace di organizzare una simile stangata!
Ai cittadini che resta di tutta questa manovra? Nulla. Proprio nulla, ecco perché è stata tenuta loro volutamente nascosta dai partiti e dagli organi di informazione impegnati a magnificare il nuovo asse Renzi-Berlusconi.

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Non è vero che in Italia ci sia emergenza femminicidio

Malgrado quanto potrebbe sembrare dall'attenzione mediatica. L'’unica vera emergenza è quella dell’'informazione italiana
CLAUDIO GIUSTI - In Italia coltiviamo l’'antica usanza di assassinare mogli e amanti. Usanza che ha prodotto un termine e una tradizione giuridica. Si chiama uxoricidio e fino al 1981 era ben compreso da società e codice. Tutto cambia, ma solo un paese di disperati poteva trovare il tempo per un decreto legge consacrato a una tradizione millenaria.
Stupidità a parte, l’'attenzione che viene rivolta alle uccisioni di donne da parte di coniugi, amanti, conviventi, ecc. è tutta mediatica, ma a nessuno dei giornalisti e dei politici che si sono occupati del fenomeno è venuto in mente di cercare i dati per capire se il fenomeno è in crescita, stabile o in diminuzione.
Chi ci dovrebbe tenere informati (Istat e Interni) non lo fa e, in attesa che un nuovo Giuliano Amato pubblichi un rapporto, utilizzeremo i dati forniti dall’'Eures: l’ente che da tempo pubblica rapporti annuali sull’omicidio.
Così scopriamo che gli omicidi italiani sono passati dai quasi 2.000 del 1991 ai meno di 500 di oggi. Una diminuzione drastica come mai s’è in Italia e nel mondo. Per molto meno gli americani hanno fatto i fuochi artificiali e invece noi siamo martellati da morbose trasmissioni televisive che ci descrivono come fossimo un paese in mano agli assassini, quando abbiamo un tasso di omicidio di uno per centomila, mentre in Europa e in Canada è il doppio e negli Usa cinque volte. 
In questa incredibile diminuzione il dato negativo è l'’aumento in termini assoluti e relativi del numero di omicidi commessi in ambito familiare e amicale. Almeno 200 omicidi avvengono fra gente che si conosce. Parenti, genitori, amici e vicini di casa sono molto più pericolosi dei serial killer. In tutto questo gli omicidi di donne (per ogni causa) si sono mantenuti negli ultimi dieci anni fra i 150 e i 200, senza che questo sollevasse particolari proteste. Forse perché, come dice Marzio Barbagli, le prostitute forniscono una parte sproporzionata delle vittime.
Che il fenomeno non sia poi così imponente lo dimostra il fatto che devono ammucchiare dieci-dodici anni di omicidi per riuscire a metterne insieme un numero decente. Tanto per darmi delle arie vi ricordo che in quarant’'anni di pena di morte americana si sono contati 750.000 omicidi e il doppio di persone morte sparate a vario titolo. 
Non siamo certamente i “peggiori d'’Europa” e l’'uccisione di donne da parte del partner sembra essere decisamente un problema dei paesi avanzati e del Nord industriale italiano.
In definitiva non c'’è un'’emergenza “femminicidio” come non c'’è emergenza omicidi e suicidi. L'’unica vera emergenza è quella dell’'informazione italiana

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Incostituzionalità della legge elettorale

All'estero viene disatteso il principio di eguaglianza dei cittadini e di fatto negato che il voto sia personale, uguale, libero e segreto
L'OPINIONE DI Alberto Bruno -   I capisaldi scolpiti nella nostra costituzione, non negoziabili, che rendono i cittadini non sudditi, ma partecipi attivi della cosa pubblica attraverso le elezioni democratiche, sono due:
1) all’art.3: l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge;
2) all’art. 48: il voto è personale, eguale, libero e segreto.
La Corte Costituzionale ha sentenziato agli inizi di dicembre 2013 la incostituzionalità di alcune disposizioni della vigente legge elettorale (il noto porcellum) proprio perché contrarie a questi principi.
Le forze politiche hanno cincischiato per anni in modo pretestuoso senza venire a capo di una riforma elettorale che restituisse al cittadino il potere di eleggere il proprio rappresentante, né hanno provveduto a raccordare la legge elettorale per l’interno con quella valida per l’estero.
Il nuovo disegno di legge Italicum, appena proposto dalla strana alleanza Renzi-Berlusconi che va al di là della maggioranza di governo, non solo contravviene alla Costituzione, ma non prende in considerazione l'obbligatorietà del principio di analogia che dovrebbe essere applicato anche alla legge che disciplina il voto all'estero (n. 459 del 27.12.2001). Quest’ultima consente il voto per corrispondenza con una modalità non prevista per l'interno, contro il principio di eguaglianza dei cittadini e di fatto nega che il voto sia personale, uguale, libero e segreto. Essa statuisce infatti procedure e atti che minano l’eguaglianza dei cittadini negando loro l’assoluta parità nei diritti.
Vediamo nel dettaglio come siano negati questi principi.
A) Principio di eguaglianza.
Nel voto sul territorio nazionale se un cittadino iscritto nelle liste elettorali del comune di Canicattì, si trova per motivi di lavoro a Udine non può votare per corrispondenza, ma si deve sobbarcare a un viaggio molto stancante e lungo verso il luogo di iscrizione elettorale; viceversa all'estero a tutti i cittadini è consentito il voto per corrispondenza da casa propria (con tutte le alee che tale sistema comporta), senza nemmeno sostenere la spesa del francobollo. Non solo, ma il cittadino residente all'estero può optare in favore del al voto in Italia nel Comune di iscrizione elettorale (quindi non quello di residenza), mentre nell'esempio precedente il cittadino che vive temporaneamente a Udine (Comune diverso da quello di iscrizione elettorale) non può fare alcuna opzione. Infine, stando alla legge ancora vigente, in Italia è ammessa la candidatura in più collegi, mentre all’estero no.
B) Voto personale.
E’ noto (le tornate elettorali delle elezioni politiche del 2006, del 2008, del 2013 e dei referendum lo hanno dimostrato abbondantemente) che il plico contenente le schede è consegnato dalla posta pubblica, o da agenzie di recapito, all’indirizzo risultante nelle liste elettorali del Consolato, ma non v’è alcuna garanzia che il plico stesso finisca nelle mani del legittimo destinatario. Esso può essere intercettato da un qualsiasi parente che può avvalersene come crede, contravvenendo alle disposizioni di legge senza che lo Stato lo sappia o che l’interessato possa in qualche modo rivalersi. Inoltre nonostante i tentativi di aggiornamento degli elenchi elettorali, che vengono proclamati come fatti dal Ministero dell'Interno da 10 anni, centinaia di migliaia di schede sono tornate indietro ai Consolati per errori nell'indirizzo. Ciò significa che i reali destinatari delle schede non hanno potuto votare. Sia detto qui per inciso che la disposizione dell'art.2.2 della legge 459 sull'invio obbligatorio ogni anno agli elettori del modulo di aggiornamento dati da parte dei Consolati non è assolutamente rispettato.
C) Voto uguale.
Gli Uffici postali in Europa (certamente in Germania, ma anche in Olanda, Gran Bretagna e in altri paesi) non consegnano la posta se il nominativo del destinatario non corrisponde a quello che risulta marcato sul portone di casa. Questa procedura è particolarmente dannosa e contraria al principio di eguaglianza nel caso delle donne sposate, registrate negli elenchi elettorali con il cognome da nubile, che non vengono riconosciute come destinatarie della scheda elettorale.
D) Voto libero.
Ammesso che il plico finisca nelle mani del legittimo destinatario, un parente che esercita comunque un forte ascendente sugli altri componenti della famiglia per tradizione, per cultura o per ruolo dominante, può svolgere un’opera di coercizione intellettuale o fisica perché il voto sia espresso in un certo modo o addirittura perché la scheda venga votata da un’altra mano. Soprattutto nelle zone di antica emigrazione (America Latina, Australia, USA ed altri paesi) con elettori anziani, che spesso parlano solo il dialetto o che hanno dimenticato la lingua italiana, o addirittura che non la conoscono per acquisizione della cittadinanza ope legis, l’esercizio elettorale non dà un’assoluta garanzia sulla libertà.
Varie inchieste giornalistiche hanno evidenziato come vi sia stato anche un mercato di raccolta di schede in bianco da votare, cosa che ovviamente non può verificarsi sul territorio metropolitano.
E) Voto segreto.
Nei seggi italiani è vietata l’introduzione di qualunque strumentazione che possa fare una foto della scheda votata da esibire poi fuori del seggio. In alcuni casi le forze dell’ordine hanno proceduto all’arresto di chi è stato colto in flagrante durante questa violazione di legge.
All’estero, come hanno documentato varie foto e filmati in circolazione, questo vincolo alla segretezza di fatto è eluso. Numerosi sono stati i casi di esibizione di schede votate e fotografate. Non solo, ma si è anche saputo che in alcuni casi i componenti dello stesso nucleo familiare abbiano votato insieme, seduti intorno allo stesso tavolo concordando le modalità di voto di lista e di preferenza.
F) altri motivi di disparità incostituzionali non sanati dal nuovo disegno di legge elettorale.
F1) L’art.6 della legge per l'estero divide il mondo in 4 macro aree (Europa, America del Nord, America centro-meridionale, Resto del mondo) con una chiara disomogeneità territoriale e di possibilità di fare campagna elettorale in paesi distanti decine di migliaia di chilometri, con fusi orari diversi, con lingue e costumi totalmente differenti. Questa discriminazione lede il principio di eguaglianza dei cittadini.
F2) all’art.8 è stabilito che il candidato deve essere residente ed  elettore nella macro area. L'obbligo di residenza non è richiesto per l’elezione dei deputati e senatori nel territorio nazionale, sicché è palese che è negato il principio dell’eguaglianza.
F3) sempre all’art.8 è vietato a chi risiede all’estero che non abbia espresso l’opzione di voto in Italia di potersi candidare in Italia. Questa innovazione contraddice quanto era lecito ed ammesso sin dalla fondazione della repubblica fino all’entrata in vigore della legge 459, nega la parità dei diritti tra cittadini e ignora, ad oltre 150 anni dall’unità d’Italia, che molti  artefici del nostro risorgimento, con un ruolo attivo per la politica nazionale, furono dei patrioti fuoriusciti, esiliati o emigrati. Va da sé che questa limitazione contiene in nuce la riserva mentale sulla possibilità che un cittadino residente all’estero possa assurgere a incarichi governativi.
F4) All’estero più partiti possono presentare liste comuni con un simbolo composito cosa che non viene ammessa per l’interno e le liste elettorali debbono contenere un numero di candidati pari o al massimo doppio rispetto a quello dei seggi disponibili, contrariamente a quanto previsto per l’Italia.
F5) all’art. 11 è consentita l’espressione di 2 preferenze cosa che è esclusa dalla proposta di legge di voto sul territorio nazionale.
F6) all’art.15 si prevede l’assegnazione dei seggi con i resti in modo difforme  da quanto accade in Italia e i voti espressi all’estero non partecipano all’assegnazione del premio di maggioranza di Camera e Senato.
F7) all’art.18 per chi violi all’estero le norme elettorali è stabilito che le sanzioni siano raddoppiate. Tale misura (che assomiglia alle famose “grida di Milano”) appare inapplicabile e illogica.
Queste le principali obiezioni di carattere giuridico, tralasciando quelle di carattere politico incentrate soprattutto sul fatto che un pregiudicato condannato per frode fiscale, privato dei diritti politici attivi e passivi, possa essere chiamato a formulare e a condizionare una legge elettorale valida per 60 milioni di italiani.
 
