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La decadenza di un guerriero senza gloria

Torquato Cardilli - "Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta, che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco generose travolse alme d'eroi..." Così inizia l'Iliade di Omero.
Dante condanna Achille all’Inferno (Canto V) e lo relega tra i lussuriosi, travolti incessantemente dalla bufera così come in vita lo furono dalla passione. Ma lo cita anche (Canto XXVI) tra i consiglieri fraudolenti, tormentati all’interno dalle fiamme, e tra i superbi (Canto XXXI) che sfidano le divinità, e perciò condannati all’immobilità.

Se oggi un poeta di egual valore volesse celebrare la leggenda di Berlusconi, che ha attraversato dal 1994 ad oggi la politica italiana, e che comunque finirà tra qualche anno nei libri di storia come ammonimento per le generazioni future, potrebbe ripetere quei versi, o quelle citazioni per le molte similitudini tra i due personaggi. Guerrieri invincibili, impetuosi, lussuriosi, superbi, egocentrici, entrambi vulnerabili in un solo punto debole. Nel primo un punto fisico, il tallone, rimasto scoperto dal tentativo protettivo della madre Teti; nel secondo un punto morale, quello dei conti con la Dea Giustizia, contro la quale hanno dovuto alzare bandiera bianca gli stuoli di avvocati, che non hanno potuto fare più di tanto.
La differenza tra i due sta nel fatto che quando Teti, supplicò il Destino perché mutasse la profezia della tragica fine in guerra del figlio e le fu proposto di scegliere tra una vita lunga e senza meriti oppure una morte gloriosa, Achille stesso preferì con fierezza quest'ultima. Viceversa Berlusconi non ne vuol sapere di finire gloriosamente. Dopo essere stato ridicolizzato in Patria e all'Estero, carico di processi che attengono alla sua condotta pubblica e privata, continua a comportarsi come un plebeo attaccato al peculio, come un boss circondato da una corte di adulatori, pieno solo della sua egolatria, che nasconde i suoi fallimenti politici e si compiace di fronte alle sue gigantografie.
Venti anni fa, con un abile discorso televisivo, infiammò gli italiani, che gli tributarono un grande consenso elettorale, disgustati dalla pochezza, dagli imbrogli, dalla corruttela della prima repubblica. Cavalcando l’onda di “mani pulite” fece sognare un’intera generazione con un contratto firmato scenograficamente in televisione, all’ora di cena, con rito notarile, in cui si impegnava a compiere una rivoluzione liberale, a inondare il paese di benessere, a creare un milione di posti di lavoro, a ridurre il peso delle tasse al 33% del reddito, a dimezzare il debito pubblico, a garantire a tutti i diritti costituzionali, a dotare il paese di infrastrutture moderne, a sviluppare tecnologia, scuola e ricerca; insomma a rinnovare l’Italia, portandola al successo così come aveva fatto con le sue aziende.
Milioni di italiani presero per buone quelle promesse e per tanti anni continuarono ad essergli fedeli, anche perché la sinistra, prigioniera di una gerontocrazia di apparato, si dimostrò totalmente incapace di idee, restia a scrollarsi di dosso le utopie del collettivismo, dello statalismo, dello spreco, del sindacalismo esasperato e la zavorra di una burocrazia retrogada e pasticciona.
Molti del primo “inner circle” lo hanno già abbandonato, così come i giovani di allora diventati quarantenni senza speranze, i commercianti che chiudono, gli operai disperati, gli esodati ecc. Se oggi i resti dei sostenitori di allora fanno onestamente la tara alle emozioni ed alla cieca dedizione con cui lo hanno seguito, sono costretti ad ammettere con modestia che ben poco di quel programma liberale è stato realizzato. Quelle promesse, nonostante il suo record di longevità governativa di cui va fiero (è stato primo ministro ininterrottamente, con maggioranze mai viste nella prima repubblica, dal 2001 al 2005 e dal 2008 al 2011) sono rimaste lettera morta ed il paese sta enormemente peggio di prima; anzi il benessere degli italiani è tornato indietro al livello degli anni 1970.
