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Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

Un premio Nobel per la guerra

Torquato Cardilli - Gli uomini politici hanno imparato che le telecamere stanno sempre in agguato pronte a cogliere qualsiasi loro atteggiamento che possa risultare sgradito al pubblico e quindi suscettibile di far perdere consensi. Perciò quando parlottano tra di loro, imitando goffamente i giocatori e gli allenatori di calcio che vogliono sfuggire alla censura della FIFA, mettono sempre la mano davanti alla bocca per evitare che possa essere letto, con il teleobbiettivo e la moviola, il labiale che evidentemente riferisce cose sconvenienti o che è bene il pubblico non conosca.
Non hanno però ancora imparato a diffidare delle fotografie che possono essere, a distanza di tempo, la prova documentale dei loro intrighi amorosi (vedi Hollande) o politici. E' questo il caso di un esponente di spicco dell'establishment americano, non uno qualunque, ma il senatore repubblicano dell’Arizona John Mc Cain, fatto prigioniero e decorato con medaglia d’argento al valor militare nella guerra del Vietnam, già candidato alla Casa Bianca contro Obama, le cui foto hanno percorso in tutta la sua ampiezza la rete informatica mondiale. E che non si tratti di fotomontaggi è stato confermato da fonti della stessa intelligence americana.
Le foto che circolano in internet lo ritraggono accanto all'autoproclamatosi nuovo califfo dello Stato islamico (ISIS) della grande Siria e dell'Iraq, Abu Bakr al-Baghdadi e al suo addetto stampa Abu Musa, quello che aveva sfidato l'America a mandare i suoi marines anziché i droni.
Il senatore americano ha incontrato in Siria nel 2013 i ribelli siriani anti Assad, alla presenza di al-Baghdadi, per far sentire loro la vicinanza degli Stati Uniti che erano intenzionati ad indebolire fino alla caduta il regime del dittatore siriano.
E' legittimo dunque porsi alcune domande. A che gioco gioca l'America? Con la Casa Bianca non funziona il giochetto italiano dell'insaputa, per cui è lecito dedurre che Obama abbia agito da apprendista stregone nel credere di potere manipolare ai propri fini quella galassia di sette, di terroristi, di anarchici che pullulano in Medio Oriente e uscirne indenne. Possibile che non abbia imparato nulla dalla guerra del Vietnam in poi, nonostante le migliaia di suoi soldati rimpatriati nelle bare e centinaia di migliaia di feriti e mutilati? Possibile che gli Stati Uniti ricadano sempre nello stesso errore di armare chi gli si rivolterà contro (vedi mujahidin afghani, tra cui Bin Laden, armati contro i sovietici, o Saddam Hussein in funzione anti Iran, o i ribelli libici anti Gheddafi che poi hanno trucidato l’ambasciatore americano)?
Altra domanda: come mai Washington si è precipitata a varare le sanzioni anti Putin facendo recitare all’Europa il ruolo di mosca cocchiera, mentre non ha imposto ai suoi alleati, né all'Onu di applicare le sanzioni contro l’ISIS che guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al petrolio iracheno venduto tranquillamente all'Occidente tramite la Turchia? Altrettanto dicasi per i patrimoni e per i fiumi di dollari che fanno capo ai capi dell'organizzazione terroristica, sempre ben rifornita e foraggiata: perché non sono stati congelati? E ancora. Perché non è stato avviato nessun procedimento internazionale né alle Nazioni Unite, né presso la Corte penale internazionale (originariamente boicottata proprio dagli USA che non avrebbero mai voluto esservi inquisiti) per crimini di guerra e violazione delle convenzioni internazionali sui prigionieri? Evidentemente un processo pubblico sarebbe stato troppo compromettente per gli americani: non solo per un personaggio come Mc Cain fotografato insieme ad al-Baghdadi, che, guarda un po', compare nella lista dei terroristi stilata dalla CIA già nel 2011, ma per una serie di contatti con l’intelligence USA.
Dopo le esecuzioni degli ostaggi Obama ha dichiarato la  nuova guerra fatta esclusivamente dall’aria con intensi bombardamenti (loro sono maestri in questo tipo di distruzioni come è stato fatto a Montecassino, a Dresda o a Hiroshima ecc.) più che per eliminare il terrorismo per rispondere direttamente alla lobby dei fabbricanti di armi. Costoro non vogliono restare a secco visto il prosciugamento delle commesse che procede parallelamente alla riduzione dell'impegno militare in Afghanistan, ma se Obama volesse realmente strangolare l'ISIS basterebbe togliergli i finanziamenti e gli approvvigionamenti, abbandonare il Medio Oriente a se stesso e stendergli tutto intorno un cordone sanitario oltre il quale nessuno può uscire.
Si fatica a trovare traccia di queste notizie sulla stampa italiana perché il primo modo per garantire un segreto, o nascondere una verità scomoda, è non parlarne. Soprattutto in Italia nessuno deve sapere, né capire cosa stia veramente accadendo in Iraq e in Siria. E non intendo il Parlamento asservito, ma il popolo che deve essere mantenuto all’oscuro. Al Governo italiano, che ha sempre eseguito ciecamente gli ordini di oltre Atlantico senza mai ricavare un utile per il paese (vedi vicenda marò), importa solo inculcare nelle teste dei cittadini che l'ISIS è il nemico da combattere, che il nostro apparato militare non si tirerà indietro, che le ministre di guerra Mogherini e Pinotti sanno fare la faccia truce.
Soprattutto nessuno deve sapere le rivelazioni, fatte trapelare da alcuni blogger internazionali, di Edward Snowden, riparato a Mosca, già tecnico della CIA e fino al giugno del 2013 collaboratore della National Security Agency sui programmi di sorveglianza di massa dei governi Usa e Gran Bretagna, cioè delle intercettazioni telefoniche dei capi di stato e di governo europei. Secondo Snowden dietro gli jihadisti ci sarebbero proprio coloro che dicono di volerli combattere: l’ISIS sarebbe stato addirittura creato dagli apparati di spionaggio e intelligence di USA e Gran Bretagna di concerto con quelli di Israele con la tecnica chiamata in gergo  "nido del calabrone" in modo da attirare e concentrare in un'unica zona tutti i terroristi provenienti non solo dal mondo islamico, ma anche dall'Occidente. E questo sarebbe stato funzionale a garantire internazionalmente la necessità della protezione dello Stato di Israele.
Sempre come prova di questo disegno sta un'altra affermazione di Snowden secondo cui il capo dell'ISIS al-Baghdadi sarebbe stato addestrato militarmente e teologicamente con corsi di eloquenza presso il Mossad, con l'obiettivo anti Assad.
Non ci fidiamo di Snowden rifugiato in Russia, paese ora impegnato in una nuova guerra fredda con gli Stati Uniti? Ed allora riferiamoci ad un altro ex collaboratore della CIA, Steven Kelley che in un'intervista alla televisione privata Press TV in California ha dichiarato che i finanziamenti all'ISIS arrivano dagli Stati Uniti e dai suoi alleati arabi.
C’è anche un'altra gola profonda. Il giornalista australiano Julian Assange, rifugiato nell'Ambasciata dell'Ecuador a Londra, aveva illustrato questo tipo di cospirazione americana nella rivelazione, nota come wikileaks, di montagne di materiale interessante sul comportamento cosiddetto "wrong doing" del governo americano a partire dall’esecuzione di Saddam Hussein: assassini collaterali (video dell’Aprile 2010), la guerra dell'Afghanistan (luglio 2010), la guerra in Iraq (ottobre 2010), 250 mila messaggi diplomatici tra Ambasciate e Dipartimento di Stato (novembre 2010) e l'affare Guantanamo (aprile 2011) che gli valsero l'ambito riconoscimento della medaglia d'oro della pace con giustizia della fondazione della pace di Sydney, attribuita in passato solo a tre altre personalità come Mandela, il Dalai Lama e il leader buddista Daisaku Ikeda.
A proposito di premi, ma il presidente degli Stati Uniti non è lo stesso Obama che è stato insignito del premio Nobel per la pace nel 2009? Ora si capiscono meglio le critiche e le perplessità generate a suo tempo nel mondo per il fatto che essendo appena stato eletto non era prudente basarsi solo sulle sue pubbliche dichiarazioni senza che avesse potuto dimostrare con i fatti la concretezza del suo operato a favore della pace. Dal premio in poi Barak Obama non ha fatto altro che collezionare penosi dietro front rispetto agli impegni presi nella campagna elettorale basata sui valori universali della libertà, della pace, dell’equità sociale, del rispetto dell’individuo: la promessa di uscire dalla guerra in Iraq entro l'anno non è stata mantenuta, quella di chiudere la prigione centrale di tortura di Guantanamo è svanita nel nulla, l'impegno a considerare conclusa la guerra afghana con l'uccisione di Bin Laden, ritenuto il massimo responsabile del terrorismo, è finito nell'abisso dell'oceano indiano insieme alla salma del terrorista, fatta scomparire in fretta e furia. Insomma alle bugie di Bush sul terrorismo, sull'Iraq, sull'Afghanistan, sul Sudan ecc. si sono aggiunte le contraddizioni di un presidente che non ha avuto il coraggio di dire agli americani ed al mondo la verità.
Ora siamo alla dichiarazione di guerra permanente con l'intento di coinvolgere ancora una volta una larga coalizione di servi sciocchi che non c'entrano per nulla con le vicende del terrorismo. Questo nuovo premio Nobel per la guerra qualche giorno fa dichiarava in una conferenza stampa di non avere una strategia per sconfiggere l'ISIS, ma i suoi generali devono averlo convinto che soprattutto con la ricorrenza dell'11 settembre era conveniente mantenere un'alta mobilitazione morale e materiale del paese e gli hanno sfoderato un piano in tre fasi che dovrebbe concludersi dopo la sua definitiva uscita dalla Casa Bianca e quindi soggetto a continuazione con il nuovo inquilino.
All’obiezione di dover soprattutto convincere un’opinione pubblica dubbiosa sulla necessità di agire, anche militarmente, contro l'estremismo islamico è stato risposto con la rassicurazione che il paese non verrà trascinato in una nuova guerra di terra come quelle in Iraq e Afghanistan, combattute in questo decennio a prezzo di migliaia di soldati morti. Il piano anti-terrorismo elaborato da CIA e Pentagono è diverso da quello attuato in Yemen o in Pakistan o in Somalia. Non saranno più i droni a colpire i gruppi terroristici, ma i bombardieri e i missili come avvenne contro Milosevic e Gheddafi. L’importante è, secondo i militari, che Obama mantenga la guida di una grande coalizione che coinvolga i 28 paesi membri della Nato e una dozzina di stati appartenenti alla Lega araba e forse anche l'Iran momentaneamente alleato per abbattere il nuovo califfo sunnita.
I raid aerei potrebbero estendersi dal Kurdistan iracheno sulla città di Raqqa, in Siria, dichiarata capitale dello stato islamico e sulle altre roccaforti li disseminate, lasciando che gli altri stati della coalizione mettano i soldati sul terreno in aiuto ai ribelli anti Assad e contro l’ISIS. Come dire agli arabi vedetevela tra di voi sul campo, noi non mandiamo neppure un marine. Per questo il Segretario di Stato Kerry è andato a Gedda dove ha riunito gli alleati arabi dall'Egitto alle monarchie del Golfo e anche quelli che fraternizzano con i terroristi.
Una seconda fase prevede l'addestramento e l'equipaggiamento del nuovo esercito iracheno (quello esistente sotto al-Maliki, equipaggiato e rifornito in questi dieci anni di occupazione americana, si è dileguato con armi e bagagli confluendo nelle fila dell'ISIS).
Come se il mondo non ne avesse abbastanza di guerre e di crisi dell’economia Obama ha chiesto al Congresso di autorizzarlo alla spesa supplementare di 500 milioni di dollari per addestrare e armare i ribelli siriani pro-occidentali. Stiamo certi che prima o poi il conto arriverà anche sulle nostre tasche. I peshmerga vogliono ben altro che i rottami di armamento leggero sequestrato dall'Italia 20 anni fa.
Credo che non ci sia anima viva che non  abbia provato orrore per la decapitazione in diretta degli ostaggi (due americani ed un inglese: scavando sotto sotto vieni a sapere che avevano un passato collegato con i servizi segreti e con lo spionaggio israeliano), ma sbaglia chi attribuisce tale crimine all'Islam. Anche se l'ISIS proclama di agire per conto dell'Islam, nessuna pratica di assassinio può essere onestamente ricollegata a quella religione. I video trasmessi mostrano solo il comportamento barbaro di alcuni fanatici, che non hanno nulla a che fare con la dottrina coranica, ma che si avvalgono del forte potere mediatico per ritorcere contro l'America la responsabilità di ogni morte, inscenando esecuzioni capitali di condannati vestiti come i prigionieri di Guantanamo.
Possiamo stare certi che anche se il califfo al-Baghdadi scomparisse dalla scena domani mattina, dopo di lui sorgeranno altri califfi e altri invasati per un conflitto senza fine, mentre Obama passerà alla storia come un premio Nobel che ha tradito la pace per la guerra.

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Chiodo scaccia chiodo

Torquato Cardilli - Sei mesi fa, sempre su queste colonne, in relazione agli eventi di Crimea, avevo cercato di spiegare quali fossero o avrebbero dovuto essere gli obiettivi della politica estera italiana, soprattutto nel momento in cui ci accingevamo ad assumere la presidenza di turno dell'Unione Europea in condizioni di obiettiva inferiorità rispetto alle altre economie mondiali.
Le cancellerie del vecchio continente, da Berlino a Parigi, da Londra a Bruxelles, hanno continuato ad assecondare sulla questione dell’Ucraina il volere di Washington, che da almeno dieci anni a questa parte ci trascina rassegnati da un fallimento militare all'altro (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, ecc.) con grave ricaduta sui nostri conti, sulla tenuta sociale, sull'immigrazione a ondate che si abbatte sulle nostre coste.
La settimana scorsa, premiando la testardaggine di Renzi, incaponitosi sulla politica estera piuttosto che sull’economia, gli alleati non potevano farci uno sfregio più grande: per significarne l'inutilità, hanno accettato di nominare la Mogherini quale foglia di fico della politica estera europea, umiliandola ad un penoso dietro front nei confronti di Putin. Secondo Washington, non estranea alla faccenda, era la perfetta anatra zoppa, regolarmente criticata dal Wall Street Journal, per il fatto che appena due mesi fa si era affrettata ad effettuare un viaggio a Mosca per elogiare lo spirito di partenariato russo.
Si può ora stare certi che la Merkel, Hollande e Cameron continueranno a fare la propria politica estera in funzione degli interessi nazionali e non di quelli comunitari infischiandosene di consultare la Signora PESC, tanto più che fino a novembre resterà solo una ministra italiana.
Qui non si tratta di spaccare il capello in quattro né di schierarsi a favore degli Stati Uniti o a favore della Russia. Si tratta di individuare (come fanno gli altri) quale sia il disegno strategico di politica estera al servizio dei vitali interessi nazionali, siano essi energetici, economici, sociali la cui valutazione deve fare premio sui freddi e burocratici schemi delle alleanze sulla carta.
La storia insegna solo a chi abbia voglia di studiare, e non ai cow boy, una semplice verità: l’importanza fondamentale degli Stati cuscinetto con le loro tradizioni, radici culturali, linguistiche, di costume formatesi nei secoli, che per la posizione geografica tra potenze più forti ed in competizione, vanno considerati neutrali e tenuti al riparo da interferenze da una parte e dall’altra, proprio per evitare pericolosi contatti diretti.
Quando questa neutralità viene per così dire infranta quello è il momento che segna l’apertura di un conflitto che può facilmente degenerare dalle accuse politiche e dalle proteste diplomatiche alle bombe ed alle distruzioni.
Le origini dell’attuale crisi vanno fatte risalire almeno al 2008 quando Francia e Germania, per evitare di aprire un grave contenzioso diplomatico con Mosca, si opposero alla proposta americana di continuo allargamento ad est della Nato (vedi scheda) alla Georgia e all’Ucraina. La loro resistenza (notizie sulla posizione italiana non pervenute) fu però debole consentendo una dichiarazione che lasciava intravedere all’orizzonte questa possibilità.
Avevano perfettamente ragione di temere conseguenze tanto è vero che la sola allusione, fu considerata dal Cremlino una minacciosa provocazione nel cosiddetto giardino di casa e un errore strategico suscettibile di conseguenze per la sicurezza europea.
Da quel momento Mosca continuò a denunciare i negoziati dell’Unione Europea con l’Ucraina nei quali scorgeva un atto di aperta ostilità anti russa, reso ancora più manifesto dal palese sostegno degli Stati Uniti alla rivolta contro Yanukovich.
L'Ucraina era in una grave situazione finanziaria (solo il debito accumulato verso la Russia per il mancato pagamento delle forniture e delle bollette del gas superava i 5 miliardi di dollari) e Putin pur di bloccare le interferenze UE e Nato aveva fatto un gesto distensivo offrendo aiuti per 12 miliardi di dollari a condizione che fosse posta la parola fine al prosieguo di una politica di espansionismo occidentale ritenuta ostile.
A quel punto USA e UE, credendo di poter accelerare le procedure di avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente e il suo distacco dalla Russia, hanno commesso un errore di valutazione politica, che ci ha portato dritti dritti ai guai attuali. USA e UE, gettando benzina sul fuoco, hanno sostenuto apertamente la ribellione ucraina, ben al di là di un declamatorio appoggio politico, anche con aiuti diretti, mezzi militari e consiglieri sul campo.
I moti di piazza protrattisi a lungo hanno costretto il governo legittimo alle dimissioni, il presidente ucraino, regolarmente eletto, alla fuga e consegnato il potere al nuovo primo ministro Yatsenjuk (un altro dei tanti Quisling sostenuti dall'America nel mondo), diventato ben presto ospite fisso dei vertici politici di USA e UE.
Gli avvertimenti ed i moniti di Mosca non più disposta ad accettare queste interferenze occidentali non hanno sortito alcun effetto, anzi l’UE si è affrettata a concludere un trattato con la nuova dirigenza Ucraina sicché a Putin non è rimasto altro che limitare i danni e procedere all’accettazione dell’annessione della Crimea, dove ha sede storica la più importante base navale russa, sancita da un referendum popolare e da un voto parlamentare.
USA e  UE (con la Gran Bretagna in testa), hanno condannato l’annessione come una violazione della legge internazionale e sostenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una proposta di risoluzione contro la Russia, rimasta però senza conseguenze, nel cestino degli atti inutili, data l’apposizione del veto da parte di Mosca e di Pechino.
La crisi ucraina poteva finire lì, ma la Casa Bianca, già scossa dagli insuccessi dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia, della Siria è entrata in uno stato di smarrimento e confusione. Facendo ritornare il mondo indietro di trenta anni, ai tempi della guerra fredda, non solo ha confermato l’illegittimità del referendum della secessione della Crimea dall’Ucraina, ma ha indotto tutta l’UE ad associarsi nell’imposizione delle sanzioni anti Russia (e la nostra fragile economia ne pagherà più di tutti gli altri le conseguenze).
E’ stato questo un secondo errore clamoroso, del tutto controproducente, frutto di ignoranza storica, di pressappochismo politico, di una sorpassata visione ideologica.
Quanto a noi c’è forse stato uno straccio di dibattito di politica estera nel nostro parlamento impegnato allo spasimo, tra tagliole e proteste, nel varo di una riforma obbrobriosa della costituzione? Nemmeno a parlarne. L’Italia che aveva appena assunto la presidenza europea ha trascorso i mesi estivi in un’estenuante tira e molla sui senatori non più eletti dal popolo ed in una inutile polemica del governo e delle alte cariche dello Stato contro l’opposizione parlamentare.
Le sanzioni, aggravate dall'espulsione della Russia dal G8 (suggerita addirittura un anno fa dal magnate Murdoch che avrebbe voluto ora anche congelare tutti i beni degli oligarchi russi in Occidente) e dal divieto di ingresso per la crema della dirigenza russa, non hanno fatto altro che approfondire le differenze e le reciproche diffidenze, mentre sul terreno nelle provincie orientali dell’Ucraina la maggioranza della popolazione russofona prendeva le armi  per ribellarsi alla politica filo atlantica di Kiev e dare inizio ad una guerra civile di secessione.
Ce n'era abbastanza per fermarsi e far emergere uno sforzo diplomatico che bloccasse le lancette dell'orologio in corsa verso una drammatizzazione degli eventi. E invece Stati Uniti e Nato (loro creatura, scudo e arma) hanno voluto forzare la mano, anche se è noto a tutti che la Russia, accusata a torto di revanchismo dei fasti comunisti dopo un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, non può costituire una reale minaccia per l’Europa.
Si può davvero credere che la responsabilità della crisi ucraina che mette in posizione di duro contrasto Russia da una parte e USA con gli alleati dall’altra sia tutta addossabile a Putin? E davvero si può dare credito all’innocenza degli USA nel non aver avuto una parte determinante nella ribellione ucraina?
Francamente è difficile ipotizzare che la Mogherini possa imprimere una svolta diplomatica allo scontro in atto, soprattutto se si considera l’aperta ostilità verso la Russia del nuovo presidente del Consiglio europeo, il polacco Tusk, che evoca addirittura scenari di guerra mondiale. Ed è altrettanto inverosimile immaginare che Putin possa retrocedere di fronte alle sanzioni o alla minaccia di manovre militari congiunte tra Nato e Ucraina o alla dislocazione di 5 basi Nato in prossimità dei confini russi, come appena deliberato al vertice Nato di Newport nel Galles. Solo uno sciocco può ignorare che per Mosca quei confini hanno un valore geopolitico immenso e che qualsiasi minaccia militare evoca, alla rovescia, il fantasma dei missili sovietici di Cuba.
Di fronte alla gravissima situazione ucraina che può compromettere i nostri rifornimenti energetici, arrecare un danno non indifferente alle nostre esportazioni, minare la stabilità continentale, e mettere in pericolo la pace mondiale, è davvero straordinario che il Governo italiano ancora non abbia sentito il dovere di consultare le forze politiche attraverso un dibattito parlamentare sulla migliore scelta per il nostro paese.
Siamo alle solite: la politica del chiodo scaccia chiodo. L’incapacità di risolvere la crisi economica ne crea un’altra più grave sul piano politico internazionale, mentre scivoliamo verso il disastro.
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Scheda
COS’E’ LA NATO?
La NATO è un’organizzazione politico militare di collaborazione nella difesa. Il suo nome non è altro che la sigla della dizione inglese del trattato istitutivo firmato a Washington il 4.4.1949 (North Atlantic Treaty Organization cioè Patto dell’Atlantico del Nord) da 12 Stati fondatori (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Islanda, Portogallo, Italia, Norvegia) ed allargato nel 1952 alla Grecia ed alla Turchia, nel timore, diffuso negli Stati Uniti e in Europa, che le divergenze ideologiche tra i vincitori della II guerra mondiale (il mondo occidentale da una parte e l’Unione Sovietica e i paesi satelliti dall’altra) acuite dalle mire espansionistiche del comunismo, potessero sfociare in un nuovo conflitto, come aveva provato la triste esperienza del blocco di Berlino del 1948.
Questa alleanza si basava sul principio chiaro della difesa collettiva sancito dall’art. 5 secondo cui: “Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica”.
E’ evidente dalla formulazione così esplicita di questo scopo che la Nato aveva una funzione di forte deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica: nell’ipotesi di un suo attacco contro uno qualsiasi dei paesi membri, avrebbe fatto scattare automaticamente una reazione diretta non solo del paese vittima ma anche di tutti i membri dell’alleanza.
L'Unione Sovietica protestò vivacemente per la creazione di tale alleanza militare, ritenuta a sua volta aggressiva e espansionistica e reagì di lì a qualche anno con la creazione del patto di Varsavia, cioè un’altra Organizzazione militare contrapposta di difesa collettiva, dando così il via al rafforzamento della “guerra fredda” durante la quale i due blocchi politico-militari, pur senza fare ricorso alle armi, continuarono una corsa sfrenata agli armamenti nucleari e convenzionali, allo spionaggio e al controspionaggio. Era la spartizione del mondo in aree di influenza, oltre i disegni di Yalta.
Nel 1955 aderiva all’alleanza atlantica la Germania e nel 1982 la Spagna che durante l’era franchista era stata tenuta al bando del concerto politico internazionale.
Sembrava che con la caduta del muro di Berlino del novembre 1989, il successivo disfacimento dell’Unione Sovietica e il dissolvimento del patto di Varsavia del marzo 1991, la Nato potesse evolvere dall’originario aspetto di alleanza militare in qualche cosa di più politico. Ma le cose sono andate diversamente.
In modo progressivo la Nato è cresciuta a dismisura fino a contare 28 paesi, che si estendono ben al di là della determinazione geografica di atlantica, e si è trasformata da alleanza preminentemente difensiva a organizzazione militare che interviene, a richiesta degli Stati Uniti, in ogni occasione in cui è palese l’impotenza delle Nazioni Unite a mantenere la pace e a prevenire forme di aggressione (prima guerra contro Saddam Hussein nel 1991, guerra contro la Serbia nel 1999, attacco all’Afghanistan dopo l’attentato alle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001, seconda guerra contro Saddam Hussein del 2003, attacco alla Libia nel 2011), coinvolgendo il mondo occidentale verso uno scivolamento progressivo di lotta all’infinito.
Poiché l’appetito viene mangiando gli Stati Uniti non hanno riconosciuto validità all’impegno che sarebbe stato preso dal Segretario di Stato James Baker con il presidente Gorbacev secondo cui la NATO non si sarebbe estesa ad Est se l'URSS avesse consentito l'unificazione della  Germania e nonostante le proteste russe nel 1999 hanno propiziato l'ingresso nell’Alleanza di tre paesi già membri del patto di Varsavia che avevano assaporato la durezza della repressione sovietica: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca.
Dopo i massicci bombardamenti della guerra contro la Serbia, scatenata inizialmente senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza con la semplice motivazione di ingerenza umanitaria, nel 2001 la Nato al vertice di Praga formalizzò le procedure per l’allargamento ad altri sette paesi (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania) che si conclusero positivamente nel 2004. Anche qui si può immaginare con quale gioia per la Russia.
Non basta. Nonostante che fosse stata avviata con la Russia la partnership for Peace (PfP, cioè collaborazione per la pace), la Nato nel 2009 concluse un’analoga procedura di adesione con l’Albania e la Croazia e il totale dei membri sarebbe cresciuto fino a 30 paesi se non fossero state bloccate dal veto greco l’adesione della Macedonia e dal veto turco quella di Cipro.
Da allora iniziò anche il corteggiamento per un ulteriore allargamento a Ucraina, Georgia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Serbia. Come dire che la Russia sarebbe stata chiusa in un recinto, in una gabbia, guardata a vista da basi militari atlantiche fin sull’uscio di casa.

