Governi inetti e bombaroli

TORQUATO CARDILLI - Quattro mesi fa scrivevo che gli assassini dell’ISIS non potevano essere considerati alla stregua di rivoltosi rivoluzionari con l’ambizione di dare, dopo l’eliminazione dei Raìs arabi Saddam Hussein e Gheddafi e del principe nero Bin Laden, un nuovo leader e un nuovo futuro ai diseredati del Medio Oriente. Gli atti di terrorismo che avevano colpito Tunisi, Beirut, Cairo, Sharm el Sheikh, Nairobi, Parigi e Bamako avrebbero potuto ripetersi in modo spettacolare a Bruxelles, centro nevralgico delle istituzioni europee e della Nato[1].
E’ fuor di dubbio che si tratta di fanatici, di esaltati pronti a morire per una causa disonorevole uccidendo alla cieca degli innocenti, ma la carneficina dell’aeroporto di Zaventem e della metropolitana, nel cuore della capitale belga, non è altro che il conto presentato all’Occidente per gli errori politici compiuti negli ultimi trenta anni e sicuramente in modo molto più atroce negli ultimi quindici.
Il disastro dell’autobus che trasportava gli studenti dell’Erasmus in Spagna è stato la metafora dell’atteggiamento dei nostri governi, inetti quando non collusi per interessi economici immondi, solo propensi a tutto pur di mantenere il potere. Da una parte un autista che si addormenta e conduce alla morte tante giovani vite nel fiore degli anni e delle speranze, dall’altra tanti capi di Stato e di Governo europei, dormienti da anni, tutti solo chiacchiere e distintivo, che ripetono lo stanco rito di continui vertici inconcludenti, con la prosopopea di fasulli annunci risolutori, seguiti da codazzi di corrispondenti che non sanno discostarsi dai luoghi comuni per fare un commento serio, mentre centinaia di loro concittadini cadono senza nessuna colpa, falciati dall’odio degli assassini.
Forse che le immagini di una Bruxelles impietrita, terrorizzata non sono le stesse che abbiamo visto tante volte dopo i disastri di Madrid, di Londra, di Parigi, dopo l’eccidio alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo o dopo la carneficina al Bataclan?
Dappertutto in Europa cerimonie di commemorazione e di ipocrita partecipazione, minuti di silenzio in ogni assemblea, anche di condominio, vessilli abbrunati, candele e silenzio di tromba, capi di Governo che si tengono per mano e che mettono un fiore sul selciato insanguinato, lutto nazionale, un profluvio di banalità dichiarate ai quattro venti dalle massime autorità dello Stato. E poi?
Perché tutti questi anni e mesi sono passati senza concrete contromisure? Perché questi governanti, portatori di un meschino interesse di campanile, inetti ed inadatti a far parte di un’Europa comune, non sono mai andati oltre il coro tragico di sdegno per l’orrore e di vuota rivendicazione di superiorità intellettuale e culturale?
E’ opinione comune, anche per i terroristi, che i Servizi di sicurezza europei si siano dimostrati da un bel pezzo inefficaci ed impotenti.
Che fine hanno fatto il superamento dell’infantile gelosia delle varie polizie nazionali, la standardizzazione delle procedure di sicurezza, l’osmosi delle informazioni tra Servizi di intelligence, il registro unico dei passeggeri aerei, l’istituzione di una banca dati (impronte digitali, precedenti ecc.) anti terroristica europea, provvedimenti deliberati addirittura nel 2001?
E’ da allora che l'Europa dice di combattere il terrorismo. Lo ha fatto poco e male. Ha compresso all’interno le libertà dei suoi cittadini rendendo loro difficile la vita quotidiana ed ha utilizzato all’esterno lo strumento più inappropriato e controproducente: le bombe. Dopo l'attentato alle torri gemelle di New York, l’Europa è entrata nella spirale di guerra innescata dagli Stati Uniti prima contro Saddam Hussein, poi contro Bin Laden e i Talebani in Afghanistan, seminando morte e distruzione ovunque, con centinaia di migliaia di vittime civili, ipocritamente definite danni collaterali di un’operazione volta al ristabilimento della pace e della sicurezza. Sicurezza di chi? Capita l’ipocrisia di non chiamarla guerra, ma operazione di polizia?
Dal 2008 l’Europa è sprofondata in una crisi economica spaventosa, originata anche questa da oltre Atlantico, che ha ridotto sul lastrico milioni di famiglie. Dal 2011, perdurando la crisi, dopo aver abbattuto Gheddafi e fomentato una ribellione anti Assad in Siria è stata sottoposta ad una pressione di profughi e immigrati economici senza precedenti, conseguenza dei suoi errori politici e motivo acceleratore di un terrorismo cieco che ha fatto oltre 500 vittime civili più qualche migliaio di feriti e mutilati, senza che nessun leader europeo abbia progettato un piano serio per debellare questa pestilenza.