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Lo chiamano fondo salva stati ma è peggiore di una questua

TORQUATO CARDILLI - E’ nato il Governo Renzi. Ha sostituito proditoriamente Letta per formare un gabinetto di svolta sotto la tutela di Napolitano, con la spina nel fianco di Alfano e la pulce nell'orecchio di Berlusconi. Morale: ha dovuto cedere sul ministero della giustizia sacrificando Gratteri, inviso al Colle, cedere sul ministero dell'interno mantenendovi Alfano, nonostante il grave infortunio Shalabayeva e la penosa gestione degli immigrati, cedere su due altre fonti di denaro e potere come il ministero delle infrastrutture e trasporti riaffidato a Lupi e della salute riaffidata alla Lorenzin, cedere infine sul ministero dello sviluppo economico, che dovrebbe essere il ministero più importante, per consegnarlo alla Guidi, fidatissima del cavaliere, invischiata in un gigantesco conflitto di interesse. Con queste mosse ha creduto di assicurarsi la sopravvivenza di una squadra male assortita, a parte Padoan (imposto dalla BCE) senza il quale non sarebbe arrivato nemmeno a Pasqua. E’ questa la svolta?
Renzi ha consegnato le chiavi di altri ministeri chiave a illustri nullità perché vuole dominare il governo e non esserne dominato: il ministero della giustizia del paese con il maggior numero di avvocati in Europa e il maggior fenomeno di criminalità mafiosa, affidato a Orlando che non è nemmeno laureato; il ministero delle riforme sottratto al prof. Quagliariello, è stato affidato alla Boschi che sarà pure di bella presenza ma che non può stare alla pari con i saggi delle riforme costituzionali; il ministero della semplificazione e pubblica amministrazione che dovrebbe essere al centro della promessa di rivoluzione burocratica affidato alla Madia, che poverina è pure all’ottavo mese di gravidanza ed è presumibile sia a mezzo orario per qualche tempo; il ministero degli esteri  affidato alla Mogherini che può avere al massimo un’esperienza di cooperazione e di volontariato internazionale, ma che non ha la statura né la frequentazione della Bonino per potersi sedere accanto ai colleghi europei, americano, russo ecc.; ha soppresso il ministero delle politiche comunitarie alla vigilia delle elezioni al parlamento europeo e del successivo semestre di presidenza italiana europea. Sono queste le premesse per poter negoziare al meglio con l’Europa? Le prossime settimane diranno se al vertice europeo Renzi avrà la forza di mettere sul tavolo la questione del Fiscal Compact e del Mes.
Del Fiscal Compact abbiamo già parlato. Cos’è il Mes? E’ una sigla che sta per Meccanismo Europeo di Stabilità, internazionalmente conosciuto come ESM (European Stability Mechanism). Esso consiste in un prodotto di ingegneria finanziaria, ideato da chi non vuole essere solidale con gli altri paesi in difficoltà, cioè un fondo pagato da tutti a cui chiedere aiuto in caso di necessità.
In principio sarebbe finalizzato a proteggere l’architettura dell’Unione Europea dal possibile crash del debito sovrano soprattutto nei paesi deboli, della zona euro, indicati con l’infelice acronimo di PIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Di fatto il meccanismo metterà al riparo blindato le casse tedesche dai contraccolpi dei debiti altrui.
Ma per gli assetati di credito, abbeverarsi al pozzo di quel fondo di solidarietà dell’UE non sarà gratis come per chi va a prendere un pasto alla mensa della Caritas o presso qualche Onlus di buona volontà. No, chiedere aiuto al Fondo significa cedere l’ultimo brandello di sovranità, sottomettersi all’umiliante sistema di pesanti condizioni e di severi controlli, accettare veri e propri espropri, che finiscono per costituire un ulteriore indebitamento, come accade quando si finisce nella morsa dell’usura. Abbiamo sotto gli occhi l’esempio della Grecia che in cambio di aiuti si è vista imporre dal FMI la privatizzazione, cioè la cessione al mercato, di tutti i più grandi asset del paese (porti, aeroporti, poste, autostrade ecc.).
E chi è lo strozzino del Fondo? La Troika, composta dal FMI, dalla BCE e dalla Commissione Europea.
Il MES prevede una dotazione di circa 700 miliardi di Euro divisi in quote secondo il peso specifico di ciascuno dei 17 paesi della zona Euro. La quota italiana è del 17,9% che rappresenta un esborso totale (a carico del popolo italiano) di 125 miliardi da versare gradualmente in un arco di dieci anni. Si parte con un fondo base iniziale di 80 miliardi da versare in cinque anni. Anche in questo caso il nostro 17,9% consiste in un versamento alla cassa del Fondo di quasi 15 miliardi, cioè 3 miliardi all’anno.
Da dove potranno essere attinti questi 15 miliardi iniziali in un paese come il nostro, privo di risorse disponibili, che ha commesso una serie di pasticci contabili e di inganni ai cittadini per la questione dell’IMU, che non ha i soldi per pagare i 2 miliardi dei danni del terremoto in Emilia Romagna, dell’alluvione in Sardegna e in Liguria,  che dovrà risparmiare ben 50 miliardi all’anno come chiesto dal patto di stabilità,  che già vede incombere lo spettro di un’altra manovra correttiva di primavera da 7 miliardi (le nostre stime di crescita sono state dimezzate dalla Commissione Europea), che non riesce a tagliare gli sprechi? Renzi intenderà procedere  come è stato fatto per sanare il fallimento del Monte dei Paschi di Siena, o per regalare 7 miliardi e mezzo alle Banche detentrici delle azioni della Banca d’Italia?
Bel modo di cominciare il nostro processo di salvataggio indebitandoci ulteriormente con un aggravamento del montante degli interessi.
Si potrebbe obiettare che dopo aver conferito questi 15 miliardi, in caso di bisogno potremo liberamente attingere al fondo. Eh no! Troppo semplice!
Se un paese aderente al patto ha necessità di essere salvato e ne fa esplicita richiesta, la Troika esaminerà nei dettagli e con il microscopio il libro dei conti e stilerà un memorandum di intesa con condizioni capestro da accettare a scatola chiusa senza obiezioni, come accaduto alla Grecia. Il controllo sulla politica economica del paese, sull’attività del Parlamento, sarà strettissimo, per cui nel momento in cui si accederà ai quattrini del Fondo non si sarà più liberi di scegliere la politica economica ritenuta necessaria per il benessere dei cittadini. Ma non è tutto. Poiché i soldi del Fondo vengono prestati con interesse e non regalati, sarà necessario pagare anche un’assicurazione contro il rischio di fallimento.
Ma i politici hanno mai avuto la responsabilità delle finanze della famiglia? Visto che in Parlamento usano spesso la metafora del buon padre di famiglia, chi ha la responsabilità della sana amministrazione familiare sa benissimo che per far fronte ai debiti pregressi non può fare ricorso all’ulteriore indebitamento. E’ solamente da incoscienti aggiungere ai vecchi debiti, e agli interessi relativi, nuovi debiti e nuovi interessi, senza che questi ultimi servano per produrre ricchezza in misura superiore al capitale richiesto.
E allora? Il capo famiglia indebitato dovrebbe andare dal creditore e prospettargli l’opportunità della rinegoziazione del debito presentando un programma di lavoro per rientrare sui binari della regolarità in una tempistica accettabile.
Questo sarebbe l’unico modo per uscire dalla crisi con le proprie gambe senza diventare vittime degli estorsori, senza cedere quel che resta della propria sovranità.
Attenzione all’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Esso dunque consente sì la limitazione sella sua sovranità, purché avvenga in condizioni di parità con gli altri stati e sia finalizzata ad assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni.
L’Italia non è nemmeno  in grado di pagare i 100 miliardi di debiti contratti nei confronti dei fornitori allo Stato di beni e servizi, ma il neo primo ministro Renzi ha già fatto la pensata di provvedere a saldare tutto (ripeto tutto) attingendo, come fosse un bancomat con la centralina in tilt,  dalla Cassa Depositi e Prestiti. A parte il fatto che i soldi gestiti dalla CDP sono dei risparmiatori e lo Stato non può disporne a piacimento, il marchingegno pensato sarebbe questo: la CDP concede in prestito alle Regioni e agli altri enti locali i fondi pari ai  crediti certificati vantati dai privati (che verrebbero così saldati), con ulteriore indebitamento delle casse regionali e comunali. E come rientreranno Regioni e Enti da questo ulteriore debito? Anziché chiamare alla sbarra i pessimi amministratori dilapidatori e predoni che hanno scavato la voragine del debito, anziché azzerare vitalizi e prebende, anziché confiscare i patrimoni illeciti, anziché farsi rimborsare di tutte le spese per lussi pacchiani e bagordi dei politici, inaspriranno le maggiorazioni fiscali a carico dei cittadini.
E nel primo giorno di attività dopo la fiducia che cosa ha fatto il Governo? Ha ritirato il decreto legge in scadenza detto salva Roma spingendo il bilancio della capitale dalla rupe Tarpea. Tempi cupi incombono, tempi da questua.