Per difendersi da una condanna irrevocabile, dopo aver annunciato al mondo il ricorso contro il suo paese di fronte alla corte europea di giustizia, ha inteso ripercorrere qualche giorno fa lo stesso schema televisivo con un discorso da comiziante, più che da leader condottiero.
E’ apparso paurosamente ridicolo, come una maschera di cera alla Cernienko, senza alcuna presa sugli italiani che hanno imparato a riconoscere l’imbonitore da piazza di paese dal politico che fonda la sua azione soprattutto sulla sua onorabilità personale e sulla sua credibilità.
Nascondendosi dietro la scusa di dover fare un discorso agli italiani, come se fosse un vero statista, invece che un condannato, ha cancellato con un tratto di penna il partito di cui era presidente (come avrebbe potuto fare un Nazarbayev qualunque) ha riesumato il vecchio simbolo di “Forza Italia” e ha raccontato una quantità enorme di stupidaggini. Ha nascosto il fallimento di 20 anni sprecati volendo far credere che tutto ciò che è accaduto nel nostro Paese sia stata colpa dei suoi alleati che gli hanno legato le mani politicamente (Follini, Casini, Buttiglione, Fini) e poi dei magistrati che le mani avrebbero voluto legargliele con i ferri e che dopo avergli tolto il passaporto lo hanno colpito anche nel patrimonio.
Il messaggio non ha avuto nulla di politico. E’ stato uno spot elettorale da parte di un pregiudicato, trasmesso gratis da tutte le emittenti, pubbliche e private, che ha suscitato nei più solo indignazione.
Si è dichiarato ripetutamente innocente (solo i delinquenti non abituali confessano) ed ha raccontato cose che non hanno alcun fondamento di verità: è stato condannato in sede penale a quattro anni e all’interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale contro lo Stato anche durante l’ufficio di Presidente del Consiglio, e in sede civile a risarcire con 500 milioni i danni provocati dal suo gruppo alla Cir per la vicenda Mondadori, scippata con una sentenza comprata per la quale è stato condannato alla galera il suo avvocato membro del parlamento Previti, e espulsi dalla magistratura i giudici corrotti. Le prove documentate agli atti processuali e citate nelle sentenze dicono che è colpevole. E’ stato lui l’organizzatore, il mandante, il fruitore di tutto ciò che è accaduto.
Fino ad un mese fa potendo contare sul suo vergognoso conflitto d’interessi, sul controllo totale e globalizzante dell’informazione pubblica e privata, sulla devozione acquisita di tanti parlamentari cortigiani, l’aveva passata liscia grazie al fatto che aveva modificato la legge sulla prescrizione, aveva cancellato il reato di falso in bilancio, aveva utilizzato la sua carica pubblica per farsi gli affari propri. Sicuro come Achille della propria invincibilità non aveva tenuto conto che gli era rimasto scoperto il tallone della legge Severino, approvata dal suo stesso partito.
Ha dunque lanciato il videomessaggio per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla condanna definitiva a suo carico, per pubblicizzare attraverso tutti gli organi di informazione questo vecchio, presunto nuovo, partito, formato dalle solite facce di reduci (Schifani, Santanché, Brunetta, Verdini, Capezzone, Cicchitto, Alfano, Gasparri ecc.) che di nuovo non ha proprio nulla, che propone la solita pappa rimasticata e che ormai è distante dai bisogni della gente.
Dopo aver fatto per vent’anni incetta di voti con il suo populismo, ora ha incitato alla mobilitazione contro la magistratura, issandosi su un cumulo di macerie, create con le sue stesse mani, minacciando di farle cadere addosso al popolo italiano se il Parlamento decretasse la sua decadenza.
Ma Berlusconi è già il simbolo della decadenza e il voto della giunta del Senato (4 ottobre) non aggiungerebbe nulla ad una condanna che è stata pronunciata nei suoi confronti dalla giustizia e dalla storia. Nato come Achille, si è rivelato un guerriero senza gloria.

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