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Last updateMar, 16 Apr 2019 12pm

LA SINEDDOCHE COSTITUZIONALE

I deputati del PD eletti all'estero non hanno avuto dubbi nell’approvare la soppressione dei 6 senatori spettanti alla circoscrizione estera
TORQUATO CARDILLI - Chi abbia studiato la grammatica avrà incontrato quella figura retorica che consiste nella sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo una relazione quantitativa per cui serve ad indicare la parte per il tutto. Ora potrà avere la dimostrazione plastica di come la sineddoche possa applicarsi alla Costituzione. Vediamo perché.
L’Italia è una repubblica parlamentare e l’iniziativa legislativa è prerogativa del Parlamento e non del Governo. In un paese appena decente, che si vanta di essere la culla del diritto, nessuno, e a maggior ragione il Governo, oserebbe riproporre una riforma simile a quella bocciata qualche anno prima, a meno che non  sia mosso da profondo disprezzo per la volontà popolare (per la verità è diventata un’abitudine infischiarsene del voto popolare come è accaduto per il finanziamenti dei partiti).
Questa volta la ministra Boschi, che molto ingenuamente ha messo la sua firma sotto il disegno di legge con la stessa faciloneria che può essere applicata nel redigere il regolamento di una bocciofila, ha fatto confusione tra due termini contrari. Non si tratta di riforma della costituzione che implica il concetto di miglioramento, ma del suo stravolgimento con riduzione di tutte le garanzie politiche contenutevi.
Il nuovo testo della nuova Carta, sorta di sineddoche della vecchia limitandosi ad una parte per il tutto, non ha alcuna parentela con la democrazia, con l'equilibrio dei poteri, con le garanzie di libertà.
Dieci anni fa, prima dell'approvazione della riforma della Carta costituzionale, targata Berlusconi-Fini-Bossi-Calderoli, sonoramente bocciata l’anno successivo dal referendum popolare, un deputato moderato pronunciò un severo discorso per richiamare il precedente, vecchio di quasi 60 anni, quando il primo parlamento democratico approvò la legge fondamentale della repubblica.
Nell’esprimere il suo voto contrario, volle sottolineare la distinzione tra la dimensione parlamentare e quella governativa e ricordò che nel 1946, durante il processo di costruzione della Costituzione, ai banchi del governo non sedeva il premier (che detto tra parentesi aveva la statura culturale, morale e intellettuale di un De Gasperi), ma la commissione dei 75 composta da tutti i gruppi parlamentari. Ma c'è un passaggio di quel discorso che merita di essere citato per intero e che, letto oggi, potrebbe essere scambiato per un discorso del M5S: "oggi voi del governo e della maggioranza state facendo la vostra Costituzione. L’avete preparata e la volete approvare voi da soli, pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni alla maggioranza ... avete sistematicamente escluso ogni disponibilità ad esaminare le proposte dell'opposizione o anche soltanto a discutere con essa, perché non volevate rischiare di modificare gli accordi al vostro interno, i vostri difficili accordi interni."
Che discorso profetico da parte di quel deputato! Si trattava nientemeno che di Sergio Mattarella.
Chi avrebbe mai immaginato allora che oggi, dopo dieci anni, lo stesso discorso potesse essere letteralmente ripetuto parola per parola per manifestare l'opposizione a quell'obbrobrio di riforma costituzionale targato Renzi-Alfano?
L’opinione dei più illustri costituzionalisti è che questo Parlamento non è legittimato a cambiare la costituzione visto che la Suprema Corte lo ha dichiarato composto con una legge elettorale, dichiarata in parte incostituzionale. Pura logica e senso dello Stato avrebbero voluti che si modificasse subito la legge elettorale, si andasse di nuivo al voto e soltanto dopo si riscrivesse la Costituzione.
Come se la negazione del buon senso non bastasse il metodo utilizzato per tappare la bocca a qualsiasi voce critica, con sedute fiume, con tempi contingentati, con “canguri” per ghigliottinare in un colpo solo migliaia di emendamenti, con ordini perentori del Governo e delle presidenze delle Camere, è stato di una violenza inaudita.
La Boschi, inadeguata ministra ma yeswoman del premier, deve essere rimasta ammaliata dal verso dell'infinito leopardiano "e il naufragar m'è dolce in questi mare", e azzardiamo che sarà un naufragio doloso e doloroso quando su quel testo, che non potrà ottenere i due terzi dei voti necessari, si esprimerà nel 2016 il popolo.
Cosa prevede nel concreto il testo di riforma già varato dal Senato e approvato ora dalla Camera? Incominciamo con il dire che la presentazione che ne era stata fatta da Renzi come lo strumento per far risparmiare al paese sui costi della politica è una vera e propria truffa semantica per far credere agli italiani di aver abolito il Senato, di aver ridotto i costi della politica, di aver reso più snello ed efficiente il percorso di formazione delle leggi. Nulla di tutto questo. Lo scopo vero della riforma, a dispetto della democrazia, è quello di centralizzare il potere nelle mani di chi si è impadronito del paese senza essere stato eletto, con un colpo di palazzo.
