Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

SUL PROPRIO ONORE

TORQUATO CARDILLI - Già in altre occasioni è stato trattato il tema dell’onore, ma in tempi in cui chi meno ne ha più se ne vanta è bene tornare sull’argomento.
L’onore è una dignità personale, strettamente correlata alla professione, alla funzione nella società, all’età, alla formazione culturale ecc., derivante dalla altrui considerazione. E’ questa valutazione o riconoscimento esterno che conferisce valore morale e merito degni di stima e di rispetto che però possono scemare o scomparire del tutto in caso di colpa, di macchia, di onta per un’azione moralmente indegna secondo il cosiddetto senso comune, tanto che pensatori e scrittori, antichi e moderni, non hanno esitato a dire che “l’onore è come l’anima, non ritorna da dove se n’è andata”(Publilio Siro), oppure che “ la gloria la si deve acquistare, l'onore invece basta non perderlo”(Schopenhauer), oppure che “l'onore lo si può solo perdere” (Cechov).
In epoca medioevale il concetto di onore era connesso all’esistenza di qualità guida come il coraggio, la moralità, la lealtà, l'onestà.
L'onore di un uomo, quello di sua moglie, o quello della sua famiglia e dei parenti, anche se defunti, costituivano una questione importante in ogni sfaccettatura e l’uomo d’onore restava sempre in guardia contro insulti, effettivi o solo sospettati, che avrebbero menomato la sua rispettabilità.
Dunque la parola "onore" è sempre stata utilizzata per descrivere la caratteristica di uomini e donne con un alto senso morale ispirato a quelle qualità guida, o in grado di raggiungere le più alte vette del successo senza mai perdere la fiducia della società. In questo senso anche un uomo analfabeta che avesse in sé vivo il sentimento di onore e di fedeltà, poteva sopravanzare un accademico narcisista pronto ad ogni cortigianeria pur di farsi avanti nella società o un generale vigliacco privo di dirittura morale perché come dice Chamfort la stima vale più della celebrità, la considerazione più della fama, l'onore più della gloria.
Dall’onore è nato l’aggettivo onorevole per indicare chi è degno d'onore, di rispetto, di stima.
Nella letteratura del XVI secolo si trova l’utilizzazione di questo epiteto nel famoso discorso politico di Antonio sulle spoglie di Cesare nella tragedia di Shakespeare (atto 3, scena 2): “… Il nobile Bruto ha detto che Cesare era un ambizioso: se lo è stato si tratta di una grave colpa e gravemente Cesare ne ha pagato il fio. ...Bruto dice che Cesare fu ambizioso; e Bruto è un uomo onorevole … tutti avete visto come Cesare per tre volte abbia rifiutato la corona: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore...”
In Italia l’aggettivo è stato sostantivato e trasformato in un titolo attribuito ai membri del parlamento che l’hanno interpretato, al di là del suo significato, come il diritto a godere di una dignità superiore a quella dei cittadini, con la quale rinchiudersi in una torre d’avorio castale che ha finito per accrescere nella coscienza popolare il senso di distacco e di scollamento tra classe politica e paese reale. Questa usanza iniziò nel 1848 nella Camera subalpina quando venne letta una lettera del deputato Tola che cominciava con "Onorevoli deputati", anziché con la formula preesistente “Signori Deputati”. Da allora l’uso è diventato prassi e con la prassi ne è stato svilito ed inflazionato il significato.
La Costituzione della repubblica italiana impone l’onore come una divisa d’ordinanza a chi abbia una pubblica responsabilità. La formulazione dell’art. 54, comma secondo, è chiarissima e non può essere soggetta a interpretazioni di comodo (i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche sono tenuti al rispetto del dovere di adempierle con disciplina ed onore).
Da qualche settimana un programma televisivo serale “un giorno in Pretura”, seguito a tarda notte da milioni di telespettatori come se fosse un “grande fratello pubblico”, mette a nudo come certi “onorevoli” che giuravano sul proprio onore di non aver mai pagato una donna, fossero invece dediti alle gozzoviglie e all’utilizzazione sfrenata del meretricio come strumento di appagamento di istinti devianti.
Ma l’argomento che più di altri in questo fine di anno ha tenuto banco è stato quello dello spolpamento sistematico delle risorse finanziarie di quattro banche da parte dei propri dirigenti e amministratori, conclusosi con la perdita totale di centinaia di milioni di euro da parte di decine di migliaia di piccoli risparmiatori. Dei quattro istituti quello che ha fatto più scalpore è stato la Banca Etruria, non tanto per la magnitudine del buco, quanto per la notorietà di chi, anziché fare la parte del gatto ha fatto quella del topo nel formaggio.