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Una sola camera e buonanotte ai senatori

Lucia Abballe - La proposta di riforme offerta dal segretario del Pd, Matteo Renzi, prevede anche il superamento del bicameralismo perfetto attraverso l’istituzione del Senato delle autonomie e una semplificazione non da poco del potere parlamentare. In pratica, ci sarebbe una sola Camera con il potere di legiferare e di dare la fiducia al Governo mentre il Senato, così come riformato, non sarà più composto da senatori eletti ma da sindaci, presidenti di Regioni e rappresentanti delle autonomie locali. Non più una seconda Camera, quindi, ma un luogo secondario incaricato di assolvere funzioni di vigilanza ed “intervento” su questioni particolari circoscritte a realtà non costituzionalmente rilevanti.
Nel momento più critico della storia della Seconda Repubblica che continua a chiedere ai cittadini italiani ulteriori sacrifici e rinunce, è giunto il momento di dare una risposta concreta all’invito del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di fare tutti un piccolo sforzo per uscire adeguatamente dal pantano delle lungaggini politiche decisionali e della crisi economica. La soluzione prospettata dal sindaco di Firenze appare come quella che, giuridicamente, soddisfa quattro imperativi: rappresentare, decidere, semplificare e ridurre il numero dei parlamentari. Sino ad oggi il sistema si è rivelato incapace di produrre decisioni soprattutto perché perennemente ostaggio di veti incrociati, con un Senato divenuto nel corso degli anni monumento di immobilismo, luogo di sprechi, teatro di agguati, tradimenti e passaggi repentini da uno schieramento all’altro per convenienze personali di corto respiro. E che cosa dire della nomina dei senatori a vita, per quanto illustri siano i loro meriti, rappresentanti però di una base elettorale inesistente, per lo più assenti durante i lavori parlamentari e condotti di peso per votazioni a cui è legata la vita o la morte di questo o quel Governo? E che ne sarà di tutte le prerogative, economiche e non, legate alla carica di senatore? Se, come da sua etimologia (“senex”= anziano), il Senato fosse stato il luogo della riflessione e della saggezza,  della prudenza e della maturità dell’esperienza, il suo contributo alla democrazia ne avrebbe decretato una lunga vita e avrebbe rafforzato le sue prerogative parlamentari. Ma è con l’Italia democratica repubblicana che il Senato diventa un inutile doppione che definisce un sistema costituzionale a due teste uguali in cui le leggi da approvare rimbalzano da una Camera all’altra senza trovare un approdo sicuro per il Paese. E nelle reiterate procedure macchinose si ridefinisce, di volta in volta, il termine di approvazione dei provvedimenti che, nella maggior parte dei casi, vengono congelati dall’ostruzionismo di tante esacerbate suscettibilità e dai ricatti mossi da logiche personali. La storia del Senato è intrisa di populismo, demagogia e siparietti non proprio edificanti per l’onore di un istituto vetusto e “super partes” quale sarebbe dovuta essere l’aula di Palazzo Madama. Le immagini di senatori che, inebriati di spocchiosa rivalsa sull’avversario, cedono al turpiloquio, all’invettiva e alla manifestazione becera della loro disapprovazione, sono solo una minima parte dei tanti fotogrammi della commedia all’italiana che ha reso decadente la solennità del potere e ha ridotto in frantumi i simboli di autorevolezza, austerità e serietà della classe politica la cui voce a tratti riproduce il timbro rauco delle lobby.
Il superamento del bicameralismo perfetto, darebbe un segnale importante al Paese. Innanzitutto perchè si adeguerebbe agli standard di alcuni Stati europei tra cui Irlanda, Gran Bretagna, Spagna e Francia che hanno scelto di adottare forme di bicameralismo imperfetto o limitato: le due Camere non si trovano in posizione di parità funzionale e il potere legislativo dell’una prevale rispetto a quello dell’altra. Inoltre perché, per la prima volta, si vuole dare un segnale chiaro di volontà di affrontare sul serio il problema della modernizzazione del nostro sistema istituzionale. Di certo, la riforma del Senato delle autonomie comporterà inevitabilmente un’ulteriore modifica della legge elettorale così come proposta in questi giorni. Pertanto, bisogna fare attenzione ai tempi e ai modi in cui procedere per attuare le dovute riforme senza cadere nella solita trappola di fare un passo in avanti per farne poi due indietro. Per fare una buona riforma elettorale non si può prescindere dalla architettura istituzionale complessiva. O almeno così dovrebbe essere, anche se in passato non si è proceduto in questo modo. Tutto si può fare, se c'è un po’ di buon senso. “Ma in Italia - diceva Manzoni - il buon senso se ne sta ben nascosto, per paura del senso comune”. È ora, dunque, di farlo uscire allo scoperto: una sola Camera e buonanotte senatori!

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Il cappio al collo di un Paese morente

