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Franza o Spagna purchè se magna

Torquato Cardilli - Oltre 4 secoli fa, mentre le corone di Francia e di Spagna si fronteggiavano per la supremazia in Europa e nel nuovo mondo, i prìncipi e i duchi italiani, la classe politica del tempo, gretti, rissosi e municipalistici, incapaci di pensare ad un futuro di prosperità, si appoggiavano o meglio si mettevano a disposizione dell'una o dell'altra potenza pur di salvare un minimo di potere entro le mura della loro cittadella.

Allora fu coniato il proverbio "o Franza o Spagna, purché se magna" attribuito a Guicciardini, che era stato prima come ambasciatore di Firenze in Spagna presso la corte di Ferdinando il Cattolico e poi, tornato in patria, aveva propugnato, con l'accordo di Cognac del 1526, un'alleanza con i francesi per fermare lo strapotere di Carlo V e salvaguardare un po' di indipendenza della penisola italiana.
Tanti secoli non sono passati invano.
Da qualche anno a questa parte, grazie ad una masnada di politici inetti, che hanno fatto comunella con capitalisti straccioni, è ripresa proprio da parte di Francia e Spagna, la spoliazione dei beni italiani, molto male amministrati, .
I francesi erano disposti nel 2008 a rilevare la fallimentare impresa dell'Alitalia, accollandosene le perdite e risanando l’amministrazione con denaro fresco, ma furono fermati dalla cordata tricolore messa su da Berlusconi.
In nome dell'italianità, pur di vincere le elezioni, fu propalata l'idea che perdere il simbolo della nostra aviazione commerciale sarebbe stato un delitto contro la Patria. Sembrava un sussulto di orgoglio nazionale ed invece si rivelò un grimaldello elettorale ed un favore alle banche. Con la copertura della Banca San Paolo, auspice tale Passera (divenuto dopo solo due anni e mezzo ministro dello sviluppo economico, carica nella quale ha messo in luce la sua incapacità di produrre crescita), creditrice dalla compagnia privata Air One di oltre trecento milioni di euro, fu varata la fusione con Alitalia nella nuova compagnia al costo di quasi 5 miliardi tra mancati introiti, accollo dei debiti sulle spalle dei contribuenti e cassa integrazione per oltre 3.000 esuberi.
Da allora, in poco più di 4 anni, la compagnia nazionale di bandiera ha continuato a perdere soldi (i nuovi debiti accumulati verso le banche italiane sfiorano già i 400 milioni di euro) ed il colosso europeo Air France-Klm potrebbe farne un boccone solo (passando dal 25% di controllo al 51%) con una mancetta di meno di 200 milioni di euro, senza accollarsi i debiti che verrebbero come al solito scaricati sul popolo italiano. I nostri capitani coraggiosi hanno atteso che scadesse il termine del divieto di vendita per disfarsi delle quote Alitalia, addossare ad altri il debito e rientrare dell’investimento con qualche piccolo utile.
Nemmeno una settimana fa il premier Letta illustrava il suo viaggio oltre Atlantico come rivolto ad indurre gli investitori internazionali a venire a spendere in Italia. Detto fatto. E la cosa più stupefacente è che il ministro dello sviluppo economico, tal Zanonato, ha dichiarato che la notizia della prossima acquisizione da parte di Air France è una pura voce giornalistica. Come dire a "sua insaputa" nel classico stile italiano di uno Scajola che comprava casa a sua insaputa pagata da altri, o di un Alfano che assisteva ignaro all’espulsione della Shalabayeva verso il Kazakistan, appunto a sua insaputa, o di uno Schettino che dichiarava lo scoglio delle Scole trovarsi lì a sua insaputa perché non segnalato nelle carte nautiche.
I giornali francesi in questi giorni ricordano che le necessità finanziarie di Alitalia sono colossali e che l'operazione di garantirsi il controllo potrebbe rivelarsi vantaggiosa (il costo di 150 milioni di euro sarebbe bilanciato dalle profittevoli sinergie valutate già ora intorno ai 100 milioni) purché si riesca a risanare il debito accumulato dai capitani coraggiosi che non hanno più intenzione di fare nuovi investimenti. Anche questa volta, come già nel 2008, a farne le spese sarebbe il contribuente italiano e gli esuberi di quasi 2.000 persone tra piloti, hostess, steward e personale di terra.
