GOLPE FIORENTINO IN SALSA NAPOLETANA

TORQUATO CARDILLI - Il golpe bianco che si sta svolgendo in Italia dal 2013, si concluderà tra otto-nove mesi con "la madre di tutte le battaglie". Con questa espressione infelice, mutuata dal linguaggio truculento e iettatorio di Saddam Hussein, Renzi ha indicato il referendum costituzionale, che mira, al di là della mera approvazione della nuova carta fondamentale, ad ottenere un plebiscito personale che in definitiva potrebbe risultare per gli Italiani più nefasto di quanto sia stato per i greci quello imposto da Tsipras.
Quando arriverà quel momento ed il popolo italiano dovesse essere schiacciato dal nuovo Tribuno, a nulla servirà dire di averlo previsto senza averlo impedito.
Viviamo in un mondo affogato nella disinformazione di massa e nella capillare manipolazione delle coscienze. Quindi non stupisce affatto che tutte le attenzioni vengano concentrate per settimane su fatti di minore importanza, come quelli di Quarto, mentre le notizie di rilievo, che aiuterebbero i cittadini a capire come muoversi nell’economia, nella crisi delle banche, nel recupero dei denari persi, nella protezione dei diritti democratici vengano deliberatamente nascoste evitando di svelare le macroscopiche responsabilità del Governo, Quirinale, Tesoro, Banca d’Italia, Consob e compagnia cantante.
E' già partita la campagna di propaganda degli slogan di guerra che, come sempre, sono ingannevoli e contando sulla credulità del popolo tendono ad illuderlo facendogli scambiare lucciole per lanterne.
Sul web c'è uno spot del PD, diventato ormai un partito di destra anomalo a targhe alterne, sul voto favorevole al referendum costituzionale dal tono comico che recita così: Italia più semplice, meno costi, più potere ai cittadini.
Niente di più falso. Dopo aver imbrogliato con le buone e con le cattive il Parlamento si tenta di turlupinare ancora la buona fede popolare.
Per dimostrare quanto perfida e disperata sia la politica renziana è necessario ripercorrere brevemente tutte le tappe del golpe bianco iniziato nel febbraio 2013, cioè all'indomani delle elezioni che, per la prima volta in 67 anni di repubblica, avevano totalmente ridisegnato la mappa politica nazionale.
Il garante della Costituzione, l’innominabile per antonomasia secondo i diktat della zarina di Montecitorio, negò strenuamente di riconoscere l'evidenza e cioè che il popolo italiano aveva voltato le spalle ai partiti storici e ai politici di professione, disertando le urne e dando al M5S la maggioranza dei voti validi espressi in Italia per la Camera. Quindi si adoperò come un castoro nella costruzione di dighe e argini, e come una seppia nel seminare cortine nerastre per annebbiare la vista di quanti vedevano possibile un cambiamento veramente a portata di mano.
Prima conferì l'incarico di formare il governo al segretario del PD il povero Bersani, che fece la figura del pagliaccio, imponendogli una condizione capestro: nessuna intesa nascosta o palese con il M5S. Tentativo chiaramente votato all'insuccesso costato due mesi persi. Quindi l’innominabile burattinaio chiamò Letta nipote , vice segretario del PD, cui impartì le stesse istruzioni facendogli suggerire dallo zio “cardinale di Arcore”di trovare una sponda in Alfano e poi addirittura in Berlusconi, che invece, stando alle promesse elettorali avrebbe dovuto essere smacchiato per l’eternità. Jo Condor Letta ubbidì e malgrado la fiducia esplicita di Berlusconi non combinò gran che. Alle sue spalle prese corpo a tenaglia la manovra golpista con la nomina di una finta commissione dei saggi (?) per la revisione della Costituzione, che avrebbe costituito la tela di fondo su cui rifinire la riforma pencolante verso una riduzione dei margini di libertà popolare e dei diritti democratici.