TORQUATO CARDILLI - Adesso che la crisi economica e sociale ha superato i limiti della sopportabilità,  che la disoccupazione ha superato il 12,3% mentre quella giovanile il 41,7%, che il debito dello Stato è di 2.100 miliardi di euro, che i fallimenti e le chiusure di imprese commerciali sono il triplo di quelle che iniziano l’attività, la politica si è fermata per qualche giorno per consentire a Renzi di varare il suo nuovo Governo. Nuovo? Si fa per dire, perché fondato sulla stessa alleanza del precedente Gabinetto Letta, durato solo 10 mesi, giusto il tempo di veder svaporare i tanti annunci di ripresa fittizia, con in più l’accordo a perdere stipulato con l’immarcescibile Berlusconi.
Il 2013, nonostante lo scossone elettorale del M5S, è stato un periodo di deleterio immobilismo sulle cose da fare per il popolo, ma di incredibile attivismo a favore della casta, delle lobby del gioco d’azzardo, delle banche, delle corporazioni, dei corrotti.
In questa atmosfera forzosamente rarefatta, fioriscono ogni sera, nelle varie trasmissioni di dibattito politico, e ancor di più fioriranno nelle prossime settimane in vista delle elezioni europee, le anime candide sotto tutte le bandiere, dal Partito Democratico a Forza Italia, dalla Lega a Fratelli d’Italia, da Scelta Civica al Nuovo Centro Destra che si stracciano le vesti contro il Fiscal Compact, il MES e il Pareggio di Bilancio, come se a decidere quelle cose fossero stati i marziani e non loro durante la scorsa legislatura.
Forse sarebbe bene tenere a mente qualche nome del gotha della maggioranza dei deputati che votarono a favore della condanna economica dell’Italia (Angelucci, Bersani, Binetti, Bobba, Boccia, Brunetta, Buonanno, Buttiglione, Berlusconi, Calabria, Cardinale, Casini, Cesa, Cicchitto, Colaninno, Cuperlo, De Micheli, Damiano, Farina, Fava, Fedi, Fioroni, Fitto, Franceschini, Garavini, Gasbarra, Gelmini, Gentiloni, Giachetti, Giammanco, Giorgetti, La Russa, Letta, Lorenzin, Madia, Merlo, Minardo, Morassut, Naccarato, Nastri, Orlando, Picchi, Pisiscchio, Pistelli, Porta, Prestigiacomo, Ravetto, Razzi, Realacci, Polidori, Pollastrini, Porta, Rampelli, Roccella, Romano, Rotondi, Saltamartini, Santelli, Savino, Scilipoti, Sereni, Sisto, Tabacci, Valentini, Villecco Calipari, Vito ecc.).
Un sondaggio volante, fatto dalle iene all’ingresso di Montecitorio, aveva rivelato che alcuni parlamentari (tra cui il noto Razzi), interrogati sull’argomento non avevano saputo rispondere sui contenuti dei provvedimenti votati. E’ allora immaginabile, data la ritrosia della politica e della grande stampa a sensibilizzare ed informare in modo corretto ed esaustivo l’opinione pubblica, che la gente non sappia come sia stata raggirata da questa classe politica assolutamente ipocrita e inaffidabile.
Cos’è il Fiscal Compact? Secondo la vulgata maccheronica è un patto fiscale ma non ha nulla a che fare con la fiscalità. E’ invece un patto di bilancio, che si autodefinisce trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria. In realtà è una camicia di forza, ben più stretta del vecchio patto di stabilità contro il quale protestano i Sindaci. Esso contiene le cosiddette regole d’oro, vere corde al collo dei cittadini, che vincolano tutti i paesi dell’UE, ad esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca che non vi hanno aderito, ad un’irreparabile cessione di sovranità, alla sottomissione a regole ferree disegnate sul modello economico tedesco, a realizzare l’equilibrio di bilancio a costo di una più grave recessione nel bel mezzo della più dura crisi economico-finanziaria mondiale.
Il fiscal compact, negoziato nel 2010-2011 dal governo Berlusconi, firmato a Bruxelles il 2.3.2012 dal governo Monti, approvato dal Parlamento il 19.7.2012, promulgato dal Presidente della Repubblica il 23.7.2012, valido dal 1 gennaio 2013, è definitivamente entrato in vigore il 14 gennaio 2014 e cosa ancora più grave è diventato un patto vincolante che sarà incorporato entro cinque anni nell’ordinamento giuridico dell’UE. Ciò vuol dire che siamo ancora in tempo per un ravvedimento.
Esso ha un linguaggio truffaldino non solo nelle stucchevoli premesse, ma anche nei suoi 16 articoli che lascia stupefatti. Gli stati firmatari definendosi “desiderosi di favorire le condizioni per una maggiore crescita economica nell'Unione europea, di salvaguardare la stabilità di tutta la zona euro” adottano regole specifiche, tra cui il pareggio di bilancio, sottoposto a rigida sorveglianza, da inserire nell’ordinamento nazionale, preferibilmente con una norma di natura costituzionale, l’obbligo a non superare il deficit strutturale dello 0,5% (limite elevato all’1% solo per chi abbia un debito inferiore al 60% del PIL, cioè la Germania), l’obbligo al rientro del debito pubblico nel limite del 60% del PIL al ritmo di un ventesimo all’anno (cioè il 5% all’anno) per 20 anni, l’obbligo a mantenere il deficit entro il 3% pena sanzioni pecuniarie, l’accettazione della giurisdizione della Corte europea di giustizia con l’autorità di imporre sanzioni dello 0,1% del PIL.
Sembra impossibile credere che i nostri politici si siano bevuti il cervello, senza tenere in alcuna considerazione gli allarmi lanciati da vari premi Nobel per l’economia (Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow) secondo i quali inserire in Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio sarebbe stata una scelta improvvida perché foriera di un sicuro peggioramento recessivo. Secondo questi luminari dell’economia doveva essere abbastanza intuitivo che in un periodo di crisi c’è una decrescita del gettito fiscale derivante dalla rarefazione degli scambi con parallela diminuzione del PIL. D’altra parte gli ammortizzatori sociali crescono, fanno aumentare il deficit pubblico, e determinano di per sé una riduzione della domanda di beni e servizi in quanto rappresentano una contrazione del potere di acquisto precedente alla crisi. Anche un altro economista e premio Nobel Paul Krugman aveva criticato l’inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio di bilancio, ritenuto suscettibile di portare alla dissoluzione dello stato sociale, perché comporterebbe in casi di calamità e disastri naturali di grande portata l’obbligo di ridurre in egual misura altri capitoli di bilancio, con gravi danni per l’equilibrio economico nazionale.
Di fronte a queste semplici spiegazioni anche dei bambini avrebbero dovuto capire che non era negli interessi dell’Italia legarsi mani e piedi a questa politica. Ma i nostri legislatori non solo hanno dimostrato di non aver la vista lunga, ma nemmeno di saper fare i conti.
L’Italia ha oggi un PIL di 1.650 miliardi e un debito pubblico di 2.100 miliardi (133% del PIL).Con questo patto siamo obbligati a ridurre il debito pubblico da 2.100 miliardi a 960 miliardi (60% del PIL attuale) e quindi a fare economie supplementari pazzesche per i prossimi venti anni di 50 miliardi ogni anno. Come dire che una generazione intera è destinata alla fame: chi oggi è nella fase terminale degli studi e sarebbe pronto per il mercato del lavoro non ha più speranza, sarà un mendicante a vita.
Se poi il nostro bilancio sgarra andando oltre il limite del 3% di deficit, l’Italia sarà sottoposta al pagamento di una penale dell’1% del PIL (1% di 1.650 miliardi,  cioè di 16 miliardi e mezzo).
Il nostro debito pubblico che dal 1984 è quasi triplicato con una progressione costante, molto più veloce dell’aumento del PIL, ora dovrà ridursi d’incanto. E chi provvederà a somministrare questa cura da cavallo? Proprio coloro che sono stati responsabili dell’esplosione del debito pubblico, senza che mai un politico abbia detto da dove verranno presi quei denari.
Per introdurre modifiche così gravi alla Costituzione sarebbe stato necessario un ampio dibattito politico a livello nazionale. Invece a ridosso di Pasqua 2012 ecco che agli italiani fu regalato l’uovo con sorpresa: la quarta votazione di modifica costituzionale di introduzione del principio del pareggio di bilancio, approvata con i due terzi dei voti (compatti il PD, PDL e il terzo polo), escludendo quindi la possibilità di un referendum costituzionale.
Per la prima volta la Costituzione è stata cambiata in un’atmosfera silenziosa, senza alcun coinvolgimento dell’opinione pubblica, senza una reale discussione politica. Nessuno se ne è preoccupato, non il Presidente della Repubblica, non il Governo, non i Partiti, non la Stampa, non i Sindacati, non la Confindustria, non la Corte dei conti, non i banchieri o i capitani coraggiosi, perché tutto è avvenuto nel rispetto della legalità.
Capito cari italiani?
In un paese già martoriato dalla crisi, che non cresce dal 2000 e che registra una ininterrotta caduta del PIL da 4 anni, l’obbligo del Fiscal Compact è di una gravità incredibile che avrebbe dovuto coinvolgere il mondo del lavoro e invece niente. A quello toccherà solo ricevere altre bastonate.

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Il cavallo di Troia

A Berlusconi conviene dare l’impressione di voler raggiungere un accordo e farlo fallire all’ultimo secondo addossandone ad altri la responsabilità
TORQUATO CARDILLI - Le avventure narrate nell’Iliade, poema dall’istinto distruttivo, ben note ad ogni studente italiano delle scuole medie tanto da far parte della nostra generale memoria scolastica, si riferiscono agli ultimi 51 giorni che precedono la messa a ferro e a fuoco di Troia.
Entrambi gli eserciti hanno perso i loro eroi migliori e tanti combattenti senza che, dopo 10 anni di guerra, l’uno riesca a prevalere vittorioso sull’altro.
Ed è qui che entra in gioco l’astuzia per ottenere quanto non avevano ottenuto la prestanza atletica, il coraggio, l’arte militare, la retorica, l’eloquenza, la trattativa. Ulisse agì fraudolentemente, ma i Troiani si comportarono da fessi.
Ce lo ricorda bene Virgilio che mette in bocca a Cassandra, la profetessa inascoltata, la predizione della fine di Troia e che fa pronunciare al sacerdote Laocoonte la famosa frase “timeo danaos et dona ferentes”.
Questo insegnamento di non fidarsi di coloro che si ritengono nemici, anche se hanno atteggiamenti amichevoli o generosi, sembra essere stato dimenticato ai giorni nostri dal giovane Renzi che è rimasto affascinato dal dono del cavallo di Troia, cioè dall’offerta del cavaliere di poter discutere faccia a faccia i destini della patria per un accordo sulla legge elettorale, sulla riforma della costituzione, sulla sorte del governo.
Anche nella politica italiana la lotta decennale tra Forza Italia e il PD sembra dunque arrivata all’epilogo.
Berlusconi, nuovo Ulisse che si fa concavo o convesso a seconda delle circostanze (lo ha detto lui stesso) che ha messo nel sacco tanti navigati politici da Follini a Casini, da Buttiglione a Fini, da D’Alema a Veltroni, si accinge alla partita decisiva. Il suo antagonista è un giovane sindaco di belle speranze, arrivato  sull’onda trionfale delle primarie, al posto di capo del più grande partito d’Italia, senza avere al proprio servizio la macchina mediatica dell’avversario, né sulle spalle l’esperienza, la perfidia, l’inganno, la capacità di rinnegare a inchiostro ancora fresco quanto scritto.
Del resto a Berlusconi, che ha già dimostrato di aver fatto provvista di  una buona dose di cinismo machiavellico, cosa importa dell’abolizione del Senato, casa dalla quale è stato cacciato nell’ignominia e nella quale non potrà mai più rientrare? E’ stato semplice per lui dichiararsi d’accordo per la soppressione di Palazzo Madama. A lui interessa essere considerato il giocatore principale della partita per poter salvare le proprie aziende e il proprio patrimonio. Altrimenti non si sarebbe spiegato il voltafaccia all’ultimo minuto, contro il parere delle sue truppe furiose, quando ha dato il voto di fiducia al governo Letta, seguendo l’ammonimento del più pragmatico dei suoi consiglieri, il Fedele per antonomasia.
Fatti i conti, visto il tradimento del PD di Epifani di votare la sua decadenza, ha poi deciso di passare all’opposizione per rinsaldare il suo potere di interdizione e con quella spada in mano ha lusingato il giovane Renzi a intavolare con lui, l’unico Baobab della politica italiana, la trattativa più che con gli altri cespugli della savana destinati all’inaridimento.
Per questo ha concordato in “perfetta sintonia”(queste sono le parole di Renzi) sui punti principali di una nuova legge elettorale che tolga di mezzo i piccoli partiti.
I 51 giorni di Troia, cioè quelli dall’elezione di Renzi a Segretario del PD scadono il 27 gennaio, data indicata come termine entro il quale dovrà approdare in Parlamento la discussione sulla legge elettorale.
Sono già otto anni che tutti i partiti fingno di voler cancellare il porcellum che non garantisce la governabilità e che ha palesemente espropriato i cittadini dal diritto di scegliersi il proprio parlamentare.
Chi non ricorda il solenne impegno preso dal Presidente del Consiglio Letta, in occasione della fiducia al suo governo, di abolirlo entro ottobre 2013? Non è successo nulla e ci ha pensato la Corte Costituzionale a richiamare Governo, Parlamento e Partiti per la loro inconcludenza. Ed allora Renzi ne ha fatto la bandiera per guidare il rinnovamento dell’Italia.
Ci ha appena provato con Grillo (che, detto per inciso, senza il trucco del porcellum ha raccolto più voti di tutti), ma in modo pro forma, senza convinzione non volendo rinunciare al finanziamento pubblico dei partiti che Grillo gli ha chiesto come prima fiche da giocare sul tavolo della trattativa. Ed allora si è rivolto al secondo forno.
Berlusconi ha afferrato al volo l’occasione, incassando il successo di rientrare in gioco. Ma salendo quelle scale che lo hanno portato al cospetto di Renzi, lo ha fatto senza dignità non tanto per le manifestazioni ostili della folla, per le uova contro la limousine, per la scelta dell’ingresso secondario, ma perché ha assaporato “come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale”. Lui che si riteneva l’uomo del destino, più importante di Cavour, di Mussolini, di De Gasperi e Andreotti, macchiato dall’onta di una condanna per frode fiscale e dall’espulsione per indegnità dal Senato, ha accettato il viaggio a Canossa, per implorare di essere consultato. Attenzione detta così può sembrare che Berlusconi abbia perso la partita. E invece no.
Che interesse ha Berlusconi a far vincere Renzi nel realizzare quelle riforme che non gli sono riuscite? Nessuno. Al più tardi nel 2015 si andrà nuovamente al voto ed allora se le riforme saranno state realizzate il successo sarà tutto di Renzi che potrà presentarsi all’elettorato come il vero rinnovatore dell’Italia. Dunque a Berlusconi conviene dare l’impressione di voler raggiungere un accordo e farlo fallire all’ultimo secondo, come fu con la Bicamerale, addossandone ad altri la responsabilità.
Astutamente ha ordito una trappola che scatterà provocando l’implosione del partito democratico e ove questo non dovesse accadere per l’interesse di ogni singolo parlamentare a mantenere ben saldo il proprio seggio, non esiterà un attimo a provocare le elezioni anticipate, magari fingendo di volerle evitare, con l’obiettivo di consumare l’ennesima vendetta contro la costola dei traditori Alfano, Cicchitto, Schifani, contro il suo successore Monti e contro il PPI di Casini e Mauro.