Chi invece non è rimasto a terra è stata la Spagna che dopo averci rifilato vari bidoni come Antonveneta, fatta pagare a Monte dei Paschi il triplo del valore, ora ci toglie un importante pezzo del sistema industriale, quello della telefonia.
Il paese che noi consideravamo più arretrato, con fondamentali economici peggiori dei nostri, afflitto da una mega disoccupazione dopo lo scoppio della bolla immobiliare, ora si permette il lusso di infliggerci questa umiliazione.
Telecom, seppure con una storia diversa da Alitalia, sta per condividerne il medesimo destino. Nata da una privatizzazione anti economica di chi l'ha comprata con soldi di altri (Colaninno e Tronchetti Provera), è passata varie volte di mano, con debiti al raddoppio ed investimenti in diminuzione, sicché sembra arrivata al punto di non poter più reggere la concorrenza internazionale in questo mondo globale. Chi sono gli azionisti venditori di questo asset strategico che un paese serio terrebbe per sé in mano pubblica o sotto il suo controllo (come Francia, Germania, Inghilterra)? Vuoi vedere che sono sempre gli stessi che fanno e disfano alle spalle degli italiani? Ma sì, è il famoso salotto buono del capitalismo tricolore Mediobanca, Generali, Intesa San Paolo.
Ma il presidente di Telecom Bernabè si è dichiarato ignaro della vicenda, di averla appresa da un comunicato stampa. Ecco un altro “a sua insaputa” che tiene a precisare che l’acquisto spagnolo riguarda Telco e non Telecom, ma non spiega che Telco è la controllante di Telecom e che acquisendo la maggioranza in Telco è come averla anche di Telecom.
E’ finito un mondo, quello della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale e che aveva consentito all’Italia di rinascere dalle macerie come paese industriale.
Ora tutti si stracceranno per finta vesti e capelli, dalla politica ai sindacati, esponenti di destra e di sinistra della vecchia guardia, responsabile di tanti disastri italiani, sembrano essere caduti dal pero ed invocano un reingresso della mano pubblica in aziende spolpate dalla mala amministrazione. Si agitano Schifani, Brunetta, Cicchitto, Speranza, D’Alema, Angeletti, Bonanni, a protezione dell’occupazione, a difesa dell’interesse strategico nazionale, ma mai nessuno che si assuma la responsabilità di essere stato causa di questo sfacelo, che sappia quello che dice o perché lo dice o che metta in campo azioni concrete per evitare che anche gli ultimi gioielli industriali facciano la fine in mano straniera come è già accaduto per le squadre di calcio della Roma o dell’Inter.
La debolezza del nostro sistema, l'arretratezza culturale, i cavilli giuridici, la burocrazia inetta, la politica imbalsamata nell'olio del malaffare, fanno sì che un pezzo alla volta tutta la struttura industriale venga smantellata riducendoci, entro breve al ruolo di comparsa nel mondo economico. Abbiamo perso settori strategici dall’energia alle banche: Edison è proprietà di Electricité de France, Acea risponde all’azionista Gdf-Suez, Enel ha annunciato la cessione di una quota di Enel energia alla russa Rosneft, la Banca nazionale del Lavoro fa parte del colosso Paribas, Cariparma è controllata dal Crédit Agricole, mentre se ne sono andati marchi importanti del made in Italy come Maserati, Gucci, Bulgari, Fendi, Pucci, Valentino, Richard Ginori, Loro Piana, Ferré, la Rinascente, Coin, Plasmon, Parmalat, Galbani, Gancia, Carapelli, Sasso, Perugina, Algida, Antica gelateria del Corso, Bertolli, e la lista potrebbe continuare ancora.
Ma forse potrebbe ancora una volta avere ragione Guicciardini quando metteva in guardia “perché se tu fiderai nelli italiani, sempre avrai delusione; la ignoranza non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dà mazzate da ciechi”.

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