Dopo quasi un anno di melina, la congiura, rimasta nascosta fino all’ultimo dal tweet, traditore come il bacio di Giuda, "Enrico stai sereno", venne allo scoperto.
Il ragazzotto fiorentino, che in questi due anni di governo ha litigato con tutti, dentro e fuori d’Italia, rivelandosi non un uomo di Stato, ma poco più che un bulletto di periferia o al massimo un’imitazione comica di un caudillo sudamericano, ignorante di protocollo e diritto internazionale, si fece avanti in modo smargiasso. Lui, che si era meritato lo sprezzante giudizio di “miserabile” dalla Finocchiaro per la polemica sul carrello spinto all’Ikea dalla guardia del corpo, in poche settimane espugnò il fortino del Nazareno e poi quello di Palazzo Chigi, nonostante che avesse proclamato formalmente e pubblicamente che non avrebbe mai occupato quel posto senza passare prima per il voto popolare.
Il golpe bianco era realizzato: scavalcando la volontà e la sensibilità popolare; anziché ridare la parola ai cittadini l’Innominato varava un esecutivo senza personalità del calibro di una Bonino o di un Gratteri, ma con un’accozzaglia di incompetenze (Alfano, Boschi, Galletti, Giannini, Lorenzin, Lupi, Madia, Martina, Mogherini, Orlando, Pinotti, Poletti, ecc.) secondo l’antica logica della fedeltà personale al leader e non del merito o della conoscenza della materia o dell’esperienza politica.
Perfettamente in linea con la sua natura infida, rinnegando le promesse elettorali e il programma su cui erano stati chiesti i voti, Renzi siglava con il condannato Berlusconi, espulso dal parlamento, il patto del Nazareno, mai illustrato all'opinione pubblica, né alle Camere i cui componenti, mettendo il naso al vento, hanno ondeggiato paurosamente: ben 323 di loro su un totale di 945 hanno cambiato partito e schieramento pur di non andare nuovamente alle urne. Come dire che un terzo della classe politica che siede in Parlamento è totalmente inaffidabile perché ha tradito il patto fatto con gli elettori.
Il fuoco di artificio delle promesse del premier sull'aumento del Pil, sul lavoro, sull'economia, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul ruolo internazionale del paese nascondeva il vero obbiettivo: la conquista del potere incontrastato. E lo ha fatto attraverso due strumenti: la nuova legge elettorale "italicum" che è quasi peggiore del "porcellum" e la riforma di mezza Costituzione. Testi scritti con il contributo intellettuale, si fa per dire, del plurinquisito Verdini ed affidati alla madrina Boschi che non si è avveduta, benché toscana, dello scricchiolante impianto lessicale-sintattico.
Qualcuno avrebbe potuto ricordare al nostro che i padri costituenti scelsero un gruppo di italianisti per ripulire il testo frutto del compromesso tra le varie componenti politiche di matrice cattolica, liberale e socialcomunista. E invece con inusitata arroganza lui (o lei) ha voluto mantenere un testo blindato ed impermeabile a qualsiasi miglioramento.
Torcendo le orecchie alla maggioranza, sempre minacciata di non ricandidatura, incurante dei rilievi della Corte Costituzionale che ha dichiarato il premio di maggioranza incostituzionale, ha fatto approvare a tappe forzate, violando prassi e consuetudini parlamentari, una nuova legge elettorale valida solo per la Camera a decorrere dal 1 luglio 2016 con il chiaro obiettivo di sopprimere l'elettività del Senato ed andare a nuove elezioni subito dopo aver vinto la guerra sulla riforma costituzionale.
Il nuovo sistema elettorale, a prescindere dalla partecipazione al voto degli italiani, darà la vittoria e tutto il potere ad un solo partito, abolirà mediazioni e coalizioni, soffocherà opposizione e minoranze, insomma sarà la negazione delle fondamenta della democrazia.