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MUTATIS MUTANDIS

TORQUATO CARDILLI - Si dice che la storia sia maestra di vita, ma l’uomo è un pessimo alunno perché, pur avendo sotto gli occhi le conseguenze delle scelte fatali di chi l’ha preceduto, non impara la lezione. Ecco perché a volte essa ritorna, volgendo il tragico in comico, o viceversa, e nel ridicolizzare ancor più i nuovi protagonisti degli stessi errori, cerca di impartire loro e ai loro posteri quell’insegnamento che si ostinano a rifiutare.
Il titolo “Italian Job”, abbastanza sprezzante, dato dal quotidiano inglese Financial Times, per descrivere il contenuto del libro del giornalista americano Friedman (Ammazziamo il Gattopardo) relativo agli avvenimenti del 2011, fa ritornare in cattedra la storia, o se volete il destino, viste le strane analogie con un’altra epoca.
Proviamo a fare un raffronto dei singoli passaggi.
1940. Il paese è giubilante, quasi ipnotizzato dall’istrionico capo del Governo, che gli ha ridato un posto al sole e non si rende conto di andare dritto verso una catastrofe immane. Ascolta Mussolini, lo acclama per l’annuncio della dichiarazione di guerra e va letteralmente in delirio quando sente vibrare nell’aria quella parola “un imperativo categorico e impegnativo per tutti: vincere”. Insomma credeva di aver già vinto la II guerra mondiale!
2008. L’euforia degli italiani è alle stelle. Nelle elezioni politiche Berlusconi trionfa e torna al potere dopo il deludente biennio del governo di Prodi nato da un’accozzaglia di partiti litigiosi. Con una maggioranza larga, larghissima, mai riportata nella storia repubblicana, Berlusconi, che aveva già battuto i capi della sinistra Occhetto e D’Alema, impartisce una sconfitta bruciante anche a Veltroni, mandando all’aria i suoi sogni di scopiazzatura degli ideali di Kennedy. Promette all’Italia una legislatura di riforme e di benessere. Assicura di far superare, d’un balzo solo, la terribile crisi finanziaria mondiale che a suo dire non ci ha toccato perché abbiamo i fondamentali solidi. Garantisce di ridurre le tasse, di realizzare lavori pubblici straordinari, abbattere la disoccupazione, restaurare l’impalcatura dello Stato ecc. Viva, viva! Bei sogni!
Giugno 1943. Il deputato bolognese di lungo corso, Presidente della Camera, già Ministro degli Esteri, è determinato a fare le scarpe al suo padrone. Non ho sbagliato data. Siete voi che sbagliate pensando a Fini. Sto parlando di Dino Grandi, convinto promotore della rimozione di Mussolini come unico modo per salvare l’Italia.
Crea una fronda, prende contatti con ambienti moderati e liberali per rovesciare la situazione. D'altro canto, l’intenso giro di incontri in quei giorni fra Ciano (ambasciatore presso la Santa Sede) e Monsignor Montini (sostituto della Segreteria di Stato) e tra questi e gli americani fa maturare il sospetto che anche il Vaticano abbia avuto un ruolo nella faccenda, se non altro di supporto morale.
Forte di questo consenso e del suo prestigio personale, Grandi si rivolge direttamente a Vittorio Emanuele che lo incoraggia. Durante l’udienza del 4 giugno il Re gli suggerisce di ottenere un documento, votato da un organo politico ufficiale (Camera o Gran Consiglio del Fascismo) che faccia esplicito richiamo all’art. 5 dello Statuto Albertino e che gli restituisca i poteri costituzionali (comando supremo delle forze armate ed ogni decisione di vertice) con i quali avrebbe potuto togliere le deleghe del comando militare e civile a Mussolini. Insomma per il Re non erano motivi sufficienti a giustificare una resa dei conti con Mussolini la disastrosa situazione dell’Italia, prostrata da tre anni di guerra persa su tutti i fronti, le pessime condizioni dei civili sotto i bombardamenti e il tesseramento, le sofferenze di centinaia di migliaia di soldati mandati a morire nel deserto africano o nella steppa russa. No, per deporre Mussolini, al quale aveva consegnato nel 1922 il Governo senza elezioni e poi tutto il potere, voleva apparire nella più perfetta legalità nascondendo il complotto sotto il mantello della richiesta formale di un organo politico.
Giugno 2011. Nonostante le ripetute assicurazioni del Ministro delle Finanze, Tremonti, la situazione economica italiana peggiora vistosamente. Il Parlamento, bloccato per quasi due anni nel tentativo di sistemare i guai di Berlusconi con la giustizia, viene chiamato a varare ben tre manovre finanziarie per circa 80 miliardi perché le casse sono vuote ed il credito internazionale crolla. L’atmosfera si è fatta pesante. Fini, che era considerato il delfino naturale di Berlusconi (tipo Grandi), si era staccato l’anno prima dalla maggioranza dopo averlo sfidato pubblicamente. Il duello parlamentare col voto di fiducia, che dava il cavaliere per disarcionato in partenza, si era concluso invece con la disfatta degli scissionisti, grazie ad un’operazione astuta e sotterranea, i cui contorni sono ancora sotto esame della Magistratura per i profili di frode e di compravendita di parlamentari. Ma si era trattato di una vittoria di Pirro, perché gli ambienti internazionali, presso cui aveva perso ogni credito personale, non gli facevano più sconti ed anzi l’Italia era diventata l’obiettivo principale della speculazione finanziaria.
A quel punto i nuovi personaggi sul palcoscenico della tragedia italiana sono ancora una volta l’inquilino del Quirinale e un professore, con un passato di commissario europeo. Il primo è preoccupato dalla situazione e dal giudizio negativo delle agenzie di rating, avvalorato dai suoi contatti internazionali al massimo livello, mentre il secondo, economista della Bocconi, amico dei banchieri titolare di prestigio a Bruxelles, viene sondato perché dia con la sua persona un seguito concreto ai suoi editoriali di critica apparsi sul Corriere della Sera, magari con un documento economico che illustri come rimettere in sesto i conti e il paese.
Luglio 1943. Il quadro si è fatto ancora più fosco, non solo sul piano militare, ma anche su quello sociale interno che registra disordini e proteste per le privazioni della guerra. Le sconfitte si susseguono dall’Africa, ai Balcani, alla Russia, all’Egeo con il nemico padrone dei cieli e dei mari a ridosso del suolo nazionale.
Grandi chiede ripetutamente la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo (organo che non si riunisce da 4 anni) a Mussolini che ha altro per la testa e che, atterrito dalla sconfitta, corre a Feltre per un vertice di guerra con Hitler. Chiede aiuto, ma ne ritorna a mani vuote (sono passati appena 4 mesi dalla disfatta tedesca a Leningrado). Con il paese ostenta sicurezza e ottimismo, ma in cuor suo sa che occorre districarsi dalla morsa della imminente sconfitta. Due giorni prima dell'incontro di Feltre, il capo delle SS Himmler riceve dai suoi agenti a Roma un’informativa che accenna alle manovre in preparazione del Re per deporre il capo del Governo e sostituirlo con Badoglio. Sembra che Hitler ne abbia parlato a Mussolini che avrebbe scrollato le spalle sottovalutando la serietà e la fondatezza dell’informazione.
Due giorni dopo l’incontro di Feltre avviene il bombardamento di Roma (19 luglio), e subito dopo la caduta di Palermo (22 luglio). A quel punto Mussolini cede alla richiesta di Grandi, convinto di avere facile sopravvento su una piccola fronda di gerarchi (vi aderiscono tra gli altri anche suo genero Ciano e Bottai). Interpreta la richiesta di Grandi come una possibile mano tesa per restituire al sovrano le prerogative del comando supremo. La prospettiva di vedere una via d’uscita dalla pesante situazione militare senza doversi assumere alcuna responsabilità per aver ridotto in macerie il paese è allettante. Non comprende che si tratta di una pura trappola.
La riunione, iniziata nel pomeriggio del 24 luglio, si conclude alle 2,40 del mattino successivo con un voto senza appello (19 a 8) in cui per la prima volta, dopo 21 anni, Mussolini viene messo platealmente in minoranza. E’ la caduta del fascismo. E’ arrivato il momento del Re.
Luglio- Novembre 2011. Il bombardamento delle agenzie di rating e dei mercati internazionali che speculano contro l’Italia è incessante. Lo spread sale costantemente e scavalca la barriera dei 500 punti per arrivare fino a 575. Gli alleati della UE e dell’Euro si allarmano e presentano a Berlusconi per iscritto, un ultimatum firmato dal presidente uscente e da quello entrante della BCE Trichet e Draghi, che impone una ricetta di lacrime e sangue. Il paese è alla canna del gas: i conti sono in profondo rosso, i titoli di stato pur arrivando a pagare un interesse del 7% (nel resto d’Europa si viaggia sul 2%), non trovano più acquirenti. Tempo tre mesi non ci saranno più soldi per pagare stipendi e pensioni, mentre il debito pubblico lambisce i 2.000 miliardi. Occorre un intervento drastico.
Berlusconi non percepisce la gravità della situazione, giustifica le sue manovre finanziarie come interventi di manutenzione dei conti. Facendo la figura di Don Ferrante che negava l’esistenza della peste a Milano finché ne morì, nega pubblicamente la crisi e afferma agli increduli corrispondenti stranieri che in Italia i ristoranti sono pieni, così come i posti di vacanze e gli aerei, tanto da essere destinatario dello scherno con sorrisetti di compatimento di Merkel e Sarkozy.
E’ in questa atmosfera che si intensificano i rapporti tra Monti e Napolitano. Il documento (tipo ordine del giorno Grandi), con l’obiettivo di delineare le basi del nuovo ordinamento economico italiano, viene sottoposto in visione esclusiva al Capo dello Stato. Si tratta del piano Passera (Presidente della più grande banca italiana, maggiore azionista della Banca d’Italia e futuro super ministro tecnico dell’economia), elaborato d’intesa con Monti, di ben 190 pagine (che saranno poi prosciugate per essere ridotte a 9 della famosa e fumosa agenda Monti).
Il governo sembra sopravvivere finché non inciampa a fine ottobre nel voto contrario della Camera all’approvazione del bilancio generale dello Stato. E’ l’inizio della fine del Governo Berlusconi che due giorni dopo pone la fiducia. L’ottiene, ma con un numero di voti (308), inferiore di otto ai fatidici 316 della maggioranza della Camera. E’ arrivato il momento delle spiegazioni a Napolitano.
25 luglio 1943. Mussolini si reca nel pomeriggio a Villa Savoia dal Re, incurante dell’avviso contrario della moglie che, come Calpurnia, mette invano in guardia il suo uomo dal destino avverso che sta incombendo sul suo capo. Qualche preliminare, e poi l’affondo del Re che comunica a Mussolini la sua sostituzione con Badoglio. Mussolini è colto di sorpresa. E' caduto in trappola. Farfuglia qualche obiezione. Cerca di allontanare la sua rimozione dimostrando carte alla mano che il Gran Consiglio è solo un organo consultivo, che non ha alcun potere decisionale, ma il Re è irremovibile e lo accompagna alla porta. Mussolini crede di tornare a casa ed invece è costretto a salire su un’autoambulanza che lo porta agli arresti. Solo alle 11 di sera la radio informa la nazione che il cavaliere Mussolini ha dato le dimissioni e che è avvenuto il cambio della guardia alla testa del Governo. La guerra continua.
8-12 Novembre 2011. Napolitano per coprirsi con una parvenza di legalità nomina in tutta fretta senatore a vita il prof. Monti a cui intendeva  affidare il Governo sin dal giugno-luglio precedente (secondo le testimonianze di Prodi e De Benedetti, svelate da Friedman è provato che nell’estate 2011 Monti era stato già sondato da Napolitano sull’accettazione dell’incarico di formare un nuovo governo).
Dopo 48 ore convoca Berlusconi al Quirinale per rimproverargli la situazione economica disastrosa, mostrargli i conti veri dello Stato fornitigli da Bruxelles e da Francoforte, non quelli che teneva Tremonti e lo invita perentoriamente a lasciare Palazzo Chigi, tra i lazzi della folla.
Ormai il cavaliere (fuori il secondo) è defenestrato, senza che il parlamento e i partiti abbiano giocato il minimo ruolo.
Mutatis mutandis. Quando il M5S presenta la richiesta di impeachment contro il capo dello Stato non sono ancora noti questi retroscena che vengono svelati in contemporanea con la riunione del comitato parlamentare ad hoc per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica.
Sembrerebbe doveroso approfondire l’esame di tutti questi nuovi elementi, in aggiunta alle accuse di prevaricazione nei confronti dei partiti e del parlamento, di discriminazione di una forza politica tenuta fuori dai conciliaboli al Quirinale, di intromissione nella conduzione dell’azione politica del governo, di concessione della grazia forzando e piegando la legge, di esautorazione del parlamento sulla vicenda degli F35 ecc.
E invece il Comitato, obbediente al sovrano, archivia la richiesta in poco meno di venti minuti. Nella tipica tradizione italiana, quello che poteva essere un grande problema finisce a tarallucci e vino. Napolitano che aveva puntato tutto su Letta Nipote sempre difeso a spada tratta, che aveva chiuso occhi e orecchi di fronte agli errori e alle gaffe di Alfano, Bonino, Cancellieri, Carrozza, De Girolamo, rincomincia a tessere la sua tela per farlo sloggiare da Palazzo Chigi e metterci al suo posto il pro nipote. E chi consulta per l’operazione già decisa a tavolino? Proprio il cavaliere, che aveva cacciato oltre due anni fa, nel frattempo condannato con sentenza definitiva passata in giudicato per frode fiscale con la interdizione dai pubblici uffici. Perché questa accelerazione? Per il bene del popolo? Macché. Se avesse aspettato altri sei mesi o più, come chiedeva Letta, avrebbe corso il rischio di fare le consultazioni con un capo partito  agli arresti domiciliari o ai servizi sociali.
C’è una differenza fondamentale tra i fatti di oggi e quelli del 1943. Allora il Re scappò a Pescara; forse questa volta scapperà a Napoli.

