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Lealtà, pudore e senno

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Torquato Cardilli - Cos’è la lealtà? La radice latina “legalitas” indica una componente del carattere. Chi la possiede sceglie di obbedire a particolari valori di correttezza e di sincerità anche nelle situazioni più difficili, che implichino un sacrificio personale. E’ la vittoria del rispetto delle regole a scapito del miglior risultato per sé stessi. Si può quindi intendere per lealtà, una virtù personale, antiquata e in declino, di coerenza con il buon senso, l’onore, il pudore, la continenza, la correttezza, tutti valori che sono alla base del comportamento accettato presso ogni civiltà.

All’opposto, manifestazioni di comportamento non leale sono il tradimento, l'inganno, la menzogna, la corruzione, la frode.

La mitologia e la storia ci ricordano campioni di lealtà diventati leggenda: da Penelope a Muzio Scevola, da Leonida caduto con onore alle Termopili a Socrate, considerati veri e propri modelli morali. Quando Critone cercava di convincere il maestro filosofo a fuggire con il suo aiuto, profittando dei giorni che mancavano all’esecuzione della pena capitale, inflitta per un’ingiusta condanna, Socrate rispose che tra i due valori in gioco, la propria vita e il rispetto della legge, preferiva seguire la seconda di cui un domani, nell'aldilà, gli sarebbe stato richiesto il conto.

 

Cos’è il pudore? In lingua italiana è quel sentimento di avversione verso cose che appaiono oscene e disoneste, cioè un moto di vergogna, di disagio per tutto ciò che appare moralmente sconveniente, sentimento di cui gli attori nella politica italiana preferiscono fare a meno e starne alla larga.

Che il cittadino Silvio Berlusconi sia un uomo politico vissuto all’opposto della legalitas e senza pudore è cosa ormai accertata, che sanno anche i sassi, ma che invece gli adulatori e i cortigiani si ostinano a negare.

Altrove, in qualsiasi paese democratico, basta un leggero sospetto di illegalità, un’accusa non ancora provata, a determinare per pudore le dimissioni dall’incarico politico e la scomparsa dalla scena pubblica. In Italia, grazie ai parlamentari adoratori a prescindere, che sfruttano la dabbenaggine di milioni di elettori senza memoria, senza coscienza critica, senza valori, Berlusconi può permettersi, dopo una condanna definitiva per frode fiscale allo Stato, cioè alla collettività, di rimanere imperterrito al suo posto che gronda vergogna.

Non fa nulla se questa tracima sui suoi seguaci che gli debbono una carriera folgorante, laute prebende, almeno dieci anni di vita da nababbi, un vitalizio consistente e privilegi vari. Il guaio è che tracima anche su tutto il popolo italiano, sempre più considerato immaturo, corrotto e corresponsabile di questo inarrestabile declino economico, sociale, morale dalla società mondiale in cui viviamo.

Non passa giorno che i crociati di Arcore non sparino balle sesquipedali sui giornali, in televisione e alla radio senza che mai una volta l’intervistatore o il conduttore di turno sia capace di rintuzzare le loro bugie.

Quante volte abbiamo sentito la tiritera del numero dei processi contro Berlusconi: 26, 29, 32, 40? O del numero delle udienze giudiziarie: 2.420, 2.600, 2.730? O delle ispezioni della guardia di finanza: 84, 96,114? O dei miliardi pagati in tasse: 9, 11, 14? Eppure questi numeri sono ballerini; cambiano ad ogni citazione. Perché i vari difensori del PdL non si mettono d’accordo nel citare sempre gli stessi numeri? Troppo facile. Bisogna sempre colpire l’immaginazione. Più la cosa è inverosimile e più viene presentata come verità rivelata. Tutto serve per poter sostenere che Berlusconi è un perseguitato dalla Giustizia. Ma è mai possibile che a nessuno venga in mente di sospettare che, magari, non sia proprio un fior di galantuomo e che, se ha subito tanti processi (dai quali è scampato grazie alla prescrizione di leggi ad personam), ci sarà pure stata una tendenza a operare fuori dalle regole e contro di esse?

Ora siamo al momento decisivo in cui il Senato deve votare: coprire un delinquente dichiarato dalla Magistratura e consentirgli di restare a Palazzo Madama al fianco di personaggi dalla caratura internazionale come Cattaneo, Rubbia, Abbado, Piano, oppure espellerlo con ignominia da quello che dovrebbe essere il tempio della saggezza democratica.