Sui confini europei si è riversato un flusso ininterrotto di uomini, donne e bambini, imponente certo, ma gestibile se fosse stata fatta una seria lotta ai trafficanti di disperati, se fosse stata applicata l’equità nella suddivisione degli oneri, se fosse stata adottata una concreta misura di imposizione del rispetto della legge, se si fosse scelta la via dell’affidamento dei lavori socialmente utili in cambio della sussistenza invece di far ingrassare i profittatori dell’emergenza e tenere migliaia di immigrati nell’ozio.
Chi non ricorda, al di là dei richiami retorici di Sarkozy e della Le Pen, la gravità delle parole di Hollande subito dopo il Bataclan "noi siamo in guerra?". Come in guerra? Contro chi? Con quale strategia? Con quali strumenti? Andando a bombardare a casaccio in Siria e in Iraq?
Questi governanti, che con l’intento di salvare le apparenze hanno solo fatto ingrossare i portafogli delle fabbriche di armi e bombe, si sono resi conto che si tratta di una guerra asimmetrica e non convenzionale, in cui sono saltati tutti gli schemi del passato? Da una parte fanatici assetati di sangue, fautori di morte e dall’altra l’Occidente cultore della vita, del benessere, degli agi, dell’accaparramento economico. Tornano in mente gli errori strategici della I guerra mondiale in cui migliaia di soldati venivano mandati inutilmente a morire contro i reticolati da uno Stato maggiore formato alla scuola del secolo precedente, o della II guerra mondiale tipo Linea Maginot, ritenuta invalicabile e invece abilmente scavalcata dai paracadutisti tedeschi.
A Bruxelles, nel giro di pochi mesi dopo le stragi di Parigi, l’organizzazione terroristica ha invece dato prova di una capacità di offesa di gran lunga superiore alle pompose affermazioni ed alle deboli misure adottate per prevenirla, ha dimostrato di avere una struttura solida e ben radicata nel territorio che gli fornisce supporto e protezione, diretta da un Quartier Generale all'estero che dispone di ingenti risorse finanziarie e tecnologiche.
Allora proviamo a fare luce e mettere in ordine i due pilastri essenziali della questione: luoghi e mezzi.
Perché il Belgio? Perché è il paese che ospita la capitale simbolica dell’Unione, sede del parlamento europeo, della Commissione, del Quartiere Generale della Nato, che per dimensioni geografiche consente a chiunque di attraversarlo liberamente in lungo e in largo in appena due ore con una semplice utilitaria e incastrato tra Francia e Germania permette ai terroristi di spostarsi da una nazione all’altra senza alcun controllo e di mimetizzarsi facilmente. Perché nel quartiere Molenbeek? Perché rappresenta una città nella città, un buco nero con la più alta concentrazione jihadista in Europa, con una popolazione di circa 80.000 abitanti di cui quasi il 40% di origine magrebina e musulmana, un buon 25% emarginati e disoccupati, brodo di cultura della radicalizzazione, centro di irradiazione del fanatismo wahhabita.
A dispetto delle frasi da farsa del tipo “non ci faremo intimidire” oppure “il nostro coraggio è superiore alla loro viltà” oppure “non abdichiamo ai nostri valori” si può dire che in questo scontro l’Europa è già stata sconfitta. Deliberatamente o inconsciamente i nostri governanti non si sono posta la domanda di quali risorse disponga il terrorismo e da chi esso sia finanziato e sostenuto.
E qui si apre il capitolo più difficile e gravido di responsabilità politiche dei governi occidentali.
Perché si è fatto finta di ignorare che a Washington si riteneva che la nascita dello Stato islamico fosse un male minore pur di eliminare dalla scena il presidente siriano Assad e porre un argine all’espansionismo sciita iraniano, con grande soddisfazione di Israele che ha visto nella disgregazione dell’Iraq e della Siria la possibilità dello smembramento di tutta l’area mesopotamica in uno stato curdo, uno sunnita, uno sciita e il continuo dissanguamento di chi favoriva (Iran) o combatteva (Arabia Saudita) gli sciiti nello Yemen?
Perché non si è considerato che tutto questo indebolimento statuale arabo era funzionale alla sicurezza di Israele, che nella tragedia non ha mosso un dito, né un alito di voce, sentendosi garantita per il possesso del Golan siriano e per l’isolamento dell’autorità palestinese e di quella di Gaza con l’acquiescenza dell’Egitto?