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Mare nostrum a parole

Torquato Cardilli - Più di tre anni fa, su queste colonne, veniva sottolineata l'importanza del "mare nostrum" (vedi l’articolo del 7.3.2011) per gridare che era arrivato il momento di spezzare la catena delle morti inutili di soldati italiani mandati in Afghanistan, senza farsi ipnotizzare da una propaganda sparsa a piene mani, per cui chi sosteneva che le nostre risorse umane, finanziarie, tecniche andavano indirizzate a fini più immediati di sicurezza nazionale, veniva scambiato per disfattista contrario al benessere del suo Paese.
In questi anni sono cambiati tre governi, ma la musica è rimasta la stessa. Il paese ha continuato a tracannare retorica (dovremmo pure comprare gli F35 che si guastano ad ogni prova!) scambiata per amor di patria, mentre in realtà è solo un trucco per coprire la propria vergogna, per superare la propria incapacità ad indicare un obiettivo concreto, per nascondere le proprie responsabilità morali e politiche, per far dimenticare che alla guida del paese ci sono degli inetti che promettono l’uscita dalla crisi, che parlano solo di speranza e che mentono sui sacrifici che bisogna affrontare ogni giorno.
Ora ci siamo dimenticati della guerra in Afghanistan del servizio reso agli alleati americani di cui abbiamo assecondato tutte le richieste incuranti che al momento opportuno a Washington si decide e si agisce senza consultare Roma (vedi trattative segrete con i Talebani), nonché dell’aiuto offerto ad un signore che ha truccato le elezioni, che ha fatto aumentare il contrabbando, che ci ha superato in fatto di corruzione, che dopo 10 anni di guerra controlla meno della metà del paese.
Insomma in questi anni, nonostante le spese regolarmente approvate da un parlamento di incapaci, non abbiamo risolto nessuno dei nostri problemi di sicurezza. La nostra politica estera è stata assente (non siamo stati neppure capaci di risolvere la questione dei due marò prigionieri in India), quella di sicurezza nazionale è evanescente e incurante di quanto accade nelle nostre città ed ai nostri confini meridionali. Non sono stati ripensati gli orizzonti, non è stata disegnata alcuna strategia più vicina agli interessi degli italiani, ma si è continuato a mentire sui rapporti con l'Europa, sulle responsabilità del non avere impedito l'invasione da Sud dei disperati.
Dall'incendio del Nord Africa e del Medio Oriente, dai sanguinosi eventi di Libia, Tunisia, Egitto, Siria, Iraq non abbiamo tratto nessuna lezione, siamo andati avanti alla cieca facendo finta di nulla di fronte a organizzazioni criminali che accumulano ogni giorno milioni di dollari alle spalle dei disperati e, più a valle, di tutti gli italiani che ne pagano le conseguenze.
L'Italia è la portaerei naturale dell'Europa nel Mediterraneo, un ponte che è facilmente raggiungibile da quel trampolino di lancio che è la Libia. Così si riversano a casa nostra migliaia e migliaia di persone (solo dall’inizio del 2014 sono 60.000) in cerca di libertà e di fortuna, senza renderci conto che andando avanti di questo passo l'invasione da Sud comprometterà per sempre l'equilibrio sociale, economico, sanitario, culturale della nostra società, già piagata dalle scarcerazioni facili, dalla mafia, dalla camorra, dalla criminalità di strada.
Riesumando l'espressione latina "mare nostrum", utilizzata dai romani per avvertire tutti i popoli del Mediterraneo che su quel mare non si poteva scherzare né violare impunemente la legge romana, chi ci governa ha affidato alla nostra Marina Militare il compito di traghettatori gratuiti di quanti hanno pagato ad altri il biglietto di viaggio e di recupero dei cadaveri di quelli che non ce l'hanno fatta.
Perché non utilizzare tutta la nostra forza industriale, di polizia economica, di organizzazione militare per concentrarci sulla difesa di questo mare (che rappresenta solo il 3% delle acque del globo ma che è luogo di transito del 20% dei commerci mondiali) unica barriera offertaci dalla natura?
Per giorni le televisioni racconteranno dei cadaveri stipati sotto coperta dei barconi della morte che fanno rotta verso il canale di Sicilia, gestiti da un’organizzazione di scafisti che non può sfuggire a servizi segreti che si rispettino (dovrebbero sapere persino come si spartiscono i soldi), mentre il pezzo forte dei notiziari sarà la battaglia della riforma del Senato come se questa potesse darci più sicurezza, anziché essere un puntiglio del presidente del Consiglio.
Quante volte, di fronte alle salme dei disperati morti in cerca di fortuna i nostri politici hanno versato lacrime di circostanza e espresso solidarietà vuota alle famiglie? Da Letta alla Boldrini, da Alfano al Capo dello Stato, dal Papa che si è recato a Lampedusa ai leader di partito, tutti hanno recitato la loro parte, mentre ancora una volta il popolo italiano assiste a viaggi tragici nel Canale di Sicilia: un barcone con oltre 600 emigranti, con un carico di una trentina di morti per asfissia, è stato soccorso da una nave della Marina Militare italiana, mentre altre unità della Guardia costiera hanno soccorso altri 7 barconi con più di  1.650 occupanti carichi di disperazione.
Renzi, che per 6 mesi avrà la presidenza di turno, ha fatto ora la scoperta che bisogna chiedere il coinvolgimento dell'Europa. Alfano orgoglioso che la nostra Marina Militare sia svilita a rango di protezione civile ripete che l’operazione Mare nostrum non può durare all'infinito. Sembra che Juncker (designato da 26 paesi su 28 come prossimo presidente dell’UE) convinto dai nostri sia intenzionato ad includere nel suo esecutivo un Commissario ad hoc per l’immigrazione. Parole, intanto, gli ambigui traffici affaristici in Sicilia di organizzatori e profittatori di poveri clandestini continuerà.
Cosa fece la Francia quando la flottiglia di Greenpeace ostacolava i suoi esperimenti nucleari in un atollo del pacifico? Non esitò ad affondare i natanti pacifisti senza chiedere permesso a nessuno, né scusarsi. E come si è comportata l’Australia di fronte alla possibile invasione di vietnamiti e cambogiani?
Come stroncare di netto questo commercio di carne umana (60 mila ingressi nel solo 2014 significano un bottino per la criminalità di almeno 120 milioni di dollari) da parte di trafficanti dotati di tutte le attrezzature necessarie dai telefoni satellitari alle navi madri, nonché delle puntuali informazioni sulle rotte di pattugliamento delle nostre navi militari?
Abbiamo dimenticato la grande tradizione di sensazionali imprese degli incursori di marina come quella dell’isola di Premuda o nei porti di Malta, Alessandria d’Egitto, Gibilterra?
Il Comsubin è uno dei reparti d'elite, con unità di palombari e sommozzatori specializzati nella bonifica degli ordigni in mare e per azioni di commando, di infiltrazione in zone ostili, per attacchi a installazioni portuali e costiere, o per operazioni di sabotaggio e distruzione di unità navali e mercantili in porto o alla fonda.
Sarebbe sufficiente che un pugno di incursori (che sfilano ogni anno a vuoto nella parata del 2 giugno) andasse nei porti libici a sabotare e affondare sul posto tutte le barche in grado di prendere il largo. Poi potremmo permetterci anche il lusso di indennizzare la perdita dei natanti, fornendone di nuovi al governo libico ritenuto responsabile, fabbricati da noi, dotati di microchip rilevabili via satellite.
Guadagneremmo il rispetto di un’Europa incapace di una politica estera e di un atteggiamento solidale e risparmieremmo anche i 40 euro che spendiamo al giorno per ogni immigrato, oltre agli enormi costi sanitari e sociali di una presenza così massiccia di immigrati, che finiscono per ingrossare le fila della malavita e della criminalità.
Se la Libia non è in grado di fermare l'esodo abbiamo tutto il diritto di occupare temporaneamente con delle teste di ponte il litorale da cui partono le barche dei delinquenti, moderni schiavisti. Questa non sarebbe guerra, ma un’operazione di polizia in difesa preventiva del paese. O invece c’è qualcuno da noi che è interessato a far continuare il traffico che significa anche lucrosi contratti in Italia per la sussistenza dei profughi?

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Il disarmo della politica estera e non la politica estera del disarmo

Torquato Cardilli - In politica estera vale il principio della continuità dello Stato per cui il Governo in carica, quale che esso sia, deve prioritariamente perseguire gli interessi nazionali e poi, solo se possibile, anche quelli dell'alleanza a cui appartiene, che spesso sono divergenti. Noi, purtroppo, abbiamo fatto storicamente il contrario.
Le recenti guerre in Iraq, Afghanistan, Libia, e da ultimo Ucraina, ci hanno visto partecipare, soffrirne gravi conseguenze senza trarne nessun vantaggio, a differenza di altri paesi. Abbiamo semplicemente obbedito agli ordini, forzando e contorcendo la nostra costituzione con l’avallo di un parlamento ignorante e succube di fronte ad un premier ed un presidente inclini alle prove di forza, alle vanterie verso l’alleato maggiore, desiderosi di non sfigurare, pronti a correre pericoli pur di sedere al tavolo dei grandi senza renderci conto che a noi era riservato lo strapuntino (ed a volte nemmeno quello).
Quanto accade (non solo oggi, ma da vari anni) sulla sponda sud del Mediterraneo, dimostra che la politica estera dell’Italia conta quanto una scartina, come aveva rivelato anni fa, a più riprese, la gola profonda di wikileaks.
Nessuno dei nostri Governi nell’ultimo decennio (Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) ha avuto la minima idea sul come fronteggiare le varie crisi, controllarle e volgerle nel senso a noi meno sfavorevole, coordinarsi (senza ubbidire solamente) con i partner europei ed atlantici, elaborare una strategia politica che salvaguardasse l'interesse dell'Italia.
Il sito elettronico del Ministero degli Esteri cita come suo compito quello di “assicurare la coerenza delle attività internazionali ed europee delle singole amministrazioni con gli obiettivi di politica internazionale”. Bum! E quale Governo ha mai disegnato quali siano gli obiettivi della politica estera italiana? Mistero mai svelato nelle dichiarazioni programmatiche o nei dibattiti parlamentari. E quale è stato lo strumento per rendere coerente ad essi le attività internazionali delle singole amministrazioni? Altro mistero: ogni amministrazione pubblica e ente regionale fa la propria politica estera, l’una ad insaputa dell’altra e soprattutto senza coordinamento.
Ma andiamo avanti: leggendo sempre il sito della Farnesina troviamo una Direzione generale degli affari politici e di sicurezza con un vice direttore generale ed un ufficio ad hoc dedicati al disarmo (ripeto disarmo), controllo degli armamenti e non proliferazione; c’è un’Unità per la Russia, Caucaso, Europa orientale e Asia centrale e poi un’altra unità per l’Afghanistan. Manca del tutto un ufficio specifico per lo studio e contrasto del terrorismo internazionale, fenomeno che dall’anarchismo isolato di un secolo fa è diventato un pericolo epidemico mondiale.
Per carità, di terrorismo internazionale, a sentire le voci interne del palazzo, se ne occupano tutti. Come?  Rimestando la minestra riscaldata delle notizie stampa e delle informative dello spionaggio e del controspionaggio, ma senza un’analisi approfondita di costi e benefici e senza la prospettazione di soluzioni sia nel breve che nel medio termine.
Non è da dubitare che i nostri costosi Servizi di intelligence abbiano avvertito con largo anticipo le autorità politiche di quanto si stava preparando in Siria, Iraq, Gaza, Libia, Afghanistan, Iran, Ucraina. Se non l'hanno fatto vuol dire che sono totalmente inutili (tanto vale licenziarli tutti) oppure che hanno tenuto un comportamento infedele, tenendo nascoste certe notizie, o mentito nel rivelare solo quelle che dettava Washington, con una sudditanza già sperimentata nel caso Abu Omar.
Dando per scontato che i Servizi abbiano fatto il loro dovere vuol dire che le decisioni prese a Roma, anziché provenire da un’elaborazione interna o da un dibattito parlamentare, sono state il frutto di “input” politici provenienti da oltre Atlantico. I nostri governanti hanno sempre anteposto questo tipo di cieca obbedienza all’onestà dovuta nei confronti dei propri cittadini adeguandosi a scelte scellerate che ci hanno ridotto al rango di valletti che pagano il conto.
Basta ricordare l’enorme costo finanziario e il grave tributo di sangue versato dai nostri soldati in Iraq e Afghanistan: la guerra contro Saddam Hussein, accusato falsamente dagli USA di possedere armi di distruzione di massa, non ci è valsa alcunché. Si diceva che serviva alla distruzione di al-Qaida (che non aveva mai messo piede in Iraq), alla stabilità internazionale ed alla pace. Si è visto come questi obiettivi fossero pure fandonie e quali siano stati i risultati in materia di terrorismo e di disfacimento di un paese, in cui i bombardamenti occidentali hanno seppellito non meno di 600 mila persone.
Abbiamo partecipato per 10 anni alla guerra in Afghanistan, propagandata anche nel nostro parlamento come l’unica risorsa per fermare il terrorismo, responsabile dell’attentato alle torri gemelle del 10 settembre 2001. Eppure a New York non agirono i talebani, ma terroristi yemeniti, sauditi ed egiziani.
Anche da Kabul abbiamo rimpatriato troppe bare di soldati senza che all’Italia fosse stato riconosciuto un ruolo nella politica estera mondiale. Non abbiamo ottenuto nulla, nessuna posizione decisiva all’interno delle Nazioni Unite, nessuna riforma del Consiglio di Sicurezza su cui avevamo imbastito il maggiore sforzo diplomatico di politica estera negli anni 1990-2000, nessuna partecipazione al gruppo dei 5+1 (i 5 membri permanenti del CdS + la Germania) dedicato alla questione nucleare iraniana, nessuna consultazione preventiva sulle decisioni più gravi di interventi armati. Non abbiamo ottenuto nei fatti concreti nemmeno la solidarietà atlantica o dell'Unione Europea o dell’ONU nella questione dei due marò la cui vicenda è stata l’apoteosi della nostra pressappocaggine e della mancanza di coraggio nel richiedere a tutti gli alleati di sostenerci pena la cancellazione dei nostri contributi a tutto il sistema ONU e Nato.
Non vale opporre al ragionamento della mancanza di riconoscimenti la contabilità delle perdite subite dagli inglesi e dagli americani di gran lunga maggiori delle nostre, perché questi paesi hanno deciso da soli, trascinati in un’avventura da un presidente cowboy, rieletto con il trucco, ed hanno lucrato miliardi di dollari in petrolio e appalti di ogni genere.
Il presidente Obama, che è stato pure insignito del premio Nobel per la pace, può vantarsi di un solo risultato: di aver ucciso, nascondendone il corpo Bin Laden. Ma non ha mantenuto nessuna promessa in tema di diritti umani (Guantanamo o estradizioni illegali), non ha ottenuto nessun risultato sul terreno militare, né su quello politico o diplomatico; anzi ha approfondito la spaccatura con i più poveri e diseredati nel mondo, ha moltiplicato ovunque l’odio del fanatismo, alimentato da una politica militare muscolare generatrice di catastrofi su catastrofi.
Sempre su ordine americano, incuranti della questione gas, noi ci permettiamo pure di fare la voce grossa con Putin per l’annessione della Crimea e la questione ucraina partecipando entusiasticamente alle sanzioni anti Russia, mentre diamo un’altra botta mortale alla boccheggiante economia italiana soprattutto nei settori dell’agroalimentare di qualità già colpiti dal terremoto e dalle inondazioni.
Il nostro comportamento con la Libia è stato a dir poco pagliaccesco. Prima l’umiliante baciamano pubblico di Berlusconi a Gheddafi ricevuto a Roma con tutti gli onori e contorno di fanciulle, poi nell'esultanza del Ministro degli esteri Frattini, l’abbandono alla sua sorte macabra contro lo spirito del trattato ancora fresco d’inchiostro, senza averne soppesato le conseguenze.
Si capiva da lontano che Stati Uniti, Francia ed Inghilterra fossero desiderosi di scalzare i nostri interessi sugli idrocarburi libici, ma il caos e l’anarchia in cui è stato gettato il paese per causa loro, a noi, che avevamo assistito alle prove di insurrezione con la devastazione del nostro Consolato a Bengasi, e poi all'assalto contro quello americano in cui fu trucidato l'ambasciatore e alcuni agenti spioni, ha causato solo danni: ha tagliato le gambe all’Eni, alle nostre imprese lì impegnate, creditrici di parecchie centinaia di milioni di euro ed alle nostre esportazioni. Da primo partner commerciale della Libia siamo diventati insignificanti sul piano economico, ma destinatari a spese nostre di un esodo biblico su cui prospera la criminalità transnazionale che siamo assolutamente incapaci di contrastare.
E quale è la figura che emerge dallo scatolone di sabbia? Un tale generale Haftar, uomo della Cia, sostenuto dall'America come tanti altri fantocci e quisling già sperimentati con clamorosi insuccessi in Vietnam, in America Latina, in Iraq, in Afghanistan.
Ora il quadro politico e militare è in continua evoluzione verso il peggio: chi avrebbe mai immaginato che nemici storici come USA, Iran, Siria, potessero allearsi in favore dei Curdi? Assad, responsabile di aver ucciso 200 mila suoi cittadini e provocato 8 milioni di rifugiati improvvisamente non è più il dittatore feroce da spazzare via. Stesso discorso per gli sciiti ayatollah iraniani che ora vengono ricercati quali possibili alleati contro i sunniti fanatici. C'è solo da sperare che l'incendio non si propaghi alla Turchia che vede l'indipendenza curda come il fumo negli occhi.
Anche il giovane Renzi, dopo le prove inconsistenti dei suoi predecessori, ha voluto assumere le arie di chi se ne intende. Senza consultare chi sa di Medio Oriente (la Bonino è stata messa da parte e inspiegabilmente sostituita da chi ogni tanto recita luoghi comuni) ha scaldato i motori con qualche inutile giretto in Africa ed ha buttato nell’arena tutto il peso dell’Italia effettuando un viaggio lampo a Baghdad e a Irbil (verrebbe da chiedersi perché a Irbil funzioni un consolato USA, con quali scopi se non quelli propri di una centrale di spionaggio con copertura diplomatica?). Lì ha promesso al dimissionario al Maliki, al successore al Abadi e al capo dei Curdi l’invio di armi, rottami di residuati bellici vecchi di 20 anni, sequestrati durante la guerra di Yugoslavia.
Bel colpo del duo femminile esteri-difesa alla Gianni e Pinotti che hanno convocato in fretta e furia le commissioni parlamentari facendo votare a scatola chiusa, da parlamentari che non sanno cosa sia il Kurdistan e quale problema si apra scoperchiando quel vaso di etnie contrapposte, di scismi religiosi rivali, di aspirazioni indipendentistiche represse da un secolo.
Ma Renzi si è spinto ancora più in là: è arrivato ad affermare di fronte ad un attonito primo ministro iracheno, uomo di mondo passato attraverso mille pericoli, che l’'Europa è presente e che chi ritenga che l’Europa pensi solo allo spread disinteressandosi dei massacri sbaglia semestre. Come? Ah già parlava del semestre di presidenza europea dell’Italia che ha cambiato la musica! Ve ne eravate accorti? Questa dell’Italia non è politica estera del disarmo, ma il disarmo della politica estera!
Il mondo è stato brutalmente scosso dall’orrenda decapitazione in diretta del giornalista americano Foley. Fatto certamente terribile, non dissimile da tanti altri, compreso quello del contractor italiano Quattrocchi, ucciso a sangue freddo di fronte alle telecamere in Iraq dieci anni fa. Ma il nostro connazionale e tante altre vittime incolpevoli non avevano dietro di loro gli Stati Uniti di oggi che hanno mobilitato tutti i mezzi di informazione per aizzare, anche da noi, l’opinione pubblica, ed allarmarla al massimo per poter sfruttare cinicamente l’onda emotiva a fini militari e quindi anche commerciali.
Quale fiammata di sdegno si è sollevata di fronte ai corpi nudi e inanimati di decine di bambini palestinesi bombardati a Gaza nel cortile della scuola delle NU, o di fronte ai brandelli di cadaveri sparsi nei cortili colpiti dai raid israeliani, giustificati ipocritamente come danni collaterali? O di fronte alla disperazione di  migliaia di profughi che hanno visto sbriciolata la loro casa e la loro esistenza?
Qualche nostro deputato (basta pensare al calibro di un Gasparri che aveva salutato l’elezione di Obama come un favore ad al-Qaida!) è persino arrivato ad invocare nuove Crociate, una guerra giusta totale, mettendosi così sullo stesso piano e livello di fanatici assassini nell’imboccare la strada dello sterminio senza fine.
Mentre ovunque emergono argomentazioni ultra religiose e il tema dello Stato teocratico sembra dominare la scena, il mondo arabo musulmano non riesce a tirar fuori dalla propria cultura la parte migliore pacifica e tollerante, quello ebraico non ha ancora rivisitato il concetto di convivenza e di negazione della supremazia razziale, mentre quello occidentale non ha fatto altro che produrre, vendere e contrabbandare armi ed appoggiare nei fatti soluzioni militari.
Come ha detto il papa il mondo è in effetti sull'orlo della terza guerra mondiale combattuta con metodi nuovi, su molti, troppi, fronti. Le stragi quotidiane offuscano la memoria di quelle del passato. Con la scusa di esportare la democrazia si alimenta un fiume di sangue in cui dilagano troppi assassini e torturatori sempre meglio armati, addestrati, finanziati e indirettamente incoraggiati dall’esempio delle torture americane sia in Iraq che in Afghanistan o a Guantanamo.
Nonostante le enormi sofferenze dei feriti, degli sfollati, dei detenuti, di intere famiglie sterminate o scomparse, nessun Governo ha fino ad ora adottato provvedimenti che fermino i flussi di denaro e di armi che alimentano i combattimenti e i crimini. Falcone diceva che per fermare la mafia bastava prosciugare le fonti di denaro. Lo stesso principio vale per il terrorismo.
L'idea che la politica del “wanted” da far west, basata sulla forza bruta per restituire all’Occidente il primato e garantirne la sicurezza è andata in frantumi: ha prodotto solo l’effetto contrario.