In un documento ufficiale redatto secondo i dettami dell’Organo di Vigilanza, distribuito all'assemblea dei soci di banca Etruria dell'aprile 2013, e pubblicato su internet si legge che “da 130 anni l'azienda pone in primo piano i principi di integrità, fiducia e lealtà nei confronti dei colleghi e dei clienti … la nostra mission è la parte costituente del codice etico. ... Meritocrazia.... competenza...professionalità ... eticità...si sposano con una sana e prudente gestione del rischio come richiede la vigente normativa”. Roba da rassicurare qualsiasi piccolo risparmiatore. E invece se fossero state illustrate le caratteristiche dei titoli subordinati, fatti sottoscrivere con forme di pressione inaccettabili nei confronti di anziani e pensionati, finanziariamente illetterati, sarebbe stato chiaro che si trattava di scommesse dall’altissimo rischio di perdita e dal basso guadagno in condizioni di gran lunga peggiori di quelle di un “gratta e vinci” sistema che deve restituire in vincite il 72% delle giocate, mentre le subordinate della banca Etruria avevano il 63% di probabilità di perdita del capitale, date le condizioni finanziarie disastrate della Banca.
Tra i nomi dei papaveri dirigenziali si trova anche quello di Pier Luigi Boschi, dal 2009 al 2014 Consigliere del CdA a 40.000 euro l'anno + 6.000 euro quali gettoni di presenza e altri 2.400 euro quale indennità del comitato di controllo e che a meno di 90 giorni dalla nomina della figlia a ministro della Repubblica, diventa vice presidente della stessa Banca con un aumento secco stipendiale di 100.000 euro l'anno.
Boschi, con un passato politico tutto democristiano, non ha avuto alcuna notorietà fino ad oggi a livello nazionale, ma era molto noto a livello locale, con incarichi in decine di consigli di amministrazione di aziende agricole, associazioni, cooperative. Titolare dell’azienda agricola e tenuta "il Palagio", è stato Presidente della Confcooperativa Arezzo dal 2004 al 2010 e anche dirigente alla Coldiretti di Arezzo, in un crescendo di posizioni fino alla sua estromissione dall’Istituto finanziario in forza del commissariamento da parte di Bankitalia dell’11 febbraio 2015. Boschi è stato anche membro del comitato esecutivo di Etruria, luogo in cui passavano tutte le decisioni di rilievo, tanto è vero che il Governatore della Banca d’Italia 5 mesi prima del commissariamento gli aveva inflitto ben 4 multe da 36 mila euro ciascuna, (per un totale di 144 mila euro, cioè un intero stipendio annuo) per le quattro maggiori irregolarità contestate: violazioni delle regole sulla “governance”, violazione delle norme sui controlli interni, carenze nella gestione e nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni all’organismo di vigilanza.
Il quarto comandamento del decalogo dato da Dio a Mosè (onora il padre e la madre), tramandato fino ai nostri giorni, non ammette interpretazioni. E’ un comandamento che obbliga tutti indistintamente verso due specifiche persone degne del nostro rispetto a prescindere dalle loro qualità intrinseche e dalla loro rettitudine. Per questo la cattolica credente Maria Elena Boschi, ministra della Repubblica, ha manifestato pubblicamente l’amore verso il padre con una mozione degli affetti sui sacrifici fatti in gioventù dal genitore per assicurarsi un futuro e consentire alla figlia di arrivare, prima nella famiglia, al coronamento degli studi con la laurea.
Ma il contesto di un’aula parlamentare non era il più appropriato a una lezione di catechismo infantile.
La ministra era chiamata a chiarire se era a conoscenza del dissesto finanziario e amministrativo dell’azienda del padre, che aveva portato la Banca d’Italia prima a infliggere sanzioni e poi al commissariamento e che l’azione del Governo avrebbe improvvisamente ridotto in povertà migliaia di cittadini che avevano incautamente affidato i loro risparmi a un gruppo dirigente, suo padre compreso, che li aveva invece sperperati in prestiti agli amici ecc.
La Boschi, con abilità di avvocato, ha spostato l’attenzione e la discussione dall’aspetto etico comportamentale suo nei confronti del Governo che decideva le sorti dell’Istituto del padre, in quello affettivo sentimentale nei confronti del genitore. Quindi ha usato i toni della figlia che difende l’onestà del padre piuttosto che quelli del ministro che parla di una banca spolpata dai manager e commissariata dal governo, cercandone e sancendone le responsabilità.
