Dom12152019

Last updateMar, 16 Apr 2019 12pm

Ormai la frittata è fatta

TORQUATO CARDILLI - A nulla sono valsi gli appelli inviati per mesi da chi mastica di storia e di diritto, da chi ha il senso dell'onore e della fedeltà al giuramento di obbedienza alla costituzione, da chi voglia difendere la democrazia per la quale, 70 anni fa, tanti giovani, uomini e donne, preferirono affrontare la prigionia e le torture, o sacrificare la vita.
La Camera ha approvato in via definitiva,  con una maggioranza risicata, e con l’opposizione fuori dell’aula, attraverso il voto di fiducia una legge elettorale mostruosa e infelice. A partire dal nome "italicum" che fa tanto pensare all' espressione acetum italicum tipica del mondo del teatro, che indica il genere dotato di astuzia e mordacità con un certo retrogusto di amaro, tramandato dalla satira oraziana. Ma Orazio si dedicò alla satira dopo la sconfitta subita a Filippi, quale tribuno militare dell'esercito di Bruto, mentre Renzi, che ancora non è stato defenestrato da palazzo Chigi, insieme ai suoi ministri, sottosegretari, dirigenti di partito, tutti corifei di ambo i sessi, stanno facendo un bel tirocinio di satira e farsa ripetendo a iosa che nella storia d'Italia ci sono stati due precedenti di legge elettorale simili all'italicum, nel 1953 e nel 1923.
Potevano risparmiarsi simili paragoni che vanno a tutto loro svantaggio.
La legge elettorale voluta da De Gasperi nel 1953 prevedeva l'assegnazione di un premio di maggioranza per il partito che avesse riportato il 50%+1 dei voti alle elezioni. Cioè una legge che non trasformava la minoranza in maggioranza, ma che consentiva al vincitore delle elezioni (ripeto vincitore onesto e diretto con la maggioranza assoluta) di governare più agevolmente.  Se l'ambizioso e contraddittorio premier di oggi avesse veramente avuto a cuore il funzionamento della macchina statale e la difesa della democrazia, avrebbe potuto proporre una legge come quella ed avrebbe ottenuto un consenso plebiscitario del paese. Invece non è stato così.
Detto per inciso la legge del 1953 non portò bene a De Gasperi: le sinistre unite, con il PCI in testa, scatenarono una feroce campagna contraria: pur sapendo che essa non avrebbe sovvertito i valori in campo, ma avrebbe agevolato solo la forma di governo, la definirono "legge truffa". Alle elezioni la DC si fermò al 49% per cui non scattò il premio di maggioranza e la legge fu abrogata dal parlamento l’anno dopo.
La nuova legge Boschi, attribuisce il 55% dei seggi cioè 340 su 630, a chi raggiunga il 40% dei voti o a chi vinca il ballottaggio al secondo turno con qualsiasi risultato, mentre tolti i 12 seggi riservati agli elettori all'estero, che continuano ad essere attribuiti con le regole vigenti dal 2006 (questa è una disparità di trattamento incostituzionale), i restanti  278 seggi saranno attribuiti proporzionalmente ai partiti che abbiano superato il 3% dei voti.
Stando ai sondaggi più accreditati, nessun partito viene dato al di là della soglia del 35-37%, cioè lo stesso limite attribuito all'area dell'astensionismo. Chi vincesse in questo modo, pur rappresentando solo il 26% dell'elettorato, prenderebbe tutto: maggioranza ferrea alla Camera, scelta e nomina del presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura, della RAI-TV ecc. instaurando un vero e proprio regime ed infischiandosene del parere del 74% della popolazione. Ciò significa che una minoranza (e non di poco conto) diventerà ipso facto maggioranza, alla faccia della democrazia.