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Senatori o monatti?

Torquato Cardilli - Ormai sono già tre mesi che si sente parlare di riforma del Senato. Per la verità all'inizio del suo mandato Renzi aveva esordito a Palazzo Madama annunciandone addirittura la cancellazione “tout court”. Poi è sopravvenuto il potere della casta e delle corporazioni a fargli cambiare idea e si è fatta strada la tesi di una Camera Alta non elettiva.
Siamo ora alla fine (l’ultimo kilometro della maratona è sempre il più difficile) del capitolo scritto secondo la logica traballante della ministra Boschi, quella che sogna la vita di coppia, fondata sull’accordo con Berlusconi che non può più essere rinnegato. Il nuovo Senato dovrebbe essere ridotto ad un terzo di quello attuale (100 senatori al posto di 315) non più eletti dal popolo, ma selezionati dai consigli regionali e dai sindaci dei capoluoghi. Scompaiono i senatori a vita e quelli eletti all’estero (e questo non è un male visto l’inconsistente risultato della loro azione nei confronti dei propri elettori), ma i primi rientrano sotto altre spoglie: infatti 5 sono i componenti di nomina quirinalizia. Ed è qui che i conti cominciano a non tornare.
Fino ad oggi il Presidente della Repubblica ha diritto a nominare 5 senatori a vita che si aggiungono a un corpo di 315 eletti. La prerogativa di scegliere 5 componenti su 95 non è solo un retaggio anacronistico ingiustificato, ma costituisce uno sproposito numerico. Il potere presidenziale di incidere politicamente dell’1,58% viene moltiplicato di oltre 3 volte passando al 5,26%. Ma a questo la maggioranza che non osa fiatare di fronte al colle non ha fatto caso. La discussione sembra invece essersi incagliata sulla questione dell'immunità.
Questa parola, di chiara origine latina, citata da Cesare nel “de bello gallico” quando parla dei Druidi che hanno la dispensa dal servizio militare e l'immunità di tutte le cose (... Druides omniunque rerum habent immunitatem...) stava a significare una condizione di favore con l'esenzione da un obbligo.
In medicina immunità indica uno stato di resistenza specifica acquisita contro un determinato antigene. Manzoni ce ne dà un esempio parlando dei monatti, addetti pubblici, guariti dal morbo e perciò diventati immuni, che durante la pestilenza erano incaricati del trasporto di carichi male odoranti di malati e di cadaveri.
Sul piano giuridico l'immunità è una situazione soggettiva privilegiata riconosciuta e garantita in favore di chi abbia una posizione ed una funzione istituzionale, una sorte di  sopravvivenza di antiche guarentigie che salvaguardavano in genere i monarchi assoluti.
Nella politica italiana, invece, l’immunità è scivolata sul piano inclinato della corruzione ed ha finito per essere scambiata per impunità, stando a significare libertà di poter compiere qualsiasi atto vietato e punito se commesso dai comuni mortali.
Secondo l’art. 68 della Costituzione vigente, i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. E fin qui nulla quaestio.
Ciò che invece per l’opinione pubblica è diventato inaccettabile è la successiva disposizione che prevede che senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza, nessun membro del Parlamento possa essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né possa essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, o se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza.
Ma torniamo alla proposta di modifica del Senato che non sarà più elettivo, che non darà più la fiducia al governo (questa resta prerogativa assoluta della sola Camera dei Deputati, titolare della funzione di indirizzo politico del paese e di controllo dell’attività del Governo), ma che concorrerà all’elezione del Presidente della Repubblica, alle riforme costituzionali, all’elezione dei componenti della Corte Costituzionale ed altri affarucci di minor conto.
Come detto ci saranno 95 para senatori “territoriali”, non retribuiti: 74 scelti tra i consiglieri regionali e 21 tra i sindaci.
Che è successo in Commissione affari costituzionali del Senato chiamata a discutere sul progetto governativo? E’ tornata in ballo l’immunità, che era stata esclusa nel testo della riforma voluta da Renzi, grazie ad un emendamento co-presentato da Finocchiaro e Calderoli.
Dopo l’alluvione di scandali a ripetizione che hanno visto coinvolti ben 17 consigli regionali su 20, lo scioglimento di 3 consigli (Lazio, Lombardia, Basilicata), la bellezza di 521 consiglieri regionali su 1.100 sottoposti ad indagine con 300 rinviati a giudizio, (83 in Sicilia, 64 in Lombardia, 51 in Campania, 39 in Piemonte, ecc.) con presidenti di regione condannati o indagati come Formigoni (Lombardia), Del Turco e Chiodi (Abruzzo), Lorenzetti (Umbria), Vendola (Puglia), Scopelliti (Calabria), Lombardo (Sicilia), ha ancora senso parlare di immunità? Il futuro Senato rischia o no di essere formato da politici provenienti da una classe dirigente protagonista di scandali di ogni tipo, che una volta a Palazzo Madama sarebbe protetto da uno scudo inammissibile?
E’ immaginabile un senato in cui siedano per il PdL consiglieri regionali alla Fiorito o Minetti, per la Lega Galli o Toscani o Marelli o Cota, per il PD Barracciu o De Filippo, del Basso de Caro o Faraone, tutti indagati o rinviati a giudizio per peculato, per utilizzazione del denaro pubblico per usi personali, (dal pranzo di nozze della,figlia, alle cartucce e munizioni da caccia, dalle mutande verdi al libro mignottocrazia, dagli scontrini delle caramelle o del cesso pubblico, a nottate in albergo con amante)?.
Ne è nato un polverone gigantesco.
Della riproposta immunità tutti se ne sono lavati le mani. Nessun partito, pur avendo votato in Commissione per la sua permanenza anche nel nuovo Senato, seppure ciascuno con diversa portata e distinguo, ha riconosciuto la paternità di questa norma. Alle prime avvisaglie negative e alla raffica di critiche piovutegli addosso la stessa Ministra Boschi ha inciampato in una menzogna dicendosene all’oscuro. Bugia prontamente smentita dalla presidente della Commissione Finocchiaro che non si è fatta infinocchiare dalla giovane renziana, rispondendole che gli emendamenti presentati avevano ricevuto per ben due volte il visto governativo. Riproposizione dell’eterno difetto nostrano del fare le cose “a sua insaputa”.
In questo bailamme si è levata la voce del noto costituzionalista da quattro  soldi Calderoli, quello del porcellum, la legge elettorale più incostituzionale della nostra storia, che da co-relatore ha fatto una prima marcia indietro spingendosi ad ipotizzare un’eliminazione dell’immunità anche per i Deputati.
Chiara cortina fumogena! Figuriamoci se la Camera, dove vivono decine di indagati e dove si sta consumando, dopo l’arresto del Deputato del Pd Genovese, l’ennesimo dramma del voto sulla richiesta di arresto del Deputato di Forza Italia ex governatore del Veneto  Galan per lo scandalo Mose, avrà la forza morale e l’onestà di ammettere che tale istituto è del tutto anacronistico.
Certo molti sono i politici che si sono dichiarati contrari all’immunità per chi non è eletto (Mineo, Chiti, Mucchetti, Puppato, Civati, Zampa, ecc.) soprattutto tra i sindaci (Pisapia, De Magistris, Doria, Marino, Bianco, Orlando,Zedda ecc.) e che hanno dato luogo ad una vera e propria spaccatura all’interno del Partito democratico.
Ciò che dovrebbe preoccupare di più, anche se non mancano pareri di costituzionalisti al soldo, è il chiaro profilo di incostituzionalità perché un sindaco mandato al Senato verrebbe ad essere considerato immune anche su fatti commessi durante il mandato amministrativo comunale.
C’è da augurarsi che la dea della saggezza faccia cadere qualche stilla sul segretario del Pd che è anche primo ministro e lo induca a non consentire che i nuovi Senatori della Repubblica siano dei monatti con il loro carico di putridume. Gli italiani hanno un assoluto bisogno di una dimostrazione di trasparenza e di sincera volontà di rinnovamento da parte delle Istituzioni, mentre i Parlamentari onesti non hanno bisogno dell'immunità.

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Un paese dissestato dalla politica

Avviso ai lettori: mettete da parte questo articolo e leggetelo tra qualche giorno al  momento opportuno, quando apparirà come cronaca di un disastro annunciato.
Alberto Bruno -  Siamo a fine estate ed è logico attendersi grandinate e temporali che, da parecchi anni, hanno assunto una virulenza ed una frequenza fuori dell'ordinario, con conseguenze disastrose. Non sono a fare notizia solamente le lamentele degli albergatori per la stagione inclemente, gli inutili cinguettii del premier, le rampogne dell’Europa per la nostra inettitudine furbesca nei conti, le brutalità di guerra in Medio Oriente, o gli sbarchi di disperati mentre la criminalità transnazionale continua indisturbata i suoi affari.
Tv, radio e giornali, di qualsiasi tendenza colore ed editore, oramai ripetono stancamente sempre gli stessi titoli: bomba d’acqua, condizioni meteorologiche impreviste e imprevedibili, caso eccezionale, precipitazioni di tot millimetri in pochissimo tempo e in una zona circoscritta, esondazioni e straripamenti, frane e raffiche, impianti devastati, agricoltura in ginocchio, monumenti che cadono, caos del traffico, sottopassaggi invasi dall’acqua, ferrovie interrotte, intervento della protezione civile, vigili del fuoco, volontari ecc., tot dispersi, tot salvati, tot miliardi di danni. 
Tutti i numeri fanno parte ormai di una stanca ripetitiva ritualità di contabilizzazione delle perdite di vite umane, di porzioni di territorio con le relative attività economiche, di degrado del patrimonio culturale e del prestigio nazionale come se tutto questo fosse un’abituale e ineluttabile tassa da pagare alla natura.
Provvedimenti sbandierati: solidarietà dalle alte cariche dello Stato verso i familiari dei morti che avrebbero dovuto essere garantiti dall’amministrazione della cosa pubblica se questa fosse stata un’istituzione onesta e qualche striminzito finanziamento annunciato come strumento risolutivo. Tanto per fare scena!
I pochi politici che non arrossiscono di vergogna e che intervengono per commentare sottolineano la furia imprevista delle avverse condizioni atmosferiche per giustificare la loro partecipazione al rito dello scarica barile delle responsabilità politiche ed amministrative. Mai un Sindaco o un Presidente di regione che di fronte al disastro si dimetta per non aver provveduto in tempo a segnalare il pericolo o per non averne potuto eliminare le cause perché impedito a farlo da una politica sorda alle esigenze della gente.
In America, dove per ogni azione c’è sempre un responsabile anche se si tratta di evento atmosferico, se ad un passante  capita di scivolare su un marciapiede ghiacciato il primo ad essere citato in giudizio è il proprietario della casa prospicente.
In Italia, invece, ogni disastro resta sempre senza uno straccio di responsabile umano. La colpa è divina, di Giove pluvio!
La ripetitività ciclica di tali fenomeni è già un fatto talmente accertato e ricorrente che gli amministratori inetti non possono più ripararsi dietro il paravento dell’imprevedibilità. Una frana si può contenere, il fango può essere deviato, gli sbarramenti temporanei e gli argini possono essere monitorati e rinforzati, gli alvei dei torrenti e fiumi possono essere controllati e ripuliti dai tronchi, le strade (specialmente quelle cittadine) possono essere tenute sempre in ordine senza intralci di fogliame e spazzatura negli scoli, i ponti possono essere tenuti sotto una costante manutenzione, il territorio può essere reso geologicamente sicuro e protetto, le mura antiche e i ruderi storici possono essere curati: abbiamo tutta la tecnologia necessaria per progettare ed eseguire opere e misure di prevenzione. Allora cos’è che non funziona?
Non funziona la politica che è stata complice del dissesto del territorio: autorizzando e condonando la cementificazione laddove è proibita più che dalla legge dalla logica e dal buon senso, mostrandosi indifferente al degrado continuo del patrimonio culturale del luogo e del paesaggio, partecipando sistematicamente, e con maggiore improntitudine e vigliaccheria, negli ultimi 20-30 anni, al banchetto degli affari imbandito dai costruttori a cui l’interesse pubblico fa venire l’orticaria e che anzi si scompisciano nel letto dalle risate quando sentono la notizia di catastrofi che significano appalti milionari.
Mancano i soldi? No, manca la volontà e l’intelligenza di una classe dirigenziale autoreferenziale, interessata solo al proprio benessere. Se la politica (il termine starebbe ad indicare la sana amministrazione della città) che ha tutti gli strumenti per intervenire fa le leggi che non servono a nulla, o che non possono essere applicate per mancanza dei decreti attuativi, o che restano sulla carta per assenza dei finanziamenti, o che vengono bloccate o bypassate per la resistenza delle lobby e della burocrazia non è colpa di Giove pluvio, ma degli uomini immeritatamente elevati al rango di amministratori pubblici mentre in realtà sono professionisti del nulla, maestri dei distinguo cavillosi, profittatori di prebende, sfruttatori di privilegi, percettori di mazzette.
Anziché baloccarsi con la riforma del Senato in senso autoritario, intestardirsi sull’acquisto dei bombardieri F35, inciuciare con un condannato per la riforma della giustizia, chinare il capo di fronte all’imposizione di sanzioni anti Russia, contrarie alla nostra esportazione agricola di eccellenza, lamentarsi a vuoto con Bruxelles per lo sforzo di accoglienza dei disperati, il Governo che deve fronteggiare una recessione senza limiti, avrebbe fatto bene, e può ancora farlo, ad esercitare nel modo più pressante le sue prerogative di presidenza di turno dell’Unione Europea. Come? Varando un colossale piano di protezione ambientale da almeno 40 miliardi di euro, cioè un programma di recupero dei siti archeologici abbandonati al perenne degrado e di messa in sicurezza del territorio, del paesaggio, dei litorali, dei bacini idrografici e fluviali, con la revoca di abitabilità a tutte le costruzioni, abusive e non, edificate in luoghi insicuri e correlato piano di edilizia popolare. Con quali soldi? L’Europa dovrà essere messa di fronte al fatto compiuto di accettare senza obiezioni di sorta uno sforamento dei conti per la salvezza nazionale, così come al popolo vengono di continuo chiesti sacrifici addizionali in nome di un interesse internazionale.
Abbiamo esperti geologi che da anni predicano al vento, archeologi e restauratori pronti a mettersi al servizio del bene comune per la protezione del patrimonio culturale, dipartimenti universitari che sfornano di continuo studi sui pericoli di disastri causati dall’innesco di eventi naturali, genio militare e della protezione civile che sanno benissimo quali sono i punti critici della tutela del territorio, ma il miracolo italiano consiste nella negazione della fisica galileiana: Eppur nessun si muove!
 

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Le lezioni di Churchill e di De Gaulle

Torquato Cardilli - La Costituzione italiana, giova ripeterlo, elaborata quando nelle coscienze  e nella vita degli italiani erano ancora aperte le ferite della dittatura, aveva eretto dei paletti ben precisi perché mai più potessero essere negati o limitati dalla prepotente azione del Governo i diritti fondamentali, tra cui l'indipendenza della Magistratura, la proprietà privata, la libertà personale, l'immunità dei parlamentari per l'attività politica, ecc.
Con il tempo, man mano che svaporava il ricordo dell'oppressione del partito del manganello e del pensiero unico, si è fatta strada nell'animo della gente, con la complicità dei partiti e dei sindacati, l'idea che le garanzie costituzionali potessero coprire ogni sorta di malefatta, di complicità, di collusione con chi intendeva violare la legge e restare impunito.
Da qui il refrain consumato, che fa quasi venire il voltastomaco quando è ripetuto dal politico colto con le mani nel sacco, che fino alla condanna definitiva (cioè al pronunciamento in Cassazione di terzo grado) tutti sono innocenti. Vero, ma quando si è sfiorati, diciamo, dal solo sospetto bisognerebbe avere il buon gusto di farsi da parte (come accade negli altri paesi democratici), mettersi a disposizione degli organi inquirenti e difendersi nell'eventuale giudizio e non da esso.
Sinistra, Centro e Destra, (Partito Democratico, Lega, UdC e Forza Italia) hanno perseguito senza remore il finanziamento illecito al quale si è affiancato troppo spesso pure l’interesse personale del politico di turno come hanno dimostrato i casi Penati, Belsito, Lusi, Fiorito, e tanti altri accomunati al di là della fede ideologica, spesso agli antipodi, dall’attitudine alla rapina delle risorse pubbliche.
Se Forza Italia per 20 anni ha agito in difesa dei guai giudiziari di Berlusconi attraverso la sistematica demolizione delle regole agevolando il diffondersi di comportamenti illeciti, il Partito Democratico a parole ha combattuto la deriva della legalità, ma in pratica ne ha surrettiziamente approfittato per ripararsi dietro l’ombrello protettivo della prescrizione (vedi caso Penati).
Almeno dal 1994 si è assistito alla proliferazione di leggi volte a scardinare il funzionamento della giustizia e a dilatare l'area dell'impunità, non della responsabilità, attraverso sconti di pena, indulti, pene alternative ridicole, abolizione del falso in bilancio, abbreviazione dei termini di prescrizione, termine che non significa affatto innocenza anche se i media servili ripetono spesso il contrario.
La prescrizione, istituto creato apposta per concentrare gli scarsi mezzi della Giustizia sui delitti recenti è stata con il tempo utilizzata dal genio del male italico (ci si domanda mai perché negli altri paesi non esiste o si interrompe appena inizia il processo?) per illudere il popolo di voler allargare il campo delle garanzie democratiche. La prescrizione fingendo di proteggere il cittadino di fatto serve solo a proteggere chi ha violato il codice, e a mandare al macero qualche cosa come decine di migliaia di processi ogni anno, con grave danno per la parte offesa che non riceve giustizia, per l'erario che spreca un'infinità di risorse economiche ed umane impegnate a vuoto per imbastire processi destinati al nulla, per il prestigio del paese che scivola sempre più giù nella considerazione internazionale come terreno ideale per la corruzione, per la frode, per il ladrocinio di fondi pubblici.
La mole delle prove raccolte e documentate con strumenti tecnologici moderni nelle inchieste sul malaffare dell’Expo di Milano e del Mose di Venezia è tale che non lascia spazio alla teoria dei teoremi accusatori a cui ci ha abituato il berlusconismo. Di fatto è stato portato alla luce, quel che in tanti, tantissimi, sapevano e cioè che c’è una classe trasversale di delinquenti, il cui potenziale corruttivo si spinge ai più alti livelli della politica e della pubblica amministrazione, senza distinzione tra destra e sinistra, tra centro e periferia, tra industriali e commercianti, tra politici e amministratori, tra guardie e ladri, che si spartisce secondo un manuale tabellare appalti e tangenti.
A Venezia, in modo particolare, la cosa più impressionante non è stata la quantità delle mazzette date ai politici (pudicamente chiamate dazioni) né la loro periodicità, né la loro durata nel tempo, furbescamente nascoste da paraventi di contratti di consulenze fittizie, di contributi, di devoluzioni attraverso fiduciarie a prestanome o a segretarie e portaborse, ma il fatto che i controllori sono risultati parte attiva del delitto alla stessa stregua, se non di più, di coloro che dovevano invece controllare. Magistrati alle acque, Magistrati contabili, Generali della Guardia di Finanza, amministratori di vario livello, hanno permesso e facilitato, anziché reprimere, le più sfacciate e incredibili ruberie.
Il Presidente del Consiglio Renzi scosso da questi ennesimi scandali, ha indicato che tutti quelli che hanno una funzione pubblica e che si macchiano di questi reati commettono anche un delitto odioso come l’alto tradimento al giuramento di fedeltà alla Repubblica ed alla sua Costituzione, alla fiducia dello Stato e del cittadino.
Eppure la Camera dei Deputati, in cui il PD ha la maggioranza assoluta senza bisogno di portatori d’acqua, ha varato un emendamento incluso nella legge europea per stabilire il principio (fortemente voluto da Lega e Forza Italia) di intimidazione alla Magistratura.
Perché? La risposta è semplice e disarmante: la politica non ha alcun interesse a fare pulizia fino in fondo e ad illuminare le tante zone grigie e di ambiguità in cui spesso si annidano comportamenti delittuosi facilitati da regolamenti apparentemente inflessibili, ma di fatto permeabili come un colapasta.
La percentuale record con cui ha trionfato nelle ultime elezioni dovrebbe essere il punto di forza del Presidente del Consiglio per recidere di netto, superando a piè pari i distinguo ipocriti dei gattopardi vecchi e nuovi le antiche radici criminose che ancora vivono nel suo partito (vedi caso Greganti,  che a 20 anni di distanza dalla prima Tangentopoli,  è ancora lì a far da ufficiale di collegamento tra il mondo delle cooperative rosse e una certa nomenclatura del partito). Renzi ha ripetuto che il suo programma è quello di arrivare al 2018 per portare l’Italia fuori dalla palude e non per occupare poltrone, essendo pronto ad andare a casa anche domattina, senza una preoccupazione personale.
Se non ripulisse il paese in tempi strettissimi, se non ripagasse subito con fatti concreti questa incredibile iniezione di fiducia ricevuta dall’elettorato, se non si avvicinasse al desiderio di giustizia e di equità che sale dal popolo, se non coinvolgesse nel processo di riforma le forze politiche non compromesse con il passato abbandonando il patto del Nazareno, il suo eccezionale successo elettorale potrebbe trasformarsi in una sonora disfatta.
E’ questo un tornante decisivo per la storia d’Italia e Renzi farebbe bene a non dimenticare le lezioni riservate dagli elettori a Churchill e a De Gaulle.
Il primo non appena vinta la seconda guerra mondiale da premier di un paese che aveva eroicamente combattuto per cinque anni, sopportando con fermezza lacrime e sangue, fu battuto nelle elezioni dell’estate del 1945. Erano bastati pochi mesi per far cambiare opinione all’elettorato desideroso dopo la vittoria di vedere subito eliminata l’ingiustizia ed attuata l’equità sociale.
Il secondo, dopo aver scacciato i nazisti dalla Francia, e riscattato l’onore del paese, all'inizio del 1946 rimise il suo mandato di presidente provvisorio, contando di essere rieletto a mani basse, ma le urne nell’autunno dello stesso anno lo ripudiarono, obbligandolo a 12 anni di esilio politico.