Si inizia mercoledì 18 settembre dalla Giunta sulla relazione Augello, per passare poi al voto dell’Aula. E qui si innesta l’ultima battaglia, quella del regolamento, dopo tanti espedienti per guadagnare tempo (continui interventi sul Quirinale, minacce ricorrenti di crisi di Governo, pareri di giuristi assoldati, ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro l’Italia, richiesta di adire la Corte Costituzionale, minaccia di ricorso al Consiglio di Stato, minaccia di ricorso al TAR).

Schifani, già presidente del Senato, ed ora Capo Gruppo del partito, dimentico che l’onore conta più del posto, non prova alcuna vergogna nel difendere acriticamente un ex presidente del Consiglio che ha frodato lo Stato mentre era in carica e che ora cita in giudizio il suo paese. Come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, ha escluso che Berlusconi si dimetta spontaneamente. Ha rincarato la dose affermando che la richiesta del voto in aula a scrutinio palese rappresenta non solo un attentato alla stabilità del governo, ma una lampante violazione del regolamento del Senato.

La proposta dello scrutinio palese, avanzata dal M5S, per evitare che nel segreto dell’urna possano rinascere i camaleonti che hanno fatto fallire l’elezione di Marini e poi di Prodi al Quirinale, sembra sia stata fatta propria da un largo schieramento dal PD alla Lega, da SeL a Scelta  Civica.

Al primo ministro Letta che ha chiesto al PdL di farla finita con gli annunci choc brandendo l’arma di un’altra minaccia insensata (se cade il Governo gli italiani pagheranno l’IMU) ha replicato Alfano che ha insistito sul concetto della responsabilità. Il succo dell’avvertimento del Segretario del PdL, come s’usa tra picciotti, sarebbe questo: se il PD vota per la decadenza di Berlusconi è responsabile della caduta del Governo; discorso che rassomiglia a quello dell’estorsore che minaccia chi non gli vuole pagare il pizzo di essere responsabile se poi l’azienda va a fuoco.

Ma andiamo a vedere cosa stabilisce il regolamento del Senato, richiamato in continuazione dai crociati di Arcore per difendere il voto segreto che consentirebbe di lanciare un salvagente a Berlusconi da parte dei molti conigli che non hanno il coraggio delle proprie azioni e che sono timorosi di un’improvvisa interruzione della legislatura.

I punti chiave sono nei commi 2 e 3 dell’art. 113 che si esprimono così:

comma 2: L'Assemblea vota normalmente per alzata di mano, a meno che quindici Senatori chiedano la votazione nominale…

comma 3: Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni comunque riguardanti persone e le elezioni mediante schede…

Se ci si fermasse a queste righe il problema della modalità di voto sarebbe già superato.

Tuttavia è lo stesso sito elettronico del Senato che offre una chiave di lettura diversa. Esso pubblica, in calce all’art.113 del regolamento, la seguente postilla: “nel solco dell'interpretazione costantemente adottata sino al novembre del 1988 ed alla conseguente, mai contestata, applicazione concreta, la Giunta per il Regolamento - nel sottolineare l'esigenza di un'organica revisione della materia, anche sulla base delle modifiche che il Parlamento si accinge ad apportare all'articolo 68 della Costituzione - esprime il parere che le deliberazioni sulle proposte della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari in materia di autorizzazione a procedere in giudizio siano sottoposte alla disciplina generale relativa ai modi di votazione e, pertanto, debbano essere votate in maniera palese. E ciò, in quanto le deliberazioni stesse costituiscono espressione di una prerogativa dell'Organo parlamentare nell'ambito del rapporto con altri Organi dello Stato e dunque non rappresentano in senso proprio "votazione riguardanti persone", ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 113, comma 3, del Regolamento."

In effetti un conto è votare a scrutinio segreto quando si tratta di esprimersi politicamente per le persone (es. presidente della Repubblica, presidente del Senato, giudice della Corte Costituzionale, sfiducia personale per un ministro) altra cosa è prendere atto dell’indegnità di un Senatore, derivante da una sentenza irrevocabile per frode fiscale emessa dalla Magistratura italiana che lo ha già privato del passaporto.

Ci si rende conto che questa schermaglia infinità non porta a nulla e che serve solo a screditarci ancora di più agli occhi del mondo?

Visto che c’è già un altro colpo di gong in arrivo (il 19 Ottobre la Corte d’Appello di Milano dovrà stabilire in modo inappellabile l’interdizione dai pubblici uffici di Berlusconi per un periodo da 1 a 3 anni), che senso ha questo minacciare catastrofi e battaglie all’ultimo sangue?

Può solo significare che oltre alla lealtà ed al pudore, questi signori hanno perso anche il senno.

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