A ben vedere, non solo viene ripristinato sotto mentite spoglie l'abnorme premio di maggioranza della legge “porcellum”, partorita da quel genio di Calderoli, e bocciata dalla Consulta, ma viene ribadita la violazione del sacrosanto principio costituzionale del voto uguale, libero e segreto. Che vuol dire voto uguale? Vuol dire che il peso, il valore, l’effetto di ogni voto deve essere identico e quindi che non ci possa essere mai un voto che valga più di un altro, come invece prevede espressamente la nuova legge che finirebbe per assegnare premi immeritati ed assegnazioni di seggi forzose.
I punti controversi della nuova legge che a differenza di quella del 1953 finisce per sovvertire la volontà popolare, non cessano qui. Ve ne sono altri: la legge è valida solo per la  Camera dei Deputati, in vista della riforma costituzionale che abolisce l'elettività popolare del Senato, per cui se questa non andasse in porto avremmo due leggi elettorali assolutamente diverse una per la Camera ed  una per il Senato;  non entra in vigore subito, ma solo il 1 luglio 2016, per cui la minaccia di andare a votare con il “porcellum” se questa legge fosse stata bocciata era un vero bluff, una minaccia del calibro di una pistola ad acqua: se il Presidente della Repubblica avesse sciolto le Camere in base alla sentenza della Corte Costituzionale si sarebbe votato comunque con la legge proporzionale precedente.
C'è poi la questione dei capi lista bloccati in ciascuno dei 100 collegi elettorali (ancora da stabilire) che rappresenterebbero i favoriti del principe, cioè i deputati nominati direttamente dal vertice del partito in base a principi di obbedienza e non di capacità o di collegamento con il territorio, con l’aggiunta dello specchietto per le allodole che consente ai capilista la candidatura plurima fino a un massimo di 10 collegi; l'elettore avrà la possibilità di esprimere due preferenze, obbligatoriamente di genere diverso, quindi non premiando il merito o la competenza, ma esclusivamente il sesso; il partito con il maggiore resto dovrà cederlo a quello più piccolo; potranno partecipare alla competizione elettorale solo i partiti con uno statuto e non i movimenti di opinione.
L'altro precedente richiamato da Renzi e compagni è ancora più raccapricciante perché risale alla legge elettorale Acerbo varata nel 1923. Con essa Mussolini, superando il sistema proporzionale in vigore, attribuì i 2/3 dei deputati alla lista che avesse superato il 25% dei voti, sancendo la fine della rappresentatività democratica e l’inizio della fascistizzazione delle istituzioni con il partito unico nazionale. Il richiamo a questo precedente è un vero e proprio autogol per le sue impressionanti e preoccupanti analogie, tanto dettagliatamente illustrate nel blog dell’economista Federico Dezzani dal quale sono stati tratti le notizie e i fatti che seguono.
Cominciamo con la scalata al potere. Le analogie tra Renzi e Mussolini travalicano la semplice età anagrafica: a 39 anni entrambi salgono al Quirinale, non in base ad una vittoria elettorale, ma a seguito di un’oscura crisi di governo, e vi trovano un complice decisivo nell’assegnare loro l’incarico di primo ministro. Pur disponendo di un esiguo numero di parlamentari strettamente fedeli, ambiscono ad attuare riforme decisive per le sorti dello Stato: la riforma della Costituzione e della legge elettorale.
Mussolini, anticlericale ed ateo fino alla morte, non nutrì mai simpatia verso la massoneria ma, memore dell’aiuto decisivo ricevutone durante la marcia su Roma (i vertici militari che sconsigliarono il Re dal proclamare lo stato d’assedio e la grande industria e finanza), restò in ottimi rapporti con la loggia di Piazza del Gesù, manifestando la sua “simpatia per “un ordine nazionale che all’infuori di ogni settarismo serve la Patria con fedeltà al Governo nazionale”.