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Menzogna continua

Nessuno ha detto la verità, tutti hanno mentito sulla gravità della crisi e sulla validità della strategia per superarla
Torquato Cardilli - Negli ultimi 10 anni, tutti i governi ci hanno preso in giro: Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta ed ora Renzi. Nessuno ha detto la verità, tutti hanno mentito sulla gravità della crisi e sulla validità della strategia per superarla, sempre con l'approvazione scontata di un parlamento succube, inchiodato con i voti di fiducia ai privilegi castali ed all’inciucio permanente tra maggioranza e finta opposizione, come dimostra l’attuale coalizione per la riforma costituzionale e per la legge elettorale.
Su tutti ha vigilato per troppi anni, con arcigni moniti a ripetizione, ma con manica larga nel firmare leggi vergogna, il Capo dello Stato che non ha garantito i diritti del popolo, né il rispetto della Costituzione, ma solo l’interesse del più forte.
Nessun documento di programmazione economica in questo decennio ha mai indicato obiettivi realistici; tutti hanno imposto sacrifici solo a chi già li sopportava sventolando come un asso nella manica inconsistenti segnali di ripresa. Ricordate i discorsi della imminente fine della stagnazione? Della luce in fondo al tunnel? Dell’iniziata inversione di tendenza? Dell’iniezione di fiducia ed altre amenità del genere, mentre aumentavano disoccupati e cassintegrati, mentre le aziende chiudevano ed i titolari si suicidavano, e chi poteva inquinava, truffava e delocalizzava?
Eppure a maggio scorso gli italiani, non so se più creduloni o più disperati, hanno dato ancora fiducia come tanti lazzaroni abbacinati dagli 80 euro, a questa classe politica confidando nel rinnovamento del paese. Ora, di fronte alla crudezza della realtà che non ammette interpretazioni né discorsi filosofici, dopo aver subito la prima botta del processo di revisione costituzionale senza che la loro condizione sia mutata in meglio, non hanno più scusanti. Possono continuare a dare il sostegno ad una classe dirigente che pretende di operare il risanamento e che invece, dopo aver causato il disastro, li condurrà inevitabilmente al tracollo?
Al 31 dicembre dell’anno scorso, quando Renzi si preparava a scalzare con un colpo di mano Letta da palazzo Chigi, mentre il Pil era di soli 1.560 miliardi, il debito pubblico certificato dalla Banca d’Italia era di ben 2.069 miliardi. Due mesi dopo, a febbraio 2014, Letta che aveva ereditato a inizio 2013 un debito di 2.041 miliardi, dopo averne sperperati altri 40, consegnava a Renzi un debito di 2.107 miliardi.
Lo stesso debito a luglio 2014 è salito a 2.168 miliardi, cioè con un incremento dal 1 gennaio di + 100 miliardi a causa dell’irrefrenabile aumento della spesa pubblica (alla faccia della spending review) e della diminuzione delle entrate tributarie, conseguenza quest’ultima della contrazione industriale. A questo livello, il maggior carico sui cittadini è stato di ben 875 euro di tasse occulte oltre ai gravami della Tari, Tasi, addizionali Irpef, accise sui carburanti, Iva, costi del passaporto, tanto che ogni cittadino si trova sul groppone un debito di 36.225 euro.
Insomma diciamolo una buona volta chiaro e tondo: l'Italia  è di nuovo sprofondata nella recessione. Il prodotto interno lordo ha fatto registrare nel primo trimestre del 2014 una diminuzione del -0,1% alla quale si è aggiunto il risultato ancora peggiore del -0,2% del II trimestre per una caduta complessiva dello 0,3% rispetto al 2013. Conseguenza: ulteriore allargamento della forbice del rapporto tra debito e Pil  ora attestata al 135%, che l’Europa pretende di riportare indietro al ritmo di 50 miliardi all’anno di sacrifici per venti anni.
Questa nuova contrazione del Pil italiano ha scatenato la reazione negativa della stampa economica internazionale, dagli Stati Uniti all’Europa. Il Financial Times ha commentato in modo sarcastico l'ottimismo di Renzi, che in 6 mesi dall’assunzione della responsabilità della guida del paese, non sembra abbia ancora preso completa cognizione delle cambiali lasciategli da Letta, sequela di errori di programmazione economica e di slealtà verso i cittadini degli ultimi 10 anni.
Partiamo dal 2004. Il Dpef deliberato dal governo Berlusconi aveva previsto fino al 2006 una crescita del Pil dell'1,8%. Errore clamoroso in tempi di vacche grasse. Nonostante la fantasia di un ministro delle finanze come Tremonti, l’Istat certificò che il risultato era stato assai più modesto (0,5 punti percentuali in meno), mentre il resto d'Europa viaggiava sul + 2,5%.
Per il 2005, gli errori di valutazione contenuti nel Dpef  furono ancora più significativi: a fronte di una crescita prevista del Pil del 2,1%, il risultato effettivo fu pari a zero e da allora l'economia italiana, dopo aver consumato il grasso degli anni precedenti, ha smesso di crescere.
Nel Dpef del 2006 messo a punto dal governo Prodi, la crescita media annua del Pil avrebbe dovuto attestarsi inizialmente sull'1,2% e migliorare nel secondo biennio all'1,3%.
Anche queste previsioni si rivelarono clamorosamente errate: non avevano tenuto conto degli effetti dell'esplosione della crisi dei mutui subprime, divenuta cocente nei primi mesi del 2007.
Nel 2008, di nuovo sotto il governo Berlusconi, arrivato al successo con la promessa dell’abolizione dell’IMU, il tasso di crescita del Pil fece segnare una variazione negativa: -1,2%. A giugno di quell'anno, quando la crisi dei mutui americana era ormai conclamata e quando mancavano solo tre mesi alla bancarotta di Lehman Brothers, con tutti gli indici borsistici in flessione, nel Dpef del governo Berlusconi era scritto che sulla base delle proiezioni, il tasso di crescita del prodotto interno lordo sarebbe stato dello 0,9%. Invece il Pil crollò di 5,5 punti percentuali.
Ancora a luglio 2009 le previsioni del governo indicavano una ripresa del Pil  per il 2010 con un + 0,5%, mentre nel triennio successivo (cioè fino al 2013-2014)  la crescita media annua del Pil si sarebbe attestata al 2,0% (anche queste previsioni si rivelarono clamorosamente sbagliate tanto che nel 2012 e nel 2013, il calo del Pil fu nuovamente consistente -2,4% e -1,5%).
Il governo Monti si presentò a dicembre 2011 in parlamento con la previsione di una crescita del Pil dello 0,6%, smentita però dai fatti: fu raggiunto solo lo 0,4%. Per il 2012 prevedeva un calo del Pil pari all'1,2%, compensato da una crescita dello 0,5% nel 2013, e un ottimistico +1% nel 2014. La realtà è stata decisamente peggiore delle aspettative: nel 2012 il Pil ha perso 2,4 punti percentuali, mentre la modestissima crescita dello 0,1% nel 2013 aveva fatto miseramente gridare al successo il nuovo inquilino di palazzo Chigi, destinato, suo malgrado, ad essere rottamato di lì a poco.
Letta aveva previsto per il 2014 una crescita del Pil dell’1,0% e Renzi prudenzialmente aveva subito ridotto tale crescita allo 0,5%. Per sapere se anche questa ultima previsione è sbagliata, non è necessario attendere la fine dell'anno: i risultati del primo semestre già ci hanno relegato al -3% e dopo le ferie Renzi dovrà risponderne. Non solo ha dedicato tutte le artiglierie a disposizione per stravolgere la Costituzione anziché stimolare con un elettroshock economico la crescita, ma non ha adempiuto alla promessa elettorale di ottenere dall’Europa la rinegoziazione dei trattati impelagandosi in una battaglia personalistica sull’eterea Mogherini quale responsabile della politica estera europea. E i cittadini? Dovranno restituire con gli interessi quella regalia degli 80 euro al mese che non hanno risollevato né l’economia nazionale, né quella individuale.

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Il pesce puzza dalla testa

TORQUATO CARDILLI - A volte il caso si diverte nel giocare brutti scherzi. Qualche giorno fa è stato arrestato Clini, l’ex ministro dell’ambiente del governo Monti, con l’accusa di peculato, riciclaggio, falso ideologico. Che cosa hanno scoperto gli inquirenti? Che il frutto delle false fatturazioni per lavori in Iraq, finanziati dal Ministero dell’ambiente (cioè dai nostri soldi), aveva preso la strada della Svizzera, dopo tortuosi passaggi, per finire su un conto schermato, riferito all’ex ministro, denominato “pesce”.
Abbiamo assistito recentemente ad un crescendo di vergognosi comportamenti da parte di banchieri (scandalo MPS, Banca Carige ecc.) di industriali (Caltagirone, Ligresti, ecc.), di alti burocrati (chi ricorda più che fine hanno fatto l’ex presidente e l’ex amministratore delegato di Finmeccanica Guarguaglini e Orsi?) di politici di ogni rango, ma quanto emerso con l’inchiesta sul Mose di Venezia, durata più di tre anni, e sfociata in una epocale retata di pesci grandi e piccoli, ha addirittura offuscato la vergogna, anche quella mondiale, per lo scandalo dell'Expo Milano 2015.
Siamo sempre più meritevoli del biasimo internazionale e la stampa straniera ce lo ricorda in continuazione, anche se dai sacri palazzi si incita a diffidare dei populismi.
Il nostro primo ministro in una conferenza stampa a Bruxelles, a margine dei lavori del G7 (ma che ci facciamo poi noi nel G7, con tutti i record negativi in economia, in moralità, in povertà, in efficienza, in disoccupazione, in tecnologia, dopo che siamo stati superati dal Brasile?) ha ribadito la piena fiducia nel lavoro della Magistratura. Cosa che non accadeva da anni. Avendo sentito su di sé gli sguardi di riprovazione dei grandi del mondo per questa ulteriore manifestazione di corruzione italiana (nonostante il miglioramento dello spread il rating delle agenzie specializzate ci assegna un out look negativo, peggiore di quello di Spagna e Irlanda),  ha aggiunto di provare profonda amarezza e ha ribadito che il problema non sono le regole, ma i ladri che allignano nella politica e nella pubblica amministrazione o che gironzolano nei suoi paraggi, verso i quali andrebbe applicato il Daspo a vita.
Dichiarazione altamente condivisibile se fosse stata pronunciata da uno appena arrivato, ma che appare appannata da un velo di ipocrisia perché pronunciata da un politico di lungo corso che sa bene quali pantegane circolino nelle acque melmose dei quadri dirigenti dei partiti (il suo compreso) che hanno condiviso il potere negli ultimi 20 anni.
La scure della giustizia ha infatti colpito a Venezia politici di primo piano, parlamentari nazionali (è stata già avanzata la richiesta di arresto alla Camera dei Deputati) ed europei, sindaci e assessori guarda caso del PD e di Forza Italia, magistrati delle acque e della corte dei conti, generali della guardia di Finanza (con nel curriculum l’incarico di vice capo dei nostri servizi segreti) e portaborse (anche qui rispuntano i nomi di Milanese e di Lavitola), tutti obiettivi di ordinanze di arresto o di avvisi di garanzia. Un’enciclopedia di oltre 700 pagine di prove e motivazioni per smascherare reati pesantissimi che meriterebbero, con l'infamia dell’alto tradimento, l'ostracismo a vita dalla cosa pubblica e dagli appalti pubblici, come accadeva nell'antica Grecia, nonché la totale confisca di tutti i beni anche quelli creati lecitamente e il risarcimento per l'incommensurabile danno di immagine al paese.
Alla presa di posizione di Renzi (vedremo se sarà capace di fare pulizia nei fatti, liquidando un'intera classe dirigente politica e amministrativa) hanno fatto da contrappeso alcune perle del “non sense” pronunciate dai cascami della vecchia nomenklatura: la dichiarazione del sindaco di Torino, Fassino (quello che chiedeva "allora abbiamo una banca?") sulla sua conoscenza personale quale persona onesta del sindaco di Venezia Orsoni, appena arrestato, oppure la dichiarazione del liceale, mancato laureato, ministro della Giustizia Orlando che si è detto "intristito,  ma non stupito" per l'opacità che regna negli appalti pubblici.
Ma come? Proprio il PD che ha tenuto il sacco al berlusconismo, facendo scempio della legalità con l'approvazione di tutte le leggi vergogna dall'abolizione del falso in bilancio, all'indulto, dalla legge truffa anticorruzione ai famosi lodi Schifani e Alfano, alla legge per la riduzione dei termini di prescrizione per non parlare della mancata legge sul conflitto di interessi, ora viene a dire che in fondo è normale non stupirsi di fronte alla magnitudine del marciume?
Come ha detto il Magistrato Cantone, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, quello che sta emergendo a Venezia è la dimostrazione che la corruzione in Italia è divenuta sistemica. Le sue dimensioni sono molto inquietanti, ancora più gravi di quanto venuto alla venuto alla luce per l'Expo, di gran lunga peggiori della tangentopoli di 20 anni fa, tanto che non è più sufficiente cambiare le regole o inasprire le condanne senza una discontinuità politica e culturale, senza che si impedisca a chi si è macchiato di simili delitti di godere del frutto dell’illecito.
In queste ore circola in internet l’ultima battuta di Grillo. Il suo slogan pre elettorale "Vinciamo noi!" era finito nel tritacarne dell'ironia per  il mancato sorpasso del PD alle elezioni Europee. A schede contate il PD rispose sarcasticamente al M5S con una battuta dallo humor britannico. Rilanciò lo slogan deformato in "Vinciamo poi!". Ora Grillo non si è lasciata sfuggire l'occasione per prendersi la rivincita e replicare "Si, noi vinciamo poi, intanto arrestano voi". Ecco, in questa battuta è racchiusa la descrizione della politica e della società italiana.
E' inutile che i ben pensanti delle larghe intese tirino fuori la solita solfa delle inchieste a orologeria, del garantismo spinto fino a condanna definitiva, della invadenza della magistratura, della presunzione di innocenza garantita dalla Costituzione, della responsabilità della burocrazia, della vischiosità amministrativa ed altre amenità del genere.
Chi parla di antipolitica, di populismo, di inaccettabili generalizzazioni, di garantismo dovrebbe essere prima di tutto garantista verso le persone oneste, verso le vittime dell’imbroglio e del sopruso, verso chi paga le tasse, verso chi non ha privilegi di sorta e vive in condizioni di estrema povertà, ma non verso i ladri, gli evasori con frode, i corrotti, i ruffiani che siedono nei più importanti consessi politici, economici, finanziari del paese, insomma verso chi sta al vertice ed ha partecipato al saccheggio del paese o quanto meno ha visto ed ha taciuto.
Purtroppo anche in questo episodio si ha la prova plastica della bontà del detto napoletano, vero monumento parlato del buon senso, secondo cui  “o pisce fete d’a  capa.”

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C'era una volta

Torquato Cardilli - Tutte le favole iniziano con l'espressione c'era una volta. Chissà se, dopo i baci e gli abbracci in Senato tra la fata turchina e i senatori, tacchini obbedienti che festeggiano il Natale, i posteri racconteranno mai in versione di favola la tragedia dell’impoverimento nazionale, del continuo degrado della società, della politica, dell'economia, del prestigio del paese.
In un arco di tempo durato 20 anni, dopo i vari governi di destra (Berlusconi con Casini, Bossi e Fini), della finta sinistra (Dini, D'Alema) e della sinistra (Prodi) che non ha intaccato un solo privilegio, una sola ingiustizia, una sola impunità uscite invece rafforzate, o dell'impasse (Monti, Letta) siamo tornati al punto di partenza con il premier Pittibimbo.  Cioè alla riesumazione di Berlusconi, il massimo responsabile del nostro declino, condannato per frode fiscale, espulso dal parlamento, privato del passaporto, ma con libero accesso in tutti i palazzi del potere, Quirinale compreso, come un mazziere baro che distribuisce le carte per attuare una riforma costituzionale che strozza la libertà.
Renzi ha volutamente ignorato che l'Italia è nella recessione più nera e che dopo i salassi dei suoi predecessori nella maggioranza delle famiglie italiane non c'è più alcuna riserva a cui attingere.
Solo tre mesi fa, giocando la carta degli 80 euro in busta paga, ha raccolto un successo straordinario alle elezioni Europee, convinto di poter resuscitare con formulette magiche il cadavere dell’economia italiana. Convinzione errata tanto che quel suo successo si è rivelato di cartone. L'opinione corrente nella maggioranza degli italiani è ora che da tre mesi a questa parte abbia sbagliato tutte le mosse improntate a puro dilettantismo, suo e dei suoi collaboratori politicamente e culturalmente molto fragili.
L'improvviso appannamento di popolarità, checché ne dicano i sondaggi della TV e dei media sempre pronti al “servo encomio”, è stato causato dalla testardaggine di voler a tutti i costi spaccare il paese con la riforma costituzionale senza affrontare minimamente il dossier economia. Ha creduto di poter riformare le istituzioni con colpi di mano, annunciare  modifiche profonde a ripetizione sui temi della giustizia, del lavoro, del fisco e della pubblica amministrazione, presumendo che l'economia avrebbe potuto riprendersi da sola.
Il cronoprogramma delle sue riforme è stato di gran lunga superato senza effetti concreti. Non ci si illuda sull'eutanasia di primo grado votata dal Senato, basta riflettere sulla pessima sequenza del Pil che dopo lo 0,2 in meno del I trimestre ha fatto registrare un nuovo segno meno con lo 0,1 nel II trimestre.
Il presidente della BCE Draghi lo ha bocciato ricordandogli che siamo in piena recessione, che lo scetticismo degli investitori si è risvegliato, che la diffidenza dei partner europei e delle maggiori istituzioni economiche si è acuita. Siamo tornati indietro al 1992 quando la lira fu costretta ad uscire dallo Sme e il Tesoro bruciò 60 mila miliardi nell'illusione di poter contrastare la speculazione. Insomma siamo vicini ad un crac dalle  proporzioni gigantesche.
Berlusconi nel 2011 ricevette una lettera capestro dalla BCE e fu costretto a passare la mano. Oggi incombe su di noi il commissariamento dall'Europa.
Pur con un discorso educato e generalizzato (a buon intenditore poche parole!) Draghi ha scandito che quei paesi che non riescono a fare le riforme debbono rassegnarsi a cedere parte della sovranità non solo in economia, ma anche in politica in modo che qualcun altro si prenda l'onere di provvedere.
Tradotto in termini meno paludati e più comprensibili al volgo ha detto in sostanza che è finito il tempo delle sceneggiate, delle slides, degli slogan, delle belle ministre senza esperienza, messe al timone in un mare in tempesta, delle decisioni mancate, di chi non capisce che le cose non funzionano non perché vanno male anche negli altri paesi, ma perché a Roma le vere riforme sono sepolte nel cassetto. Bisognerebbe stimolare la crescita con massicci investimenti pubblici, abbassare il prelievo fiscale, fare pagare le tasse a tutti, tagliare le unghie e gli artigli della corruzione, stimolare la ripresa dei consumi con più denaro.
L'Italia non è in grado di fare le riforme necessarie, quelle che contano: ripristino del falso in bilancio, conflitto di interessi, lotta dura all'evasione ed alla corruzione con metodi americani solo perché contrarie agli interessi di una sola persona e delle sue aziende e questo significherebbe la fine del patto del Nazareno.
Il ceffone di Draghi è stato sonoro. L’Italia, che sta sprecando miseramente il turno di presidenza europea, gli ha risposto con la riforma del Senato fatta male e in fretta, con la giustificazione che era arrivato il momento di mettere fine al bicameralismo perfetto, come se la sottrazione del diritto di voto al popolo e la riduzione dei senatori da 315 a 100 cooptati possano far cessare di colpo tutte le storture del sistema, gli imbrogli, i privilegi elargiti a più di un milione di professionisti della politica, vera palla al piede della società.
Su questa riforma costituzionale, scritta come un regolamento di condominio in un italiano carente di stile e di senso giuridico (da un fiorentino erede di Dante sarebbe stato lecito attendersi molto, molto di più) approvata solo da 183 senatori, che giustamente hanno sottoscritto di non meritare più quel titolo, torneremo in un’altra occasione. Riprendiamo ora il discorso sull’economia con cui fanno i conti i cittadini.
Quella italiana, praticamente dall'entrata in vigore dell'euro, è considerata dal Wall Street Journal una recessione permanente, un continuo "insuccesso" che ha precipitato il paese in una condizione economica molto difficile da raddrizzare.
Criticando il tempo e le energie devolute negli ultimi mesi alla riforma costituzionale del Senato la stampa americana ci ha avvertito che senza le riforme economiche, senza il lavoro, senza il taglio deciso degli sprechi e dei lacci e lacciuoli messi a bella posta da una burocrazia inetta, interessata solo alla conservazione delle fette di potere, non c'è motivo di ottimismo. Quanto fatto fino ad ora è molto poco rispetto a quanto è dovuto e vitale per stimolare la crescita. Per questo il ministro dell'economia Padoan ha minacciato che se non si fanno i tagli pesanti c'è pericolo che vengano cancellati gli sgravi fiscali, dagli sconti per le famiglie alle spese mediche (un monte detrazioni di 260 miliardi su cui pescare a piene mani).
Da parte sua il commissario europeo pro tempore all’economia, il noto rigorista finlandese Katainen,  ha fatto sapere che  un’Italia in recessione non ha le carte in regola per chiedere quell’uso della flessibilità contenuta nei trattati europei, timidamente chiesta da Renzi quando si è presentato a Bruxelles.
Ora il premier, anche se non lo ammette, è di fronte ad un bivio e non può eludere di dare una risposta. O china la testa e obbedisce alla BCE facendosi commissariare oppure intima all’Europa di piantarla con gli ultimatum e non molla, a costo di una rivoluzione, sulla pretesa di ridiscutere tutto dal fiscal compact ai vincoli di bilancio (che un parlamento di stupidi ha persino già messo in Costituzione!).
Per il momento, di fronte al bivio, Renzi ha invitato gli italiani ad andare in vacanza tranquilli ed è tornato a fare il lupetto tra i bambini che non pensano mai né al passato che non si può modificare, né al futuro che non gli appartiene ancora, ma solo al presente in cui trovano gioia!
Il nostro allarme rosso del 31 luglio non è stato ascoltato e purtroppo non è difficile prevedere che neppure questa volta ci sia qualcuno di questa classe politica pusillanime disposto a riflettere, nell’interesse del paese e non di questa o quell’altra fazione, sulla verità della difficoltà economica che non ha colore.