Nel 1953 De Gasperi conscio della necessità di un governo saldo e solido per la ricostruzione del paese aveva ideato un premio di maggioranza che sarebbe scattato solo se il partito vincente avesse ottenuto la maggioranza assoluta del 50%+1 dei voti. Il mondo della sinistra alzò barricate infiammando gli animi contro questo supposto rigurgito di autoritarismo, bollando la legge elettorale con l’epiteto irriguardoso di “legge truffa”e alle elezioni il premio non scattò perché la Democrazia Cristiana non ottenne la maggioranza assoluta, ma si fermò al 48% dei voti. [1]
Ora la stessa sinistra ha invece approvato la deriva autoritaria. E' sufficiente che il partito vincente ottenga il 40% dei voti per ottenere il 54% dei seggi (340 deputati su 630) con ciò replicando l'incostituzionalità del porcellum. Ma questa ipotesi è abbastanza inverosimile.
Se nessun partito otterrà il 40% andrebbero al secondo turno solo i due partiti maggiormente votati ed il risultato sarebbe valido, anche se al ballottaggio votasse per esempio solo il 10% del corpo elettorale, per accaparrarsi 340 seggi, mentre 278 andrebbero spartiti proporzionalmente tra tutti i partecipanti alle elezioni e 12 seggi continuerebbero ad essere attribuiti alla ridotta “Bastiani” della circoscrizione estero (cioè agli amici della parrocchietta) con elezione diretta con le preferenze e senza ballottaggio.
Ma la sequela degli orrori non finisce qui. Il paese sarebbe diviso in 100 collegi ognuno dei quali, ad eccezione del Molise, potrà eleggere da 3 a 9 deputati in relazione agli abitanti. Ogni partito dovrà presentare una lista composta da 3 a 9 candidati, dietro un capolista bloccato, cioè non soggetto a preferenza, che verrà automaticamente eletto se il partito ottiene il quorum necessario, mentre due sole preferenze sono esprimibili purché nel rispetto della diversità di genere.
Ma l'espressione delle preferenze è un puro trucco che nasconde la profonda lesione del principio democratico dato che i capi lista non sono eletti, ma nominati dal capo partito o dall’oligarchia degli organi dirigenti di ciascuna formazione politica. In più c’è l'aggravante che lo stesso capolista può guidare il suo partito in ben 10 collegi (pluricandidature) e quindi poi optare per un solo collegio lasciando il posto negli altri nove collegi ad altrettanti colleghi messi lì apposta, cioè nominati anch’essi dall’alto.
Ma dov’è che si nasconde lo sfregio alla democrazia? Nel fatto che una minoranza farà da asso piglia tutto. Supponiamo che due partiti ottengano al primo turno su per giù la stessa forza del 25% ciascuno. Chi vince al secondo turno, fosse anche con la partecipazione del solo 10% degli elettori, prenderà tutto: maggioranza dei deputati, governo, e organi costituzionali. Quindi viene completamente sovvertito e rinnegato il principio democratico costituzionale dell’art. 3 sull’eguaglianza dei cittadini e dell’art. 48 sul voto uguale dato che il voto di 25 persone su 100 o di 10 su 100 pesa quanto quello di 54 persone su 100.
Un mostro che offende la logica, la democrazia ed il diritto.
E veniamo alla riforma della Costituzione che segnò nel 1948 il punto più alto del processo di crescita civile e democratica del paese. Anche Berlusconi provò a cambiarla in senso autoritario, ma il popolo gli disse di no. Ora a distanza di pochi anni la storia sembra ripetersi in peggio con l’aspetto paradossale che ciò che allora appariva bianco ai parlamentari di sinistra oggi appare nero e viceversa.
La maggioranza che ha approvato il progetto Boschi, in quell’occasione si mobilitò ferocemente con in testa l’ex capo dello stato Scalfaro e l’attuale presidente Mattarella  in appoggio al NO, mentre oggi l’ex capo dello Stato Napolitano e l’attuale presidente, che non ha alzato nemmeno un sopracciglio, sono per il SI.