Perché tutti i Servizi di intelligence occidentali e arabi dalla CIA (Stati Uniti) al Mossad (Israele), dalla DGSM (Francia) al MI5 (Inghilterra), dall’AISE (Italia) al BND (Germania), dal CNI (Spagna) al MIT (Turchia), e ai vari servizi dei Mukhabarat della penisola arabica e dell’Egitto non hanno fatto nulla per impedire la crescita dell’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi, già prigioniero degli americani a Camp Bucca in Iraq e, una volta liberato, entrato in affari con il senatore Mac Cain? Perché non denunciare il silenzio e l’inazione dei Servizi segreti che hanno permesso per quattro anni allo Stato Islamico di comprare nel mercato clandestino sofisticati mezzi di comunicazione, centinaia di fuoristrada jeep e toyota 4x4, assieme alla logistica necessaria per una guerra di movimento dalla Siria alla Libia di un esercito di 80.000 militanti e soprattutto armi pesanti corredate da ingenti quantità di munizioni con pagamenti in contanti attraverso le banche del Qatar e della Turchia che amministravano e movimentavano centinaia di milioni di dollari donati da teste di legno delle monarchie dei paesi del Golfo?
Perché la Francia aveva considerato il primo migliaio di francesi arruolati nelle file dell’ISIS in funzione anti Assad come “combattenti  per la liberta”? Perché i governi europei (compreso il nostro che ha pagato il riscatto, negato da Gentiloni, di una decina di milioni di dollari ai ribelli siriani per la liberazione delle due volontarie rapite Ramelli e Marzullo) hanno agito nascostamente pur di far cadere il governo del presidente, Bashar al-Assad, senza avere un piano politico per il dopo?
In realtà in Siria i Servizi segreti occidentali hanno ripetuto lo stesso errore commesso dalla CIA in Libia, in cui fu trucidato l’ambasciatore americano Stevens, che credeva di poter manipolare i capi delle varie Qabile che riacquistavano autonomia e potere dopo l’uccisione di Gheddafi.
Perché è stato permesso alla Turchia, pilastro della Nato in quello scacchiere di avere un confine colabrodo con la Siria e acquistare di contrabbando milioni di tonnellate di petrolio a prezzi stracciati dall’ISIS fino a quando è intervenuta bruscamente la Russia a stroncare questi traffici?
Fino a che punto il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, convinti di poter manovrare una forza militare sunnita capace di abbattere il regime siriano di Bashar al-Assad, sono responsabili delle atrocità dell’ISIS? Perché la CIA non ha fatto quello che avrebbe potuto, pur sapendo che l’ISIS era diventato sempre più incontrollabile e che aveva emarginato il libero esercito siriano ribellatosi a Assad?
E quale il ruolo dell’Egitto di al Sissi che ha imbrigliato violentemente il partito confessionale del deposto presidente al Morsi ed allo stesso tempo fornito garanzie a Israele contro Hamas e al generale Haftar a Tobruk contro i tripolini?
La risposta a tutte queste domande è che lo Stato Islamico senza l’acquiescenza dei Servizi segreti occidentali ed arabi, senza l’appoggio politico degli Stati Uniti  e, soprattutto, senza i petrodollari dell’Arabia Saudita, del  Qatar ed altri Emirati, non sarebbe mai nato.
Per capirlo basta citare due esempi.
Dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990, in 48 ore gli USA e i paesi della NATO decisero di bloccare ovunque tutti i conti correnti dell’Iraq e sequestrane tutti i beni all’estero e partecipazioni azionarie.
Perché un’identica decisione non è stata adottata subito dopo le drammatiche decapitazioni eseguite dall’ISIS, o subito dopo i primi attentati nelle città europee stanando i finanziatori, impedendo qualsiasi movimento di capitali, imponendo dure sanzioni a chiunque fornisse qualsiasi tipo di supporto all’ISIS fino ad arrivare alla sospensione di rapporti economici, commerciali, diplomatici?
E ancora. Nel 2000 il presidente peruviano Fujimori stava per vendere alle FARC colombiane quattro ferri vecchi lanciamissili di fabbricazione sovietica armati con missili anti-aerei di prima generazione. La CIA in poco tempo organizzò una spettacolare operazione lampo per arrestare lo stesso presidente Fujmori, come aveva fatto con il presidente di Panama Noriega, già a loro libro-paga fin dai primi anni settanta e poi arrestato, deportato negli USA e condannato a 40 anni di prigione.
Dunque è impossibile credere che la Casa Bianca, il Pentagono e la CIA, nonché tutti i Servizi segreti e i governi occidentali non si fossero accorti che lo Stato Islamico, aveva fatto, grazie al loro “laissez faire” il salto qualitativo per passare da piccole azioni di disturbo al terrorismo estremo ed alla guerra totale.

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