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Quando i somari sono al potere

TORQUATO CARDILLI - Se Lucio Apuleio, autore dell’Asino d’oro, l’unico romanzo scritto in latino pervenutoci interamente, potesse tornare in vita dopo due mila anni, certamente arricchirebbe i libri delle sue Metamorfosi ispirandosi alla mandria di somari che ci governa, perché l’Italia pur cambiando verso, come enfaticamente proclama Renzi il Magnifico, emette sempre lo stesso raglio.
Il libro di Apuleio si snoda intorno alla vicenda del protagonista ed alla sua metamorfosi in asino a seguito di un errore di esecuzione di un esperimento magico: poiché ha mantenuto sano l’intelletto, attraversa una serie di peripezie per appagare il desiderio di rientrare  nelle originarie sembianze.  L’intreccio odierno, senza offendere i napoletani che hanno scelto nel ciuccio il simbolo dalla loro squadra, potrebbe svilupparsi sul tema del somaro che si trasforma in uomo per seguire da vicino le asinate dei presunti ottimati eletti dal popolo, che poveretto crede di essere amministrato da politici e stenta a prendere coscienza di essere governato invece da emeriti ciuchi.
Una canzone di Vacca, lanciata circa una decina di anni fa recitava “chi sbaglia paga”, ma ciò non avviene nel nostro paese, diventato stalla di somari che non pagano mai per gli errori che commettono a ripetizione alle spalle dei cittadini.
Lasciamo da parte le pure macchiette di un analfabeta come Razzi che paragona il dittatore nord coreano al sindaco La Pira, di un agopuntore imbonitore di provincia come Scilipoti, o del senatore berlusconiano Sciascia condannato per corruzione che rimbecca un giornalista precisando che il suo reato era stato di corruttore e non di corrotto, o del governatore Cota dalle mutande verdi pagate dal contribuente. Sembrava che l’acme degli errori fosse stato raggiunto nel 2011 quando era ministro del lavoro Sacconi arrivato lì dopo un cursus honorum invidiabile: ininterrottamente sottosegretario al tesoro dal 1987 al 1994, poi consigliere economico di Berlusconi, poi sottosegretario al lavoro dal 2001 al 2006 e infine ministro del lavoro dal 2008. In tale veste ebbe la bella pensata di abolire il riscatto dei 4 anni di studi universitari spacciandola come misura di equità a vantaggio delle generazioni future, che avrebbe tolto un privilegio solo a 60.000 persone vicine alla pensione. In realtà i soggetti interessati erano oltre 600 mila. E allora, olé! Il ciuco fa retromarcia con faccia tosta senza finire dietro la lavagna per la vergogna.
Quel Ministero decisamente porta male. Due anni fa la professoressa Fornero dalla lacrima sospesa di fronte alla telecamera, divenuta famosa per la stupidata che il lavoro non è un diritto, con la riforma delle pensioni ha creato il problema degli esodati. Anche in questo caso la cifra buttata là era che riguardava poche decine di migliaia di persone per le quali sarebbero stati trovati i correttivi. In realtà le vittime del tradimento di Stato erano più di 280.000. Oplà! Nessuna vergogna: la colpa dell’errore veniva scaricata sul malfunzionamento dello scambio di informazioni con l’INPS. Delle due l’una: o aveva sbagliato la Ministra, oppure aveva sbagliato il Presidente dell’Inps. Invece, per il solito miracolo italiano della consustanzialità del potere con la poltrona, nessuno si è dimesso, nessuno ha pagato e tutto è continuato come prima, ragli compresi.
Non era bastata la retromarcia del decreto salva Roma respinto dal Presidente della Repubblica e ringoiato tutto intero dal Governo che dopo averlo approvato all’unanimità in Consiglio dei Ministri aveva addirittura ottenuto su di esso anche la fiducia del Parlamento. Poco importa che il Presidente del Senato abbia fatto la figura del capoclasse imbelle, incapace di tenere una scolaresca indisciplinata. Il Primo Ministro non ha fatto una piega e nessuno ha pagato per questa colossale gaffe politica e mancanza di dignità.
Mentre l’Italia intera affoga nella pantomima dell’IMU si, Imu no, Imu ridotta, Imu rinominata, Imu inglobata, mini Imu, Trise, Tasi e Iuc, con i Comuni che a pochi giorni dalla scadenza sono nel caos amministrativo e non sanno che pesci pigliare, ci mancava pure l’ennesima figuraccia di richiedere retroattivamente a 90.000 insegnanti, che guadagnano mediamente 1.300 euro al mese, la restituzione di 150 euro al mese erogati per tutto il 2013 quali scatti di anzianità.
Che manifestazione di asineria da parte di ministri che non riescono a valutare in anticipo le conseguenze negative di certi provvedimenti, che peccano di superficialità e di imprecisione nei calcoli, nelle previsioni, nella valutazione della situazione e delle ricadute politiche, economiche e sociali e che come altri loro colleghi non sanno cosa combinano gli asinelli dei loro recinti.
Ci voleva l’ukase ancora una volta del nuovo segretario del PD per mandare i due ministri (Mef e Miur) nell’angoletto degli scolari incompetenti e per tirare le lunghe orecchie d’asino al Presidente del Consiglio che, mentre si compiva il pasticcio, se ne andava a sciare in Slovenia.
La giustizia sembra che stia per arrivare a colpire con una pesante pena di reclusione un altro asino che seppur elevato al rango di ministro dello sviluppo economico credeva che una casa di fronte al Colosseo potesse essere comprata per la metà del prezzo di mercato, mentre a sua insaputa un benefattore pagava la differenza nel retrobottega del notaio.
Qualche mese fa un altro esponente del Governo, con la responsabilità della sicurezza interna, recitava le bugie di Pinocchio che si trasformava in ciuchino! Riferiva in Parlamento su una cosa che non sapeva (sono state sue parole) mentre un ambasciatore straniero gli sequestrava da sotto il naso con un’organizzazione para militare una donna con bambina rispedite in patria. Pagava il conto per lui il Capo di Gabinetto che ora ha deciso di vuotare il sacco.
Un’altra asina di Governo faceva comunella con la famiglia di un latitante credendo di stare nel paese dei balocchi e non a capo del Ministero della Giustizia, mentre una sua collega intercettata si esprimeva in toni scurrili e arroganti. Non un alito dal Colle che non si stanca però di richiamare gli italiani a fare la loro parte.
C’è ancora da meravigliarsi se l’OCSE prevede che l’Italia, paese con un tasso di disoccupazione del 13% e disoccupazione giovanile del 41,6%, governato da una mandria di somari, con parlamentari che non sanno scrivere le leggi, che non capiscono quello che votano, con una classe dirigenziale di burocrati ottusi ed inamovibili che elaborano regolamenti ancora peggiori delle leggi che vorrebbero disciplinare, con amministratori famelici come lupi che rubano al paese, con dirigenti che truffano le aziende a partecipazione pubblica, scivoli al 15 mo posto nell’economia mondiale?

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Ancora uno schiaffo

TORQUATO CARDILLI - Un anno fa, per la precisione il 21 marzo 2013, scrivevo su questo giornale un articolo intitolato “Dalla gloria di Attilio Regolo all’infamia di oggi”, dedicato alla triste, penosa vicenda dei nostri fucilieri di marina, prigionieri in India.
Allora, dopo un excursus che affondava nella leggenda del coraggio del console romano, criticavo aspramente la “furbata” del non rispedire in India i Marò. A livello politico e diplomatico avevamo dato le più ampie garanzie che dopo il permesso speciale accordato per partecipare alle elezioni sarebbero ritornati in India. Con troppa faciloneria rinnegammo da spergiuri quella promessa credendo di essere più furbi degli indiani.
Allora mi aveva ferito, come cittadino italiano, l’inettitudine del nostro Governo , della nostra Diplomazia e dei nostri Servizi, incapaci di difendere le proprie ragioni con l’arma del diritto, della pressione diplomatica, dell’alleanza politica con l’Unione Europea, con la Nato, con l’ONU. Il voltafaccia di aver infangato di fronte al mondo intero l’onore della nazione calpestando la parola data era insopportabile.
Vale la pena ripetere oggi, dopo l’ennesima presa in giro dell’alta Corte indiana, tutta la seconda parte di quell’articolo, ancora attuale:
***
“Il governo Monti che si vanta di aver riportato in alto il prestigio del paese dopo le brutte figure berlusconiane, anziché usare le armi del diritto che era tutto e incontestabilmente dalla sua parte, anziché fare sfoggio della più alta diplomazia internazionale a 360 gradi, anziché ottenere concretamente l'alleanza solidale dell'intera Europa, anziché coinvolgere al massimo livello l'ONU, anziché farsi ripagare politicamente dalla Nato e dagli USA per il gravoso impegno militare in Afghanistan, ha organizzato in sordina, furbescamente, il tradimento della parola data, esponendosi alla condanna morale del mondo intero ed alle ritorsioni dell'India.
Se è vero che gli indiani avevano agito fraudolentemente tendendo con l’inganno una trappola alla nave mercantile italiana, su cui erano imbarcati con compito previsto dalla Nazioni Unite i due marò del S. Marco, non si può fare a meno di riconoscere che in questa vicenda il governo italiano ha agito in modo pressappochista, da principiante delle relazioni internazionali. Non ha saputo stendere attorno all'India un cordone di riprovazione internazionale, non ha denunciato l'India per la sua flagrante violazione delle convenzioni internazionali sulla lotta alla pirateria e della carta delle Nazioni Unite, né ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza, né ha aperto immediatamente una controversia internazionale. Ma timoroso di perdere qualche affare, o per le personali ambizioni di due ministri, ha ingenuamente accettato la strada della giurisdizione indiana e poi ha tentato di giocare di astuzia. Così facendo ha messo a repentaglio l'onorabilità di un paese intero ed ha buttato alle ortiche una vittoria politica a portata di mano, rinverdendo nella memoria degli osservatori internazionali la nostra pessima fama di voltagabbana, di spergiuri, di traditori.
I furbi italiani prima stati messi nel sacco dai più furbi indiani e poi si sono fatti umiliare per un’avventata contro mossa.
Di fronte all’opinione pubblica internazionale ancora una volta abbiamo messo in gioco la nostra reputazione: non per una gaffe o un atto istrionico di un governante, ma per aver platealmente tradito la parola data, dimostrando al mondo intero che il nostro onore vale meno di nulla.
I due ministri tecnici degli Esteri e della Difesa, che l’opinione pubblica aveva salutato più di un anno fa come gli uomini nuovi dalla faccia più presentabile di quelle del “postino” Frattini o del mefistofelico la Russa, volevano spacciarsi con gli indiani per nuovi Machiavelli ma hanno finito per rivelarsi più goffi e pasticcioni di Stanlio e Ollio.
Sarebbe stato molto più prudente e produttivo se non avessero coinvolto nella loro messa in scena il Capo dello Stato, e il Presidente del Consiglio, e se avessero fatto passare sotto silenzio la necessaria attività di ricerca di alleanze internazionali. Invece la vicenda è stata circondata da un clamore eccessivo e i due ministri, che segretamente tra Farnesina, palazzo Baracchini, Palazzo Chigi e il Forte, pianificavano di dare la fregatura agli indiani si sono lasciati andare ad un atteggiamento da gradassi: Terzi ha considerato chiusa la partita annunciando che i marò non avrebbero fatto ritorno in India mentre Di Paola ha annunciato come una vittoria che i fucilieri avrebbero ripreso servizio sotto la bandiera della Marina Militare.
Poteva l'India incassare senza reagire un simile schiaffo politico da un paese sull’orlo del fallimento e che conta sempre meno in campo internazionale? Poteva accettare la bruciante offesa di essere stata beffata e considerata come un Paese che non vale nulla? No, ed ha risposto con rabbia.
Possibile che nessuno avesse pensato alle conseguenze di un atto così scriteriato e improvvido? Evidentemente oltre ai loro capi anche i consiglieri del Ministro degli Esteri, della Difesa e del Presidente del Consiglio, i professori del Contenzioso diplomatico della Farnesina, l'apparato elefantiaco dei Servizi Segreti hanno perso ogni lucidità di giudizio.
Tutte queste autorità avevano prima fatto a gara nello scaricare la responsabilità della cattura dei nostri marinai l’una sull’altra, poi hanno abbozzato alcune missioni diplomatiche inconcludenti di Terzi e De Mistura a Nuova Delhi condotte con un’ingenuità spaventosa senza mettere in piedi una strategia politica di carattere internazionale. Infine, convinti di poter realizzare un colpaccio di furbizia non hanno risparmiato nel pavoneggiarsi (Monti compreso) facendosi riprendere dalla televisione insieme ai fucilieri accolti all’aeroporto come eroi di guerra.
L’India che ora ha buon gioco nel presentare al mondo l’Italia come un Paese di cui non ci si possa fidare, ha però esagerato reagendo nel modo più violento e arrogante possibile. Ha dichiarato in pratica prigioniero il nostro ambasciatore Mancini revocandogli unilateralmente l'immunità diplomatica in aperta violazione della Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche.
Fino ad ora troppo timida è stata la reazione dell’Italia, dei suoi partner europei, degli alleati della Nato, del vertice delle Nazioni Unite.
C’è da augurarsi che le forze politiche facciano nascere presto un nuovo Governo dotato dei poteri necessari per agire in fretta su tutti i canali politici utilizzabili al fine di richiamare l’India al rispetto delle regole internazionali e indurla a consentire al nostro Ambasciatore di lasciare il paese (cosa che è garantita dalla Convenzione  di Vienna anche in caso di rottura di relazioni diplomatiche o persino di guerra). Allo stesso tempo occorrerà chiudere questa brutta pagina facendo ripartire le relazioni tra Roma e Nuova Delhi con uomini nuovi e con un rinnovato impegno alla collaborazione internazionale.”
***
Evidentemente mi illudevo che il governo italiano avesse un sussulto di dignità, di orgoglio nazionale, un moto di intelligenza capace di mettere in piedi una strategia politica.
Nulla è successo, anzi non ha fatto altro che peggiorare la situazione con le inutili missioni in India del Ministro della Difesa, della commissione parlamentare bicamerale, con il collegamento in teleconferenza del capo dello Stato, con la stanca ripetizione sui mezzi di informazione che il diritto era dalla nostra parte, senza farne uso.
All’opinione pubblica viene infatti in continuazione scodellata la minestra che le tergiversazioni indiane non sono accettabili, ma è troppo chiedere al primo ministro Letta ed alla ministra Bonino quale strategia abbiano messo in campo?
Dobbiamo denunciare l’India al più alto livello internazionale per la violazione dei diritti umani, per la violazione degli accordi delle nazioni Unite contro la pirateria, per la violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, per la violazione del diritto internazionale secondo cui i soldati in missione militare non sono mai responsabili di incidenti.
I marò debbono tornare in Italia senza condizioni e per raggiungere lo scopo bisogna dire agli americani a muso duro (noi che abbiamo graziato senza contropartite il loro colonnello Romano condannato per il rapimento di Abu Omar, che abbiamo fatto rimpatriare i piloti responsabili del massacro del Cermis, che abbiamo avuto l’ufficiale dei Servizi Calipari ucciso in Iraq da un soldato USA) che ritiriamo immediatamente il nostro contingente dall’Afghanistan, alla Nato che cessa il nostro impegno militare nell’alleanza, all’Unione Europea che l’Italia si ritiene svincolata dagli accordi comunitari e che non intende presiedere l’Unione, alle Nazioni Unite che ci ritiriamo immediatamente da tutti i teatri dove sono schierate le nostre truppe sotto l’egida ONU. Sta a loro convincere gli indiani a dare ai marò italiani la stessa immunità che hanno preteso per i loro soldati impegnati in Africa con i caschi blu, accusati di stupro di gruppo, sta a loro dimostrare che non avrebbero fatto di tutto per riportare in patria indenni e senza seguiti giudiziari i loro militari.
Il presidente del Consiglio anziché andare a pavoneggiarsi a Sochi, avrebbe fatto molto meglio a convocare in Italia una conferenza internazionale con gli alleati per ottenerne subito solidarietà incondizionata.
Insomma l’Italia non merita di essere guidata da una classe politica di incapaci: E’ finito il tempo dell’attesa e della pazienza. Il popolo farà bene a ricordarsene alle prossime elezioni.