Anziché dire a chiare lettere di non aver partecipato al consiglio dei ministri che ha approvato l’azzeramento delle azioni e obbligazioni dei piccoli risparmiatori e che quindi non c’era il conflitto di interessi, elemento portante della mozione di sfiducia dell’opposizione, si è limitata a dire di essere orgogliosa di fare parte di un governo che esprime il semplice concetto del “chi sbaglia paga”. Ma non ha specificato che il decreto del governo del 22 novembre 2015, detto popolarmente “salva banche” era in realtà un “salva banchieri” perché rendeva impossibile per legge (articolo 35, comma 3) qualsiasi rivalsa diretta da parte dei risparmiatori truffati contro i dirigenti dell’Istituto e che suo padre era in una botte di ferro costruitagli dal governo.
Quindi il messaggio amplificato dai media compiacenti nelle teste degli italiani è stato il contrario della realtà perché quel comma sancisce che chi ha sbagliato non pagherà. E a questo punto anche dando per buona la versione di palazzo Chigi di non partecipazione della Boschi al voto in consiglio dei ministri sul decreto (ma a questo punto non si capisce perché il verbale della riunione sia stato segretato), è stato accertato che invece la Boschi fosse presente alla riunioni preparatorie con la stesura del comma “pro-padre” sotto gli occhi ben visibile.
Tutti sanno che la mozione di sfiducia è stata respinta, ma ai più è sfuggita una circostanza affatto onorevole, mai accaduta prima, e cioè che la Boschi abbia votato no alla mozione che voleva destituirla come inesorabilmente scritto sul tabellone luminoso e immortalato in rete. Prova questa di disonorevole inesistenza di savoir faire istituzionale: fino ad ora nessun politico aveva mai votato apertamente per la propria assoluzione, anzi proprio per evitare il conflitto di interessi c’è stata la prassi di voto dell’accusato a favore dello stato di accusa!.
Se Francesco I re di Francia scrivendo alla madre Luisa di Savoia, dopo la terribile disfatta di Pavia del 1525 si espresse con "Tutto è perduto fuorché l'onore", della ministra Boschi dopo la performance parlamentare che l'ha illusa di aver salvato la faccia, si potrebbe dire in modo del tutto opposto "nulla è perduto, fuorché l'onore", confermando quanto ebbe a sentenziare Lawrence d’Arabia, dopo aver scoperto il tradimento delle intese in base all’accordo politico segreto Sykes-Picot, secondo cui “l'onore ha un senso persino fra i ladri, ma non ne ha nessuno nella politica.”
E concludiamo questa carrellata sull’onore di chi sta ai piani alti della società e che dovrebbe dare l’esempio, citando il comportamento degli augusti genitori del ragazzotto di Rignano. Secondo la legge sulla trasparenza patrimoniale dei ministri e dei loro familiari, alla Presidenza del Consiglio sono state depositate il 6 agosto 2015 due dichiarazioni sui patrimoni e le cariche societarie possedute nel 2014, che si aprono con l’impegnativa attestazione del firmatario che “Sul proprio onore afferma che la dichiarazione corrisponde al vero”.
Sotto il primo documento, dopo la dichiarazione “non sono intervenute nel 2014 variazioni”, c’è la firma di “Tiziano Renzi” e sul secondo, dopo l’affermazione di “avere cambiato auto, prendendone una usata” c’è quella di “Laura Bovoli”, cioè il babbo e la mamma di Renzi.
Quindi per chi è addetto al controllo significa che tutto è rimasto come nell’anno precedente 2013, quando papà Tiziano aveva dichiarato di non possedere nulla se non una società personale che aveva il suo nome e mamma Laura aveva elencato le 3 proprietà immobiliari di Rignano sull’Arno, e dichiarato di avere l’8% delle azioni di Eventi6, società posseduta con le figlie, e di averne la presidenza. Null’altro di variato nel 2014.
Ma siccome il diavolo fa le pentole e non i coperchi ecco che si scopre l’inghippo. Entrambi hanno dimenticato di elencare tra i beni l’ultima acquisizione familiare, cioè la società Party srl, risalente al 12 novembre 2014 (cioè a 9 mesi prima della dichiarazione giurata). Di questa nuova società, specializzata in consulenza immobiliare, papà Renzi detiene il 40% del capitale e mamma Renzi è amministratore unico, mentre il 20% è detenuto dalla Creazione Focardi e il 40% dalla Nikila Invest, che qualche mese dopo avrebbe fatto un vero affare comprando il teatro comunale di Firenze da trasformare in grande resort.
Chi se la sarebbe mai aspettata una simile sbadataggine sull’onore e una tale matassa di interessi?

comments