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Risultati elettorali: Giù il cappello

Torquato Cardilli - Quando si chiudono le urne è come se suonasse il gong che pone termine al combattimento di pugilato. A seguire, nell’ansia degli “aficionados” lo spoglio delle schede votate dal popolo o dei cartellini con i voti dei giudici, quindi la proclamazione del vincitore.
In Francia si dice "chapeau", espressione cavalleresca per dare il dovuto riconoscimento a chi prevale. Giù il cappello di fronte a chi ha vinto ed evitiamo di ricorrere a scusanti meschine o arzigogolate. Si può cercare di capire il perché della vittoria e il perché della sconfitta ma non ci si può nascondere dietro un dito.
Dunque chapeau agli euroscettici, che si sono rivelati più forti del previsto, guidati dalla 46enne madame Marine Le Pen che,  con il Front National, divenuto il primo partito di Francia, ha stracciato il partito socialista del Presidente della Repubblica Hollande al quale ha già chiesto elezioni anticipate; chapeau al quarantenne Alexis Tsipras il cui partito Syriza è risultato con il 26,7% primo in Grecia, ove i socialisti sono a rischio estinzione, chapeau al cinquantenne Nigel Farage che a Londra ha cancellato con il partito Ukip (assente da Westminster) i conservatori del premier Cameron; chapeau in Spagna agli “indignados” del trentacinquenne Iglesias che ha impartito una lezione al partito popolare e al partito socialista.
Giù il cappello anche di fronte al trentanovenne Renzi che in poco meno di tre mesi ha resuscitato le speranze di tanti italiani facendo promesse e regalando soldi. Si è giocato tutto quello che aveva alle elezioni europee per ora non curante del fatto che quelli che gli hanno  creduto possano chiedergli prestissimo il pagamento della cambiale di fiducia.
Dovunque in Europa hanno vinto i giovani (ed è arrivato il momento che i vecchi si facciano da parte volontariamente e subito), ma in Italia ha vinto soprattutto Renzi le cui scelte (via la vecchia guardia messa definitivamente a tacere, 5 capolista donne, piglio decisionista di riforme con ambizioni ben al di sopra delle contumelie, i famosi 80 euro al mese, ecc.). Le sue sono state scelte strategiche indovinatissime. Ha intercettato meglio di altri il sentimento popolare, soprattutto quello femminile (le donne contano 2 milioni di elettori in più degli uomini) deluso dalla decomposizione del berlusconismo ed è riuscito a recuperare il ritorno a casa dei fuoriusciti protestatari contro la vecchia gerontocrazia dei Bersani, D'Alema, Finocchiaro, ecc. che si era rivelata capace negli anni di collezionare sconfitte o al massimo non vittorie.
Certo, buona metà del popolo italiano ha disertato l'appuntamento elettorale, deluso o arrabbiato per la inconcludenza dei politici, ma in democrazia vince solo chi si esprime e non chi tace. Chi è assente, chi va al mare o semplicemente alza le spalle di fronte all'opportunità di incidere significativamente sulla storia del proprio paese, ha sempre torto e finisce inconsapevolmente per favorire la vittoria di un partito che non risponde alle proprie aspirazioni.
Risultato clamoroso quindi quello del PD, ben oltre ogni aspettativa e previsione della vigilia, secondo cui avrebbe potuto esserci una gara testa a testa con il M5S. Renzi, tanto criticato per essere arrivato al potere senza passare per le urne, come detto si è giocato tutto sul risultato delle elezioni ed ha vinto. Quasi un plebiscito che gli dà ora il respiro di condurre un’incisiva azione di politica interna e gli conferisce quel prestigio necessario per guidare il semestre di presidenza italiana dell’Unione di fronte a governi come quello francese e inglese che hanno subito una pesantissima débâcle ed a quello tedesco che non ha riportato un analogo tondo risultato.
Renzi ha sfondato il muro del 40,8% dei voti (31 seggi), superando qualsiasi risultato della sinistra nell'Italia repubblicana e quasi doppiando il M5S inchiodato al 21,2% (17 seggi). Continua invece l'agonia di Forza Italia con un Berlusconi sempre più intronato e lontano dal popolo (ha ottenuto solo 13 seggi con il 16,8%, cioè il peggior risultato di sempre) mentre rinasce la Lega con un altro giovane Salvini che, messi da parte i rottami del bossismo leghista e la parentesi incolore di Maroni, è riuscito a riprendersi dopo gli scandali dei fondi riportando un bel 6,2% con 5 seggi. Alfano ha agguantato il treno per Bruxelles in corsa aggrappandosi alla maniglia mentre stava precipitando nel burrone della scomparsa. Appesantito dagli inconvenienti giudiziari di alcuni suoi candidati, e dai pesi morti alla Cicchitto, Schifani, Quagliariello, ha racimolato uno striminzito 4,4% che vale solo tre seggi. Chiude il drappello dei deputati italiani per Bruxelles la lista Tsipras che contro ogni previsione ha agguantato l'agognato 4% e la conquista di tre seggi.
Scomparsi invece i Fratelli d'Italia: la giovane Meloni, sovrastata dai dinosauri del giurassico La Russa e Crosetto ha pagato dazio, rimanendo lontana dal palazzo di Berlaymont così come Scelta civica del ministro Giannini e i resti di IdV e dei Verdi, già puniti alle ultime elezioni politiche.
Unico voto non rintracciabile, perché diffuso tra i vari partiti e tra le varie circoscrizioni, è quello degli italiani residenti in Europa che non hanno concorso per seggi riservati.
Lo scenario politico che si apre ora in Europa e in Italia è del tutto diverso da quello dell’altro ieri.
A Bruxelles tutti dovranno fare i conti (Frau Merkel in testa) con la nuova richiesta che sale impetuosa di ridisegnare le regole, di allentare l’austerità penalizzante, di aiutare i paesi in difficoltà.
A Roma l’Italicum non ha più motivo di andare avanti (almeno così la pensa Berlusconi), né i partiti della coalizione di governo potranno fiatare di fronte a Renzi che, pur avendo reagito a questa vittoria senza iattanza, al minimo intoppo parlamentare potrebbe essere tentato dall’ambizione di una nuova puntata al banco delle elezioni politiche anticipate e chissà se in questa eventualità Napolitano possa resistere alla sua richiesta.

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DAL BLITZKRIEG AL PANTANO

Torquato Cardilli - Quest'anno si celebra il centenario dell'inizio della I^ guerra mondiale che, per quasi 4 anni, vide gli eserciti degli stati belligeranti impantanati in una logorante serie di battaglie di trincea in cui tattica e strategia facevano affidamento solo sul fattore numerico degli uomini schierati e destinati a morire sotto il fuoco nemico.
Alla luce degli insegnamenti della sconfitta, i tedeschi illudendosi di una possibile rivincita con la II^ guerra mondiale, elaborarono la tattica militare detta Blitzkrieg, cioè guerra lampo, basata su rapide manovre coordinate dei mezzi corazzati per sfondare le linee avversarie nel punto più debole e poi procedere all'accerchiamento del nemico impedendogli qualsiasi reazione e riorganizzazione. Questa guerra lampo fu coronata da successo nell'aggressione alla Polonia, al  Belgio, all'Olanda, alla Danimarca, alla Francia (i cui eserciti applicavano ancora i piani di trenta anni prima), ma mostrò una fragilità di fondo quando il fattore velocità perse il predominio rispetto al fattore tempo necessario per i rifornimenti (carburante, vettovaglie, munizioni, ricambi, medicine) nella sconfinata steppa russa. Con l'arrivo del generale inverno i tedeschi furono costretti alla guerra di trincea. L'elemento tattico della velocità e della sorpresa fu costretto a cedere il posto all'immobilismo dell'assedio in una resistenza senza speranza di fronte ad un'armata rossa meglio rifornita, più numerosa e fortemente motivata.
Perché questa metafora? Per descrivere gli ultimi sei mesi di campagna politica di Matteo Renzi.
Come un fulmine ha sbaragliato le truppe del vecchio PD, arroccate in un conservatorismo di altra epoca storica. Ha conquistato la segreteria del partito con le primarie vinte a mani basse e poi liquidato, senza alcun passaggio elettorale o parlamentare, Letta nipote estromettendolo in malo modo da palazzo Chigi.
Varato il nuovo governo ed ottenuta la fiducia 6 mesi fa, ha macinato in un frullatore mediatico, con grande maestria, tutte le idee di rinnovamento del paese, di lotta al conservatorismo generale, alla palude dei veti delle corporazioni, per arrivare a piazzare il colpo elettorale perfetto dei famosi 80 euro in più in busta paga.
Il successo alle elezioni europee è stato folgorante: 40,8% dei consensi mai registrato prima. Credendo quindi di poter osare laddove nessun suo predecessore aveva tentato, dando per scontato il successo, ha aperto una guerra di movimento su più fronti per realizzare una rivoluzione epocale basata sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa pubblica, sulle riforme istituzionali, della legge elettorale, del fisco, della pubblica amministrazione, del lavoro (jobs act), della ridiscussione con l'Europa delle regole di bilancio.
Forzando la mano in tutti i modi è riuscito a far passare nella maggioranza del parlamento, eletta sulla base di tutt’altro programma elettorale, l'idea della ineluttabilità dell'alleanza tattica con il condannato Berlusconi per la riforma del Senato, della Costituzione, della legge elettorale. Ma è qui che ha incominciato ad inanellare errori, sbagliando la sequenza delle mosse, i contenuti e i modi.
Il successo conseguito alle elezioni europee (partito e governo più votato in Europa) gli avrebbe dovuto consigliare di presentarsi a Bruxelles con un piano preciso e coraggioso di riforme economiche (approvato in casa anche con ripetuti voti di fiducia) che includessero tagli di imposte (cuneo fiscale) una riforma strutturale del mercato del lavoro, drastiche riduzioni di spesa pubblica, abolizione dei privilegi, ammodernamento burocratico, adempimento degli obblighi europei (come il pagamento dei debiti contratti dalla p.a., piano carceri, ecc.). Solo così l'Europa avrebbe potuto concedergli un po’ più di flessibilità sui vincoli che ci incatenano. Invece Renzi ha cercato di accattivarsi la simpatia del nuovo parlamento europeo e dei 27 paesi membri promettendo solo di rispettare i vincoli. Il discorso fumoso fatto a Bruxelles non ha impressionato  i nostri partner più di tanto, anzi questi non hanno mancato di ricordargli che l'Italia ha già fatto tante promesse in passato, puntualmente disattese, e che ora è arrivato il momento di dimostrare fatti concreti.
Ovvio dunque che non abbia ottenuto quanto voleva. Non ha preso la lezione nel verso giusto ed ha peggiorato la situazione intestardendosi nel formalizzare, senza una previa operazione diplomatica sottostante di acquisizione di benestare, la candidatura della Mogherini quale ministro degli Esteri dell'Unione. Di fronte ai niet di vari paesi nordici ha preferito congelare le nomine fino all'inizio di settembre con la conseguenza che tutt'ora a parlare in nome dell'Europa non è né lui, presidente di turno, né la Mogherini, ma Lady Ashton della Gran Bretagna.
Mentre il mondo a noi vicino sull'altra sponda del Mediterraneo è in disfacimento, mentre si consuma l'ennesimo genocidio dei palestinesi intrappolati a Gaza, mentre continuano gli sbarchi di emigrati vivi e morti sulle nostre coste, l'encefalogramma della nostra politica estera è assolutamente piatto, né potevano ravvivarlo le improvvise visite a Maputo, Luanda, Brazzaville o Cairo, senza uno straccio di strategia politica.
Circa le riforme interne, tra mille polemiche e i contorcimenti dei pusillanimi gruppuscoli dissidenti del PD, ha fatto approvare dal Senato la riforma Boschi, cioè il Senato ha dato il benestare alla propria dissoluzione. Ma l’atmosfera generale nel paese si è fatta pesante e tutto lascia intravvedere che ci sarà un lento logoramento di trincea.
Enorme errore è stato quello di ritenere che l'economia possa essere piegata ai suoi tempi, dichiarandosi indifferente al fatto che il PIL italiano salga solo dello 0,1% riducendo drasticamente le previsioni governative (spudoratamente ottimistiche, come avevano già fatto Monti e poi Letta) dello 0,8%. La faciloneria di una tale presa di posizione dovrebbe fare accapponare la pelle. Nessuno si capacita come il neo premier pretenda di governare senza aver compreso che il divario di questa forchetta fa la differenza tra un’economia che cresce ed un’economia boccheggiante ed assista impassibile alla distruzione di posti di lavoro di un paese vicino alla bancarotta. Possibile che Renzi non abbia compreso che quando si attuano politiche di austerity l’unica conseguenza sicura è il calo di domanda di beni e servizi e cioè del PIL e l’automatico aumento del rapporto di debito?
Alla ripresa d'autunno dovrà tornare a Bruxelles e presentarsi con dati per nulla rassicuranti: il deficit sarà di poco al di sotto del 3 per cento, non ci saranno segni evidenti di ripresa e di crescita economica, la disoccupazione sarà aumentata rispetto al 2013, il taglio alla spesa pubblica improduttiva previsto da Cottarelli non sarà stato fatto, la casta non avrà rinunciato agli anacronistici privilegi, lo spettro di una nuova manovra sarà sempre più corporeo, mentre la promessa di estendere la platea dei beneficiari dei famosi 80 euro non si realizzerà. In queste condizioni potrà ottenere qualche cosa? E’ da dubitarne. Forse potrebbe riuscirvi solo spaventando i mercati con un rischio grossissimo per la sua sopravvivenza, mentre se resterà impantanato nella presunta riforma della Costituzione e del Senato sarà assediato e sconfitto.
Le esigenze dell’economia in un  paese che naviga sull’orlo del baratro del debito, esigono risposte più veloci e più rapide delle riforme costituzionali. Ammesso che Renzi riesca ad ottenere entro settembre la prima approvazione dai due rami del parlamento della sua riforma costituzionale, il secondo passaggio non potrà essere effettuato prima di gennaio 2015. Poi ammesso che passi indenne anche questo ostacolo ci sarà bisogno del referendum popolare confermativo presumibilmente non prima di maggio 2015. E’ ipotizzabile che il paese resti immobile per tanto tempo?
Insomma Renzi ha sbagliato i calcoli non solo matematici, ma anche di strategia: il PIL è irrimediabilmente piatto, le privatizzazioni sono state un fallimento come ha dimostrato l’operazione Fincantieri che ha fruttato la metà di quanto preannunciato, la dismissione del 40% di Poste dovrà slittare di un anno dopo lo svenamento a favore di Alitalia, il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è ancora di là da venire. Per rispettare quanto previsto dal DEF, cioè 11 miliardi da destinare esclusivamente alla riduzione del debito pubblico il governo dovrà mettere sul mercato altre quote di Eni ed Enel dopo aver già ceduto ai cinesi il 35% di CdP Reti per 2 miliardi di euro con l’irritazione degli americani che non apprezzano l’ingresso della Cina nella tecnologia del gas.
Conclusione? E’ bene che Renzi riveda subito l’ordine delle priorità della sua agenda politica se non vorrà morire affogato nel pantano. Altro che Blietzkrieg!

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Perché andiamo a votare il 25 maggio

Torquato Cardilli - Il cittadino è stato bombardato in questi ultimi giorni da promesse illusorie sotto forma di messaggi elettorali che nulla hanno a che vedere con le elezioni europee. Dal regalo della dentiera per gli ottantenni, alla promessa della pensione di 1.000 euro a tutte le casalinghe, dagli 80 euro in busta paga per tutti, all'operazione mastro lindo nel verminaio dell'Expo, dall'uscita dall'euro al ritorno alla liretta svalutata, dalla sconfitta del cancro al parto indolore. Tutti temi acchiappa citrulli.
Nessuno degli uomini politici di professione ha mai spiegato quale sia la strategia proposta per l’Italia nel nuovo parlamento europeo, quali i punti fermi della nostra politica europea ed estera per farci risorgere dalle macerie di un ventennio di flop clamorosi.
Il bailamme di queste false promesse ha cercato di coprire la rabbia e la disperazione di quanti non vedono l'ora di far scomparire dalla scena politica i responsabili del disastro in cui marcisce mezza Europa e l'Italia più degli altri. Sì più della Grecia e dell'Irlanda, della Spagna e del Portogallo, perché a differenza dei cugini poveri europei noi eravamo all’inizio del 2000 la quinta potenza economica mondiale ed ora siamo al 26mo posto: avevamo un'industria metallurgica, un'industria meccanica e automobilistica, un'industria cantieristica, un'industria tessile, un'industria turistico-culturale, il migliore museo artistico mondiale all’aperto, patrimonio dell'umanità, una delle migliori compagnie aeree, un’eccellente flotta mercantile. Tutto è stato distrutto, spazzato via più che dai terremoti e dalle alluvioni dalla incompetenza di politici miopi e corrotti che hanno preferito seguire ricette di morte, dettate da poteri senza scrupoli.
Una classe di politicanti ladri, da una parte compromessi con la mafia e la camorra (tanto in Forza Italia e nel suo ramo cadetto del NCD, quanto nel Partito Democratico, come hanno tristemente provato i recenti arresti per condanne definitive o per misure cautelari di parlamentari e di ex parlamentari), dall’altra non contenti dello stipendio da nababbi elargito insieme a mille altri bonus e provvidenze da uno Stato arretrato e spendaccione, si sono mostrati interessati a blindare il loro potere con tutti i mezzi a disposizione e a succhiare come sanguisughe, anzi come dei pezzenti, ogni misero euro da rimborsi spese gonfiati con fatture false o per acquisti personali del tutto voluttuari, quanto pacchiani, addebitati al popolo.
Questi signori che hanno distrutto la nostra economia, la nostra scuola, il nostro sapere, le nostre aziende, il nostro territorio, il nostro paesaggio, che hanno tolto il futuro ad un'intera generazione, che hanno creato una disoccupazione che non si era mai vista in Italia, che hanno assistito imperterriti al susseguirsi di suicidi di imprenditori, di morti sul lavoro o in cerca di lavoro, di fallimenti e chiusure di centinaia di migliaia di piccole imprese, hanno ancora il coraggio di proporsi come risolutori dei problemi che hanno creato e di chiedere il voto.
Domenica si va a votare per il rinnovo del parlamento europeo. Dunque la domanda che è lecito porsi è quale politica europea intendiamo perseguire: la politica del rigore subita fino ad ora “obtorto collo” o quella della crescita, la politica del lavoro o quella della disoccupazione, la politica delle tasse o quella degli incentivi, la politica della ricerca o quella della delocalizzazione, la politica dell'obbedienza alle banche o quella del sostegno alla piccola impresa, la politica del si salvi chi può o quella della equità solidale.
Chi abbia fatto la sua scelta di fronte a queste alternative non potrà certo votare per tutti quelli, persone o partiti che hanno avuto le mani in pasta negli ultimi 20 anni, che hanno violato la libera scelta popolare dei referendum (finanziamento ai partiti, acqua pubblica, ecc.) che sono stati i diretti responsabili del declino del paese, del depauperamento della nazione e soprattutto della cessione di sovranità politica, economica e sociale, non sono più credibili.
L'Italia deve rialzare la testa in Europa e riottenere la perduta libertà di azione, attraverso la libera rinegoziazione di tutti gli accordi dal Fiscal Compact, al Patto di Stabilità, dal Trattato di Lisbona a quello di Dublino.
Può essere ancora considerato affidabile un politico pluricondannato per reati di frode fiscale e per corruzione, espulso dal Parlamento, interessato solo alle sue aziende ed all'epicureismo materiale? Può essere ancora credibile chi dopo aver promesso milioni di posti di lavoro, mentre negava ai giornalisti la durezza della crisi nel nostro paese, si chinava vergognosamente di fronte all'Unione Europea accettando condizioni capestro? E’ forse ancora credibile quel politico ricordato solo per le sue plateali menzogne sulla vicenda Shalabayeva, sui comportamenti illegittimi di poliziotti gaglioffi, sulle fughe di parlamentari inseguiti da mandati di cattura, che mente spudoratamente sui rapporti con l’Europa in materia di immigrazione subito smentito dalla commissaria europea Malstrom che da marzo attende una risposta scritta sulle indicazioni concrete delle nostre richieste per fermare l’immigrazione? E soprattutto che .dimentica di esser stato il firmatario dell'accordo di Dublino che obbliga il paese di primo arrivo degli immigrati a tenerseli, e che nega in Parlamento la trattativa ultra-forze di polizia viste da tutti i telespettatori? E’ forse ancora credibile il capo del partito dei lavoratori che ha regalato il patrimonio della Banca d'Italia alle casse dei banchieri amici, che giurava di non voler occupare la poltrona di primo ministro senza passare per le urne, che ha promesso di tutto e dichiarato guerra ai ladri ed ai corrotti, ma pur conoscendoli per il loro curriculum giudiziario, li ha accolti nel partito (utili per vincere le primarie tanto in Sicilia come in Piemonte) senza fare il repulisti necessario?.
Questi politici si scaldano nell’usare toni sempre più accesi, imitando maldestramente Grillo, ma non indicano un programma di politica europea per sottrarre il paese dal giogo imposto senza alcun controllo democratico dai tecnici di Francoforte in barba alla sovranità popolare con cui si sciacquano la bocca ad ogni discorso.
Si sono mai posti la domanda su chi governi di fatto sul piano economico l’Unione Europea?
Ormai anche i meno acculturati hanno capito che la politica economica, la politica monetaria e la politica fiscale dell’Unione europea è decisa da una casta di burocrati completamente autoreferenziale il cui vertice è la Banca Centrale Europea. La BCE non è controllata dai governi che invece sono controllati e irreggimentati come è accaduto all’Italia. Ricordate la lettera di istruzioni perentorie spedita a Berlusconi nel 2011?
E l’Italia che fece? Con comando dal colle di Roma ha obbedito senza sgarrare neanche di un millimetro agli ordini di questa Europa antidemocratica, ha sostituito l’ultimo governo incapace si, ma democraticamente eletto, con una serie di governi tecnici praticamente sotto la presidenza di Napolitano. Ha inserito l’obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione, che è una cosa che non esiste in nessuna parte del mondo, solo per dare una garanzia addizionale che avremmo ripagato il debito estero. Con la ratifica in quattro e quattro otto del parlamento (cioè di quegli uomini di cui abbiamo parlato all’inizio) ha firmato trattati che ci impediscono lo  sviluppo economico che ci impediscono la piena occupazione.
Ma torniamo alla BCE. Il suo organo più importante è il comitato direttivo, che sta sopra al comitato esecutivo composto dai banchieri centrali nazionali, i quali, come si sarà notato sulla vicenda della privatizzazione di Banca di Italia, sono assolutamente intoccabili da parte del governo nazionale dal quale si ritengono indipendenti, che esprimono un orientamento in base al quale il comitato direttivo decide la politica monetaria senza dover rispondere per statuto a nessun governo, a nessun popolo, quasi che il loro credo sia quello di stare lontani dalla democrazia.
E’ per questo che la politica della BCE in tutta l’Unione Europea va contro i più deboli, contro i ceti più disagiati, va contro i paesi periferici, nel solco di politiche fallimentari, ispirate a formule vecchie,  al rigorismo del FMI fondato sul dogma che il debito pubblico va pagato non attraverso la crescita virtuosa, ma attraverso il massacro sociale, attraverso l’imposizione dell’austerità e dei tagli alla spesa, abbandonate da tempo tanto dal paese campione del liberismo come gli Stati Uniti, quanto da quello del collettivismo come la Cina.
E’ dunque arrivato il momento, più che accapigliarsi sulla questione euro si o euro no, di abbattere questa assurda impalcatura, togliersi di dosso questa camicia di forza per restituire al popolo il potere di decidere del proprio futuro con una fortissima impronta di discontinuità.
Molti politologi vedono il rischio di disgregazione della Comunità Europea, se prevarranno il gretto provincialismo, il meschino opportunismo al posto della solidarietà e dell’equità. Ma quello che più conta è selezionare una classe di politici onesti, che non siano ricattabili, che abbiano la coscienza pulita, che non siano compromessi con il disastro causato al paese.