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La ripetizione di un rito senza senso

TORQUATO CARDILLI - La sera della fine dell'anno si è ripetuto per l'ennesima volta un rito senza senso, che sarebbe stato più saggio evitare. Parlo del discorso augurale alla nazione del presidente della Repubblica a reti unificate, pubbliche e private, che è stato magnificato dai soliti laudatores, come ascoltato da 10 milioni di cittadini (un milione in meno di 7 anni fa).
Meglio sarebbe stato dire che tanti erano i televisori accesi, perché la maggioranza degli italiani a quell’ora era in casa e non poteva permettersi alcun diversivo per la crisi. Di quei 10 milioni quanti lo hanno in realtà seguito davvero mentre mangiavano cotechino e lenticchie, o affettavano un panettone? E quanti lo hanno veramente approvato? Non lo sapremo mai perché il conformismo benpensante non ce lo rivelerà.
In una cornice scenografica barocca e opulenta, ma di finta austerità (il presidente non era accanto al caminetto o alla scrivania, ma a capo di una tavola spoglia e vuota) è riecheggiato per una ventina di minuti il trito copione del richiamo al momento difficile, dei soliti appelli alle riforme, alla coesione sociale, alla stabilità politica, ai sacrifici comuni come se gli italiani non toccassero con mano ogni giorno questi problemi mai superati. Ci si sarebbe aspettato un discorso alto, non l’abituale geremiade sui ritardi della politica nel risolverli.
Sono stati toccati i soliti temi della crisi economica e sociale, della sfiducia dilagante, della necessità delle riforme ma è mancato soprattutto un concreto filo di speranza, che può essere suscitata soltanto in chi crede in una capacità di guida. E’ mancata una prospettiva di crescita che non può solo poggiare sull’invito a non disperdere i frutti dei sacrifici fatti. E’ mancata una promessa di un anno migliore perché la sollecitazione alla classe politica non è stata accompagnata da un impegno a dare l’esempio nelle rinunce.
Due sono stati gli spunti di carattere irrituale, fuori dai canoni dell’occasione: la lettura della posta del cuore, manco si fosse trattato di un direttore di rotocalco nel colloquio con i lettori e la stizzita reazione verso le critiche, che, come tanti nuvoloni neri, si sono addensate sul Quirinale e sul suo ospite.
Come ci si può dichiarare vicini alle realtà dolorose del paese, evocare valori e principi da coltivare tenacemente per realizzare una speranza di cambiamento, sollecitare il coraggio di rialzarsi in un popolo stremato se questo non vede un esempio tangibile scendere dall’alto?
Perché non ha seguito la via già percorsa da papa Francesco (citato in una inutile captatio benevolentiae) che in pochi mesi ha rivoluzionato la Curia, ha dato una prova concreta di modestia e di frugalità, ha impresso alla Chiesa sostanziali cambiamenti? Perché non ha imitato il presidente dell’Uruguay che ha rinunciato all’appannaggio presidenziale, riducendosi a vivere in una casetta da 80 metri quadrati, abbandonando il lusso eccessivo di una reggia che stride drammaticamente con la povertà popolare? Così sarebbe stato veramente vicino alle sofferenze della gente ed avrebbe obbligato una classe politica inetta e sprecona a darsi una regolata.
Le invocazioni disperate delle lettere dei cittadini in grave stato di bisogno che non hanno avuto una risposta a chi erano dirette? La grave situazione di disagio degli esodati da chi è stata creata se non dal governo con il suo beneplacito? Questo travaglio mica doveva essere riversato sugli animi gonfi di angoscia degli ascoltatori! E perché ha volutamente dimenticato di citare almeno una delle 150.000 invocazioni degli abitanti della terra dei fuochi? A chi era diretto l’invito a fare insieme i sacrifici? A chi ne fa già abbastanza?
Un passaggio di dubbio gusto è stato poi quello relativo all’autodifesa, nel quale l’augusto signore, pur dichiarandosi attento a considerare ogni critica o riserva sul suo operato, ricordando il famoso “non ci sto” del suo predecessore Scalfaro, ha detto che non si lascerà condizionare da campagne calunniose, da ingiurie e minacce e che nessuno può credere “alla ridicola storia delle pretese di strapotere personale”. Accidenti! Anche il Re Sole la pensava così.
Ma il tocco finale è stato nella promessa della durata del suo incarico: “resterò presidente fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile e fino a quando le forze me lo consentiranno. Fino ad allora e non un giorno di più”. Cosa intendeva dire? Ci sarebbe mancato altro che avesse previsto di rimanere là anche dopo che le forze lo avessero abbandonato!
A contenuti ovvi, ovvie reazioni a partire da quella del duo Ric & Gian, come se, specialmente il più giovane, da presidente del Consiglio in carica, da lui nominato, avesse potuto esimersi dall’esprimere piena sintonia o dissentire! Idem da parte dei dirigenti dei partiti che si dividono il potere o dalle altre cariche istituzionali che si sono avventurati in terreni sconosciuti di incitamento ai sacrifici, di creazione di posti di lavoro, di riforme, come se queste omissioni fossero colpe dei cittadini.
Altrettanto ovvio l’avviso contrario delle opposizioni, soprattutto del M5S che, in contemporanea, ha mandato in onda il contro discorso di Grillo il cui sito è andato addirittura in tilt per l’eccezionale quantità di accessi. Grillo, a riprova della scontata ritualità delle esortazioni quirinalesche, ha messo in ridicolo sugli stessi temi l’inerzia governativa, chiedendo al presidente due cose: di consentire di andare a votare subito con la vecchia legge elettorale mattarellum, richiamata dalla Corte Costituzionale,  e di seguire l’esempio di Cossiga, dando le dimissioni.
Che l’appello non venga raccolto ha poca importanza; quello che ormai conta per gli italiani è che con la minaccia di “impeachment” la sua immagine internazionale sia già stata compromessa.

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