TRADIMENTO

TORQUATO CARDILLI - Le relazioni italo-francesi sono state costellate in epoche in cui la democrazia era solo un concetto di sistema di governo confinato nei libri di storia all’antica Grecia, da cessioni territoriali dall’una e dall’altra parte, sempre attuate per rispondere a ambizioni personali dei governanti del tempo, senza il coinvolgimento attivo dell’opinione pubblica delle popolazioni interessate.
Furono scambi di territori, motivati da interessi militari e geopolitici o, più terra terra, da puro desiderio di dominio per orgoglio personale, decisi a tavolino dai monarchi e dai loro plenipotenziari (vedi box).
Purtroppo in questi giorni del XXI secolo sta per ripetersi uno scambio di sovranità statuale che fa aleggiare sulla testa di Renzi l’onta incancellabile di un atto che rassomiglia al tradimento della patria e del popolo italiano.
Cosa è accaduto in realtà, mentre il popolo italiano ignaro ha continuato ad assistere alla pantomima politica sull’adozione da parte di omosessuali ed alle diatribe da cortile di parlamentari che saltano da un gruppo all’altro in cambio di posti e prebende?
In occasione del vertice bilaterale franco italiano, tenuto a Parigi il 24 febbraio dell'anno scorso, il nostro primo ministro, digiuno non solo dei rudimenti essenziali delle procedure del cerimoniale di Stato e della buona educazione, ma anche delle basi di norme costituzionali e dei fondamentali del diritto internazionale, si è comportato come un piccolo borghese ammesso nella reggia del padrone. Ha firmato a scatola chiusa, all’Eliseo, con il presidente francese Hollande un'intesa sulla modifica dei confini marittimi tra i due paesi, mascherata dalla necessità di organizzazione del traffico marittimo nel canale di Corsica.
Per la verità il negoziato bilaterale era iniziato su richiesta francese sin dal 2006, all’epoca del governo Prodi che aveva messo la questione a dormire; poi il dossier era stato riesumato da Parigi all’epoca del governo Monti, nel 2012, ma fu messo nuovamente in sonno.
A quei furbacchioni del Quai d’Orsay non è apparso vero, qualche anno dopo, che a Palazzo Chigi ci fosse un pivellino ed allora hanno fatto riemergere dalle acque tirreniche la bozza di accordo per sottoporgliela.
Et voilà: cosa fatta. Per la Francia è stato un giochetto incassare quell’intesa, messa in un angolo dai governi italiani precedenti, che dilata le sue acque territoriali da 12 a quasi 40 miglia. Essa prevede infatti la cessione dall’Italia di parecchie decine di miglia quadrate di mare sardo e ligure molto pescose, ricche di una pregiata qualità di gambero rosso da € 100 al kilo, sul quale vive una larga fetta della marineria da pesca di quelle regioni italiane.
Quindi i due ministri degli esteri (il nostro Gentiloni, che dà sempre l’impressione di passare di là per caso, e quel volpone di Fabius, già primo ministro di Francia, conoscitore fin nei minimi dettagli del dossier franco-italiano) hanno proceduto in gran segreto un mese dopo a marzo 2015, a Caen, alla formalizzazione dell’accordo vero e proprio con tanto di timbri e ceralacca.
Quello di Caen non è stato un trattato routinario tra stati alleati, è un atto che riscrive i confini nazionali a favore della Francia in 41 punti nella zona di mare delle Bocche di Bonifacio in cambio di una fetta di mare sterile in prossimità dell’isola d’Elba.
La cosa che ingigantisce la gravità della cessione è che il tutto sia avvenuto senza che fosse attivato un esame preventivo a livello politico di governo, di commissioni parlamentari, senza un sereno dibattito pubblico sulla sua utilità in Camera e Senato né sugli organi di informazione, senza consultazione delle regioni interessate e senza la valutazione dell’impatto negativo sulle economie familiari dei pescatori della zona.
E il mistero sarebbe continuato se i francesi non avessero commesso l’imprudenza di fermare sotto la minaccia dei mitra delle loro motovedette guardacoste due pescherecci italiani che appunto pescavano in quelle acque. Solo attraverso questo incidente, che avrebbe potuto avere gravi conseguenze, la cosa è venuta alla luce.
Ma qui siamo all’ennesimo pasticcio all’italiana, tipo trattato di Uccialli del 1889, interpretato in un modo a Roma e in modo del tutto differente ad Addis Abeba, che ci portò dritti alla disfatta di Adua.
Perché pasticcio? Per il semplice motivo che il trattato prevede che non vengano pregiudicate le tradizioni di pesca degli italiani e dei francesi in quelle acque. E allora che senso aveva modificare i confini se non c’erano riflessi economici sulle usanze e tradizioni di pesca? I francesi forti della ratifica del trattato da parte dell’Assemblea Nazionale, ne hanno fatto scattare l’applicazione pur sapendo che si tratta di un accordo allo stato giuridicamente inesistente visto che non è stato ancora ratificato con legge dal nostro parlamento e che non si è proceduto allo scambio di ratifiche.
Del blocco a Nizza del peschereccio italiano Mina il 13 gennaio si è interessato il M5S con un’interrogazione parlamentare senza che nessun organo di informazione o talk show politico ne facesse oggetto di approfondimento e di indagine.
Il Sottosegretario agli Esteri ha tentato di rispondere in modo fumoso (Vedi lettera di Della Vedova), e pur accennando alle scuse francesi per l’accaduto ha evidenziato l’approssimazione e la mancanza di fermezza del nostro esecutivo di fronte ad un inqualificabile sopruso.
Sanno Renzi e Gentiloni che il trattato internazionale è una fonte principale del diritto internazionale subordinata alle norme che ne disciplinano l’attuazione?
Sanno che la firma del trattato non è altro che uno strumento di autenticazione notarile di un testo, cioè una fotografia, che non si può cambiare se non attraverso un nuovo negoziato, di un impegno sulla carta ma non effettivo che non ha alcun valore vincolante per gli Stati fino ad avvenuto scambio degli strumenti di ratifica?
Sanno che la Costituzione italiana all’art. 87, comma 8 dispone che la ratifica spetta al Capo dello Stato, previa legge di autorizzazione del Parlamento secondo quanto previsto obbligatoriamente dall’art.80 della stessa Carta quando si tratta di materie di particolare rilevanza come i trattati di natura politica, riguardanti le variazioni del territorio nazionale?
Sanno che la firma del Presidente della Repubblica non è considerata valida se non è controfirmata dal Ministro proponente, che ne assume la responsabilità come da articolo 89 della Costituzione?
Sanno infine che la Francia ha ratificato il trattato da un pezzo mentre non è all’ordine del giorno delle Camere la legge italiana di ratifica?
Con la sua firma Renzi si è assunto la responsabilità personale e politica di fronte alla nazione di averne compromesso e danneggiato palesemente gli interessi mutandone i confini, in violazione del giuramento prestato all’atto dell’assunzione dell’incarico di primo ministro.
Ancora una volta il nostro primo ministro si è comportato con spregiudicatezza e con incoscienza nelle relazioni internazionali, già messe a dura prova dai continui attacchi all’Europa e dal contenzioso aperto con l’Egitto di al Sissi, come un bullo di provincia che spernacchia i suoi concittadini mentre in realtà becca ceffoni da tutti appena mette il naso fuori dai confini.
Glielo ha ricordato in un’altra interrogazione parlamentare, ignorata dai grandi media, il deputato sardo Pili che ha qualificato l’atto come “un vero e proprio furto di Stato ordito con spregiudicatezza da un Presidente del Consiglio e da un Governo che hanno agito furtivamente e in silenzio, cercando di nascondere il misfatto.
A questo punto sul piano politico è del tutto irrilevante che l’accordo non sia stato ancora ratificato, mentre dal punto di vista sostanziale l’Italia non può subire senza un’adeguata reazione l’affronto francese di aver impedito con la minaccia delle armi l’attività di pesca.
Inoltre l’aver sottoscritto un atto che viola i principi di sovranità territoriale è un fatto inaudito e il silenzio della classe politica sconfina nella complicità vigliacca che andrebbe stanata in una vera e propria mozione di sfiducia per gravi violazioni costituzionali.
 