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La fata morgana della libertà

Torquato Cardilli - La giovane Ministra Boschi è bella e sorridente come la  fata turchina. Appare educata, misurata nelle dichiarazioni, prudente nel non cadere nelle trappole delle provocazioni insolenti. Politicamente vale più o meno quanto le altre giovani ministre che l’hanno preceduta ed ha con il primo ministro uno stretto rapporto di amicizia oltre che condiscendenza, già riscontrato nelle sue colleghe verso il capo del Governo o gli altri big di partito. Negli ultimi giorni, però, in Senato ha assunto le sembianze della maestrina stizzita, pronta a volgere verso il nevrotico, di fronte ad una scolaresca indisciplinata che non accetta di essere comandata a bacchetta. Ha definito allucinazioni, alle quali non si può rispondere con l’uso della ragione, le critiche di quanti dentro e fuori del Senato hanno avanzato rilievi politici e giuridici verso l'impianto del suo disegno di legge di riforma costituzionale. In verità è proprio la Boschi, con la sua chiusura a qualsiasi modifica del testo, che vorrebbe imporre le allucinazioni e trasformarsi in un’altra fata, quella morgana, specie di miraggio (come insegna la mitologia celtica), che induceva i marinai a vedere inesistenti castelli in aria verso cui erano attratti per andare a morire.
Chi è assetato di giustizia, di equità, di lotta alla corruzione, di verità se dà retta alle affermazioni e al testo di legge della Boschi, che sono il frutto dei perentori diktat del premier, vedrà riflesso sull'asfalto dei diritti un lago in cui crederà di potersi abbeverare, inconsapevole di andarvisi a sfracellare insieme alla morente libertà.
Per capire le ragioni profonde di questa testardaggine di Renzi, che si avvale della complice protezione del nonnetto d’Italia le cui funzioni da tempo non sono più quelle di garanzia e di presidio del rispetto assoluto della costituzione, nel volere a tutti i costi la radicale riforma del Senato e l’accentramento dei poteri nelle sue mani quale leader del partito di maggioranza bisogna fare un passo indietro, all’inizio del 2014.
Renzi, non ancora premier ma nuovo capo del PD e Berlusconi, già espulso per indegnità dal Senato ma vecchio capo di FI, si vedono in segreto al Nazareno. Berlusconi è accompagnato da personaggi come Verdini (rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta) e Letta zio, che sta per fare le scarpe a Letta nipote, mentre Renzi è assistito dalle fide ministre che avranno il compito di mettere la faccia sulla riforma del Senato e della pubblica amministrazione. I due siglano un patto leonino, dopo un incontro a quattr’occhi, senza orecchie e sguardi indiscreti, durato 7 minuti, quanti bastarono a Von Ribbentrop e Molotov per spartirsi la Polonia: il primo ambisce alla conquista di Palazzo Chigi senza passare per le urne (contrariamente a quanto affermato, promesso e giurato pubblicamente) il secondo vuole un riconoscimento politico, sorta di riabilitazione dopo i rovesci elettorali-giudiziari ed essere considerato un padre costituente all’altezza di De Gasperi, Nenni, Saragat.
Il patto resta segreto, molto più riservato e inconfessabile di tanti altri patti scellerati della storia. Tutti, o quasi, in casa PD e FI ubbidiscono come gli Ebrei quando Mosè discese dal Sinai con le tavole della Legge. La cosa sembra funzionare e al Quirinale non pare vero di togliersi dai piedi il problema della grazia che non può essere concessa ad un condannato se questi non mostra pentimento e non la chiede.
Quindi Renzi (che non è parlamentare), alla faccia del messaggio “enricostaisereno”, ottiene, in modo del tutto extra parlamentare, lo sfratto di Letta nipote da palazzo Chigi, senza che il Governo sia stato sfiduciato, ma su richiesta del Presidente che questa volta non sente nemmeno il bisogno di salvare la faccia come aveva fatto con Monti, nominato in extremis senatore a vita.
Renzi si insedia come capo di governo e si circonda di perfetti sconosciuti in quanto ad esperienza e capacità di unire il paese in una riscossa morale, economica, culturale. Quindi promette l’impossibile. Una serie di riforme entro tre mesi: del lavoro (jobs act), della crescita economica, della pubblica amministrazione, del fisco, della giustizia, del taglio drastico della spesa pubblica (spending review), del pagamento totale dei debiti arretrati della pubblica amministrazione, della legge elettorale, della riforma istituzionale. Sa che se Berlusconi mantiene fede al patto, con la forza dei numeri di cui dispone, può imporre anche ai più riottosi un processo di riforma epocale.
Il popolo gli crede e ad occhi chiusi, stanco dei tentennamenti, della mancanza di coraggio e delle delusioni per i sacrifici a vuoto imposti dai vari governi Berlusconi, Monti, Letta, gli concede alle elezioni europee carta bianca con un successo strabiliante che supera il 40% dei voti.
E’ fatta. Renzi è il padrone d’Italia e può farne quel che vuole, ma il seme della democrazia piantato settanta anni fa con la disfatta del fascismo ha generato anche persone capaci di ragionare e di vedere i pericoli insiti nell’accentramento dei poteri senza contrappesi e senza bilanciamenti. Soprattutto è evidente che questo Parlamento, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, non ha l’autorità, né l’investitura per riscrivere la Costituzione.
Ben presto Renzi si accorge che il gigantismo della sua vittoria elettorale poggia su piedi di argilla. Guidare una Nazione non è come guidare un Comune. I problemi ereditati sono di una magnitudine di gran lunga superiore alle sue forze. Non ci sono alternative: bisogna continuare a bere l’amaro calice della crisi, la crescita è di là da venire, l’Europa gli sbatte la porta in faccia sulla questione della flessibilità e della nomina della Mogherini quale responsabile della politica estera europea, i disoccupati aumentano così come tutti i parametri negativi di macroeconomia e il ministro del Tesoro Padoan, pur con le smentite di routine, ricorda che mancano all’appello per il prossimo autunno circa 24 miliardi di euro.
La risolutezza mostrata nelle primarie, nel defenestramento di Letta, nel guanto di sfida ai sindacati si ferma di fronte al prolungato declino economico. Renzi si trova in un cul de sac mentre ormai svapora l’effetto benefico sull’economia dei famosi 80 euro in più in busta paga. Per raddrizzare l’economia e imprimere una spinta alla crescita occorrono decisioni drastiche, sgradite ai poteri forti, liberalizzazioni che scontentano le corporazioni, i potentati economici, le sacche di sottogoverno, i boiardi di stato, i ministeri, la casta. Non ce la può fare.
Per non gettare la spugna punta tutte le fiches sul tavolo verde della riforma costituzionale (che non faceva parte del programma elettorale del PD nel 2013), definita la madre di tutte le riforme di cui al popolo non interessa un gran che, ma la mossa gli serve per poter dire che la palude gli ha impedito di rinnovare il paese.
Mentre in pubblico ostenta una sicurezza tetragona e una determinazione cocciuta ribadendo che nonostante il forte ostruzionismo dell'opposizione nessun ostacolo potrà fermarlo nella sua marcia verso il cambiamento della carta costituzionale, secondo le solite voci di corridoio avrebbe anche pensato alle dimissioni del Governo per costringere Napolitano a sciogliere le Camere se prima delle ferie estive non sarà approvato in prima lettura il disegno di legge della fata turchina.
Crede di poter chiamare a raccolta gli stessi elettori che lo hanno plebiscitato lo scorso maggio e minaccia il voto anticipato con l’intento di cambiare i musicisti se quelli attuali non cambiano lo spartito per suonare quello che a lui piace.
Ma questa è un’arma spuntata in partenza perché i senatori (e i voltagabbana attaccati alla sedia sono numerosi tanto in FI quanto nel PD) sanno benissimo che se si approva la modifica costituzionale si dovrà per forza andare alle elezioni nel 2015 e che loro usciranno per sempre dal Senato. Viceversa se le Camere fossero sciolte prima della modifica, si andrebbe al voto con la vecchia legge Mattarellum, come indicato dalla Corte Costituzionale, che prevede le preferenze, per rinnovare sia Camera che Senato.
Ma vediamo un po’ come stanno le cose sulla Costituzione.
Con tale termine dalla fine del XVIII secolo (costituzione americana del 1787, di Francia del  1791, e poi via via nei vari stati dell’Europa continentale) si indica lo strumento di completa rottura con l’ordinamento politico precedente e la codifica del riconoscimento dei diritti primari del cittadino e del principio basilare irrinunciabile della sovranità popolare che non può più essere limitata, né abrogata dal monarca al potere.
In Italia si sono succedute due costituzioni: lo Statuto Albertino del 1848 e la Costituzione repubblicana, tuttora vigente, entrata in vigore cento anni dopo il primo gennaio 1948. Tra le due Costituzioni vi fu la torsione del diritto in senso dittatoriale quando nel 1925 Mussolini subordinò il potere legislativo alla volontà dell'esecutivo.
Le elezioni del 1946 istituirono l’Assemblea costituente che nominò una commissione di 75 deputati incaricata di elaborare il progetto di Costituzione con il contributo intellettuale di veri cultori del diritto. La Carta fondamentale che restituiva ai cittadini i diritti espropriati dalla dittatura, composta di 140 articoli fu approvata il 27 dicembre 1947 dopo l’intervento di 257 oratori per 1090 interventi.
La riforma costituzionale di cui si parla ora tende invece a restringere i diritti del popolo anziché ampliarli e questa, spacciata per innovazione, non è altro che un’operazione reazionaria.
Innanzitutto non si è mai visto un Governo che imponga una revisione costituzionale. Questa invece deve nascere dal libero confronto e dal dibattito tra le forze politiche senza ricatti o forzature. Il Governo ed il Parlamento attuali, come detto sopra, non hanno l’autorità legittima per la riforma della Costituzione; potrebbero al limite apportarvi qualche modifica seguendo le rigide procedure previste dall’art. 138, senza stravolgerne l’impianto generale che fa dell’Italia una repubblica parlamentare.
Ora l’intento del disegno di legge Boschi è chiaramente quello della riscrittura della Costituzione, abolendo il bicameralismo perfetto, istituendo un Senato ridotto e non elettivo con caratteristiche peculiari del tutto estranee all’attuale carta  fondamentale, ampliando i poteri del Presidente del Consiglio, ridefinendo le prerogative del Capo dello Stato e soprattutto attraverso il collegamento con una legge elettorale, pure essa chiaramente incostituzionale, attribuire un premio di maggioranza abnorme al primo partito cui viene dato il potere di controllare il Parlamento, l’elezione del capo dello Stato, dei giudici della corte costituzionale. E questa sarebbe la repubblica parlamentare nata dalla resistenza? No, è uma fata morgana che può provocare la morte della nostra democrazia.

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You have been warned

TORQUATO CARDILLI - Chi si trovi di fronte ad evidenze di fatti sconcertanti, che lasciano chiaramente intravedere conseguenze negative e si avventuri nel formulare una previsione di fallimento imminente, molto frequentemente non viene preso sul serio e tutto al più viene insultato con l’epiteto di Cassandra, quale sinonimo di jettatore, di menagramo o più recentemente di gufo.
Eppure Cassandra, figlia di Priamo, nella mitologia greca, aveva avuto da Apollo il dono di prevedere le sventure connesse agli errori commessi dagli uomini. Questi anziché correggerli come avrebbero potuto e dovuto, soggiogati dalla sindrome dell'ineluttabilità di non potere fare nulla per evitare che le previsioni pessimistiche di sciagure si realizzassero, si limitavano a disprezzarla. E questo andazzo non si è modificato nei secoli, almeno in Italia.
In chiave moderna c'è un programma televisivo di divulgazione dal titolo esplicativo, ripreso da un noto slogan americano "You have been warned!" (sei stato avvertito, oppure, te l'avevo detto) fatto apposta per ricordare allo spettatore che gli effetti di molti eventi sono del tutto prevedibili.
Il nostro giornale il 14.9.2010 (guardate bene la data si tratta di quasi quattro anni fa) a pag. 8 pubblicava un lungo articolo dedicato alle cinque assurde fantasticherie di una classe politica inetta, quando non collusa con la criminalità, figlia dell'affarismo berlusconiano, che sarebbe stato meglio dimenticare subito, perché suscettibili di compromettere il nostro residuo onore di fronte alla comunità internazionale, esponendoci a figuracce planetarie.
Si trattava di cinque opere colossali pensate solo per far accumulare soldi da spartire tra costruttori, affaristi, mediatori e politici : 1) le centrali nucleari; 2) il ponte sullo stretto; 3) il circuito di Formula Uno a Roma; 4) le Olimpiadi del 2020 a Roma; 5) l’Expo del 2015 a Milano.
Di fronte alla insensibilità dei più, questo giornale è tornato sull'argomento due anni fa, il 29 marzo 2012, con l'articolo "Sogni, illusioni e realtà". Non sembra che tali moniti siano stati presi in considerazione da chi avrebbe dovuto, tanto forte è stato il potere del denaro coinvolto, tanto penetrante è stata la commistione tra politica e affari.
Ripercorriamone brevemente le fasi. I primi quattro sogni, forse per intervento della stella della buona sorte, sono abortiti in tempo: la catastrofe di Fukushima ha posto una pietra tombale su qualsiasi velleità di ritorno alle centrali nucleari; i conti disastrati dello Stato, l’inefficienza delle infrastrutture, l’assenza della minima protezione del territorio hanno tolto di mezzo anche il secondo sogno che è andato ad aggiungersi al lungo elenco di ben 320 opere pubbliche interrotte, costate una montagna di miliardi e poi lasciate a metà; per far infrangere il terzo sogno è bastata la sberla in faccia data al Sindaco di Roma del tempo da parte di Bernie Ecclestone, la massima autorità della Formula Uno, cioè l’organismo preposto alla selezione dei circuiti, che, fatti due conti economici, aveva sentenziato che l’Italia, paese povero sprofondato nella crisi, non avrebbe mai potuto disporre dei fondi necessari per la creazione delle strutture organizzative ed assicurative obbligatorie; la quarta chimera era dedicata all'assurda pretesa di poter indire a Roma le Olimpiadi del 2020. Per fortuna il Presidente del Consiglio Monti seppe resistere all'assalto dei vari Pescante e Petrucci, che fungevano da teste di ariete per conto dei soliti costruttori trafficanti e di politici di ogni risma e lasciò cadere questa quarta proposta assolutamente non convincente, non fattibile, non comparabile alle condizioni dell'Italia del 1960 in pieno boom economico quando aveva organizzato le Olimpiadi di Roma.
Siamo oggi ancora appesi per i capelli al quinto sogno: quello dell'Expo Milano 2015, dedicato al tema “nutrire il pianeta”. Non c'era bisogno di nessuna Cassandra per capire sin da allora che nelle condizioni date sarebbe stato impossibile portare questo progetto a compimento nel rispetto dei tempi e soprattutto nella legalità e nella trasparenza.
Per giorni e mesi abbiamo sentito ripetere la cantilena che l'Expo va fatta perché porterà in Italia 20 milioni di visitatori in più rispetto ai flussi turistici normali, garantirà 75.000 posti di lavoro, un aumento del PIL di 20 miliardi e via di questo passo con cifre sempre più immaginifiche, anche se la Corte dei Conti fin dall’anno scorso aveva messo in guardia che i ricavi erano sostanzialmente posticipati alla data di realizzazione dell’evento (maggio-ottobre 2015) e che prima di allora sarebbe stato difficile capire se tutto l’affare sarebbe stato un successo economico oppure un disastro come hanno dimostrato tutti i più recenti eventi planetari tipo i Mondiali di Calcio o le Olimpiadi che hanno lasciato voragini in rosso nei conti degli organizzatori.
Ma nessuno si è chiesto il perché l'Expo, nella patria dell’alimentare di qualità, debba costare oltre 14 miliardi di euro, il perché la società pubblica Arexpo (Regione Lombardia, Comuni di Milano e Rho, Fiera e Provincia Milano) abbia pagato 150 milioni di euro per l’area di proprietà della Fondazione Fiera e della famiglia di immobiliaristi Cabassi, (la Corte dei Conti ha osservato che il prezzo è stato esorbitante per il solo diritto d’uso temporaneo di terreni che ad evento concluso sarebbero stati reimmessi nel circuito privato), il perché quest’enorme area agricola di un milione e 700 mila metri quadrati abbia dovuto essere trasformata in area edificabile con moltiplicazione del valore del terreno e a favore di chi, il perché abbiano dovuto risultare beneficiari dei primi appalti i soliti noti, cementieri e trafficanti di destra e di sinistra, attaccati come mignatte a succhiare il sangue delle tasse dei poveri, il perché la politica, che non risparmia all'Italia figuracce sul piano morale, sia così interessata ad un’opera inutile rispetto al costo. E soprattutto nessuno sa quale sarà la fine di questa enorme opera pubblica: centri commerciali? Uffici? Il nuovo stadio di Milan e Inter? Di certo si sa che subito dopo la chiusura dell’esposizione, il giorno dei morti del 2015, tutto sarà demolito (tranne il Palazzo Italia) e i costi ricadranno sulle spalle degli enti pubblici di ogni livello, dunque dei cittadini.
Ad un anno dall'inaugurazione, i lavori per la costruzione della piastra, la piattaforma portante su cui saranno costruiti tutti i padiglioni espostivi, sono al 40%. Altrettanto dicasi per il Cardo e il Decumano, i due assi principali del reticolo ortogonale del sito espositivo che riprodurrà l’antica struttura urbanistica delle città romane. Il primo, orientato lungo l’asse nord-sud, lungo circa 350 metri avrà ai lati tutti gli spazi dedicati all’Italia con alle estremità la grande Lake Arena e Piazza Porta della Via d’Acqua. Il secondo attraversa invece l’intero sito in senso est-ovest, con una larghezza di 35 metri e una lunghezza di 1 kilometro e mezzo. Ogni 20 metri sorgeranno, su entrambi i lati, i padiglioni dei Paesi partecipanti. Nel punto di incrocio fra le due direttrici ci sarà la cosiddetta piazza quadrata (74×74 m), dedicata all’Italia, quale simbolo dell’incontro tra il Paese ospitante e il resto del mondo. Tutto bello sulla carta e sul plastico che viene sistematicamente diffuso in televisione. Ma la realtà è ben più grigia.
Se la costruzione dei padiglioni è in ritardo, a fatica colmabile, ciò che appare più problematico è la realizzazione delle strade, delle passerelle, delle piste ciclabili, delle vie d’acqua, dei servizi, dei parcheggi (previsti 1200 pullman al giorno), tanto che alcuni progetti sembrano essere stati già fatti slittare a dopo l’inaugurazione. Per non parlare di tutta la filiera dei trasporti pubblici (aeroporti, metropolitane, treni, autolinee, ecc.)
Ovviamente non ci siamo fatti mancare anche lo scandalo degli appalti che ha portato al rimescolamento delle carte tra i manager che dirigono i lavori.
Sentendo arrivare la tempesta del risvolto giudiziario, il Capo della polizia Pansa aveva rivelato qualche tempo fa che erano stati già emessi 23 provvedimenti d’interdizione contro società interessate alle opere e ad altre 7 era stata negata l’iscrizione alla “white list” della Prefettura. Ma questi dati sono sconfortanti per due ragioni: l’alta incidenza delle ditte irregolari e sospette e il relativamente scarso numero delle ditte controllate, dato che solo il 36% di quelle interessate ai lavori era stata sottoposta ai controlli previsti dalla legge, per l’eccessiva parcellizzazione dei subappalti (fino al 70% dell’ammontare globale) schermo dietro cui si nasconde l’infiltrazione criminale, come rilevato dai magistrati contabili.
Nonostante il costoso marchingegno a tutela dalle infiltrazioni mafiose consistente nell’affidamento alla modica spesa, si fa per dire, di 741 mila euro, a due società private (Bentley Systems e Opera 21) della preparazione della “piattaforma antimafia” e delle “linee guida per la legalità”, anche questo evento finirà in processi, sprechi e manette come altri grandi eventi della recente cronaca italiana.
Una mastodontica operazione di polizia è scattata agli ordini della Procura di Milano che ha scoperchiato, dopo indagini durante più di due anni, la pentola male odorante della corruzione che ha girato indisturbata intorno agli appalti.
Angelo Paris, direttore della pianificazione e degli acquisti di Expo 2015 cioè l'uomo chiave degli appalti, Primo Greganti, lo storico esponente del Pci torinese, cassiere del partito, già condannato e incarcerato all'epoca di mani pulite, attivista della campagna elettorale di Chiamparino e Fassino, quello che come Mangano tenne la bocca chiusa con i magistrati, l'ex parlamentare di Forza Italia Gianstefano Frigerio, già segretario regionale della DC, cacciato dal Parlamento dopo una condanna definitiva per corruzione e finanziamento illecito, l'ex senatore Luigi Grillo, pure lui prima della Democrazia Cristiana e poi parlamentare per più legislature di Forza Italia, l'intermediario Sergio Catozzo, l'ex direttore generale di infrastrutture lombarde Antonio Rognoni, già agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta, e l'imprenditore Enrico Maltauro sono stati arrestati su ordine della Procura milanese con l'accusa di associazione a delinquere, turbativa d'asta e corruzione.
Povero magistrato Cantone che dovrà assumere sulle sue spalle la responsabilità di una credibilità italiana già al pavimento agli occhi di tutti gli osservatori internazionali. A nulla vale ripetere il refrain che una rinuncia all’Expo ci coprirebbe di ridicolo. Viviamo già coperti di vergogna e anzi se avessimo il coraggio di fare piazza pulita di tanti trafficanti che si annidano in tutti i palazzi, di sradicare gli inciuci, di sconfiggere le connivenze, di abolire le rendite di posizione, di cambiare la burocrazia  ci guadagneremmo. Dimostreremmo al mondo che siamo capaci di generare adeguati anticorpi. Bisognerebbe avere il coraggio di ripulire l’Italia come fece Ercole con le stalle di Augia, da questa montagna di letame che vive di spesa pubblica inutile e parassitaria, di sprechi da parte di politici protervi.
I lettori e gli elettori ricordino almeno il titolo della trasmissione “you have been warned!”

