La Storia (ri)scritta per legge

Lucia Abballe - Il ricordo della Shoah che l’Italia sta rinnovando in questi giorni, ripropone il problema di cosa fare affinchè gli orrori delle persecuzioni e del negazionismo non si ripetano più.

Di certo rende perplessi la decisione di introdurre nel codice penale il reato di negazionismo tornato di attualità dopo che la Commissione Giustizia del Senato ha approvato un emendamento che modifica l’articolo 414 del codice penale e stabilisce una pena per chi “nega l’esistenza di crimini di genocidio, crimini di guerra o contro l’umanità”. Colpisce anche assistere alla condanna unanime, il vituperio gettato su quei pochi senatori che  hanno chiesto di non deliberare su una materia così sensibile in Commissione giustizia, ma di passare per il voto in Aula, nel rispetto del Parlamento. Ma soprattutto mi domando come sia possibile stabilire la verità storica per legge escludendo ogni forma di confronto dialettico e negando, così, la libertà di ciascuno di manifestare il proprio pensiero. Qualunque forma di educazione che, passando per vie giudiziarie, vieti la libertà di pensiero, della parola e della ricerca storica, perde inevitabilmente pezzi fondamentali di democrazia e contemporaneità.
La memoria storica non può diventare un obbligo di legge, ma una scelta, un percorso di conoscenza umana e consapevolezza storica, attraverso cui debellare ogni deriva che legittimi e giustifichi i crimini compiuti, o che possono ancora compiersi, contro l’umanità. Tutto questo non può essere fatto per legge, ma attraverso un legame politico e culturale che fonda una collettività.
Credo che introdurre il reato di negazionismo significhi sancire la sconfitta della memoria e, conseguentemente, della consapevolezza di ciò che si è oggi. Significa decretare la sconfitta della cultura e dell’educazione. Di certo la memoria storica diventa inevitabilmente un’analisi critica degli errori fatti e delle ferite inferte all’umanità intera e, questo, comporta anche un’individuazione delle responsabilità e delle colpe. Pertanto, sembrerebbe più facile chiedere ai giudici di decidere con testi storici alla mano quali siano i genocidi o gli stermini, e quali no. Sarebbe un atto di viltà, un’ulteriore regressione della natura umana, l’ennesimo sfregio alla memoria. Troppo facile. La realtà storica è molto più drammatica di una “verità di Stato” decisa in un’aula giudiziaria che, una volta fatta giustizia su alcuni crimini, ne offuscherebbe altri, votati al silenzio, destinati all’oblio.
Se fino ad ora le parole possono sembrare estrapolate da un manuale di filosofia del diritto, c’è una ragione empirica che rafforza la convenzione di non cedere a facili verità di Stato per decretare la fine dell’antisemitismo e dell’odio razziale. Il reato di negazionismo in voga in diversi Paesi europei- come la Francia, la Germania, l’Austria, la Lituania, la Romania, la Slovacchia etc- non ha impedito il progressivo emergere di forze apertamente xenofobe e, in più di un caso, estremamente antisemite. Per cui non basta una legge per negare la verità storica. Oltre il confine penale, la società deve fare molto di più promuovendo la conoscenza, il dibattito, la riflessione e la memoria. Altrimenti il rischio è quello di offrire un alibi all’incapacità dell’uomo di contrastare il negazionismo sull’unico terreno appropriato: quello dell’educazione, della formazione e della cultura.

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