Nell'editoriale di addio al Corriere della Sera del 30 aprile 2015 il direttore Ferruccio De Bortoli parlando di Renzi lo ha definito un giovane caudillo maleducato di talento che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche, sottolineando che c’è da diffidare fortemente del suo modo di interpretare il potere e c'è da augurarsi che il Presidente Mattarella non firmi l’Italicum che è una legge sbagliata.  Già alcuni mesi prima, a settembre 2014, De Bortoli facendo cenno alla ostentata politica muscolare renziana, che tradiva una disarmante debolezza per l'inconsistenza della squadra dei ministri, uomini e donne scelti in base alla fedeltà invece che per la competenza, alludeva al fatto che intorno a Renzi ed al patto del nazareno si sentisse un certo odore stantio di massoneria.
Non ci sono prove notarili per affermare con sicurezza che Renzi appartenga a qualche loggia dal grembiulino e dal compasso, ma è certo che i personaggi che lo hanno assistito nella fulminea carriera politica e nell’ascesa a palazzo Chigi sono riconducibili alle Logge ed ai suoi principi. Dice Dezzani “massone è la maggioranza politica che lo insedia a Palazzo Vecchio, spodestando gli ex-PDS Leonardo Domenici e Graziano Cioni, ostili, secondo il piduista Licio Gelli, alle potentissimi logge massoniche di Firenze; massone di rito scozzese è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intimo degli ambienti nord-atlantici fin dagli anni ’70; massone è Denis Verdini, il braccio destro di Silvio Berlusconi che soprintende alla stesura ed all’esecuzione del Patto del Nazareno e che sarebbe pronto a votare l’Italicum per poi fondersi con i suoi fedelissimi nel futuro Partito della Nazione”.
Renzi sapeva che la sua posizione era in bilico ed aveva urgenza di blindarsi modificando in senso maggioritario la legge elettorale e abrogando il bicameralismo perfetto. La modifica della legge elettorale, di cui è fatto indefesso sostenitore Giorgio Napolitano, è stata la sua stella polare sin dalla sua nomina a segretario del PD. Un mese prima di sfrattare in malo modo Letta da palazzo Chigi  (complice Napolitano), durante una direzione del partito delineò già a grandi linee la riforma elettorale affibbiandogli il soprannome di Italicum. La minoranza del PD insorse e lui, conscio di non poter contare sui voti degli ex-DS, allacciò un canale diretto con Silvio Berlusconi, sigillato quegli stessi giorni dal Patto del Nazareno, auspice il conterraneo Verdini. Il capolavoro di astuzia politica dei due fiorentini e di imbecillità della minoranza PD si consumò al Senato il 27 gennaio 2015. Renzi era perfettamente consapevole che senza i voti determinanti di FI a Palazzo Madama non avrebbe potuto portare a casa nessuna riforma. Il Patto del Nazareno svolse alla perfezione il suo scopo e l’Italicum fu approvato con il sostegno decisivo di Silvio Berlusconi.
A quel punto Renzi cinicamente si rimangiò la parola sul candidato al Quirinale provocando la rottura del patto del Nazareno di cui non aveva più bisogno dato che il percorso dell’Italicum era diventato in discesa con un Berlusconi messo fuori gioco.
Tuttavia per non avere complicazioni proprio all’interno del partito il 20 aprile 2015 Matteo Renzi ha epurato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera i dieci esponenti della minoranza interna del Pd, in modo da impedire che fossero apportate modifiche alla riforma licenziata dal Senato sostituendoli con deputati fidati ed obbedienti.
Quindi l’imposizione del voto di fiducia contro il quale ben poco hanno potuto i dissenzienti dell’ultima ora.
Non c'è altro da aggiungere su questo capolavoro di incoerenza democratica, approvato da un parlamento pieno di abusivi, di inquisiti, di condannati, di ignoranti attaccati alla poltrona insensibili alle esigenze del popolo, di spergiuri di fronte al programma elettorale sul quale avevano chiesto il voto, indegni di rappresentare la nazione

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