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La politica estera in bollicine come le promesse dello sbruffoncello

Torquato Cardilli - Ormai le gaffes del nuovo primo ministro, parvenu di provincia che crede di poter trattare tutti come se stesse alla Leopolda, incominciano ad essere troppo numerose per essere passate sotto silenzio o coperte dalla melassa dei commenti agiografici, di zelanti corifei, che ripetono la solfa del successo del 41,8% alle elezioni europee, come se questo fosse un dato immutabile nel tempo, mentre potrebbe rivelarsi del tutto effimero.
Già aveva cominciato male con le mani in tasca in occasione del discorso programmatico per la fiducia in Parlamento. Poi c'è stata, al primo incontro politico internazionale, la figura da scolaretto con il cappottino grigio da quattro soldi (non sarebbe il caso che chi lo consiglia sull'abbigliamento gli dica almeno di accorciare un po' le maniche?) abbottonato con un salto di bottone, di fronte alla Merkel che lo trattava con compassione.
In tre mesi di attività di governo è ingrassato di almeno cinque chili. Il video in streaming dell'incontro con la delegazione dei 5 Stelle, che ha fatto il giro della rete insieme alle sue espressioni alla Crozza, con un visibile doppio mento da sessantenne, è stato impietoso.
E fin qui siamo solo all'aspetto estetico.
Passiamo alle parole e ai fatti. Nella riunione di Venezia, dedicata alla tecnologia, per dare l'avvio alla presidenza italiana dell'Unione Europea ha voluto strafare parlando a braccio in inglese. Inglese? Si fa per dire! Si è espresso in una lingua (gli anglofoni presenti in sala lo hanno scambiato per un incomprensibile dialetto tipo broccolino) con concetti raffazzonati, senza un  minimo di coerenza con l'oggetto della conferenza, né rispetto per la grammatica, per la logica, per la fonetica.
Voleva ricordare che Antonio Meucci è stato il vero inventore del telefono, ma ha tradotto alla lettera dall'italiano alcuni pensieri da bar, oltretutto con un madornale errore spazio temporale, facendo risalire l'invenzione di Meucci all'attività di tecnico al teatro della Pergola, anziché al soggiorno negli USA, quando per meglio assistere la moglie malata collegò artigianalmente il primo piano dell' abitazione con il pian terreno, ove teneva il suo laboratorio.
Poi c'è stato l'errore marchiano, fatto passare da una certa stampa italiana come finta gaffe per scuotere l'uditorio, che la Cina avrebbe dato i natali all'ambasciatore, viaggiatore ed esploratore del 1300 Marco Polo, nato e morto a Venezia,  e al sinologo gesuita, geografo e cartografo maceratese Matteo Ricci che morì a Pechino quattro secoli fa.
Alla sua prima apparizione di fronte al Parlamento europeo, volendo citare qualcosa di dotto o semplicemente di scolastico in un discorso fumoso e fatto di slogan, è scivolato su una buccia di banana tipo Razzi. Si è detto contrario alla lotta tra Enea e Anchise (dimenticando che il primo era figlio del secondo portato in salvo sulle spalle) e si è auto proclamato rappresentante della generazione Telemaco. Riferimento che non porta fortuna perché quel rampollo non aveva nemmeno un grammo dell'astuzia del padre o della pazienza diplomatica della madre che era riuscita a tenere a bada i Proci per 20 anni. Ciò nonostante ha raccolto gli applausi dalla claque attivata da un altro collega dallo pseudo inglese zoppicante come Pittella, o dall’adorante sottosegretario agli affari europei Gozi, mentre ben serrate e puntuali sono state le critiche mossegli da parte dei parlamentari intervenuti che hanno ricordato di aver ascoltato promesse italiane, non mantenute, da troppi anni. Su tutto questo i media italiani hanno amorevolmente glissato come avevano fatto a suo tempo con il lapidario commento dell’Economist, in occasione del discorso di insediamento “The biggest problem was the lack of detail in Mr Renzi's speech. He has promised a reform a month until June.... But there was no real explanation as to how Mr Renzi intended to pay" (…il problema più grande, però, è stata la mancanza di dettagli nel discorso del Signor Renzi. Ha promesso una riforma al mese fino a giugno.. ma non c’è stata alcuna indicazione sul come il Signor Renzi intendesse onorarle...".
Aveva promesso in effetti entro aprile la riforma della pubblica amministrazione, entro maggio quella del fisco, entro giugno quella della giustizia, entro luglio quella della riforma della costituzione e della legge elettorale e qualora non vi fosse riuscito avrebbe considerato finita non l’esperienza di governo, ma la sua esperienza politica. Diceva sul serio?
Ma torniamo all’Europa ove ben più duro è stato con lui il nuovo commissario per l’economia Katainen che gli ha ricordato che la medicina fa bene solo se la si prende.
Mentre proprio ai confini dell'Europa infuriano tempeste di bombe, accuse politiche da guerra fredda con minaccia di sanzioni alla Russia, continuo inesorabile approdo di disperati in Sicilia, anziché dare prova di visione lungimirante, di preparazione dei dossier, di iniziativa politica su questioni gravissime come il massacro dei civili a Gaza, lo scontro USA-URSS sull'aereo abbattuto in Ucraina, sulle traversate della morte dei barconi dalla Libia verso l'Italia, Renzi se ne va in giro in Africa. Vera e propria politica estera delle bollicine.
Lui che aveva candidato con arroganza la sconosciuta Mogherini, assurta al vertice della Farnesina nonostante lo scarno curriculum, al ruolo di ministro degli Esteri dell'Unione, di fronte all'aperto boicottaggio europeo di tale nomina ha insolentito il presidente del consiglio Van Rompuy, dicendo ai giornalisti italiani presenti che la prossima volta sarà meglio che gli inviino un SMS piuttosto che farlo andare a Bruxelles per ricevere un no.
Incaponitosi sul nome della Mogherini, candidatura che non era stata minimamente preparata, senza quel necessario proficuo lavorio sotterraneo di una diplomazia che si rispetti, ha preferito bloccare la scelta del responsabile della politica estera dell'Europa fino a settembre, come se gli eventi di questi giorni possano concedere pause.
Qualsiasi paese europeo di peso (Germania e Francia) avrebbero fatto di meglio per rintuzzare le critiche americane sull'assenza di una politica estera europea e non lamentiamoci se poi loro faranno senza di noi.
Invece Renzi è partito per un rapido tour in tre paesi del continente nero, credendo di avere a che fare con capi africani gonzi, mentre in realtà sono dei volponi crudeli e raffinati. Il suo predecessore Letta aveva organizzato, in articulo mortis del suo governo, un viaggio in Kuwait per perorare una mancia di 500 milioni di dollari di investimenti. Il "magnifico" di Firenze è andato ben al di là: a Maputo ha indicato l’obiettivo di poter realizzare con questo tour un punto di Pil (cioè 16 miliardi di euro) in 1.000 giorni. Roba che si può vendere ad una riunione di fans adoranti, ma che non può essere spacciata come il frutto di una visita di Stato preparata alla bell'e meglio a chi ha esperienza di incontri internazionali, che, per essere proficui, hanno bisogno di una paziente elaborazione e preparazione.
Non tragga in inganno la compagnia di viaggio (l’ad di Finmeccanica, Moretti, l’ad di Eni, Descalzi, l’ad di Saipem, Vergine, il vice ministro dello Sviluppo Economico, Calenda, vari imprenditori), né la dichiarazione di Renzi che l'Italia è pronta ad investire in Africa nei prossimi mesi, e che le aziende italiane sono pronte a fare la propria parte. Quale parte? Un investimento di 50 miliardi di euro nel solo Mozambico per un progetto di sviluppo del gas. Credibile?
Durante il brindisi formale,  pronunciando qualche frasetta di circostanza in italiano (c'è da sperare che il traduttore ne abbia infiorettato il succo al padrone di casa) si è comportato come se si fosse trovato all'osteria con gli amici chiedendo a microfoni aperti "dov'è lo champagne?". Nella tappa in Congo, stessa scena, ma rivolgendosi al proprio ambasciatore ha chiesto conferma se poteva dire "santé" sollevando il calice, anziché “à votre santé”.
Ultima tappa a Luanda dove Renzi si è lanciato nel promettere l’appoggio dell’Italia alle pretese dell’Africa di avere maggior spazio nell’Onu e all’Angola di diventare membro del Consiglio di Sicurezza. Hai capito quale appoggio! In risposta il padrone di casa, uno che è al potere da oltre 30 anni, ha detto di essere disponibile a creare un comitato congiunto per definire la cooperazione agro-industriale. Campa cavallo!

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Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi

TORQUATO CARDILLI - Esattamente 50 anni fa usciva sugli schermi italiani il film di Luchino Visconti il Gattopardo, riduzione del romanzo di Tomasi di Lampedusa, ambientato nell'Italia del risorgimento, dello sbarco di Garibaldi in Sicilia, del disfacimento del regno borbonico. Il Principe di Salina, al delegato sabaudo che era andato ad offrirgli la nomina a senatore del nuovo regno d'Italia, spiega con un misto di cinico realismo e di consapevole rassegnazione "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".
Il regista tedesco Becker diresse circa dieci anni fa un altro film "Good bye Lenin" ambientato a Berlino in tutt'altra epoca, quella immediatamente precedente la caduta del muro. L'attrice protagonista vede il figlio pestato dalla polizia della Germania Est intervenuta per reprimere le proteste giovanili contro il regime della DDR e colpita da infarto cade in coma. Il mondo cambia, il muro crolla, il regime si decompone, Berlino è riunificata, la moda occidentale dilaga insieme all'anelito di libertà.
Dopo molti mesi la mamma si risveglia dal coma ma il figlio, timoroso che la vista di tale sconvolgimento politico-sociale possa colpirne di nuovo la fragile psiche, mette in atto una singolare messa in scena per farle credere che tutto sia come prima.
Se in Italia una persona andata in coma oltre 20 anni fa, all’epoca del CAF, si risvegliasse oggi, crederebbe di aver trascorso nell'incoscienza solo qualche giorno, dato che ben poco è cambiato, nonostante il ventennio berlusconiano, le lotte intestine della sinistra, l’avvento dei rottamatori, la rielezione dello stesso Capo dello Stato. La corruzione, le ruberie, le collusioni con la malavita sono le stesse di 20 anni fa e purtroppo riguardano una classe politica sfacciata, senza pudore né vergogna.
Il bollettino radio ripete ora fatti e nomi di cronaca giudiziaria degli anni '90, quelli delle ruggenti inchieste di mani pulite che portarono alla sbarra quasi tutto il mondo politico, immerso in un’immonda palude di malaffare.
Sembra impossibile, eppure sono ancora loro i vari Scajola, Greganti, Frigerio, Grillo ad assaporare le ristrettezze delle patrie galere. Anche questa volta si tratta di rapporti con la criminalità organizzata di tipo camorristico-mafioso, di appalti, di corruzione.
Su ordine della Dia di Reggio Calabria è stato arrestato a Roma Claudio Scajola, il principe di Imperia, ex sindaco democristiano poi ras di Forza Italia, più volte ministro, quello che rifiutò di concedere la scorta a Biagi, poi assassinato dalle BR. E’ stato prelevato all’alba da un albergo di Via Veneto, di fronte all’ambasciata americana, sotto lo sguardo attonito della scorta di polizia che ancora lo accompagna da quando era ministro dell’interno. Polizia contro Polizia. Che spettacolo! Con lui sono stati arrestati in tutta Italia, personaggi legati ad un altro pregiudicato latitante, già deputato del PdL Amedeo Matacena, condannato in via definitiva a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, pure inseguito da mandato di cattura con la moglie Chiara Rizzo e la madre Raffaella De Carolis. Arresti domiciliari per la segretaria di Scajola, Roberta Sacco, e quella di Matacena, Maria Grazia Fiordalisi, fermate rispettivamente a Imperia e a Sanremo.
La buccia di banana che ha tradito Scajola è stata l’indagine sui fondi neri della Lega Nord la cui figura centrale é il faccendiere Mafrici e le connessioni con Matacena, la cui moglie si adoperava per ottenere il trasferimento del marito, da Dubai, dove è stato fermato ad agosto scorso e privato del passaporto, a Beirut dove si era rifugiato un altro latitante ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.
Secondo l’accusa Scajola avrebbe aiutato concretamente Matacena durante la latitanza attivandosi per sottrarlo alla cattura e individuare un rifugio sicuro e con la complicità della sua segretaria, avrebbe messo in piedi concrete misure per occultarne il patrimonio. Ma la Dia, che ha perquisito la villa e l’ufficio dell'ex ministro ad Imperia, sequestrando documentazione cartacea e attrezzature informatiche, ha allargato l’orizzonte delle perquisizioni anche al Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia, è arrivata tempestivamente ed ha sequestrato società commerciali italiane, collegate a società estere, per un valore di circa 50 milioni di euro.
Sul versante milanese mancano meno di 12 mesi all’Expo 2015 e non bisogna meritarsi l’epiteto di “gufi” se si è scettici nel ritenere che non basteranno 350 giorni, comprese le domeniche, per completare le opere destinate a ricevere 20 milioni di visitatori. E’ anche possibile che il sito sia rabberciato alla meno peggio, ma la situazione logistica fa mettere le mani nei capelli: la linea 4 della metropolitana non c’è, la linea 5 è ancora da completare e gli aeroporti si trovano in uno stato di arretratezza ingiustificabile.
E’ in questo contesto che è scattata un’altra operazione gigante che ha impegnato 200 agenti della guardia di finanza conclusa con gli arresti dei soliti noti.
Angelo Paris, direttore della pianificazione acquisti di Expo 2015, Primo Greganti, storico esponente del Pci, il mitico compagno G, cassiere del partito che rifiutò ogni collaborazione con i magistrati ai tempi di Mani Pulite, sono stati arrestati insieme all'ex parlamentare di Forza Italia Gianstefano Frigerio, (già segretario regionale della DC), cacciato dal Parlamento per le condanne definitive, all'ex senatore pure lui del PdL Luigi Grillo, all'intermediario Sergio Catozzo, all'ex direttore generale di infrastrutture lombarde Antonio Rognoni, già agli arresti domiciliari per un’altra inchiesta, e all'imprenditore Enrico Maltauro su ordine della Procura milanese con l'accusa di associazione a delinquere, turbativa d'asta e corruzione, supportata da intercettazioni e da riscontri di rapporti tra ambienti della sanità lombarda e uomini connessi alla ’ndrangheta, per reati legati ai lavori di Expo 2015 (le vie d'acqua, le case per le delegazioni straniere, la città della salute, ecc.). Nelle carte dell'inchiesta, manco a dirlo, compaiono anche i nomi di Silvio Berlusconi (a cui Frigerio relazionava per iscritto e che durante una cena collettiva su Expo, allo stesso tavolo di Paris, si era “messo a disposizione” dei faccendieri) Cesare Previti e Gianni Letta, che allo stato non sono stati ancora indagati dagli inquirenti che hanno chiarito di aver scoperto una vera e propria cupola degli affari che prometteva a manager, pubblici ufficiali, direttori generali di aziende ospedaliere, imprenditori, appalti, contratti, avanzamenti di carriera grazie alle granitiche protezioni politiche godute a Roma.
La commissione parlamentare sulle immunità della Camera, dopo una ventina di riunioni, bocciando la relazione del deputato relatore del Nuovo Centro Destra Leone,  ha appena votato in favore dell’arresto del deputato del PD Francantonio Genovese, accusato di corruzione peculato, truffa e associazione a delinquere. Ora dovrà decidere l’aula di Montecitorio, ma quale che sia l’esito della votazione a due settimane dalle elezioni europee riesce difficile giustificare questa classe politica che annovera tra le sue file indagati, condannati, ricercati, corrotti, ben conosciuti e perciò selezionati da chi conta nei partiti e messi in posti di rilievo. Eppure i ben pensanti dicono che i giovani incensurati, con le mani pulite, del movimento 5 Stelle del Grillo rivoluzionario (non quello arrestato) sono i populisti dell’antipolitica!
Lo capiranno una buona volta gli elettori che l’antipolitica è quella dei malfattori?

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Allarme rosso!

Torquato Cardilli - Nel 1992, cioè 22 anni fa, quando Renzi alla mattina frequentava ancora il Liceo e alla sera la sezione della Democrazia Cristiana e Berlusconi era solo un padrone di aziende e finanziatore della politica amica a tutto servizio, il Presidente del Consiglio Amato approvò un decreto legge rapina a danno di tutti i cittadini italiani. Anziché adoperarsi per una riforma della spesa pubblica, anziché abolire gli sprechi, tagliare le gambe agli evasori fiscali o ergere una muraglia contro la corruzione scoperchiata da “mani pulite”, varò un decreto da 30 mila miliardi di lire in cui si stabiliva, tra le altre cose, il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari di tutti i cittadini italiani.  Nel fine settimana, con le banche chiuse, le pecore serrate nel recinto senza potere scappare furono tosate indiscriminatamente.
Tale operazione, somigliante più a una grassazione, cioè ad un pizzo, che ad una manovra di politica economica o monetaria, fu giustificata con la generica affermazione di rispondere a un "interesse di straordinario rilievo" per la necessità di risanare "una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica".
Qualche anno dopo l'operazione fu ripetuta, con modalità diverse, dal Presidente Prodi. Per non far subire all'Italia l'umiliazione di essere tenuta fuori dalla porta dei fondatori del MEC, fu introdotta la cosiddetta “tassa per l’Europa” o contributo straordinario per il riordino dei conti italiani (prova evidente del fallimento della politica economica dei precedenti governi Amato, Dini, Ciampi), commisurato ai redditi delle persone.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, e i governi che si sono succeduti, di sinistra e di destra, pur avendo sistematicamente imposto sacrifici alla maggioranza dei cittadini, varato condoni e sanatorie di ogni tipo per i malfattori, con l’obiettivo del risanamento dei conti pubblici, hanno fatto ben poco per risparmiare ai contribuenti altri salassi a ripetizione che hanno tolto sangue e ossigeno a milioni di cittadini, piccole e medie imprese, lavoratori, classe media. Anzi hanno fatto lievitare tutti i parametri negativi: maggiore tassazione, maggiore corruzione, maggiore malaffare, maggiori sprechi dal centro alla periferia, maggiori costi parassitari della politica.
Il paese è allo stremo, e questo lo ripetiamo inascoltati da mesi, ma il duo Renzi-Padoan, al netto dei proclami, sta ripercorrendo gli stessi binari dei loro predecessori che spargevano ottimismo sulla fine della crisi, che proclamavano che il peggio era alle spalle, che incominciavamo a vedere la luce in fondo al tunnel, che la ripresa era vicina, che il secondo trimestre del 2014 avrebbe segnato un miglioramento del rapporto deficit/Pil. Hanno mentito e gli italiani ben lo sanno perché fanno i conti ogni giorno con la difficoltà della loro esistenza.
Il plebiscito che Renzi ha raccolto alle elezioni europee dello scorso maggio è stato un atto di disperazione, una specie di suicidio collettivo, che ben presto si trasformerà in un boomerang per l’inesperto presidente del Consiglio che passa da una gaffe all’altra soprattutto di fronte all’Europa e al resto del mondo che conta, quando crede di farfugliare in inglese frasi che non hanno senso nemmeno in italiano (il suo consigliere diplomatico se vuole rendergli un vero servizio da consigliere intelligente e non da modesto servitore lo inviti a non fare più figuracce alla Crozza!).
Siamo dunque alle prese ancora con i soliti problemi: dell’Alitalia (Berlusconi nel 2008, alla vigilia delle elezioni, con la scusa della italianità, ne impedì la vendita all’Air France facendo perdere al paese 2 miliardi di euro netti e 5.000 posti di lavoro), della svendita del patrimonio dello Stato (quote di Eni, di Poste, di Finmeccanica, di suolo demaniale, ecc.), dei proclami fasulli di lotta all’evasione ed alla corruzione, della “spending review”, avvolta nel mistero, dell’aumento estivo di accise sui carburanti, tabacchi, giochi e bolli. Insomma vecchi strumenti di una classe politica e amministrativa assolutamente ottusa e incapace, impotente, priva di idee che nasconde il deterioramento di tutti i principali indicatori economici, a partire dai più drammatici come la disoccupazione e la ripresa dell’emigrazione, fenomeno questo che sembrava fosse stato dimenticato dagli anni ‘60.
Non si è ancora visto, al di là dei meri annunci e degli slogan propagandistici, quel cambio di passo promesso con il “jobs act”, mentre il paese con le pezze addosso ha pure l’onere di presiedere l’Unione Europea, dove alla commiserazione per le manifestazioni da guitto di Berlusconi si è sostituito un atteggiamento di riserva prudenziale in attesa dei risultati tangibili delle promesse riforme. E quanto grande sia la considerazione che hanno gli altri di noi si vede dallo scarso apprezzamento in Europa della Ministra degli Esteri Mogherini o dalla nostra esclusione dalle consultazioni internazionali che contano sul Medio Oriente, sull’Iran, sul Mediterraneo, sull’immigrazione.
Il finanziamento ai partiti non è stato abolito ma solo limato, non si fanno più le elezioni provinciali ma le poltrone sono aumentate di 26.000 unità, le missioni militari all’estero vengono costantemente rifinanziate, l’acquisto dei caccia bombardieri F35 non è stato ancora cancellato anche se gli Usa li hanno messi a terra, il lavoro del povero Cottarelli che aveva promesso all’epoca Letta di tagliare 32 miliardi di spesa in tre anni, sembra caduto nel dimenticatoio. Renzi ha ignorato le sue proposte più impopolari (ecco perché ha vinto le europee) sintetizzate in un piano di 72 pagine, mai pubblicato ufficialmente da Palazzo Chigi ma finito sotto lo scrutinio della Reuters. La spesa pubblica italiana che assorbe il 51% del Pil (è l'ottava più alta d'Europa, ma per servizi resi ci mette al 20 posto). Essa è malata da assunzioni clientelari (l’ultimo esempio ci è stato fornito dal governatore della Lombardia Maroni, quello della ramazza, indagato per assunzioni pilotate), carenze organizzative, forniture concordate a prezzi fuori mercato che peggiorano la qualità dei servizi pubblici, eccessivo peso burocratico di stampo ottocentesco.
Nonostante la riforma Fornero, che ha elevato la soglia di età per il pensionamento e i requisiti contributivi, il nostro paese eroga in pensioni più del 15% del Pil, sopravanzando qualsiasi Paese moderno, ma dedica ai servizi fondamentali come l'istruzione o i beni culturali la più bassa fetta di bilancio dei Paesi Ocse. Nel capitolo del piano dedicato alla previdenza, Cottarelli aveva messo nel mirino le pensioni di invalidità cresciute del 50% tra 1998 e 2012 e il taglio della spesa previdenziale di oltre 3 miliardi, attraverso un prelievo sugli assegni più elevati, ma Renzi gli avrebbe risposto di no.
Un altro pozzo di San Patrizio è la spesa per le forze dell''ordine: ogni anno se ne vanno 20 miliardi per finanziare Polizia, Carabinieri, Polizia Penitenziaria, Guardia di Finanza e Guardia Forestale (per Eurostat abbiamo in Italia 466 agenti ogni 100.000 abitanti, mentre in Francia sono 312 e in Germania 298) con i risultati che tutti conoscono. E’ bastato che Cottarelli proponesse di sopprimere i Baschi verdi anti-sommossa della Guardia di Finanza (che dipende da Padoan), per scatenare reazioni di politici e sindacati. Come si vede il problema è tutto politico e non tecnico. Sforbiciare gli 800 miliardi di spesa pubblica significa cambiare gli assetti di potere e di consenso ed è per questo che Renzi ha  preso il 41,8% dei voti.
Letta aveva venduto tre aerei della Presidenza del Consiglio e Renzi per non essere da meno ha venduto 100 auto blu con un  ricavato (250.000 euro) inferiore a quello di una giornata di mercato delle pulci di Porta Portese, facendo la figura del bambino che vuole riempire un bacino idroelettrico usando un mestolo da minestra.
Renzi, alla stregua dei suoi predecessori, continua ad affermare che il nostro Paese è in fase di ripresa, che la congiuntura negativa cesserà presto e soprattutto che l’Europa e le altre Istituzioni internazionali non detteranno all’Italia le regole di “governance”.
I dati economici di questi giorni però non ci lasciano scampo. I poveri assoluti sono oltre 3 milioni di famiglie, cioè oltre il 10% della popolazione, la crescita non si vede, mentre la classe politica (eletta con una legge dichiarata incostituzionale) si balocca con la presunta riforma del sistema elettorale che non elimina le storture censurate dalla Corte Costituzionale, con la trasformazione del Senato in un dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali e pretende addirittura di riscrivere la Costituzione.
Chi mastichi di economia, che segua l’andamento dei mercati e che soprattutto non beva d’un fiato le fregnacce sulla “ripresina” in atto, propinate dai principali media, sa benissimo che si tratta di fumo. Gli indicatori economici dicono ben altro:
- il tasso di disoccupazione (dati Istat di maggio 2014) è salito al record del 12,6% (+0,5% annuo) mentre i disoccupati nella fascia 15-24 anni, sono il 43% (cioè +4,2%annuo);
- la presunta crescita del PIL è stata rivista bruscamente al ribasso, da un +0,7 a un + 0,3% per il 2014;
- l’indice della produzione industriale, a maggio 2014 è sceso dell’1,8% rispetto al mese precedente e non ha rispettato le aspettative degli economisti (+0,1%);
- i consumi delle famiglie continuano a registrare un netto calo non solo nei generi voluttuari, ma anche nel settore alimentare (-2,5%);
- il debito pubblico è arrivato alla cifra record di 2.106 miliardi di euro che costano solo in interessi qualcosa come 100 miliardi di euro all’anno;
- la promessa di saldare i 60-80 miliardi di debiti della pubblica amministrazione (nessuno conosce l'esatto ammontare, neppure il Tesoro, perché numerose amministrazioni evitano di riconoscere i debiti perché hanno commesso irregolarità stipulando i contratti di fornitura) è rimasta allo stato gassoso.
Tra due mesi Renzi dovrà presentare alle Camere il DEF e spiegare dove reperirà 10 miliardi necessari al consolidamento degli 80 euro aggiuntivi in busta paga, 5 miliardi per estendere questo bonus ai pensionati e altre categorie sociali meno abbienti, 5 miliardi per la cassa integrazione in deroga e le missioni all’estero, 4 miliardi richiesti dalla clausola di salvaguardia della Legge di Stabilità 2013, per un totale di 24 miliardi di euro.
Renzi ha naturalmente dichiarato che non saranno necessarie altre finanziarie né tantomeno prelievi forzosi nei conti degli italiani. Dobbiamo credergli?
Mentre il governo smentisce la necessità dell’effettuazione di una manovra correttiva il Fondo Monetario Internazionale insiste sull’adozione di una “tassa sul debito” generalizzata, arrivando ad ipotizzare un prelievo più modesto di quello applicato a Cipro, a tutte le tipologie di conti. Il prelievo forzoso dai conti correnti dei cittadini, per far fronte alla inderogabile necessità di ripianare una parte significativa del debito pubblico, potrebbe essere del 10% sulle eccedenze dei conti sopra la soglia dei 100.000 euro. Quando? Potrebbe accadere mentre gli italiani sono in vacanza o alla ripresa dell’autunno,
Anche se il Governo continuerà a sbandierare, mentendo, un risparmio di mezzo miliardo di euro con la riforma del Senato, i tempi sono maturi per nuove strette e nuovi sacrifici che faranno aumentare la platea dei cittadini comuni, lasciati sul lastrico dagli imbonitori del passato. Ma chi dice queste cose passa per gufo, perciò buone vacanze e allegria!