Con quale coerenza oggi approva un disegno di legge costituzionale addirittura peggiore del progetto berlusconiano al quale si era opposta, almeno apparentemente, con grande convinzione e impegno? Domanda del tutto retorica visto che questa classe politica di maggioranza ha già dato ampie prove di incoerenza, di opportunismo, di pusillanimità, di miopia, disposta a barattare la vera Costituzione con un aborto costituzionale, aggravato dall’Italicum, pur di salvare la poltrona.
E terminiamo con la menzogna dello slogan del PD di cui si è fatto cenno all’inizio.
1) Italia più semplice = falso.
Non è vero che ci sarà la fine del bicameralismo. Si introdurrà un bicameralismo confusionario e imperfetto per cui il Senato (composto secondo modalità che dovranno essere fissate in una ulteriore legge) non sarà più espressione diretta della volontà dei cittadini. Esso verrà privato della potestà di dare la fiducia al governo, ma conserverà la funzione legislativa intera in materia di riforma costituzionale, di trattati internazionali, di enti locali ecc. Il ginepraio procedurale potrà contare su ben 12 sistemi diversi di approvazione di leggi mentre la Camera potrà non tenere conto dei rilievi del Senato.
Poiché nelle intenzioni il Senato dovrebbe essere espressione delle realtà regionali ci sono due aspetti che fanno a pugni con l’organicità dello Stato e con l’autonomia regionale: la sua composizione sarà soggetta a continue variazioni in quanto i Senatori decadranno insieme ai Consigli regionali che li avranno nominati, mentre lo Stato avrà il potere di decidere su temi fondamentali di rilevanza territoriale come l’ambiente.
Infine il Senato diventerà un corpo legislativo di serie B nelle funzioni (non conterà più nulla nell’elezione del Presidente della Repubblica e del CSM, pur con il contentino di poter nominare due giudici della Corte costituzionale) e di serie A nelle guarentigie (i Consiglieri regionali e i Sindaci distintisi come il ceto politico più corrotto d’Italia avranno la piena immunità parlamentare riservata ai Deputati).
2) Meno costi = falso (o almeno sarà una modesta  economia).
Il bilancio del Senato è di 540 milioni di euro. I Senatori scendono da 315 a 100 e non avranno più lo stipendio ma godranno di tutti i rimborsi per spese di vitto, alloggio, trasporto, telefono ed altri fringe benefit mentre resteranno inalterati tutti i costi dei servizi di gestione del palazzo (40milioni), del personale e di quiescenza (324 milioni); inoltre ai Senatori verranno corrisposti gli stipendi già percepiti come Consiglieri regionali e come Sindaci. Cioè i Senatori saranno sempre a carico del cittadino, con una grave lesione del rapporto tra stipendio e quantità di tempo dedicato al governo locale; Sindaci e consiglieri regionali continueranno a percepire lo stesso stipendio dagli enti locali, ma il tempo che potranno dedicare al governo locale sarà sensibilmente ridotto a vantaggio delle trasferte a Roma.
3) Più potere ai cittadini = falso.
Premesso che con il sistema di voto più sopra illustrato ai cittadini, la cui voce conterà sempre meno, verrà sottratto per sempre il voto uguale e la possibilità di scegliere il proprio parlamentare, ci sono alcune norme specificatamente vessatorie verso il popolo. Verrà reso più difficile l’esercizio democratico di partecipazione diretta alla funzione legislativa: il numero delle firme per una proposta di legge di iniziativa popolare viene triplicato da 50.000 a 150.000.
Di fronte a tante aberrazioni aspramente criticate da tanti giuristi e pensatori, il popolo non potrà fare finta di nulla e disertare le urne: se vorrà difendere la libertà conquistata a caro prezzo e scolpita nella Carta costituzionale dai padri costituenti dovrà rifiutarne lo scempio.

[1] Rimando volentieri per i dettagli ai miei articoli dell’anno scorso su questa testata “La sineddoche costituzionale” del 14 marzo 2015 e “Ormai la frittata è fatta” del 5 maggio 2015.

 

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