Quadro delle cessioni territoriali tra Francia e Italia
 - Dopo la guerra di successione spagnola, Vittorio Amedeo II di Savoia con i trattati di Londra del 1718 e dell’Aja del 1720 ottenne che la Sardegna fosse aggregata al Principato di Piemonte con i ducati di Asti, Aosta, Monferrato, Vercelli e Saluzzo.
- Nel 1768, con il trattato di Versailles, la Repubblica di Genova, in pagamento di un debito di 2 milioni di lire genovesi contratto con il re Luigi XV, cedette la Corsica alla Francia, che vi mandò subito le sue truppe. L’isola fu allora annessa al patrimonio personale del re di Francia. Un anno dopo tale trattato nacque ad Ajaccio, da famiglia borghese di origini toscane, Napoleone Bonaparte.
- Nel 1815 il Congresso di Vienna nel restaurare l’ordine europeo dopo il ciclone napoleonico, stabilì che Nizza fosse sottratta alla Francia ed assegnata al Regno di Piemonte.
- Nel 1859, dopo quasi mezzo secolo, con l’armistizio di Villafranca, l’Austria sconfitta cedette alla Francia la Lombardia che fu girata al Regno di Piemonte.
- Nel 1860, con il trattato di Torino, a seguito degli accordi di Plombières, il Regno di Piemonte cedeva alla Francia la Savoia e Nizza, patria di Garibaldi. Il Piemonte tuttavia trattenne il controllo sulle città di Briga e Tenda che pure facevano parte dell’intesa, inducendo Napoleone III a rinunciarvi con la scusa che si trattava di territori di caccia di proprietà del re sabaudo.
- Nel 1866 con l’armistizio di Cormons, l’Austria cedette alla Francia, che girò la proprietà al neo costituito Regno d’Italia, il Veneto, Mantova e il Friuli.
- Nel 1935 con il trattato Mussolini-Laval, la Francia cedette all’Italia la fascia di Aouzu del Ciad settentrionale che fu annessa alla Libia sotto dominio italiano e la fascia di Rahayta della Somalia francese che fu annessa all’Eritrea, colonia italiana.
- Nel 1947, con il trattato di pace di Parigi, l’Italia sconfitta nella II guerra mondiale cedette alla Francia, come riparazione dell’aggressione del 1940, le città di Briga e Tenda. Poiché la Costituzione francese imponeva che non vi fossero acquisizioni territoriali senza il consenso delle popolazioni interessate, fu indetto un referendum tra i cittadini effettivamente residenti. Ma questo si svolse sotto occupazione militare francese il 12 ottobre 1947, e il risultato segnò un’adesione quasi unanime alla Francia vittoriosa.

Lettera del Sottosegretario Della Vedova (CLICCA)

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