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Non consentire il voto è un attentato alla democrazia

TORQUATO CARDILLI - Quante volte abbiamo sentito Berlusconi e i suoi corifei ripetere che contro di lui sono stati messi in atto vari colpi di Stato?. Eppure a nessuno risulta che la Costituzione sia stata abolita, che gli abbiano messo una pistola alla tempia, che le guardie forestali abbiano dato l'assalto a palazzo Chigi, che i carabinieri lo abbiano catturato dopo il colloquio al Quirinale con il Capo dello Stato.
Berlusconi nel novembre del 2011 si è dimesso volontariamente conscio di non avere più una solida maggioranza, di essere relegato all’angolo dalla comunità internazionale, di aver subito una solenne bocciatura dalla BCE, e di aver condotto il paese sull'orlo del precipizio. Anziché reclamare a gran voce di andare a nuove elezioni (cosa che sarebbe stata possibile dando il consenso a tempo al governo Monti) si è acconciato alle cosiddette larghe intese (un piede dentro ed uno fuori) per poter meglio proteggere i suoi interessi e non perdere del tutto quel potere di interdizione che gli assicurava il suo cospicuo gruppo parlamentare.
E dopo Monti, quando le nuove elezioni di febbraio 2013 hanno totalmente mutato la mappa politica del parlamento, Berlusconi ha continuato a dare l’appoggio al governo di Letta nipote, protesi del suo fido consigliere, sicuro di potersi barcamenare alla meno peggio. Poi è arrivato Renzi. Berlusconi gli vota contro ma, sentendosi in perdita di velocità nei consensi e quindi nel potere, con lui stringe un patto leonino sulla nuova legge elettorale detta italicum e sulla riforma della Costituzione.
Dunque proprio loro, i capi del PD e di Forza Italia, i partiti che sono stati i principali responsabili del declino dell’Italia e della legge elettorale 270 del 2005 detta porcellum, cioè di un parlamento di nominati serventi, sembrano morsi dal grillo come se fosse stata una tarantola e si accordano per fare presto una nuova legge. Al diavolo la repubblica parlamentare, al diavolo la democrazia di cui si riempiono sempre la bocca, al diavolo la sentenza della Corte Costituzionale. L’accordo segreto, sancito tra un presidente del Consiglio non eletto, né membro del parlamento, ed un condannato per frode fiscale con interdizione dai pubblici uffici, è un accordo blindato che può essere solo spolverato qua e là, ma senza modifiche.
Li avete mai sentiti dire che la Corte Costituzionale con sentenza n.1 del 13.1.2014 aveva dichiarato l’incostituzionalità delle norme del porcellum che prevedono il blocco delle liste elettorali e il premio di maggioranza per la lista o la coalizione di liste che abbia ottenuto il maggior numero di voti?
Il gatto e la volpe della politica italiana, e con loro tutti gli organi di informazione, non hanno mai spiegato e sottolineato abbastanza che a partire dalla data di pubblicazione di questa sentenza avvenuta ben prima del giuramento di Renzi come primo ministro, è stata ripristinata la legalità costituzionale e restituita agli elettori la possibilità di esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto.
Cosa avrebbero dovuto fare i politici (Renzi, Bersani, Berlusconi, Alfano, Casini, Monti, Vendola, ecc.) che si arrogano il diritto di parlare e di agire per il bene del paese? Andare dal Capo dello Stato e concordare con lui di poter portare a termine le modifiche alla legge elettorale richieste dalla Corte Costituzionale e poi tornare subito al voto riconsegnando al popolo quella sovranità che gli è stata indegnamente scippata.
E invece no! Si sono messi d’accordo nel presentare una legge che modifica il porcellum in un porcellinum (le liste bloccate diventano dei mini listini, ma restano sempre bloccati) e il premio di maggioranza scatta al raggiungimento del 37% dei voti. Non solo. Le liste coalizzate, che non raggiungessero lo sbarramento del 4,5%, non eleggeranno nessun parlamentare, ma i loro voti verrebbero regalati a favore della lista maggiore che diventerebbe titolare del premio di maggioranza pur non avendo raggiunto da sola il 37% dei voti. Insomma una legge fatta apposta per impedire il vero rinnovamento del paese con la connivenza del Capo dello Stato che, quale garante costituzionale, avrebbe come minimo dovuto cacciare fuori dal Quirinale a pedate chi gli avesse proposto un simile obbrobrio, dato che questa proposta di legge elettorale sommata al disegno,  concordato altrettanto illecitamente dal duo B-R, di abolizione del Senato elettivo, fa scivolare il paese verso un sistema plebiscitario che a loro piace tanto, ma che non ha niente a che fare con la Costituzione repubblicana.
Qualcosa però alla vigilia di Pasqua è andato storto, come sempre nel silenzio dei media asserviti.
La Corte Suprema di Cassazione, cancellando la precedente sentenza della Corte d’Appello di Milano, ha riconosciuto che i ricorrenti contro il porcellum (avvocati Bozzi e Tani) non hanno potuto esercitare il diritto di voto costituzionale ed ha ordinato con sentenza a firma del presidente Vitrone n. 8878 del 4.4.2014, depositata in Cancelleria il 16 aprile, che venga posta una pietra tombale su questo parlamento destinato a morire al più presto perché in quanto eletto da una legge incostituzionale è diventato per se stesso incostituzionale.
La clamorosa sentenza della Cassazione ha messo nero su bianco una serie di considerazioni che impediscono a questo Parlamento di cambiare la legge elettorale con l’italicum. Vale la pena riportarne alcuni passi ripetuti in una lettera spedita al Capo dello Stato dai predetti avvocati secondo cui “con efficacia erga omnes è stato accertato e dichiarato che i cittadini elettori non hanno potuto esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto secondo il paradigma costituzionale, per la oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, a causa del meccanismo di traduzione dei voti in seggi, intrinsecamente alterato dal premio di maggioranza disegnato dal legislatore del 2005, e a causa della impossibilità di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.”
“…Né può valere il principio di continuità dello Stato per continuare a legittimare fino alla fine della legislatura le Camere, elette in violazione della libertà di voto, che sono il frutto della grave ferita inferta alla logica della rappresentanza consegnata dalla Costituzione”.
"Si tratta di una pronuncia che è destinata a dispiegare i propri effetti proprio per il futuro e che, quindi, non può essere ignorata, poiché ha accertato con forza di giudicato l’avvenuta violazione del diritto di voto di tutti gli elettori italiani, non soltanto dei ricorrenti. Ne consegue che l’attuale Parlamento, stante la oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, non ha alcuna legittimazione popolare per apportare modifiche alla vigente Costituzione, né per  modificare la legge elettorale risultante dalla sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale.”
Il titolare del potere di effettuare tale valutazione è solamente il Capo dello Stato Napolitano che, se vuole essere garante non della casta, ma dell’intero popolo italiano, preso atto dell’ineludibile giudicato e dell’obbligo giuridico di darvi pronta attuazione, dovrà promuovere gli atti necessari affinché i cittadini siano finalmente messi in grado di “esercitare il diritto di voto personale, eguale, libero e diretto secondo il paradigma costituzionale”.
Infine una sottolineatura va fatta anche a carico dei parlamentari eletti all’estero che in questa situazione di crisi hanno una doppia responsabilità. Non solo non si sono fatti sentire sulla violazione della costituzione e sul progetto insensato di italicum e di riforma costituzionale, ma non hanno nemmeno protestato contro il governo (l’unico modo tangibile sarebbe quello di negare il voto di fiducia) per la proroga all’infinito degli attuali CGIE e Comites in carica dal 2004, le cui elezioni sono state sospese da anni contro ogni principio di democrazia.

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Se questa è una capitale

Lucia Abballe - Non vorrei urtare la sensibilità di chi, come me, ha imparato ad amare Primo Levi ma, prendendo a prestito il titolo del suo più noto capolavoro e percorrendo le strade di Roma traboccanti di cumuli di rifiuti dal fetore insopportabile, mi chiedo “se questa è una città”, capitale d’Italia, che il mondo ci invidia. Non vuole essere una provocazione, ma mi consola sapere che tra le penne faziose, incapaci di leggere e riconoscere l’evidenza dei fatti, ci sia qualcuno in grado di fotografare la realtà per quella che è, nella sua grande bellezza e nella sua invadente ‘mondezza’. Il tweet che Bruno Vespa ha pubblicato la scorsa domenica sulla situazione dei rifiuti a Roma (cif. “Sono a San Pietroburgo, 5 milioni di abitanti, non ho visto un rifiuto sulla strada. Mi sono vergognato di abitare a Roma”) ha fatto luce su quegli angoli della città che sono invisibili soltanto per chi ha deciso di non volerli vedere. Dopotutto, i cassonetti esondanti di immondizia e la turpitudine che caratterizza alcune strade della città eterna, sono rimaste lì, dove le precedenti amministrazioni le avevano lasciate. Tanto più risultano inefficaci le promesse fatte dall’attuale sindaco, Ignazio Marino, di interventi mirati per la gestione del ciclo dei rifiuti quando le medesime non sono state seguite dai fatti ma hanno prodotto, come unico risultato, l’immagine desolante di una capitale europea capace soltanto di dimostrare inefficienze di questo livello. I rifiuti, così come le “emergenze ambientali” provocate da sporadiche bombe d’acqua che si sono abbattute sulla capitale nei mesi scorsi, sono figlie della medesima situazione e rimandano, in un batter d’occhio, a tutte quelle precedenti circostanze, archiviate sotto la categoria di “eccezionalità”, che più volte hanno messo in ginocchio un’intera città. Le proposte fatte in campagna elettorale per fronteggiare la situazione dei rifiuti a Roma hanno lasciato spazio ad una preoccupazione residua di ciò che non è stato fatto e che, all’occorrenza, si promette di fare. Pertanto, l’indignazione manifestata nei bollettini ufficiali non fa che gettare ulteriore benzina sul fuoco ed essere letta come l’ennesimo tentativo di accantonare qualunque tipo di responsabilità individuale e collettiva che blocca il Paese sugli stessi problemi da molti, troppi, anni. In Italia, le situazioni estreme sono necessarie per aprire gli occhi e per accorgersi, improvvisamente, che la città nella quale abitiamo non è quella che l’amministrazione capitolina ha sognato durante il suo lungo sonno. È la metafora di un Paese che, nel disagio, si è finalmente accorto di essere in crisi ma non ha reagito come gli impone il suo enorme potenziale. Ancora una volta,  nella pigrizia di chi è abituato a fare “quanto basta”, Marino ha improvvisato la propria indignazione cui fa da sfondo una politica incapace di tutelare e custodire il territorio. Il rischio è di fare promesse nei momenti di forte tensione per poi tornare alla quotidianità e ai rituali di palazzo, lasciando il mondo con i suoi problemi fuori dalla finestra. Insomma un circolo vizioso che sistematicamente riporta in auge tutti i problemi irrisolti di questa città che si sedimentano nel tessuto sociale e culturale del Paese, nell’indifferenza e nell’improvvisazione dei nostri governanti.
L’Italia della ritrovata attendibilità internazionale deve cercare di colmare le lacune logistiche che accompagnano le disposizioni normative previste a riguardo ed adottare tutte le misure idonee a risolvere quei problemi che diventano puntualmente emergenze sociali. Già l’emergenza dei rifiuti a Napoli aveva posto alla ribalta le difficoltà della gestione di un settore complesso ma determinante, diventando improvvisamente una discarica umana in cui l’olezzo mefitico dei rifiuti e dei roghi sembrava fuoriuscire dagli apparecchi televisivi di tutto il mondo. È giunto il momento di passare dalle parole ai fatti per non ripetere gli errori del passato e per restituire a tutti noi la possibilità di non doverci ogni giorno vergognare. 

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La tassa sul risparmio è incostituzionale

TORQUATO CARDILLI - Durante i riti della settimana santa, il predicatore pontificio prescelto dal Papa, il francescano Raniero Cantalamessa, le ha davvero cantate chiare al gotha politico, riunito nella basilica vaticana per una messa papale alle 7 del mattino. Si è scagliato contro gli amministratori che rubano, paragonati a Giuda che rubava dalla cassa degli apostoli, e contro quanti percepiscono stipendi e pensioni scandalosamente sproporzionati rispetto ai salari dei loro dipendenti, monumento all’accumulazione contro l’equità sociale. La sua è stata una durissima omelia che però ha avuto la stessa durata dell’impronta impressa sulla sabbia.
Finita la cerimonia i politici sono tornati alle loro abitudini, alle loro beghe e affarucci, alle loro schermaglie piccolo-provinciali, senza percepire quanto sia profondo il disagio nel paese, convinti di avere la coscienza a posto solo perché il Governo da parte sua ha varato il decreto Irpef (apparso sulla G.U. del 24 aprile) che prevede tra l’altro un bonus decrescente per i dipendenti con un reddito annuo compreso nella forchetta da 8.000 a 26.000 euro.
Renzi ha detto e ridetto che si tratta di 80 euro al mese per 10 milioni di cittadini. Ma tale importo è solo figurativo perché i 640 euro previsti dal decreto per il solo 2014 vanno rapportati al periodo di lavoro effettivo svolto nell’anno e, come ha spiegato l’Istat, per le famiglie della fascia di reddito più bassa non arriva ai 60 euro. In pratica per il lavoro da maggio a dicembre inclusi sono 80 euro al mese (cioè 640 diviso 8), ma per chi abbia lavorato da gennaio a dicembre 2014 (640 diviso 12 = 53,33) oppure da luglio a dicembre (640 diviso 2, diviso 6) sono solo 53,33.
Ma non è finita. Il bonus è previsto solo in favore di chi ha già un reddito, minimo ma reale. Niente per chi non ha quel reddito, tipo disoccupati o i cosiddetti incapienti che avrebbero invece maggior bisogno di tutele e di sovvenzioni. Detto per inciso si tratta di 4 milioni di persone (autonomi, partite Iva, pensionati) più 1 milione e mezzo di collaboratori domestici e badanti che restano fuori dalla giostra della mancetta elettorale, pur soggiacendo all’aumento di tasse e tariffe locali, a partire dalla stangata della Tasi, Tasi, Iuc, senza ottenere in cambio nessun beneficio concreto.
A prescindere da questa palese ingiustizia, nel decreto Renzi c'è un capitoletto che riguarda le rendite finanziarie, la cui tassazione, dal 1 luglio 2014, passerà dall'attuale livello del 20% al 26%, con un introito per l’erario di 755 milioni. Cosa si nasconde dietro la dizione rendite finanziarie? Per chi abbia poca dimestichezza con l’economia verrebbe fatto di pensare ai grandi capitali e ai grandi speculatori. Invece dietro quelle due parole si nascondono oltre agli interessi e ai dividendi societari, anche se staccati successivamente, le plusvalenze di azioni e di fondi, ma anche (e qui casca l'asino) gli interessi sui conti correnti e sui depositi e libretti postali, senza che sia stata fissata una soglia minima di esenzione dalla gabella.
All’ultimo momento il Capo dello Stato, prima della firma, ha sentito il bisogno di convocare al Quirinale il ministro del tesoro Padoan (sgarbo istituzionale verso Renzi, tanto per fargli capire chi comanda) per ottenere chiarimenti su quella che si presenta come una tassa aggiuntiva. Secondo la vulgata dei comunicati ufficiali dopo l’incontro, il ministro del tesoro, con un criptico under statement, avrebbe minimizzato riducendo la tassa ad “un aumento del prelievo sui guadagni della ricchezza finanziaria in linea con il resto d’Europa”.
Ma è davvero così? Come funziona all'estero? Se prendiamo i tre paesi a noi più vicini Germania, Francia e Spagna ci accorgiamo che solo in Germania gli interessi sui conti correnti sono tassati al 26,3%, mentre in Spagna al 21% e in Francia solo al 18% anche se i titoli di Stato non usufruiscono di aliquota ridotta come da noi del 12,5%e sono tassati come i dividendi delle obbligazioni e delle azioni.
Il decreto si affretta a specificare che l'aumento del prelievo sugli interessi non tocca i nostri titoli di Stato, come Bot e Btp, tanto per rassicurare un’opinione pubblica interessata al proprio gruzzoletto e che invece non sa che questa esenzione è fatta in favore del grande capitale, dato che il debito di Stato di 2.100 miliardi di euro è posseduto per il 40% da Fondi ed Enti economici esteri, per il 46% da Banche, Istituti Finanziari ed altri Enti italiani e solo per il 14% dai nostri piccoli risparmiatori.
Allora non è superfluo ricordare a quanti sono assisi in Parlamento sui banchi della maggioranza, che la nostra Costituzione tutela il risparmio privato. L'art. 47 dispone che "la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. Dunque la difesa del risparmio e l'accesso alla abitazione di proprietà sono principi fondamentali sanciti dalla carta costituzionale.
Vi pare che questi principi siano stati rispettati e difesi abbastanza?
Stando a quanto accaduto di recente con la vicenda dell'IMU si direbbe che allo Stato non interessa favorire il cittadino nell'accesso alla proprietà privata dell'abitazione. Ma come se non fosse bastata l’azione vessatoria dei governi Monti-Letta, che avevano già torchiato i conti titoli con una mini patrimoniale del 1,5 per mille, portata dal 1.1.2014 al 2 per mille (cosa che i correntisti scopriranno solo a fine 2014 esaminando l’estratto conto), il colmo della violazione della Costituzione è stato raggiunto con questo decreto che, non ha fatto altro che aggiungere una nuova tassa sul risparmio.
Quindi, ricapitolando l’86% della massa dei titoli di Stato in mano agli speculatori (non dimentichiamo che le banche italiane hanno ottenuto dalla BCE  quasi mille miliardi allo 0,50%, investiti in titoli italiani al 3-4%) è salvo, mentre la misura che intende colpire le rendite finanziarie, la cui tassazione è di molto inferiore a quella che grava sul lavoro, finisce anche per intaccare il risparmio del singolo cittadino. Facciamo un po' di conti. Se un piccolo risparmiatore possiede un capitale accumulato con il lavoro, accantonato sotto forma di deposito postale si vede improvvisamente privato di una quota di premio del 30%. Un esempio numerico ci aiuta a capire meglio. Poniamo un risparmio postale di 50.000 euro al 2,5%. L'interesse annuo è di 1.250 euro su cui grava una tassa del 20% pari a 250 euro. Dal primo luglio tale tassa passerà a 325 euro. Si dirà che in fondo tale aumento è poca cosa, ma il poco, moltiplicato per milioni di conti correnti e postali, significa centinaia di milioni di euro sottratti al risparmio (in Italia ci sono ben 38 milioni di conti correnti con una consistenza depositata pari a 453 miliardi di euro).
Scendendo poi dal piano teorico e propagandistico a quello pratico, bisogna affrontare qualche altra difficoltà. Il bonus è previsto solo per chi sia titolare di busta paga il che significa che le società e i datori di lavoro dovranno adeguare in fretta, in una sfida molto impegnativa, il software di gestione degli stipendi, dato che a corrispondere i fantomatici 80 euro in più sarà il datore di lavoro che poi potrà rivalersi, come sostituto d’imposta, sul monte ritenute e sui contributi previdenziali. La casistica di eccezioni e casi particolari è molto numerosa (più datori di lavoro, contratti temporanei, interruzione di contratto in corso d’anno ecc.). Tanto per fare un esempio se un lavoratore è stato assunto a marzo 2014 non ha diritto a 80 euro al mese, ma a 66,66 cioè 10 dodicesimi di 640. Infine, i datori di lavoro dei collaboratori domestici non sono sostituti d’imposta dato che non rilasciano il CUD né effettuano alcuna ritenuta d’acconto, per cui saranno i lavoratori (per lo più stranieri e poco acculturati) a dover fornire tutti i dati sui redditi percepiti (oltre gli 8.000 euro all’anno) anche da più datori di lavoro ai Caf o a professionisti incaricati della compilazione della dichiarazione dei redditi.
E tutto questo alla faccia della semplificazione amministrativa e della riduzione delle difficoltà burocratiche!

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