Nuovo Senato. La camera alta non si chiamerà più Senato della repubblica, bensì Senato delle Autonomie. Bella conquista!. Esso sarà composto da 100 senatori, più gli ex capi di Stato, che saranno gli unici senatori a vita. Il presidente avrà il potere di nominare 5 senatori a sua scelta per altissimi meriti specifici che resteranno in carica 7 anni, mentre gli altri 95 saranno eletti dai consigli regionali per la stessa durata del mandato dell’organo che li ha eletti. Quindi dopo ogni elezione regionale il consiglio nominerà i senatori spettanti alla regione nel numero assegnato da un’apposita legge che indicherà anche quanti posti vadano occupati da alcuni sindaci. Insomma un guazzabuglio pazzesco: senatori che durano a vita, altri che durano 7 anni, altri ancora che durano quanto dura l’organo che li spedisce a Roma, con tanto di immunità, magari per sottrarli ai procedimenti giudiziari, visto l’andazzo nelle regioni.
Costi. In più di un’occasione Renzi ha detto (i filmati della TV di Stato possono testimoniarlo se non sono stati distrutti) che la misura farà risparmiare 500 milioni l’anno. Balla spaziale. L’erario, cioè i soldi dei cittadini, oltre a continuare a sostenere tutti i costi della struttura del Senato e del personale in quiescenza, corrisponderà ai nuovi senatori, che manterranno lo stipendio di sindaco o di consigliere, anche tutti i rimborsi delle spese connesse con l’esercizio della funzione e i benefit della casta. Non sarà loro corrisposta l’indennità fissa, che rispetto ai costi generali, è un decimo di quanto dichiarato dal Premier.
Funzioni. Il nuovo Senato, che rappresenta le istituzioni territoriali, con funzioni di raccordo tra lo stato e gli enti locali, sarà privato del diritto di dare o negare la fiducia al Governo. Sull’approvazione delle leggi non avremo più il bicameralismo perfetto, ma avremo un altro guazzabuglio perché il Senato voterà le leggi insieme alla Camera solo in alcuni casi, tipo revisione della Costituzione, attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di referendum popolare, temi etici o relativi alla famiglia e alla salute, e adeguamento agli indirizzi dell’Unione europea. Quindi, per fare un esempio, se i senatori per non perdere qualche privilegio si mettessero di traverso contro una nuova modifica costituzionale renderebbero la muova Costituzione immutabile come le tavole di Mosè.
Il presidente del Senato non sarà più il supplente del Capo dello stato (questa funzione passerà al presidente di Montecitorio). Ma la cosa più curiosa è che la Camera, istituzione praticamente di primo rango, rispetto al Senato, potrà essere sciolta dal Presidente della Repubblica, mentre il Senato no.
Corte Costituzionale. I cinque membri di elezione parlamentare anziché essere scelti in seduta comune dalle due Camere, saranno oggetto di pura lottizzazione: tre saranno eletti a Montecitorio  e due a palazzo Madama.
Leggi di iniziativa popolare e referendum. Le costituzioni sono strumenti a garanzia dei diritti del popolo, ma questa volta, tanto per imporre agli italiani una difficoltà in più, viene stabilito che il numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare passa da 50 mila a 150 mila (come se le centinaia di migliaia di firma già raccolte e depositate siano servite a qualche cosa), mentre quello per la richiesta dei referendum passa da 500 mila a 800 mila.
Elezione del Presidente della Repubblica. Qui gli azzeccagarbugli si sono esercitati alla grande, stabilendo una casistica cervellotica: dal primo al quarto scrutinio saranno necessari i due terzi dei voti di deputati e senatori (senza delegati regionali); dal quinto scrutinio sarà sufficiente la maggioranza dei tre quinti, mentre dal nono scrutinio basterà la maggioranza assoluta. Nessuno si è chiesto con quale logica il Senato detto delle Autonomie sia chiamato ad eleggere il Presidente della Repubblica, né si è posto il problema che il partito vincente le elezioni con l’italicum potrebbe da solo eleggere il Capo dello Stato alla faccia dell'unità della Nazione.
Legge elettorale. Si ipotizza addirittura la possibilità di un giudizio preventivo di costituzionalità da parte della Corte costituzionale. Cosa dell’altro mondo ottenere il giudizio prima del fatto. E come commissariare il parlamento. Un’innovazione degna di Giustiniano!
Questo sgorbio di riforma è stato approvato il 10 marzo alla Camera dei Deputati con 357 voti favorevoli (il 56,6% dei suoi 630 componenti) del Pd e dei partitucoli della maggioranza, mentre Forza Italia che aveva già dato il voto favorevole al Senato questa volta ha votato contro. Con un gesto altamente simbolico il M5S ha preferito non condividere in nulla questo voto farsa ed ha abbandonato l’aula.
I 357 voti a favore hanno un nome e un cognome, una faccia e un collegio elettorale a cui rispondere. Tra di essi troviamo anche le patetiche figure dei dissidenti di cartone del PD da Bersani a D’Attorre, da Cuperlo alla Bindi, da Damiano a Epifani, da Stumpo a Zoggia, che non hanno esitato a coprirsi di ridicolo quando hanno giustificato questo sì come fedeltà alla “ditta” e non all’Italia ed hanno indirizzato al Premier l’ultimatum, duro quanto una bolla di sapone, “questa è l’ultima volta!”.  Troppo tardi, perché nei prossimi due passaggi (uno al Senato ed uno alla Camera) non sarà più possibile apportare emendamenti. Si voterà per il si o per il no e sarà uno spettacolo vedere questi deputati cuor di leone raccogliere il guanto di sfida della fine legislatura con un voto contrario.
Una notazione particolare va fatta infine anche per l’atteggiamento favorevole dei deputati eletti all’estero i piddini Porta, Fedi, Farina, Garavini, La Marca che non hanno avuto dubbi nell’approvare la soppressione dei 6 senatori spettanti alla circoscrizione estera, la cui funzione in favore degli italiani nel mondo deve essere stata giudicata, con quel voto, del tutto inutile.

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