Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

IGNORANZA E POTERE

TORQUATO CARDILLI - Quasi 50 milioni di italiani hanno difficoltà abbastanza gravi non solo di lettura ma anche di comprensione di un testo o di un annuncio.
Nei primi anni della ricostruzione del paese, dopo il disastro della seconda guerra mondiale, il 60% della popolazione italiana era privo di licenza elementare e del restante 40% solo una piccolissima parte, non più del 10%, otteneva la licenza media, mentre uno striminzito 1% arrivava agli studi superiori ed alla laurea.
Guardando oggi a come eravamo è chiaro che l’Italia repubblicana ha fatto nei primi decenni di vita un salto straordinario per uscire dalla fascia dei paesi sottosviluppati e agganciare il treno di quelli più sviluppati industrialmente, tecnologicamente, economicamente e culturalmente.
In quegli anni, il servizio militare obbligatorio, seppur inutile sul piano tecnico della difesa, si rivelò uno strumento validissimo per mescolare la popolazione giovanile attivando un processo di osmosi tra coetanei, non solo di usi e costumi ma soprattutto della linguistica di base, a prescindere dal grado di istruzione.
Negli anni ’60 gli italiani avevano imparato a parlare l’italiano, anche grazie alla televisione che aveva accelerato il processo di unificazione del paese intorno ad una stessa lingua parlata, ma era rimasto problematico il loro rapporto con la lingua scritta e con la lettura. Gli indici di diffusione dei libri e dei giornali sono sempre stati ad un livello di molto inferiore a quello europeo: da un rapporto medio di 1 a 2 nei paesi nordici si scendeva in Italia ad un rapporto di 1 a 12 cioè una copia di giornale o di libro letta ogni 12 abitanti. Ed oggi lo stesso gap si misura nell’accesso a internet, alla banda larga, alla fibra ecc. obbiettivi sistematicamente promessi dal governo di turno, ma di fatto lontani dalla realizzazione.
Con la diffusione delle reti televisive commerciali, fondate sull’uso ossessivo della pubblicità, si determinò un imbastardimento del linguaggio fatto di neologismi, di slogan e di parole straniere e la televisione pubblica ha finito per trasformarsi da grande agenzia formativa in strumento di propaganda commerciale e di veicolo di rassicuranti versioni di comodo funzionali al potere.
Secondo il noto linguista Tullio De Mauro ancor oggi il 70% della popolazione italiana è al di sotto dei cosiddetti livelli minimi di comprensione di un testo scritto di media difficoltà. Se poi si tratta di un testo dalle caratteristiche linguistico-lessicali un po’ più complesse, che richiedono non solo una buona conoscenza della lingua, ma anche una buona capacità di orientamento in materie non abituali, la percentuale degli inefficienti arriva addirittura all’80%. Se infine si considera un testo parlato (come può essere un notiziario radio televisivo, letto spesso senza enfasi come se lo stesso mezzobusto non capisca quello che dice) l’85% degli ascoltatori non afferra il significato complessivo della maggioranza delle parole utilizzate, né riesce a memorizzarne il senso.
Ciò significa che quasi 50 milioni di italiani (compresi i bambini) su 60 milioni di abitanti hanno difficoltà abbastanza gravi non solo di lettura ma anche di comprensione di un testo o di un annuncio. Provate a chiedere a bruciapelo ad un conoscente se abbia capito perfettamente ciò che è stato appena annunciato in un notiziario TV in materia di politica estera, di crisi economica, di crac finanziari, di funzionalità delle istituzioni, di chiarezza delle leggi ed otterrete una risposta negativa. Ecco perché il governo e la sua maggioranza possono permettersi ogni nefandezza senza che il cittadino ne comprenda la magnitudine, ne sia correttamente informato e ne conosca i più oscuri e vergognosi dettagli.
Secondo i risultati di alcune indagini comparative, dopo il termine degli studi se non si continua a dare una certa continuità all’attività intellettuale, si verificano fenomeni di regressione verso livelli più bassi di comprensione integrale di un testo, di utilizzazione di un lessico sempre più circoscritto e di incapacità ad afferrare velocemente elementari operazioni aritmetiche. Questo fenomeno, che l’ex presidente Cossiga chiamava analfabetismo di ritorno, si registra  anche a livelli molto alti nella scala sociale (politici, dirigenti, laureati) ritenuti in grado di mantenere alte competenze.
Un diplomato italiano della scuola media superiore ha più o meno lo stesso livello di competenza di un allievo di 14 anni, che abbia appena conseguito il diploma di scuola media, come se il quinquennio di studi superiori (assolutamente carente sul piano della formazione pratica) non abbia inciso profondamente e ciò determina il bassissimo livello di quelli che entrano all’università. In paesi evoluti come la Corea, il Giappone, la Finlandia, l’Olanda, dove i diplomati di scuola media superiore hanno livelli di competenza linguistica, matematica, di comprensione, di calcolo ben superiori a quelli dei nostri laureati, i livelli di regressione sono pari alla metà di quelli italiani.
La nostra classe politica, imprenditoriale amministrativa e dirigenziale ha ignorato per troppo tempo, e continua a farlo, questi problemi che condizionano la produzione, la vita sociale, la vita politica, la partecipazione alla cosa pubblica, che non è vissuta come cosa propria comune della nazione e delle generazioni future, ma è vista come qualcosa da eludere o sopportata con un’indifferenza vigliacca oppure interpretata come un’opportunità di affari a breve, leciti ed illeciti, con il minimo sforzo.
I fenomeni della stagnazione economica, della recessione, della crisi generalizzata, dei crolli di borsa e dello spread, non sono dovuti al fato o all’influenza delle stelle, ma trovano origine in macroscopici errori di corretta previsione, in errate scelte di politica economica, monetaria e di sviluppo. Così combinati vengono accresciuti nella loro dimensione nazionale dai bassi livelli di effettiva capacità di alfabetizzazione culturale dei dirigenti e del mondo del lavoro che si rivelano in notevole ritardo nello sviluppo e nell’utilizzo di nuove tecnologie, nella capacità di previsione degli eventi, nella corretta interpretazione dei segnali che manda il mercato globale.
Tutto ciò finisce inequivocabilmente per diventare un analfabetismo istituzionale, comodo per chi è al potere, che ha buon gioco nell’illudere ripetutamente con slogan, propaganda e frasi ad effetto su una realtà virtuale, lontana dai veri bisogni della gente.
Ciò finisce per spingere il popolo verso un atteggiamento di disaffezione verso la politica allontanandolo dall’esercizio del diritto di voto, con la compiacenza degli organi di informazione che di solito elogiano chi è sul ponte di comando anche se trasmette alla ciurma frasi rassicuranti mentre la nave sta per colare a picco.

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